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mercoledì 18 novembre 2020

Risposta alle osservazioni del signor Jean Hadot

 (Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Marc Stéphane, «La passion de Jésus — fait d'histoire ou objet de croyance». Per leggere il testo precedente, segui questo link)



INDICE

— La passion de Jésus, fait d'histoire ou objet de croyance. — In seguito alla pubblicazione del resoconto che il signor J. Hadot ha dedicato anche qui (RHR, aprile-giugno 1962, pag. 252-254) all'opera del signor Marc Stéphane pubblicato sotto questo titolo, noi abbiamo ricevuto da quest'ultimo la nota seguente: 

 Risposta alle osservazioni del signor Jean Hadot 

 Io non discuterò in alcun modo le osservazioni che, nella cortesissima «nota» dedicata alla mia opera: «La passion de Jésus, fait d'histoire ou objet de croyance», il signor Jean Hadot ha enunciato sulla maniera con cui ho presentato il problema. Poiché egli vuole ben ammettere in conclusione che questo problema si pone ancora, io darò qui di seguito il riassunto delle tre prove nuove che ho apportato riguardanti la non-storicità della passione di Gesù. 

1°. Nei capitoli degli Atti degli Apostoli (21-26) relativi all'imprigionamento di Paolo, il procuratore romano Festo parla di discussioni religiose con gli ebrei a proposito d'«un certo Gesù che è morto e che Paolo afferma essere in vita», senza che sia fatta menzione, in alcun passo di questi capitoli, di una crocifissione per ordine di Pilato. Non si vede altra spiegazione per questo silenzio di Paolo, e soprattutto dei suoi accusatori ebrei, a riguardo della crocifissione di Gesù, (si veda nell'opera pag. 154-169) se non la sua inesistenza come fatto storico.  

Io metto qui in testa quella prova, perché essa mi pare decisiva. Essa si basa su un racconto di fatti, senza che ci sia bisogno di alcuna conoscenza di quel che sia stato il pensiero cristiano primitivo ed essa è tale che potrebbe essere sottoposta, perfino ai nostri giorni, ad un magistrato incaricato di un riesame. Il riferimento a questi capitoli degli Atti, che sembra non essere ancora mai stato dato, non è menzionato dal signor Hadot, e questa è la ragion per cui io non mi permetto di insistervi. Prova negativa, si dirà, ma è quel che si addice per stabilire un fatto negativo. Ecco ora delle prove positive sull'origine della Passione di Gesù. 

2°. L'Epistola paolina ai Filippesi (2:7-11) dichiara che il nome di Gesù (che significa in ebraico Jahvé che salva) è stato dato da Dio a suo figlio in ricompensa della sua missione terrena e dopo il suo ritorno al cielo: nome di culto, e per nulla nome d'uomo. A questo testo, segnalato da Couchoud (ma discusso da Loisy), io ho confrontato un altro scritto cristiano, considerato molto primitivo: l'Ascensione di Isaia (9-11). Non vi è mai menzione se non del Figlio di Dio: egli non è chiamato Gesù nel racconto della sua missione sulla terra; la menzione «che sarà chiamato Gesù» appare in un solo passo, in cui Dio descrive la missione di suo figlio, il che corrobora l'interpretazione data all'Epistola ai Filippesi (si veda nell'opera pag. 62-73). Queste argomentazioni, che mi sembrano convincenti, non sono menzionate dal signor Hadot. 

3°. Egli ha al contrario sottolineato — e io gliene ringrazio — l'importanza della maniera in cui «i testi più antichi, come 1 Corinzi 2:8, da confrontare con l'Ascensione di Isaia 9:14 e 11:19» presentano la Passione di Gesù situata «non nel dominio della storia politica romana, ma in quello della leggenda religiosa ebraica». Ma quel che il signor Hadot non ha rilevato è che l'Ascensione di Isaia rievoca quella passione in due racconti successivi, sotto la forma di un annuncio di un angelo a Isaia, poi sotto quella di una visione del profeta (si veda nell'opera pag. 50-62). 

Vi è così una raffigurazione cristiana primitiva (Ascensione di Isaia 9:14) della passione del Figlio di Dio, messo a morte da «il principe di questo mondo», che sospende il suo cadavere al legno, seguendo la pratica ebraica (Deuteronomio 21:22-23): quella concezione si oppone a quella dei Vangeli, che mostra Gesù inchiodato vivo alla croce romana. Se il punto d'origine della religione cristiana fosse stata la crocifissione di un profeta ebreo, ordinata da un procuratore romano detestato, non si vedrebbe, alcuni anni dopo, questo dramma umano trasformato in mito da un giudeocristiano e il supplizio romano trasformato in pratica ebraica. Come si è passati dalla raffigurazione dell'Ascensione di Isaia a quella del Vangelo di Marco ? L'autore di quest'ultimo scritto trovava nelle prime opere cristiane la semplice menzione: Gesù è stato crocifisso. Ma in greco, lingua di queste opere, la parola stauros, croce, si applica altrettanto bene alla pratica ebraica (si veda Ester, nella traduzione dei Settanta) che alla romana, ed essa ha il primo significato nella 1° Epistola ai Corinzi 2:8, dove Dio è il dio di Israele. Tuttavia, nell'ambiente pagano di Roma al quale il Vangelo si rivolgeva, la pratica ebraica era sconosciuta, «crocifissione» suggeriva l'idea di una condanna pronunciata da un magistrato romano: il processo del profeta Gesù dinanzi a Pilato era destinato a illustrare per un tale ambiente la nuova credenza di una setta ebraica. Ma il genio drammatico di Marco ha fatto prendere, dopo di lui, un prodotto letterario per un racconto di storia (si veda pag. 201-206, 237-238). 

 Ecco l'insieme delle prove presentate sulla natura mitica della Passione di Gesù, esclusivamente fondata sui testi, e dove non si scorgono falle. 

 MARC STÉPHANE. 

 (Revue de l'histoire des religions Vol. 163, No. 1 (1963), pp. 119-120, (2 pagine), mia traduzione)

martedì 17 novembre 2020

LA PASSIONE DI GESÙ: FATTO DI STORIA O OGGETTO DI CREDENZAAPPENDICE 4: Esame di diversi passi dell'Epistola agli Ebrei


APPENDICE 4

Esame di diversi passi dell'Epistola agli Ebrei

Si è visto nel corpo della presente opera (pag. 89-93) iin che modo l'Epistola agli Ebrei raffiguri Gesù come successore del personaggio biblico di Melchisedec e, d'altra parte, come non menzioni la crocifissione. Come è stato detto, si troverà qui l'esame di varie allusioni alla carriera terrena di Gesù che si è creduto di poter rilevare nell'Epistola agli Ebrei, così come alcuni giudizi di Loisy, Goguel e Guignebert sul valore storico di quell'opera.

Il Figlio, che insegna nel nome di Dio.

