(segue da qui)
Primo libro
Il problema di Cristo
Mito o biografia?
David Friedrich Strauss, il primo critico biblico in senso moderno, è stato anche il primo a tentare di prendere sul serio il concetto di mito cristiano. Tuttavia, si è fermato a metà strada, poiché il suo razionalismo gli ha posto degli ostacoli, e i suoi eredi e avversari – i moderni teologi liberali – non solo non si sono liberati di questo errore del loro predecessore, ma hanno addirittura fatto qualche passo indietro rispetto alla posizione da lui raggiunta.
Come si potrebbe non riconoscere l'elemento mitologico nei Vangeli? Sentiamo la meravigliosa dottrina del “secondo Dio”, del figlio primogenito, del Logos, che era uno tra le schiere celesti e sedeva alla destra del trono del Padre divino. Tuttavia, né il suo cuore né quello del Padre si erano induriti nello splendore dell’eterna gloria: al contrario, guardarono con misericordia la miseria dell’umanità sulla Terra. Lì regnavano Satana e i demoni, che inducevano i mortali al peccato e alla colpa, ai quali la natura carnale e la moralità innata di ogni uomo non riuscivano a resistere. Così peccavano i figli della Terra, e per questo, secondo la giustizia divina, meritavano la “morte eterna”, il fuoco infernale inestinguibile, la dannazione delle anime in un luogo dove c’era solo pianto e stridore di denti. Ma Dio, poiché era amore, doveva avere pietà di questa immensa sofferenza; e tuttavia, poiché era anche giustizia, non poteva semplicemente salvare i dannati. Esisteva però il “sacrificio espiatorio”, che nella storia delle religioni e nell'immaginario dei popoli antichi aveva sempre avuto un ruolo immenso. Solo attraverso questo sacrificio l’umanità poteva essere redenta dal peccato e dalle sue conseguenze: un secondo e ancora più grande Curzio doveva gettarsi nell'abisso, un secondo Isacco doveva consegnarsi con piena obbedienza alla morte per mano del proprio padre. Satana poteva essere placato, o meglio sconfitto e costretto a rinunciare alle anime dannate, solo se l’uomo più giusto e innocente di tutti si fosse offerto alla morte. Costui doveva essere un uomo del tutto senza peccato, senza macchia, senza la minima contaminazione terrena. Se un essere così perfetto avesse subito una morte colma di ignominia, come quella che spettava ai malvagi, allora il Principe delle Tenebre avrebbe ricevuto il prezzo della sua pretesa e non avrebbe più avuto alcun diritto sull’umanità condannata.
Ma dove si sarebbe potuto trovare un tale essere senza peccato? Certamente non sulla Terra, dove ormai ogni creatura sembrava essere caduta in rovina. L’unico senza colpa e senza peccato era Dio stesso, e poi il “secondo Dio”, il suo “primogenito”, il primo di tutti gli esseri creati dal Padre. Se questo essere puro avesse assunto forma umana e fosse disceso sulla Terra, solo allora sarebbe esistito quell'“uomo” senza peccato, che non si poteva trovare tra i nati da donna. Certo, si trattava di una discesa inaudita e terribile: colui che stava nei cieli, il secondo Dio e Signore degli angeli, ora doveva rimanere sulla Terra in una forma priva di splendore e di bellezza, misconosciuto e perseguitato, deriso e tradito dai suoi discepoli e consegnato nelle mani dei suoi nemici, che lo avrebbero fatto morire tra atroci tormenti sul patibolo della croce. E questi tormenti egli li prova davvero; non sono un'illusione, un inganno. Poiché, scendendo sulla Terra, egli ha assunto un vero corpo umano, così come un vero animo umano. Conosce tutte le sofferenze fisiche: la fame, la sete e il dolore della morte, quando le sue mani e i suoi piedi vengono trafitti. Prova profonda tristezza per l'abbandono e l'indifferenza dei suoi discepoli, così come sdegno e indignazione per l’odio e l’incomprensione dei suoi nemici. Eppure, egli accetta tutte queste umiliazioni e sopporta l’orrore della croce, perché solo così l’umanità peccatrice può essere salvata. Lo ha sopportato per amore degli uomini, ed è per amore che Dio Padre lo ha mandato sulla Terra. Il sacrificio divino non è stato vano: alla più profonda caduta seguì la più alta glorificazione. Dopo tre giorni, colui che era morto sulla croce risorge: è di nuovo il Figlio di Dio, è di nuovo l’Onnipotente. Discende negli inferi e libera i morti, per poi ascendere con loro al cielo. Da quel momento, all’umanità è stata data la possibilità di sfuggire al peccato e alla morte eterna, a condizione che si nutra del sacramento, della carne e del sangue di Cristo. Così, l’anima di ogni singolo individuo, una volta che il suo corpo abbia pagato il tributo alla mortalità, potrà anch’essa ascendere al cielo, proprio come fece un tempo il Primogenito stesso.
