martedì 1 settembre 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — La lotta contro lo gnosticismo e la nascita del cristianesimo

 (segue da qui)

La lotta contro lo gnosticismo e la nascita del cristianesimo

L'immenso odio che il periodo della guerra di Adriano e gli anni immediatamente precedenti avevano suscitato tra i nazionalisti e i credenti dei culti misterici indusse alcuni dei più radicali fra questi ultimi a concepire l'idea di recidere completamente ogni legame con il giudaismo. L'Antico Testamento, insieme con la legge giudaica degli scribi, avrebbe dovuto essere rigettato, e Jahvè bollato come il principe di questo mondo, il peggiore fra i demoni. La giovane religione avrebbe dovuto rinnegare qualsiasi connessione storica con il giudaismo e presentarsi come una realtà del tutto nuova e completamente diversa. Essa avrebbe dovuto fondarsi unicamente su quel Dio supremo della misericordia, il solo vero Dio dei cristiani.

Spiriti più moderati erano, al massimo, ancora disposti a riconoscere agli ebrei almeno il Giusto e Creatore del mondo degli gnostici di Giustino; in tal modo essi avrebbero conservato, agli occhi dei pagani, una certa distinzione, pur restando infinitamente inferiori ai cristiani. Nature più appassionate, invece, non volevano concedere neppure questo modestissimo riconoscimento. Per Marcione del Ponto, il più geniale pensatore religioso del 2° secolo, come pure per i grandi pensatori gnostici Basilide e Valentino, il Dio degli ebrei non era altro che il primo degli dèi planetari, quelli che tenevano gli infelici uomini prigionieri sotto il terribile giogo del destino. Ma Cristo era disceso dal Dio supremo, inviato da lui, e aveva infranto il potere degli dèi planetari e, con esso, anche il potere di Jahvè, il principe posto a capo di essi. Perciò il motto di questi uomini era: via il giudaismo, via Jahvè e via la legge giudaica. 

Ma essi incontrarono la più forte resistenza da parte delle comunità dell'Impero, nelle quali l'elemento giudaico continuava ancora a predominare. Certamente non si trattava più del giudaismo nazionale, come in Palestina. Qui prevalevano ormai gli istinti propriamente religiosi dei culti misterici, e molti di questi ebrei potevano far risalire la propria genealogia a proseliti di origine pagana. Tuttavia erano cresciuti con l'Antico Testamento. Il racconto della creazione rappresentava per loro una verità cosmologica; l'elevata moralità dei profeti costituiva il nutrimento della loro anima, e da tempo si erano abituati a interpretare gli innumerevoli passi oscuri della Bibbia come misteriosi richiami ai culti misterici. L'elemento patriottico in senso politico poteva ormai essere loro più estraneo, ma la nazionalità ebraica nella sua dimensione più spirituale, soprattutto nella forma del monoteismo, aveva messo radici troppo profonde per poter essere nuovamente estirpata. Si poteva anche accogliere il Dio supremo e invisibile della misericordia, purché si trovasse un qualche rapporto, una qualche mediazione, tra lui e Jahvè. Ma non appena ci si trovava posti dinanzi a un'alternativa esclusiva, si rifiutava a ogni costo di rinunciare al Dio dell'Antico Testamento, e ancor meno lo si voleva consegnare al disprezzo universale qualificandolo come un malvagio demone planetario. Infine, nelle comunità misteriche si trovavano ancora abbastanza ebrei di nascita che, pur non condividendo il fanatismo legalista degli scribi, conservavano tuttavia in sé residui di patriottismo ebraico, tali da impedire loro di abbandonare le più preziose tradizioni spirituali dei padri. Forse questi ebrei propriamente detti non costituivano più la maggioranza dal punto di vista numerico. È tuttavia probabile che fossero per lo più le guide spirituali delle comunità, così come, del resto, lo spirito ebraico di ampie parti dell'Antico Testamento, specialmente dei profeti, aveva costituito fin dall'inizio il fondamento delle comunità misteriche. Contro gli impetuosi fautori delle posizioni più radicali si raccolse dunque una resistenza incrollabile, e nel seno della giovane religione ebbe origine un violento fermento, dal quale emersero, come formazioni ormai cristallizzate, il cristianesimo e la Chiesa. Fu soltanto allora che la gnosi divenne un'eresia, mentre in precedenza era stata semplicemente il cristianesimo precristiano.

