lunedì 24 agosto 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — I culti misterici

 (segue da qui)

I culti misterici

La nazionalità si era trasformata in una Chiesa, in una somma di usanze e costumi e di antichissime cerimonie religiose. L’etica politica era divenuta ascetismo, una fantastica forma di romanticismo che scorgeva il proprio ideale nel saggio, in un uomo divino del tutto impossibile sulla terra, al quale sarebbe toccato il compito di mediare tra gli uomini e Dio Padre. E come dunque il fine veniva elevato al di sopra del mondo terreno, così anche il desiderio e l’aspirazione dell’umanità di quell’epoca dovevano assumere un colore ultraterreno. Bisognava morire ai desideri, alla sensualità e ai piaceri, per essere un sapiente unito all’essere divino. Finché però si viveva, si verificavano sempre ricadute, perché il corpo, questo carcere dell’anima, faceva valere i propri diritti. Solo la morte era per il puro la vera nascita, nel quale la sua anima immortale entrava nella vera vita. Da tali pensieri derivò una forte brama di morte, e con ciò il problema della morte venne in generale posto in primo piano per l’umanità antica. Un problema immenso, quando si comincia a riflettervi, davanti al quale ogni nazionalismo impallidisce. Il mondo antico appariva improvvisamente sotto una luce completamente diversa, spettrale e terrificante. Non più l’astro del giorno, bensì un sole invisibile dell’aldilà determinava la sua luce e la sua ombra. Non solo la nazione era diventata una Chiesa, non solo l’ideale politico era divenuto un romanticismo etico, ma era divenuto religione e metafisica.

Eppure era ancora la medesima umanità antica, che ai suoi tempi non aveva conosciuto nulla di più elevato della città-Stato e della più completa dedizione politica del cittadino. Questo ideale originario cercò di essere ristabilito dalla tarda antichità, e soltanto perché le forze della terra venivano meno essa chiamò il cielo in aiuto. Soltanto per completare ciò che era terreno, venne evocato e invocato con ardente desiderio tanto elemento spirituale e ultraterreno. Lo Stato era sì divenuto una Chiesa, ma una Chiesa visibile, e per gli uomini di quei secoli sarebbe stata impossibile una religione completamente individualistica, fondata unicamente sul sentimento interiore. Anche qui vi era certamente individualismo, ma un individualismo contro la propria volontà, che cercava nuove catene, una nuova comunità, poiché le forme naturali, tramandate ed ereditate della vita statale non erano più sufficienti. Quando poi si arrivò al problema della morte e, per mezzo di esso, si venne trasferiti in un mondo nuovo e magico, a quest’epoca accadde quasi ciò che avvenne a Saul, figlio di Chis, il quale partì alla ricerca di un’asina e trovò un regno. Al posto della perduta città-Stato fu trovato il culto misterico: una religione universale.

Da secoli esistevano nel mondo antico delle “Chiese” che, accanto al culto dello Stato, conducevano un’esistenza relativamente subordinata e soltanto in epoche di particolare agitazione si elevavano a un’efficacia momentaneamente accresciuta. Erano i culti segreti, i misteri, ai quali chiunque aveva accesso, giovani e anziani, uomini liberi e schiavi, Elleni e barbari, e che pertanto possedevano una universalità in significativo contrasto con l’esclusività delle religioni propriamente politiche delle città-Stato.

Essi perseguivano lo scopo di garantire ai loro fedeli la certezza di una vita beata dopo la morte. In Grecia, i culti misterici di Eleusi erano i più celebri del loro genere; tra gli iniziati ad essi appartennero praticamente tutti gli uomini più importanti dell’Ellade. Demetra e sua figlia Kore, o Persefone, e Dioniso si trovavano al centro di questo culto eleusino. In Egitto, Osiride e sua consorte Iside erano già, fin dal secondo millennio dell’era precristiana, tali divinità del culto misterico. In Siria si celebrava Adone, e in Frigia la madre degli dèi Cibele con il suo prediletto Attis. In epoche posteriori, probabilmente negli ultimi secoli del periodo persiano, anche la religione di Zoroastro si cristallizzò nel culto misterico di Mitra. Accanto a questi dovettero esserci innumerevoli altri culti segreti di questo genere, la maggior parte dei quali è scomparsa senza lasciare traccia, mentre qua e là ancora una singola traccia luminosa emerge dall’oscurità. Così nei profeti ebrei si parla di un Tammuz, per la cui morte i suoi fedeli fanno lutto. Dunque una figura affine a Osiride e ad Adone, cioè appunto un dio dei culti misterici.

