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martedì 23 febbraio 2021

Risposte alle obiezioni

 

INDICE

Prefazione

Dalla fede all'incredulità

Poniamo il problema

Le fonti profane

La scrittura santa

I testi cristiani

I Vangeli

Il mito

Risposte alle obiezioni

CAPITOLO VII

Risposte alle obiezioni


Gli storici, mi sembra giusto, conservano per la fine le loro migliori cartucce. Eccole in ordine di scoppio.

I fratelli di Gesù: Mai, dicono alcuni, si aveva invitato dei fratelli così ingombranti che la Chiesa, in seguito, tentò invano di nascondere. La loro esistenza si impose dall'inizio, provando allo stesso tempo quella di Gesù.

A prima vista, l'argomento compromette la nostra tesi; ma, dopo la riflessione, la sostiene. 

I «fratelli di Gesù», come tutto il resto, provengono dall'Antico Testamento. Si può leggervi a proposito di Giuseppe, figlio di Giacobbe, che sarebbe stato «Nazareno tra i suoi fratelli» (Genesi 49:26). E si trova la stessa espressione nel Deuteronomio (33:6).

Ora Giuseppe passava per il prototipo di Gesù: entrambi furono venduti da uno di nome Giuda, e molti dei loro fratelli recavano lo stesso nome. 

Per di più, come si è visto, le raccolte di profezie messianiche raggruppavano, l'abbiamo visto, formule senza contesto. Queste parole sorprendenti: «Nazareno tra i suoi fratelli» potevano suggerire i fratelli... e perfino il Nazareno. Il verso di Matteo (2:23) proviene senza dubbio di là. 

Il Nazareato collocava il prescelto al di sopra della sua famiglia: diveniva principe nel senso spirituale. A maggior ragione la divinità, quella investitura immediata da parte del dio supremo. I genitori carnali fornivano solo il supporto. 

Il vangelo non pensa per nulla di sminuire il Cristo contando tra i suoi antenati Tamar l'incestuosa, Raab la cortigiana, Sara la sterile, Agar la serva, Rut la moabita e Betsabea l'adultera (Matteo 1:1 ss). 

Gli dèi avevano allora famiglie inverosimili: lo stesso Zeus per poco finì divorato da suo padre Crono. Gesù poteva nascere senza decadere da una prostituta e, come Attis, da un incesto. La rosa trascende il letame. 

Da qui le parole di Cristo a Maria: «Che vi è fra me e te, o donna?» (Giovanni 2:4) o lo strano dialogo tra madre e figlio nel Tempio (Luca 2:39 ss).  

Si può spiegarlo solo così: il figlio era dio senza che la madre lo sapesse, la divinità scendendo dall'alto. Maria e Giuseppe avevano portato solo il loro corpo, quello straccio necessario alla Redenzione: il loro ruolo si arresta là.

A voler allineare questi testi al dogma attuale, l'apologetica si ridicolizza. 

Quanto ai fratelli, essi non sono per nulla dèi, essendo la divinità, come il genio, di natura individuale. Gli dèi pagani nati da una mortale avevano anche fratelli che non erano dèi.

Gesù, dio del mistero, che è ebreo solo in connessione alle Scritture, rientra in questo caso.

Il vangelo si basa sull'incomprensione della famiglia nei confronti del Cristo: lo credono addirittura «fuori di sé» (Marco 3:21). Guignebert ne è sorpreso; [237] eppure è logico: Gesù gli è troppo superiore per essere compreso da loro. Si misura la sua altitudine in base a quella differenza.

Fatto strano: questi versi, che li si oppone ora alla divinità del Cristo, avevano per scopo di provarla. Per comprenderli, vanno illuminati con la teologia pagana da cui procede tutto il vangelo.

Perché quest'ultimo è ebraico solo per il contesto e i personaggi: Israele non si sbagliò affatto. Qui tutto ha valore apologetico: Gesù fece pochi miracoli a Nazaret a causa dell'incredulità della gente. La fede è quindi una condizione necessaria. Non va confusa l'impotenza del guaritore con l'esigenza di un dio. Abbiate la fede, dice il vangelo, il miracolo seguirà.

 Se i fratelli di Gesù non credono in lui, è per una ragione precisa: non si potrà sospettare la famiglia di collusione. Il prestigio del dio non vi perde nulla, essendo la sua vera famiglia in cielo con il Padre e sulla terra con coloro che credono (Matteo 12:50)

Allo stesso modo, il clero comincia sempre ad opporsi, in apparenza, ai visionari estatici. In seguito, quella resistenza calcolata diventa convincente.

La prima stesura dei vangeli dava quindi a Gesù dei veri fratelli, tanto reali quanto lui. Più tardi, la fede corresse la situazione: per imporsi ai pagani, proclamò la nascita verginale del Salvatore.

Grazie ad un controsenso dei Settanta, si trovò che Isaia (7:14) la aveva annunciata. L'ebreo Aquila volle invano ristabilire il racconto nella sua forma autentica: i cristiani lo accusarono di snaturare il testo e di corrompere i costumi. [238]

Si ritoccarono i vangeli, le genealogie avendo portato fino ad allora a Giuseppe. Si legge ancora nel Syrus Sinaiticus: «Giuseppe, a cui la Vergine Maria fu promessa sposa, generò Gesù». Con una scorciatoia, Matteo (1:16) tentò di salvare la situazione. 

L'espressione «Figlio dell'uomo» fu allora evitata con cura: «In greco», dice padre Renié, «significa letteralmente un uomo, nato da un uomo, che ha un uomo per padre. È facile comprendere a quali malintesi quella espressione poteva dare luogo». [239]

Era al contrario troppo facile da comprendere. 

Quanto ai fratelli, divennero fratellastri, poi falsi fratelli. 

Gli irriducibili metteranno qui «Giacomo, il fratello del Signore», presunto vescovo di Gerusalemme. Ma Giacomo morì nel 62, a 96 anni, secondo Epifanio. [240] Era quindi nato nel 34 A.E.C., il che rende molto improbabile una fratellanza carnale con Gesù. 

Ognuno può spiegare i legami fraterni del Cristo secondo la propria fantasia. Renan pensa che i «fratelli del Signore» formassero nella Chiesa primitiva un Ordine parallelo a quello degli apostoli. 

Questo è possibile. I Fratelli, le Sorelle, i Reverendi Padri e le care Madri hanno sempre provveduto nella Chiesa per la nostra edificazione. 


Altre obiezioni

Eccone una, una puramente negativa: nessuno, nel primo secolo, avrebbe negato l'esistenza del Cristo.

Come saperlo? Ogni setta, dopo il suo trionfo, si affretta a distruggere ciò che la disturba: dove sono le nevi di un tempo e le Antitesi di Marcione? Che ne è stato delle opere di Frontone, di Giamblico, di Libanio? 

Giustino ci assicura che gli ebrei del suo tempo diffondevano fuori dalla Palestina dei libri contro i cristiani: dove sono questi libri? 

Costantino, Valentiniano, Teodosio fecero bruciare gli scritti «colpevoli di risvegliare la collera di Dio e di ferire le anime»

Nella Città di Dio, Agostino si felicita con le autorità per essersi opposte alla confutazione della sua opera. [241] Gregorio Magno, nel V° secolo, fa incendiare la Biblioteca Palatina e ordina la distruzione dei libri profani. [242]

Si pensa con ironia alle parole di Fustel de Coulanges: «Dove sono dunque i vostri testi?»

La polemica ebraica e pagana è conosciuta solo attraverso gli apologeti: è da temere che quest'ultimi rassomiglino ai nostri. Celso è in parte trasmesso da Origene, Giuliano da Cirillo e Teodoreto, Porfirio da Macario e Girolamo.

È vero che nessuno di loro nega, a quanto pare, l'esistenza di Gesù. Tuttavia i cristiani avrebbero torto a rallegrarsene troppo in fretta. 

Innanzitutto, questi illustri predecessori fanno le maggiori riserve sulla veridicità dei vangeli. Lo si è visto per Celso, e Porfirio è ancora più esplicito: «Gli evangelisti furono inventori non i reali conoscitori dei fatti che concernevano Gesù». [243]

Questo è troppo e il Codice di Teodosio punirà con la morte ogni possessore dei libri di Porfirio.

Se non hanno negato l'uomo Gesù, si deve concludere la sua esistenza? Certo che no.

Nessuno storico ha negato Gargantua o Micromega. Nessuno, prima del papa Pio II (morto nel 1464), aveva messo in dubbio la papessa Giovanna che era vissuta nel IX° secolo. Giovanni Hus la evoca al Concilio di Costanza, del 1415, e nessun Padre se ne stupì: tutti ci credevano.