In un primo momento l'attacco degli gnostici antigiudaici si rivolse contro la Legge. La giustizia veniva condannata perché tormentava la debolezza umana, e ad essa si contrapponeva la grazia, che perdonava il peccatore. Occorre aggiungere che essa lo perdonava concedendogli mezzi di grazia: sacramenti che eliminavano la sostanza impura del peccato e trasfiguravano, purificavano e santificavano l'uomo che fino a quel momento era stato peccatore. Che valore potevano ormai avere, di fronte a un simile miracolo, la circoncisione, il sabato o le prescrizioni sulla purità rituale? Al posto dell'ideale di giustizia e dell'osservanza della Legge proprio degli scribi doveva subentrare la fede. Anche questa elevata concezione è strettamente connessa con il platonismo realistico di quei secoli. Chi credeva alla discesa del Mediatore ricorreva naturalmente ai sacramenti che egli aveva recato con sé. Credeva che, nel momento stesso in cui venivano consumati, il pane e il vino si trasformassero nella carne e nel sangue di Cristo, ed era proprio in virtù della sua fede, della sua fiducia, che avveniva questa misteriosa e terribile metamorfosi: proprio così il credente stesso diventava il Cristo senza peccato. Se invece egli non possedeva tale fede, ma nel suo cuore nutriva scherno e derisione mentre riceveva i sacramenti, allora mangiava e beveva la propria condanna, poiché aveva commesso il più imperdonabile di tutti i delitti. Così la fede divenne la suprema virtù e, in confronto ad essa, tutto il resto della cosiddetta giustizia non aveva più alcun valore; non ne avevano più le parole di Mosè e dei profeti, né, in generale, il Dio degli ebrei. Gli iniziati, i conoscitori, gli gnostici si ritenevano infinitamente superiori a ogni moralità terrena, poiché possedevano la grazia. I loro avversari li accusavano, è vero, di dissolutezza e di immoralità, arrecando così alla maggior parte di quegli uomini una gravissima ingiustizia. Tuttavia, per alcuni l'accusa era fondata, e il singolare dualismo della tarda antichità si manifestò ormai anche nella duplice natura dei culti misterici, come emerse con particolare evidenza dalla controversia di principio tra gli gnostici e gli esponenti della Chiesa.

La fede, così come era intesa dai culti misterici, coincideva in realtà pienamente con il sapere segreto, con la gnosi, sebbene la sottigliezza dei teologi e dei filosofi cercasse ancora di distinguere questi due concetti. Si trattava tuttavia soltanto di una differenza di tono e di approccio, di una distinzione analoga a quella tra teoria e prassi. Il vero conoscitore si dedicava alla speculazione e alla riflessione filosofica sulla mitologia del proprio culto misterico, mentre il credente si preoccupava soprattutto dell'efficacia immediata, purificatrice dal peccato, esercitata attraverso l'influsso magico dei sacramenti. Egli avvertiva profondamente l'immensa distanza che separava il proprio ideale morale dalla propria condotta personale, e avrebbe dovuto cadere nella disperazione se tutto fosse dipeso unicamente dall'energia del suo impegno etico. Ma ora partecipava al pasto sacro: la sostanza del peccato veniva espulsa da lui ed egli risultava purificato. Certamente era sottintesa l'idea che la magia del sacramento dovesse soltanto completare il massimo sforzo possibile delle forze morali. Le due attività apparivano quasi come attributi di una medesima sostanza che ne costituiva il fondamento. La difficoltà consisteva però nel determinarne il confine: fino a che punto si estendeva la forza morale autonoma dell'uomo e da quale momento in poi doveva intervenire la magia del mezzo di grazia? Naturalmente non esisteva una risposta realmente soddisfacente a questo problema insolubile, e così la decisione dipendeva interamente dal temperamento dei singoli, o anche delle diverse correnti. Chi era stoico per natura doveva necessariamente porre l'accento soprattutto sulla Legge e attribuire un'estensione relativamente ampia al campo dell'attività morale. Il mistico, invece, l'idealista e il visionario, insisteva soprattutto sulla grazia, sul sacramento soprannaturale, dinanzi al quale l'etica puramente umana finiva quasi per ridursi a nulla. In realtà, i due aspetti non furono mai separati come contrari assoluti; tuttavia esisteva un fortissimo contrasto di sensibilità, che nella pratica della vita conduceva a conseguenze di grande portata. Con una certa consapevolezza della propria missione, la giovane religione si rivolgeva soprattutto ai peccatori e ai pubblicani, poiché proprio su questi perduti e induriti il trionfo dei suoi mezzi di salvezza appariva tanto più glorioso. Naturalmente ci si attendeva dai convertiti anche una definitiva conversione morale, e altrettanto naturalmente le ricadute non mancavano affatto. Si discuteva se i peccatori ricaduti potessero essere nuovamente santificati mediante un rinnovato ricorso ai sacramenti; e, dal punto di vista logico, non si sarebbe dovuto respingere una simile esigenza, per quanto estremamente pericolosa. Il sentimento naturale, tuttavia, vi si opponeva con forza, cosicché non si giunse mai a una decisione teorica definitiva.