Un’altra traccia che indica l’esistenza di un culto praticato nella città di Sinope, sul Ponto, deriva dal singolare racconto del trasferimento di Serapide ad Alessandria sotto il primo Tolomeo (morto nel 283 A.E.C.). Evidentemente allora si trattava di trovare per la metropoli ellenistica d’Egitto un dio cittadino tratto dal pantheon greco, che potesse essere messo in relazione con l’egizio Osiride. Un sacerdote di Eleusi, chiamato ad Alessandria per l’istituzione dei culti misterici eleusini, seppe come provvedere a questa esigenza. A Sinope veniva venerato Zeus Ade insieme a sua sorella e consorte Persefone. Si trattava dunque di due divinità sotterranee, che si potevano in qualche modo paragonare a Iside e Osiride, la coppia di fratello e sorella, nonché di sposi. Così l’immagine del dio fu portata ad Alessandria, dove i sacerdoti egizi accolsero la divinità come Osiride-Apis (Serapide), come signore del regno dei morti, e dove da allora in poi egli fu venerato insieme a Iside. Si deve supporre che qualche culto misterico affine si fosse già collegato a Sinope alla persona di Zeus Ade, riguardo al quale il sacerdote di Eleusi era probabilmente informato per ragioni professionali, poiché una tale fusione di divinità in un’epoca di ancora relativamente scarsa agitazione religiosa non si spiegherebbe altrimenti. Probabilmente si potrebbero ancora raccogliere molte altre testimonianze di questo genere: frammenti sparsi che tuttavia non ci permetteranno mai di intuire l’enorme ricchezza dei culti misterici. Ogni dio o demone era adatto a un culto segreto, e ogni piccola setta marginale che volesse distinguersi dai concorrenti avrà scelto per sé la propria particolare entità divina. Così stavano le cose, come si può ancora riconoscere chiaramente, negli ultimi tempi prima di Cristo; e nulla impedisce di supporre che una tale situazione fosse già esistita da secoli. In Oriente, fin dall’inizio del dominio persiano, questi culti misterici presero sempre più il sopravvento sulle antiche religioni tribali, e l’ondata travolgente giunse anche fino alla Grecia.

Nel 6° secolo avanti Cristo emersero sette orfiche e dionisiache, e i culti misterici eleusini ricevettero sotto i Pisistratidi la loro forma definitiva. Se la Grecia allora fosse caduta sotto la tempesta persiana, la sua vita religiosa senza dubbio si sarebbe ulteriormente sviluppata nella direzione già intrapresa. Ma le gloriose vittorie spinsero la nazione interamente verso la via politica, e la città-Stato raggiunse proprio allora il suo massimo splendore. Naturalmente, a quel punto le religioni puramente politiche e la vita mondana soppiantarono i culti misterici, che passarono sempre più in secondo piano. Ma essi non scomparvero e continuarono ad agire silenziosamente nella vita privata, finché finalmente anche per la Grecia e per Roma giunse la loro ora.

Il culto misterico voleva dare al devoto la certezza che, dopo la morte, egli sarebbe giunto alla vita eterna. Che non sarebbe andato in un luogo di ombre mute o in un luogo di tormento, dove i demoni che fin dai tempi primordiali perseguitavano il genere umano avrebbero potuto torturarlo a loro piacimento. Al contrario, gli si sarebbe aperto un regno celeste di luce, un’isola dei beati nel lontano Occidente, oppure un giardino divino di Eden, o persino il coro degli angeli stessi, raccolti attorno al trono dell’Eterno e intenti a celebrarlo con sublimi inni di lode.

