martedì 25 agosto 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — Il mito dei misteri

 (segue da qui)

Il mito dei misteri 

Il culto di Mitra proveniva dalla Persia e si unì alle speculazioni astrologiche dei Babilonesi. Così Mitra divenne il dio del sole, che con i suoi raggi scacciava le potenze delle tenebre. Al tempo stesso proteggeva le anime dei morti dall'assalto dei demoni quando esse attraversavano il fatale ponte. Tutto ciò costituiva ancora una concezione naturalistico-filosofica e animistica, alla quale si associò poi una rigorosa etica ascetica, che procurò a questo culto misterico un vasto seguito soprattutto negli ambienti militari. Mitra era considerato, secondo l'autentica tradizione persiana, al tempo stesso come dio della guerra contro tutti gli spiriti maligni, come il sacro fuoco e come il sole invincibile. Meravigliosi erano i racconti sulla sua singolare nascita, sulle sue imprese possenti, sul suo banchetto d'addio e sulla sua ascesa presso gli dèi.

La terra era ancora deserta e vuota, priva di piante e di animali. Solo da qualche parte, in un altro luogo, probabilmente dunque nel cielo, cresceva presso una sorgente un albero che proiettava la sua ombra su una roccia, la quale in seguito fu chiamata la «pietra generatrice». Dei pastori passavano di là; essi dovevano essere anch'essi esseri divini, poiché allora non esistevano ancora uomini. Essi videro un grande prodigio. La roccia si spaccò e da essa emerse una testa coperta da un berretto frigio. Mitra uscì dalla pietra: un piccolo bambino nudo che teneva in una mano un coltello e nell'altra una fiaccola per illuminare le tenebre della notte. I pastori rimasero stupiti davanti a quel grande miracolo e adorarono il bambino. Poiché però soffiava un vento impetuoso e faceva molto freddo, il giovane Mitra si rifugiò tra i rami del sacro fico. Ne raccolse i frutti e se ne nutrì, e tagliò le foglie per coprire il suo corpo nudo. A questa meravigliosa origine corrispose il successivo corso della vita del dio. La più grande delle sue imprese fu la vittoria sul toro sacro. Naturalmente non gli riuscì senza una dura lotta. Era balzato sul dorso dell'animale, che si lanciò via in una corsa sfrenata e alla fine disarcionò il suo cavaliere. Ma Mitra, durante la caduta, aveva afferrato le corna e non le lasciò più, benché venisse trascinato sul terreno, finché infine il toro si sfinì.

Allora il dio lo afferrò per le zampe posteriori e lo trascinò all'indietro dentro una grotta, lungo un cammino disseminato di ostacoli, che in seguito apparve ai fedeli come simbolo del pericoloso pellegrinaggio terreno dell'uomo. Ma dal cielo Mitra ricevette il crudele ordine di uccidere il fedele animale. Per quanto interiormente vi si opponesse, dovette tuttavia obbedire al comando del dio celeste. Il toro, che forse intuiva il proprio destino, fuggì. Mitra lo inseguì con il suo cane e infine ricondusse nella grotta l'animale esausto. Là il dio afferrò la vittima per le narici e la trafisse con il suo coltello da caccia. Ma allora accadde qualcosa di straordinario, che può essere descritto al meglio con le parole di Franz Cumont, lo storico di questi culti misterici. [1]

«Allora avvenne un prodigio straordinario: dal corpo dell'animale nacquero tutte le erbe e le piante benefiche che con il loro verde rivestono la terra. Dal suo midollo spuntò il grano, che dà il pane, e dal suo sangue la vite, che fornisce la bevanda sacra dei culti misterici. Per quanto lo spirito maligno potesse scagliare contro l'animale agonizzante le sue impure creature per avvelenare in esso la sorgente della vita, lo scorpione, la formica e il serpente tentarono invano di divorare gli organi genitali del fecondo quadrupede e di berne il sangue; essi non riuscirono a impedire il compimento del miracolo. Il seme del toro, raccolto e purificato dalla Luna, generò ogni specie di animali utili, e la sua anima, protetta dal cane, fedele compagno di Mitra, si elevò alle sfere celesti, dove, divenuta divina, sotto il nome di Silvano assunse la custodia delle mandrie. Così l'eroe uccisore del toro, mediante il sacrificio che aveva deciso di compiere, era divenuto il creatore di tutti gli esseri apportatori di salvezza, e dalla morte che egli aveva provocato era scaturita una vita nuova, più ricca e più feconda». In questo modo Cumont descrive il mito, e poiché subito dopo sentiamo parlare della creazione della prima coppia umana, si può quasi supporre che anche l'uomo sia nato da qualche parte costitutiva del toro sacrificato. In ogni caso egli poté comparire soltanto dopo che la terra si fu coperta di erbe, piante e animali, poiché altrimenti gli sarebbe mancata ogni possibilità di sopravvivenza. Anche l'uomo, dunque, doveva la propria origine a quel più fecondo di tutti i quadrupedi.