L'inizio dell'Epistola agli Ebrei (1:1-2:4) ci presenta «il Figlio» come lo strumento e il portavoce di Dio. «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo..., dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell'alto dei cieli (1:1-3)... E come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza? Questa, dopo essere stata annunciata prima dal Signore, ci è stata poi confermata da quelli che lo avevano udito, mentre Dio stesso aggiungeva la sua testimonianza alla loro con segni e prodigi...» (2:3-4).

Loisy, contestando il «miticista» Couchoud, riteneva che, in questo testo, «l'iniziativa della predicazione cristiana è rapportata espressamente a Gesù». [1] Ma nei capitoli 1 e 2, «il Figlio» di Dio non è nominato, neppure nell'Ascensione di Isaia propriamente detta. Non si tratta di una predicazione condotta sulla terra da un uomo, ma degli ascolti di un essere divino, di cui certi ispirati sono stati privilegiati «in questi ultimi tempi». Inoltre, due versi più oltre (2:6), è menzionato «qualcuno che ha reso in un passo della scrittura questa testimonianza»: segue la citazione del Salmo 8:5: «Che cos'è l'uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell'uomo perché tu ti curi di lui?» Le due «testimonianze» sono presentate come se si confermano l'un l'altra: quella che è menzionata seconda non  esprime che una concezione religiosa; nulla indica che la prima corrisponda ad un fatto recente.

La partecipazione di Gesù Cristo alla carne degli uomini.

Nel 1935, in un'opera in cui si spingeva molto lontano sul cammino della critica, Remarques sur la littérature épistolaire du Nouveau Testament, Loisy pensava nondimeno che l'autore dell'Epistola agli Ebrei avesse avuto la nozione di un Gesù di carne. Egli citava 2:14: «Poiché dunque i figli», —secondo il contesto, dice Loisy, si tratta di uomini salvati dal Cristo, «partecipano del sangue e della carne, egli pure, in qualche modo, vi ha partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo». E Loisy commentava così: «Per morire, il Figlio di Dio ha dovuto prendere la carne e il sangue che lo hanno reso fratello degli uomini. L'avverbio: «in qualche modo» non potrebbe distruggere l'affermazione principale; così pure leggiamo un po' più avanti (2:17) che il Cristo ha dovuto in tutto rassomigliare ai suoi fratelli». «In qualche modo» non segna una differenza nella partecipazione fisica alla natura umana, ma nel modo, poiché l'umanità del Cristo non è derivata dalla generazione... Che l'Incarnazione si sia realizzata mediante il compimento del ministero, come sembra averla intesa lo gnostico...». [2]

Tuttavia Turmel, di cui Loisy aveva accettato la traduzione: «in qualche modo» dava al termine il suo pieno significato: esso «non esprime che una somiglianza approssimativa» nella partecipazione del Cristo al sangue e alla carne degli uomini (2:14); e allo stesso modo la sua somiglianza «in tutto» ai suoi fratelli (2:17) può essere a sua volta «in qualche modo». [3]

Noi ritroviamo qui il dibattito che abbiamo già riscontrato, a proposito delle Epistole paoline, riguardo la maniera con cui i primi autori cristiani hanno concepito l'incarnazione del Figlio di Dio; ma, anche se si pensasse, come Loisy, che l'avverbio «in qualche modo» non esclude, per l'autore dell'Epistola agli Ebrei, la credenza in una incarnazione reale, resterebbe da determinare, come è stato detto, se egli la leghi a dei fatti storici recenti. [4

Allo stesso modo l'Epistola agli Ebrei ci presenta un Dio fatto uomo già prossimo all'umanità: «Egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l'espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati» (2:17-18). [5]

Natura e significato del sacrificio di Gesù Cristo.

Il sacrificio offerto da Gesù Cristo è quello del suo stesso sangue; egli è al contempo il sommo sacerdote e la vittima; secondo una concezione ebraica, il sangue che versa è quello della nuova alleanza contratta con Dio; l'Epistola ricorda che «quasi tutte le cose, secondo la legge, infatti, vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi». Ma il sacrificio di Gesù è stato operato una volta per tutte e non si fa più tutti gli anni, come quello che è celebrato nel culto israelita (8:8-13; 9:15, 18-21; 10:1, 5-10).

Tuttavia, ancora una volta, per questo sacrificio unico e definitivo, non è data alcuna indicazione del periodo nell'Epistola agli Ebrei.

Circostanze e luogo del sacrificio.

Due passi dell'Epistola hanno sembrato poter essere collegati ai racconti evangelici.

«Il Cristo», si legge in 5:7-8, «nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì...».

«I corpi degli animali», è detto in 13:11-14, «il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario per il peccato, sono bruciati fuori del campo. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, ha sofferto fuori dalla porta. Usciamo dunque fuori del campo per andare a lui portando il suo obbrobrio. Infatti noi non abbiamo qui una città permanente, ma cerchiamo quella che è da venire».

Riguardo al primo passo, Loisy scriveva nel 1938: «È sfuggito a Couchoud che la preghiera attribuita al Cristo, in corrispondenza col Salmo 22, è detta realizzata «nei giorni della sua carne», cosa che non può intendersi che della sua esistenza terrena, considerata come una sorta di intermezzo tra la sua preesistenza precedente in Dio e la sua reintegrazione successiva presso Dio». [6]

Ma precedentemente, malgrado la presenza delle parole: «nei giorni della sua carne», Loisy non si era accontentato di vedere una semplice «corrispondenza» tra il Salmo 22 ed Ebrei 5:7. «La preghiera, le sofferenze e l'inaugurazione di Gesù come pontefice eterno», scriveva nel 1922, «non sono la preghiera del Getsemani, la passione e la resurrezione che raccontano i nostri evangelisti, ma un'interpretazione diretta delle Scritture, in particolare del Salmo 22, di cui si può dire che il nostro autore traspone in storia tutti i dati». [7] E manteneva quella opinione nel 1933. [8]

Toccando il secondo passo, Loisy, nel 1938, respingeva l'interpretazione che Couchoud aveva dato all'espressione: «Gesù... ha sofferto fuori dalla porta». Couchoud, basandosi sull'ultima frase: «Noi non abbiamo qui una città permanente» dava a: «fuori dalla porta» il significato di: «fuori dal mondo», nel cielo. [9] Loisy afferma che «quella indicazione deve rappresentare in senso letterale il luogo della passione, altrimenti... il discorso non ha più senso... Fuori dalla porta significa fuori dalla città, e l'autore indica, come luogo conosciuto, la località del Calvario». [10]

Ma Loisy, nel 1935, aveva stabilito in termini molto più sfumati la distinzione tra i due passi quanto al loro significato per testimoniare una tradizione. «Tale riferimento, che allude al luogo dove il Cristo ha subito la morte (13:12), si presenta da adempimento della profezia, e quest'altro, dove si è pensato di riconoscere la preghiera del Getsemani (5:7-10), sembrerebbe non avervi alcun rapporto». [11] Ma l'espressione stessa: «si presenta da adempimento della profezia», non tende a suggerire — quali che siano le intenzioni del critico, — che, come la preghiera di Ebrei 5:7, a riguardo del Salmo 22, la passione di Gesù «fuori dalla porta» sia stata «presentata» sulla base delle Scritture? [12]

L'Epistola agli Ebrei e i racconti evangelici.