Questa concezione, soggetta a molteplici trasformazioni a seconda del grado di cultura dei popoli, fu sempre e ovunque l’idea fondamentale di quei culti segreti. Come mezzo per questa vittoria sulla morte, però, si ricorreva a un cibo magico segreto e poi a formule incantatorie, dotate della forza di gettare nel terrore l’esercito dei demoni. Già nell’antichissimo poema babilonese di Gilgameš si parla di tali pani mistici, attraverso il cui consumo si ottiene l’immortalità. Gli dèi greci dell’Olimpo ricevevano la loro eterna forza vitale mediante il consumo di nettare e ambrosia, così come le divinità nordiche dell’Edda attraverso le mele di Idunn. Conformemente a queste concezioni, gli iniziati di Eleusi bevevano il kykeon, una bevanda composta da vari elementi, e mangiavano un dolce che veniva custodito nel “cesto mistico”. Non vi è dubbio che qui, seguendo ogni analogia, dobbiamo riconoscere dei “sacramenti”, cioè dei mezzi magici. Infatti, poiché i culti misterici eleusini garantivano esplicitamente l’immortalità, una vita beata nell’aldilà, come fine ultimo raggiungibile, la cerimonia menzionata doveva necessariamente essere collegata a ciò. Questa bevanda e questo pane svolgevano precisamente un ruolo simile a quello di cibi analoghi degli dèi e degli uomini, di cui narrano le mitologie e le leggende di quasi tutti i popoli. La cosa appare ancora più chiaramente dai resoconti sui culti misterici di Mitra, il cui culmine era il sacro banchetto, al quale gli iniziati partecipavano indossando le loro maschere come leone, corvo, persiano, soldato, a seconda dei sette gradi che ciascuno aveva raggiunto. Qui venivano appunto consumati i cibi consacrati, che inoculavano all’anima la sostanza dell’immortalità, la sostanza protettiva contro i demoni. Ma questa sostanza non era altro che il dio stesso dei culti misterici, nel quale i suoi fedeli si trasformavano mangiando di lui e bevendo di lui. Qui ci imbattiamo nello strato più profondo e più antico delle concezioni religiose, vale a dire nell’animismo. Dobbiamo trasportarci in tempi remotissimi, quando ancora il capofamiglia era riunito con la propria famiglia e la servitù attorno alla fiamma del focolare, e quando questa fiamma, che non doveva mai spegnersi, era considerata ancora il dio, l’antenato e il fondatore della stirpe. Si sedevano al pasto preparato presso il fuoco del focolare; esso significava dunque un sacrificio offerto al dio antenato. Si credeva inoltre che nei frutti, negli animali e negli uomini la scintilla del fuoco ardesse come nucleo vitale, come anima dell’animale o del frutto. Quando se ne mangiava, si assumeva insieme anche l’anima, la forza segreta, e la scintilla del fuoco passava nel commensale e accresceva la sua forza. Bastava che nella mente di un uomo primitivo vivesse una concezione, del tutto elementare, dell’unità di tutti gli esseri, perché la scintilla fosse identificata con l’anima vitale che entrava in lui durante il banchetto, proprio con quell’altra scintilla della fiamma del focolare che si levava davanti ai suoi occhi. Non vi è dubbio: il suo dio era entrato in lui come anima vitale durante il pasto. Allo stesso tempo, però, il dio stesso era anche ospite alla sua tavola, poiché per saziare la fame divina parti del banchetto, per esempio pezzi di carne, venivano gettate nel fuoco del focolare e consumate da esso. Da ciò nasceva un’estasi e un’unità mistica di natura assai primitiva, ma nondimeno potentissima. Il dio entrava come nutrimento nei suoi figli nati dopo di lui, ed era al tempo stesso loro ospite durante il pasto quotidiano presso il focolare. Essi sentivano gonfiarsi nelle loro membra tutte le forze dell’antenato e lo vedevano davanti ai propri occhi come una fiamma ardente. Questa fede animistica ha naturalmente conosciuto innumerevoli trasformazioni, e per esempio la forza vitale venne talvolta semplicemente concepita come sangue, oppure come sangue e carne. La terribile usanza del cannibalismo nacque da queste concezioni, poiché si riteneva di incorporare, insieme alla carne, anche la forza e il vigore, cioè l’anima del nemico. Ciò non valeva soltanto per l’uomo, ma anche per gli animali, che non venivano affatto divorati unicamente per nutrirsi, bensì anche in base alla concezione animistica secondo cui si poteva acquisire in tal modo la loro forza. Perciò agli inizi delle religioni essi venivano ovunque venerati e temuti come dèi o demoni, come esseri buoni o malvagi. A poco a poco si fece distinzione tra animali che racchiudevano una forza benefica e quelli che ne contenevano una maligna. Consumare questi ultimi era pericoloso, perché altrimenti il loro spirito nocivo sarebbe passato negli uomini. Tali animali furono dunque considerati “impuri” e non potevano essere mangiati. Presso gli ebrei e gli egizi, com’è noto, il maiale acquisì questa cattiva reputazione, e ogni sistema religioso, ogni credenza popolare e ogni superstizione dell’antichità conosceva una grande quantità di carni impure vietate agli affamati, così come un ricco numero di frutti impuri. Riemergeva sempre la concezione secondo cui un demone benefico o malefico penetrava nell’uomo durante il pasto sacrificale e ne accresceva o indeboliva la forza. Per lo più veniva offerto alla divinità proprio l’animale o il frutto di cui essa preferiva nutrirsi; e ciò non significava altro se non che, in un’epoca più antica, il dio stesso era stato quell’essere. Dioniso era un tempo il capro o la vite; Zeus l’aquila o, a Dodona, la quercia; Poseidone il cavallo o il mare; Hermes l’ariete; Atena la civetta o l’olivo. In ogni sacrificio rimaneva sullo sfondo la concezione mistica secondo cui il dio da un lato consumava sé stesso e dall’altro i suoi fedeli tornavano a consumare lui. Un’estasi orgiastica, un panteismo travolgente, il sentimento di una completa unità tra dio e uomo dovevano infine svilupparsi da un animismo barbarico, nel quale tuttavia era contenuto il germe di ogni cosa sublime. Ma questa sublimità nell’antichità non ha mai abbandonato il guscio naturalistico, e così incontriamo l’antichissimo incantesimo soprattutto ancora nei culti misterici.

I culti misterici dionisiaci avevano persino conservato la forma più selvaggia di questo naturalismo, quando le Menadi vagavano per i monti e, con la bocca schiumante e le mani convulse, dilaniavano giovani agnelli e talvolta li divoravano. Per il resto, tuttavia, è vero che molto presto proprio qui il vero sacrificio animale venne meno, cosa che si può spiegare a partire da determinate concezioni morali che conosceremo più avanti. Non è neppure escluso che si temesse di dover entrare nell’aldilà sotto forma animale, dopo aver consumato qualche cibo animale magico, invece che nella forma divina dell’uomo. Poiché però naturalmente il cannibalismo era ancor più escluso, restavano possibili soltanto i frutti, un dolce mistico e una bevanda mistica. Ma, in virtù del panteismo, in virtù dell’unità estatica di tutte le cose, si immaginava che in questi cibi fossero contenuti anche l’animale sacro e il dio uomo-divino. Si ritiene che i seguaci di Mitra credessero non solo di nutrirsi del sacro toro, dalla cui carne, dalle cui ossa e dal cui sangue era stato creato il mondo, ma anche che, attraverso quel pane e quella bevanda, il dio Mitra entrasse in loro. Su una parete del tempio di Edfu, già in epoca egizia antichissima, era raffigurato il defunto Osiride, dal cui corpo crescevano spighe; e sotto di essa si leggeva: “Questo è Osiride dei misteri”. Qui abbiamo il simbolo più perfetto di questa concezione così estranea, così profondamente naturalistica. Vediamo che nei culti misterici, durante il sacro banchetto, veniva consumato il frutto che conferiva l’immortalità, ed esso rappresentava al tempo stesso una trinità composta da frutto, animale e dio. Coloro che erano ammessi a questo banchetto — i sottoposti alla prova, gli iniziati e i consacrati — si fondevano in un’estasi panteistica con la divinità e anticipavano già la beata vita dell’aldilà.