Da questa prospettiva possiamo comprendere la condotta degli gnostici antigiudaici e anche le accuse morali che i loro avversari non risparmiarono loro. Poiché essi combattevano l'etica del nuovo giudaismo, ormai irrigiditasi e divenuta Legge, era inevitabile che per loro la grazia passasse in primo piano, mentre la moralità autonoma dell'uomo si dissolvesse quasi nel nulla davanti alla loro traboccante fantasia religiosa. L'audacia impetuosa e il genio temerario poterono indurre più d'uno di loro ad anticipare quella celebre affermazione di Lutero secondo cui il vero credente dovrebbe «peccare con coraggio», proprio perché così dimostrerebbe la propria incrollabile fiducia nei mezzi della salvezza. Questo singolare approccio spirituale, insieme con le fantasie cosmogoniche, tutte in qualche modo impregnate dello spirito di Eros, dovette svilupparsi in alcune anime in forme estremamente bizzarre e anche profondamente deplorevoli. Non è necessario ritenere vero neppure un decimo di quanto gli avversari, animati da aspro risentimento, raccontavano sulla licenziosità degli gnostici; al contrario, tra di loro vi furono personalità di grande elevazione morale e di altissimo idealismo etico. Ciononostante, sul piano teorico la conseguenza logica tendeva spesso a imporsi quasi contro la volontà dei suoi stessi sostenitori, e i più deboli probabilmente non esitarono neppure a tradurre tali conclusioni nella pratica, tanto più che i culti misterici di Attis e di Cibele, e forse perfino quelli di Iside, avevano da secoli associato simili approcci sessuali all'idea religiosa. Fu proprio su questo punto che l'etica ebraica, e probabilmente anche quella ellenica, si sollevò con forza contro la gnosi, la quale dovette perciò essere espulsa. In tal modo fu salvata, almeno entro certi limiti, anche la Legge giudaica.

Tuttavia, soltanto entro certi limiti! Alcuni dei tratti essenziali del giudaismo esteriore soccombettero all'assalto degli gnostici senza opporre una resistenza troppo grande. La circoncisione, le prescrizioni levitiche sulla purità rituale e, infine, il sabato avrebbero aperto un abisso troppo profondo tra i membri ebrei e quelli pagani delle comunità misteriche per poter sopravvivere a lungo. Tanto meno si poteva rinunciare all'afflusso di nuovi adepti provenienti dagli ambienti pagani, quanto più il giudaismo ufficiale tendeva a isolarsi; e nulla riusciva più gravoso a un greco o a un romano, né urtava maggiormente il suo senso estetico, del rito della circoncisione, che, per un proselito adulto, avrebbe inoltre richiesto un doloroso intervento chirurgico. Anche gli stessi ebrei della diaspora erano tutt'altro che unanimemente entusiasti di questo segno distintivo ricevuto fin dalla nascita. Sentiamo parlare di strani e grotteschi espedienti, come l'uso di un prepuzio artificiale; e questa, la più assurda di tutte le mascherature, si diffuse soprattutto dopo che Vespasiano ebbe introdotto il fiscus Iudaicus e le autorità romane sottoponevano a ispezione corporale coloro che sospettavano di sottrarsi all'imposta proprio per accertarne l'origine ebraica. Naturalmente, l'autorità religiosa ufficiale della Palestina condannò con grande energia questo deplorevole abuso, al quale tutti quegli ebrei che volevano rimanere fedeli alla propria identità nazionale dovevano rinunciare. In ogni caso, simili fatti dimostrano che nell'Impero esistevano ambienti ebraici non disposti a sacrificare beni e vita in difesa della circoncisione; e, per l'ebreo appartenente a una comunità misterica, un tale «sigillo» poteva significare ben poco in confronto al sigillo magico ricevuto mediante i suoi sacramenti. Ancora meno egli aveva scrupolo di sedere alla stessa tavola con il suo compagno greco o romano appartenente ai culti misterici, mentre l'osservanza rigorosa delle prescrizioni levitiche sulla purità rendeva impossibile all'ebreo di orientamento nazionale consumare un pasto insieme con un pagano. La purificazione mediante il battesimo mistico della croce, dell'acqua e del fuoco e il processo di trasformazione operato dal pasto sacramentale possedevano infatti, per il credente, una forza incomparabilmente maggiore di tutto il minuzioso rituale degli scribi. Il greco battezzato appartenente ai suoi culti misterici doveva apparire, agli occhi di un ebreo che condivideva la stessa fede, più puro di qualsiasi ebreo osservante esterno alla comunità dei culti misterici. Tutte queste questioni erano passate in secondo piano grazie alla pratica prudente e tollerante del proselitismo nei secoli precedenti; ma dovevano acquistare una drammatica attualità quando dalla Palestina fu proclamata una rigida separazione. I culti misterici fondati sul giudaismo non avevano ormai altra scelta, se non volevano dissolversi completamente e andare incontro alla propria rovina. Fu proprio qui che gli gnostici intervennero per primi, concentrando i loro attacchi contro questi avamposti della Legge: la circoncisione e le prescrizioni relative ai cibi e ai rapporti sociali. Naturalmente non fu facile per tutti gli ebrei rinunciare a una tradizione tanto antica, insieme nazionale e religiosa; non dovettero mancare dubbi di ogni genere, coscienze tormentate e accese controversie. Tuttavia, la vecchia scuola di Tubinga adottò una prospettiva errata quando costruì su questi fatti l'idea di due partiti distinti nel cristianesimo primitivo, uno giudeo-cristiano e l'altro gentile-cristiano, contrapposti da una profonda inimicizia. Si trattava piuttosto di conflitti tra l'ala destra e l'ala sinistra di un medesimo schieramento; era in discussione soprattutto il ritmo del cambiamento, non il cambiamento in quanto tale. Tanto le cosiddette lettere paoline quanto il racconto degli Atti degli Apostoli dimostrano chiaramente che, fin dall'inizio, si parlò sempre di un compromesso, di una mediazione reciproca, e che gli inevitabili passi indietro venivano superati con relativa facilità secondo questo metodo. Ai pagani non veniva imposta la circoncisione, né agli ebrei veniva proibita, purché rimanesse chiaro che si trattava di una questione secondaria e nessuno se ne facesse motivo di superiorità. Veniva invece severamente rimproverato chi rifiutava di sedere alla stessa tavola con il fratello pagano appartenente ai culti misterici; e quando si raccontava che perfino l'apostolo Pietro, in un primo tempo, non aveva nulla in contrario a tale comunione di mensa, ma in seguito si era lasciato persuadere da altri ad assumere un approccio diverso, un simile racconto riflette chiaramente l'incertezza interiore e l'esitazione emotiva, soltanto temporanea, di alcuni ambienti ebraici. Questo è ben diverso da una contrapposizione di principio.