Questo è il mito protocristiano, sul quale si è edificato il grandioso edificio culturale della Chiesa cristiana. Questo mito pervade la letteratura dei Padri della Chiesa e degli apologeti dei primi secoli, così come le lettere apostoliche, soprattutto quelle paoline, e non da ultimo i quattro Vangeli. Infatti, il punto cruciale a cui tutto converge nei Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni è la crocifissione e la resurrezione del Figlio di Dio, e già molto prima di questi eventi, essi vengono preannunciati attraverso profezie allusive, simboli e parabole. Per quasi duemila anni, innumerevoli generazioni di cristiani hanno creduto nella realtà storica e fattuale di questo mito: in questo, Lutero non si differenziava affatto da un san Bernardo o da Tertulliano. Solo quando, con l’avanzare delle conoscenze scientifiche nei secoli 17° e 18°, la fede nei miracoli iniziò a vacillare sempre più, fino a essere infine abbandonata da tutti gli spiriti più progrediti, il mito dell’Uomo-Dio dovette necessariamente apparire sotto una luce diversa. La sua realtà come evento storico effettivo non poteva più essere sostenuta, e i razionalisti furono naturalmente pronti a bollarlo come “superstizione” e “inganno sacerdotale”, accettando nei Vangeli solo ciò che era naturale. Così divennero gli artefici dell'immagine di un saggio rabbino e predicatore itinerante di nome Gesù, un uomo che, come ironizzava Schleiermacher, dispensava “simpatiche massime morali”. Un pensatore con una solida formazione storica come David Friedrich Strauss non poteva accontentarsi di un metodo del genere. Gli era impossibile ignorare il fatto che non era stato un predicatore morale, ma il Dio mitico incarnato a determinare il corso della storia religiosa per due millenni. Una tale potenza spirituale non poteva certo spiegarsi semplicemente come frutto di inganno sacerdotale e superstizione. Strauss si assunse quindi il compito di indagare le fonti storiche, filosofiche e psicologiche di questo mito, concentrandosi in particolare sul suo legame con l'Antico Testamento. Strauss sapeva perfettamente che questa mitologia non era un inganno arbitrario, ma si era sviluppata organicamente dalla vita interiore e dalle premesse spirituali di quei secoli. Ma era consapevole di qualcosa di ancora più profondo: che in questo mito si celava un simbolo delle sofferenze e delle vittorie dell’umanità, qualcosa di atemporale, di valido per tutte le epoche. La sua missione, partendo da queste intuizioni, avrebbe dovuto essere, prima di tutto, quella di analizzare come storico della tarda antichità la genesi e l’evoluzione del mito all’interno del mondo romano, greco e giudaico; e successivamente, come filosofo, valutarne il contenuto simbolico e misurarlo rispetto alle esigenze culturali e alla visione del mondo della nostra epoca. Eppure, nonostante i suoi grandi meriti critici, bisogna ammettere che Strauss non fu all’altezza di questi compiti, né li comprese appieno. Si accontentò di dimostrare la natura mitologica del racconto, un aspetto che, in realtà, aveva un'importanza secondaria, e spiegò la sua origine in modo superficiale, basandosi esclusivamente su confronti letterari con l’Antico Testamento. Nei suoi scritti non si avverte minimamente il respiro profondo dell’anima dell’Impero Romano. Come filosofo, Strauss si limitò a rivestire la dottrina del suo maestro Hegel con la terminologia dei Vangeli, con grande abilità e finezza stilistica, come si può leggere alla fine della sua opera critica principale. E se almeno si fosse fermato lì! Purtroppo, l’uomo che aveva scoperto il mito dell’Uomo-Dio finì per cadere nell’errore più grave: cercò anche di scrivere una biografia di Gesù come essere umano, riaprendo così le porte a quel razionalismo che si era appena riusciti a superare.