Prima però essi vivevano un mistero nel senso più stretto della parola: una rappresentazione drammatica tratta dalla vita del loro Mitra, Osiride, Adone o Attis. Vedevano come Mitra uccideva il toro sacro, come Iside vagava qua e là e ricomponeva il cadavere smembrato del suo sposo, assassinato da Tifone, e lo deponeva nel sarcofago; oppure come Osiride, nella barca, discendeva lungo la terribile corrente verso il regno dei morti; oppure come il defunto Adone veniva deposto nella tomba da donne in lutto e in lacrime. E udivano il giubilo quando il dio ucciso risorgeva di nuovo dopo tre giorni. Poi venivano loro date da assaggiare le vivande mistiche e veniva comunicato loro il messaggio: «Osiride è entrato in te; anche tu ora sei Osiride. Anche tu risorgerai dopo la morte; tu percorrerai la corrente e vincerai i demoni. Anche tu sei divenuto Adone; tu sei Dioniso e attraversi tutti i pericoli della morte e sali fino a Dio, come Dioniso Zagreo è salito fino a Zeus». Da questa prospettiva si comprendono i brividi e le gioie dei fedeli durante il banchetto mistico. Poco prima avevano visto come il venerato dio misterico fosse quasi sul punto di soccombere nella lotta contro i demoni. I demoni lo avevano ucciso e avevano tentato di impedire la sua resurrezione; egli aveva ricevuto il cibo magico e gli era stato annunciato: «Tu stesso sei d’ora in poi il dio». Egli doveva dunque sapere che anche lui avrebbe ormai vinto i demoni e che per lui era preparato il regno della luce. Per colui la cui anima era tormentata dalla paura delle potenze malvagie dopo la morte, una simile esperienza interiore doveva diventare l’esperienza più potente possibile. Ma non dimentichiamolo: il presupposto di queste dottrine spesso sublimi era un animismo primitivo. Il credente sarebbe caduto nella disperazione se avesse appreso che il suo dio non abitava affatto nel cibo magico e che non era entrato in lui in forma corporea. Il più alto e il più oscuro si erano intrecciati l’uno con l’altro: l’esperienza religiosa interiore e la superstizione dei tempi primordiali; e tutta l’antichità non ha mai percepito questo dualismo come tale.

Queste rappresentazioni e pratiche cultuali proprie di ciascun singolo culto misterico erano considerate un segreto indicibile, che non doveva essere rivelato ai non iniziati. Fin dai tempi più antichi questa era una consuetudine generale, probabilmente connessa alla credenza nei demoni malvagi, ai quali non si doveva permettere di conoscere la formula magica protettrice. Più tardi, almeno, i Padri della Chiesa cristiana, per spiegare l’analogia tra le cerimonie pagane e quelle cristiane, sapevano raccontare cose assai inquietanti riguardo all’attività degli spiriti maligni, che stavano in agguato per spiare e imitare i sacri misteri, mescolarli con abomini satanici e così ingannare i fedeli inconsapevoli. Questa singolare concezione appare in tutto e per tutto come un oscuro atavismo proveniente dalla preistoria, quando l’uomo primitivo era ancora paralizzato dal timore delle potenze demoniache e degli dèi invidiosi e guardava intorno a sé in cerca di aiuto e di salvezza. Quando poi si era trovato qualche mezzo di difesa, una formula magica o un rituale efficace, bisognava guardarsi bene dal lasciarsi sottrarre quel prezioso tesoro e dal parlarne con leggerezza, poiché i demoni avrebbero potuto ascoltare. Solo in luoghi consacrati e protetti veniva svelato ciò che era nascosto e rivelato il vero nome del dio salvatore. Così nacque appunto il mistero, il segreto, come misura difensiva della paura tremante, la quale, a un livello più elevato, poteva facilmente trasformarsi in venerazione religiosa, poiché il brivido, come dice Goethe, è «la parte migliore dell’umanità». L’improvvisa luce della conoscenza dopo una lunga preparazione, la caduta di tutti i veli che coprivano l’enigma a lungo nascosto, la rappresentazione drammatica delle sconvolgenti vicende di morte del dio, la divinizzazione degli stessi spettatori dopo il consumo dei cibi sacri: tutto ciò doveva suscitare un sentimento travolgente, una percezione della terribile problematicità dell’esistenza, e al tempo stesso provocare l’esperienza interiore della liberazione e della redenzione. Ma, per quanto possiamo valutare altamente questa efficacia, e per quanto questo segreto sia divenuto sempre più, presso i popoli colti dell’antichità, il simbolo stesso dell’esperienza religiosa originaria, esso non divenne mai soltanto un simbolo di realtà puramente spirituali. Conservò sempre il suo carattere concreto e materiale e non rinnegò mai la propria origine in un culto magico. Tuttavia, questo dissidio interiore dell’anima antica ci è ormai noto da tempo, ed era destinato a essere portato fino alla tensione più estrema.