 Chi dubitò, prima del XVII° secolo,  dell'esistenza di Pharamond? La Cronaca di San Dionigi faceva regnare questo capo franco dal 420 al 426: la sua leggenda, però, si è unita a quella di Guglielmo Tell. 

Si è sempre della propria epoca: Celso, Porfirio, Giuliano erano evemeristi come tutti gli altri, ivi compresi i Padri della Chiesa. Si ignorava tutto, in passato, della formazione dei miti, che riguarda la sociologia, disciplina recente.

 Credevano così nell'esistenza umana di Gesù e l'interpretavano a loro modo. Un'inchiesta è onerosa, spesso penosa: è più semplice spiegare un fatto inesistente con una chimera. Fontenelle lo ha mostrato nella sua Histoire des Oracles con l'allegoria del Dente d'oro. 

Così i doceti, ritenendo malvagia la materia, diedero a Gesù solo una apparenza di carne. Nelle sue Origini della religione, Charles Hainchelin scrive: «L'esistenza stessa dei doceti, va sottolineato, costituisce a favore della tesi mitica un grande, grandissimo argomento».

Questa non è la mia opinione: il docetismo è un'opinione teologica che non invalida né conferma l'esistenza di Gesù. La suppone acquisita, il che non significa provato.

Lattanzio, Eusebio e Arnobio non negano i miracoli pagani, ma li spiegano con la magia. Celso fa altrettanto per quelli di Gesù; non ha fatto alcuna ricerca sulle origini cristiane: «Tutto è ricavato dai vostri stessi autori. Noi non dobbiamo presentare altri testimoni; voi vi confutate da voi stessi». [244]

Il Talmud, senza risalire alle fonti, si limita a deformare il vangelo. La sua stesura è tarda: 5° e 6° secolo. Nella sua forma attuale, risale al XIII° secolo e sostiene che Gesù sia nato da una parrucchiera e dal soldato Pantera: questo nome prova la parodia. [245]

Rops lo va venire da parthenos, parola greca che significa vergine: l'etimologia è tendenziosa. 

Nel vangelo, a Gesù piace ripetere che è lui solo tutta la Legge (Pan Torà): ecco piuttosto l'origine del gioco di parole. 

Ora, un Gesù ben Pandera era vissuto sotto Alessandro Ianneo, 106-79 prima dell'era cristiana. Dopo un viaggio in Egitto per sfuggire la persecuzione, fondò una setta di ebrei apostati e fu messo a morte. 

Questo misterioso personaggio evoca sia il Maestro di Giustizia che il Gesù dei vangeli. Se la leggenda del Cristo è, per la maggior parte, attinta dalla Bibbia, copia anche da altri eroi, reali o fittizi.

 Gesù ci appare allora come una sintesi. 

Una tale avventura accadde in passato ad Ercole: Cicerone ne contava sei, Varrone quarantatré: li si riuniva tutti nel figlio di Giove e di Alcmena che fu, da allora, l'unico Ercole. 

Un'altra obiezione viene da Jean-Jacques Rousseau: «Il vangelo ha dei caratteri di verità così grandi, così sorprendenti cosi perfettamente inimitabili, che l'inventore sarebbe più straordinario dell'eroe». [246]

C'è molto da dire: le parabole hanno le loro controparti nel Talmud. I discorsi di Gesù ricordano così bene quelli dello pseudo-Enoc che Barnaba si confonde nella sua epistola (4:16) e attribuisce all'uno ciò che appartiene all'altro. 

Si ritrovano talvolta parola per parola nelle apocalissi ebraiche, in particolare nel Libro di Esdra, le profezie del Cristo sulla fine del mondo. 

Klausner ha ritrovato nelle preghiere talmudiche tutto il Padre Nostro in piccoli frammenti, e Charles il Discorso della montagna nel Testamento dei dodici patriarchi. Fino al gentile «Amatevi gli uni gli altri» che correva per le strade.

Quanto all'eroe stesso, si sa da dove viene: da quell'arlecchinata di versi biblici ricuciti nel migliore dei modi. Questi frammenti disparati, spesso contraddittori, generarono un carattere incoerente: il Gesù dei vangeli si contraddice in parole e in azioni: Jules Soury e Binet-Sanglé ne hanno concluso che era pazzo.

Non è difficile ricavarlo da sé: è sufficiente scegliere i testi. Si trovano nel vangelo i principi della democrazia e della dittatura, del dogmatismo e del libero esame, la schiavitù legittimata e l'uomo libero: è un miscuglio di eterogeneità. 

Da qui il suo successo: ognuno può trovare ciò che cerca o ciò che ci mette. L'odio endemico dei cattolici e dei protestanti in nome dello stesso vangelo ne sottolinea col sangue le contraddizioni: l'Irlanda moderna ne offre lo sconvolgente esempio.

Mauriac giudica il Cristo «formidabilmente illogico perché è la vita stessa».

Lo è, al contrario, perché è fatto di pezzi di ricambio: Gesù non è una persona, ma un assemblaggio. Il carattere fittizio del personaggio denuncia la costruzione artificiale della sua storia.

Un'altra seria obiezione è sollevata da Houtin: senza Gesù, la storia del cristianesimo mi sembrerebbe tanto inspiegabile quanto quella dell'Islam senza Maometto o del pitagorismo senza Pitagora. [247]

Questo equivale a mettere Gesù in una compagnia che non è la sua: Pitagora e Maometto sono profeti, Gesù è un dio. L'esistenza del dio è necessaria al culto, quella del profeta non è indispensabile: quale è quello del Rinascimento, della Rivoluzione, della Riforma? 

Lo stato sociale è sufficiente a spiegare tutto: quando il tronco è caldo, si infiamma. Lutero è più un effetto che una causa: la sua fortuna fu d'arrivare in tempo. Appena prima, avrebbe fallito come Hus e Wycliffe. Non si può essere storicisti se non per non essere sociologi. 

Se, malgrado tutto, avete bisogno di un uomo per trascinare il gruppo, prendete san Paolo: ecco il Pitagora e il Maometto di cui Gesù è il dio. 

I credenti obietteranno che la grandezza eccezionale del cristianesimo esige un'origine alla sua misura: sovrumana. 

Scolastica verbosa! Cerco la proporzione tra la foresta in fiamme e la scintilla che ha messo il fuoco. Quale rapporto tra Bernadette Soubirou e le folle di Lourdes? 

Il cristianesimo deve il suo successo alle cause sociali, alla potenza appassionata della fede e alle sue reazioni a catena. «I santi di legno intagliato», dice Lichtenberg, «hanno fatto di più nel mondo dei santi viventi».

Lo Spirito Santo soffia solo nella febbrile immaginazione del devoto.

A volte si sente quest'altra obiezione, piuttosto pungente: i cristiani, opponendo i razionalisti tra di loro, pretendono di confutare Loisy con Alfaric, Couchoud con Guignebert, Las Vergnas con Renan. Poi, supponendoli uccisi gli uni dagli altri, cantano sui loro cadaveri il Credo dell'unità cristiana. 

Possa la loro unità portarsi altrettanto bene dei nostri morti! È infatti artificiale e sleale, poiché la Chiesa decreta la testimonianza evangelica articolo di fede. 

La bolla Lamentabili sane exitu del 1907 proibisce agli esegeti di interpretare la Bibbia come un «documento puramente umano» e ingiunge loro di tenere per scontata «l'origine soprannaturale della sacra Scrittura».

Monsignor Le Camus fa questo commento: «Il mio diritto si limita a dire: in nome della scienza critica, cercherò tutto, esattezza e significato letterale dei testi, argomenti intrinseci ed estrinseci, per arrivare alla conclusione che tengo in anticipo per certa o, meglio, alla dimostrazione che ho il diritto di opporre ai non-credenti: che le quattro biografie di Gesù sono autorevoli per noi e che il quarto vangelo è storico, autentico, ispirato al pari degli altri tre. Quindi la scienza che intendo attingere con tutto l'ardore e la sincerità dei razionalisti di qualsiasi scuola non è solo per fortificare la mia fede, ma per provocare quella degli altri. La fede è il mio obiettivo, là sarà il mio trionfo». [248]

Se la scienza è questa, andrò a dirlo a Roma.  

Per questi singolari studiosi, l'obiezione è inevitabilmente ingannevole, essendo vera la fede. San Tommaso l'aveva detto in pessimo latino.

Nel loro «Jésus contre Jésus», Gerard Mordillat e Jérôme Prieur pongono il problema: «Da secoli, gli esegeti cristiani hanno ben setacciato le biblioteche, ma non hanno mai trovato Gesù nella letteratura antica.... I razionalisti conclusero che Gesù era solo un mito inventato di sana pianta». [249]

Essi credono però alla storicità di Cristo, appoggiandosi su tre constatazioni:

In primo luogo, lo «scandalo della crocifissione»: Perché i cristiani avrebbero immaginato questo modo di esecuzione... tipicamente romano? 