I miracoli nei Vangeli, naturalmente, devono essere eliminati, soprattutto il miracolo della resurrezione, poiché nessun cadavere può spezzare la sua tomba. Ma la crocifissione non è certo un miracolo, bensì un evento naturale, che nell’antichità si è verificato innumerevoli volte. Quindi, la crocifissione è fondata sulla verità, ed è dunque una parte intoccabile della biografia dell’uomo Gesù, mentre si rifiuta di riconoscere il Cristo divino asceso al cielo. Così, più o meno, si potrebbe formulare il metodo biografico adottato da lui e dai suoi seguaci, e a prima vista sembra piuttosto credibile. Tuttavia, che dire se questa crocifissione fosse stata raccontata solo in funzione del punto culminante della resurrezione? Se voglio narrare un miracolo, posso farlo solo raccontando come un evento naturale si trasformi completamente nel suo opposto: un malato senza speranza viene improvvisamente guarito da un intervento divino, un uomo inghiottito da bestie feroci rimane vivo nel ventre del mostro e viene espulso, un morto torna in vita! Le premesse sono sempre eventi naturali: si può essere gravemente malati, si può essere divorati da animali feroci e si può morire. Ma se un evento che corrisponde pienamente alla realtà viene raccontato solo per fungere da base a un miracolo, allora ho ogni motivo per considerare anche questo evento naturale come un prodotto di fantasia inventato ad hoc (una fiaba, una poesia, un mito). Cappuccetto Rosso viene inghiottita dal lupo e liberata dal cacciatore. Potrebbe essere vera la prima parte della fiaba, ma allora la povera bambina non sarebbe più salvabile. Oppure potrebbe essere vera la seconda parte: in tal caso, il lupo non avrebbe avuto successo e sarebbe stato abbattuto da un colpo ben mirato, perché il cacciatore sarebbe arrivato proprio nel momento di massimo pericolo. Si potrebbe spiegare così in modo “naturale” la ben nota fiaba per bambini, ma in realtà tanto l’elemento naturale quanto quello sovrannaturale appartengono entrambi alla poesia, alla fantasia e alla fede nei miracoli. C’è una differenza enorme tra un racconto infantile innocente e un mito di suprema potenza spirituale e interiore. Tuttavia, la domanda sorge spontanea: quali garanzie ho che la croce non sia stata inventata per giustificare la resurrezione, invece che – come si crede oggi – la resurrezione sia stata concepita per dare senso alla croce? Secondo il mito protocristiano e il dogma bimillenario, Cristo doveva subire la morte del peccatore, la morte del maledetto sul legno, la morte infamante, per poi, attraverso la sua trionfante resurrezione, vincere il potere della morte, del diavolo e del peccato. Abbiamo visto che questa travolgente leggenda era già profondamente radicata nella psiche dell’umanità di allora e che le prime comunità cristiane si costituirono intorno a questo dogma, da cui poi è nata la Chiesa cattolica. Perciò, la domanda è più che legittima: perché non dovrebbe essere stato il dogma a dare origine alla biografia, anziché il contrario? Il Dio-Uomo era disceso sulla Terra. Cosa aveva vissuto lì? In che modo aveva compiuto il suo sacrificio volontario? Chi conosce le leggi che regolano la nascita delle narrazioni mitologiche e religiose, e chi considera l’altissimo livello di fantasia mitologica e speculazione in quei tempi, dovrà ammettere senza esitazione che tale presupposto dogmatico era più che sufficiente per sviluppare, nel corso di tre secoli (circa dal 150 A.E.C. al 150 E.C.), non solo la mitologia, ma anche la biografia del Dio-Uomo fin nei minimi dettagli. Per un pensatore meno razionalista e più incline alla filosofia e alla poesia, la riflessione più immediata sarebbe anzi che un’origine concreta e naturale di questi racconti non rappresenta affatto una grande probabilità. Oggi si considera Evemero, che cercò di derivare la mitologia greca da un’errata interpretazione di eventi storici e parlava del regno di un re Zeus, come una figura bizzarra, e si ride di cuore dei razionalisti del 18° secolo, che interpretarono il mito della cacciata dal Paradiso come il consumo di un “frutto velenoso” che avrebbe confuso i sensi. È noto che i romantici si divertivano a deridere il razionalista Paulus, il quale negava che Elia fosse stato nutrito dai corvi nel deserto: sosteneva invece che avesse cacciato i corvi, li avesse uccisi e avesse sopravvissuto nutrendosi della loro carne. Ancora più rozza appare l’interpretazione secondo cui un fanatico patologicamente incline al delirio si sarebbe convinto di essere il Figlio di Dio e, a causa di questa sua illusione, avrebbe subìto la morte in croce. Il suo cadavere sarebbe poi stato trafugato da seguaci fanatici, che avrebbero diffuso la leggenda della sua resurrezione perché erano o degli impostori o vittime di allucinazioni. In realtà, l’accettazione dell’esistenza storica di un Gesù umano ha portato – e inevitabilmente doveva portare – a queste conclusioni, se da qui si voleva spiegare la figura del Dio-Uomo.
