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lunedì 20 febbraio 2017

Sulla cooptazione della figura di Giovanni il Battista come “Paolo mancato” in Marco




 ANTICHITÀ: Non sbaglia mai e non ha mai sbagliato; la vecchiaia è sempre prova indubitabile della validità di un'opinione, di un uso, di una cerimonia, eccetera. È molto importante non innovare nulla: le vecchie calzature sono più comode di quelle nuove, i piedi non vi stanno stretti. Il clero non deve mai rinunciare a ciò che ha sempre praticato. La Chiesa più vecchia è la meno soggetta a farneticazioni. 
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768

Sì, la forza della verità è maggiore che non si creda, e la sua tenacia indicibile. Ne troviamo le numerose tracce in tutti i dogmi, anche i più bizzarri e assurdi, dei vari paesi e dei vari tempi; spesso, è vero, in strana compagnia e in un amalgama curioso, ma tuttavia sempre riconoscibili. La verità è simile ad una pianta che germoglia sotto un mucchio di grosse pietre, ma che tuttavia si arrampica verso la luce; con sforzi inauditi, con mille giravolte e inflessioni, sformata, pallida, intristita, ma pur sempre verso la luce.
(Arthur Schopenhauer)

È giunto il momento di parlare più approfonditamente della figura storica di Giovanni il Battezzatore,  sapendo che in qualche modo, prima o poi, dirò qualcosa di originale su questo tizio.
Perchè furono i cristiani ad essersene interessati, a volere che finisse nei loro vangeli, ma non prima che il primo di loro, quello su cui tutti gli altri si basarono, fosse stato scritto. Ed io ho deciso di parlarne, perchè la curiosità dei miei lettori sulla mia opinione in merito si è rivelata ben più grande di quanto le loro parole sarebbero riuscite a spiegare. Confesso di essermi scandalizzato dalla curiosità che hanno attorno a Giovanni il Battista, quasi contenesse in sè il segreto delle origini cristiane, eppure si tratta dell'uomo il cui nome non figura nemmeno nelle epistole di Paolo – il nostro più antico testimone del mito di Cristo – perciò come mai tanto interesse? Certo, è esistito, ma anche Caifa oppure Ponzio Pilato è esistito, eppure non suscita altrettanto interesse (nonostante anche Pilato fosse stato cooptato dalla successiva propaganda cristiana e venduto come convertito cristiano!).

E così ho deciso di investigare più a fondo su Giovanni il Battezzatore. Di certo tutti sanno che è difficile perfino convenire se Giovanni fosse stato davvero un profeta, come i vangeli pretendono che fosse, visto che Flavio Giuseppe non lo chiama affatto “profeta”, ma solo “uomo buono”. E di certo raccogliere le masse non basta a elevare un leader al ruolo di “profeta”.
Ad alcuni dei Giudei sembrò che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quell'uomo buono che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Antichità Giudaiche 18, 116-119)

Però io credo che Giovanni fu importante agli occhi di “Marco” (autore) a causa della concomitanza di tre fattori:

1) Giovanni era considerato un “uomo buono” a detta di tutti (Antichità Giudaiche 18:116);
2) Giovanni era radunatore di folle;
3) Giovanni fu vittima del Potere.

I vari Giuda il Galileo, Teuda, il “Profeta Egiziano”, Giovanni di Gamala, ecc., potevano pure soddisfare il secondo requisito e/o il terzo, ma di certo non venne riconosciuta loro dal popolo una bontà d'animo, tantomeno da un filoromano come Flavio Giuseppe.
il problema per un cristiano storicista è evidente: se Giovanni il Battista presentava tre aspetti così fondamentali anche per l'inventato Gesù di carta (reverenza popolare, notorietà e martirio innocente), come mai un uomo simile non conobbe affatto il Gesù di carta?

Forse il problema sarà compreso più facilmente se lo presento nella forma di una dicotomia tanto insolubile quanto imbarazzante (per “Marco”): se tutti gli ebrei – e perfino i lettori greco-romani di Flavio Giuseppe – furono scossi dal sentire quanto sembrasse buono, famoso e martire innocente Giovanni il Battezzatore, allora quanto sarebbe assai più inaspettato per i futuri lettori dei vangeli il loro sgomento al senso di spaventosa distanza tra l'esistenza storica di Giovanni (chiamato il Battista) e quella sola presunta (perchè essenzialmente non-storica) di Gesù (che fu chiamato Cristo) ?

È chiaro che quella distanza, così imbarazzante, aveva da essere compensata, se non in proto-Marco, quantomeno in Marco e a seguire in tutti gli altri vangeli. Quest'imbarazzo – l'imbarazzo di un Gesù di carta ignaro di Giovanni il Battista, e viceversa – doveva essere superato – con la menzogna, se necessario. E così ecco l'ennesima prova che chi evemerizzò Gesù la prima volta sulla Terra, ossia “Marco” (autore), agì così deliberatamente col proposito di ingannare, e soddisfare, gli stupidi hoi polloi.

Il malcelato imbarazzo all'idea che uno storico Giovanni il Battista in vita sua non conobbe mai Gesù è grande ancor oggi, visto come si affannano goffamente i folli apologeti cristiani, come e peggio del proto-cattolico “Matteo”, a rendere Giovanni e il Gesù di carta non solo ciascuno a conoscenza dell'altro, ma anche ciascuno profondo estimatore dell'altro.
La realtà non è che i due non si stimassero a vicenda, ma peggio (!): che i due non si conoscevano affatto perchè l'uno era esistito (Giovanni) mentre l'altro non era esistito (Gesù).

La menzione di Giovanni il Battista nella santa favola di “Marco” è quindi una prova contro il Gesù storico, perchè è evidente e atteso l'imbarazzo dell'inventore nel caso di una sua eventuale mancata introduzione di Giovanni nel racconto: “Marco” non avrebbe mai avuto bisogno di menzionare un predicatore “buono, famosissimo e per giunta vittima innocente del potere”, all'inizio della sua narrazione, a meno che non portasse un nome diverso da “Gesù” e fosse, a differenza sua, realmente esistito, pena altrimenti di rassegnarsi alla terribile “evidenza” di un Gesù di carta preteso “buono, famosissimo e per giunta vittima innocente del potere” eppure – e qui risiede la fonte ultima dell'imbarazzo – del tutto trascurato da un personaggio (realmente) storico di egual valore quale fu Giovanni il Battista.