Chi è questo singolare toro? Quale simbolo si cela dietro di lui, quale speculazione, e che cosa significa propriamente questo rapporto così intimo e al tempo stesso così strano, insieme ostile e amichevole, tra il dio e il toro? Per uno studioso dei miti non può esservi alcun dubbio: in queste due figure abbiamo davanti a noi soltanto due forme evolutive di una medesima concezione religiosa fondamentale. In origine, quando era ancora viva la venerazione degli animali come dèi, il toro non era altro che Mitra stesso. Più tardi, tuttavia, una cultura in progresso pretese un dio dalle sembianze umane, senza però osare abbandonare completamente l'antichissima e sacra tradizione. Nacque così quella ben nota mediazione che pose un dio divenuto uomo in rapporto mitologico con un animale a lui particolarmente sacro, consentendo alla fantasia capricciosa dei narratori di sbizzarrirsi in una moltitudine di variazioni. In origine, dunque, il toro era un essere divino al quale dal cielo venne ordinato di lasciarsi sacrificare. Naturalmente il dio-animale, pieno di attaccamento alla vita, dapprima si oppose a questo triste destino, ma infine si sottomise umilmente al duro comando e non ebbe motivo di pentirsene. Dal suo sangue, dalla sua carne e dal suo seme nacquero tutte quelle piante e quegli animali utili mediante il cui allevamento, secondo la nota credenza persiana, veniva combattuto il regno della siccità e delle tenebre, il dominio di Ahriman. Probabilmente anche l'uomo ebbe origine dal corpo del toro e, per analogia con numerosi miti simili, si può addirittura andare molto oltre: verosimilmente l'intero mondo, il cielo e la terra, fu creato dal corpo del dio ucciso. Come, per scegliere l'esempio più immediato, il cosmo babilonese nacque dalla carne, dalle ossa e dal sangue della Tiamat uccisa da Marduk, la quale era però un mostro ostile. Tuttavia questa differenza significa ben poco per un pensiero religioso primitivo, che oscillava continuamente tra venerazione e paura, tra gratitudine e odio. Nella leggenda del toro di Mitra abbiamo evidentemente davanti a noi un'eticizzazione del mito dell'animale del caos, abbattuto da un dio affinché dal suo corpo venisse creato il mondo. Qui il mostro stesso è già diventato una divinità, che non ostacola affatto la creazione, ma si offre volontariamente in sacrificio per essa. Anche il vero e proprio processo della creazione del mondo è ormai terminato; si tratta soltanto di scacciare dalla terra, ancora deserta e vuota, gli spiriti maligni e di farvi sorgere la vita. Ma perché è necessario un sacrificio? Perché qui entra nuovamente in gioco una di quelle oscure e profonde rappresentazioni dell'età primitiva, che costituirono il terreno enigmatico e fecondo dal quale germogliò il meraviglioso albero della cultura religiosa.