In secondo luogo, il capo d'accusa «re dei giudei»: Questo titolo applicato al Signore nel momento in cui la Chiesa in gestazione si distanziava dal giudaismo sembra loro inverosimile se la storia è inventata.

In terzo luogo, le incongruenze dei testi sono, ai loro occhi, altrettanti indizi di un lavoro non concertato che non accredita la finzione.

Fine della dimostrazione. L'argomento è incoerente, l'abbiamo visto in queste pagine.

Ma gli autori del Corpus Christi partono da un apriorismo: «Se il Cristo, vale a dire il Messia, è una figura teologica, Gesù invece è un individuo di cui va affermato fin dall'inizio che non sappiamo nulla (o quasi), se non che è morto. Da cui ciascuno può dedurre che è nato». [250]

Questa scorciatoia è sorprendente: così la crocifissione, racconto liturgico ricavato dalla testimonianza unilaterale della Chiesa, imporrebbe ipso facto la nascita storica. Confusione di generi: la teologia non cessa di intromettersi nel temporale.

Alcuni denunciano il «negazionismo» come si denunciava in passato la stregoneria:

«Credendo di porre una fine al dibattito, si è persino arrivati a dire che non è mai esistito. Il primo nichilista, David-Friedrich Strauss, nella sua Vita di Gesù (1835), scrisse che il Cristo è il prodotto dell'immaginazione delle prime comunità cristiane. Più recentemente, John Allegro... pretende che Gesù è nato nella mente dei primi cristiani annebbiati dall'ingestione di psilocibina, una sostanza allucinogena, componente attiva di certi funghi velenosi. Il principio è banale: consiste nel negare l'esistenza di ciò che imbarazza. Costituito in sistema, si sa quanto possa essere pericoloso questo vecchio riflesso negazionista. Rivestendosi da una patina di rispettabilità scientifica, scuote facilmente le menti più deboli per servire veramente le sole ideologie pericolose».

Il subconscio collettivo resiste molto spesso alla ragione.

Questa assenza di rigore è frequente; numerosi sono gli autori che eludono senza pensarci un attimo la storicità di Gesù. «L'invenzione di un tale personaggio in così pochi anni è totalmente inverosimile», si può leggere nella ufficialissima Storia delle religioni. [251]

«Tutto il problema moderno dell'analisi del racconto della vita di Gesù dipende ovviamente dal metodo utilizzato», avverte Suzel Fuzeau-Braesch, «questi si classificano in due gruppi: i teologi... e gli storici laici.... Ma, in un recente periodo, la situazione è complicata dal fatto che alcuni teologi si vogliono anche storici». [252]

Lo stesso Albert Schweitzer pensava che nessuno è in grado di scrivere una vita autentica di Gesù sulla base dei documenti disponibili. [253]

Altro protestante, Wauthier d'Aygalliers riconosce che si è spesso «lontani dai metodi moderni della storiografia.... Non si è abbastanza notato la deformazione interessata ai quali sono stati costretti i testi dagli editori più ansiosi di stabilire una tesi in conformità alla loro mentalità o al loro tempo che di registrare puramente l'insegnamento della fonte».

Alcuni praticano l'arte di schivare. Così H. Raschke, citato da Drews, pensa che «l'esistenza di Gesù non ha bisogno di essere negata, perché, a dire il vero, non ha mai potuto essere affermata».

La Chiesa, infine, si incarica all'occasione di dirimere la difficoltà. Padre Lagrange era partito di fretta a togliere il Pentateuco a Mosè quando Roma lo fischia nel bel mezzo di una serie di articoli.

Illuminato di colpo, il Padre si fermò subito: l'unità cristiani era salvata. [254

La strada essendo fissata alla cristianità, è normale che si ritrovi al capolinea. Chi se ne discosta viene soppresso, il che assicura l'unità degli altri. 

Allo stesso modo, nonostante tre scismi e venti eresie, la Chiesa è sempre senza lacerazioni: un frammento non è mai rotto.

I miscredenti non hanno tra loro quella bella armonia: si arriva perfino a litigare. Ma tutti sono d'accordo nel respingere l'esegesi ortodossa e, per ventura, nel battere i suoi campioni. 

Le loro divergenze sul resto valorizzano il loro accordo alle spalle dei cristiani.   


In sintesi

A prima vista, la tesi cristiana è soddisfacente, i vangeli essendo fatti per essa. Ma crolla all'esame. 

Abbiamo visto le difficoltà della storia, ma la teologia ha le sue.

Gesù non appare da nessuna parte come un uomo-dio, cioè come un essere al tempo stesso composito, come il centauro, la sirena o il grifone. Ma egli è a volte uomo e a volte dio; da qui l'incoerenza, la trappola e il nodo gordiano. 

L'affresco cade spesso nel ridicolo: così secondo Luca (24:42 ss), Gesù glorificato attraversa i muri e mangia del pesce, volendo provare a ogni costo che il suo corpo è proprio reale. 

A volte la stessa divinità del Cristo è danneggiata, il che costringe il credente a guardare altrove. Monsignor Calvet inciampa sull'angoscia di Gesù in croce: «ci sono misteri inquietanti che è pericoloso indagare». [255]

 Come dite voi. 

Secondo san Tommaso, Gesù è «calmo nelle parti superiori dell'anima e turbato solo nelle inferiori». [256] Altrove l'anima ridiviene meravigliosamente semplice per salvare la sua immortalità.

Ma le gesta trasmurali del nazareno non disturbano la quiete del cristiano. Il signor Guitton scrive semplicemente: «Tiberio, Tacito, Filone, Giuseppe, se fossero stati nella stanza dove è apparso Gesù non avrebbero scorto nulla». [257]

Poi, con le spalle al muro, ci si siede sulla difficoltà come Dio sui cherubini: qui sedes super cherubim (2 Re 19:15). 

Rops, legatario universale dei due Testamenti, ha l'ottimismo dei cuori puri che non complicano inutilmente le cose: «Tutto è semplice, mirabilmente semplice per chi si basa solidamente su questo dogma: Gesù è dio fatto carne». [258]

 È anche sempliciotto. 

E tutti, trasportati, gridano con Pascal: «Non rimproverateci la mancanza di chiarezza, perché ne facciamo professione» (Pensieri 751). 

La critica dell'avversario è il mestiere che entra in gioco.

Una tesi confermata della storicità di Gesù non chiarirebbe peraltro la metamorfosi di un povero diavolo in dio. Anche se si arricchirà più tardi la sua divinità facendolo salire di grado — da secondo dio, diventa il dio supremo — all'inizio era già così alto che si sale.

Se si cerca altrove una divinizzazione simile a quella di Gesù, non se ne trova né tra gli ebrei, né tra i pagani, quella degli imperatori non essendo per nulla della stessa natura.

Conosciamo in compenso diversi dèi «umanizzati», Attis, Mitra e gli altri. Ragioniamo per analogia: non credendo nella trascendenza di alcun culto, diciamo con Albert Sorel: «Nulla, nella Storia, si spiega se non per collegamento, si comprende se non per confronto».

La storia comparata delle religioni si impone allo stesso tempo dell'anatomia comparata. Ma essa testimonia con tutta evidenza a favore della tesi miticista. Non molto tempo fa, i cardinali e arcivescovi di Francia denunciavano «il corso della storia delle religioni destinato a confondere in uno stesso disprezzo l'errore e la verità».

La storicità del Cristo è così ipotetica che i suoi partigiani reagiscono sempre con gli argomenti della fede. Essi affermano più di quanto non sappiano; fides argumentum non apparentium (Ebrei 11:1). 

Testimone Renan: «Se ci si attenesse, scrivendo la vita di Gesù, ad avanzare solo certe cose, ci si dovrebbe limitare a qualche riga». [259]

 Su ciò, egli scrive quattrocento pagine.

Dall'altra parte, Guitton, l'altro biografo di Gesù, segue il suo esempio: «Ciò che mi dà fastidio è essere obbligato a volte, per il mio ruolo o per le apparenze, ad essere più di quello che sono, ad affermare più di quello che so e a presentare agli altri come certo ciò che non lo è altrettanto per me». [260]

Soprattutto, come tutti i credenti, si avvicinano alla verità senza vederla. A proposito dell'autore di profezie e di apocalissi, lo stesso Renan scrive per distrazione: «A forza di parlare del Messia, lo crearono». [261

Ancora un passo, sarebbe là.