Nel più antico vangelo, l'eventuale silenzio del Gesù di carta intorno ad un eroe popolare come Giovanni, del tutto ricambiato nella Storia reale da un Giovanni il Battista in carne e ossa verso il Gesù predicato da Pietro e da Paolo, sarebbe stato troppo imbarazzante, addirittura controproducente, per il primo fabbricatore del Gesù di carta (cioè “Marco”): sarebbe equivalso all'implicito riconoscimento della totale inesistenza del Gesù che “Marco” (autore) si apprestava, su carta, a vendere come storico.

E così il criterio di imbarazzo, in questo caso, lungi dal dimostrare la storicità del battesimo di Gesù da parte di Giovanni, ne conferma invece il carattere puramente mitologico e leggendario: un Gesù a conoscenza di Giovanni, al punto da dirigersi personalmente da lui pur di riceverne il battesimo al pari di un qualsiasi altro suo oscuro seguace, fu evidentemente meno imbarazzante per “Marco” – evidentemente il suo piccolo finto “prezzo” da pagare – rispetto ad un Gesù ignorante di Giovanni e che – peggio ancora! – da Giovanni non fu affatto visto né udito in tutta la sua nobile vita.

Molti secoli dopo, la stessa logica di “Marco” dietro l'introduzione di Giovanni nel suo vangelo porterà un sovrano ugonotto a pronunciare la famosa frase: “Parigi val bene una messa”.

Questo ci dice anche che i caratteri del Gesù fittizio mutuati dal Giovanni storico – ricordiamoli di nuovo: notorietà, buona fama e morte innocente – furono così tanto connaturati al DNA stesso del Gesù di carta (nelle intenzioni del suo inventore) che immaginare un Gesù diverso – un ipotetico Gesù storico puntualmente non famoso, non amato dal popolo e non martire innocente – significa di fatto, a meno che non si voglia ridicolizzare la questione, quantomeno trovarsi nella profonda necessità – come prima e perfino più di prima – di una prova indipendente ed extra-evangelica dell'esistenza storica di quest'altro Gesù così diverso dal Gesù di carta.

In un blog precedente del
10/02/17 avevo già illustrato come lo stesso Giovanni il Battista venisse allegorizzato da “Marco” (autore) nientemeno che nella Parabola del Seminatore, più precisamente in quella parte di seme finito lungo la “via”, impedito dal metter radici perchè “divorato” da “uccelli”. Sempre in quel blog, avevo anche accennato all'identificazione di Erode con chi “divorò” simbolicamente Giovanni, in una scena che presenta tutti i tratti di una macabra “contro-eucarestia”, come ebbe a dire efficacemente Henrik Tronier:
 Come introduzione a questa sezione, Marco narra in 6:14-29 l'incidente circa Erode e Giovanni il Battista in maniera che i lettori lo vedano come dotato di un significato simbolico. Ciò che otteniamo è una pervertita contro-eucarestia: un deipnon tra i capi politici ebrei che è dominato dalle passioni del corpo (desideri sessuali) e in cui la testa di Giovanni il Battista è servita su un vassoio. (Fortunatamente, io non sono il solo a leggere la storiella in questo modo; si veda Iersel 1998 ad hoc.).
(Henrik Tronier, “Philonic Allegory in Mark”, pag. 33, mia libera traduzione)
Ora, io penso che quell'identificazione allegorica (il “seme” finito lungo la “via” come lo stesso Giovanni preparatore della “via” al futuro Messia) aiuti a comprendere – e nel contempo ad esaurire completamente – il ruolo ed il significato di Giovanni nel primo vangelo:

1) egli viene prima di tutti gli altri “semi” (prima di Pietro, il “seme” inutile che cade nel terreno pietroso, prima di Giacomo e Giovanni, il “seme” inutile caduto “nelle spine” della loro ambizione dei primi posti – si veda Marco 10:35-45 – prima di Paolo, il “seme”, l'unico “seme”, che porterà immenso “frutto” tra i gentili nella “terra buona” – la “Galilea dei gentili”) e in questo senso è anteriore cronologicamente alla setta cristiana.

2) egli non è cristiano e non vide neppure la “colomba” dello spirito posarsi sul capo del Gesù di carta, in Marco 1:10-11, e poichè morì precocemente per mano di Erode (essendo in questo senso il seme “divorato” prematuramente dagli “uccelli”, in una sorta di macabra contro-eucarestia, appena prima di recare veramente “frutto”) non fece in tempo a conoscere il Gesù di carta perchè – è sottinteso – se soltanto gli fosse stata data la possibilità, l'avrebbe riconosciuto senza indugio, dalle sue stesse opere, come il Messia da lui stesso profetizzato.

In questo modo Giovanni diventa il profeta simbolo di tutti i profeti anteriori a Cristo, e come loro, “seme” martirizzato troppo presto dal malvagio di turno perchè divenisse capace di realizzare pienamente l'identità del Messia da lui stesso profetizzato.

Così quello che per “Marco” rischiava d'essere un reale e imbarazzante punto di debolezza e di estrema vulnerabilità – l'esposizione alla facile accusa che non perfino il grande eroe popolare Giovanni il Battista conobbe il Gesù di cui pure avrebbe inconsapevolmente imitato le orme – fu trasformato da “Marco”, con un genuino colpo da maestro, in un formidabile punto di forza: Giovanni il Battista venne fisicamente a contatto con Gesù – addirittura lo battezzò! (“come puoi dubitarne che non lo fece?”, sembra domandare con fin troppa sospetta enfasi l'inventore “Marco” del Gesù di carta) – però non fece in tempo a riconoscerlo per la figura da lui stessa predetta, perchè caduto troppo precocemente vittima innocente del malvagio Erode, come da copione per ogni vero profeta del Messia degno del ruolo.

La decapitazione di Giovanni per mano di Erode costituisce quindi per “Marco” un provvidenziale espediente narrativo così da allegorizzare adeguatamente Giovanni dietro il seme “divorato” dagli “uccelli” troppo presto per poter recare “frutto” a beneficio della “Parola”, ma intanto “Marco” avrebbe almeno esorcizzato il rischio imbarazzante (e soprattutto: reale) di un Gesù sconosciuto a Giovanni, rendendo consapevole il secondo dell'esistenza del primo almeno durante un'unica, brevissima quanto fittizia, occasione: durante il battesimo di Gesù al Giordano.

Una consapevolezza (di un Gesù storico) altrimenti evidentemente mancante nel Giovanni il Battezzatore realmente esistito.

    
Perchè probabilmente un Gesù storico non era mai esistito.