Tali resistenze furono quindi superate abbastanza rapidamente e, con la circoncisione e le leggi alimentari, cadde anche il sabato. Già in precedenza, negli ambienti misterici, la domenica era il vero giorno sacro, perché era consacrata al Sole, l'astro divino identificato con il Mediatore, il Cristo. Quanto più i culti misterici furono costretti a sottolineare la propria originalità rispetto alla tradizione giudaica, tanto più il loro giorno santo acquistò importanza in confronto al sabato, nei cui confronti si mantenne probabilmente lo stesso approccio adottato per la circoncisione. Ai membri ebrei era consentito continuare a celebrarlo, purché non dimenticassero il vero giorno del Signore. A completare poi la definitiva eliminazione di queste pratiche provvide il lento corso dell'evoluzione storica. Così queste difese avanzate del giudaismo crollarono; questi segni esteriori furono eliminati, e con ciò il culto misterico acquistò finalmente una propria autonomia, recidendo per sempre il cordone ombelicale che ancora lo legava alla sua origine. I greci e i romani che ormai affluivano non erano più proseliti preparati a entrare nel giudaismo, ma compagni di fede pienamente uguali agli altri, fratelli in Cristo, e si fusero con gli ebrei in un nuovo Israele, in un terzo popolo, che allora visse con stupore entusiasta e piena consapevolezza l'ora della propria nascita. Il pathos di questo processo di fusione completamente nuovo risuona con la massima intensità e brilla con il massimo splendore nella Lettera agli Efesini, mentre nella Lettera agli Ebrei trova il suo più profondo fondamento metafisico. Questo grande risultato fu certamente una conseguenza dei poderosi attacchi degli gnostici, i quali furono, a loro volta, efficacemente favoriti dalla rigida politica di separazione perseguita dai giudei nazionalisti, loro diretti antagonisti. Si può parlare di un cristianesimo propriamente detto solo da quando la legge levitica, la circoncisione e il sabato furono relegati in secondo piano o definitivamente eliminati.

Il cristianesimo, tuttavia, non rinunciò alla Legge, né all'etica di Mosè e dei profeti. Gli gnostici volevano riconoscere come unica vera virtù soltanto la compassione, la misericordia. A loro giudizio, il Dio degli ebrei predicava una giustizia severa, al solo scopo di sottoporre a pena gli uomini deboli, tormentarli e intimidirli con le minacce dell'inferno. Il Dio supremo, invece, inviava i mezzi della grazia per misericordia e non misurava i peccatori con il metro della giustizia, ma li avvolgeva nel mantello di un amore che tutto perdona. Gli gnostici respingevano nella Legge giudaica non soltanto quegli aspetti esteriori i cui giorni erano ormai contati, ma l'intera etica dell'Antico Testamento, le vigorose parole d'ira e il possente pathos dei profeti. A ciò si opposero non solo gli ebrei, ma anche i pagani appartenenti ai culti misterici, che forse avevano letto Plutarco o nelle cui anime ancora riecheggiavano le popolari prediche dei filosofi itineranti stoici e cinici. Era certamente nella natura stessa di quell'idealismo etico smisuratamente esasperato il fatto che, giunto al suo culmine, dovesse trasformarsi in impotenza morale, anzi in disperazione, cosicché il «peccatore» tremava dinanzi alla giustizia e, con il cuore colmo d'angoscia, si appellava alla misericordia. Ma una simile frattura non costituiva il fine ultimo del movimento, il quale tendeva piuttosto, con una sicurezza istintiva e infallibile, verso una sintesi. Si voleva unire il vigoroso pathos etico della migliore età dell'antichità con le nuove virtù del misticismo e dell'amore; e proprio a questo scopo, già da molti secoli, la magia originariamente puramente naturalistica dei culti misterici era stata permeata di contenuti etici, ponendo così il sacramento in rapporto con la moralità. Per questa ragione la potente etica dell'Antico Testamento non poteva essere eliminata, e Abramo e Mosè furono considerati i precursori di Cristo, che anche i profeti avrebbero preannunciato con una profonda intuizione. In altri termini, la Legge rimase in vigore nella misura in cui era in gioco il suo nucleo interiore; la novità della nuova epoca consisteva unicamente nel fatto che alle pratiche proprie del giudaismo nazionale subentravano quelle del culto misterico. Comprendiamo così perché, ad esempio, nel Vangelo di Matteo si incontrino passi nei quali vengono pronunciate maledizioni contro i nemici e contro i trasgressori della Legge, mentre il medesimo Gesù, al quale tali parole vengono attribuite, frequenta tuttavia anche i pagani e siede a mensa con pubblicani e peccatori. Non dobbiamo mai dimenticare la latente antinomia che attraversa tutta la tarda antichità e che, per gli uomini di quell'epoca, veniva superata in modo mistico anche laddove a noi, figli del ventesimo secolo, sembra esistere un'inconciliabile opposizione di principio.

