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venerdì 13 aprile 2018

Nella mente dell'evangelista di turno (“Marco” o “Matteo” o “Luca” o “Giovanni” che dir si voglia)

RUBARE: Prendere, senza dare niente in cambio, quello che appartiene agli altri. Non è permesso rubare. Tuttavia la tribù di Levi gode del diritto divino di prendere il denaro dei cristiani per le derrate aeree che fa venire da lassù.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Apseto il libico bramava diventare dio. Quando dopo aver brigato assai non realizzò il desiderio, volle che almeno sembrasse che lo era diventato. E per un bel po' di tempo parve che fosse diventato dio davvero, tanto che quegli imbecilli dei Libici facevano sacrifici in suo onore come fosse una specie di potenza divina, credendo di prestar fede a una voce dall'alto dei cieli. Ebbene, egli aveva raccolto in una stessa gabbia un gran numero di uccelli (pappagalli) e ve li chiuse dentro (c'erano in Libia tantissimi pappagalli che come si sa imitavano in tutto la voce umana). Li allevò per un certo tempo, questi uccelli, insegnando loro a dire: «Apseto è un dio!». Dopo che gli uccelli si esercitarono per molto tempo a dir questo, nella speranza che con tale frase avrebbe fatto credere che Apseto fosse un Dio, aperta poi la gabbia lasciò andare i pappagalli a destra e a manca. Mentre gli uccelli volavano la voce veniva sparsa in tutta la Libia e le sue parole penetrarono fino in terra ellenica. I Libici bensì, stupefatti per la voce degli uccelli e non ravvisando il trucco escogitato da Apseto, credevano Apseto un dio; sennonché qualcuno fra i Greci, analizzando attentamente l'artifizio della supposta divinità, mediante i pappagalli medesimi non solo confuta, ma anche distrugge quest'uomo impostore e molesto. Infatti il greco, tenendo a sua volta in gabbia parecchi  pappagalli, insegna al contrario a dire: «Apseto ci rinchiuse e obbligò a dire “Apseto è un dio”!». Sentita la palinodia dei pappagalli, i Libici tutti d'accordo come un sol uomo diedero Apseto alle fiamme.
(il folle apologeta proto-cattolico Ippolito, Confutazione di tutte le eresie, 6:8)
...le storie dei vangeli sono analoghe a prese per il culo per due aspetti: 
In primo luogo, erano deliberatamente progettate per ingannare gli outsiders e proteggere i segreti degli insiders (come Gesù stesso spiega in Marco 4), un fatto che discuto in On the Historicity of Jesus (ad esempio Elementi 13 e 14 nel Capitolo 4). Chiunque li prenda alla lettera, viene ingannato. Deliberatamente. 
Secondo, quando arriviamo a Luca e certamente a Giovanni, stanno deliberatamente fabbricando eventi per venderli come prova (per “convincere” i membri dei ranghi inferiori della chiesa di alcuni dogmi, come per quanto riguarda la natura della resurrezione e i conflitti interni della chiesa primitiva, e le prove di ciò). Lo riporto nelle rispettive sezioni su quei vangeli nel capitolo 10 di OHJ. 
Per quanto riguarda il credo originale e attuale, che non comportava storie del genere, lo copro già nell'articolo. La presa in giro è nel fingere di avere comunicazioni divine per vendere un movimento di riforma sociale, o nell'illudersi che i loro sogni o esperienze di stato alterato fossero comunicazioni divine che promuovevano e sostenevano e assicuravano la vittoria di quel movimento di riforma sociale. Vedi la mia discussione sui culti rivoluzionari in antropologia (ad esempio l'analogia coi Culti del Cargo) nell'elemento 29 di OHJ (Cap 5). E della possibilità sostenuta dalla scienza di un'allucinazione reale o falsa come base per fondare nuovi movimenti nell'Elemento 15 (Cap. 4). 
(Richard Carrier)


 Si dice che sapere sia potere. Quanto più sai, tanto più puoi.

Supponi di conoscere i numeri vincenti del lotto. Tutti. Non li hai indovinati e nemmeno sognati, ma sai con certezza quali sono. Che faresti? Senza dubbio ti precipiteresti dal tabaccaio. Li scriveresti sulla schedina e la vincita sarebbe assicurata.

Lo stesso vale per il mercato azionario. Supponi di conoscere veramente quali azioni saliranno. Non un presentimento o una sensazione, non una tendenza o un gioco di percentuali, e nemmeno una soffiata o un consiglio. Supponi semplicemente di saperlo. Pura conoscenza. Che faresti in tal caso? Chiameresti il tuo agente, giusto? Compreresti quei titoli, poi li venderesti e guadagneresti una montagna di soldi.

Ciò vale anche per la pallacanestro, per le corse ippiche, per qualsiasi cosa... il football, l'hockey, i campionati mondiali del prossimo anno, per tutti i tipi di sport: se potessi predire il futuro, saresti a cavallo. Così pure per gli Oscar, per il premio Nobel, o per la prima nevicata dell'inverno. Questo vale per tutto.

Anche per scrivere un vangelo.

Supponi di voler rivelare, in un nuovo vangelo, il significato più nascosto del Più Antico Vangelo. Dovresti sapere in anticipo come fare. Ma questa parte non è difficile, esistono molti modi per farlo. Alcuni sono migliori di altri, gran parte presenta svantaggi, perciò usi la tua conoscenza specifica e inventi una nuova sacra scrittura. Rifletti, rifletti, e rifletti ancora, poi d'un tratto, ecco: il vangelo perfetto.

Presti molta attenzione al piano, perché il vangelo perfetto non è semplice e richiede una preparazione accurata. Ma per te è facile come bere un bicchier d'acqua. Non hai problemi di organizzazione. Non hai nessun problema. Come potresti, d'altronde, con la tua intelligenza? Grazie a tutta quell'INVENZIONE?

Sai che i problemi maggiori sorgeranno dopo. In che modo puoi assicurarti di farla franca, facendo passare per “Storia vera” ciò che Storia non è, tantomeno vera, ma è puramente il parto della tua fantasia? Usi l'intelligenza, naturalmente. Conosci meglio di chiunque altro come lavorano le sette cristiane rivali, le hai viste in azione più volte, talora da vicino, mentre ciascuna di loro si dedicava alacremente a correggere la propria preferita versione del vangelo, sempre derivandola, direttamente o indirettamente, da quel Più Antico Vangelo (proprio come ti accingi a fare tu ora). Sai che cosa cercano, piazzando sul mercato religioso nuovi vangeli ma in realtà nient'altro che riedizioni via via più edulcorate del Più Vecchio Vangelo, perciò non lasci nulla che i tuoi nemici possano trovare e denunciare come l'ennesima pia frode. Rifletti a lungo, in maniera precisa, minuziosa e attenta. Con la stessa attenzione con cui scriveresti i numeri sulla schedina del lotto che sei certo ti frutterà una fortuna.

Si dice che sapere sia potere. Quanto più sai, tanto più puoi, il che ti rende quasi la persona più potente della terra. Quando si tratta di scrivere un vangelo. E di farlo passare per “Storia Ricordata” agli occhi degli stupidi hoi polloi. 

sabato 8 novembre 2014

Sulla Risposta del prof Markus Vinzent ad un mio interrogativo intorno a Marcione & il Midrash

C'è così poca immaginazione tra i folli apologeti che perfino il termine ''immaginazione'' diventa una parola sporca. Tuttavia devo mettermi nella condizione di poter decodificare la religione invece di accettare per verità rivelata quello che i folli apologeti hanno tutto l'interesse a farmi credere. Ecco perchè dobbiamo studiare il fenomeno Marcione senza nessun pregiudizio di sorta, pena altrimenti di farci dettare dai folli apologeti l'odiosa agenda di loro gradimento.