In parecchie delle opere che hanno preceduto Histoire et mythe, Loisy ha espresso giudizi generali piuttosto negativi sul valore storico dell'Epistola agli Ebrei. Scriveva nel 1933: «L'autore si trova, nei confronti della tradizione evangelica, nelle stesse condizioni del teorico della salvezza nelle Epistole di Paolo, pressappoco indifferente alle circostanze reali della vita e della morte di Gesù, e anteriore... alla cristallizzazione definitiva delle profezie in una tradizione apparentemente storica». [13] O ancora: «La libertà della gnosi primitiva e l'indipendenza nei riguardi di ciò che si chiama comunemente tradizione evangelica risultano soprattutto dal parallelo stabilito in Ebrei 7, tra Melchisedec e Gesù...». [14] Scriveva lo stesso nel 1935: «L'autore non mira a quella che chiamiamo tradizione evangelica e non ne dipende. Storicamente, corrisponderebbe all'età in cui la tradizione, utilizzando i testi dell'Antico Testamento, si elabora e si fissa». [15

Quanto a Goguel, egli dichiara senza dubbio che «l'autore dell'epistola insiste su certi dettagli, che dimostrano che una storia di Gesù e, in particolare, della sua morte è il fondamento della sua teologia», omettendo tuttavia di dire che da questi «dettagli» è assente la crocifissione, ma riconosce d'altra parte: «Il Cristo dell'Epistola agli Ebrei sembra essere un essere celeste piuttosto che un uomo che ha prodotto su coloro che l'hanno conosciuto una profonda impressione. La sua storia è presentata in termini astratti, che si associano al tipo tradizionale del Messia e sono ispirati all'Antico Testamento, in particolare ai Salmi; ciò che è detto della sua morte sembra svincolato da ogni contingenza storica». [16]

Infine non ci si stupirà del giudizio generale di Guignebert sull'Epistola agli Ebrei: «Con della buona volontà, si perviene a scoprirvi alcune allusioni ad un personaggio reale, ma i sostenitori della tesi mitica potrebbero usarle senza troppe difficoltà a loro vantaggio, poiché ci mettono di fronte ad una dottrina teologica..., e non ad una tradizione storica». [17

NOTE

[1] LOISY, Histoire et mythe, pag. 104. — Si veda GOGUEL, Jésus, pag. 94.

[2] LOISY, Remarques, pag. 110.

[3] DELAFOSSE (TURMEL), L'Epitre aux Hébreux, op. cit., pag. 119. La parola greca tradotta con «in qualche modo» è paraplèsios.

[4] Si veda più sopra, pag. 262.

[5] Si veda 4:15: stessi termini, con un'aggiunta: «lui è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (sottolineato da LOISY, Remarques, pag. 110. Tuttavia il capitolo 4 di Ebrei non è considerato primitivo da Alfaric.

[6] LOISY, Histoire et mythe, pag. 103-104.

[7] LOISY, Les livres du Nouveau Testament, 1922, pag. 183.

[8] LOISY, La naissance du christianisme (1933), pag. 29, nota 5, e 328.

[9] COUCHOUD, Jésus, le Dieu fait homme, pag. 145.

[10] LOISY, Histoire et mythe, pag. 103. — Lo stesso GOGUEL, Jésus, pag. 94, ha scritto: «È in ragione della sua portata allegorica che questo dettaglio (fuori dalla porta) è rilevato, ma non si può ammettere che sia una creazione allegorica, poiché, allora, non sarebbe isolato».

[11] LOISY, Remarques..., pag. 104-105 (si veda sopra, pag. 310).

[12] LOISY non ha indicato di quale profezia si tratta: le Bibbie dai paralleli, di fronte ad Ebrei 13:11-12, rinviano al Libro del Levitico 4:12, 21, e 16:27, prescrivendo che il toro espiatorio, dopo il suo sacrificio, sarà bruciato fuori dal campo.

[13] LOISY, La naissance du christianisme, pag. 328. 

[14] LOISY, La naissance du christianisme, pag. 30, nota 1. 

[15] LOISY, Remarques..., op. cit., pag. 104-105.

[16] GOGUEL, Jésus, pag. 94: apprezzamento tanto più significativo dal momento che GOGUEL data l'Epistola agli Ebrei tra l'80 e il 90 (La naissance du christianisme, pag. 372, nota 1).

[17] GUIGNEBERT, Jésus, pag. 27. — Guignebert ritiene che quella dottrina teologica è «stabilita nella linea di Paolo», cosa che altri critici contestano.

lunedì 16 novembre 2020

LA PASSIONE DI GESÙ: FATTO DI STORIA O OGGETTO DI CREDENZAAPPENDICE 3: Esame di diversi passi dell'Apocalisse



APPENDICE 3

Esame di diversi passi dell'Apocalisse

Analisi sommaria dell'Apocalisse

Per facilitare l'apprezzamento dei passi dell'Apocalisse esaminati, sia nel corpo dell'opera che nella presente Appendice, daremo innanzitutto qui di seguito una breve analisi dell'insieme dell'opera, conservando principalmente, come è stato detto (pag. 76), ciò che riguarda Gesù Cristo. [1]

«Rivelazione di Gesù Cristo... per render noto le cose che devono presto accadere... che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni»: i versi 1-2 del capitolo 1 ci fanno conoscere in questi termini il soggetto e l'autore dell'opera.

Comincia con il discorso di Giovanni alle sette Chiese dell'Asia Minore, alle quali il libro è destinato (1:4-8). La dedica è fatta «da parte di Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue,... Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto».

Segue una visione che forma l'introduzione: Giovanni, nell'isola di Patmos, scorge «uno simile a figlio di uomo, in mezzo a sette candelabri d'oro... Egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: Non temere, io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli. Tengo le chiavi della morte e della dimora dei morti...» (1:9-20). Le lettere per le sette chiese, dettate a Giovanni dal Signore Gesù, costituiscono i capitoli 2 e 3.

Poi cominciano le rivelazioni sul futuro. Sono inaugurate da una visione del trono della maestà divina; colui che vi era assiso aveva l'aspetto di una pietra preziosa; era circondato da ventiquattro vegliardi e, presso il trono, da quattro esseri viventi, simili ad un leone, ad un vitello, ad un uomo e ad un'aquila (capitolo 4).

Nel capitolo 5, Giovanni scorge presso il trono «un agnello che sembrava essere stato immolato». L'Agnello si avvicina al trono e prende dalla mano destra di colui che vi era assiso un libro sigillato con sette sigilli. Questo è il libro che contiene il futuro. I ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi dicono all'Agnello: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni nazione» (verso 9). È così che il veggente fa comprendere che l'agnello è Gesù.