Per Loisy, «nulla nei racconti evangelici ha consistenza di fatto se non la crocifissione di Gesù per sentenza di Ponzio Pilato a causa di agitazione messianica». [262]

 Ora, solo i vangeli parlano della crocifissione di Gesù: è logico conservarla rigettando il resto?

 Loisy dice altrove: «L'autore (Giovanni) non ha mai conosciuto che un Cristo liturgico, oggetto del culto cristiano. (...) Da questi frammenti di biografia divina non si ricava alcuna impressione di realtà». [263]

E ancora: «I miti religiosi sono un lavoro del pensiero religioso su cose religiose e non sui fatti». [264]

All'occasione, precisa che Gesù non è «il fondatore della religione cristiana, ma il suo punto di partenza». [269]

E, per finire, questo superbo lapsus: «Se Gesù è esistito, i suoi discepoli...». [265]

Ed ecco la sua conclusione: «L'origine puramente mitica del cristianesimo è un romanzo; l'esistenza storica di Gesù è un fatto». [266]

Chi ci avrebbe creduto? 

Guignebert confessa: «Ci si potrebbe seriamente chiedere se tutto quello che sappiamo di Gesù non fosse leggendario». [267]

Meglio ancora: «L'ipotesi dell'inesistenza storica di Gesù può formularsi legittimamente e reclamare discussione». [268]

Infatti: «Gli studi critici sulle affermazioni evangeliche sono tanto più negativi nelle loro conclusioni quanto più sono condotti scientificamente». [269]

Di conseguenza: «Gesù è un personaggio storico senza storia». 

Smettiamola qui con quella noiosa farsa. Fac conclusionem (Ezechiele 7:23). 

Per questi pii autori, l'esistenza di Gesù è un postulato delle origini cristiane, il che è ancora un atto di fede. 

Diffido dei postulati che spesso sono solo un'abitudine di pensiero: sia è troppo inclini a credere evidente ciò che è solo familiare.

Ora, tutti hanno sentito parlare di Gesù Cristo dalla culla; le sue feste fondano le nostre cronologie e scandiscono la nostra vita. Ravvivata senza posa, la sua immagine si è radicata nella memoria collettiva e convince inconsciamente.

Tutti i credenti sanno che il cielo teologico non è più un luogo, ma dicendo «Padre Nostro...» alzano lo sguardo innamorato verso il grande vuoto. 

L'immagine ha creato il riflesso, l'usanza e le maniere che, in definitiva, fondano da soli la fede. 

È soprattutto contro l'immagine di Gesù che si scontra la tesi mitica, figura cara tra tutte, perché concretizza i sentimenti emotivi più segreti e le passioni più esaltate.

Da qui certi ragionamenti sciocchi e contorti: per Loisy, la leggenda stessa di Gesù prova la sua esistenza.

Direi altrettanto di Babbo Natale.

L'approccio mitologico ha di certo ancora i suoi misteri: non vengono da debolezze di ragionamento, ma dalla nostra ignoranza attuale e dalla complessità del problema. 

La nascita del cristianesimo, infatti, si inserisce in un contesto economico, sociale e religioso poco conosciuto. L'affresco è impreciso, il pennello esitante: non vediamo altro che onde tempestose sotto un cielo tormentato alla Van Gogh.

Qui tutto si agita: le persone, gli dèi, le istituzioni, e le profondità si nascondono.

Il cristianesimo è emerso alla confluenza di tre speranze che coltivavano i pagani, gli ebrei e gli schiavi.

Sappiamo poche cose dei pagani, ancor meno degli schiavi. Quanto agli ebrei, la Bibbia interrompe bruscamente la loro storia nel 136 A.E.C. alla morte di Simone Maccabeo. Il periodo in cui si sviluppa il movimento cristiano, ignorato dalla Bibbia, è anche poco conosciuto dalla storia secolare.

Un mondo scomparso è sempre incomprensibile: l'Atlantide affondata non ha mai rivelato il suo segreto e i rettili smisurati del Mesozoico alimentano sempre la speculazione della conoscenza.

Bisognerebbe probabilmente ricreare un mondo per capire come Paolo e Barnaba hanno potuto passare per degli dèi in forma umana (Atti 14:10 ss) e Gesù per Giovanni il Battista risorto (Marco 6:16).

Che cosa abbiamo in comune con quella gente? La loro verità non è la nostra verità, e la nostra ragione si scontra con la loro irrazionalità. 

Riconosciamo nondimeno la complessità del problema: è impressionante. Ogni religione, infatti, è il risultato integrale o il riflesso del mondo che la ha visto nascere.

Nulla ne è più complesso perché tutto è coinvolto: sociologia, storia, legislazione, folclore, scienza, psicologia, psicologia, medicina e geografia. Sostanze di tutte le religioni, queste discipline si combinano tra loro e si intrecciano nella loro influenza formativa.

Ci sono paesi pieni di divinità come l'epidermide da pulci. Non è senza motivo che le civiltà si definiscano cristiane, buddiste o musulmane: solo le religioni sono abbastanza totalitarie da dotarle del loro proprio nome.

Quale mente sarebbe abbastanza vasta da abbracciare tutto? Non esiste nessuno specialista di storia delle religioni o di cultura generale.

Diciamo in tutta modestia che la tesi mitica si impone per la sua stessa logica.

«Soluzione limite, soluzione eroica», dice il signor Guitton, «soluzione disperata forse, ma soluzione residuale e l'unica logica per chi non crede». [270]

La soluzione disperata è spiegare il mistero per mezzo del soprannaturale come fanno i primitivi.

Grazie comunque.

Padre Lagrange sottolinea la «testardaggine radicale» di quella tesi, ben «conforme al temperamento francese». [271]

 Secondo noi, non si tratta tanto di testa quanto di cervello; ma grazie al Padre e viva la Francia!

Altri sono meno amabili. Padre Huby definisce «mitomani» coloro che denunciano il mito che lui adora. [272]

 Un certo Merejkovsky accusa i miticisti di unire «la malevolenza all'ignoranza e alla stupidità». [273] I percheron dell'esegesi ci trattano da cavalli leggeri.

Ci sono anche gli Olimpi: «La tesi miticista», dice uno, «è stata più volte confutata». [274] Questo si saprebbe.

«Abbiamo di meglio da fare», dice l'altro, «che confutarla». [275] Guardare dall'alto in basso non è dominare.

Il torto degli storicisti è quello di esigere da noi la prova positiva di una negazione. Loisy «confessa umilmente» (dice) «di non aver ancora scoperto che Gesù non è esistito». [276]

Non ho nemmeno scoperto che i Fenici non possedevano i telefonini. Alcuni concludono perfino che ce l'avevano perché non sono stati ritrovati i fili. 

Chi proverà che Venere non è nata dalla schiuma, che Buddha non ha camminato sulle acque, o che Mosè non era ipermetrope? Non si dimostra una negazione: negatio non probatur.

Non aspettatevi soprattutto che Gesù venga a dirvi: no, non sono mai esistito. 

È per quella ragione che il titolo di questo libro assume una forma interrogativa. A quelli che affermano la storicità tocca provarla: impresa difficile, sicuramente, perché la teoria è divorata dai miti.

Rari erano in passato i negatori, ma che élite! Non meno di due papi:

Leone X, secondo John Bale, avrebbe detto al suo segretario, il futuro Cardinale Bembo: «La storia ci insegna quanto ci abbia giovato quella favola di Cristo: quantum nobis nostrisque ea de Christo fabula profuerit satis est omnibus saeculis notum».

Paolo III, secondo Mendoza, ambasciatore di Carlo V a Roma, considerava Gesù un avatar di Mitra.

Bonaparte era scettico, senza dubbio sotto l'influenza di Volney: «È una grande questione» — disse a Wieland — «sapere se il Cristo è vissuto». [277] Da notare che Napoleone, antisemita, aveva tentato invano di abrogare il decreto dell'Assemblea costituente del 1791 che concedeva agli ebrei lo status di cittadini.

«A causa del mito di Gesù», scriveva Goethe a Herder, «il mondo potrà ancora ristagnare per mille anni e nessuno ne verrà a capo, poiché è necessaria egual forza di conoscenza, di intelligenza, di finezza intellettuale tanto per difenderlo che per confutarlo». [278

Due illustri miticisti hanno illustrato il XX° secolo: Anatole France e Bertrand Russell.

Loisy e Le Goff testimoniano che France, l'illustre autore del Jardin d'Epicure, ha tentato, in Putois, di storicizzare il mito di Gesù Cristo. [279]

«Storicamente, è molto dubbio che Cristo abbia vissuto», dice Russell, che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1950. [280]

Ci sono innumerevoli esegeti che negano la storicità: Robertson, Kalthoff, Smith, Drews ne sono i capifila. 