Si trattava di placare la morte mediante un sacrificio espiatorio. Come un cannibale che mangiava la carne del nemico abbattuto si appropriava in tal modo delle forze dell'ucciso, cosicché la morte dell'uno significava per l'altro una vita accresciuta, allo stesso modo anche il demone malvagio del mondo sotterraneo voleva saziarsi del sangue e della carne di una vittima. Per questo inviava carestie, inondazioni e calamità e minacciava di sterminare e divorare il genere umano per nutrirsene e accrescere la propria forza. Perciò il gigante malvagio delle fiabe popolari è sempre, al tempo stesso, un rappresentante dell'oltretomba e un divoratore di uomini. Ma con questo essere selvaggio era possibile trattare, e si poteva negoziare una riduzione delle sue pretese. Se gli veniva immolato il miglior uomo di un popolo, il re o il figlio del re, oppure talvolta anche la figlia del re, allora egli lasciava vivere la massa meno importante e cessava di tormentarla con pestilenze e diluvi. Così si gettò nell'abisso Marco Curzio; così le più nobili fanciulle ateniesi e lo stesso figlio del re venivano offerte in sacrificio al Minotauro cretese. Dietro questa leggenda si celava una terribile realtà, poiché nei tempi di necessità il popolo impaurito spesso metteva a morte tra tormenti i propri re e nobili, come riferisce Erodoto a proposito degli Sciti. Un simile sventurato veniva impiccato agli alberi, oppure infilzato su un palo o trafitto con le lance; talvolta era persino macellato direttamente come una vittima sacrificale. Per esempio, ancora in epoca storica documentata, un re di Moab sacrificò suo figlio sulle mura della città e in tal modo salvò la città assediata. I nemici infatti erano abbastanza superstiziosi da attribuire a quell'orrore una grande efficacia e si ritirarono rapidamente. Perfino in età ellenistica, dunque nella piena luce della storia, un orrore simile, anzi ancora più estremo, si verificò presso il colto popolo dei Cartaginesi. Agatocle assediò la città e la ridusse alla massima disperazione. Allora i Cartaginesi si ricordarono che da lungo tempo non avevano più offerto a Baal, il dio della distruzione, i dovuti sacrifici di bambini. Non vi era dubbio che l'idolo fosse adirato, e un feroce entusiasmo patriottico si impadronì degli animi. I nobili accorsero gareggiando tra loro e offrirono i propri figli, che venivano deposti dalle stesse madri nelle braccia incandescenti della statua di bronzo e vi morivano miseramente bruciati. I bambini appartenevano, come le vergini e i re, ai beni più preziosi di un popolo, quelli che il demone desiderava maggiormente. È del tutto probabile che in seguito i Cartaginesi abbiano attribuito la salvezza della loro città proprio a tale empietà sacrificale.

Ma lo spirito maligno esisteva già prima della creazione del mondo, e questo demone della morte stava in agguato per divorare immediatamente ogni vita nascente e incorporarla in sé. Perciò Marduk dovette anzitutto uccidere Tiamat, per poter fondare il cielo, la terra e il cosmo stesso. Nella religione persiana esisteva tuttavia una dottrina che, in fondo, era più coerente: Ahriman, il dio della distruzione, era ancora vivo e sarebbe stato ucciso soltanto in un lontano futuro. Come era stato dunque possibile, all'inizio, generare il cosmo vivente senza che il mostro lo annientasse? Ciò era stato reso possibile mediante un sacrificio sostitutivo. Dio gli immolò il più caro dei suoi figli, e in cambio il demone acconsentì a non impedire la creazione del cielo, della terra, degli animali e degli uomini. Questa era l'idea fondamentale del mito della creazione del mondo e, in modo del tutto naturale, ad essa si collegava il miracolo della resurrezione, la leggenda del diavolo ingannato, narrata in mille varianti. L'ucciso tornava infatti nuovamente alla vita e risaliva presso suo padre; e il demone, ormai raggirato, poteva sì tormentare e minacciare il mondo ormai creato, ma non poteva più distruggerlo. In questo senso va inteso il fatto che l'anima del toro ucciso venga protetta dal cane fedele contro tutti gli assalti dello scorpione, della formica e del serpente e salga al cielo, dove assume la custodia delle mandrie come dio Silvano. Evidentemente, per l'immaginazione dei popoli pastorali, il demone della morte si incarnava con particolare frequenza nella bestia rapace che irrompeva nelle greggi. Il toro, o il bufalo, invece, affrontava la lotta con le sue possenti corna e sconfiggeva il predatore, cioè la morte, forse al prezzo della propria stessa vita.

Così, nell'epoca della venerazione degli animali, esso era esso stesso il dio-pastore sacrificato e salvato. Quando più tardi un dio dalle sembianze umane prese il suo posto, il toro conservò nondimeno un diverso significato. Con il progresso della civiltà non si volle più praticare sacrifici umani, ma al tempo stesso non si desiderava rinunciare all'idea della morte espiatoria nel culto. Così il toro tornò a essere onorato, poiché, secondo una concezione mistico-panteistica, esso rappresentava in qualche modo anche il dio-uomo Mitra. In ogni caso, il toro di Mitra rese possibile, mediante il proprio sacrificio, la nascita del mondo e degli uomini; poi fu resuscitato e salì al cielo.