I primi sei sigilli sono rotti (capitolo 6): è la rivelazione delle calamità che travolgeranno il mondo. Nel capitolo 7, gli angeli segnano col sigillo di Dio i servi di Dio, affinché siano preservati dai castighi divini; e questi eletti «gridavano a gran voce: La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello». E uno dei vegliardi spiega a Giovanni: «Non avranno più fame, né avranno più sete... L'agnello che sta presso il trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita»

Il settimo sigillo è aperto. I sette angeli che stanno davanti a Dio ricevono ciascuno una tromba. I primi sei angeli suonano in successione la tromba, dando il segnale delle catastrofi (capitoli 8 e 9).

Prima del suono della settima tromba, un angelo discende dal cielo, tiene nella sua mano un piccolo libro aperto. Una voce dal cielo ordina a Giovanni di prendere il piccolo libro e di ingoiarlo: come gli è annunciato, «in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza». E profetizza, all'ordine che gli è dato (capitolo 10). La rivelazione, enunciata nel capitolo 11, riguarda, come si vedrà, la sorte di Gerusalemme.

«Mi fu data una canna... e mi fu detto: Misura il tempio di Dio... Ma l'atrio che è fuori... non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi» (11:1-2).

«Io concederò ai miei due testimoni di profetizzare... Essi hanno il potere di chiudere il cielo affinché non cada pioggia, durante i giorni della loro profezia. Hanno pure il potere di mutare l'acqua in sangue e di percuotere la terra con qualsiasi flagello, quante volte vorranno» (11:3-6).

«Quando avranno finito la loro testimonianza, la bestia che sale dall'abisso farà loro la guerra, li vincerà e li ucciderà» (11:7). «E i loro cadaveri saranno nel luogo della grande città, che è chiamata in un senso spirituale, Sodoma e l'Egitto, là dove il loro Signore è stato crocifisso» (11:8). «Gli uomini tra... le nazioni vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo, e non permetteranno che i loro cadaveri siano messi in un sepolcro. E ... gli abitanti della terra si rallegreranno ... perché questi due profeti hanno tormentato gli abitanti della terra» (11:9).

«Ma dopo tre giorni e mezzo uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro; essi si alzarono in piedi e grande spavento cadde su quelli che li videro. Ed essi udirono una voce potente che dal cielo diceva loro: Salite quassù. Essi salirono al cielo in una nube e i loro nemici li videro. In quell'ora ci fu un gran terremoto e la decima parte della città crollò...» (11:11-13).

Poi «il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli... Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca dell'alleanza...» (11:15-19).

Il capitolo 12 fa apparire Gesù sotto un'altra forma, senza nominarla: Egli nasce nel dolore da una donna celeste, vestita di sole, la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo. Un «dragone si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorarne il figlio, non appena l'avesse partorito. Ed ella partorì un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro; e il figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono. Ma la donna fuggì nel deserto...» (12:1-6).

Un grande combattimento si svolge tra il dragone e l'angelo Michele: il dragone è precipitato sulla terra. Una voce forte dice nel cielo: «Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno del nostro Dio, e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l'accusatore dei nostri fratelli... Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell'agnello, e con la parola della loro testimonianza...» (12:7-12). 

Ma il dragone inseguì sulla terra la donna che aveva partorito il figlio maschio; la terra salvò la donna inghiottendo il fiume che, dalle sue fauci, il dragone aveva lanciato contro di lei. «Allora il dragone s'infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù. E si fermò sulla riva del mare» (12:13-18).

Allora (capitolo 13) il profeta vede salire dal mare una bestia mostruosa, generalmente considerata il simbolo della blasfemia contro Dio. «E l'adoreranno tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell'agnello che è stato immolato dalla fondazione del mondo» (13:8). Poi il profeta vede «un'altra bestia, che saliva dalla terra», che «operava grandi prodigi» e che è considerato in generale simbolo delle false profezie o di un uomo, falso profeta o anticristo (13:11-18). [2]

Tutt'altra visione nel capitolo 14: «Guardai e vidi l'agnello che stava in piedi sul monte Sion e con lui erano centoquarantaquattromila persone che avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte... Essi sono quelli che non si sono contaminati con donne, poiché sono vergini. Essi sono quelli che seguono l'agnello dovunque vada» (14:1-5).

Poi Giovanni scorge tre angeli che proclamano i giudizi di Dio (14:6-13), poi due angeli, che tengono le falci, che fanno, uno la messe, l'altro la vendemmia (14:14-20). Arrivano in seguito altri sette angeli «che recavano sette flagelli, gli ultimi, perché con essi si compie l'ira di Dio» (15:1). Essi ricevono da uno dei quattro esseri viventi che circondano il trono di Dio «sette coppe d'oro piene dell'ira di Dio», che riversano sui vari elementi del mondo, la terra, il mare, il sole...,  gesto che, ogni volta, provoca una catastrofe (capitolo 15 e 16).

Il veggente scorge allora «una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna...La donna era ammantata di porpora... Teneva in mano una coppa d'oro, colma... delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome... Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra. E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù» (17:3-6). Un angelo spiega al veggente «il mistero della donna e della bestia che la porta» (17:7-18). «La bestia che hai visto... salirà dall'abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti nel libro della vita, dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (17:8). Quanto alla donna, «simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra» (17:18). La donna rappresenta quindi Roma, la nuova Babilonia, la nemica degli ebrei e dei cristiani, e la bestia sulla quale è assisa e che si identifica con la bestia venuta dal mare, [3] è l'Impero romano. «Le dieci corna che hai viste sono dieci re... che consegnano... il loro potere alla bestia. Essi combatteranno contro l'agnello, ma l'agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re, e vinceranno anche quelli che sono con lui, i chiamati, gli eletti e i fedeli» (17:12-14). Il verso 16 del capitolo 17 annuncia, e il capitolo 18 riprende e sviluppa il tema dell'incendio della nuova Babilonia. 

La disfatta della bestia è l'opera di un essere divino, montato su un cavallo bianco e «avvolto in un mantello intriso di sangue; ... Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro; ... un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori». Queste indicazioni, di cui una ricorda il bambino nato dalla donna nel cielo, [4] e l'altra, l'agnello, [5] mostrano che si tratta di Gesù Cristo, strumento di Dio: egli fa la guerra contro la bestia, che è presa, e, con essa, anche l'altra bestia, salita dalla terra, il falso profeta: [6] «tutti e due furono gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e di zolfo» (19:11-21).

L'inizio del capitolo 20 (versi 1-10) è dedicato a Satana: un angelo afferra il dragone che è Satana; egli è legato per mille anni; alla fine di quel tempo, è rilasciato; cerca di sedurre le nazioni per impadronirsi del campo dei santi; ma un fuoco che discende dal cielo lo getta nello «stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta».

Gli ultimi versi del capitolo 20 (11-15) annunciano la resurrezione generale e il giudizio finale: «se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita» dell'agnello, segnalato nel capitolo 13, [7] «fu gettato nello stagno di fuoco».