In Francia diversi nomi si sono imposti: gli studi di Prosper Alfaric, Paul-Louis Couchoud, Georges Las Vergnas, Guy Fau, Robert Joly, fanno autorità. 

Razionalisti di ogni provenienza hanno riflettuto sulla questione: professori di Facoltà e di liceo, storici, insegnanti, giornalisti, molti intellettuali non credono all'esistenza umana di Gesù.

In posizione di ripiego, alcuni credenti preparano la sfilata: «Nulla sarebbe cambiato, in fondo, se il nome di Gesù venisse messo tra virgolette come designazione più o meno convenzionale del fenomeno religioso come si è svolto nella prima generazione cristiana». [281]

 Strauss aveva già detto: «La nascita soprannaturale di Cristo, i suoi miracoli, la sua resurrezione e la sua ascensione al cielo rimangono verità eterne, per qualunque dubbio che si elevi contro la realtà storica di quei fatti». [282

In altri termini, il vangelo è irreale ma vero: «Che mi importa», mi ha detto un credente, «se Cristo sia vissuto o meno sulla terra; ciò che conta è che egli vive in me».

Questo è rassicurante. Così solo la fede conta, non è  essa «la certezza di cose che si sperano e la dimostrazione di realtà che non si vedono?» (Ebrei 11:1). «Ora» dice Paolo, «tutto quello che non viene dalla fede è peccato» (Romani 14:23).

Questo è più inquietante: essendo la ragione, fino a prova contraria, l'arbitro supremo del pensiero, come, senza di essa, dirigere l'intelligenza?

La ragione è una capacità propria dell'uomo di formare concetti, di conoscere, di dedurre, di capire, di dimostrare, di giudicare e di comportarsi. Si oppone alla conoscenza rivelata, oggetto della fede.

Joseph de Maistre, l'illustre autore delle Serate di San Pietroburgo, dice giustamente che ci sono molte più persone legate alla religione di quante siano i veri credenti.

I cristiani del terzo millennio faranno altrettanto bene? Rimandando la Passione al cielo da dove Paolo l'aveva presa, saranno per sempre inespugnabili?

Gesù, temo, non ha finito di redimerli. Ma bisogna essere polli per aspettarsi dagli altri la salvezza; ciascuno deve prendere il proprio destino nelle sue  mani.

Quanto a me, non sono né da vendere, né da redimere; non mi aspetto dal cielo più che dalla terra, avendo constatato, ahimè, che la Buona Novella era tendenziosa.


Cosa credo 

Credo che l'unico sacerdozio sia quello della Giustizia.

Credo che Dio non sia perfetto, ma da rifare.

Credo che la salvezza degli uomini risieda nella Conoscenza: il sapere prenderà la precedenza sull'idolo; non è una caduta, ma un'ascesa.

Auspico il rifiuto illuminato delle superstizioni: la ragione sola vi provvederà. 

Che per essersi opposte per millenni al progresso morale dell'umanità, le religioni di ogni credo scompaiano.

Che i loro sacerdoti e guru rinuncino agli dèi e si dedichino ai loro simili.

Che l'integralismo religioso, veleno delle credenze servili, frutto dell'ignoranza, sia per sempre sradicato.

Quanto al Cristo, egli non è più un ideale, ma un mito: non si muore più per lui, si vive.

Dogmi e tabù cristiani sono una foresta decrepita; anche l'onda del rinnovamento si è ritirata.

La Chiesa decaduta ha perso il suo paradiso: ora i fedeli guardano altrove.

Solo le cattedrali, vaste conchiglie lasciate sulla riva dal riflusso della fede, manterranno questo profumo di fiori sbiaditi, di incenso freddo e di cera spenta... 


NOTE

[237] Guignebert, Jésus, pag. 71.

[238] Epifanio, De mensuris, 14-15.

[239] Renié, Manuel, volume IV, pag. 360.

[240] Epifanio, Haer. 78, 14.

[241] Libro 5:25.

[242] Jean de Salisbury, De nugis curialium, libro 2, capitolo 26.

[243] Citato da Harnack, frammento 15.

[244] Si veda Jean Coryne, Nouvelles remarques sur Celse et le Discours Vrai, pag. 18.

[245] È nominato Perahyah nell'Orpheus di Salomon Reinach, pag. 334.

[246] Emilio, libro 4, Professione di fede del vicario savoiardo.

[247] Albert Houtin, Courte histoire du christianisme, pag. 13 (Rieder, 1924).

[248] Monsignor Le Camus, Fausse exégèse, fausse théologie, pag. 9.

[249] Jésus contre Jésus, pag. 41, Ed. du Seuil, 1999.

[250] Thierry Murcia, Jésus, les miracles en question: Collection les Clefs de la connaissance, 1999.

[251] Le christianisme jusqu'à 325, pag. 189 (Gallimard, 1972).

[252] Suzel Fuzeau-Braesch, Le Dieu Unique et le récit de Jésus, analyse des mythes fondateurs, pag. 145, Ed. L'Harmattan, 1999.

[253] A. Schweitzer, Histoire de la recherche sur Jésus, 1906.

[254] Si veda Loisy, Mémoires, volume III, pag. 555 (Nourry, 1930).

[255] In le Christ, enciclopedia Bloud et Gay, pag. 1.112, Parigi 1935.

[256] San Tommaso, Sum. Teol. III pars. qu. XLVI.

[257] Guitton, Jésus, pag. 306.

[258] Rops, op. cit., pag. 61.

[259] Renan, prefazione alla Vita di Gesù.

[260] Guiton, dialogue avec M. Pouget, pag. 186.

[261] Renan, Hist. du people d'Israël, libro 10, capitolo 16. O.C. volume VI, pag. 1499.

[262] Loisy, La passion de Marduk.

[263] Loisy, Le quatrième évangile, pag. 56.

[264] Loisy, Revue d'histoire et de littérature religieuse, anno 1912, IV, pag. 387.

[265] Ibidem.

[266] Citato da Couchoud, Le mystère de Jésus, pag. 70.

[267] Le mythe du Christ, in Revue d'histoire, 1910, pag. 431.

[268] Guignebert, Manuel d'hist. anc. du christianisme, pag. 156.

[269] Jésus, pag. 60.

[270] Guitton, in Ecclesia di settembre 1951, pag. 112.

[271] Lagrange, Loisy et le modernisme, pag. 225 (Ed. du Cerf, 1932).

[272] Padre Huby, Les mythomanes de l'Union rationaliste (Beauschesne, 1933).

[273] Jésus inconnu, pag. 32 (Genève, 1946).

[274] Marcel Simon, op. cit., pag. 27.

[275] Loisy, De la méthode en histoire des religions.

[276] Loisy, La naissance du christianisme, pag. 5.

[277] Dialogue à Weimar, secondo Albert Schweitzer.

[278] Lettere del 4 settembre 1788.

[279] Si veda Loisy, Mémoires (volume 3, pag. 437 ss) e Le Goff, A. France à la Béchellerie, pag. 181 ss. France ha tentato in Putois di storicizzare un mito. «Ho appreso dal dottor Couchoud, suo amico, che il grande scrittore pensava al Cristo». 

[280] Perché io non sono cristiano?, conferenza a Battersea Town Hall del 6 marzo 1927; J. J. Pauveft, edizione 1960.

[281] Citato dal signor Pierre Sipriot nella Table Ronde del novembre 56, pag. 18. Si veda anche Etudes di marzo 57, pag. 391 ss.

[282] Strauss, Vita di Gesù, pag. 8, trad. Littré, Parigi 1893.

lunedì 22 febbraio 2021

Il mito

 

CAPITOLO VI

Il mito


Come nacque il mito di Gesù?

Ecco come le cose si svolsero.

Al fine di riconoscere il Messia quando sarebbe apparso, alcuni avevano raccolto i passi biblici che, secondo loro, lo profetizzavano. Li hanno divisi in vari capitoli: la sua nascita, la sua azione, il suo insegnamento, la sua morte, il suo trionfo.

La rubrica della sua passione, alimentata soprattutto da Giobbe, Amos, Isaia e dai Salmi, era particolarmente dettagliata. 

Gli apologeti dei primi secoli presenteranno queste raccolte agli ebrei per confonderli, e senza posa ne aggiungeranno. Melitone, intorno al 180, pubblicherà ancora sei libri di testi messianici attinti dal Pentateuco e dai Profeti.

Gli evangelisti, senza alcun dubbio, li hanno conosciuti: lo si vede dal saccheggio biblico constatato in loro e ancor più da certi malintesi che sono rivelatori. Queste macedonie di testi e di autori non erano senza confusione: ecco perché Matteo (27:9) confonde i profeti e Marco (1:2) gli scritti.