Nel frattempo, il lettore non-iniziato di “Marco” non avrebbe mancato di riconoscere – ed apprezzare – il fatto che Pietro e il resto dei dodici, seppure resi partecipi privilegiati della prolungata compagnia del Gesù di carta (a differenza del Battezzatore che lo vide in una sola breve occasione, secondo il racconto) furono così idioti da non riconoscerlo come messia crocifisso – addirittura da rinnegarlo o abbandonarlo come tale: un peccato mortale che invece di certo non avrebbe commesso Giovanni il Battista, se solo gli fosse stato concesso di sopravvivere più a lungo nel racconto. Proprio come nella Parabola del Seminatore il seme caduto lungo la “via”, se non fossero intervenuti troppo presto gli “uccelli” a “divorarlo”, avrebbe di certo recato “frutto” in egual misura al seme caduto sulla “terra buona” (simboleggiante Paolo).

Giovanni il Battista fu dunque trasformato dal paolino “Marco” (autore) in una sorta di Paolo mancato, e in quella misura, un precursore di Paolo stesso nella figura del Gesù di carta.

È “Marco” stesso, fingendosi “Erode”, a reiterare il punto che Giovanni sarebbe stato un alter Christus, ovvero un “altro Paolo”, se soltanto avesse conosciuto più a fondo “Gesù”/Paolo:
Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «È Elia»; altri dicevano ancora: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
(Marco 6:14-16)

Ma intanto gli inventori avevano ottenuto ciò che volevano: “il suo nome”, quello di Gesù, “era diventato famoso”, e così la fama positiva – e soprattutto: storica – di Giovanni il Battista sarebbe andata a maggior gloria del Gesù di carta, agli occhi dei lettori di Marco.

Quest'analisi si ricollega per via indiretta, perciò, a quella fatta da Tom Dykstra a proposito di Giovanni il Battista nel primo vangelo:
Presentazione di Giovanni il Battista come un'Immagine di Paolo

Non è difficile vedere che esistono alcuni paralleli tra Giovanni il Battista e Gesù in Marco, da una parte, e tra Paolo l'Apostolo e Gesù, dall'altra parte. Giovanni predicava (κηρύσσω) un Gesù che doveva venire dopo di lui. Paolo predicava (κηρύσσω) un Gesù risorto che doveva venire al giudizio dopo di lui. Giovanni predicava conversione e battesimo come una preparazione per l'incontro col Signore venturo; Paolo predicava conversione e batteismo come preparazione per l'incontro col Signore venturo. L'opera di Giovanni come battezzatore cominciò “nel deserto”, che implica che era una terra non-ebraica; quella di Paolo fu commissionata da Dio come l'apostolo dei gentili e cominciò la sua opera apostolica nel deserto dell'Arabia, una terra non-ebraica. Giovanni proclama di essere “non degno” di Gesù esattamente allo stesso modo in cui Paolo proclama di essere “non degno” di Gesù:

E predicava: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno (οὐκ εἰμὶ ἱκανὸς) di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.”
(Marco 1:7)

Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e io non sono degno (οὐκ εἰμὶ ἱκανὸς) di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
(1 Corinzi 15:9)
Il passo di 1 Corinzi è lo stesso contenente il tema de “l'ultimo sarà il primo” e de “il minimo sarà più grande”, che come mostrai prima è un altro modo di Marco per alludere a Paolo.

È anche significativo che Gesù esplicitamente difende l'autorità di Giovanni in Marco, e che fa questo giusto dopo la purificazione del tempio così che possa diventare un luogo di preghiera per “le nazioni”. Di fatto, Marco si assicura che il passo circa l'autorità di Giovanni comincia in una maniera che la collega direttamente alla purificazione del tempio:

Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farle?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: «Dal cielo», risponderà: «Perché allora non gli avete creduto?». Diciamo dunque: «Dagli uomini»?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
(Marco 11:27-33)
Il dilemma dei “capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani” è lo stesso di quello dei “pilastri” della chiesa di Gerusalemme: se l'autorità di Paolo non proveniva da Dio, perchè loro fecero un accordo con lui (Galati 2:1-10)? E poi se l'autorità di Paolo non proveniva da Dio, perchè loro rinnegarono il loro accordo con lui (Galati 2:11-14) ?
(Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul, pag. 147-149, mia libera traduzione)

La cooptazione di Giovanni il Battista come una specie di “Paolo mancato”, attuata così efficacemente dal creatore del primo vangelo, non avrebbe placato i cristiani successivi dal fare del Battezzatore un indiretto alfiere dei loro contrapposti punti teologici.

In particolare, l'autore di proto-Luca (alias Mcn), vale a dire l'eresiarca Marcione, fece di Giovanni il disilluso testimone, ancor prima di morire, della messianicità fondamentalmente non-ebraica di Gesù, di cui arrivò ad annusare – e solamente ad annusare – che si trattava in realtà del Messia di un altro dio (il “dio buono” e alieno di Marcione, superiore al dio degli ebrei).

Ovviamente, a tale scopo, Marcione aveva necessità di far sopravvivere Giovanni il Battista nel suo racconto quel tanto che basta perchè potesse giungere a conoscenza, in carcere e tramite i suoi discepoli, delle incredibili e straordinarie imprese compiute dal Gesù di carta, e averne in tutta risposta una reazione negativa, al limite della disillusione e della frustrazione.