Allora il profeta vide «un nuovo cielo e una nuova terra» (21:1) «Colui che siede sul trono disse: Io sono il principio e la fine... A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio...» (21:6-7). Dal cielo il profeta vide discendere «la città santa, la nuova Gerusalemme, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (21:9): è, simbolicamente, «la moglie dell'agnello» (21:9), — le cui nozze sono state annunciate nei primi 10 versi del capitolo 19 —. Il capitolo 21 descrive le fondamenta della città fatte di pietre preziose; le dodici porte sono dodici perle; la piazza della città è d'oro puro. Ma il profeta «non vide alcun tempio nella città, perché il Signore, Dio onnipotente, e l'agnello sono il suo tempio» (21:22). E non entreranno nella città se non coloro che sono scritti nel libro della vita dell'agnello (21:27). In quella nuova Gerusalemme, «non ci sarà più nulla di maledetto...; non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (capitolo 22, primi 5 versi).

L'opera si conclude con un epilogo (capitolo 22, versi 6-21). «Queste parole sono fedeli e veritiere; e il Signore... ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra poco». Poi si intendono le parole di Gesù, trasmesse dall'angelo a Giovanni e da Giovanni ai cristiani, e che fanno eco a quelle di Dio Padre (22:13-17; si veda più sopra, 21:6): «Io sono... il primo e l'ultimo, il principio e la fine... Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino... Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda in dono dell'acqua della vita...». E il profeta conclude: «Colui che attesta queste cose, dice: Sì, vengo presto. Amen! Vieni, Signore Gesù! La grazia del Signore Gesù sia con tutti!» (22:20-21).

Diamo ora le valutazioni di Loisy, di Goguel e di Guignebert sull'Apocalisse, come documento relativo alla carriera terrena di Gesù. 

Le interpretazioni di Loisy.

Nella sua opera Histoire et mythe à propos de Jésus-Christ (1938), in cui intendeva confutare il «miticista» Couchoud, Loisy ha affermato che l'Apocalisse si riferiva alla crocifissione di Gesù.

Egli cita la «dichiarazione formale» del Cristo (1:17-18): «Io sono il primo e l'ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli». [8] Quella dichiarazione, scrive, «presenta un significato analogo a quello dell'inno... nell'Epistola ai Filippesi: [9] il Cristo dell'Apocalisse partecipa in qualche maniera agli attributi divini, ma non è entrato nel pieno godimento di quella gloria se non dopo aver conosciuto la morte. La qualità che gli è stata dapprima attribuita (1:5): «primogenito dei morti», lo rende il primo dei morti chiamati a risorgere nella gloria, si potrebbe dire il loro capofila. È dunque morto da uomo sulla terra...». [10]

Ma, come abbiamo avuto già l'occasione di farlo osservare, a proposito degli scritti paolini, la credenza che gli eventi riguardanti Gesù hanno avuto luogo sulla terra non implica che si tratti di fatti storici recenti; il riferimento stesso di Loisy all'inno inserito nell'Epistola ai Filippesi è significativo; l'esame che ne abbiamo fatto ha mostrato che si tratta nelle Epistole paoline di un essere mitico, e quella conclusione è stata corroborata da vari passi dell'Ascensione di Isaia. [11

Loisy invoca un altro passo dell'Apocalisse (1:7): [12] «Ecco, egli viene sulle nubi e ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo hanno trafitto». «Da confrontare con il Vangelo di Giovanni 19:37». [13] Il confronto fatto da Loisy è tanto più giustificato perché, — se egli rifiuta l'attribuzione dell'Apocalisse e del quarto Vangelo all'apostolo Giovanni, che ritiene, così come Goguel, essere stato messo a morte in Palestina prima della guerra di Giudea del 66-70, [14] — Loisy pensa che l'Apocalisse, il quarto Vangelo e le Epistole di Giovanni siano stati messi sotto il nome dello stesso apostolo dai cristiani della Chiesa di Efeso, in Asia Minore, «quelli che è lecito chiamare gli editori della biblioteca giovannea». [15] Ma se ci si riporta al passo del Vangelo di Giovanni, riferito da Loisy e relativo alla constatazione della morte di Gesù da parte dei soldati romani, vi si legge questo, capitolo 19; 33. «Giunti a Gesù, lo videro già morto, e non gli spezzarono le gambe; 34 ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua...  36 Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: «Nessun osso di lui sarà spezzato». 37 E un'altra Scrittura dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Queste citazioni dichiarate della Scrittura chiariscono la maniera con cui il Vangelo di Giovanni è stato composto. Esaminiamo quella del verso 37. È tratta dal Libro di Zaccaria 12:10: «Essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico...»

Così la citazione di Apocalisse 1:7, come la presentava Loisy, dava l'impressione di un'allusione a coloro che avevano inchiodato le mani di Gesù alla croce. Il riferimento che fa lui stesso al Vangelo di Giovanni 19:37 dimostra che non lo è affatto. Senza dubbio questo Vangelo è il testo più antico che fa menzione dei chiodi nelle mani di Gesù (capitolo 20:25-27), dopo la sua morte, quando Tommaso, l'apostolo incredulo, domanda di vederne il segno. «L'usanza più comune era di fissare il condannato con delle corde», e «non è per nulla certo che Gesù sia stato inchiodato alla croce», ha scritto Goguel. [16] Il Vangelo secondo Marco, il più antico, e gli altri Vangeli «sinottici», [17]  secondo Matteo e secondo Luca, tacciono a questo proposito. «Se in Luca (24,39) Gesù risorto mostra le sue mani e i suoi piedi ai suoi discepoli, è per far loro constatare che non è un fantasma.... Giustino martire... è il primo che», — a metà del II° secolo — «parla di chiodi nei piedi». [18] Però si può constatare che questa crocifissione di Gesù è menzionata dal Vangelo di Giovanni in un altro capitolo (20) rispetto a quello (19) che si avvicina all'Apocalisse, e si è visto che il verbo «trafiggere» ha per soggetto, non gli autori, diretti o indiretti, ordinatori o agenti di esecuzione, responsabili della crocifissione di Gesù vivo, ma il soldato romano che, con una lancia, ha trafitto il costato del Gesù morto.

Inoltre, e soprattutto, il riferimento fatto dallo stesso Vangelo di Giovanni ad un testo di Zaccaria mostra l'origine dell'espressione: «coloro che lo hanno trafitto». L'autore del Vangelo secondo Giovanni l'ha ispirata a Zaccaria, ma forse dopo averla letta nel verso 1:7 dell'Apocalisse; e forse anche l'autore di quest'ultimo verso, in un'opera così intrisa della tradizione ebraica, si era ricordato lui stesso di Zaccaria. [19] Vi sono, in conclusione, molte probabilità del fatto che non vi sia nessuna allusione nell'Apocalisse (1:7)  ad un fatto storico e recente, e, in ogni caso, una tale allusione non è per nulla stabilita. 