Tuttavia appare azzardato costruire qui una sorta di filiazione di Mitra nei confronti del dio supremo, poiché le tracce della tradizione sono quasi completamente svanite. Sappiamo soltanto che all'inizio Mitra combatte e sconfigge il dio Sole e che in seguito si riconcilia con lui e gli restituisce la corona raggiata. Successivamente, però, sembra che il dio Sole possieda la maggiore autorità, poiché è il suo comando a costringere il riluttante Mitra a uccidere il toro. Al tempo stesso, però, lo stesso Mitra veniva celebrato negli inni come il «Sole invincibile», e ci troviamo qui di fronte a quel dualismo panteista che è caratteristico delle speculazioni religiose della tarda antichità. Il richiamo ai culti misterici egizi è particolarmente illuminante. Osiride è il padre di Horus, il nuovo sole che prende il posto del sole tramontato, cioè del padre ucciso; ma poi egli stesso diventa nuovamente Osiride e, come tale, muore e tramonta. In quell'epoca di generale mescolanza delle credenze religiose sarebbe assai improbabile che l'Egitto non avesse esercitato alcuna influenza sull'Asia Minore, o Osiride su Mitra. Anche qui il dio Sole ci appare contemporaneamente come padre e figlio; e quando Mitra lo sconfigge, ciò significa che in quell'istante un nuovo sole sorge mentre il vecchio tramonta. Ma poi la scena cambia, e ora è di nuovo il dio Sole, l'Ahura Mazda dei Persiani, a detenere il potere; e Mitra deve obbedire al padre di tutti gli dèi, gli spiriti e gli angeli, dunque anche al proprio stesso genitore. Poiché inoltre egli stesso è il toro, il sacrificio del figlio può considerarsi, per lo studioso dei miti, quasi dimostrato. Ma chi era la madre dell'uccisore del toro?

Egli nasce dalla roccia, dalla terra ancora deserta e vuota, e appare come il suo primo frutto. Ciò rimanda a una dea della terra, a una rappresentante della natura e della fecondità; e il fatto che il culto di Mitra, in età imperiale, mantenesse quasi sempre rapporti di buona amicizia con i culti misterici della Grande Madre, al punto che le due celebrazioni venivano spesso associate, sembra confermare ampiamente questa ipotesi. Nondimeno, questa setta dei fedeli di Mitra, così marcatamente maschile e militare, non concesse mai al principio femminile uno spazio eccessivo. I contorni del mito restano tuttavia ancora riconoscibili. Il supremo tra gli dèi genera, insieme alla dea della terra, il bambino prodigioso, che subito dopo la nascita viene salutato dai cori angelici dei pastori come sovrano. Ma un duro destino è riservato a questo figlio divino. Egli deve morire dissanguato come vittima sacrificale, per placare il demone della morte e rendere possibile la vita sulla terra per gli animali e per gli uomini. Allora avviene un prodigio straordinario. L'ucciso viene resuscitato e sale al cielo, dove, come primo e più potente dei pastori, custodisce le greggi celesti. Soprattutto, però, occorre fissare il risultato fondamentale: la morte sacrificale di un dio e la possibilità stessa della creazione del mondo appaiono qui inseparabilmente connesse.

Ciò è ancora riconoscibile anche nella mitologia di Iside e Osiride, sebbene qui il motivo abbia già sviluppato una ricca molteplicità di ramificazioni. Osiride viene ucciso e smembrato da suo fratello Seth, il demone della morte, e in tutte le province dell'Egitto si trovavano tombe di Osiride nelle quali si riteneva fossero sepolte le singole parti del corpo del dio. Un'altra leggenda raccontava invece che Iside ricompose il corpo smembrato del marito assassinato e così riportò Osiride a nuova vita. Tifone-Seth viene poi sconfitto da Horus, il figlio nato dopo la morte del padre, il quale ne vendica l'uccisione. Certo, Horus era considerato figlio di Osiride; ma al tempo stesso, nelle dottrine esoteriche, era identificato con l'universo, con il cosmo, che anche la filosofia platonica, sotto l'influenza egizia, chiama «Figlio di Dio». Inoltre, secondo la dottrina sacerdotale, Horus era nuovamente Osiride stesso, il figlio, lo sposo e il fratello di Iside. Questo antichissimo panteismo mistico cancellava continuamente, com'è naturale, la distinzione tra padre e figlio, cosicché anche Osiride veniva spesso identificato con il cosmo, con l'universo. Il suo corpo smembrato rappresentava dunque il corpo del mondo morto e fatto a pezzi, che viene nuovamente vivificato dalla dea della terra, Iside. Un'altra forma di questa rivivificazione è costituita dal fatto che Iside genera Horus, cioè il cosmo, il nuovo Osiride, e lo salva dalle persecuzioni di Tifone. Prima, tuttavia, Osiride doveva morire affinché il mondo, cioè Horus, potesse nascere. Questo orientamento verso il principio generativo, verso la creazione del mondo nel senso più ampio, è ulteriormente confermato dal fatto che Osiride nei templi veniva spesso venerato sotto la forma di un fallo adornato di frutti. La nascita della vita e il sacrificio mortale sono dunque percepiti anche nel mito egizio come una profonda unità inseparabile.

