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SATURNO E IL SUO GIORNO.
UN'APPENDICE.
Il profeta ‘Amos’ (5:26) chiama Kewan la stella del dio d’Israele. Dunque, tra l’800 e il 700 A.E.C., prima della codificazione e legittimazione sacerdotale degli antichi costumi — così come essa si è compiuta dopo l'esilio babilonese — era opinione profetica che l’osservanza israelitica dell’inattività nel settimo giorno fosse in realtà un culto di Saturno; infatti Kaiwān, Kaiwānu (o Kaimanu) era a Babilonia il nome del pianeta di Ninib, cioè Crono o Saturno. Kochab Shabbāth, la stella del sabato, era dunque, secondo Epifanio (p. 34), chiamata Saturno dai Farisei, e tale designazione sembra ancora talmudica; [1] anche a Tacito (Hist. 5:4) fu riferito che il giorno di riposo ebraico veniva osservato in onore di Saturno. Nel tempio di Salomone doveva esserci una statua di Jahvé; la “colonna” del tempio, davanti alla quale stava l’altare, e della quale in seguito si fecero due colonne erette davanti al tempio, sarà stata la colonna d’immagine di Jahvé (Si vedano qui, nell’ordine indicato, 1 Re 7:21; Geremia 52:17.21-22; 2 Re 25:13.17; 11:14; 16:14; 23:3; Isaia 10:11; Amos 9:1-2; Ezechiele 8:5). E l’idolo menzionato ancora in Ezechiele 8:5 — l’“idolo della gelosia”, a causa del quale il profeta è preso da sdegno — poteva ben essere un’immagine di Kaiwān, di Saturno. Dopo l'esilio babilonese, tuttavia, l’antico giudaismo imparò a concepire il proprio Dio in modo più persiano; [2] ciò risulta, ad esempio, dall’affermazione di Salmi 27:1 secondo cui Jahvé è la sua luce, e dall’alternanza, nei libri di Esdra e Neemia, tra le formule “dio d’Israele” (Esdra 1:3; 3:2; 4:1; 7:6.15) o “dio di Gerusalemme” (7:15.17.19) e la più elevata espressione “dio del cielo” (1:2; 7, 12.21; Neemia 1:4 ecc.), che alla fine prevale per la sua connotazione meno ristretta e più persiana. Lo stesso emerge nella contrapposizione tra Micael e Samael, tra spiriti buoni e spiriti malvagi, in cui credevano i Farisei — i quali, rispetto ai Sadducei, [3] potrebbero forse considerarsi i “filo-persiani”. [4] “Rabbì Simeon bar Lakish ha detto che i nomi degli angeli e dei mesi furono portati con sé da Babilonia” (Talmud di Gerusalemme, Rosh ha-Shanah 1:2). “Essi dicono”, scrive Agostino (‘De civitate Dei’ 19:3), “che ci sono dèi; noi, invece, li chiamiamo semplicemente angeli”. Se dunque in Daniele 10:21 si parla del “‘nostro’ principe Michele” e in Daniele 12:1 del “grande principe che protegge i figli del ‘nostro’ popolo”, egli viene presentato come un angelo, e si ha motivo di pensare all’“eone di questo mondo, il principe della potenza dell’aria” di cui parla Efesini 2:2. ‘Michaja’ significa “chi è come Jahvé”, e ‘Michele’ chiede: “chi è simile a Dio (d’Israele)?”; ma “nessuno è come il Dio di Jeshurun (= “l’onesto”, cioè il giudeo), che, nella sua maestà, cavalca i cieli, il firmamento, per venire in aiuto” (Deuteronomio 33:26). “Michele, uno dei principi supremi”, dice Daniele (10:13), “mi è venuto in aiuto”. Nella cabbala, Zohar I 167b pone l’angelo Sandalphon (Synadelphon = “fratello compagno”) a sovrintendere alla preghiera d’Israele; di lui (Zohar II 58a) si dice che emani un fuoco divoratore, come in Levitico 10:2 e altrove il fuoco divoratore proviene da Jahvé. Ma in Zohar I 287a il sommo sacerdote celeste è chiamato Michele (cfr. Ebrei 2:17; 4:14-16; Apocalisse 12:7). Abbiamo dunque, in “Michele”, un πρόσωπον, un volto o maschera, che ancora rivela come il giudaismo si riferisca — o si sia riferito — a un protettore distinto dall’Essere supremo: il dio degli ebrei non fu il dio degli dèi. [5] Deuteronomio 32:8-9 afferma, nella versione