Traduco dall'inglese la risposta del prof Markus Vinzent ad un mio interrogativo:
Caro Giuseppe,
Grazie per quelle nitide osservazioni e per le domande (vedi sotto). L'ipotesi che Marcione non avrebbe potuto scrivere un testo che è così midrashico e si avvale di ed è un parallelo ad una storia dell'AT (io non lo definirei un errore) si basa su due pregiudizi che Sebastian Moll ed io stesso abbiamo cercato di sfidare. Laddove la principale tesi di Moll nel suo 'L'Arci-eretico Marcione' (Tubinga, 2010) è che Marcione non respinse l'AT, ma l'utilizzò costantemente come il contrasto contro il quale leggere il suo NT -  io  preso una visione leggermente diversa, anche se credo che, a questo proposito, Moll ha ragione.
In primo luogo, noi dobbiamo iniziare con Tertulliano che solleva la tua stessa domanda  - perché Marcione utilizza  tutti quei nomi dell'AT (come Gesù, Figlio dell'uomo ...), e tutte quelle storie dell'AT (Davide, i profeti) per spiegare che il suo Gesù non ha nulla a che fare con l'AT, i profeti, Israele. Se il suo Gesù è venuto fuori dal nulla, perché allora perdere tempo con l'eredità ebraica? Quest'interrogativo, tuttavia, non perviene al fondo di ciò che Marcione stava cercando di raggiungere, e lo legge attraverso le lenti di Giustino ed Ireneo i quali hanno sviluppato l'antitesi di Marcione in un antigiudaismo mirante alla sua sostituzione.
Come ho cercato di mostrare nel mio articolo su 'Marcione l'Ebreo' (disponibile su academia.edu), Marcione, come giustamente osservato da Moll, è ossessionato con le Scritture ebraiche. È tutt'altro che non familiare con loro. Al contrario, ha una conoscenza molto buona di loro, vede la loro forza (esse sono un'affidabile testimonianza del Creatore - ma in quanto tali, non trasmettono alcun avvistamento nel trascendente Dio e nel suo Messia), li prende alla lettera (che non esclude che anche lui ha capito le allegorie, per esempio, le allegorie militari che portano verso un messianismo ribelle sotto forma di Bar Kokhba), e li cita estesamente nelle sue antitesi, e si avvale anche di loro nel Vangelo, simile a Paolo nelle sue lettere.
Il particolare passo di Luca 7 è un esempio calzante. Qui, Marcione (nell'apertura, Luca, però, armonizza il testo ancora di più con 1 Re, vedi la deviazione di D nel Nestle-Aland) costruisce una storia anti-tetica a quella del Profeta Elia. In 1 Re la donna ha paura del Profeta e lo accusa di essere venuto per punirla per le sue cattive azioni e quindi di uccidere il figlio, e il profeta passa queste accuse al Dio di Israele (1 Re 17: 18-20). Al contrario, non vi è alcuna parola su cattive azioni nella storia di Marcione (Luca 17:11-7 par). Questo Gesù ha misericordia e chiede alla madre di 'non piangere'. Gesù non lotta con Dio, non lo accusa di essere un assassino, né ha bisogno di chiedere a Dio di riportare in vita il figlio. Gesù agisce in modo semplice e salva il figlio e lo restituisce alla madre. Anche la reazione della gente è messa come antitesi. Mentre in 1 Re la madre confessa che Elia è un uomo di Dio, nella storia di Marcione non c'è una parola sulla madre, invece, è detto che 'tutti' (il che include la madre del figlio) furono presi dalla paura. O in altre parole: la gente non comprende una tale misericordia non impegnativa, un Dio d'amore. Quando Tertulliano sottolinea l'ultima affermazione di questa pericope che il popolo lodava un Dio che si è preso cura del suo popolo e ha inviato un 'grande Profeta' - ha giustamente chiesto, quale Dio è qui. Tertulliano comprese che nella storia di Marcione si trattava del Dio trascendente, non del Creatore, che doveva aver agito in questa storia e che ha dimostrato per mezzo di Gesù di preoccuparsi del suo popolo. Ma quando Tertulliano aggiunge che questo messaggio non differisce da quello dei profeti (e aveva già in mente Elia), lui mancò di sottolineare che Marcione aveva costruito questa pericope in netto contrasto con quella di Elia. Mentre in Elia il popolo loda un Dio e il suo profeta, che deve essere temuto, in Marcione il popolo teme coloro che essi stimano.
Se non mi sono sbagliato con il mio 'Marcione l'Ebreo', Marcione deriva (come già Harnack assunse) da una famiglia di proseliti ebrei, di conseguenza, egli non solo conosceva le Scritture ebraiche in profondità, ma aveva anche una buona conoscenza delle antiche tradizioni farisaiche e rabbiniche. La sua opera personale di stesura del vangelo, perciò, era una sorta di fusione di più antiche tradizioni, redatta in un modo altamente sofisticato, quasi cinico (abbiamo un approccio simile nel Vangelo di Giuda), che mostra le incongruenze delle Scritture ebraiche e fornisce la base per la necessità di un 'Nuovo Testamento' che corrisponda alla novità della rivelazione del Dio sconosciuto.

La delucidazione da me richiesta era la seguente, che traduco:
Salve prof Vinzent,

Gradirei avere una breve spiegazione ad un'assillante domanda:

Un'obiezione comune contro la priorità del Vangelo di Marcione è che vangeli sono in gran parte ri-narrazioni midrashiche delle Scritture ebraiche: Marcione, che ha respinto la validità delle scritture ebraiche, non avrebbe ''mai'' scritto un tale vangelo.

Lei pensa che Marcione stesso non avrebbe mai fatto questo - cioè, perlustrato l'AT alla ricerca di passi da utilizzare come materia prima da cui partire per creare un racconto su Gesù? Di Marcione si dice che abbia creduto che l'AT va inteso alla lettera, non allegoricamente.

Ad esempio,gli episodi del figlio del Centurione e del figlio della vedova di Nain del Vangelo di Marcione sono chiaramente una riscrittura midrashica di 1 Re 17: 1-24: ladddove Elia poco dopo resuscita dai morti il figlio della vedova, Gesù poco dopo si imbatte in un corteo funebre e fa risorgere l'uomo che sta per essere sepolto, ancora una volta il figlio di una vedova, questa volta da Nain. Luca apre il suo episodio con la stessa apertura da 1 Re 17: 17: "Ed accadde dopo" // "dopo questo ..." Il figlio della vedova è morto (1 Re 17: 17b; Luca 7: 12b). Elia gridò con angoscia (1 Re 17: 19-20), a differenza di Gesù, il quale, però, dice alla vedova di non piangere (Lc 7,13). Dopo un gesto (Elia prega lo spirito del ragazzo di ritornare, verso 21;. Gesù comanda al ragazzo di alzarsi, 7,14), il morto risorge, dimostrando la sua rianimazione gridando (1 Re 17:22; Luca 7 : 15). Reso il suo servigio, il taumaturgo "lo diede a sua madre" (1 Re 17:24; Luca 7: 15b, identici alla lettera). I presenti glorificano l'eroe (1 Re 17:24; Luca 7: 16-17).

Se io trovo in un vangelo molte allusioni sottili e implicite a passi dell'AT (come quelli di cui sopra), cosa significherebbero tali allusioni a tutti coloro che non hanno familiarità con l'AT? Essi possono mantenere solo il loro potere letterario tra i lettori che conoscono e amano l'AT.

Se presumo a priori che Marcione era riluttante a perlustrare l'AT alla ricerca di punti materiali e allegorici, dovrei negare di conseguenza, che Marcione lo interpretò allegoricamente come un implicito riferimento ad Elia (e all'AT). Ma l'evidenza sopra mostra chiaramente che tutti quei riferimenti allegorici sono strettamente inerenti al suo Vangelo.