Non più con quella semplice grandiosità della concezione, ma forse con ancora maggiore chiarezza, il nesso si rivela nel mito di Attis e di Adone. All'inizio della leggenda di Attis vi è una divinità androgina. Questo essere immenso e pericoloso perfino per gli dèi fu privato dell'organo maschile, che venne poi gettato nell'acqua. Immediatamente sulla riva del fiume crebbe un mandorlo e, quando un giorno una ninfa fluviale colse una mandorla e la mangiò, rimase incinta e diede alla luce il giovane e bellissimo dio Attis. L'antico essere androgino, però, dopo la castrazione era diventato una donna, la Grande Madre, che si innamorò di Attis e si unì a lui. Egli tuttavia le fu infedele per amore della figlia del re di Pessinunte. Ma nel giorno delle nozze la dea punì l'infedele con la follia. In preda al delirio egli fuggì e si evirò accanto a un pino, nel quale si rifugiò il suo spirito mentre moriva. La dea pianse con dolore la perdita dell'amato, e la leggenda stessa, in realtà, non sa più nulla di una resurrezione di Attis. Il culto, invece, il mistero, la conosceva bene. Si lamentava la sua morte con canti funebri e poi si celebrava la sua rinascita con esultanza sfrenata. I sacerdoti si eviravano nell'estasi; le donne piangevano, si battevano il petto e danzavano; e un abete ornato di violette veniva portato in processione. Anche qui l'abete e la violetta avevano originariamente rappresentato il dio stesso, e si può liberare questa leggenda dalle sue aggiunte razionalizzanti e concludere tranquillamente che, in origine, l'abete e la violetta nacquero dal sangue e dal seme dell'organo maschile esattamente come prima era nato il mandorlo. L'essere androgino richiama inoltre figure analoghe presenti nei sistemi gnostici, profondamente fecondati dal misticismo orientale. Nei cosiddetti scritti del «grandissimo Hermes», il profeta o dio Poimandres racconta al suo devoto discepolo che in principio tutti gli dèi e i primi esseri umani generati dagli dèi erano di natura androgina. Poi improvvisamente una frattura attraversò la creazione e i sessi si separarono; e solo allora, secondo una tesi peraltro singolare, divennero possibili la riproduzione e la moltiplicazione. In origine, probabilmente, si affermava piuttosto che proprio grazie a questa separazione la creazione del mondo fosse diventata possibile: una terra sulla quale potessero vivere e moltiplicarsi uomini e donne come li conosciamo oggi. Quegli esseri primordiali bisessuati dovettero prima scomparire — forse furono eliminati mediante un atto violento — affinché il cosmo potesse sorgere nella forma attuale. Questa idea naturalistico-filosofica si fuse poi, nel mito di Attis, con quell'altra del sacrificio mortale; così come, probabilmente, nel culto, a un certo momento, la castrazione prese il posto dell'originario sacrificio umano. Da qui deriva la singolare morte di Attis: ed è soltanto attraverso questa evirazione che la vita fiorisce e la terra si ricopre di vegetazione. Naturalmente la Madre doveva piangerlo e, naturalmente, era al tempo stesso sua sposa e amante, poiché Attis, una volta risorto, diviene il dio supremo e creatore del mondo, come Osiride, che nel ciclo della vita genera sé stesso insieme alla dea della terra e della natura. [2] In un mito naturalistico non vi era semplicemente altro modo per esprimere il superamento della morte.