In un'opera precedente, Les origines du Nouveau Testament (1936), Loisy aveva rilevato, di passaggio, il verso seguente della Conclusione dell'Apocalisse 22:16: «Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino». Lo aveva accompagnato con il seguente commento: «... Molto probabilmente, non si tratta della stella che», — nell'antico libro della Bibbia, Numeri 24:17, — il profeta «Balam diceva uscire da Giacobbe, ma del pianeta Venere, in quanto una grande potenza astrale, cosicché, infine», la tradizione ebraica si mostra «intrisa di mitologia astrologica». D'altra parte l'attenzione per la discendenza di Davide ci orienta» verso la predicazione evangelica, che in quel momento «noi dobbiamo supporre in via di sviluppo...». [20] Sulla discendenza di Davide, abbiamo già citato, all'occasione di un passo della Epistola paolina ai Romani, l'opinione dello stesso Loisy: «Si è fatto Gesù discendente di Davide, perché era ritenuto che il Messia dovesse esserlo». [21] Quanto al commento sulla «mitologia astrologica», che viene a influenzare la tradizione ebraica, si comprende che Loisy non si sia sognato di includerlo in un libro avente per scopo di confutare un «miticista».

 Loisy ha d'altra parte esaminato il significato della figura dell'Agnello. «Si può dire che vi è là l'unico nome del Cristo, l'Agnello immolato, e che, nell'Apocalisse, vi è costantemente menzione del sangue dell'Agnello... Il Cristo-Agnello... si è sostituito... all'agnello pasquale degli ebrei, tra i cristiani dell'Asia, che avevano continuato a celebrare la Pasqua ebraica nello stesso giorno degli ebrei, a differenza dei cristiani di altre Chiese, che celebravano la loro Pasqua nella festa speciale della Resurrezione, con la commemorazione precedente, il venerdì, della morte di Gesù, essendo ritenuto che costui avesse celebrato la Pasqua ebraica il giovedì... Vi è là un mito della salvezza per mezzo dell'Agnello, vittima redentrice...; è un mito del Cristo, agnello pasquale, associato, per la prospettiva profetica, alla descrizione del Servo sofferente, nel libro biblico di Isaia» («simile ad un agnello condotto al macello», 53:7). E Loisy ricorda che, in un passo mistico della 1° Epistola paolina ai Corinzi (5:7) si legge anche: «Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato». [22]

Così, mentre Goguel ritiene che «il simbolismo dell'agnello nell'Apocalisse è senza relazione con l'idea dell'agnello pasquale», [23] Loisy ne afferma l'interpretazione in questo senso. E già una tale divergenza ci autorizzerebbe a mettere in dubbio l'allusione ad un fatto storico recente. Ma se si accetta come verosimile il commento di Loisy, se si ammette, al pari di lui, che «la morte del Cristo si è sostituita al sacrificio dell'agnello come principio di salvezza», [24] una tale sostituzione non implica, di per sé, che essa si leghi ad un fatto storico recente. «Nulla prova, o più esattamente lascia intendere», scrive ancora Loisy, «che l'Essere così rappresentato dall'Agnello non sia morto sulla terra... Ciò che importa precisare, è la natura della morte commemorata (nella celebrazione della Pasqua), morte mitica di un essere mitico oppure morte reale di un essere umano investito di missione divina e soprannaturalmente glorificato. Il problema è... da risolvere... con un esame attento delle particolarità della scrittura e del significato autentico dei testi...». [25] Il problema è così esattamente posto, ma i termini stessi in cui Loisy li pone mostrano quanto sia lecito dubitare a riguardo della soluzione che vi dà.

Infine, riguardo all'Agnello dell'Apocalisse, Loisy esamina una «particolarità della redazione», alla quale attribuisce grande importanza. [26] Egli rimprovera a Couchoud di aver fatto riferimento al capitolo 13, verso 8, dove si parla degli adoratori della Bestia, «i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell'agnello, immolato dalla fondazione del mondo», [27] comprendendo che è l'Agnello che è stato immolato dalla fondazione del mondo; poiché, evidentemente, in questo caso, la sua immolazione potrebbe difficilmente essere interpretata come un'allusione ad un fatto storico recente. Ma Loisy fa osservare che un po' più avanti nell'Apocalisse (17:8) «si legge semplicemente: «gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dalla fondazione del mondo», [28] e conclude da questo confronto: «La menzione dell'«Agnello immolato» ha proprio l'aria di essere un'aggiunta nel primo passo citato. È la lista dei predestinati ad essere stata stilata dall'eternità; allo stesso modo, l'immolazione dell'Agnello è stata prevista dall'eternità», ma non è stata realizzata che più tardi. Couchoud ha replicato obiettando che Loisy ha introdotto dopo la parola «immolato» una virgola, che non è nel testo e che nulla obbliga a collocarla, isolando le parole «dalla fondazione del mondo», che si riferiscono solo a «quelli i cui nomi non sono scritti». Se «l'iscrizione o la non iscrizione nel libro della vita è stata fatta dalla fondazione del mondo», spiega Couchoud, «è logico per ciò stesso che l'immolazione dell'Agnello, causa di cui l'iscrizione nel libro della vita è l'effetto, abbia avuto luogo, anch'essa, dalla fondazione del mondo». [29] Si può aggiungere, benché non sia un argomento decisivo, che san Girolamo, nella sua traduzione latina (fine del IV° secolo), aveva compreso il testo greco in quell'ultima maniera. [30]

Ma se si ammettesse anche l'interpretazione di Loisy e se l'Agnello non è stato immolato dalla fondazione del mondo, nulla, ancora una volta, precisa l'epoca in cui è stata «realizzata» quella immolazione.

Però Loisy vuole comprendere egualmente il capitolo 12 dell'Apocalisse (il figlio inseguito dal Drago) come un'allusione ad un evento storico: l'autore «ha utilizzato un quadro, — già costruito, —un quadro ebraico dove era sfruttato un mito pagano fortemente intriso di astrologia, — se non per adattarlo al fatto di Gesù e del cristianesimo, mediante certi ritocchi e un'applicazione simbolica». Così la morte di Gesù e innanzitutto la sua esistenza terrena sembrerebbero ignorate, ma accade semplicemente che si è creduto di poterle includere in uno scorcio del quadro simbolico». [31]

E Loisy dà in seguito un'interpretazione generale della maniera con cui l'autore dell'Apocalisse ha concepito la carriera di Gesù: «Per lui... la nascita del Cristo bambino inaugura un dramma che continua e che si concluderà prossimamente. Se la vita terrena, la morte e la resurrezione del Cristo scompaiono dalla prospettiva, è perché il mito fornito» all'autore «dalla tradizione apocalittica le ignorava, e ... costituivano una sorta di parentesi nel grande dramma che ha descritto. Insomma, i tratti mitologici che trattiene sono come il segnale simbolico di tutto ciò che lascia intendere e che il lettore cristiano sa...». [32]