Ma per quanto ci si possa istintivamente opporre a questa superficiale supposizione, ciò di per sé non sarebbe ancora un motivo sufficiente per respingerla. Dopotutto, ci troviamo in un'epoca che non era solo impregnata di elementi mitologici, ma anche fortemente razionalisti, e la sua peculiarità e il suo merito consistettero proprio nel realizzare una sintesi di portata storica tra queste due forze così enormemente contrastanti. Potrebbe dunque – sottolineiamo: potrebbe – essere possibile che la vita di un rabbino della Galilea abbia fornito lo spunto esterno per la cristallizzazione della leggenda. In tal caso, sarebbe certamente interessante e istruttivo esaminare più da vicino la biografia di un tale uomo, verificando forse ancora una volta l’antica esperienza che insegna come la causa esterna e la causa interna siano cose ben diverse. La biografia del rabbino potrebbe apparire modesta e scarna rispetto allo splendore luminoso del mito e, tuttavia, egli potrebbe essere stato un uomo di valore e importanza, e persino, dato che ha suscitato un simile movimento, una figura storica. Saremmo senza dubbio grati a uno storico che avesse conservato per noi il racconto della sua vita, e ci guardiamo attorno per vedere se sia possibile trovare un tale storico e una simile biografia da qualche parte. Infatti, questa è la prima premessa necessaria per giungere a una chiara comprensione della questione: è esistito un rabbino di nome Gesù? Non possiamo chiederlo ai Vangeli, agli Atti degli Apostoli o alle Lettere apostoliche, poiché queste opere intendevano annunciare il dogma del Dio-Uomo e per loro la narrazione storica non era affatto un fine a sé. Se dunque dovessimo affidarci esclusivamente al Nuovo Testamento e ai dogmatici che ne dipendono, ci troveremmo su un terreno del tutto incerto, poiché non potremmo mai sapere con certezza cosa, in ciascun episodio della vita di Gesù, debba essere considerato come il presupposto “naturale” inevitabile del miracolo e cosa invece come realtà storica. La duplice natura del problema della croce e della resurrezione è già stata accennata. A seconda che nella mia mente prevalga la visione miticista o quella razionalista, potrò considerare l’una come primaria e l’altra come secondaria. E questo conflitto, questa aspra disputa, si riaccenderebbe costantemente in ogni fase della vita di Gesù descritta dai Vangeli. Vale dunque la pena di approfondire questo inevitabile dilemma.