Questo punto è illustrato ottimamente dal prof Markus Vinzent:
Dopo la guarigione del servo quasi morto del centurione, Gesù, i suoi discepoli e la folla entrano a Nain e questa volta si trovano di fronte al cadavere di un uomo morto, “l'unico figlio di sua madre”, “una vedova”. Ancora più potente di prima, Gesù resuscita il figlio e lo restituisce alla madre. Come reazione - la folla è presa dalla paura, ma anche glorifica Dio, affermando che '“Un grande profeta è venuto avanti” e che “Dio è venuto per aiutare la sua gente”, il più forte riconoscimento di Gesù come un Μέγας προϕήτης in questo vangelo da parte della folla e dei discepoli. Eppure, in Mcn, questa dichiarazione serve per contrastare Gesù, il mega-profeta, con Giovanni, il Battezzatore – e qui, troviamo la seconda correzione di Luca che distoglie lontano la linea della storia da questo confronto. Senza evidenziare tutti i dettagli della differenza tra Mcn e Luca (per esempio, il passaggio da “Gesù” a “Signore” in Luca), il primo grande cambiamento è che Luca rimosse il ponte tra la pericope precedente con la resurrezione del ragazzo di Nain e la nuova pericope dell'incontro con i discepoli di Giovanni, dove Mcn introduce Giovanni Battista come colui che “dopo aver udito le sue [di Gesù] opere, fu scandalizzato”. Dopo aver rimosso questa forte caratterizzazione di Giovanni, Luca, però, perduta l'inquadratura di tutta la storia, come la benedizione di Gesù al termine del dibattito coi discepoli di Giovanni nel suo riferimento a Giovanni e ai propri discepoli, torna all'apertura: “Beato chi non è scandalizzato da me”. Detto questo, e una volta congedati i messaggeri di Giovanni, Gesù approfondisce questo rimprovero di Giovanni perfino di più, ammonendo la folla che potrebbe aver cercato un profeta, e lui non nega che Giovanni il Battista fosse un profeta, addirittura il più grande “nato da donna”, ma aggiunge che “colui che è più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Anche in questo caso, senza elaborarlo qui – è importante sapere che per tutto il secondo secolo, Marcione era noto per aver contrastato Gesù contro Giovanni il Battista e, come dichiarava il suo vangelo (Luca 16:16 par.), come è ancora noto in Giustino ed Ireneo, che la legge e i profeti terminarono con Giovanni il Battista: “la legge e i profeti esistevano fino a Giovanni; da allora, il regno di Dio è stato proclamato. Perciò è più facile che passino il cielo e la terra, piuttosto che cada un sol apice della legge del Signore”. Come intese correttamente Giustino e come riporta Ireneo, la legge che “ha avuto origine con Mosè”, fu “terminata con Giovanni per necessità” (Ireneo, Adv. Haer. IV, 4). Il nuovo editto del Signore, tuttavia, era più robusto di quanto il cielo e la terra potessero mai essere. E tuttavia, di nuovo, in questo caso, Luca capovolge Marcione, sostituendo “Signore” e facendo dire a Gesù che il cielo e la terra passeranno più facilmente che un piccolo apice di una lettera della Legge”. Si realizza quindi senza alcuna sorpresa che Luca aggiunge i versi 7:29-35 alla pericope che abbiamo discusso in precedenza, al fine di sostenere e rivendicare la sapienza, il Battista, criticando la critica di Giovanni, mettendolo alla pari con le critiche sollevate contro Gesù e incolpando i farisei: “E tutto il popolo che lo aveva udito, e i pubblicani riconobbero la giustizia di Dio, e si fecero battezzare del battesimo di Giovanni. 7:30 Ma i farisei e i dottori della legge respinsero il disegno di Dio per loro e non si fecero battezzare.  ... 7:33  È venuto infatti Giovanni Battista che non mangia pane né beve vino, e voi dite: "Egli ha un demone". 7:34 È venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: "Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori"”.
(estratto da Markus Vinzent, Jesus versus John the Baptist, fonte, mia libera traduzione e mia enfasi)
Viceversa, il protocattolico – e finto giudeocristiano (se per giudeocristiano si intende un reale seguace dei Pilastri storici e di Pietro) – “Matteo” (rieditore di “Marco”) necessitò di ritardare appositamente la morte di Giovanni nel suo racconto appena in tempo perchè egli potesse, sia pure in prigione, goderne le news circa i suoi straordinari miracoli e confermarne così, sia pure in extremis, la totale continuità – in senso anti-marcionita – con la propria azione e la propria ebraicità.

Ma sebbene gli occhi degli stupidi hoi polloi – tra gli ebrei, i pagani e gli stessi cristiani non-iniziati – non vedevano altro che il Gesù di carta come presentato loro dai suoi primi propagandisti, dentro quasi ognuno di loro, sepolto come in un sogno dimenticato in ognuno di loro, c'era l'immagine perfetta di un altro Gesù, conosciuto appena qualche decennio prima: un Gesù arcangelo celeste, mai sceso sulla Terra nel recente passato.

Ma i primi propagandisti del Gesù di carta non lasciarono spazio a quell'altro, più antico Gesù, mentre erano alacremente intenti nella loro opera di diffusione, a macchia d'olio, del nuovo credo in un presunto “Gesù storico”.

Uccisero così l'entità invisibile nella quale gli occhi dell'apostolo Paolo, e dei Pilastri prima di lui, erano stati trascinati nel corso di sogni, visioni, allucinazioni.

E chiusero definitivamente, meglio che potevano, le loro menti e quelle degli altri cristiani, davanti all'abisso che è dimora del Gesù mitico e invisibile dei primi apostoli cristiani.

domenica 25 ottobre 2015

Del perchè Luciano di Samosata disprezzava, e temeva, “Peregrino Proteo”. E Gesù (“che fu chiamato Cristo”)

Simon Mago. Il mago simboleggiò per i proto-cattolici ciò che “Peregrino Proteo” rappresentò per il pagano Luciano di Samosata: un emblema di impostura e sovversione insieme.

MONDO: Nello spirito di un cristiano molto devoto, il mondo è la cosa più detestabile del mondo. Deve distaccarsene per pensare solo all'altro mondo. E per farlo bene, deve cominciare con il donare tutti i suoi beni ai preti il cui regno non è di questo mondo.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Luciano di Samosata, com'è noto, disprezzava profondamente i cinici nella singolare figura di “Peregrino Proteo”:
Io, non appena giunsi nell'Elide, mentre vagavo per il ginnasio sentii un Cinico che con voce forte e aspra gridava le solite cose strombazzando in pubblico la virtù e in una parola biasimava tutto e tutti. Poi il suo vociare finì per parlare di Proteo, e per quanto posso cercherò di rammentarti quelle parole proprio come furono dette. Tu le riconoscerai certamente, avendo spesso assistito alle urlate di quegli individui.
(De Morte Peregrini, 3)
Io a dire il vero mi rivolgerei con un simile tono sprezzante in merito, più che ai filosofi cinici, semmai ai folli predicatori cristiani (o cripto-cristiani) di tutte le epoche che continuano ad esercitare fino alla noia il loro medesimo mestiere, “strombazzando in pubblico” con la sbavante schiuma alla bocca il loro “Gesù Cristo” dall'alto dei loro pulpiti (non sempre, mia disincantata constatazione, all'interno delle loro chiese).