Dov'è l'errore in questo argomento? Molte grazie per sottolinearmelo.

Giuseppe



Ad un primo sguardo, emerge chiaramente che il prof mi ha dato due risposte diverse.

La prima risposta si basa parzialmente sull'episodio midrashico per se, in particolare, prendendo ad esempio quel particolare episodio che gli ho sottoposto alla sua attenzione, relativo al figlio della vedova di Nain, dove il Midrash da una storia parallela di Elia è troppo evidente per poterlo eludere. Ebbene, l'argomento del prof Vinzent è così convincente che a mia volta io non posso eluderlo in alcun modo: l'intero punto del Midrash da Elia è di contrapporre antiteticamente Gesù ad Elia, non semplicemente far emulare Gesù ad Elia.

Non si tratta neppure di un superamento di Elia, a pensarci bene, allo scopo di rimarcare semplicemente la superiorità di Gesù.

No: la reazione di Gesù è davvero diversa da Elia pur ''agendo'' in un contesto del tutto simile a quello di Elia.

Ora riesco per estensione a spiegarmi da solo anche Luca 5:11 (
Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.): l'automatismo quasi ottuso dei discepoli nel seguire Gesù senza fiatare e senza nemmeno concedersi il lusso di salutare i propri genitori fa il punto esattamente opposto a quello di Eliseo nel seguire Elia previo prima congedo dai suoi genitori: laddove Elia permetteva ad Eliseo la continuità con la tradizione dei Padri, continuità riflessa simbolicamente nel commiato ossequioso dai genitori, Gesù nega a priori ai discepoli la possibilità di un congedo simile perchè seguire Gesù significa dover abbandonare tutto del mondo e del suo Creatore, cessare di essere ebrei per diventare non gentili (come avrebbe desiderato un protocattolico in virtù del suo innato antigiudaismo) ma proseliti del Cristo.

Ecco perchè Celso aveva Marcione e i marcioniti come bersaglio polemico in mente quando accusò:
Cosa v'ha preso, o cittadini, sì che abbandonaste la legge dei padri e, sedotti da colui col quale or ora abbiamo parlato, vi lasciaste ingannare in modo tanto ridicolo e disertaste da noi per passare ad un altro nome e ad un'altra vita? Solo ieri o l'altro ieri, quando punimmo costui che vi menava in giro, voi avete sconfessato la legge dei padri. Ovvero, come mai partite dalla nostra religione e poi, procedendo, la disprezzate, pur non potendo dichiarare per la vostra dottrina altra dottrina che la nostra legge?
(Origene, Contra Celsum, II, 1, 4)

Io considero conclusivo quest'argomento. È un Fatto che il midrash presente in Luca, specie dove è implicito, riflette esattamente l'antitesi di Marcione tra vecchio e nuovo.

Dunque questa spiegazione del prof ha l'enorme merito di far cadere l'unica seria obiezione sollevata da parecchi studiosi contro la paternità marcionita di urLuca. Ad esempio, così si esprimeva il prof Price, a questo punto, devo concludere, erroneamente (laddove interpreta le intenzioni di Marcione):
La seconda ragione per dubitare che Marcione conobbe qualche vangelo scritto è l'impressionante fenomeno della quasi-totale dipendenza delle storie evangeliche su corrispondenti passi dell'Antico Testamento. Una raffica di studiosi che comprende Randel Helms, Thomas L. Brodie, John Dominic Crossan, ecc., hanno illustrato di nuovo e di nuovo come questo e quel passo evangelico probabilmente si originò come una riscrittura cristiana di questo o quel passo dell'Antico Testamento. Cosa un testamento faceva fare a Mosè, l'altro lo faceva fare a Gesù. Riempi nel nome. Cosa fece Davide? Giosuè? Elia? Eliseo? Risulta che pure Gesù lo fece, e perfino nelle stesse parole descrittive! Quando uno assembla il meglio e il più convincente di quei studi i risultati sono davvero illuminanti: si può fare un convincente argomento per la derivazione di virtualmente ogni storia evangelica da fonti dell'Antico Testamento. Come teniamo conto di questo? Perchè il rapido interesse nella riscrittura delle scritture ebraiche come un libro su Gesù? La politica cattolica fu trattenere l'Antico Testamento ma rileggerlo come un libro su (la predicazione di) Gesù e il cristianesimo. Se questa procedura fosse rimossa, come fece Marcione, cosa rimaneva? Si doveva riscrivere l'Antico Testamento per renderlo esplicitamente circa Gesù! In questo modo, l'Antico Testamento degli ebrei divenne, come direbbe Martin Lutero, “was Christum triebt.” Ma questo non era accaduto al tempo di Marcione. Marcione mai avrebbe usato l'Antico Testamento in questo modo, data la sua antipatia per il libro. Una tale riscrittura deve aver sembrata troppo vicina alla cristianizzazione allegorizzante dei cattolici (di cui essa non era, dopo tutto, se non un'altra versione, creando antitipi per giustificare tipologia!). Come vedremo, i marcioniti si unirono al gioco una volta che videro altri giocarvi, ma questa sarebbe stata una mossa di ripiego, come  i luterani che non potevano andar fino in fondo con Martin Lutero e relegare Giacomo e Giuda ad un limbo semi-canonico.  Fabbricando nuova scrittura (tradizioni evangeliche) loro potevano cooptare qual che essi ancora (colpevolmente) gradivano del vecchio. Così non c'erano ancora vangeli per lo stesso Marcione da includere nella sua nuova scrittura, ma solo epistole che non mostrano alcun segno di consapevolezza di alcun vangelo.   Ma presto ci fu un coinvolgimento marcionita nella produzione dei vangeli. Il vangelo di Marco, ad esempio, mantiene quel che può difficilmente venir chiamato qualcos'altro rispetto ad una visione marcionita dei buffoneschi dodici discepoli  e ad una visione gnostica dell'insegnamento segreto che, nonostante la loro posizione privilegiata, i dodici semplicemente non rischiarano. Oppure pensa alla Trasfigurazione (Marco 9:1-8): come si possono mancare le implicazioni marcionite della disposizione da parte di Marco di Gesù, Mosè (la Torah) ed Elia (i Profeti) in una specie di allineamento della polizia, seguita dall'intervento del Padre che, dei tre, Gesù solo deve essere ascoltato e onorato? E Marco, naturalmente, si riferisce a Gesù che offre la sua vita in riscatto per molti (Marco 10:45). Anche se Marco manca di comunicarci a chi Gesù starebbe pagando questo riscatto, ce lo comunica Marcione. Egli lo pagò al Creatore, e nessun teologo non-marcionita ha prodotto un miglior candidato. Ci si chiede se perfino il nome del Vangelo di Marco riflette consapevolezza del carattere fondametnalmente (anche se non completamente) marcionita del libro. 
(The Christ-myth theory and its problems, pag.881-383, mia libera traduzione e mia enfasi)

Non altrettanto convincente è la seconda risposta del prof, con tanto di rimando ad un suo articolo, Marcion the Jew (disponibile su academia.edu e che recensirò su un futuro post) dove il prof vuole dimostrare che è possibile applicare (già dal titolo deliberatamente provocatorio) una Reductio ad Judaeum su Marcione per motivarne la sua profonda conoscenza del Midrash e della letteratura sacra ebraica. Non tanto ne sono convinto, seppure rimane una plausibile possibilità.

Intanto, che Marcione non fu un antisemita, e che nemmeno l'intero gnosticismo lo fosse, è secondo me una profonda verità. Alle chiare parole del prof Vinzent in merito (tradotte liberamente dal pdf):
 Marcione non incolpò nè i giudei nè i gentili, e neppure vide qualche ostilità tra giudei o gentili contro Cristo. Invece, egli attribuì ostilità al Creatore del mondo e della carne, che egli credeva ignorante del messaggio di Cristo. Solo anti-marcioniti come lo stesso Tertulliano, che volle salvaguardare Dio, il Creatore e Salvatore, portò l'altro-giudaismo di Marcione ad una conclusione anti-giudaica mediante cui i giudei stessi divennero  gli ''istigatori di odio'', mentre Paolo fu rimosso dall'ebraismo ''per la costruzione del cristianesimo''.