Come nel caso di Attis, anche per l’Adone siriaco deve essersi trattato sostanzialmente dello stesso fenomeno, poiché il suo culto costituisce quasi un tramite tra lui e Osiride. Adone (Adonai = Signore) viene ucciso da un cinghiale, così come Osiride da Seth sotto forma di cinghiale, perché Afrodite amava il bellissimo giovane e perciò Ares, il dio della guerra e della morte, per gelosia mandò il cinghiale contro di lui. Dalla sua morte nacquero le violette. Con grande dolore egli fu sepolto da donne piangenti, per poi — come rappresentava il culto — risorgere il terzo giorno, evento per il quale si levava una grande esultanza. La celebrazione del lutto e della gioia si svolgeva in primavera ed era dunque collegata simbolicamente alla nuova vita della natura. Il senso originario era tuttavia questo: che la vita stessa poteva nascere soltanto attraverso la morte sacrificale del dio, e che, nonostante ciò, il dio alla fine sfuggiva al demone e, come ricompensa, diventava il primo e il più grande fra gli dèi. Lo si chiamava il «Signore», e questo termine nella lingua religiosa semitica indicava appunto il titolo supremo e designava l’onnipotenza divina. Dunque, ovunque ricorre il medesimo pensiero fondamentale nel mito dei culti misterici, e si può lasciare alla fantasia del lettore il compito di esaminare alla luce di questo principio le altre tradizioni dello stesso tipo, per esempio il mito dello Zagreo trace. Non si tratta più di accumulare nuovi e nuovi elementi né di aggiungere un’eccessiva abbondanza di racconti. Una cosa è ormai chiara: il rapporto tra la morte e la creazione del mondo costituì il fondamento naturalistico dei culti misterici, sul quale si innalzò poi la costruzione etica della dottrina dell’immortalità.

Naturalmente era molto vicino applicare nuovamente il dramma dell’età primordiale al letto di morte di ogni singolo uomo. Se un’anima voleva salire dopo la morte, il demone stava in agguato per tormentarla o, più precisamente, come probabilmente diceva la concezione più antica, per annientarla completamente. Ma essa veniva salvata, proprio come un tempo era stata salvata l’anima del dio ucciso dei culti misterici. Questo dio divenne la guida e l’accompagnatore dei morti che salivano e il loro protettore contro i demoni. Durante la vita essi avevano mangiato il cibo mistico, che in realtà era Mitra stesso o Dioniso stesso, e in tal modo si era formato in loro un principio indistruttibile di immortalità. Conoscevano i segni misterici, i nomi e i sigilli davanti ai quali i demoni dovevano indietreggiare atterriti. Tutto ciò veniva loro affidato, per così dire, dal dio durante le iniziazioni e serviva loro come arma e come bastone nel corso della pericolosa ascesa. Attraverso questo collegamento con l’idea dell’immortalità, il pensiero dei culti misterici si ampliò fino a comprendere che il dio era morto non soltanto per la creazione del mondo, ma anche per amore dell’anima di ciascun individuo. Si può comprendere quale ardore di gratitudine nei confronti del loro capo divino dovesse essere suscitato nell’animo dei credenti. Il macrocosmo era diventato un microcosmo dell’aldilà; il passato della creazione era divenuto il futuro dell’immortalità di ciascun individuo. Ciò conferiva una bella unità e una grande fiducia, finché il nuovo pathos etico non si era ancora impadronito di tali rappresentazioni. Ma non appena questo elemento di fermentazione entrò in gioco, si produsse una tensione dualistica, e la speranza si trasformò spesso in dubbio e disperazione, in timore e terrore.