La cosa non sfuggì affatto a Luciano, che ben riconobbe delle forti analogie tra i vagabondi cinici emblematizzati da questa singolare figura di illusionista (tanto storica come avrebbe potuto esserlo quella di Socrate se soltanto tutto quello che conoscessimo di lui si fosse ridotto al Socrate satireggiato da Aristofane nelle Nuvole) e gli stessi cristiani del suo tempo (170 EC), dato che la stessa temporanea conversione (vera o presunta che fosse) di “Peregrino Proteo” al cristianesimo permetteva e facilitava quell'assai caustico paragone.
Ma ciò che [Peregrino Proteo] fece al padre è sì degno di essere udito: eppure tutti voi lo sapete, e vi è giunta la notizia che soffocò il vecchio, non sostenendo che avesse ormai superato i sessant'anni. Poichè in seguito il fatto fu risaputo, si condannò da sé all'esilio e andò errando da un luogo all'altro.
Propio allora imparò la straordinaria sapienza dei Cristiani, vivendo in Palestina assieme ai loro sacerdoti e scribi. Ma che? In breve li fece apparire dei fanciulli: lui era profeta, tiasarca, guida, insomma lui da solo era tutto. Interpretava e spiegava i loro libri, molti ne scrisse egli stesso, e quelli lo veneravano com un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro, ovviamente dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo.
Per questo motivo allora Proteo fu anche arrestato e finì in carcere; la qual cosa gli procurò una non piccola autorità per il tempo a venire, per la ciarlataneria e l'ambizione che tanto amava. Dopo che fu dunque messo in ceppi, i Cristiani, ritenendo il fatto una disgrazia, fecero di tutto per tentare di strapparlo da lì. Poichè ciò non fu possibile, si presero cura di lui in ogni altro modo, e non alla leggera, ma con molto zelo: sin dall'alba si potevano vedere vecchie, vedove e orfanelli stazionare nei pressi del carcere, mentre i loro capi, corrotti i carcerieri, dormivano dentro assieme a lui. Inoltre gli venivano portati pranzi sontuosi ed erano pronunciati i loro discorsi sacri, e l'illustrissimo Peregrino - si chiamava ancora così - era chiamato da loro novello Socrate.
E anche dalle città asiatiche giunsero uomini, mandati dai Cristiani con beni tratti dal loro patrimonio comune, ad aiutarlo, sostenerlo e incoraggiarlo. Straordinaria è la rapidità che mostrano quando accade un fatto del genere che li riguarda tutti: in breve non danno rispamio d'alcuna cosa. Davvero molte furono le ricchezze che allora Peregrino ricevette da loro col pretesto del carcere, e se ne fece una rendita non piccola. Quegli sciagurati infatti si sono convinti che saranno del tutto immortali e vivranno per l'eternità; per questo motivo non fanno conto della morte e i più si danno ad essa spontaneamente. Inoltre il loro primo legislatore li convinse che sono tutti fratelli tra loro una volta che, disprezzati e rinnegati gli dèi ellenistici, prendano ad adorare quel sofista messo in croce vivendo secondo le sue leggi. Pertanto disdegnano in ugual misura tutti i beni e li ritengono comuni, accogliendo tali precetti senza una fede provata. Se dunque si presentasse a loro un illusionista, un imbroglione che sappia trarre vantaggio dalle circostanze, diventerebbe subito in breve tempo ricco facendosi beffe di quei semplicioni sotto il loro naso.

(De Morte Peregrini, 10-13)

Al di là dell'ironia strisciante e della parodia corrosiva di cui trabocca la fiction (non riesco a non chiamarla tale) di Luciano, colpisce soprattutto un aspetto di quella caustica critica contro “Peregrino Proteo”: Luciano è in realtà disgustato profondamente, direi quasi intimamente turbato, dietro la sua superficiale serena e “illuministica” presa di distanza dagli eventi così abilmente satireggiati, dall'abisso da lui stesso artificialmente riprodotto tra l'altissima, invero vertiginosa, esaltazione di “Peregrino Proteo” da parte dei gonzi e boccaloni di turno che aveva buggerato (non solo i cristiani) - ravvisabile in chiare espressioni quali ad esempio: “...e quelli lo veneravano come un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro...” - ...e la sostanziale assoluta oscurità, insignificanza e marginalità storica che avvolge quasi per definizione questo singolare individuo “Peregrino Proteo”, la cui precisa identità è resa ironicamente sfuggevole già nel nome stesso:

peregrinus, peregrinator significa “viaggiatore” (non è certo una coincidenza che “Peregrino Proteo” si spostò di luogo in luogo nella fiction di Luciano), mentre proteus allude al mostro marino egizio Proteo, famigerato soprattutto per la sue capacità metamorfiche in grado di fargli assumere ogni genere di aspetto, specialmente per sfuggire al nemico e per evitare di dover dire la verità.
...e la divina fra le dee mi rispose:
“Tutto io ti dirò, sinceramente, straniero. Qui vive il Vecchio del mare che sa la verità, Proteo d'Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare ricco di pesci. E ti dirà anche, principe, se tu lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio”.
Disse così e io così le risposi:
“Dimmi tu quale agguato tendere al Vecchio del mare, che non mi veda prima e mi sfugga. E' difficile per un uomo mortale vincere un dio”.
Dissi, e mi rispose la dea:
“Tutto io ti dirò, con molta chiarezza. Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il Vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un acuto odore di salso. All'alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l'avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l'aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dei ti perseguita e come potrai ritornare attraverso il mare ricco di pesci”.

(dal Libro IV dell'Odissea)
Merito di Luciano è di farci toccare con mano il paradosso tra lo Sfuggevole, l'Anonimo, il “Privo di Forme” per eccellenza, e la stellare apoteosi alla quale riuscì ogni volta a farsi elevare spacciandosi per qualcun altro agli occhi degli idioti di turno che riuscì a buggerare.
Da questa prospettiva, “Peregrino Proteo” personifica, sotto la parodia malcelatamente inquieta che ne fa Luciano, non tanto un preciso bersaglio polemico (a momenti io stesso, se non fosse perchè “Peregrino Proteo” è citato anche da Aulio Gellio - il quale addirittura pretese di averlo conosciuto di persona -, sono tentato di dubitare della sua reale consistenza storica) quanto tutto ciò che è sfuggente, inafferabile - il potere dell'assenza di forma.