Era un costume rabbinico allineare pezzo per pezzo versi di origine diversa ma dal significato comune. Si chiamava «Charaz» (incordatura) questo procedimento conosciuto dall'Epistola ai Romani (3:10:18), che cita senza transizione Isaia, i Proverbi e vari Salmi.

Queste citazioni sprovviste di contesto ci inganneranno ancora sul loro significato ovvio. Matteo, in particolare, vi si è lasciato prendere. Se punta Gesù verso le Piramidi, è per aver letto in una di queste raccolte avventurose: «Ho chiamato mio figlio dall'Egitto». [218]

In realtà si trattava di Israele, primogenito di Dio; ma il nostro uomo prende le parole al volo senza andare a vederle e costruisce la sua storia secondo i suoi sogni.

Così un mosaico di versi isolati dal loro contesto, attinti un po' dappertutto dalla Bibbia e classificati per rubriche, profilava già una biografia. 

Si volgeva verso il futuro, in cerca di eroi, ma lo stile profetico lo minacciava di un malinteso. Nella sua visione personale dove il futuro è già realizzato, il Veggente impiega il perfetto per il futuro e definisce come compiuto ciò che annuncia. Così, Isaia (9:5) non dice: «un bambino nascerà», ma «un bambino è nato»

Le profezie potevano dunque passare per la storia antica, in seguito ad un equivoco.

Prima di vedere se un tale malinteso fosse reale, vediamo se è possibile: un testo frainteso può generare l'immaginazione?

A quella domanda, la leggenda di Guglielmo Tell risponde in senso affermativo. Da Bürglen ad Altford, fino al fosso fatale, si può seguire passo dopo passo il nostro eroe con la balestra. Due date fanno da riferimento: 1315, la battaglia di Morgarten, e 1354 la morte.

Rops direbbe che il  «contesto in cui ha vissuto Tell è eminentemente storico». [219] Tutto si svolge nel cuore dell'Europa e all'alba dei tempi moderni: il Romanzo della Rosa è ancora recente, Geoffroy di Parigi scrive la storia in ottonari, Froissard nascerà.

L'erudito Tschudi [220] autenticherà la storia di Tell e Vapereau, riferimento importante, ne elogia il rigore: «Come storico, Tschudi si distingue per una conoscenza estesa e solida, una conoscenza intima delle fonti, la certezza del giudizio, la veridicità  così come la sostanziale fermezza dello stile».

Ma un intero popolo vivrebbe di un'ombra? Per secoli, il culto nazionale provò l'eroe con la sua liturgia di sfilate, fanfare, banchetti, tiro con l'arco e tiro al fucile, bandiere e giubilo popolare. 

Eppure si sa quel che avvenne: Haller, già nel 1970, negava l'esistenza di Tell nel suo libro Fables Danish. Lo scandalo era commisurato alla leggenda che denunciava: si bruciò lo scritto in assenza dell'autore. 

Degli eruditi entrarono nella mischia:  si rispose loro. E si replicarono alle risposte. Ci si trattò reciprocamente di falsi studiosi. Il tono montava. Messa in difficoltà, la fibra nazionale degli Elvetici rischiava di screpolarsi. 

Proprio così!

Ora è finita: Guglielmo Tell è scivolato nella favola. I manuali scolastici lo hanno messo al rango delle reliquie favolose; perfino il Larousse del XX° secolo non ci crede più.

Tutta le sua leggenda, mela compresa, proveniva da racconti, cronache e canti scandinavi conosciuti in Svizzera prima del XIV° secolo. Più tardi, si prese questo folklore alla lettera: l'epoca apparteneva ai soldati, non ai filologi. 

E poi, era troppo tardi per fare un'indagine.

Infine, la Svizzera eroica dei Waldtstaetten si riconosceva troppo bene nel suo eroe svizzero per non crederci affatto. 

Anche oggi, la pietà sopravvive alla fede. 

Tale fu, positis ponendis, l'avventura cristiana.

Affinché l'operazione riuscisse, due condizioni sono necessarie: dapprima un certo clima psicologico e sociale; in seguito un lungo periodo di turbolenza tra l'inizio e la fine per rendere impossibile ogni indagine. 

Queste condizioni furono riunite nella leggenda di Tell, ancora meglio nella leggenda di Gesù. Troviamo in Israele il clima adeguato. Dalla cattività di Babilonia, il sentimento nazionale si è ravvivato, poi esaltato alle persecuzioni seleucidi.

Scoppiò nel dicembre del 168 prima della nostra era, Antioco Epifane avendo eretto nel Tempio la statua di Giove, distrutto i libri sacri e abbattuto le mura di Gerusalemme. Si sa la resistenza eroica dei Maccabei.

Nel 63 prima dell'era cristiana, Pompeo, padrone dell'Asia, annette a Roma  la Palestina che perde così la sua autonomia.

Ma, sebbene soggiogata, ne rimase una, Erode avendo saputo farsi proclamare re dei Giudei dai vincitori nel 40 prima della nostra era. Rimaneva alla Palestina di venir smantellata in schiavitù: è quanto avvenne nel 4 prima dell'era cristiana alla morte di Erode il Grande. I suoi tre figli si divisero allora il regno. 

Approfittando della disunione, Roma stringe la sua presa. Nell'anno 6, l'imperatore Augusto depose Archelao, successore di Erode, in Giudea, e lo sostituì con un procuratore che rispondeva al legato di Siria. La Giudea non era più vassalla ma provincia romana; presto, la Samaria e la Galilea subiranno la stessa sorte. 

Allora, impotente di fronte alla forza, Israele aspira al liberatore provvidenziale che scaccerà l'occupante e riunificherà il regno.

Questo salvatore era predestinato: poteva solo essere il Messia, annunciato da Giacobbe e dai profeti.

In un oracolo oscuro ma solenne, il patriarca morente aveva predetto che Sciloh sarebbe venuto quando lo scettro sarebbe uscito da Giuda. [221] Ora era appena uscito da Giuda e, dall'anno 6, apparteneva a Roma. L'ora del Messia era giunta.

Il Vangelo testimonia l'attesa febbrile di Israele. I discepoli di Giovanni domandano a Gesù: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?» (Luca 7:19). La Samaritana non ne dubita: «So che deve venire il Messia» (Giovanni 4:25). 

Sconvolto dall'eccitazione degli spiriti, Erode punì i propagatori delle profezie messianiche. [222] È da là, senza dubbio, che proviene la leggenda del Massacro degli Innocenti. 

Erode aveva ragione: il male proviene da là. «Ciò che eccitò i Giudei alla guerra», dice Giuseppe, «era un oscuro oracolo delle scritture che annunciava che un uomo uscito dal paese sarebbe diventato allora il padrone dell'universo». [223] Giuseppe fa proprio allusione all'oracolo di Giacobbe di Genesi 49.

Degli avventurieri si presero per il Messa e insorsero. Il vangelo mette in guardia contro di loro: «Se qualcuno vi dice: Il Cristo è qui, oppure: È là, non lo credete...» (Matteo 24:23ss). 

L'esaltazione si trasformò in una crisi di nervi; repressa qui, la rivolta rinasceva altrove. La dolce Galilea dagli uccellini azzurri di cui parla Renan si faceva aspra e ostile come la Giudea. 

Un giorno Roma ne ebbe abbastanza e Israele, che attendeva il Messia, ricevette nel 67 le armate di Vespasiano. 

Tre anni più tardi, Tito prendeva Gerusalemme: secondo Giuseppe, undicimila ebrei furono massacrati e centomila divennero schiavi. [224] Tutto fu distrutto. Plinio parla di Gerusalemme come di una città che non esiste più. [225]

 Del Tempio restava solo il muro del pianto e le legioni romane si accamparono sulle rovine. 

Ma gli ebrei erano sconfitti, non disperati. Il Libro di Giuditta, apparso all'epoca, restituì loro l'orgoglio nazionale. Il tempo di una generazione, e c'era di nuovo la ribellione.

Già nel 117 la rivolta attraversa Cipro, si impadronisce della Cirenaica, scoppia in Egitto; è in Giudea intorno al 132. La ragione è nota: Adriano voleva ricostruire il Tempio in onore di Giove Capitolino e dotare la città del nome di una divinità: la santa Gerusalemme era diventata Aelia Capitolina.

Per vendicare il sacrilegio e lavare via il disonore, Bar Kochba — il Figlio della Stella — solleva un'armata ed è la guerra. 

