lunedì 20 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

 (segue da qui)


SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.


“In eterno, Signore, la tua parola è stabile nei cieli”, dice il cantore del tempio ebraico in Salmi 119:89. “Conosci tu le leggi del cielo, o determini tu il suo influsso sulla terra?” — così parla Jahvé stesso nel libro di Giobbe (38:33). E secondo Deuteronomio 4:19, il culto degli astri è stato voluto e ordinato da Jahvé per i popoli. “Poiché essi sono guidati dalle stelle”, dirà più tardi Maometto in Sura 16:16. Ma a coloro che, in Gerusalemme, interpretavano questo nel senso che sulla volta celeste fosse scritto anche il destino del popolo di Jahvé, giunse la parola profetica di Geremia 10:2: “Non imparate la via delle nazioni e non temete i segni del cielo, poiché sono le nazioni che ne hanno paura”. E Isaia 47:13 ammonisce: “Ti sei stancata dei tuoi molti consigli; si presentino ora e ti salvino gli osservatori del cielo, gli astrologi, quelli che ogni mese ti fanno sapere ciò che ti accadrà”. A Babilonia, infatti, si credeva di poter leggere nel corso delle stelle una scrittura celeste: lo zodiaco [1] era come un libro in cui, nel cielo, erano scritte le leggi divine, e il firmamento su entrambi i lati ne costituiva un commento doppio. “Di tutto ciò che esiste sulla terra”, dice Filone d’Alessandria nel suo trattato ‘sulla monarchia’ (2:5), “i segni sono scritti nel cielo”. E Plotino ripete (Enn. 2:3,7): Ὥσπερ γράμματα ἐν οὐρανῷ — “come lettere nel cielo”. Ma, scrive attorno al 222 a Roma Ippolito (Refutatio haeresium 4:50), “Quelle stelle non rivelano nulla”. Già Platone (Timeo 40 c–d) aveva considerato la convinzione che nelle posizioni degli astri si potessero scorgere presagi di eventi terreni come una superstizione nata dall’ignoranza; e, secondo Cicerone (De divinatione 2:42,87), anche Eudosso di Cnido, discepolo di Platone, affermava: “Non bisogna prestar fede ai Caldei, né alle loro predizioni, né alle determinazioni del destino di ciascuno secondo il giorno della nascita”. Allo stesso modo Teofrasto (Commentario al Timeo, 3:151) si stupiva delle predizioni caldee sulla vita e sulla morte tratte dalle stelle. Nel Talmud (Shabbat 157a) si legge: “Rabbì Yohanan disse che gli astri non hanno potere su Israele”. E Mosè Maimonide, tra gli altri, combatté con la massima energia l’astrologia — il che non toglie che presso i Farisei (Epifanio, p. 34) “fato e astrologia” godessero di grande prestigio; che, secondo Shabbat 156b, gli astri esercitano influenza anche su Israele; che, secondo Shabbat 75a, è dovere dell’uomo calcolare i solstizi e il corso dei pianeti, se ne è capace; che, secondo Zohar III 134, tutto dipende dal buon influsso stellare; e che gli ebrei, in ogni circostanza, si augurano ancora oggi mazzal tov, cioè buona costellazione o felice posizione astrale. [2] In un’iscrizione fenicia di Larnaca, l’antica Kition a Cipro, risalente al 4° secolo A.E.C., si legge le mazzal na‘amâ, cioè pressappoco come ἀγαθῇ τύχῃ [=“con buona fortuna”]. Il fatalismo presente nell’Islam e nel rabbinismo è di origine pagana antica. E con ogni probabilità il sabato ebraico, “nel suo fondamento”, non è altro che un giorno di inattività osservato per motivi astrologici: non lo si può eliminare con alcuna erudizione, anche se nella colonna 4178 della Encyclopaedia Biblica di Cheyne si assicura che “non vi è alcuna prova del culto di Saturno tra gli antichi ebrei”. Cosa che, in realtà, non è affatto pertinente al problema! Il rapporto tra pianeti e giorni della settimana, invece, parla da sé, in connessione con Amos 5:26 e Osea 2:10–16; e nel giudaismo gnostico si riconobbe più tardi che nelle Scritture “sacerdotalmente” rivedute della sinagoga era stato eclissato un dio del sabato, Saturno. Senza l’astronomia babilonese non ci sarebbe stato nemmeno il candelabro a sette bracci nel tempio ebraico, e l’astronomia babilonese era inseparabile dall’astrologia, che senza dubbio ebbe sempre una parte anche a Gerusalemme. [3] Perfino la gnosi giudeo-alessandrina di Sapienza 7:17, che si presenta come conoscenza della costituzione del mondo e della forza degli “stoicheia”, può benissimo essere intesa come conoscenza della potenza dei pianeti; anche i cosiddetti “principi del mondo” di Galati 4:3.9 e Colossesi 2:8.20 sono “stoicheia”, e verosimilmente corpi celesti rappresentati in senso astrologico — i κοσμοκράτορες, o dominatori cosmici di questa oscurità, come vengono chiamati in Efesini 6:12. Gli stoicheia celesti di Giustino, Apologia 2:5, non sono evidentemente altro che ciò; i grandi stoicheia di cui si legge in Eusebio (Hist. Eccl. 3:31) sono grandi luminari, e in Epifanio (p. 35) il termine “stoicheia” designa le costellazioni; mentre in un grande papiro magico di Parigi (v. 1303) la dea lunare è chiamata uno “stoicheion immortale”. Nella Predicazione di Pietro alessandrina (Clemente Alessandrino, Stromati 6:15) si dice degli ebrei che rendevano culto ad angeli e arcangeli, alla luna e ai mesi; e nella lettera a Diogneto (cap. 4) si afferma che essi osservano superstiziosamente il sabato, e fanno la guardia alle stelle e alla luna per osservare mesi e giorni — ciò che originariamente era stato un rimprovero profetico (Geremia 8:2). Se aggiungiamo che sabato e novilunio sono menzionati insieme come feste di natura affine, ad esempio in 2 Re 4:23, risulta chiaro che il sabato fu, in origine, senza dubbio un “giorno di Baal”.

NOTE
[1Sunt aries, taurus, gemini, cancer, leo, virgo, Libraque, Scorpius, arcitenens, caper, amphora, pisces [=“Ci sono Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, e anche Bilancia, Scorpione, il Portatore dell’arco, Capricorno, Anfora, Pesci”].
[2] “I Rabbini hanno tramandato che l’eclissi del sole è un cattivo presagio per i popoli, e che l’eclissi della luna è un cattivo presagio per gli Israeliti” (Soekká 29a). “Il santo nome Jaho significa il trono supremo, di cui la luna piena è l’immagine” (Zohar II 90b). Confronta qui Erodoto 7:37.
[3] Τῆς γὰρ νυκτὸς τῶν ἄστρων ποιοῦνται τὴν θεωρίαν, βλέποντες εἰς αὐτὰ καὶ διὰ τῶν εὐχῶν θεοκλυτοῦντες [=“Infatti, durante la notte contemplano gli astri, guardandoli e, attraverso le preghiere, invocando la divinità”]. Porfirio, ‘de abstinentia’ 2:26.