Ed è da questo manifesto potere di “Peregrino Proteo” che il pur caustico Luciano si sente in qualche modo minacciato: egli potrà sviluppare, in sè e negli altri, ogni sorta di sufficiente senso critico per guardarsi a dovere dalle truffe e dagli illusionismi di guru e santoni di tal fatta, eppure sa in cuor suo che non è abbastanza, che contro individui come “Peregrino Proteo” perfino l'arma del Dubbio, tuttavia, sembra essere sfortunatamente destinata a fallire, nella stragrande maggioranza dei casi. E prova ne è alla fine il fatto che nessuno riesce a smascherare “Peregrino Proteo” sbugiardandolo agli occhi di tutti, neppure i critici perspicaci come Luciano, nonostante tanto dispendio di attacchi satirici contro l'illusionista. L'impostore “Peregrino Proteo” potrà essere sconfitto alla fine unicamente grazie al suo eccesso di hybris, che lo farà cadere nella trappola mortale finale da lui stesso intentata appositamente per farvi cadere, ancora e ancora di nuovo, innumerevoli altri al suo posto.
Questa fu la fine del maledetto Proteo, uomo, per stringere il discorso in poche parole, che mai ha mirato alla verità, che sempre ha detto e fatto ogni cosa per avere fama e lode dal volgo, al punto da saltare perfino nel fuoco, quando non poteva neppure più godere delle lodi perchè più non le sentiva.
(De Morte Peregrini, 42)
La frustrazione di Luciano trapela tra le righe: un'illusionista di tal genere si può sconfiggere non grazie alle razionali diffide di gente istruita e dotata di senso critico quale è lo stesso Luciano, ma solo scommettendo sugli inevitabili falli ed errori del medesimo illusionista in questione, paradossalmente l'unico che, per eccesso di hybris, potrà smascherare sé stesso definitivamente agli occhi delle stesse masse da lui prese per i fondelli. 
E Luciano è doppiamente frustrato perchè per arrivare a tanto l'epilogo non poteva che essere cruento, per quanto tragicomico: la morte dello stesso “Peregrino Proteo”, tra le fiamme della pira che lui stesso aveva preparato di fronte a migliaia di spettatori.
Quel disgraziato di Peregrino, o, come egli stesso si compiaceva di chiamarsi, Proteo, ha subito lo stesso destino del Proteo di Omero: dopo essere diventato qualsiasi cosa per acquistarsi fama ed essersi trasformato infinite volte, alla fine è diventato anche fuoco. Da tanto amore per la fama era posseduto! E ora eccotelo, il grand'uomo, carbonizzato come Empedocle, se non che quello fece prova di gettarsi nel cratere senza essere visto, il nostro egregio amico, invece, ha atteso la più frequentata delle feste elleniche, ha ammassato la pira più grande che poteva e vi si è gettato sotto gli occhi di tanti testimoni, dopo aver pronunciato tra l'altro, non molti giorni prima della sua ardita impresa, alcuni discorsi su questo argomento di fronte ai Greci.
(De Morte Peregrini, 1)

“Peregrino Proteo”, se nella fiction o nella Storia, poteva pure essersi lasciato sconfiggere con le sue stesse mani, eppure l'onta rimane, nonostante la sua morte, di quello che santoni, guru, avatar o icone del genere rappresentano agli occhi dei benpensanti pagani come Luciano di Samosata. 

Non era solo una mera questione di denunciare le truffe di questo o quel santone. La posta in gioco era evidentemente più alta. E Luciano lo fa trasparire dallo stesso comportamento di “Peregrino Proteo” nella fiction, allorchè scrive:
Dopo essersi così istruito, navigò da lì verso l'Italia e non appena salì sulla nave si mise subito a offendere tutti, in particolare l'imperatore, sapendolo molto benevolo e mite, così che il suo ardire era privo di pericolo; a quanto pare infatti a quello poco importava degli insulti e non credeva giusto punire uno che si era rivestito di filosofia a parole e che soprattutto aveva fatto dell'offendere un'arte. Anche in seguito a ciò la sua fama s'accresceva, ovviamente presso gli stupidi, ed era molto in vista per la sua dissennatezza, finchè il prefetto dell'Urbe, uomo saggio, lo cacciò perchè approfittava senza misura della situazione, dichiarando che la città non aveva bisogno di un tale filosofo. Ma anche questo fatto divenne celebre e fu sulla bocca di tutti, il filosofo scacciato per la sua franchezza e la sua troppa libertà, e contribuiva ad accostarlo a Musonio, a Dione, a Epitteo e a chiunque altro si fosse trovato in una circostanza simile.
(De Morte Peregrini, 18)

L'imperatore in questione “benevolo e mite” era Marco Aurelio. Il paradosso che infastidì l'inviperito Luciano in questo punto nasce tra il suo naturale rispetto per un imperatore che abbassava sè stesso con la sua umiltà di filosofo stoico, e il suo assistere impotente alla sfacciataggine di quello stronzo di “Peregrino Proteo”, reo di approfittare della magnanimità di Marco Aurelio pur di innalzarsi al suo stesso livello, da quel verme che era, osando criticare nientemeno che l'imperatore in persona e perfino guadagnandone in popolarità e prestigio come risultato!

È evidente allora che non era il singolo “Peregrino Proteo” a infastidire il benpensante Luciano di Samosata. Ma lo erano virtualmente tutti quei avatars, guru, “fondatori” di culti, icone settarie, i cui seguaci  approfittavano del loro stato apparentemente innocuo e marginale per lanciare in realtà strali e messaggi sovversivi verso tutto, o quasi tutto, l'ordine sociale e culturale esistente, volto essenzialmente ad esautorare e logorare a poco a poco dalle fondamenta ciò che garantiva la giustificazione di tale ordine tra gli hoi polloi. Non erano sediziosi (altrimenti i loro cadaveri putrefatti già avrebbero penzolato da sopra le croci romane). Ma erano sovversivi.

Nella rivelante descrizione che Luciano fa di “Peregrino Proteo” & fans, abbiamo un assaggio di come un pagano avrebbe osservato gli stessi cristiani del II secolo. Erano simili, almeno in superficie, ai nuovi Cinici: entrambi disprezzavano la morte, entrambi mostravano una totale indifferenza verso i beni materiali, entrambi credevano che tutto fosse di tutti, entrambi erano inclini a instaurare un nuovo senso di fratellanza reciproca tra i loro membri, entrambi rigettavano gli dèi, ed entrambi erano irrazionalmente propensi a pratiche e fedi superstiziose. E da ultimo, la cosa peggiore, entrambi potevano finire facilmente manipolati e manipolabili - e Luciano ne era evidente testimone in prima persona - da impostori senza scrupoli come “Peregrino Proteo”, opportunisticamente mimetizzati dietro di loro.

La natura contro-culturale del nascente movimento cristiano non era dunque sfuggita a Luciano. E con essa il suo sincero stupore misto ad una punta di sottile frustrazione nel constatare, dati alla mano, l'evidente enorme golfo di separazione tra la più assoluta insignificanza del fondatore o “legislatore” di turno e le vertiginose altezze metafisiche alle quali i medesimi erano proiettati dai loro fanatici e deliranti seguaci. Luciano ne era intimamente turbato. Luciano si sentiva giustamente minacciato.