Dopo tre anni di lotta accanita in cui gli ebrei lasciarono altri cinquecentomila cadaveri, i generali di Adriano furono vittoriosi. La repressione fu inesprimibile: si massacrarono donne e bambini, si vendettero gli uomini al prezzo dei cavalli.

 «Ciò che restava di Israele fu disperso ai quattro venti e gli sciacalli», dice il Talmud, «occuparono il luogo del Santo dei Santi».

Allora, per dare un senso mistico alla tragedia, l'eccesso di miseria generò il Salvatore in gestazione da secoli. 

Molti pensavano, infatti, che tale accumulo di catastrofi dovesse avere per causa un crimine commisurato al castigo: ciò poteva essere solo la morte del Messia. 

I segni non mancavano: la distruzione del Tempio e la cessazione dei sacrifici recavano la prova che l'Antica Legge era finita e i Nuovi Tempi erano venuti.

Restava da precisare il tempo in cui il Messia era apparso, aveva vissuto e sofferto.

Vi fu dapprima un'ampia fluttuazione, e la data della sua morte oscillò da Erode a Nerone. Poi, a poco a poco, il puzzle si mise a posto.


L'assemblaggio della Buona Novella...

La profezia di Giacobbe permetteva già di approssimare la nascita del Cristo, perché lo scettro era uscito da Giuda nell'anno 6.

Si riesumava da Daniele (9:24 ss.) il vaticinio delle «settanta settimane» d'anni, che si poteva interpretare a proprio piacimento, poiché si ignorava il punto di partenza. Da allora, la fine avrebbe datato l'inizio. 

Si noti a questo proposito che si sono contate più di cento cronologie diverse. «Ma la differenza», commenta Pascal, «non si spinge oltre i duecento anni» (Pensieri 723). Vanno più oltre, ma non importa: questi due secoli sono sufficienti. 

Si leggeva anche nel Salmo 95: «Quarant'anni sopportai quella generazione. Perciò giurai nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo»

La caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio nel 70 datavano lo scoppio dell'ira divina, trattenuta per quarant'anni. 

Era quindi nell'anno 30 che il Messia era stato suppliziato. 

La sua missione, secondo i mistici, era durata tre anni: numero perfetto. Era quindi cominciata intorno al 27-28 della nostra era. Questo è esattamente ciò che dice Luca (3:1): «Nel quindicesimo anno del regno di Tiberio...».

Il resto andava da sé: «Mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa…».

Luciano schernisce quella precisazione nell'irreale: «Nel settimo giorno del mese, essendo Zeus pritano, Poseidone proedro, ed Apollo epistato, Momo figliuol della Notte compilò, ed il Sonno recitò questo decreto...»

Ma essa soggiogherà il signor Jean Guitton: «Se questa è una leggenda», scrive, «almeno è una leggenda che ha preso le sue precauzioni con le cronologie e che è ben consolidata nella storia». [226]

Non è una leggenda che si radica, è una fede che si storicizza. Essa non prende precauzioni, ma dei riferimenti. 

Tschudi avrebbe potuto scrivere: «Tell ha mirato alla mela, Alberto I essendo imperatore di Germania e duca d'Austria, Filippo il Bello essendo re di Francia, Edoardo II re d'Inghilterra, Venceslao III re di Boemia, Alberto di Meclemburgo era succeduto a Magnus Eriksson sul trono di Svezia, Clemente V era papa e Gessler balivo del Cantone di Uri».

Si fissavano i tempi messianici mediante il calcolo le coordinate. Allo stesso modo Leverrier scoprirà Nettuno, alla fine della sua penna, al termine di diecimila pagine di calcoli.

«Forse», suggerisce Las Vergnas, «i cristiani hanno anche collegato la nascita e la morte del Cristo a fenomeni cosmici, la cui eco durava ancora». 

È possibile, infatti, che la stella dei magi sia stata suggerita dalla triplice congiunzione di Giove e di Saturno nell'anno 7 prima della nostra era o dalla cometa di Halley nell'anno 12.

Utilizzarono in ogni caso l'eclissi totale del sole sotto Tiberio, il 24 novembre 29. Flegonte, secondo Origene, la segnalava nelle sue cronache, pur precisandone il carattere naturale e senza far allusione al Cristo. [227]

Gli apologeti la identificarono nondimeno con le tenebre miracolose del venerdì santo, sotto il falso pretesto che Flegonte la collegava al dramma del Calvario: si appellarono perfino alla sua testimonianza. 

È un fatto che le lettere pagane a volte sembravano confermare la fede cristiana, gli ebrei avendo convinto gli stessi Romani che un dominatore del mondo sarebbe venuto dalla Giudea.

 Tacito e Svetonio hanno rilevato quella credenza che intratteneva l'arte ambigua delle Sibille. [228] Già nel 43, si erano coniate medaglie che annunciavano il ritorno dell'Età dell'Oro, essendo completato il ciclo astrologico di Pitagora. 

Nella IV° Egloga, Virgilio saluta il Nuovo Secolo che reca a tutti la felicità. Un bambino ne sarà il segno — e non la causa. Si tratta del figlio di Polione, ministro di Augusto e amico del poeta. Ma l'Antichità cristiana e il medioevo hanno voluto vedervi il dio bambino, facendo di Virgilio un profeta dal di fuori e del suo poema un canto messianico. [229]

Infine, l'unità dell'impero sembrava invocare un nuovo dio. Le divinità provinciali andavano a scomparire, come in passato le divinità dei clan e delle tribù. 

Tacito riporta che durante la guerra giudaica le porte del Tempio si aprirono da sole e una voce sovrumana annunciò: gli dèi se ne vanno! — Audita major humana vox excedere deos. [230]

Stesso sincretismo di speranze e di impazienza tra tutti i popoli del Levante: vinti da Roma, dubitavano ora delle loro divinità nazionali. A chi non ha più patria, resta il mondo: il dio nuovo sarebbe stato alla sua misura. 

Le sciagure nazionali ripiegano l'individuo su sé stesso. Consapevole della sua impotenza civile e militare, pensa ora solo al suo destino: a chi non ha più nulla resta il cielo. 

Da qui il successo delle divinità dei misteri che si chinano su ciascun uomo e lo iniziano in particolare. Finito il regno delle divinità collettive della città o della patria: la salvezza diventa personale.

Ma ogni uomo direttamente unito al suo dio ritrova in lui gli altri uomini senza distinzione di casta o di frontiera. Il dio di ciascuno diventa il dio di tutti e, per un paradosso inaspettato, è l'esigenza dell'individuo che lo conduce all'universale. 

Un'intera letteratura esprimeva questi bisogni dell'anima che, insomma, furono soddisfatti da Gesù. Si poteva dunque credere, per il seguito, che essa l'annunciasse: Teste David et Sybilla.

Infine, l'Israele mistico si riconosceva troppo bene in questo Messia schiacciato ma glorioso per respingerlo. L'uomo ha sempre fatto i suoi dèi a sua immagine e si adora in loro. 

Il cielo e la corte celeste sono la replica delle società umane: quando la civiltà cambia, il dio muore o evolve. Era fatale che l'Israele perseguitato si divinizzasse nell'uomo-dio sofferente: la frazione mistica del popolo sarebbe diventata cristiana.

In realtà, il cristianesimo non è altro che un'eresia ebraica.

Occorreva che la nuova entità divina toccasse la terra con abbastanza violenza da rimbalzare fino al cielo. È quello che accade negli anni 70-140. Fino ad allora nessuno dei suoi tentativi prematuri era riuscito, ma vi penava da lungo tempo per fallire di nuovo.

La metamorfosi era cominciata in quelli strani capitoli che Isaia dedica al Giusto sofferente: egli è dapprima Israele stesso (49:3); poi il piccolo numero rimasto fedele (49:5); e, infine, un uomo che prende su di sé i peccati del popolo e lo «guarisce per le sue piaghe» (53:5 ss).

Gli esegeti cercano da sempre chi è quest'uomo. Probabilmente non ha nome: è il Giusto in sé. Rassomiglia come un fratello a quello di Platone: «Essi diranno che in queste condizioni il giusto sarà flagellato, torturato, legato, gli saranno bruciati gli occhi, e infine, dopo aver sofferto ogni martirio, sarà impalato». Alcuni traduttori sostituiscono addirittura il palo con la croce. [231]

Queste astrazioni, per noi inanimate, vivevano nell'Antichità e nel medioevo: ricordiamoci il problema degli Universali. Il Giusto di Isaia, dolorosamente strappato da Israele, fluttuò a lungo come il perispirito di un popolo in attesa di umanizzazione individuale. 