Prima che l’iniziato fosse ammesso alla conoscenza suprema e alla divinizzazione, doveva anzitutto sottoporsi a molteplici purificazioni. Il dio non avrebbe mai tollerato l’impuro nel suo santuario più intimo. Naturalmente, assai presto si fece strada anche il concetto di purezza morale. Tuttavia, l’origine autentica di tutte queste molteplici pratiche di purificazione non era affatto di natura etica. I demoni maligni, per usare un’immagine, ricoprivano l’umanità di una sostanza impura che rimaneva attaccata agli uomini e causava malattie fisiche e spirituali. Anche quando qualcuno, in preda all’ira, commetteva un omicidio, oppure era dominato dall’invidia o dall’empietà, tali azioni e disposizioni non venivano attribuite alla sua natura morale, bensì a quella sostanza estranea e impura che gli aderiva addosso e che, come un veleno inoculato, finiva col corrompere a poco a poco l’intero essere umano. In una concezione così radicalmente naturalistica, era ovvio che anche i rimedi contro il male dovessero essere della stessa natura. L’uomo non doveva liberarsi mediante un immenso sforzo morale, ma mediante una purificazione nel senso più letterale e concreto del termine. Doveva lavare via dal proprio corpo, con acqua pura, quella sostanza estranea, ripugnante e corruttrice. Naturalmente non bastava dell’acqua comune, ma soltanto un’acqua sulla quale fosse stata pronunciata una formula magica, cosicché essa acquisisse una forza superiore e fosse in grado di eliminare quelle tenaci componenti demoniache che aderivano all’uomo. Oltre che con l’acqua, si purificava anche mediante il fuoco, le fumigazioni, la farina e la crusca utilizzate per le abluzioni e le frizioni, mediante vesti bianche, pelli di animali, sangue sacrificale e innumerevoli altre pratiche che i secoli avevano accumulato. Ben presto, tuttavia, a tutto questo complesso apparato rituale si associò anche l’idea morale, poiché le sette orfiche e pitagoriche intrecciarono le loro speculazioni su Dio e sull’immortalità con le concezioni dei culti misterici, fondendole in un’unica visione. Questi filosofi fantastici dichiaravano che il corpo stesso era una sorta di impurità aderente all’anima, che doveva essere eliminata affinché l’uomo spirituale potesse giungere all’incorruttibilità. Di conseguenza essi predicavano la mortificazione del corpo e l’estirpazione dei desideri; e l’antico culto della purificazione assunse così una svolta fortemente ascetica, ormai non lontana da una sorta di romanticismo etico. I riti, le abluzioni e le fumigazioni acquisirono spesso il carattere di discipline, mortificazioni ed esercizi destinati a combattere e a sradicare le passioni malvagie. Del resto, era quasi inevitabile che i concetti di purezza fisica e purezza morale finissero per confondersi, soprattutto in epoche caratterizzate da una più intensa interiorità e religiosità. Nel complesso, tuttavia, nell’autentica antichità classica, finché i culti misterici rimasero in secondo piano rispetto alle religioni civiche e alla vita nazionale, il carattere naturalistico prevalse su quello etico; e perciò il contrasto sottostante non si manifestò ancora in tutta la sua acutezza. Ciò avvenne soltanto quando una nuova epoca riconobbe nei culti misterici la forma religiosa che le era propria e quando in questi antichi otri fu versato in abbondanza vino nuovo.

 L’anima antica era infatti ormai giunta a quella singolare e intensissima moralità che aveva trasformato la morale terrena e politica della città-Stato in un dogma. Era stato eretto un ideale inflessibile e lontano, che non trovava più posto sulla terra e che tuttavia portava un volto umano, i lineamenti di qualche sapiente o eroe dell’antichità. E nello stesso tempo questa tensione morale dei numerosissimi apostoli dell’etica si abbandonava a un’intimità e a una beatitudine sentimentale che si nutrivano delle pratiche ataviche di un naturalismo religioso proveniente da un oscuro passato primordiale. Una frattura attraversava l’umanità, che oscillava tra un rigido ideale unitario di carattere universale e un groviglio di pratiche particolari, senza sapere come uscire da tale contrasto. L’ideale nazionale aveva perduto il suo carattere politico, e il nazionalismo culturale poteva ormai esprimersi soltanto in una forma dogmatica, eroica e, per così dire, ecclesiastica. Ma l’unica «Chiesa» che allora esistesse erano appunto i culti misterici. Qui si trovava un naturalismo fantastico e inquietante, capace di sconvolgere il sentimento e di fondere tutti i partecipanti in una intimità indissolubile. Ciò che la religione ufficiale, dopo il declino delle sue basi politiche, non era più in grado di offrire, e di cui tuttavia l’uomo antico, educato dalla città-Stato, non poteva assolutamente fare a meno, veniva qui offerto in abbondanza. Si aveva la sensazione di essere nuovamente cittadini di una comunità attraversata dalla corrente di un unico sentimento irresistibile. Tutti quegli individui isolati si sentivano improvvisamente di nuovo cittadini, fratelli, compatrioti; proprio come in origine gruppi di persone provenienti dalla stessa provincia — per esempio Siri o abitanti dell’Asia Minore — si riunivano all’estero attorno a un culto misterico. Si potrebbe quasi dire: come oggi, a Berlino, i Prussiani orientali, i Slesiani o i Vestfaliani si raccolgono in un’associazione. Naturalmente questo paragone, scelto deliberatamente a un livello modesto, mostra al tempo stesso quanto fosse diversa la potente forza emotiva che per l’uomo antico era racchiusa nell’appartenenza a una determinata terra d’origine. Tutti i ricordi politici rimandavano a un’epoca che era stata interamente fondata sul particolarismo, e il tormento, la sofferenza interiore di quegli uomini consisteva nel fatto che il tramonto di quel grande passato aveva lasciato dietro di sé un vuoto nell’anima. I culti misterici offrivano ormai un ricco compenso per questa perdita. Essi però non venivano incontro soltanto alle tendenze regionali, ma anche a quelle universali dell’epoca. Se il frigio trovava naturalmente il proprio centro spirituale soprattutto nel culto misterico della Grande Madre e di Attis, l’egiziano nel culto segreto di Iside e Osiride e il siro in quello di Adone, ciò non significava che a un italico o a un gallo fosse impedito l’accesso. E i numerosi seguaci di Mitra non provenivano ormai da tempo soltanto dai persiani, ma soprattutto dai soldati dell’esercito imperiale romano. Nobili e umili avevano accesso, schiavi e uomini liberi; e tutti venivano rifusi in un’unica totalità dal carattere mistico e dall’impressionante apparato di questi culti segreti. Si generava così un sentimento che forse superava perfino, per forza e intensità, il patriottismo dei tempi antichi e che certamente lo oltrepassava sul piano dell’esperienza interiore. Qui ogni isolamento veniva abolito; qui esisteva di nuovo una comunità, non fondata però su basi intellettuali e politiche, bensì su una base magico-religiosa.