Gesù si mette in cammino verso Gerusalemme e profetizza ai suoi discepoli le sue imminenti sofferenze, la sua morte sulla croce e la sua resurrezione dopo tre giorni. Ovviamente, si vuole dare l'impressione che egli si rechi a Gerusalemme solo affinché si compia questo decreto divino. Questa è un'ottima motivazione per un dio mitologico fatto uomo, ma una pessima per una biografia. Un Gesù realmente esistito non sarebbe certamente andato a Gerusalemme per farsi crocifiggere in vista di una prossima ascensione al cielo, e non sorprende affatto che i suoi “biografi” siano caduti in una conclusione molto ovvia in questo caso: post hoc, ergo propter hoc. Poiché fu effettivamente crocifisso a Gerusalemme, gli furono attribuite retroattivamente tali profezie per salvaguardare comunque la sua dignità messianica. Non ci sarebbe nulla da obiettare contro questa conclusione, se sapessimo con certezza che un uomo di nome Gesù visse effettivamente al tempo di Ponzio Pilato, che fu crocifisso a Gerusalemme e che i suoi seguaci lo considerarono il Messia. Tuttavia, i Vangeli non parlano mai di un uomo reale, ma sempre e solo del secondo Dio che si consegna volontariamente. E dove poteva essere compiuto il sacrificio divino e la resurrezione di Dio in modo più solenne e impressionante, se non nella città santa di Gerusalemme? Pertanto, anche la premessa mitologica era del tutto sufficiente a giustificare il viaggio a Gerusalemme e, come già detto, in questo contesto le profezie mistiche acquisiscono un senso coerente. Lo studioso, però, si trova di fronte alla questione fondamentale: queste profezie furono inventate successivamente a causa del Golgota, oppure furono piuttosto l'introduzione naturale e logica agli eventi del Golgota? Ancora una volta, su questo punto il miticista e il razionalista si troveranno in disaccordo, fintanto che non sarà possibile reperire una biografia autentica scritta da uno storico completamente profano. Questa difficoltà si intensifica man mano che il Messia si avvicina alla città santa. Si dice che una folla lo abbia atteso alle porte della città, stendendo rami verdi sul suo cammino, cantando Osanna e salutandolo come Figlio di Davide, ovvero come Messia e Re dei Giudei. Tuttavia, Ponzio Pilato non reagì, nonostante fosse noto per non tollerare con leggerezza i pretendenti messianici nel suo governatorato, ordinando invece ai suoi legionari di reprimerli senza pietà. Dunque, questa presunta entrata trionfale come Figlio di Davide è stata inventata a posteriori, quando si voleva elevare l’uomo Gesù a Messia? Oppure faceva parte fin dall’inizio del mito del Dio fatto uomo, dato che la mitologia non si preoccupa certo degli ostacoli politici? Allo stesso modo, il repentino voltafaccia del popolo in pochi giorni è inspiegabile, se si trattasse veramente della biografia di un rabbino e riformatore di nome Gesù. Il socialista Karl Kautsky ha recentemente evidenziato questa totale impossibilità e ha tentato varie ipotesi per ricostruire il vero svolgimento degli eventi. Tuttavia, conosciamo un antico rito religioso risalente ai tempi della Babilonia arcaica, che si era diffuso anche in Palestina. In origine, durante certe festività, un uomo destinato a essere sacrificato agli dèi veniva eletto re e gli era concesso di attraversare la città in mezzo al fasto, appropriarsi di tutto ciò che desiderava, vivere nel lusso e nella gioia — per poi pagare il breve splendore con il proprio sangue. In epoche successive, due criminali condannati estraevano a sorte: uno veniva scelto come re e vittima sacrificale, mentre l’altro veniva liberato. Gli ebrei trasformarono questo rito babilonese nella storia di Aman, come si può riconoscere anche nei nomi di Ester e Mardocheo, che corrispondono alle divinità babilonesi Ištar e Marduk. Tuttavia, è assai dubbio che ai tempi che ci interessano i condannati fossero giustiziati in tale maniera e in simili circostanze. Ma la celebrazione della festa di Aman, con l’impiccagione di una figura simbolica, mantenne viva la memoria di quel rito, così come il mimus, noto agli ebrei ellenistici. Nei circoli segreti dei culti misterici non dovevano certo mancare fantasie e simbolismi di questo tipo. Perciò, era del tutto naturale, specialmente per coloro che guardavano al lontano passato, associare il mito del Dio sacrificato a quell’antico mistero rituale. E a questo punto tutto si spiega perfettamente: perché il Cristo viene salutato con Osanna come un re e poco dopo viene deriso e sacrificato dalla stessa folla. [1] Da qui sorge nuovamente il dibattito: i seguaci di un Gesù umano vollero rappresentare i suoi ultimi giorni in una luce messianica, raffigurandolo come re e vittima sacrificale? Oppure fu proprio il rito festivo e il mito a essere il punto di partenza, e per questo motivo gli eventi di Gerusalemme furono inventati? Ancora una volta — e quante volte è già accaduto? — la risposta dipenderà dal punto di vista adottato: quello razionalista o quello miticista. Il miticista, comunque, non ha alcuna ragione di cedere, finché lo storico profano, tante volte invocato e sempre assente, non emetterà un verdetto a suo sfavore.