Attraverso questo mantenimento della Legge venne determinato in modo decisivo anche il rapporto della nuova religione con l'Impero romano. In origine, per un pagano, non esisteva quasi alcuna differenza di principio tra un culto misterico giudaico e, ad esempio, un culto misterico dell'Asia Minore. Gesù e Mitra potevano essere, per la sua anima, compagni comuni nell'ascesa al cielo. Ciò era nella natura stessa delle cose, poiché una magia legata agli elementi – all'acqua e al fuoco – e inoltre a formule d'incantesimo non aveva, in linea di principio, alcun motivo per distinguere tra i propri diversi mezzi di salvezza. Si poteva forse attribuire al nome mistico di Mitra una forza magica maggiore di quella del nome di Gesù, o magari viceversa; ma non si dubitava dell'efficacia né dell'uno né dell'altro nome. Era quindi del tutto naturale invocare insieme entrambe le divinità misteriche, e con esse molte altre ancora: Attis, Osiride, Dioniso e Sabazio. Il rifiuto degli altri culti poteva essere spontaneo, al massimo, soltanto per l'ebreo di nascita, e ciò per motivi puramente nazionali; non invece per il greco, il siriaco, l'egiziano o il romano che, tra l'altro, si faceva iniziare anche a un culto misterico giudaico. In realtà, una simile pluralità di appartenenze da parte del proselita non aveva grande importanza, poiché egli entrava comunque in contatto con il giudaismo, al quale poi finivano generalmente per aderire i suoi figli o i suoi nipoti. Tutto questo mutò radicalmente con la nuova situazione. Anche gli ebrei che non si unirono agli scribi ostili a Roma, perché non volevano rinunciare al culto misterico e alla salvezza dell'anima, erano animati da un profondo odio verso i distruttori di Gerusalemme e del Tempio; e qualcosa di questo stato d'animo dovette necessariamente trasmettersi a tutti coloro che trovavano nell'Antico Testamento e nei profeti il fondamento della propria vita spirituale. Era impossibile rendere culto divino allo Stato romano e agli imperatori romani, cosa che invece non veniva richiesta agli ebrei, ma a tutti gli altri sudditi, dunque anche ai membri dei culti misterici di origine pagana. La condiscendenza giudaica non sarebbe mai arrivata al punto di rimanere in comunione con simili fratelli, una volta che questa comunione avesse acquisito un'esistenza autonoma e fosse divenuta un «nuovo Israele». A ciò si aggiunse il superamento del dualismo teologico, poiché, contro gli gnostici, venne ristabilita l'unità tra Jahvè e il Dio supremo. In questo modo il monoteismo ebraico recuperò il proprio carattere esclusivo, tanto più efficace in quanto l'elemento nazionale della tradizione profetica si era fuso con quello universale della filosofia greca. Non si potevano più tollerare altri dèi accanto a questo Dio, né un altro mediatore al di fuori del suo Figlio unigenito. Solo lui conduceva al cielo; solo i suoi mezzi di grazia portavano la redenzione, mentre Mitra e Attis erano demoni malvagi, al pari dell'intero mondo divino dell'antichità. Così, improvvisamente, fece la sua comparsa nel mondo un culto misterico che non tollerava più alcun altro accanto a sé e rivendicava per sé l'unicità. Il cristianesimo era entrato nel mondo! 