Si tentò, a quanto pare, di incarnarlo nel Maestro di Giustizia che il documento sadocita, riesumato al Cairo nel 1896, rivelò agli eruditi e che i manoscritti di Qumran hanno reso famoso. [232]

A dire il vero, si ignora la sua identità. Può essere Eleazaro, Onia III o un altro che ha vissuto dal 180 al 60 prima della nostra era. Non importa, perché ha fallito.

Egli soffriva di illogicità interna, non essendo alla lettera né Messia, né Redentore, né Figlio di Dio... benché gli si applicassero le profezie messianiche proclamandolo Giudice del mondo.

Diciamo che ebbe il torto di esistere: come divinizzare un uomo di cui ognuno sa i limiti? La tesi della storicità di Gesù non ha mai spiegato come il carpentiere disoccupato sia diventato dio. 

Qui, il virtuale si vuole più concreto di una mediocrità ingombrante.  

È senza dubbio per queste ragioni che il destino del Maestro di Giustizia è stato interrotto. Eppure ci interessa a più di un titolo: egli è una sorta di bozza di Gesù, confermando l'intuizione dei miticisti.

Quelli che vedono nel Cristo un fratello di Attis e di Mitra erano in cerca di uno iato tra giudaismo e misteri. Guardavano naturalmente agli Esseni che, benché ebrei, avevano una regola di vita pitagorica. [233]

Avevano ragione: il Maestro di Giustizia è il legame tra Jahvé e Gesù. Ma il Giusto Sofferente di Isaia era ancora disponibile dopo il fallimento di Qumran. 

Tentò Paolo. Ma il suo Cristo è mal condensato e fluttua ancora nella nube sopra le folle.

Si noti che la dottrina del Corpo mistico, incoerente al di fuori della vaghezza delle metafore, si spiegava all'origine con un Cristo poco individualizzato. 

I teologi non dicono più: «Io sono stato crocifisso con Cristo» (Galati 2:20), né: «Noi portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù» (2 Corinzi 4:10) e neppure: «Cristo è sempre nella carne», secondo l'espressione dello pseudo-Ignazio. [234]

Ci verrà detto che il Gesù mistico è uscito dal Gesù della storia. È proprio questo il problema. Constatiamo che i testi più antichi del cristianesimo mostrano un Gesù collettivo che si individualizza lentamente passando da Paolo agli evangelisti. 

Da nessuna parte il Gesù concreto si misticizza. 

È avventato spiegare Paolo con la teologia che nascerà, come se si commentasse Giosué con Galileo e, se necessario, con Einstein. È in compenso logico, fino a prova contraria, apprendere i testi secondo la loro cronologia. 

Ora, Paolo è una tappa tra Isaia e i vangeli dove Gesù sarà perfettamente storicizzato. 

Che ci sia là una parte di mistero è evidente e il razionalista è mal disposto ad approcciare quella mistica nebulosa. Ma la tesi «sociologica» si giustifica dai vangeli e viene a completare la nostra argomentazione.

Spiega anche meglio la crocifissione. Se Pilato, come si racconta, (Giovanni 19:6) ha consegnato Gesù agli ebrei perché lo eliminassero, essi lo avrebbero di sicuro lapidato come bestemmiatore (Levitico 14:14). Stefano, il diacono, non vi sfuggì affatto. 

Il Talmud, giudicando di diritto e non di fatto, afferma che Gesù fu lapidato poi appeso. Gli ebrei portavano quella stessa precisazione agli apologeti del secondo secolo, il che dimostra che la crocifissione non era storicamente stabilita.

Israele non crocifiggeva. Era un castigo romano. L'uomo maledetto «appeso al legno» del Deuteronomio (21:23) è stato snaturato del suo senso dall'Epistola ai Galati (3:13): parla di impiccagione e di patibolo, non di crocifissione.

L'idea della croce viene dalla storia di Israele. Migliaia di ebrei furono crocifissi nel corso delle guerre da Antioco Epifane, Alessandro Ianneo e Quadrato. Nell'anno 4 prima della nostra era, Varo eresse duemila croci alle porte di Gerusalemme: allucinante foresta lamentosa di rantoli, agitata da agonie. 

Tito, nel 70, crocifiggerà cinquemila ebrei al giorno davanti alla città santa assediata: «non si sapeva più dove mettere le croci», dice Giuseppe. Il legno, per fortuna, venne a mancare.

Gli stessi re avevano subito quella esecuzione di schiavi, come Antigono, l'ultimo degli Asmonei; si possono immaginare le reazioni di un popolo davanti al suo re crocifisso. Sulla croce simbolica del Cristo era inchiodato tutto un popolo con i suoi re e i suoi eroi.

Da allora, i mistici potevano ammirarsi, secondo l'usanza, nei tormenti del Messia.

Gli scettici non ebbero la possibilità di indagare, a causa della grande svolta della guerra giudaica. Era il caos dopo 70 anni di conflitti sanguinose: istituzioni abolite, tradizioni spezzate, milioni di morti, di esiliati, di dispersi. 

Lo sconvolgimento fu tale che il Talmud confonde l'assedio di Gerusalemme da parte di Tito nel 70 con quello di Beter sotto Adriano nel 135. 

La confusione è identica in Tertulliano, san Girolamo e Lenain di Tillemont, come nella maggior parte degli esegeti; da qui l'errore di datazione delle epistole e dei vangeli.

Ma come risalire alle fonti cristiane?

I negatori non avrebbero potuto provare l'errore. I cristiani, invece, opponevano loro la «biografia» dell'eroe meraviglioso che realizzava le profezie.

Il XVIII° secolo ebbe torto a spiegare il cristianesimo con la frode: essa non è venuta che in seguito. All'origine, vi è un malinteso: alcuni hanno riunito testi «profetici»; altri li hanno creduto realizzati.

Allo stesso modo, i monaci dell'alto medioevo scrivevano esagerazioni sulla morte dei martiri per l'edificazione dei fedeli; si prenderanno queste pie finzioni per racconti di storia. [235]

Vi si accompagnava la letteratura apocalittica, dove «il figlio dell'uomo», accennato da Daniele si era a poco a poco precisato: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo...». [236]

Infine i visionari provvedevano ai dettagli circostanziati sulla vita del Cristo, degli apostoli e persino delle comparse: Catherine Emmerich darà precisazioni inaudite sulla moglie di Pilato o sulla famiglia del cieco nato.

È quindi tra il 70 e il 140 che si formò la leggenda cristiana. 

Essa cova dapprima in alcuni mistici lacerati dalle calamità e dalle profezie. Poi lancia delle scintille oscure: se credete alla lettera di Plinio, vi erano già comunità cristiane nel 112. 

Ma l'esplosione risale agli anni 150. La diaspora ha cacciato dalla Palestina i sopravvissuti di Israele; Abramo e Mosè sono scomparsi sotto le rovine del Tempio. 

È l'ora di Gesù.

Tutto allora appare di colpo: raccolta parziale delle epistole paoline, prima redazione dei Sinottici, i Papi e i primi vescovi, Marcione e i primi eresiarchi. Giustino fonda l'apologetica e lo pseudo-Giovanni la teologia. 

Presto appariranno Celso e i primi avversari...

Gesù è ormai personaggio storico.

Et Verbum caro factum est: il Verbo dei profeti si è fatto carne. 

NOTE

[218] Osea 11:1; si veda Matteo 2:15. 

[219] Rops, op. cit., pag. 7. Rops parla ovviamente di Gesù.

[220] Aegidius Tschudi, detto il Padre della storiografia svizzera (1505-1572). La sua Helvetische Kronik riporta la storia di Tell.

[221] Genesi 49:10. L'etimologia di Sciloh è discussa, ma gli esegeti vi vedono lo stesso Messia.

[222] Giuseppe, Antichità 17:36-46.

[223] Giuseppe, Guerra Giudaica 6:5, 4.

[224] Giuseppe, Guerra Giudaica 4:9, 3.

[225] Orinen, in qua fuere Hierosolyma (Hist. Nat. 5:70).

[226] Guitton, Jésus, pag. 64.

[227] Origene, Contra Celsum, libro 2, capitolo 33.

[228] Tacito, Storie, libro 5, 18; Svetonio, Vita Vespasiani, capitolo 4.

[229] Virgilio e il mistero della IV° Egloga (L'Artisan du Livre, 1930).

[230] Tacito, Storie, libro 5, 13.

[231] Platone, Della Repubblica, libro 2:361. Traduzione di Léon Robin. Ed. de la Pléiade, volume I, pag. 904.

[232] pag. 19.

[233] Giuseppe, Antichità 15:10.

[234] Ignazio, Epistola agli Smirnesi, 7:1.

[235] Cardinal Valerio, vescovo di Verona nel XVI° secolo: Trattato De Rhetorica christiana.

[236] Daniele 7:13 ss.