Se soltanto la più perfetta assenza di peccato, la più assoluta mortificazione dei desideri garantiva l’immortalità, chi avrebbe mai potuto sfuggire allora ai demoni della morte? E sarebbe stato poi anche solo pensabile che questo mondo terreno fosse stato creato da un dio, per di più dal primo di tutti gli dèi? E non sarebbe stato ancora più impossibile che, a causa di questo mondo e della cattiva materia, un altro dio fosse morto? No: questo mondo doveva piuttosto essere opera del più alto dei demoni stessi, colui che aveva creato il mondo e gli uomini, perché sapeva che, in un simile regno della caducità, essi prima o poi sarebbero stati destinati alla morte. Così il cosmo fu improvvisamente considerato come una manifestazione dell’«assassino fin dal principio», come veniva chiamato il «Principe di questo mondo», per indicare che egli era il creatore dei corpi umani peccaminosi e perciò mortali, soggetti alla corruzione. Tuttavia l’onnipotenza non aveva completamente abbandonato l’uomo e, fin dall’inizio delle cose, era riuscita a mescolargli un elemento di luce proveniente dall’aldilà. Quando poi il corpo moriva, il corpo di luce, con l’aiuto dei culti misterici, saliva al cielo, e il primo assassino veniva privato del premio della sua creazione del mondo. Egli infatti non si era accorto che, insieme alla sua opera, se ne compiva un’altra analoga, che alla realtà terrena e materiale sovrapponeva, con un segreto e benevolo inganno, una sostanza ultraterrena tratta dalla luce celeste. In ogni caso esistevano ormai due creazioni del mondo, e il pensiero cosmologico aveva raggiunto la sua più estrema scissione. Avremo ancora occasione di parlare di queste speculazioni giudeo-gnostiche, che avevano già alle spalle una lunga storia prima di condurre, nel 2° secolo, alla separazione degli spiriti nella Chiesa nascente. Data la connessione di tutti gli sforzi religiosi di quelle epoche, non può esservi alcun dubbio che anche tra i sacerdoti dei culti misterici dell’Asia Minore e dell’Egitto fossero presenti concezioni cosmologiche fondamentali analoghe.

Ancora più importante fu la trasformazione che ebbe luogo nel culto. Certamente questo processo fu di natura così graduale, e alcune delle sue manifestazioni risalivano a un’epoca così remota e si fondavano su concezioni primordiali così indistruttibili, che sarebbe azzardato voler stabilire una cronologia per ogni singolo elemento. Tuttavia è certo che, in età imperiale, i mezzi di purificazione assunsero improvvisamente un significato diverso e, per così dire, cruento. Originariamente il sangue era stato semplicemente una sostanza destinata alla purificazione e al lavaggio delle colpe. Per esempio, veniva versato sulle mani dell’assassino, che in tal modo era considerato espiato. Nei culti misterici, però, sorse la sinistra pratica del taurobolio. L’iniziato spogliato scendeva in una fossa oscura ricoperta di tavole. Sopra di essa veniva sgozzato un toro, e attraverso una stretta apertura il sangue colava nella fossa e sul corpo nudo del consacrato, che in tal modo non veniva soltanto purificato, ma anche sacrificato. Infatti questo rito doveva produrre nell’immaginazione del partecipante l’impressione che fosse il suo stesso sangue a scorrere sulle sue membra nude, come se egli stesso stesse morendo dissanguato, impotente, nella tomba oscura. Così egli subiva tutti i terrori della morte e poi saliva verso il sole: era risorto, insieme redento e liberato dalla colpa. Allo stesso modo anche il battesimo con l’acqua sacra acquistò un significato diverso, come risulta dalle lettere paoline. Gunkel osserva giustamente che l’espressione secondo cui i credenti sarebbero stati «sepolti» insieme a Cristo attraverso il battesimo può significare soltanto che essi erano stati «annegati» nell’acqua sacra e poi risorti a una nuova vita. Anche qui, dunque, abbiamo la trasformazione di un mezzo di purificazione in uno strumento di morte. Allo stesso modo il battesimo del fuoco presso alcune sette non doveva significare soltanto una purificazione, ma anche una combustione; e appartiene allo stesso ambito l’espressione «crocifisso insieme a Cristo». Conosceremo più avanti la croce, questo antichissimo simbolo sacro, che probabilmente deriva dal culto del fuoco e che, attraverso influenze persiane, giunse anche alle sette giudeo-gnostiche. In origine essa aveva il significato di un segno magico che proteggeva contro i demoni. Nel battesimo con l’acqua, il sacerdote di Mitra o di Cristo tracciava questo segno sulla fronte dell’iniziato. Alcune sette gnostiche lo imprimevano sul corpo con il fuoco, e si poteva allora sperare che i demoni, quando l’anima ascendente avesse opposto loro questo sigillo dotato di poteri mistici, sarebbero arretrati sgomenti. La croce era dunque strettamente collegata ai mezzi di purificazione e di espiazione e, insieme ad essi, assunse in seguito un significato completamente nuovo. Colui sul quale veniva impresso il segno della croce non si sentiva soltanto purificato dalla colpa, ma anche «crocifisso», e sopportava tutti i tormenti di una morte terribile. [3]