...fa eco pure il prof Robert Price, il quale così commenta:


Marcione del Ponto, nella Turchia settentrionale di oggi, fondò una chiesa nel primo-medio II secolo. Era una denominazione cristiana, ma Marcione teneva che i dodici apostoli avessero mal compreso le intenzioni del loro maestro. È un'opinione chiaramente condivisa dal Vangelo di Marco.  Marcione insegnò che i dodici apostoli mischiarono il Giudaismo con i nuovi dogmi del cristianesimo, come se tentassero di porre nuovo vino in vecchi otri. Mentre Marcione non era un antisemita, ed egli rispettava l'ebraismo come una fede separata, lui credeva che Gesù fosse il figlio di un più alto Dio rispetto a Geova. Il Dio ebraico aveva creato il mondo materiale e ordinato la Legge Mosaica. Ma Gesù venne a rivelare una diversa, più amorevole deità, il Padre di Gesù, che non punisce nessuno ma esercita soltanto amore. Il Padre era disposto ad adottare le creazioni dell'inferiore Dio come suoi propri figli.
Marcione credeva che Paolo insegnasse quello che intendeva Gesù - la nascita di una nuova religione separata dall'ebraismo.

(Robert Price, The Amazing Colossal Apostle - The Search for the Historical Paul, pag. 192-193, mia libera traduzione e mia enfasi)

Tuttavia, contro il prof Vinzent, non credo che il background di provenienza di Marcione fosse così ebraico come lui lo dipinge. Non è necessario, per l'argomento precedente, questo secondo argomento a sostegno dell'ebraicità di Marcione. Il primo argomento è così forte e autoevidente da potersi reggere in piedi da solo, al di là della verità o meno del secondo argomento. Per spiegare la profonda dimestichezza di Marcione col Midrash, una volta appurato indipendentemente in virtù della sola evidenza testuale che l'intero punto del Midrash in UrLuca è squisitamente marcionita - non è per nulla necessario postulare un Marcione emerso da un background ebraico.

In fondo Marcione attinse dalla Septuaginta, non dal Tanak. Egli era un ellenista al pari dei protocattolici che corruppero e usurparono il suo Vangelo. Fu accusato da Tertulliano di aver fatto la sua donazione monetaria alla chiesa
“primo calore fidei” (tradotto: alla prima fiamma della fede), ma non è chiaro dalle parole di Tertulliano se la fede in principio abbracciata da Marcione fosse quella del cattolicesimo oppure più semplicemente la fede nel Dio creatore dell'ebraismo (a indicare il suo essere stato un noachide).

Mi risulta un pò sospetta (di apologetica) l'insistenza con la quale il prof vuole introdurre a tutti i costi un'ipotetica continuità di fondo tra l'ebraismo del I secolo (e in particolare l'ebraismo marginale di Paolo e dei Pilastri in primis) e l'ebraismo che poteva aver respirato Marcione se davvero lui e/o la sua famiglia d'origine fosse stata frequentatrice della sinagoga. Marcione poteva benissimo aver iniziato come protocattolico (così, ad esempio, Roger Parvus) e dunque, al pari dei protocattolici, provenire da un ambiente ellenistico e neoplatonico interessato alla religione e alla morale ebraica, ma non per questo un ambiente ebraico in senso stretto.

Earl Doherty descrive alla perfezione cosa intendo per proto-cattolicesimo (in un futuro post descriverò un'origine identica, nel II secolo, per il fenomeno noto come gnosticismo):
Non c'è nessun dubbio che esso avesse radici nell'ebraismo. Predicò l'adorazione monoteistica del Dio ebraico, un Dio presentato come di gran lunga superiore a quelli dei pagani. Per informazione su questo Dio guardò alle scritture ebraiche. Collocò grande valore su un modo di vivere fondato sull'etica ebraica - di nuovo, qualcosa presentato come superiore alla filosofia etica dei pagani. Allo stesso tempo, derivò dal Platonismo il concetto di un Figlio di Dio, un ''secondo Dio'' o Logos (Parola), una forza divina attiva nel mondo e servendo da intermediario tra Dio e l'umanità. Nel secondo secolo anche di più che nel primo, quest'idea del Logos si respirava nell'aria della maggior parte delle filosofie greche come pure dell'ebraismo ellenistico. Per gli apologeti, questo Logos era l'emanazione del Dio ebraico, il suo ''Figlio''. Quindi la religione degli apologeti è stata etichettata ''biblica-platonica'' o ''platonismo religioso con un cast giudaizzante'', sebbene era nel processo di rimuovere da quelli ebrei le antiche promesse del loro Dio e perfino le loro personali scritture.  Sembrerebbe che sia cresciuta a partire da circoli misti di pagani e della diaspora ebraica, i quali si erano immersi nella filosofia greca. (Giustino e altri, compreso il movimento gnostico, offrono evidenza di sette eretiche ebraiche, con parecchi gentili associati, che avevano approfondito un'enorme distanza dalla tradizionale lealtà e pensiero ebraici). C'è pochissimo che suggerisce che la religione degli apologeti del II secolo derivava dal ramo del I secolo dello sviluppo cristiano circostante Paolo. E  neppure c'è qualcosa del focus dei vangeli sul Messia o la fine del mondo. Le opinioni degli apologeti sulla salvezza sono radicate nel misticismo greco, non sulla martirologia ebraica per il peccato. Invece, le due espressioni sembrano come rami separati di un albero davvero esteso. Un altro aspetto è il fatto che in quasi tutti gli apologeti noi troviamo una totale manzanza di un senso storico. Loro non parlano della loro religione come di un perdurante movimento con tanto di specifico secolo di sviluppo alle sue spalle, mediante un inizio in tempo, luogo e circostanze, e una diffusione in specifiche simili. Alcuni di loro dichiarano quel movimento davvero ''antico'' e guardano indietro alle radici nei profeti ebrei piuttosto che all'esistenza di un recente Gesù storico. In questo, naturalmente, sono molto simili agli scrittori di epistole del I secolo.
Giustino, e chiunque riconvertì il vangelo di Giovanni per includervi il Prologo con il suo inno che eguaglia il Logos a Gesù, giunse a credere che il Verbo intermediario, lo spirituale Figlio di Dio, era stato incarnato in una figura umana come raccontata nei vangeli. Ma questo è vero per gli apologeti nella loro totalità? Infatti il fatto impressionante è che della mezza dozzina di apologeti principali fino all'anno 180 - dopodichè, Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria e Origene sono tutti fermamente ancorati nella tradizione evangelica - nessuno, ad eccezione di Giustino, introduce un Gesù storico nelle loro apologie del cristianesimo contro i pagani.

(Earl Doherty, Jesus: Neither God Nor Man - The Case for a Mythical Jesus, pag. 476-477, mia libera traduzione e mia enfasi)

La paternità di Marcione del primo Vangelo in assoluto potrebbe fornire la risposta a quel ''fatto impressionante'': il concetto di ''Gesù storico'' avrebbe messo rapidamente radici fin dove veniva letto, contestato o apprezzato, il Vangelo di Marcione.

venerdì 16 maggio 2014

Una recensione al libro «The Power of Parable» di John Dominic Crossan, o del reale Potere della Parabola

John Dominic Crossan è un accademico storicista che avrà pure un sacco di difetti, essendo solo l'ennesimo studioso che si guarda allo specchio e vede ''Gesù''. Tuttavia di tutta la sua produzione, un solo libro penso che sia davvero degno di leggere, perchè solo quello ha colto perfettamente nel segno circa la natura dei vangeli, seppure non dimostrando affatto la storicità di Gesù ma al contrario dando ulteriori motivi per minare la fiducia nella stessa. Mi riferisco al suo libro del 2012: The Power of Parable: How Fiction by Jesus Became Fiction about Jesus (New York: HarperOne, 2012).