E nella lotta contro la gnosi esso divenne subito anche un'organizzazione, una Chiesa. Fino ad allora, nel seno delle sette, aveva già esercitato la sua autorità una gerarchia, che ad esempio presso gli Esseni assumeva forme molto rigorose. Tuttavia, la formazione stessa delle sette rimaneva libera. Ogni profeta e ogni visionario che si immaginasse che Cristo, o un rappresentante di Cristo, fosse entrato in lui, poteva cristallizzare attorno a sé un circolo misterico. Poteva pubblicare un Vangelo, una buona novella, che aveva ricevuto per «ispirazione» oppure che aveva ricavato, adattandolo arbitrariamente, da qualche antico scritto. Da secoli circolavano inoltre, provenienti dalla Palestina, presso tutte le comunità della diaspora, lettere e messaggi dell'autorità ufficiale e di singoli uomini pii, che trattavano questioni di etica e di organizzazione e le cui decisioni venivano spesso considerate come precedenti autorevoli. È un'ipotesi del tutto naturale supporre che anche i culti misterici dell'Impero fossero in questo modo in rapporto con i loro correligionari della Palestina. Così, due secoli avevano accumulato una vasta letteratura epistolare, che poi ogni partito sapeva utilizzare secondo i propri scopi attraverso una selezione e un'eliminazione. Perciò non si poteva impedire a uno gnostico antigiudaico di pubblicare un qualsiasi Vangelo o una qualsiasi epistola che corrispondesse ai suoi fini, e risultava abbastanza difficile controllare se avesse falsificato qualcosa, soprattutto perché egli poteva invece appellarsi alla propria ispirazione e presentare la propria rielaborazione come un miglioramento e una restaurazione del testo originario. Poiché infatti, in quei tempi, tutto veniva oggettivato e trasformato in una realtà dotata di consistenza propria, anche le intuizioni e le illuminazioni dello scrittore venivano considerate come ispirazioni dello Spirito Santo, che aveva preso il posto della Musa presso gli antichi cantori omerici. Ma lo Spirito Santo, oppure la prima donna, la Sapienza, era stato presente fin dall'origine e dunque poteva annunciare soltanto la verità. Non si giungeva a molto di più attribuendo invece la produzione degli gnostici alle suggestioni di demoni malvagi, poiché questi potevano ritorcere la medesima accusa contro i loro avversari. Era dunque assolutamente necessario che la comunità organizzata si procurasse un titolo giuridico di legittimità e di validità universale, e ci si trovò obbligati a costruire una tradizione storica. Quando Cristo si trovava sulla terra, aveva comunicato la forza mistica che dimorava in lui ai dodici apostoli mediante l'imposizione delle mani; grazie a ciò essi erano stati capaci di fondare comunità, compiere miracoli e diffondere e praticare la dottrina segreta. Essi avevano costituito nel mondo romano le diverse comunità e, prima della sua morte, ciascuno di loro aveva trasmesso al proprio successore nell'ufficio, sempre mediante l'imposizione delle mani, la forza superiore ricevuta, che ora passava di vescovo in vescovo; così il capo di ogni singola comunità appariva come il legittimo rappresentante di Cristo, al quale era stata trasferita la sua forza magica. Chi si separava e fondava una setta propria non era più un uguale avente gli stessi diritti, ma un escluso; e la sua dottrina non era più una dottrina legittima accanto ad altre dottrine, bensì un'eresia, un crimine demoniaco. Contro di lui si eresse per la prima volta, con forza inaudita e con carattere esclusivo, la Chiesa organizzata, che rivendicava il diritto di essere cattolica, cioè universale, poiché soltanto essa pretendeva di non aver abbandonato il terreno giuridico della successione apostolica di Cristo. Il suo principio di scelta dei vescovi dovette fin dall'inizio assumere un carattere gerarchico. Infatti Cristo, il più alto degli angeli, era il vero sovrano; a lui poteva assimilarsi soltanto colui che era stato riempito della sua presenza, cosa che poteva accadere unicamente ai santi e agli asceti, cioè a coloro che nella gerarchia misterica erano saliti gradualmente attraverso esercizi di penitenza e una condotta di vita rigorosa. Questo principio aristocratico portava già in sé la tendenza a sfociare infine in una o più autorità monarchiche supreme. Nella lotta contro la gnosi venne compiuto il primo passo decisivo in questa direzione. Non soltanto nei confronti del mondo pagano, ma anche nei confronti degli stessi cristiani, doveva ormai possedere il diritto all'esistenza una sola comunità misterica, mentre ogni altra corrente veniva considerata apostasia e offesa a Dio. Occorre ripeterlo ancora una volta: il cristianesimo era entrato nel mondo. 