Accanto a tutto ciò, anche l’idealismo etico trovava ampio soddisfacimento. Già in precedenza la purezza, originariamente intesa in senso fisico, aveva dovuto lasciarsi reinterpretare in molteplici modi in senso morale. Questo processo di sviluppo proseguì, e i mezzi di purificazione assunsero ormai anche una coloritura ascetica. Forse il fuoco faceva soffrire, il sacro sigillo impresso a fuoco bruciava la carne, e forse le incessanti abluzioni e frizioni tormentavano il corpo fino allo sfinimento. Ma ciò era considerato un bene, perché in tal modo i desideri venivano frenati o annientati, e si era saliti di un gradino lungo il faticoso cammino verso la perfezione morale. Inoltre all’iniziato venivano imposte restrizioni nei piaceri della tavola, numerose astinenze dal consumo di carne, mentre la distinzione tra animali puri e impuri andava perdendo significato e, in generale, smarriva il suo senso originario. Non era più questo o quell’animale a essere impuro: la carne stessa, in quanto sede delle passioni, veniva considerata una impurità morale. Così nacque quel fantastico sentimento che vedeva nell’uccisione di un animale un omicidio e considerava l’aspersione dell’altare con il sangue una profanazione e un’offesa alla divinità. Per questo motivo, nel pasto sacro il frutto prese il posto della carne animale, la quale tuttavia avrebbe dovuto continuare a essere simbolicamente presente anche nel pane mistico; cosa contro cui, del resto, un panteista stoico non avrebbe avuto nulla da obiettare. Questa linea di pensiero condusse inoltre a un’ascesi del digiuno, e il romantico dell’etica aveva un gran da fare per purificarsi sempre più attraverso ogni sorta di mortificazione e di pratica purificatoria, fino a diventare degno di accedere al grado successivo dei culti misterici. E così si procedeva incessantemente lungo una linea ascendente, finché il santo — poiché ormai possiamo ben chiamarlo così — non raggiungeva il rango più elevato come capo e padre della setta. A quel punto egli era colmo di virtù magiche e sovrumane, già un dio sulla terra, destinato con assoluta certezza, dopo la morte, a entrare nell’Essere divino supremo e nella vita eterna. Il saggio della Stoà si era dunque avvolto in una fantastica metafisica, e si comprende ora perché questa trasposizione dell’ideale morale nel misticismo magico dovesse esercitare un’enorme forza di attrazione sugli animi di quel tempo. Le nature più forti trovavano qui un campo di attività e di sforzo continuamente crescente; quelle più deboli potevano invece sperare di sostituire le proprie insufficienti energie con l’efficacia magica dei sacri mezzi di purificazione. Non meno della nostalgia di intimità e di comunione, anche il romanticismo etico trovava qui la propria patria e una realizzazione poderosa.

Ma certamente questa corsa verso i culti misterici ebbe ancora un effetto immenso e imprevedibile: l’umanità antica cominciò ormai a tremare davanti a due demoni dei quali fino ad allora non si era particolarmente preoccupata. La paura della morte e del peccato riempì improvvisamente gli animi in modo inquietante; e da questo punto focale dell’angoscia il mondo antico venne poco a poco sempre più trasformato e scardinato dalle sue fondamenta, finché divenne qualcosa di completamente diverso. In ultima analisi, questi culti misterici non furono altro che il crepuscolo degli dèi dell’antichità.