Cristo, poco prima della sua morte, è seduto a tavola con i suoi discepoli per un pasto che, secondo il racconto dei primi tre Vangeli e, in sostanza, anche del quarto, ha un carattere mistico. Egli spezza il pane e pronuncia su di esso una “preghiera di ringraziamento”, e immediatamente quel pane diventa il suo corpo, il corpo di Cristo. Bisogna ricordare che ci troviamo in un'epoca dominata da formule magiche e incantesimi, in cui anche le persone più colte e i filosofi — anzi, soprattutto loro — credono nel potere soprannaturale della parola. La formula di ringraziamento pronunciata da colui che spezza il pane è penetrata in esso e ne ha trasformato radicalmente la sostanza, cosicché non è più pane, ma carne — la carne di Cristo. E così il credente ne mangia, proprio come beve il suo sangue, poiché anche il vino del calice, grazie alla formula magica di ringraziamento, è stato trasformato in sangue. Ci troviamo di fronte a quel pasto misterico che era al centro del culto eucaristico primitivo, ed era del tutto naturale attribuire proprio al Dio fatto uomo l’istituzione di questo rito. Si suppone che ciò sia avvenuto quando egli si riunì per l'ultima volta con i suoi discepoli, sapendo cosa lo attendeva. Tuttavia, sorge immediatamente il nostro ormai ben noto problema, se si parte dal presupposto che sia realmente esistito un uomo di nome Gesù. Un uomo del genere potrebbe, al massimo, aver condiviso con i suoi discepoli un ultimo pasto prima della sua morte, tenendo discorsi edificanti e significativi. Si potrebbe persino andare oltre e ipotizzare che egli abbia disposto che i discepoli si riunissero ogni anno in quel giorno per commemorarlo con un pasto. Ma può davvero essersi definito l'Agnello nel senso sacramentale del termine? Può essersi presentato come il Figlio di Dio destinato al sacrificio? Ha pronunciato quelle formule mistiche su pane e vino, credendo che si trasformassero nel suo corpo e nel suo sangue, e i suoi discepoli gli hanno creduto? Tutto ciò appare altamente improbabile, sebbene, considerando il clima tumultuoso e febbrile dell’epoca e accettando l’idea di una psicologia patologica, non sia del tutto impossibile. È anche possibile che tutti questi elementi siano stati inventati molto più tardi dalla tradizione leggendaria, esattamente come la resurrezione, per dimostrare che il rabbino crocifisso era il Messia. Così il razionalista potrà costruire la sua spiegazione, mentre per il miticista il pasto misterico, in cui si beveva il sangue di Dio e si mangiava la sua carne, è sicuramente l'elemento primario, dal quale si è poi sviluppata, nella pseudo-biografia, la narrazione dell'ultima conversazione del Maestro con i suoi discepoli. Di nuovo, dunque: finché non esisterà una biografia autentica e puramente umana di un rabbino di nome Gesù, il razionalista non potrà pretendere che la sua interpretazione sia l'unica possibile. Questo stesso contrasto si ripete a ogni passo, man mano che si approfondiscono i dettagli della vita di Gesù. Persino il nome “Gesù” può essere tanto un dato mitologico quanto una realtà biografica. Non solo gli ebraisti moderni hanno tradotto Yeshua con “Salvatore”, ma già il santo Giustino nella sua Apologia lo aveva fatto, così come il giudice delle eresie Epifanio, che usò il termine greco Terapeuta, il quale racchiude il doppio significato di guaritore e redentore. Anche il Vangelo di Matteo esprime con estrema chiarezza il valore simbolico del nome. L'angelo dice a Giuseppe: “Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati.” In altre parole: poiché il figlio di Maria salverà l'umanità, tu dovrai chiamarlo “Salvatore”. Così dice l'angelo, e si appella a una profezia di Isaia: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, e lo chiameranno Immanuel, che significa: 'Dio con noi'”. Giuseppe obbedisce e, poiché il figlio della vergine profetizzato da Isaia si chiama “Dio con noi”, egli dà al figlio di Maria il nome di “Salvatore”. I due nomi vengono dunque equiparati e percepiti entrambi come un mistero. “Dio con noi” poteva essere riferito anche ai seguaci di Gesù, coloro che credevano nel Salvatore. “Gesù”, essendo una definizione più precisa della funzione del Redentore, finì per sostituire “Immanuel”. Si potrebbe obiettare che “Gesù” fosse un nome personale ebraico piuttosto comune, così come in tedesco “Gottlieb”, un nome che oggi nessuno associa più a un significato simbolico. Questo è vero, ma nel caso di Gesù si è effettivamente pensato al simbolismo del nome, come testimoniano Giustino, Epifanio, Minucio Felice e lo stesso Vangelo di Matteo. Dunque, fu il caso a determinare che un uomo portasse proprio quel nome, e da qui nacque la sua interpretazione simbolica? Oppure il simbolo, una volta trasformato in mito e biografia, adottò il nome che meglio si adattava alla sua essenza e ai suoi scopi? Ancora una volta, la stessa questione di fondo: mito o biografia?