Questa espressione è davvero caratteristica delle angosce e del terrore immenso dei credenti di quei tempi. Si riteneva impensabile poter cancellare la moltitudine dei peccati mediante una semplice purificazione da sé stessi. Perciò ci si offriva in sacrificio, si «moriva», si espiavano le proprie colpe attraverso tutti gli orrori di una morte anticipata, e nello stesso tempo si cercava di attraversare i brividi e le estasi della resurrezione. Per questo motivo la purificazione in quanto tale non veniva affatto trascurata. Instancabilmente si accumulavano i mezzi e i metodi, e ci si faceva iniziare il più possibile a tutti i culti misterici di quell’epoca; e ci si lasciava sommergere, pieni di angoscia, in un mare di pratiche rituali e di mezzi magici, e nonostante tutto ciò non si aveva ancora alcuna garanzia che il demone non avrebbe trionfato sull’anima. Questa paura non derivava affatto da una viltà fisica, bensì da un sentimento disperato della propria indegnità morale. Ma l’apparato magico trasformava di per sé continuamente l’etica in fisica. Quanto più uno si sentiva peccatore, tanto più assiduamente inseguiva le illusioni della magia e sprofondava nel più rozzo naturalismo, che alla fine avrebbe trascinato nel suo vortice anche questa morale così altamente tesa. Infine, attraverso un tale accumulo di culti misterici, venne danneggiata anche la concezione intellettuale del mondo che ne stava alla base.

L’idea monoteistica come una trinità costituiva il presupposto metafisico di questi culti misterici. Il creatore del mondo, che generava il figlio insieme alla dea della terra o del cielo e lo offriva in sacrificio, mentre tutte e tre le persone erano pensate come un’unica realtà: con questo apparato teologico un culto misterico doveva accontentarsi e poteva ammettere al massimo, accanto ad esso, ancora soltanto un mondo subordinato di demoni sconfitti, con il principe delle tenebre alla loro testa. Infatti, come avrebbe potuto il credente angosciato trovare tranquillità, se il dio che lo salvava non fosse stato il Dio assoluto, ma un qualsiasi membro della stirpe mitologica? E se inoltre il credente non avesse avuto la piena certezza che la morte stessa era stata vinta, e non soltanto forse uno dei demoni sotto forma di drago? Così il culto misterico tendeva necessariamente verso il monoteismo; e questo processo veniva messo in pericolo quando veniva abolita l’esclusività dei culti segreti e l’iniziato poteva venerare contemporaneamente Attis, Adone, Osiride, Dioniso, la Grande Madre, Iside, Astarte e Venere. Allora doveva irrompere una folle mescolanza, un fantastico politeismo, e l’intelletto minacciava di sprofondare nel caos tanto quanto l’etica. Perciò, nello stato di sviluppo raggiunto in quell’epoca, tutto dipendeva da qualcosa di tutt’altro che secondario: bisognava trovare un culto misterico che conservasse una rigorosa esclusività e che quindi, nonostante un naturalismo eminente e inevitabile, non dovesse sacrificare i progressi intellettuali ed etici del mondo antico. È qui che inizia il vero significato della nazione ebraica, la quale, grazie alla sua storia e al suo sviluppo fino ad allora, era in grado di risolvere questo problema davanti al quale Greci e Romani erano falliti.

NOTE

[1] Franz Cumont, I misteri di Mitra. Un contributo alla storia delle religioni dell'epoca imperiale romana. Edizione tedesca a cura di Georg Gehrich. Lipsia 1903.

[2] Il mandorlo nasce dal membro maschile di quell'essere che, dopo questa perdita, diventa la grande Madre. Dalla mandorla nasce poi Attis, quindi in realtà dalla grande Madre, la sua amata.

[3] La croce, come è comunemente riconosciuto, aveva un significato magico presso le sette gnostiche e nel cristianesimo delle origini. Per chi crede alla realtà della morte in croce di un uomo chiamato Gesù, questo significato simbolico della croce è naturalmente un'aggiunta successiva, mentre in realtà esso è l'elemento primario. Di fatto essa veniva venerata in questo senso anche dagli Egizi e dai devoti di Mitra, come dimostra la polemica di un Giustino e di un Tertulliano.