Solo l’uomo moralmente perfetto aveva la possibilità, dopo la morte, di sfuggire ai demoni e di partecipare alla divinizzazione nell’aldilà. Ma quale degli uomini era un santo assoluto, uno che avesse estinto dentro di sé i desideri, le brame e le passioni del cuore? Certamente, per quanto era possibile, nessun mortale poteva giungere a tanto con le proprie sole forze; e proprio per questo esistevano i mezzi magici dei culti misterici, destinati a scacciare gli spiriti impuri e ad accogliere quelli puri. Ma vi era forse la certezza di una simile efficacia? Il cattivo spirito presente nell’uomo non poteva forse essere comunque più forte e resistere a ogni ascesi e a ogni magia? E anche se veniva temporaneamente vinto e respinto, continuava tuttavia a incombere invisibile intorno alla sua vittima, pronto a irrompere di nuovo nell’anima indifesa in un momento di debolezza e di rilassamento nella pratica degli esercizi. Allora per il ricaduto era del tutto impossibile salvarsi, poiché sembrava una colpa più grave e mostruosa se a cadere era colui che era già stato reso perfetto, rispetto a chi ancora non apparteneva ai purificati e agli iniziati. Perciò il fervente seguace dei culti segreti doveva vivere in un continuo tremore e in una terribile angoscia, temendo che tutte le sue fatiche potessero essere state inutili; e il pensiero della morte e dell’aldilà gli faceva gelare il sangue nelle vene. Spronato da questo terrore, egli decuplicava e centuplicava i propri sforzi, sorvegliava la propria coscienza e intensificava l’ascesi; accumulava i sacramenti magici e raccoglieva da ogni angolo del mondo ciò che la superstizione aveva stratificato nel corso di innumerevoli secoli. Non bastava più da tempo appartenere a un solo culto misterico, poiché agli animi angosciati e perseguitati appariva come una consolazione, per il bene della salvezza dell’anima, avere innumerevoli possibilità a disposizione. Il credente in Mitra correva anche alle grotte della Grande Madre, alle processioni di Iside, al culto di Adone e alla massa degli innumerevoli culti senza nome di quell’epoca. Tanti mezzi di grazia, che penetravano in lui come forze magiche, quell’infinità di pratiche e di meriti, dovevano finalmente renderlo inattaccabile, così che nulla potesse accadere alla sua anima dopo la morte. [1] Per non trascurare nulla, venivano iniziati già i bambini. Certo, contro ciò si levarono delle obiezioni, ma dovettero tacere quanto più l’immensa ombra di questa nuova paura si stendeva sugli animi. Un terrore attraversava le anime, e nelle nature più sensibili dovette elevarsi fino allo spavento. La paura dei demoni propria dei selvaggi primitivi sembrava essere ritornata in questi uomini altamente civilizzati. Ma la differenza — e una differenza enorme — consisteva proprio nel fatto che non si trattava di una paura fisica, bensì di una paura morale: di un entusiasmo religioso e di un idealismo eroico portati fino all’estremo dell’aldilà. Esso avrebbe dovuto infine fallire a causa della propria impossibilità e dissolversi nel nebuloso, se non fosse rimasto legato a oggetti concreti, alla mitologia, al naturalismo e all’ascesi. Ciò dipendeva dalla singolare condizione della critica della conoscenza di quell’epoca; e così ci troviamo di fronte a un fenomeno ancora completamente antico: di fronte all’impulso appassionato del greco a rendere sensibile e concreta persino la più sublimata spiritualità.

Con profonda commozione riconosciamo, in questa autenticamente smisurata paura della morte degli ultimi discendenti dell’antichità, ancora lo stesso coraggio eroico che un tempo aveva spinto gli antenati a rimanere fedeli fino alla morte allo Stato e alle leggi della patria, e a non conoscere vergogna maggiore di quella della perdita dell’onore inflitta loro dai concittadini. Tutto questo, però, era ormai semplicemente salito dalla terra al cielo: una trasformazione che doveva gradualmente mutare completamente l’etica antica e quasi capovolgerla nel suo contrario.

Quando gli Stoici si accinsero al compito di ricondurre la morale politica degli antenati a una formula astratta e universale, giunsero al concetto della legge, dell’inesorabile necessità, del rigido Fato.

Questa concezione non poteva affatto spaventare l’uomo dell’antichità; al contrario, essa trovava un potente riscontro nella sua forte anima ereditata dai padri. Per lui, infatti, lo Stato nel quale era cresciuto era stato il destino al quale egli si era consacrato e che lo aveva entusiasmato fino alle azioni eroiche. Certo, ora quello Stato era andato in frantumi; e doveva essere per lui al tempo stesso una consolazione e un motivo di gioioso stupore scoprire che il Fato eroico non era affatto legato soltanto alle istituzioni politiche, ma costituiva una caratteristica fondamentale dell’universo. Il saggio doveva soltanto vivere «secondo natura» e diventare interamente un servitore fedele e sublime del destino. Il panteismo stoico trasformava contemporaneamente la legge in un fenomeno fisico; e da qui nasceva facilmente il collegamento con la credenza negli astri, con l’astrologia dei Caldei e degli Egiziani. Questa dottrina si diffuse dunque enormemente nei primi secoli dell’ellenismo, e non è tramandato da nessuna parte che allora essa abbia suscitato paura o terrore. Ma poi si verificò una trasformazione, che assegnò all’astrologia, all’interno dei culti misterici, una posizione del tutto particolare. All’improvviso gli astri erano diventati da dèi potenze ostili e demoni. I signori dei sette pianeti avevano fondato questo mondo terreno e avevano stabilito il destino dell’uomo. Il mortale aveva ricevuto da loro la debolezza, il peccato e l’impotenza della volontà, e non poteva sperare di sfuggire al Fato imposto dai dominatori cosmici, se non quando giungeva un aiuto superiore, proprio quello che ci si attendeva dai culti misterici. Dopo la morte, l’anima doveva salire da stella a stella e da cielo a cielo, sempre più in alto, fino a giungere infine a Dio. Questo era un viaggio terribile, poiché su ogni stella dimoravano demoni, che potevano essere domati soltanto mediante le formule magiche e i segni prodigiosi dei culti segreti. Chi non possedeva queste forze dentro di sé e non era puro di cuore doveva soccombere ad essi. L’anima invece che saliva senza impedimenti deponeva, in ciascuno dei cieli, una delle sue proprietà peccaminose e corporee, finché, spogliata e liberata, giungeva salva al suo Dio. Così l’astrologia divenne improvvisamente un principio malvagio, e il destino e la legge si trasformarono in un incubo opprimente che schiacciava l’anima; tanto che più tardi i più antichi scrittori cristiani e le lettere paoline attribuirono alla loro giovane religione il merito di aver liberato gli uomini dal Fato e dal dominio degli astri. Ma anche gli altri culti misterici avevano già perseguito e desiderato questo obiettivo. Non fu affatto l’individualismo etico o la dottrina del libero arbitrio a produrre questo enorme mutamento. Fu invece la paura della morte a provocare questa trasformazione: la disperazione derivante dal fatto che l’ideale morale sembrava irraggiungibile. La legge e il destino potevano entusiasmare l’uomo forte, che conservava ancora la ingenua fede di essere egli stesso una simile legge e un tale destino, o di poterlo almeno diventare. Ma chi invece disperava di riuscirci doveva necessariamente vedere questo destino come un carnefice e un tormentatore, intento a distruggere gli uomini. Già gli Stoici più tardi, a partire da questa lacerazione della propria anima, avevano trasferito sempre più il loro ideale morale nell’aldilà e si erano avvicinati ai Neopitagorici, i quali non volevano saperne della formula «Dio-Natura», poiché Dio non poteva essere immerso negli elementi senza venire contaminato. Così il puro assoluto regnava in un cielo sovraterreno. Bisognava giungere fino a lui per essere liberati da ogni timore. In questo mondo, tuttavia, continuavano a dominare gli dèi elementari, gli astri, e regnava il destino schiacciante, che condannava gli uomini al peccato e alla rovina, se una potenza superiore e una magia non avessero vinto quella terribile forza. Proprio il fatto che ci si abbandonasse alla magia e ai culti misterici dimostra che non si aveva più fiducia nella propria forza e che non si credeva più neppure nel libero arbitrio, senza però trovare in cambio, come gli Stoici di epoca precedente, ancora più fiduciosi, una consolazione orgogliosa nella fede nel destino.