In quel libro Crossan sceglie di vedere nella parabola il metodo principale per la comprensione del contenuto e della natura dei vangeli. Io avrei usato il termine allegoria ma probabilmente siamo lì, nel campo della pura fiction, nonostante Crossan invano si faccia in quattro per far trapelare la rassicurante possibilità di eventi storici intrecciati alla parabola e risalenti a Gesù.
 Come a volte si ha l'impressione che un panteista sia solo un ateo che non vuole ammettere di essere ateo, così lo storicista John Dominic Crossan in quel libro parla come un miticista che invano non vuole ammettere di esserlo.

Nonostante questa grossa pecca di Crossan nell'assumere a priori la storicità di Gesù, tuttavia è di enorme importanza il fatto che rende possibile ai lettori sospendere temporaneamente il bisogno di una conferma storica delle storie al fine di meglio riconoscere la loro reale veste di parabola. Qualcosa che rende Crossan decisamente più serio rispetto ad altri apologeti, come ad esempio Mauro Pesce & Adriana Destro.


Interessante, da una prima occhiata a parti consistenti del libro, soprattutto l'evoluzione del significato delle parabole man mano che venivano scritti nuovi vangeli. Un'evoluzione che tutto sommato è proprio quello a cui avevo da sempre pensato, e che dunque rimarrà probabilmente la mia migliore cornice interpretativa in cui collocare i quattro vangeli (ovviamente non trascurando quale secondo me è la soluzione preferita al cosiddetto problema sinottico).

Cominciamo dal primo di essi.

Marco: in questo vangelo son presenti due storie sulla guarigione della cecità da parte di Gesù, e tre casi in cui la cecità risulta inguaribile. Se Gesù ha successo nel ridare la vista a ciechi che non sono suoi seguaci in  8:22-26  e 10:46-52,
Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».
(Marco 8:22-26)


E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
(Marco 10:46-52)



lo stesso Gesù risulta incapace di sanare la cecità della sua cerchia di discepoli, ovvero i Dodici in  Marco 8:31-10:45.
Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».  
Partito di là, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per
questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà». Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

(Marco 8:31-10:45)


Questa è la sintesi del messaggio che vuole veicolare Marco:
  gli anonimi recuperano la vista, i non anonini non riescono a recuperarla. Questo vale anche per le donne: la donna anonima che unge Gesù comprende che dovrà morire, laddove le donne con tanto di nome al sepolcro non riescono neppure a comprendere il monito dell'angelo. Crossan pensa addirittura che perfino l'autore del primo vangelo scelse l'anonimato (''Marco'' essendo un nome posteriore assegnatogli) pur di ribadire questo punto. La critica ai Pilastri storici, i primi che avevano esperito le visioni del Gesù Risorto, è evidente. Quelli come Paolo, che hanno il solo torto di non aver partecipato alle prime rivelazioni, ora possono e devono vedere meglio dei Pilastri.

Quindi ne deriva un particolare che avevo trascurato: Marco, il primo vangelo, il creatore, per dirla tutta, dell'entità ''Gesù di Nazaret'', ci sta dicendo che era sbagliato o al più incompleto il modo in cui i primi apostoli VIDERO Gesù. I primi mistici visionari erano ciechi. I mistici come Paolo, come Marco, invece, vedono più chiaramente. E devono ringraziare ''Marco'' per questo.



Matteo: Crossan nota come questo autore preferisca indugiare nella funzione polemica della parabola, come monito rivolto all'indirizzo di qualcuno. Crossan riconosce che questo è farina del sacco di Matteo, non di Gesù e propone una spiegazione. Al tempo della stesura di questo vangelo, era in atto uno scontro intra-familiare all'interno dell'ebraismo, tra i giudeocristiani e i farisei esponenti del nascente rabbinismo talmudico. Successivamente alla distruzione di Gerusalemme nel 70 EC, ''la centralità dei sacerdoti e il sacrificio nel Tempio fu sostituito -- per sempre -- da quello dei rabbini e dello studio della Torah'' (pag. 193). A questo punto Matteo probabilmente considerava ancora sé stesso come perfettamente parte della comunità ebraica a tutti gli effetti. Perciò il dibattito acceso che lo vede impegnato coi farisei (anche se parla a nome di Gesù) in merito a chi considerare fedeli maestri della Torah e legittimi guardiani della tradizione avrebbe sollevato una questione di critica importanza.

Luca-Atti : in base all'evidenza archeologica, Crossan conclude che Luca era stato un gentile ''timorato di Dio'' convertito al cristianesimo. Il suo vangelo tradisce la tormentata questione del suo tempo sullo status privilegiato degli ebrei rispetto ai cristiani, status che si rifletteva anche nel permesso imperiale concesso senza esitazione ai primi di praticare la loro religione, ma non concesso, oppure concesso con parecchia diffidenza, ai secondi a causa del crescente dubbio se considerarli davvero ebrei o membri di un'altra religione non licita. I cristiani erano ancora veri ebrei (come si sforzava ancora di ribadire con tutte le ragioni Matteo) o  non avevano nulla più da spartire sostanzialmente con gli ebrei, seppure richiamandosi alle loro Scritture? La risposta di Luca è che i cristiani erano ora i soli veri ebrei, perchè gli ebrei avevano rifiutato il loro Messia e con lui anche il loro destino. Di conseguenza erano i cristiani, ora, a meritare i privilegi e la tolleranza che erano prima riservati dall'Impero agli ebrei, giacchè il solo futuro riservato a quest'ultimi era la conversione a Cristo.

Il cristianesimo è, dice Luca-Atti, il vero Ebraismo, la sola valida continuità di quell'antica e riverita religione e non l'arrivo di qualche nuova religione sbucata dal nulla. (pag. 213)

Ovviamente quella di Luca era tutta apologia, perchè la realtà era l'esattamente opposto: Luca non è un ebreo come non lo sono i cristiani attuali. Come non lo fu Marcione, del cui vangelo quello di Luca costituiva sicuramente una reazione.   



Un esempio di parabola polemica rivolta contro la sinagoga è Luca 4:16-30 (probabilmente una modifica di un episodio simile presente nel vangelo di Marcione).
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:  Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore.  Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».  Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
(Luca 4:16-30)


 La conclusione della storia appare in Atti a partire dal capitolo 23, con Paolo condotto sotto scorta, in realtà un'autentica guardia del corpo, per condurlo a Roma, dove può solo allora predicare senza ostacoli, perchè lo scopo ideale di Luca è stato infine ottenuto: la tolleranza riservata agli ebrei è finalmente riservata a San Paolo, ovvero al cristiano Luca. Si trattava ancora di un pio sogno di Luca, giacchè i cristiani dovevano meritare quella tolleranza solo dopo Diocleziano. Ad ogni caso, per Luca, tolta la patina superficiale di ebraicità del suo vangelo (perchè sappiamo qual era la funzione di tale patina, ovvero re-ebraizzare il vangelo di Marcione), la fede cristiana è una fede romana, non ebraica. Il Novus Israel ha soppiantato totalmente il vecchio Israele. Il cristianesimo è una religione gentile e quello che rimane dell'ebraismo è stato assorbito in esso. Matteo non si era spinto ancora a tanto, giacchè si era solo a limitato a contrapporre l'ebraismo cristiano contro l'ebraismo farisaico, e non come Luca il cristianesimo per se contro l'ebraismo in toto. Lo Spirito Santo per Matteo spirava ancora a Gerusalemme, ma per Luca si è trasferito oramai a Roma.