Anche prima della croce, questa disputa non si ferma, e il legno della tortura potrebbe anche allora significare un poema simbolico, se si volesse, piuttosto arbitrariamente, concludere la biografia di Gesù con esso e rinunciare alla sua resurrezione. Perché viviamo in secoli di un idealismo morale molto alto e intenso, e all'epoca era proprio di moda concepire un ideale sovrumano del saggio e del giusto. Già il divino Platone, che molto prima dell'era imperiale aveva trovato tra gli ebrei ellenistici numerosi ammiratori, amici e seguaci, nella sua Repubblica aveva descritto come virtù particolare di questo saggio il fatto che, nonostante tutte le persecuzioni, rimanesse sempre giusto e incrollabile, persino quando gli veniva riservato l'ultimo scherno della morte sulla croce. [2] Una concezione simile era viva tra gli ebrei almeno dai tempi dei Maccabei (più probabilmente dai giorni degli Asmonei). Il giusto espia con il suo martirio la colpa del popolo davanti a Dio, e contro il giusto cospirano gli empi, che, come racconta il libro precristiano della Sapienza, non riuscivano a sopportare che lui li rimproverasse e si definisse “Figlio di Dio”. Per questo volevano perseguitarlo e condannarlo alla morte più vergognosa, forse ispirandosi anche a un passo del quinto libro di Mosè, che veniva citato spesso anche dagli apostoli. Lì si ordina che il malfattore appeso al “legno” (cioè alla croce, al palo) non resti appeso tutta la notte, per evitare che la terra si contaminasse: “Perché chi è appeso è maledetto da Dio”. Era infatti la punizione più vergognosa che potesse colpire un criminale; la morte sulla croce era considerata dai Greci e dai Romani la più grave delle umiliazioni, e ciò che pensavano gli ebrei al riguardo è testimoniato da quel passo del Deuteronomio. Ma è proprio il giusto, colui che deve essere appeso, il perseguitato e tormentato dagli empi, che in questa estrema angoscia rivela la sua incrollabile etica in modo magnifico. Così lo immaginava la fantasia poetica di Platone, e questa concezione è passata nella vita immaginativa giudeo-ellenistica. Un passo ulteriore, e abbiamo il giusto Gesù sulla croce, e anche se dovessimo respingere ogni legame mitologico, compresa la resurrezione, e mantenere solo l'aspetto “naturale” della morte in croce, chi ci garantisce che anche questo non possa essere un poema etico piuttosto che un fatto storico? D'altra parte, nei Vangeli la morte sulla croce e la resurrezione sono assolutamente inseparabili. I Vangeli raccontano il mito del Dio-uomo. Sono stati scritti per questo, questa è la loro tendenza principale. Ma se cogliamo queste due dimensioni come un'unità, ci appare in modo simbolico e plastico ciò che ha caratterizzato la vita dell'anima di quei secoli: la connessione tra un'antica mitologia e una nuova, moderna etica o etica fantastica. Perciò, anche l'aspetto morale e apparentemente del tutto naturale, che, come si dice, è puramente umano nei Vangeli, non deve necessariamente costituire un contrasto con gli elementi mitologici, perché all'epoca tutti questi elementi, apparentemente contrastanti, tendevano alla sintesi. Per questo motivo, però, rimane ancora una questione completamente irrisolta, se sia stato il mito o la biografia a precedere, se il miracolo o l'etica siano venuti per primi. Finora non ci è stato dato alcun risultato e dobbiamo consultare ulteriori istanze.
NOTE
[1] Naturalmente, la tendenza anti-giudaica della narrazione evangelica ha contribuito in modo significativo alla costruzione della vicenda di Gerusalemme.
[2] Platone dice “palo”. Ma palo e croce erano, per Greci e Romani, sinonimi di legno della tortura, che veniva utilizzato in varie forme. La croce cristiana con le sue quattro braccia non è mai stata usata o è stata usata raramente nei luoghi di esecuzione. Come sappiamo, essa è derivata da una combinazione di concezioni mistiche del culto del fuoco con la giustizia penale.
