martedì 3 novembre 2026

Sulla cancellazione di Cristo dalla Storia — I simboli fallici

 (segue da qui)


I simboli fallici

È proprio così. Sarebbe oltremodo ingiusto imporre alle antiche credenze le norme proprie del pensiero moderno e applicarle a esse senza tener conto del contesto storico. A quell’epoca si riteneva infatti che tutte le forze della natura fossero sacre; e, fra queste, la forza della creazione e della generazione occupava il grado più alto della sacralità. Venerare il Sole, che feconda la terra con la sua luce e il suo calore, e venerare gli organi genitali dell’uomo e della donna, che nel mondo animale costituiscono per lo più la fonte della riproduzione, non sono altro che forme diverse di venerazione per questa forza colma del soffio della vita. Ecco perché in tutte le sculture dell’antichità troviamo gli organi genitali maschili e femminili rappresentati ora in modo naturalistico, ora in forma simbolica. Tuttavia, anche il modo di rappresentare tali elementi, con il progredire della civiltà, diventa gradualmente più conforme alle consuetudini e più elaborato, e vi vengono apportati vari perfezionamenti e modifiche. Nel mondo primitivo, una persona poteva non provare alcuna vergogna nel mostrarsi nuda, come accade nella storia di Genesi; crescendo e sviluppandosi, invece, arrivava a indossare abiti che le conferissero un aspetto dignitoso agli occhi degli altri, e in seguito persino a ornarsi con simboli religiosi. Ma il corpo in sé non cambia per il fatto di essere coperto dagli abiti. Allo stesso modo, dobbiamo comprendere che, per quanto un’idea possa essere adornata con simboli sempre più raffinati ed elaborati, il pensiero e il concetto originari rimangono fondamentalmente gli stessi.

Sir George Birdwood, nella prefazione alla traduzione dell’opera del conte D’Alviella, The Migration of Symbols, afferma quanto segue: «L’uomo antico vedeva ovunque all’opera la forza della creazione, la forza colma del soffio della vita, e desiderava rappresentare il portatore di questa entità spirituale priva di forma mediante oggetti reali dotati di una forma determinata. Ovunque questa forza ricorreva, essa si serviva di strumenti estremamente comuni […] Che i popoli semitici — cioè i Semiti, e in particolare gli ebrei — chiamassero le immagini di pietra o di legno a forma di fallo beth-El (letteralmente “casa di Dio”), oppure semplicemente El (“Dio stesso”), era un comportamento scaturito da quella mentalità primitiva, schietta, priva di ornamenti e di artifici, che accettava le cose così come erano. Astarte, la dea semitica della fertilità e della fecondità venerata in varie parti del mondo mediterraneo, aveva come simbolo il cipresso (Cupressus sempervirens), che produce frutti sferici dalla forma fallica. Esso era uno degli alberi della vita dell’Asia occidentale (Arbores vitae), e da esso derivò il simbolo della dea che nelle sculture fenicie appare sotto forma di una torre triangolare. Anzi, anche l’amuleto della Vergine Maria nell’Europa meridionale, rappresentato dal robusto cipresso, deriva dalla medesima tradizione; e dopo il 16° secolo gli uomini arrivarono a considerare sacro persino l’albero della vita americano (Thuja occidentalis), utilizzandolo come simbolo di Maria. Tutte queste forme di rappresentazione nacquero esattamente dallo stesso impulso primitivo, schietto, privo di ornamenti e artifici che spingeva gli Indiani a erigere ovunque il lingam (fallo) e la yoni (vulva), oppure a unirli insieme, e a inginocchiarsi e pregare davanti alle loro immagini, venerandole come il simbolo supremo del dio creatore. Il culto fallico, dunque, per l’uomo antico non poteva non diventare una pratica del tutto comune e naturale, anzi necessaria».

Così, la forza colma del soffio della vita divenne essa stessa immediatamente un dio, e divenne oggetto di venerazione. L’unione dei due sessi, maschile e femminile, divenne a sua volta oggetto di venerazione, verso il quale tutti gli uomini si volgevano con gioia e sottomissione e al quale aspiravano ardentemente come un assetato cerca l’acqua. Il cielo si unisce alla terra e l’uomo si unisce alla donna: su una tale concezione si fondarono e si svilupparono le basi di tutte le religioni. 

Così, gli uomini dell’antichità, che avevano dapprima individuato negli organi genitali umani il simbolo che rappresentava la forza colma del soffio della vita, proseguirono il loro ragionamento e cercarono nell’universo l’oggetto che potesse simboleggiare tale forza, individuandolo nel Sole. Nell’antica Persia, il cielo veniva chiamato Jupiter o Jupater: questo nome significa «Ju, il padre».

E l’organo genitale di questo cielo, padre di tutte le cose — cioè del Creatore — rappresentava il Sole. La sua luce e il suo calore fecondano la terra e generano tutte le cose che esistono sulla superficie terrestre. Perciò il Sole, proprio come il cielo stesso, venne immediatamente venerato come padre di tutte le cose e divenne il simbolo posto sulla corona dell’immagine del dio supremo.