Giovanni:
Crossan suggerisce che l'autore del quarto vangelo era un samaritano convertitosi al cristianesimo (è curioso che anche lo gnostico Simon Mago proveniva dalla Samaria), il che spiegherebbe perchè sapeva così tanto dell'ebraismo anche se ''era chiaramente fuori di esso e contro 'i Giudei' '' (pag. 241).

Al pari dell'autore di Luca-Atti, Giovanni attacca l'ebraismo da fuori, non da dentro come Matteo. Ma Giovanni attacca anche il cristianesimo non da fuori ma dal suo interno, come fece Marco. E attacca il cristianesimo cristallizzatosi nei vangeli sinottici: perchè si erano limitati a interpretare quello che Dio FA in Gesù e non a vedere quello che Dio È in Gesù. Sui miracoli di Gesù e non sul MIRACOLO che è Gesù.


Ma soprattutto mi piacciono le ultime parole finali di Crossan:


''Il potere delle parabole di Gesù sfidava e abilitava i suoi seguaci a co-creare con Dio un mondo di giustizia e amore, pace e non violenza. Il potere dell'esistenza storica di Gesù sfidava i suoi seguaci provando che almeno un essere umano poteva cooperare pienamente con Dio. E se uno solo poteva farlo, perchè non gli altri? Se qualcuno poteva farlo, perchè non tutti?'' (pag. 252).


Sembra arrivare molto vicino a toccare le note più profonde di almeno una delle ragioni per le quali era necessario scrivere un vangelo, IL PRIMO, storicizzando come effetto collaterale il Gesù mitico di Paolo.

Poco prima, Crossan si chiedeva retoricamente quale sarebbe stato il caso se Martin Luther King non fosse mai esistito, a dispetto dell'intrinseca bontà del suo messaggio. In quel caso, il messaggio poteva essere rifiutato ''con lo sbrigativo commento che esso era tutto per davvero amorevole, ma non avrebbe funzionato -- non ora, non qui, e forse mai da nessuna parte''. Ma poichè Martin Luther King era esistito veramente allora siamo più motivati a sperare di poter farcela anche noi come lui a realizzare il nostro Sogno sulla terra firma.


Sosituisco nell'ultima frase ''Martin Luther King'' con ''Gesù'' ed ottengo:

Ma poichè Gesù era esistito veramente allora siamo più motivati a sperare di poter farcela anche noi come lui a realizzare il nostro Sogno sulla terra firma. [1]


Quindi ecco una buona ragione morale per creare un Gesù storico dal nulla, a tavolino.



L'evangelista che crea un episodio di sana pianta nei modi che sappiamo (il midrash sostituendo i nostri migliori ''effetti speciali'' cinematografici), si sentiva co-creatore insieme a Dio del mondo nuovo che auspicava realizzare, nelle macerie del vecchio mondo post-70.
Il lettore che leggeva il suo episodio di sana pianta era a sua volta portato a sperare nella realizzazione di quel mondo, implicato da quell'episodio.

Ma sorge allora la domanda: per Marco quell'allegoria, quella meravigliosa mega-parabola, che fu il suo racconto, fu venduta davvero come Storia sin dal suo primo originale manoscritto? Sono propenso a rispondere di sì. Perchè, per quanto fantastica, solo qualcosa venduta come Storia può meritare l'attenzione di altri autori perchè veicoli i loro messaggi mediante una nuova versione di quella medesima Storia.

Se uno crede già nella bontà del messaggio di una Entità celeste, gli manca davvero poco continuare a credere a quel medesimo messaggio con maggior zelo di prima, previa soltanto opportuna traduzione di quel messaggio, e di quell'Entità, nei termini di una descrizione di quanto è avvenuto nel passato.

La differenza che corre tra sapere che il Signore degli Anelli è un mito, e sapere che la vicenda del Mahatma Gandhi è reale, sta nella consapevolezza che ciò che si può solo sognare nel primo caso si potrebbe anche ripetere in virtù del secondo.

Plutarco aveva da recitare il ruolo di biografo di Romolo per convincere che si poteva diventare nuovi Romoli persino al suo tempo (emulando Romolo come Teseo), perchè Plutarco credeva già alla sua storicità ancor prima di mettere mano alla penna e raccogliere a tavolino tutti i vari ''si dice...''.

Marco aveva da recitare il ruolo di agiografo di Gesù per convincere che si poteva emulare Gesù persino al suo tempo, co-creando con Dio un nuovo mondo, perchè Marco credeva già alla sua storicità ancor prima di mettere mano alla penna e raccogliere a tavolino tutti i vari ''è scritto...''.


Marco voleva antropomorfizzare l'angelo Gesù di Paolo sulla terra firma per dimostrare che almeno un essere umano poteva cooperare pienamente con Dio, che almeno un essere umano poteva meritare di essere il Figlio pre-esistente e celeste rivelato tramite visioni mistico-spirituali ai primi apostoli, che almeno un essere umano poteva essere il Messia così tanto a lungo atteso nelle Scritture, sullo sfondo apocalittico di un mondo crudele dove il Tempio era stato raso al suolo e dove messia liberatori dai romani sembravano tardassero per sempre ad arrivare.

E se uno solo poteva farlo, perchè non gli altri? 

Se qualcuno poteva farlo, perchè non tutti?


Questo il motivo morale. Ma esisteva anche un'altra ragione più grettamente materiale e più inconscia eppur presente, ben messa in evidenza implicitamente anche nel libro di Crossan, ma che posso benissimo io fin d'ora esplicitare.
  
E se poteva profittarne Marco, perchè non Matteo?  
E se poteva profittarne Matteo, perchè non Marcione?  
E se poteva profittarne Marcione, perchè non Luca?  
E se poteva profittarne Luca, perchè non Giovanni?
Ed eccoci qui.


Dunque Marco SENTIVA che Gesù era ''storico'' persino se non era ciò che scrisse a convincerlo di questo (perchè ciò che scrisse era lui, Marco, che lo stava totalmente inventando a tavolino). E se Marco SENTIVA che Gesù era storico prima ancora di crearlo a tavolino sta solo a significare che sentiva l'ESIGENZA interiore di crearlo, per aggiungere solo un formale SIGNIFICATO al suo interiore e più profondo sentore. 



[1] Io proporrei un esempio più moderno, e forse anche leggermente più calzante. Se tra le tante favole a disposizione, Hollywood sceglie di giocarsi tutti i suoi migliori ''effetti speciali'' tramite la realizzazione di un film-evento qual è la fantastica trilogia del Signore degli Anelli, allora il motivo, per quanto possa essere meramente economico e commerciale (fare il boom del botteghino), è non solo politico (esaltare il regno del bene che è la Democrazia occidentale) ma anche sociale: permettere di far sognare veramente, nel modo migliore possibile, la ''realtà'' del Bene che vince sul Male.
E come il Signore degli Anelli, così The Passion di Mel Gibson, con la differenza che quest'ultimo film la gente è andata a vederlo calandosi ancor di più nella piacevole ''sensazione'' della ''Storia Ricordata'' quando in realtà non vedeva altro che fiction storicizzata. E né si può negare che Mel Gibson sia esponente di una certa versione integralista del cattolicesimo, quindi anche nel suo caso abbiamo parte della sua invenzione che permette di toccare qualcosa di storico: e cioè l'ideologia dell'inventore nel mondo reale.

domenica 4 maggio 2014

Dell'elenco delle maggiori contraddizioni, inaccuratezze ed errori del primo vangelo, tanto per rendersi conto dell'inaffidabilità storica sua e dei vangeli successivi (che dipendono dal primo)

I vangeli non sono per nulla affidabili sul piano storico.