restaurata, che, quando l’Essere supremo separò le nazioni secondo il numero degli dèi, il popolo ebraico divenne la porzione di Jahvé. Si può tener presente che i Babilonesi concepivano al vertice celeste un dio supremo, Anu, il quale però non impediva loro di considerare come proprio dio Marduk, pensato nel segno del toro celeste e innalzato, a modo loro, come dio solare e dio planetario sopra tutti gli altri. [6] In Deuteronomio 6:4 si deve leggere probabilmente, nel senso più proprio, che Jahvé è il dio d’Israele, Jahvé soltanto; e in Esodo 22:28, dove forse si intende una forza interiore, il principio superiore che è nell’intimo dell’uomo, i traduttori alessandrini hanno ancora letto che non si devono bestemmiare gli dèi — θεοὺς οὐ κακολογήσεις (Cfr. Filone d’Alessandria, De vita Mosis 3, 26 e 7, 321 ed. Holtze; Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 4:8, 10; Contra Apionem 2:33). In Gesù ben Sira (Siracide 36:17) troviamo una preghiera di misericordia per il popolo che — come in Geremia 14:9 — porta il nome del suo Dio. E in Filone di Biblo, Eusebio (Praeparatio Evangelica 1:10, 29) ha letto che “Crono è colui che i Fenici chiamano Israele”; così, secondo la testimonianza cananea, il dio d’Israele sarebbe Israele stesso, e questo non sarebbe altri che Saturno — il che certo non concorda con il cielo a cui pensiamo in Genesi 19:24 (cfr. Amos 4:11) e in Zaccaria 14:17, o con il sole, che ricordiamo in Numeri 25:4 e 2 Samuele 21:6, né con il firmamento, che abbiamo in mente in Levitico 9:24; Deuteronomio 4:24 e 1 Samuele 7:10 — ma tuttavia conferma il rimprovero profetico che abbiamo tratto da Amos 5:26. Del resto, nei testi di presagi babilonesi, il pianeta Saturno sembra ricorrere spesso come sostituto del Sole; per gli astrologi babilonesi, Saturno pare fosse il sole della notte, come ancora riferisce Diodoro (2:30), secondo cui presso i Caldei Crono è chiamato Helios; e nella Epinomis platonica (987 c), attribuita a Filippo di Opunte, nella versione genuina si legge che alcuni chiamano il pianeta più lento Helios. Comunque sia, il dio d’Israele sarebbe Israele stesso, e questo, allora, Kewan, Crono, Saturno: Saturno, il cupo e sanguinario, nel cui giorno si evitava di intraprendere qualcosa di importante. — Quale fondamento per una delle istituzioni più nobili dell’umanità, o piuttosto: quale inattesa giustificazione del rinnegamento del sabato e della celebrazione della domenica da parte dei più teosofici Nazareni, i quali, secondo Barnaba 15:9, celebrano con gioia l’ottavo giorno! “Perché il Figlio dell’uomo è signore del Sabato” (Matteo 12:8).
NOTE
[1] Della “stella chiamata Sjabbathai” si parla anche nello Zohar 141 b.
[2] Che presso i giudei fosse cambiato molto sin dalle conquiste dei Persiani era noto, tra gli altri, anche a Ecatèo di Abdera (Diodoro Siculo 40:3).
[3] La doppia d in “Sadducei” — cfr. ad esempio l’ebraico maddâ’ e l’aramaico manda’ (= gnosi) — impedisce in realtà una derivazione da Sadoq; forse, agli occhi degli avversari — cfr. ancora Atti 23:8 — i Sadducei erano dei Sandiks, liberi pensatori.
[4] Essi stessi si chiamavano Chaberiem, compagni, e non erano affatto “separati”.
[5] Secondo gli Ofiti, che potevano saperlo, Michele e Samaele erano due nomi per lo stesso essere: Ireneo 1:30, 9. — “Samaele è il capo di tutti i satana”. Debarim rabbâ, fine. — “Samaele è lo spirito del male”. Zohar II 42 a. — Cfr. ancora Giovanni 8:44 e 16:3.
[6] Dione Crisostomo: “I Magi cantano il loro dio supremo come il perfetto e primo auriga del carro perfettissimo” (Discorso trentaseiesimo). Io: allora essi hanno concepito l’Essere supremo, alla maniera dei Babilonesi, al polo celeste.