Da ciò derivò la necessità di dare al mito misterico una forma generale e definitiva, poiché anche in questo campo fino ad allora aveva dominato la libertà, e la fantasia degli gnostici oltrepassava ogni limite. Poiché, a partire dall'epoca di Bar-Kochba, si andava affermando sempre più, seguendo la tendenza già presente in Flavio Giuseppe, l'idea di fare degli ebrei gli assassini del Salvatore, ne risultava naturalmente il presupposto che lo stesso Gesù terreno fosse stato un ebreo e fosse stato sottoposto alla giurisdizione del Sinedrio di Gerusalemme. Questa conseguenza procurava ai gnostici antigiudaici il più grande tormento, per quanto essi fossero altrimenti ben disposti ad attribuire al popolo odiato l'uccisione di Dio; ed essi si gettarono con piena passione sull'antinomia contenuta nel concetto di Dio-uomo. Gesù doveva essere stato soltanto l'uomo, il recipiente terreno, certamente di origine ebraica, nel quale era entrato il Cristo. Quando Gesù fu appeso alla croce, il Cristo ne uscì nuovamente e salì al cielo: dunque il Cristo non era stato affatto crocifisso. Oppure, egli aveva assunto un corpo apparente, cosicché sembrava un uomo chiamato Gesù e sembrava soffrire la fame, la sete e il freddo e subire il martirio della morte. Ma tutto era soltanto apparenza, soltanto una sofferenza quasi simbolica, e non era affatto una realtà. Qui gli gnostici fecero allora emergere non l'aspetto magico-sacramentale, bensì quello etico-idealista della loro concezione del mondo. Un essere divino, un essere ultraterreno come Cristo, non poteva contaminarsi con la materia cattiva e peccaminosa, né entrare in essa. Una simile argomentazione era certamente molto vicina alla sensibilità morale esasperata di quell'epoca, e senza dubbio gli gnostici colpivano così il cuore della contraddizione che inevitabilmente si celava nell'idea del Dio-uomo. Tuttavia, tutta la tarda antichità era essa stessa un'unica grande contraddizione di questo genere. La trasposizione dei culti misterici sul terreno dell'idealismo etico e del mondo delle idee platoniche, la concezione dell'idea nazionale di cultura come una somma di pratiche rituali e dogmatiche: in tutto ciò si celava già da secoli quella frattura interiore che tuttavia conteneva in sé una misteriosa unità, perché era radicata in una realtà culturale e storica di evoluzione. Così, fino ad allora, si era accolto senza esitazione il Cristo dei culti misterici sia come il divino mediatore supremo sia come uomo sofferente; e proprio la realtà intatta delle sue terribili sofferenze, della sua immensa agonia mortale e della sua esultante ascesa aveva riempito i cuori dei credenti di timore sacro e di fiducia, vincendo la loro paura della morte. Perciò l'acume degli gnostici difficilmente si sarebbe acceso proprio su questo punto controverso, se non fosse stato mosso dal desiderio di evitare a ogni costo un'origine ebraica del dio del culto misterico. Naturalmente il loro attacco alla realtà dei dolori della morte del Salvatore suscitò la più violenta indignazione presso ogni credente ingenuo, fosse egli ebreo o greco; e gli ebrei all'interno del culto misterico ebbero gioco facile nel dare forma, secondo i propri criteri, alla biografia ormai necessaria dell'uomo Gesù, approfittando nello stesso tempo della buona occasione per togliere il vento dalle vele ai loro compatrioti ostili appartenenti alla fazione di Bar Kochba. Il Messia della stirpe di Davide era già apparso, il vero re dei giudei; e gli scribi lo avevano ucciso, provocando così la terribile catastrofe della distruzione di Gerusalemme. Da ciò derivava la necessità cronologica di collocare la sua vita prima della guerra contro Vespasiano. L'epoca del re Erode, che doveva assumere il ruolo del malvagio faraone della Genesi, e il periodo immediatamente successivo ad Augusto, percepito dai pagani come il «Salvatore del mondo» e il vero creatore del nuovo ordine terreno, si prestavano dunque come punto di riferimento; tanto più che la memoria storica, che del resto non era certo il punto forte di questi religiosi, difficilmente doveva risalire indietro di più di un secolo. Probabilmente era già stata elaborata anche la leggenda della morte di Giovanni e collocata nel periodo di Erode Archelao. In ogni caso nacque allora la tradizione secondo cui Gesù si era fatto battezzare da lui e che, in quell'occasione, il profeta lo aveva salutato come il Messia. Tuttavia, questa prima versione della biografia di Gesù, che dovette ottenere molto rapidamente una diffusione vastissima, presentava anch'essa grandi difficoltà e non riusciva a resistere adeguatamente agli attacchi degli gnostici. Il battesimo, infatti, veniva ricevuto dall'uomo Gesù, il peccatore, che attraverso questo lavacro mistico, attraverso questa morte nelle acque e la successiva rinascita, diventava un recipiente puro nel quale solo allora entravano il Cristo e lo Spirito Santo, la Sapienza; e in questo modo l'origine ebraica dell'uomo Gesù sembrava nuovamente ridotta a qualcosa di insignificante. Furono fatti diversi tentativi per respingere questa obiezione. Si diceva che Giovanni si fosse rifiutato di battezzare colui che era senza peccato, poiché era piuttosto Gesù stesso colui che avrebbe dovuto liberare Giovanni dal peccato attraverso l'acqua santa. Ma non si poteva più evitare la necessità di parlare più ampiamente dei genitori umani del Redentore e di ancorare la sua nascita terrena e soprannaturale in modo tale da evitare la separazione delle due nature. A ciò si aggiunse ancora la necessità di eliminare con la massima energia le selvagge cosmogonie dei precedenti culti misterici. Infatti la rinascita dell'ebraismo etico-legalista, che si era manifestata presso gli ebrei in Palestina e che, in modo diverso, era penetrata anche nel seno stesso dei culti misterici, aveva rafforzato il senso del carattere sessuale e quindi immorale del mito della prima donna; inoltre, l'esclusività del nuovo culto misterico doveva attribuire la massima importanza all'eliminazione di tutto ciò che potesse ricordare altri culti misterici: Mitra, Cibele, Attis, Iside e Osiride. Ciononostante, i seguaci di un culto misterico non potevano tornare semplicemente, ancor meno degli ebrei palestinesi, al racconto della creazione della Genesi. Non si trovò altra soluzione se non quella di spiritualizzare quell'antichissima leggenda della nascita. Ciò che fino ad allora, per l'iniziato, si era svolto all'inizio dei tempi in cielo, venne ora trasferito sulla terra e trasformato in un fatto storico determinato cronologicamente. Gesù ricevette genitori terreni, i quali portavano tuttavia nomi tali da permettere all'iniziato ai culti misterici di associare molteplici significati. Maria, o Mariam, ricordava Miriam, la sorella di Mosè, che già da tempo in alcune comunità era venerata come la prima donna. Il casto Giuseppe, che non si avvicinò alla donna vergine, ricordava quell'altro Giuseppe che aveva resistito alle seduzioni di Potifar e la cui storia rappresentava un mito misterico di Osiride razionalizzato e giudaizzato. Come si è detto, il credente poteva sentire vibrare in sé molte associazioni d'idee al suono di tali nomi; e nello stesso tempo Giuseppe e Maria venivano presentati come semplici esseri umani. Solo così poteva essere risolta la contraddizione, di per sé insuperabile, di rappresentare una nascita insieme terrena e ultraterrena. Il soprannaturale veniva reso più sottile, privato della sua consistenza materiale, e rimaneva sospeso come un delicato profumo, come un lontano suono di campane attraverso l'aria. Questo processo di trasformazione, insieme ingenuo e sublime, appare ancora più chiaramente nel racconto meravigliosamente casto dell'annunciazione. L'angelo è, in fondo, ancora Dio stesso, ancora quel Creatore del mondo che si unisce alla prima donna. La sua «Parola» entra nel grembo della vergine; e la Parola era, per il pensiero platonico e stoico, qualcosa di reale e di oggettivo, equivalente al seme di tutte le cose. Ma come è tutto avvolto nei veli più delicati! Come tutto è diventato musica, interiorità e spiritualità! Come l'antica rappresentazione, un tempo brutalmente naturalistica, si è trasformata in un inno alla castità della donna! Qui si intuisce ciò che quel singolare platonismo, che rendeva sensibili e concrete le idee, significò per la cultura dell'antichità: esso riuscì infatti a spiritualizzare nel modo più magnifico perfino la sensualità più selvaggia.