Tanto per cominciare, non furono scritti da testimoni oculari. Non vi compare la prima persona singolare se non nell'incipit di Luca e nel finale di Giovanni. Il primo che attribuisce con eccessiva falsa sicurezza dei nomi agli autori dei vangeli è quel folle apologeta di Ireneo, nel 175 EC. Nessuno prima di Ireneo dice: 'il vangelo secondo Matteo,'' ecc.

Ammesso (e assolutamente non concesso) che fossero stati scritti da testimoni oculari, la loro ipotetica testimonianza continua ad essere enormemente inaffidabile.

Matteo e Luca non sono vangeli indipendenti. Sono solo versioni di Marco, poichè i loro autori non gradirono l'indirizzo teologico di Marco e il suo basso profilo cristologico (almeno in pubblico, perchè in secunda facie non è affatto così) del suo Gesù.

Marco prevede per Giovanni il Battista il ruolo di Battezzatore al preciso scopo di purificare il peccato.
Flavio Giuseppe non prevede quella funzione purificatrice per il battesimo di Giovanni il Battista, in quanto serviva:
...non per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come consacrazione del corpo insinuando che l'anima fosse già purificata da una condotta corretta.
(Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 18.5.2)

Inoltre Marco dice che il Battezzatore fu assassinato da Erode per averne diffamato la moglie, mentre Flavio Giuseppe attribuisce la causa del suo assassinio nella sua crescente popolarità. Giovanni il Battista subisce un destino che sembra molto simile a quello di Gesù nelle varie ipotesi storiciste: fu ammazzato per timore della popolarità crescente che attirava attorno alla sua figura e per timore che ne approfitasse, magari per attuare una sedizione. Tuttavia quella popolarità nel caso di Giovanni il Battista si manifesta con tanto di menzione da parte di Flavio Giuseppe (di cui al massimo si potrebbe sospettare solo qualche riga interpolata, ma non l'intero brano), mentre nel caso di Gesù Flavio Giuseppe è totalmente silente e di lui parlano solo chiare interpolazioni cristiane successive nella sua opera. Ma se Gesù era popolare e fu ammazzato perchè era popolare, avrebbe dovuto attirare l'attenzione da parte di Flavio Giuseppe, e tuttavia non lo fa. E posso essere sicuro che nessun altro autore ebreo parla di Gesù: parola di Fozio, che quanto a cultura enciclopedica e memoria non aveva nulla da invidiare ad un Pico della Mirandola.

Marco fa di Gesù estremamente famoso, anche se contro la sua volontà, e a dispetto del suo non essere puntualmente mai riconosciuto nella sua vera identità, in lungo e in largo nella Galilea e nella Giudea. Una simile popolarità di Gesù a tali insuperabili livelli non è provata da nessun altro autore ebreo contemporaneo, a detta dell'enciclopedista Fozio in persona.
La popolarità di Gesù è introdotta al solo scopo di far da contrappunto teologico/letterario al misterioso Segreto Messianico così pervasivo in quel vangelo.

Marco vede Gesù sempre in disputa coi farisei
, dovunque va, implicando erroneamente che i farisei fossero la casta dominante ebraica prima del 70 EC, quando invece lo erano i sadducei per quel periodo. I farisei divennero maggiormente influenti e attirarono di conseguenza le attenzioni polemiche dei cristiani solo dopo la distruzione del Tempio nel 70 EC. E questo non può che significare che i conflitti tra cristiani e farisei vennero proiettati nel passato, al tempo di un ipotetico Gesù.


Marco fa andare Gesù a Gerasa per esorcizzare colà la ''Legione'' di demoni in un branco di porci scaraventatosi in mare. Ma Gerasa è lontana un'ora di cammino dal mare più vicino. Quindi quei porci avevano da correre parecchio!

Marco dice che i farisei e ''tutti i giudei'' si lavano le mani prima del pasto. In realtà solo i sommi sacerdoti eseguivano tale pratica. Non ''tutti i giudei''.

Marco descrive un Gesù che fa il pazzo nel cortile del Tempio, dove si scambiavano le monete per i sacrifici pasquali. Ma il Tempio fu anche una fortezza militare. Gesù non poteva recitarvi la parte del pazzo scatenato di turno, neanche solo per finta, senza attirare il pronto intervento dei romani e venire immediatamente arrestato. A meno che Gesù non avesse tentato un colpo di mano.

Marco definisce un profeta Daniele. Ma Daniele non è profeta secondo il giudaismo. Infatti il libro di Daniele è stato composto nel 165 AEC, ben dopo il periodo di tempo durante il quale operarono i veri e propri profeti di Israele.

Per Marco il Sinedrio processa Gesù venerdì notte, durante la Pasqua ebraica. Ma i processi si potevano tenere solo di lunedì e di giovedì, non di notte (ed è tipico dei cospirazionisti accusare qualcuno di rinunirsi di notte per ordire un complotto).  E certamente non durante le festività religiose della Pasqua. Per Marco, l'accusa dei sinedriti a Gesù è di pretendersi il messia. Ma pretendere di essere il messia non è in alcun modo blasfemia per l'ebraismo. Ed esistevano parecchi personaggi nella Septuaginta chiamati ''cristo''. Perchè ''cristo'' era solo un titolo per coloro che si ritenevano di fare la volontà di Dio. Non c'è traccia di un eventuale significato sedizioso legato al termine ''cristo'', almeno nel I secolo e neppure Flavio Giuseppe usa mai il termine, neppure quando costui vorrebbe dare un onore messianico a Vespasiano con tanto di ''Profezia della Stella'' che sembra essere pura farina del suo sacco al fine di salvare la pelle ed ingraziarsi il vincitore.

 ουτως λεγει κυριος ο θεος τω χριστω μου κυρω
(Isaia 45:1 LXX) 

 ...και υψωσει κερας χριστου αυτου...

(1 Samuele 2:10 LXX)

 και διελευσεται ενωπιον χριστου μου πασας τας ημερας...

(1 Samuele 2:35 LXX)

ιδου εγω αποκριθητε κατ' εμου ενωπιον κυριου και ενωπιον χριστου αυτου

(1 Samuele 12:3 LXX)

και απεκριθη αβεσσα υιος σαρουιας και ειπεν μη αντι τουτου ου θανατωθησεται σεμει οτι κατηρασατο τον χριστον κυριου....
(2 Samuele 19:22 LXX)

μη αψησθε των χριστων μου και εν τοις προφηταις μου μη πονηρευεσθε

(1 Cronache 16:22 LXX)

κυριε ο θεος μη αποστρεψης το προσωπον του χριστου σου μνησθητι τα ελεη δαυιδ του δουλου σου 
(2 Cronache 6:42 LXX)

παρεστησαν οι βασιλεις της γης και οι αρχοντες συνηχθησαν επι το αυτο κατα του κυριου και κατα του χριστου αυτου διαψαλμα
(Salmo 2:2 LXX)

μεγαλυνων τας σωτηριας του βασιλεως αυτου και ποιων ελεος τω χριστω αυτου τω δαυιδ και τω σπερματι αυτου εως αιωνος
(Salmo 17:51 LXX)

κυριος κραταιωμα του λαου αυτου και υπερασπιστης των σωτηριων του χριστου αυτου εστιν 
(Salmo 27:8 LXX)

πνευμα προσωπου ημων χριστος κυριου συνελημφθη εν ταις διαφθοραις αυτων ου ειπαμεν εν τη σκια αυτου ζησομεθα εν τοις εθνεσιν 
(Lamentazioni 4:20 LXX)

Per Marco, Pilato intende dare a Gesù un equo processo. Ma Ponzio Pilato era noto per la sua sadica crudeltà nel giustiziare sommariamente chiunque anche solo sospettato di sedizione. Non solo, ma Marco mostra un Pilato che libera il sedizioso Barabba in rispetto al dì di festa. Ma il Pilato storico non aveva alcun rispetto per i costumi ebraici e al contrario per poco non coagulò una pericolosa rivolta per la sua mancanza di rispetto verso i costumi ebraici.
Marco ci dice che Pilato temeva il popolo, quasi che l'intero popolo ebraico si fosse mobilitato in massa a Gerusalemme per assistere al processo e fare pressione sul governatore. E quando al contrario Pilato non si faceva scrupoli a sterminare un'intera folla di ebrei elemosinanti.
Quando i Giudei incominciarono a rinnovare la supplica, a un segnale convenuto, li fece accerchiare dai soldati minacciando di punirli subito di morte qualora non ponessero fine al tumulto e ritornassero ai loro posti. 
(Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, 18:589)

Pilato diventò una mela marcia per gli stessi romani, allorchè massacrò senza pietà in un bagno di sangue tantissimi samaritani disarmati seguaci del messianista di turno sul Monte Garizin, meritando il licenziamento.

