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“Dalla vigorosa, e ancora troppo poco considerata, critica di W. Brandt”, dice Joh. Weiss (pag. 151), “si è formato, in particolare riguardo alla storia della passione, un profondo atteggiamento di diffidenza, e non si può negare che una serie di tratti sia, in sommo grado, discutibile”. Ma egli chiede (pag. 169): “La comunità ha posto “insegnamenti divini” sulle labbra di un uomo reale o immaginario: — chi è stato allora l’artista capace di trovare accenti così personali?” E ciò, dopo aver ammesso (pag. 159): “Non si può negare che, anche con la ‘fonte dei detti’, non arriviamo ancora a Gesù, ma alla comunità”. Egli deve persino concedere (pag. 168) la possibilità che di Gesù non si sia conservata neppure una parola autentica, ma che tutto ciò gli sia stato attribuito; — da ciò si vede quanto solido sia il terreno sotto il metodo unilaterale di sottrazione proprio della competenza teologica ecclesiastica dei nostri giorni, con la sua fede in Gesù di Nazaret, il crocifisso, anche se non risorto. Poiché si ritiene che la resurrezione, ovviamente, non sia credibile, ma che la crocifissione si possa concepire senza difficoltà — benché nel Vangelo (Matteo 16:21; Marco 8:31; Luca 9:22) la passione e la morte del Figlio dell’Uomo siano presentate dallo stesso Gesù come l’altra faccia della resurrezione. “La questione essenziale e decisiva”, afferma nel 1908 M. Brückner (pag. 35) in uno scritto su ‘Il Dio-Salvatore morente e risorgente nelle religioni orientali e la loro relazione con il cristianesimo’, “è la questione della resurrezione di Cristo, poiché la fede in essa è il primo dato della dottrina neotestamentaria del Cristo. Come è sorta tale fede?” E A. Drews risponde (pag. IX della terza edizione de ‘Il mito di Cristo’): “Che davvero l’impressione sconvolgente provocata dalla persona di Gesù e tutto ciò che ne è derivato — come le visioni e le allucinazioni dei giovani fanaticamente esaltati — abbiano dato origine alla nuova religione, è tanto improbabile, e tale concezione è psicologicamente così discutibile, per non dire insipida, che persino un ‘teologo liberale’ come Gunkel la dichiara assolutamente insoddisfacente”. Anche Joh. Weiss riconosce: “Rimarrà in fondo un enigma, e certamente per sempre, come sia accaduto che la molla abbattuta si sia nuovamente raddrizzata” (pag. 45). “In effetti — egli prosegue — qui si nasconde un problema che pone le esigenze più severe al nostro senso storico. Come è stato possibile che, così poco tempo dopo la morte di Gesù, nella prima comunità non solo si sia creduto alla sua elevazione a dominatore divino del mondo, ma sia anche avvenuta una fusione tra un essere perfettamente ultraterreno, del tutto sovra-storico e, in fondo, persino impersonale — il Figlio eterno di Dio, l’Uomo celeste, lo Spirito, il Logos — e una determinata personalità storica e umana?” (pag. 111–112). Questa è precisamente la questione che i rappresentanti della fede cristiana sogliono rivolgere a una liberalità teologica che tende a umanizzare Gesù. “Come avrebbero potuto gli apostoli”, domanda nel 1906 il vaticanista M. Lepin a Lione, “testimoni recenti della morte ignominiosa del loro maestro, così profondamente sconvolti dalla violenza delle autorità ebraiche e dagli sconcertanti eventi della passione, passare improvvisamente all'idea che quel maestro martirizzato fosse il Messia di Dio?” (‘Jésus Messie et Fils de Dieu’, pag. 82). Una rappresentazione, in effetti, che presuppone quella della resurrezione, benché nella domanda non si consideri la possibilità che i discepoli galilei — i quali dapprima (Matteo 28:7.16; Marco 14:28; 16:7) si pensavano di ritorno nella loro regione d’origine, ma poi (Luca 24:47; Atti 1:8; 2:5.8.11) parlano in tutte le lingue a Gerusalemme e così ‘spiegano’ la diffusione del Vangelo — siano sempre rimasti, fuori della terra d’Israele (Atti 8:1), noti soltanto di nome o per sentito dire. “La questione”, osserva il pastore E. Baars di Vegesack presso Brema nella Wissenschaftliche Rundschau del 1° marzo 1911, “è se i particolari della cristologia possano essere spiegati solo supponendo che un Gesù storico, crocifisso e ritenuto Messia dai suoi seguaci, abbia costretto Paolo a fare della morte in croce il centro della sua cristologia”. E possiamo aggiungere: Paolo, che non menziona mai Galilea, Nazaret o Gerusalemme, né Pilato, né Getsemani, né Golgota, e che, quando sembra nominare “i Dodici”, lo fa evidentemente in una versione “corretta”. Poiché, ammesso che 1 Corinzi 15:5–11 non sia un’interpolazione, ci si dovrebbe aspettare al versetto 12 non che “Cristo sia predicato”, ma che “sia realmente apparso a molti testimoni”. Paolo non racconta alcun evento avvenuto nella terra d’Israele, benché si sia provveduto a far sì che egli sembri ora dire ai Romani di un “Figlio, nato secondo la carne dalla stirpe di Davide”. E il pastore Fr. Steudel di Brema chiede: “Come si può derivare il cristianesimo dall’impressione sconvolgente suscitata dalla personalità ‘incomparabile’ di Gesù, quando l’apostolo principale — dal cui operato, secondo i documenti stessi, la diffusione del cristianesimo può essere esclusivamente ricondotta — non si è minimamente curato di tale ‘personalità del tutto unica’?” (‘Nella lotta per il mito di Cristo’, pag. 68).