Il cristianesimo si era formulato e fissato; il culto misterico, dal punto di vista ideale, era divenuto una religione universale. La distruzione di Gerusalemme lo separò per sempre dal giudaismo; e tuttavia il giudaismo aveva combattuto in esso contro la gnosi una lotta tanto accanita quanto vittoriosa, tracciando così una linea di separazione dal paganesimo che rimase anch'essa invalicabile. Ma questa esclusività non escludeva l'ampiezza di vedute, poiché ogni pagano e ogni ebreo era accolto se voleva diventare cristiano. In questo senso, certo, così avevano già agito il giudaismo, la religione persiana e i culti misterici precedenti. Soltanto che tutte queste formazioni erano state gravate da un eccesso di tradizione: tradizione politica, storica e mitologica selvaggiamente accumulata; e mancava loro un'esclusività capace di organizzarle e di dare loro una forma unitaria. Si poteva appartenere contemporaneamente ai culti di Mitra e di Attis, di Iside e di Cibele; e perfino il giudaismo, nei confronti dei suoi proseliti, era stato caratterizzato da una tolleranza sorprendente. Ma allora ogni tolleranza costituiva un pericolo e una rovina, perché la contrapposizione latente tra una moralità rigida e una magia primitiva di carattere naturalistico suscitava continuamente divisione, caos e anarchia. Soltanto una formula saldamente stabilita, soltanto un mito capace di realizzare una sintesi — anche se forse soltanto attraverso il velo dell'occultamento e di una sottilissima interiorità irrazionale — poteva colmare l'abisso, poteva portare a compimento questa immensa lotta e il gigantesco lavoro della tarda antichità. Attraverso la distruzione di Gerusalemme e la successiva disgregazione del giudaismo nacque infatti quel culto misterico che, solo e pienamente, era all'altezza di questo grandioso compito. Il cristianesimo aveva abbandonato per sempre l'oscurità dei culti misterici e il suolo della Palestina, e da quel momento in poi avrebbe combattuto le sue battaglie sul terreno dell'Impero universale.