Questa sarebbe forse in effetti l'interpretazione che converrebbe dare all'Apocalisse, «se la vita terrena e la morte» del Cristo fossero stabilite per mezzo di altre testimonianze; ma se tali testimonianze mancano, il fatto di considerare questa vita terrena e questa morte «una sorta di parentesi» in un grande dramma non costituisce affatto un contributo positivo per stabilirne la realtà storica. [33]

Si veda a quale conclusione quasi negativa Loisy era condotto in un'opera, scritta nel 1938, dove voleva stabilire, contro un negatore, la prova di una carriera terrena di Gesù. Ma nelle opere precedenti, dove non aveva affatto tale preoccupazione, si era spinto molto più in là. «Della tradizione evangelica», scriveva ne La naissance du christianisme (1933), «l'Apocalisse ha poca cura». [34] E ne Le origines du Nouveau Testament (1936), dichiarava a proposito dell'Apocalisse: «Da un capo all'altro, è il Cristo a venire che è al centro della scena... A dire il vero, l'autore dell'Apocalisse sembrerebbe ignorare tutto» della predicazione evangelica. «Questo fatto non è significativo?». [35

Le valutazioni di Goguel.

Goguel riconosce, nella sua opera Jésus, che «il Cristo dell'Apocalisse, malgrado il nome di Gesù col quale è più spesso indicato, è un essere celeste; è il Signore che è nei cieli e di cui si attende il ritorno (1:5 e seguenti, 13 e seguenti; 3:11)...». [36]

«Ma,» — scrive d'altra parte Goguel — «questo essere celeste ha avuto una storia umana ed è per questo che è il Salvatore». Egli cita cita: [37]

a) Capitolo 1, verso 5: «Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno... Amen!»

Fermiamoci all'espressione: «il primogenito dei morti». Lo stesso Goguel ne ha dato lui stesso il commento in un'altra delle sue opere, La naissance du christianisme: «La preesistenza del Cristo è nettamente affermata. Il Cristo è il principio della creazione di Dio (Apocalisse 3:14), il primo e l'ultimo» (1:17; 2:8; aggiungere: 22:13). [38] Quella eternità è una «storia umana»? Si tratta del Cristo, si dirà, non di Gesù; d'accordo, ma nulla situa Gesù nel tempo.

b) Capitolo 1, verso 18: «Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli». [39] Morte e resurrezione di Gesù sono proprio il credo essenziale del cristianesimo: ma là ancora, nessuna indicazione di tempo.

c) Capitolo 2, verso 8: «Queste cose dice il primo e l'ultimo, colui che era morto, e che è tornato in vita». Stessa osservazione. [40

Inoltre, come non sottolineare l'estrema brevità del racconto di quella storia umana?

Goguel insiste sulla frequente menzione del sangue dell'agnello immolato: «È perché l'Agnello è stato immolato che egli è degno di rompere i sigilli del libro» (5:6 e 9); [41] quella concezione «presuppone», scrive, «una dottrina della redenzione che, come quella di Paolo, è un'interpretazione del dramma del Calvario». Senza dubbio la dottrina della redenzione è un elemento fondamentale del credo paolino, e la figura dell'«agnello immolato» la esprime in una maniera impressionante, ma si riconoscerà che è una «interpretazione» molto lontana «del dramma del Calvario». [42]

«Se non vi è, nell'Apocalisse», riconosce ancora Goguel, «alcuna allusione diretta al racconto della passione, è necessario», aggiunge, «per apprezzare la portata di questo fatto, tener conto, da un lato, della natura allegorica del libro, e, dall'altro, del fatto che è stato scritto in un momento in cui la letteratura evangelica era già abbastanza sviluppata, e la tradizione, dappertutto conosciuta. La sola menzione dell'agnello immolato evocava per i lettori il ricordo della passione con una sufficiente chiarezza».

Queste affermazioni di Goguel sollevano due osservazioni. In primo luogo, il suo ragionamento presuppone che si ammetta per la prima stesura dei vangeli l'ultimo terzo del I° secolo, come per quella dell'Apocalisse; ma abbiamo visto che Loisy non fa risalire i Vangeli prima dell'inizio del II° secolo. In secondo luogo, e soprattutto, Goguel ammette come dimostrata la «tradizione» evangelica della Passione di Gesù, come quella di un dramma umano recente; ma nella nostra rassegna degli scritti, operata per ordine cronologico, non abbiamo finora trovato alcun testo che l'attesti, e ne abbiamo trovati due, nelle epistole paoline, corroborati da altri due nell'Ascensione di Isaia, che attestano il contrario; Goguel si appoggia su ciò che si tratta precisamente di dimostrare. 

Goguel invoca ancora, per stabilire che «l'autore dell'Apocalisse conosce la tradizione evangelica», un certo numero di allusioni, che confronta a passi dei Vangeli. Egli cita: [43]

a) Apocalisse 3:3 (lettera alla Chiesa di Sardi). «Se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, e tu non saprai a che ora verrò a sorprenderti». — Vangelo di Matteo 24:43-44: «Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe... Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà» (si veda Vangelo di Luca 12:39-40).

b) Apocalisse 3:5: «Chi vincerà... confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli» — Matteo 10:32: «Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli» (si veda Luca 12:8).

c) Apocalisse 13:10: «Se uno dev'essere ucciso con la spada, bisogna che sia ucciso con la spada». —Matteo 26:52: «Tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada».

d) Apocalisse 21:6 e 22:17: «A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell'acqua della vita». —Vangelo secondo Giovanni 7:37: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» (si veda Giovanni 4:10 e seguenti).

I confronti sono esatti, ma Goguel conclude che «l'autore dell'Apocalisse conosce la tradizione evangelica»: accade, ancora una volta, che egli considera come stabilita «la tradizione evangelica»; ma si può benissimo ritenere che i Vangeli si siano ispirati all'Apocalisse. Lo si può fare tanto meglio in quanto l'Apocalisse, nell'essenzialae, non è posteriore alla fine del I° secolo, e in quanto, se Goguel data il Vangelo di Matteo e quello di Luca dall'85 al 90, e quello di Giovanni dal 90 al 100, Loisy abbassa la stesura di questi tre Vangeli tra il 130 e il 144. [44] Si può anche notare che Goguel non ha trovato alcun confronto da fare tra l'Apocalisse e il Vangelo di Marco, il più antico dei quattro, fatto che sembra andare contro una tradizione evangelica e nel senso di un semplice utilizzo, da parte dei Vangeli più recenti, dell'Apocalisse, quando la conoscenza di quella è stata diffusa.

