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La serie di dettagli simbolici della passione inizia con l’ingresso a Gerusalemme, [1] un prologo di cui poi non si avverte più alcun’eco, sebbene si possano individuare analogie più antiche. “Mardocheo uscì dalla presenza del re con un vestito reale viola e bianco, un grande diadema d’oro e un mantello di lino fine e porpora, mentre la città di Susa esultava e gioiva” (Ester 8:15). L’“uomo di Marduk” ebraico, sebbene non affermi di aver acquistato quella gloria con la morte, permette comunque di riconoscere il re finto durante la festa di Zagmuk e delle Sacee; il rito persiano del “barbuto” che in marzo si svolgeva su un asino, accompagnato da una folla che agitava rami di palma e acclamava, ma che rischiava di finire con bastonate per il re finto, costituisce anch’esso un antecedente abbastanza chiaro. Preso come viene raccontato, l’ingresso solleva subito la domanda se l’autorità romana abbia potuto guardare passivamente; anche Weiss lo definisce (pag. 152) “estremamente discutibile”. E cosa pensare della purificazione del tempio? Essa richiama Ezechiele 1:11-13; 56:7; Malachia 3:1.3.4; Zaccaria 14:21, e già Origene (1:322 Lomm.) vi aveva visto una figura retorica, considerando l’evento credibile solo come miracolo. Che Gesù (Matteo 21:21) abbia insegnato nel tempio, che era un macello e non una scuola, come lo sono diventati tutti i luoghi di culto ebraici dopo la sua distruzione, suona altrettanto strano, anche se secondo Sanh. 88b nei giorni di sabato e di festa i membri del Sinedrio potevano discutere questioni religiose sulle terrazze lungo le mura. E cosa doveva tradire Giuda, mentre Gesù insegnava apertamente? Il luogo in cui poteva essere catturato nella notte pasquale, quando — secondo Flavio Giuseppe (‘Antichità’ 18:2,2) — una moltitudine enorme di persone doveva essere a Gerusalemme? Bruno Bauer nel 1846 dichiarò il tradimento di Giuda un mito, facendo riferimento a Salmi 41:9 e Zaccaria 11:12; Volkmar lo respinse nel 1857, citando 1 Corinzi 15:5 e Apocalisse 21:14, osservando che gli ebrei non avevano bisogno di un traditore o di una spia. Che il tradimento di Giuda non fosse noto nella versione egiziana del Vangelo emerge dal brano ritrovato in cui Pietro racconta che i Dodici tornarono a casa piangenti e addolorati; così come Filone (‘Leges Alleg.’ 1:26) aveva visto in Giuda l’esempio del credente, l’autore dell’epistola a Giuda “testimoniò” a modo suo, apparentemente senza sapere ciò che le versioni romane avevano fatto o avrebbero fatto di Giuda Iscariota. Cheyne e altri indicano nella loro Encyclopaedia Biblica (col. 2627-2628) che il tradimento probabilmente non avvenne; e nel 1906 A. Schweitzer (pag. 394) ha almeno riconosciuto le difficoltà che bisognava risolvere. Da parte sua, egli vuole solo dire che il “segreto del Messia” non poteva essere reso pubblico, e perciò deve ammettere che all’ingresso non vi fu alcuna acclamazione messianica. “Diversi critici tedeschi hanno respinto la storia del tradimento”, osserva John M. Robertson in ‘Christianity and Mythology’ (² pag. 353), il quale trova in Dernburg un commento sulla “completa artificiosità della narrazione degli eventi del tradimento e del processo”, e definisce egli stesso (pag. 12) il racconto del tradimento di Giuda “ovviamente mitico”.
NOTE
[1] E. Hertlein: “che, in Marco, occorre improvvisamente senza preparazione e non lascia alcun effetto nel seguito” (‘Die Menschensohnfrage’, pag. 132).