Anche il dio stesso dei culti misterici ricevette, attraverso questa nuova paura e questo nuovo pathos, un carattere del tutto diverso e perdette la sua autonomia, benché non la sua posizione dominante. Doveva essere il salvatore dell’anima, il difensore contro i demoni, e doveva quindi entrare in un rapporto intimo e quasi personale con gli uomini. Ciò però contrastava con la concezione del dio assolutamente puro e assolutamente morale, situato al di là delle stelle e al di là del Fato. Perciò Mitra non poteva essere il più alto degli dèi; tale era invece il Tempo (Aion), rappresentato nelle raffigurazioni simboliche sotto la forma di Crono con testa di leone.

Tuttavia questo deve essere già considerato un indebolimento e una trasformazione in senso ellenico. Presso i Persiani sarà probabilmente rimasto Ahura Mazda stesso, del quale non esistevano immagini, il dio supremo, mentre Mitra apparteneva al numero dei suoi servitori. Per quanto sappiamo poco inoltre di Osiride nei culti misterici, tuttavia dalle scarse notizie degli scrittori greci emerge chiaramente che vi era la tendenza a elevare sempre più Osiride stesso verso la dimensione metafisica e a porre al suo posto Iside e Horus. Il culto consacrato ad Attis e ad Adone dovette invece la sua ampia diffusione probabilmente anche al fatto che queste figure erano considerate divinità di secondo rango e quindi, grazie al loro contatto con la materia e con gli uomini, non potevano mettere in pericolo il principio dell’Uno assolutamente puro e assoluto. I culti misterici dovettero dunque abbassare il proprio dio di culto al rango di dio mediatore e giungere anch’essi sempre più a quel singolare monoteismo che in realtà era un dualismo e che necessariamente rimase l’ultima parola della teologia antica. Poiché allora si potevano caricare con tanta maggiore libertà su questo dio mediatore, che in realtà era un uomo, tutte le proprie angosce e sofferenze, il patire, la morte e la resurrezione del protettore dei suoi fedeli passarono in primo piano; e questo aspetto umanamente commovente finì per soppiantare tutti gli altri motivi di carattere naturalistico e metafisico. Tuttavia questo processo durò secoli, e noi possiamo ricostruire la sua evoluzione soltanto da tracce lontane, scarse e disperse.

Purtroppo non sappiamo più neppure indicare il momento in cui i culti misterici giunsero al loro significato universale. Già nella prima età imperiale questo sviluppo era essenzialmente compiuto e doveva ormai soltanto superare ostacoli esterni. Tuttavia già ai tempi di Silla sentiamo parlare di culti segreti a Roma, che trovarono un’accoglienza entusiastica presso il popolo e persino presso l’aristocrazia. I pirati al tempo di Pompeo professavano il culto di Mitra, e già un secolo prima il funesto re siriano Antioco Epifane perseguitò non soltanto gli ebrei, ma anche i seguaci di Mitra. I culti misterici di Osiride avevano addirittura un’antichità di millenni, e già il primo Tolomeo tentò di fonderli con il culto greco del dio Serapide. Anche le religioni naturalistiche di Adone, di Attis e della Grande Madre esistevano da tempo immemorabile; e non è affatto impossibile che la moralizzazione di questi culti segreti, fondata su una fede etica nell’immortalità, sia iniziata in epoca persiana sotto l’influsso della religione zoroastriana. Durante gli ultimi tempi della Repubblica romana, in ogni caso, l’Oriente si trovava in uno stato di intensa agitazione religiosa; e fu allora che il filosofo Posidonio realizzò l’avvicinamento dello stoicismo al neopitagorismo e alla credenza nei demoni. In questo periodo deve anche essere giunto a compimento il sistema dei culti misterici orientali, così da spiegare la sua successiva rapida marcia trionfale nella parte occidentale dell’Impero. È però altrettanto possibile — e persino molto più probabile — che questa intera evoluzione si fosse già conclusa in Oriente alcuni secoli prima.

NOTE

[1] Le innumerevoli iscrizioni dell'epoca imperiale mostrano come il singolo individuo appartenesse ai più svariati culti misterici e sacerdotali.