Infine Goguel ha sottolineato, nel suo libro su Jésus, l'influenza della tradizione ebraica sull'Apocalisse: «Il capitolo 12» (la persecuzione della madre di Gesù da parte del dragone) «è certamente l'adattamento di un frammento apocalittico ebraico più antico...». È impossibile infatti ammettere che alla fine del I° secolo un cristiano si sia rappresentato il Messia sollevato al cielo immediatamente dopo la sua nascita.[45] Forse, ma allora cosa diviene della tradizione evangelica sulla vita terrena e sulla passione di Gesù? E nella sua opera su La naissance du christianisme, Goguel si è spinto più lontano ancora: «Il pensiero dell'autore dell'Apocalisse è molto più in linea con il cristianesimo palestinese che con quello paolino. Può sembrare che derivi soprattutto dalla tradizione ebraica, così tanto appare disinteressarsi della storia evangelica». [46

Si veda la prudenza delle valutazioni di Goguel sull'Apocalisse, come documento relativo alla carriera terrena di Gesù.

Le negazioni di Guignebert

Tuttavia Guignebert, esaminando nell'opera che ha dedicato a Jésus le informazioni  o allusioni che si possono trarre a suo riguardo dai vari scritti del Nuovo Testamento, elimina l'Apocalisse in poche parole: «Non abbiamo nulla da sperare.... dal simbolismo dell'Apocalisse e dalla sua glorificazione dell'Agnello immolato, che interessano solo la storia della cristologia», [47] cioè l'evoluzione dei credi relativi alla natura del Cristo-Dio, e non la sua vita in questo mondo. 

NOTE

[1] Noi sottolineeremo di seguito tutte le espressioni che possono sembrare rapportarsi alla carriera terrena di Gesù, come la presentano i Vangeli.

[2] Si veda Emile MIREAUX, La reine Bérénice, 1951, Appendice III: La data dell'Apocalisse di san Giovanni, pag. 243-245: «Quella Bestia ha un numero, che è un «numero d'uomo» (Apocalisse 13:18), ovvero che indica un uomo»: Nerone, secondo la maggior parte dei commentatori; l'insieme degli imperatori fino al 70 dell'era cristiana, suggerisce Mireaux.

[3] Si veda sopra, pag. 285 (Apocalisse 13). 

[4] Si veda sopra, pag. 284-285: «Ella partorì un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro» (Apocalisse 12:5).

[5] Si veda sopra, pag. 287 (Apocalisse 17:14).

[6] Si veda sopra, pag.285 (Apocalisse, capitolo 13).

[7] Si veda sopra, pag. 285 (Apocalisse 13:8).

[8] Si veda più sopra, pag. 282.

[9] Si veda più sopra, pag. 62 e seguenti.

[10] Loisy, Histoire et mythe..., pag. 88.

[11] Si veda più sopra, capitolo 3, sezione 1.

[12] Si veda più sopra, pag. 281-282.

[13] LOISY, Histoire et mythe..., pag. 91.

[14] LOISY, ibid., pag. 205-206.

[15] LOISY, ibid., pag. 201-203 e 205-206.

[16] GOGUEL, Jésus, pag. 445, nota 2.

[17] Si veda più sopra, pag. 14, nota 6.

[18] GOGUEL, Jésus, pag. 445, nota 2.

[19] Il riferimento diretto a Zaccaria 12:10 è fatto nelle Bibbie con concordanze, in nota ad Apocalisse 1:7.

[20] LOISY, Les origines du Nouveau Testament, pag. 324.

[21] LOISY, La naissance du christianisme, pag. 84 (si veda più sopra, pag. 256-257).

[22] Si veda LOISY, Remarques sur la littérature épistolaire du Nouveau Testament (1935), pag. 145, Les origines du Nouveau Testament, pag. 322-323, Histoire et mythe, pag. 77, nota 2, 86-87, 199-200. — Quanto al passo citato della 1° Epistola ai Corinzi, Turmel e Loisy sono d'accordo nel non vedervi una parola di Paolo; ma, come quasi sempre TURMEL (pseudonimo: DELAFOSSE) l'attribuisce alla scuola di Marcione (La I° Epître aux Corinthiens, pag. 35-36 e 142-143. LOISY a dei discepoli mistici di Paolo (La naissance du christianisme, pag. 19).

[23] GOGUEL, Jésus, pag. 95, nota 2.

[24] LOISY, Histoire et mythe, pag. 87.

[25] Ibid.

[26] LOISY, Histoire et mythe..., pag. 28.

[27] Si veda più sopra, pag. 285. — La traduzione francese data qui segue esattamente l'ordine delle parole del testo greco.

[28] Si veda più sopra, pag. 287.

[29] COUCHOUD, Jésus, Dieu ou homme? (Nouvelle Revue Française, 1° settembre 1939), pag. 408.

[30] Traduzione latina di san Girolamo, detta Vulgata (ossia testo diffuso e generalmente accettato): «quorum non sunt scripta nomina in libro vitae Agni, qui occisus est ab origine mundi».

[31] Loisy, Histoire et mythe, pag. 93.

[32] Ibid.

[33] COUCHOUD, nell'articolo citato, pag. 409, aveva, pure lui, rilevato l'espressione di «parentesi», impiegata da Loisy. 

[34] LOISY, La naissance du christianisme, pag. 37.

[35] LOISY, Les origines du Nouveau Testament, pag. 321. Per il senso dato da Loisy all'importante passo dell'Apocalisse (11:8) sul «Signore crocifisso», si veda nel corpo della presente opera il capitolo 3, sezione 2, l'Apocalisse, pag. 80-81. 

[36] GOGUEL, Jésus, pag. 95.

[37] GOGUEL, Jésus, pag. 95.

[38] GOGUEL, La naissance du christianisme, pag. 403.

[39] Si veda più sopra, pag. 282.

[40] Goguel cita ancora, 5:9: «Tu hai riscattato per Dio con il tuo sangue gli uomini di ogni nazione»; ma queste parole sono rivolte all'agnello «immolato»: è difficile vedervi una «storia umana. Per la menzione fatta da Goguel del passo relativo al «Signore crocifisso» (11:8), si veda nel corpo della presente opera il capitolo 3, sezione 2, l'Apocalisse, pag. 80, nota 89.

[41] Si veda più sopra, pag. 282.

[42] Si può segnalare che, in un'altra opera, La naissance du christianisme, pag. 404, nota 1, Goguel dichiara che la parola greca arnion è tradotta comunemente, ma scorrettamente, con agnello; la traduzione autentica è ariete; non si tratta quindi di un «debole animale, che soffre senza potersi difendere, ma di una bestia piena di forza e di ardore, che marcia alla testa dell'esercito, lo conduce e lo difende». Quest'interpretazione è evidentemente più in rapporto con la figura del Cristo guerriero del capitolo 19 dell'Apocalisse (si veda più sopra, pag. 281), nondimeno Goguel mantiene l'idea del sacrificio: «il Cristo», scrive, «è l'arnion (ariete), che è stato immolato».

[43] GOGUEL, Jésus, pag. 95, nota 1.

[44] GOGUEL, Jésus, pag. 104 e 107-108. — LOISY, Les origines du Nouveau Testament, pag. 74 e 184.

[45] GOGUEL, Jésus, pag. 97.

[46] GOGUEL, La naissance du christianisme, pag. 404.

[47] GUIGNEBERT, Jésus, pag. 27.