Anche la nazione samaritana non andò esente da simili travagli. Li mosse un uomo bugiardo, che in tutti i suoi disegni imbrogliava la plebe, e la radunò indirizzandola ad andare in massa sul Monte Garizin, che per la loro fede è la montagna più sacra. Li assicurò che all'arrivo avrebbe mostrato loro il sacro vasellame, sepolto là dove l'aveva deposto Mosé. Essi, dunque, credendolo verosimile, presero le armi e, fermatisi a una certa distanza, in una località detta Tirathana, mentre congetturavano di scalare la montagna in gran numero, acclamavano i nuovi arrivati.    Ma prima che potessero salire li prevenne Pilato occupando, prima di loro, la cima con un distaccamento di cavalleria e di soldati con armi pesanti; affrontò quella gente e in una breve mischia, in parte li uccise e altri li mise in fuga. Molti li prese schiavi, tra questi Pilato mise a morte i capi più autorevoli e coloro che erano stati i più influenti dei fuggitivi. 
Dopo questo scompiglio, il senato dei Samaritani si recò da Vitellio, uomo consolare e governatore della Siria, e al suo tribunale accusò Pilato di avere fatto una strage tra loro. Poiché dicevano che non come ribelli contro Roma si erano radunati a Tirathana, ma per sottrarsi alla persecuzione di Pilato. 
Vitellio allora mandò Marcello, suo amico, ad amministrare la Giudea e ordinò a Pilato di fare ritorno a Roma per rendere conto all'imperatore delle accuse fattegli dai Samaritani. Così Pilato, dopo avere passato dieci anni nella Giudea, si affrettò a Roma obbedendo agli ordini di Vitellio, dato che non poteva rifiutassi.

(Antichità Giudaiche, 18:85-89)



Barabba in aramaico significa ''figlio del padre''. Quello che succede è che Gesù, supposto ovviamente dal lettore il VERO figlio del padre, viene confrontato col suo omonimo ma diametralmente opposto Gesù Barabba (compare questo nome per Barabba in alcuni manoscritti di Matteo), per venire condannato al suo posto. Si va ad alludere chiaramente alla cerimonia del capro espiatorio di Levitico 16, dove un capro, quello impuro, è rilasciato nel deserto (dove comunque andrà a morire) e l'altro capro innocente, che si fa carico dei peccati del popolo, è sacrificato sull'altare.

L'intera scena della crocifissione attinge a più riprese dal salmo 22. Ma c'è un piccolo problemino: i Salmi non sono profetici. Quindi non si tratta di scene profetizzate nelle Scritture (perchè profetizzare non era la funzione dei Salmi) ma di episodi derivati dalle Scritture e inventati dunque di sana pianta.

Tutti i quattro vangeli canonici hanno narrazioni evangeliche della Passione in conflitto l'un con l'altro. Non esiste nessuna tradizione di una ''tomba vuota'' prima del vangelo di Marco. E le tombe più comuni prima del 70 EC non avevano all'ingresso macigni circolari tali da permetterne la rotazione.
Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?».
(Marco 16:3)

Per tutto il vangelo di Marco solo i demoni, il lettore e persone totalmente anonime sanno riconoscere che Gesù è il Messia. Ogni persona che è ''nota'' al lettore (perchè Marco ne dice il nome, nemmeno perchè siamo certi della sua esistenza) non sa chi è Gesù. Neppure i suoi discepoli. Neppure il sommo sacerdote. Coll'estremo, radicale paradosso che chi è ''conosciuto'' non conosce. Questo è puro intrattenimento. Non Storia ricordata.

Un piccolo esempio (come corollario ad un altro):

καὶ εὐθὺς ἀναβαίνων ἐκ τοῦ ὕδατος εἶδεν σχιζομένους τοὺς οὐρανοὺς καὶ τὸ πνεῦμα ὡς περιστερὰν καταβαῖνον εἰς αὐτόν· 

E subito, ascendendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba.

(Marco 1:10)

Il contrasto deliberatamente provocato da Marco è tra Gesù che esce dall'acqua e contemporaneamente lo spirito cadere su di lui.
Marco usa le parole αναβαινος e καταβαινος per descrivere l'ascesa di Gesù quasi parallela alla discesa dello Spirito.

Il contrasto tra le due azioni capita proprio in incredibile concomitanza allo ''squarciarsi dei cieli'': dunque un altro contrasto. I cieli che si spaccano in due. Ad aprire una specie di varco tra due mondi.

Si tratta di individuare attentamente nel contesto quali sono questi due mondi che si manifestano per scontrarsi, o per fondersi tra loro.


Dopo il battesimo fisico ricevuto da Giovanni il Battista, il cielo si schiude in due e Gesù viene battezzato dallo Spirito. Invece di immergersi Gesù nell'acqua, è l'acqua del vero battesimo, ovvero lo Spirito, a scendere su di lui. 
Quindi ecco individuato il contrasto: acqua versus Spirito.

Stranamente questo tema in Marco non è più rivisitato. O forse si traduce nel Segreto messianico. Ancora una volta, sbaglia chi crede Gesù battezzato dall'acqua fisica versato sul suo capo da Giovanni, perchè fu battezzato in realtà dallo Spirito.

Ma forse esiste una migliore spiegazione rispetto al postulare un troppo facile dualismo in salsa gnostica.

Forse Marco aveva in mente Genesi 1:2 :
η δε γη ην αορατος και ακατασκευαστος και σκοτος επανω της αβυσσου και πνευμα θεου επεφερετο επανω του υδατος

Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.


Anche lì emerge plasticamente il contrasto tra le acque e lo Spirito.

Così il goffo quarto evangelista:
ἀπεκρίθη Ἰησοῦς, Ἀμὴν ἀμὴν λέγω σοι, ἐὰν μή τις γεννηθῇ ἐξ ὕδατος καὶ πνεύματος, οὐ δύναται εἰσελθεῖν εἰς τὴν βασιλείαν τοῦ θεοῦ.  

Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.
(Giovanni 3:5)

Forse che Giovanni stava cercando di rimediare all'eresia di coloro che separavano in un irreducibile contrasto ''acqua e Spirito'', mondo materiale e mondo spirituale, tenebre e luce, cielo e inferno, Gesù umano e Cristo spirituale [1] ???? L'eresia cristologica dei proto-gnostici?


Dei problemi del tardo Giovanni (nel tempo e nella mente) non me ne frega nulla, ma mi interessa comprendere il primo vangelo, Marco. È universalmente riconosciuto dagli accademici che a scriverlo fu un paolino. Ma un paolino avrebbe potuto suonare così GNOSTICO? Non vorrei immaginare un simile, radicale scenario. Meglio non badare ad eventuali indizi gnostici nel primo vangelo. Perchè altrimenti significherebbe prendersi burla all'istante di 2000 anni di cristianesimo spietatamente anti-gnostico!


[1] Robert M. Price ha ironicamente coniato per costoro la colorita espressione di ''Gesuofobi''.