lunedì 16 marzo 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:16

 (segue da qui)

“Dobbiamo con ogni probabilità riconoscere in lui un romano” — così dice W. Brandt, a proposito del secondo evangelista, a pag. 83 del suo libro istruttivo del 1893 su ‘La storia evangelica’. Anche E. von Dobschütz osservava nello stesso anno (pag. 72 di un’opera sul Kerygma Petri) che l’origine romana del nostro vangelo di Marco — attestata da numerose sottoscrizioni nei manoscritti — può essere ritenuta verosimile anche per ragioni interne; tali ragioni si trovano, per esempio, nel fatto che in Marco 10:12 si presuppone come possibile il ripudio del marito da parte della moglie, nella divisione romana della notte in Marco 13:35, nella confessione del centurione romano (Marco 15:39) ai piedi della croce, e in altri simili particolari. Anche Johannes Weiss parla (pag. 127) del “Marco romano”, e nel 1905 H. von Soden, a pag. 82 della sua ‘Storia delle più antiche lettere cristiane’, ha addirittura affermato che il luogo d’origine del nostro secondo vangelo è “indubitabilmente” Roma. Ma egli ha detto anche di più. In uno scritto del 1904 ‘sulle questioni più importanti nella vita di Gesù’, ha espresso il giudizio che la calma della tempesta (Marco 4:39), la cacciata dei demoni (Marco 5:12–13), la vittoria sulla morte (Marco 5:41), la morte del Battista (Marco 6:28), le moltiplicazioni dei pani (Marco 6:41–42; 8:6–8), la camminata sulle acque (Marco 6:48), la trasfigurazione sul monte (Marco 9:2) e la guarigione del ragazzo epilettico (Marco 9:25–27) siano stati “certamente scritti per la prima volta” dall’autore del vangelo. Weiss si lascia sfuggire (pag. 148) queste parole: “Se simili episodi potevano essere raccontati da Pietro, che cosa ce ne viene in realtà?” Il fatto è che questi studiosi non sono in grado di apprezzare, né tanto meno di riconoscere sistematicamente, il ‘simbolismo’ che domina nel Vangelo; ma il loro metodo di eliminazione è andato più lontano di quanto essi stessi vorrebbero. “La cronologia”, dice Weiss di Marco (pag. 136), “è il suo punto debole”, e “la sua datazione del giorno della morte è contraddetta dai particolari del racconto della passione; il fatto che Gesù, nell’ultima cena, spezzi del pane ordinario invece del pane azzimo, mostra che quella, nonostante quanto riferisce Marco, non è stata in realtà una cena pasquale”. Aggiungiamo, di nostra iniziativa, che l’ingresso a Gerusalemme in Marco 11:1–11, [1] il deperimento del fico in Marco 11:20, il primo giorno degli azzimi in cui si immolava la pasqua secondo Marco 14:12, le spade e i bastoni di Marco 14:43, la condanna per bestemmia in Marco 14:63, [2] il gallo di Marco 14:68–72, il grido “crocifiggilo” in Marco 15:13–14, la liberazione di Barabba in Marco 15:15, Simone di Cirene che veniva dalla campagna in Marco 15:21, la confessione di fede del centurione (romano) in Marco 15:39 e la compra e sepoltura del corpo in Marco 15:46 — non contengono un genere di storia diverso dal discorso del giovane vestito di bianco in Marco 16:5.

NOTE
[1] “È discutibile al massimo grado, per esempio, già la dimostrazione messianica di Gesù al momento dell’ingresso” (J. Weiss, ‘Gesù di Nazaret: mito o storia?’, pag. 152).
[2] “In particolare sono state sollevate obiezioni contro la rappresentazione del modo di procedere nel processo, e a ragione” (Ibid.).