E quando Luciano scrive:
...e quelli [i Cristiani] lo veneravano come un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro, ovviamente dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo.

precisando che “ovviamente” i Cristiani collocano “Peregrino Proteo” al secondo posto nel loro pantheon “dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina”, Luciano sta facendo sostanzialmente di quest'ultimo nient'altro che un mero precursore di “Peregrino Proteo” sulla base della loro comune TOTALE insignificanza storica unita per contrasto alla vertiginosità del culto di cui sono resi assurdamente oggetto presso i Cristiani.




E qui non posso che ricollegarmi alla conclusione del perspicace ricercatore Richard C. Miller, il quale nota:
Sebbene si potrebbe opportunamente dubitare che un uomo storico, Gesù di Nazaret, mai ricercò onori personali tali come un'imperiale exaltatio, egli era divenuto, nella sua Nachleben, l'emblema di un potente movimento contro-culturale nel primo e secondo secolo dell'Era Comune. Come tale, le sue descrizioni mitiche, iconiche nei vangeli del Nuovo Testamento servivano a sovvertire le istituzioni culturali di quel mondo, sia ebraico che romano, attraverso una mimesi trasvalutata, una metafora, e un'alterità ibridizzante, quindi promulgando un nuovo paradigma alternativo, sebbene comprensibile, per la struttura di una società antica.
Luciano ha offerto una finestra piuttosto rivelante nel programma politico dei primi cristiani nel suo De Morte Peregrini (170 E.C. circa). Luciano satireggiò il suicidio spettacolare del famoso filosofo cristiano poi divenuto cinico Peregrino Proteo ai Giochi Olimpici del 165 E.C. Come uno show della sua ascesi filosofica, ad imitazione della morte di Eracle e dell'antica tradizione indiana braminica, Proteo si gettò sulla sua pira massiccia e ne fu bruciato vivo di fronte alla sua folla di spettatori. Proteo era diventato famoso per la sua retorica anti-imperiale e per la sua prominenza come maestro e scrittore di successo nel nascente movimento cristiano. Secondo Luciano, i primi cristiani conferirono a Proteo i più alti onori, prossimi a Cristo stesso, chiamandolo ὁ
καινός Σωκράτης (il nuovo Socrate). Più tardi nella sua vita, comunque, egli era divenuto un Cinico in tutto e per tutto, preso residenza ad Atene, e, nonostante l'apparente disdegno di Luciano per lui, aveva raggiunto una fama considerevole come un saggio filosofico e critico di Roma. Invero, Aulo Gellio, incontrando Proteo ad Atene, lo descrive come un uomo venerabile e fermo di tremenda sapienza (Noct. att. 12.11.1-6). Dopo la sua morte, uno dei suoi discepoli giurò di aver incontrato il trasceso Proteo avvolto in una veste bianca mentre passeggiava lungo il Portico dei Sette Echi al festival di Olimpia (Luciano, Peregr. 40). Per questa volta, comunque, l'asprezza politica di un racconto simile si era probabilmente placata, oltre la semplice osservazione che Proteo non era stato parte dell'establishment politico. Analogo a Gesù nei vangeli, la favola della sua traslazione sottolinea la generica funzione onorifica della tradizione in quanto posta in contestazione al romano imperium. Mentre probabilmente isolato dalle mire complessivamente politiche delle apparizioni postmortem di Gesù, in particolare, dal momento che quelle imitavano la leggenda di Romolo, il racconto di Proteo permette un'occhiata ad un incidente relativo, sebbene rifratto attraverso l'evoluzione e le permutazioni culturali dell'Atene del secondo secolo e con un sottotesto filosofico cinico. Mediante tacite associazioni tra le due figure, l'obiettivo di Luciano riguardo Proteo e il fondatore crocifisso dei Cristiani espone parecchie delle implicate fondamenta e convenzioni culturali dei precedenti racconti evangelici come venivano letti nelle estese strutture culturali e ideologiche ellenistiche che coincidono vividamente coi ritrovamenti del presente studio.
(Resurrection and Reception in Early Christianity, pag. 177-178, mia libera traduzione e mia enfasi)

Lo stupore misto a rabbia di Luciano nell'assistere alla immeritata popolarità del turlupinatore “Peregrino Proteo” a fronte della moltitudine dei suoi galvanizzati e superstiziosi seguaci, contra factum che si trattava in realtà di una totale insignificante figura di filosofo cinico (forse inventata, chissà?, dallo stesso Luciano, checchè si insista sulla sua storicità, come parodia di tutte le icone contro-culturali settarie del tempo), è lo stesso stupore misto a rabbia provato da Luciano nel vedere la diffusione del culto di Gesù, anch'esso un movimento contro-culturale assai simile a quello cinico, contra factum che verteva attorno ad un altrimenti totalmente oscuro, insignificante “crocifisso in Palestina” a sua volta distintosi “perchè introdusse questa nuova religione nel mondo” - un mondo che evidentemente, secondo quella “nuova religione”, meritava di essere distrutto o sovvertito.

Come Luciano non sopporta l'exaltatio applicato all'altrimenti oscuro “Peregrino Proteo” da parte dei suoi fans e seguaci, così sempre Luciano non sopporta di pari grado l'exaltatio applicato dai Cristiani al “tizio che ancora adorano”, l'altrimenti oscuro e totalmente irrilevante e insignificante “Gesù che fu chiamato Cristo”.

E Luciano non sopporta questa contraddizione paradossale tra la vertiginosa exaltatio e l'oscurità del personaggio oggetto di exaltatio (nel caso dei Cinici, “Peregrino Proteo”, nel caso dei Cristiani, “Gesù detto Cristo”) non perchè parte dal presupposto che “Peregrino Proteo” e Gesù fossero a priori degli impostori truffatori (quella semmai è la sua personale reazione di scrittore satirico al caso “Proteo” e al caso “Cristo”) dei loro rispettivi seguaci, ma perchè è abbastanza perspicace da saper cogliere la natura squisitamente contro-culturale, e perciò intrinsecamente SOVVERSIVA, dell'operazione di exaltatio di altrimenti evanescenti figure: rendere quest'ultime in ciascuna specifica istanza, come si è espresso sopra Richard Miller, gli “emblemi” di movimenti e comunità miranti da ultimo a “sovvertire le istituzioni culturali di quel mondo” ... , “...promulgando un nuovo paradigma alternativo ... per la struttura di una società antica”.

