domenica 5 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:36

 (segue da qui)

“L’ultimo baluardo degli avversari” — dice Lublinski (2:115) — “è il cosiddetto cristianesimo paolino, il che deve dirsi piuttosto singolare, poiché il Paolo ritenuto autore delle epistole parla, nel modo più esplicito possibile, di un culto misterico”. E in effetti, il metodo sottrattivo si è mantenuto alquanto arbitrariamente saldo proprio riguardo al paolinismo, quasi fosse un punto di forza stabile, per farne esso stesso il fondamento della propria pretesa di certezza; eppure, anche se un Reitzenstein (Die hellenistischen Mysterienreligionen, 1910) viene a dimostrare che il paolinismo è davvero una “religione misterica”, il razionalismo “liberale” non vuole assolutamente ricavare nulla di simile da passi come Colossesi 1:27 e altri analoghi, e continua a millantare su “Paolo”. Certo, Johannes Weiss ammette a malincuore che non è così facile provare che 1 Tessalonicesi e Colossesi provengano dalla stessa mano di 1 Corinzi, né che le lettere paoline siano l’opera di una singola persona e non di una scuola. Ma il signor von Soden, nella discussione berlinese (pag. 48), aveva esclamato: “Sì, signore e signori, su questo noi teologi siamo tutti d’accordo: se Paolo è realmente vissuto e ha scritto anche una sola delle sue lettere, allora anche Gesù è vissuto!” Bruno Bauer aveva già pubblicato nel 1852 una ‘Critica delle lettere paoline’, in cui sosteneva la non autenticità di tutte quelle lettere; ma non solo tale critica non si deve considerare conclusiva, non la si deve nemmeno approfondire e rafforzare. Poiché — dice P. Wendland, nel 1907, in un libro sulla Civiltà greco-romana nelle sue relazioni con il giudaismo e il cristianesimo — “chi nelle lettere principali di Paolo e nel nucleo sinottico non riesce a scorgere una vita religiosa perfettamente individuale, non è adatto alla ricerca storica in questo campo”. Eppure, ancora a metà del 2° secolo, né Papia né Giustino avevano menzionato le “lettere principali”. Johannes Weiss ha individuato nella prima lettera ai Corinzi — che Wendland considera senz’altro una delle lettere principali — tre strati redazionali; [1] e persino l'autore di una ‘minore’ (o pseudo-)lettera di Paolo ha pur sempre avuto la sua “vita religiosa individuale”. Ma i proclami di principio non rendono più solida la base della nostra conoscenza di un Paolo “delle lettere”; “di lui” — dice il prof. P. Jensen — “il grande apostolo della tradizione, non testimonia né un pagano né un giudeo, neppure Flavio Giuseppe” (‘È veramente esistito il Gesù dei vangeli?’, 1910, pag. 6). Al di fuori della comunità romana, prima della metà del 2° secolo, nessuno parla delle sue lettere; esse non risultano neppure note all’autore degli Atti (che presuppone Flavio Giuseppe), e Marcione è il primo che si dice le abbia possedute — mentre Papia e Giustino Martire le hanno nuovamente passate sotto silenzio. Della maggior parte delle lettere paoline, la stessa teologia liberale credente in “Paolo” ha dimostrato (o dimostra ancora) la non autenticità, pur chiudendo ora gli occhi davanti all’impossibilità che anche le quattro cosiddette lettere principali siano documenti autentici risalenti agli anni tra il 50 e il 64, che, ad esempio, Romani 1:8 e 1 Corinzi 11:2 siano da considerarsi dichiarazioni personali dell’apostolo risalenti rispettivamente al 59 e al 58. Anzi, essa è addirittura tornata sui propri passi, collocando le lettere in un periodo precedente rispetto a prima, e — secondo Johannes Weiss — diventa così generosa da riconoscere perfino la lettera agli Efesini come una lettera di Paolo, sebbene essa non sia una lettera, e tanto meno una lettera agli Efesini, e assolutamente non di Paolo. Weiss, da parte sua, crede (pag. 102) all’autenticità di otto o nove lettere. Ma anzitutto, l’epistola ai Romani è chiaramente un’omelia di tempi posteriori; [2] quelle ai Corinzi sono tanto “clericali” quanto la prima lettera di Clemente; [3] e la lettera ai Galati è un testo addirittura eccessivamente gnostico, destinato in primo luogo agli ambienti giudaizzanti di Roma stessa. Presso Eusebio (Hist. Eccl. 5:16, 12) risulta infatti che, verso il 190, un presbitero cattolico, in una disputa con i montanisti della regione di Galazia, tacque riguardo alla “lettera ai Galati” — mentre, se ne avesse presupposta l’autenticità, ci si sarebbe aspettato un richiamo a Galati 5:11 e 6:12.17. “Da dove trarremo il coraggio di contraddire il rigetto radicale di tutte le lettere?” esclama, in un momento di straordinaria sincerità (pag. 99), Johannes Weiss. E Lublinski (2:65) scrive: “È un’ostinazione ingiustificata voler mantenere (anche solo) l’autenticità delle quattro lettere”. In effetti, il Paolo delle lettere — in termini generali — è impossibile fra il 40 e il 60: egli descrive un giudaismo privo di tempio e di sacerdozio, tratta questioni che nel 1° secolo della nostra era non erano ancora sorte, e mostra affinità con lo gnosticismo del 2° secolo. Ciò concorda con il fatto che solo piuttosto tardi, nel 2° secolo, troviamo le prime tracce inequivocabili dell’esistenza delle nostre lettere paoline.

NOTE
[1] “Non posso fare a meno di giudicare che, dal punto di vista della forma e del contenuto, tre diversi strati si distinguono nettamente all’interno della lettera” (‘La Prima Lettera ai Corinzi’, 1910, pag. XLII).
[2] Che la lettera ai Romani non sia una lettera, ma un trattato redatto in forma epistolare, è stato riconosciuto da Weiss nel 1897, a pag. 56 di uno scritto intitolato “Ueber die ... Apostelgeschichte”.
[3] Che anche al di fuori della lettera ai Romani si faccia sentire lo spirito di Roma, lo si vede in realtà già subito in 1 Corinzi 4:17; 7:17; 11:16; 14:33.