Non era la prima volta che santoni, guru, avatars, eroi e semidei più o meno esotici e anonimi venivano fatti oggetto di exaltatio e venduti come tale ad un pubblico ellenistico. Ma quando quell'exaltatio imperiale veniva applicata ad un anonimo “uomo crocifisso in Palestina”, oppure ad un critico del potere imperiale quale è il filosofo cinico “Peregrino Proteo”, allora non poteva che suonare sovversiva nelle intenzioni.

E in cosa consisteva questa pretesa sovversione, più precisamente?
Nel fatto, come auspicò il folle apologeta cattolico Jerim Pischedda, che l'oggetto del culto cristiano fosse un “uomo crocifisso” ?

Per nulla affatto.

Spiega Miller:
Cosa significò per un'antica società salutare un individuo per essere stato traslato ad una statura divina? Visto tramite varie lenti dal dominio di studi culturali e letterari, il generale significato culturale di un tale pattern semiotico porta alla luce un distinto protocollo ricamante una vasta panoplia di antiche narrazioni mediterranee. Lo shock dei vangeli non deve allora essere stata la presenza di questo tropos letterario standard, ma l'adattamento di una tale suprema esaltazione culturale ad un povero contadino ebreo, un individuo altrimenti marginale e oscuro sulla grandiosa scena dell'antichità classica. L'investigazione illustra che ciascuno dei quattro vangeli e Atti applicarono questa convenzione con perspicacia sempre-ridondante, per timore che il lettore possa intrattenere qualche dubbio riguardo alla propria inferenza.
(pag. 181, mia libera traduzione e mia enfasi)
Ma se l'esaltazione a vertiginose altezze metafisiche del “Peregrino Proteo” di turno poteva ancora rientrare nella serie delle frequenti innocue anomalie, per non dire delle bizzarrìe, alle quali ci ha abituati da tempo il mondo antico, nel caso specifico del “Peregrino Proteo” a cui fa riferimento Luciano, era percepito come non poco disturbante il fatto che “Peregrino Proteo” fosse l'emblema di una critica filosofica cinica al potere imperiale nella persona dell'imperatore, così come era percepito di gran lunga ancor più disturbante il fatto che l'emblema dei cristiani fosse diventata l'“icona di un nuovo paradigma, una nuova metafora di ordine classico”.
L'innovazione dei racconti postmortem del vangelo non risiedeva nell'impiego della convenzione della favola della traslazione per se, ma nello scandalo dell'applicazione dell'abbellimento ad un controverso contadino ebreo, un povero Cinico, altrimenti marginale e oscuro sulla grandiosa scena dell'antichità classica. La credulità e lo zelo degli antichi cristiani salutavano non l'uomo stesso, ma la metonimia che la figura letteraria venne ad incarnare e rappresentare come l'icona di un nuovo paradigma, una nuova metafora di ordine classico. Tali fedeltà esaltò e salutò quest'immagine di una ideologia contro-culturale attraverso i protocolli dell'antico mondo ellenistico romano.
(pag. 180, mia libera traduzione e mia enfasi)

È ora di finirla finalmente con chi vede Gesù una minaccia al potere imperiale romano a causa del fatto più preteso che reale secondo cui la crocifissione di Gesù, come venduta nelle fiction evangeliche, era in odore di sedizione politica ad un pubblico pagano:
Mentre il recente slancio nelle letture politiche del Nuovo Testamento ha beneficamente allertato il discorso sul linguaggio imperiale di quelli antichi documenti, come per esempio fornite da Richard Horsley, John Dominic Crossan, e vari teorici post-colonialisti, tale interpretazione sembra trascurare la disposizione ascetica, oltremondana degli antichi movimenti cristiani, cedendo spesso a conclusioni riduzionistiche, pretestuose. I quattro vangeli, come composizioni favolistiche, resero Χρίστος il re trascendente, non un oppositore mondano delle strutture politiche del giorno.
I nemici letterari di Gesù nel suo processo nelle narrazioni evangeliche della passione commettono questa stessa trasgressione, precisamente, incorniciare il protagonista come un ribelle sedizioso, un insurrezionista contro-imperiale che ha cercato di fomentare un conflitto politico oppure che ha tentato di fondare un movimento mondano, concorrente in opposizione a Roma. Le narrazioni evangeliche, comunque, articolano drammaticamente e potentemente un sottotesto tout àu contraire. In ciascuno dei quattro vangeli, la narrazione conduce il lettore attraverso una disturbante sequenza di ingiustizia, confrontando il lettore con la singolare questione: Se non un sedizioso mondano rivoluzionario, allora che cosa?

(pag. 179, mia libera traduzione e mia enfasi)
Non si trattava di una concorrenza al potere imperiale sul suo stesso terreno politico, tantomeno militare. Bensì, per quanto possa sembrare una mossa più subdolamente ipocrita, si trattava di qualcosa di più sottilmente pervicace e profondo: una concorrenza al potere imperiale sul terreno culturale e sociale. Chi scrisse i vangeli voleva conquistare le anime dei greco-romani, non i loro corpi. Miravano a rivaleggiare col potere trascendente, non col potere fisico, reale, concreto.
Quei testi portavano alla viscerale attenzione del lettore antico la bruciante questione di colpevolezza dietro la drammatizzata morte di Gesù. Il suo sangue doveva ricadere sulle mani delle autorità settarie ebraiche di Gerusalemme, non sul governo di Cesare.
La sola critica del potere politico romano nei vangeli, o latente oppure esplicito, sembra essere evidente in una tacita assenza di impegno per la giustizia per la pacificazione di disordini e accuse contro Gesù al suo processo.
...
Le opere del Nuovo Testamento erano spesso sovversive, ma mai sediziose, nel loro tentativo di trascendere le strutture politiche del loro giorno.

(pag. 136-127, mia libera traduzione e mia enfasi)

I Cristiani autori dei vangeli miravano ad una “rivoluzione socio-culturale, non ad un rovesciamento politico” (pag. 37).

Non era e non poteva essere la crocifissione di un ebreo ciò che poteva scandalizzare e turbare un pagano istruito come Luciano (al più ciò era motivo in lui di disprezzo, ma mai di inquietudine), bensì la malcelata Volontà di Potenza dei cristiani che traspirava a tratti da dietro il loro emblema contro-culturale, al risveglio finale della coscienza. I cristiani, rinunciando alle lusinghe del mondo, rinunciando al mondo, in realtà volevano impadronirsene ancor più in profondità di quanto avesse mai voluto farlo qualsiasi conquistatore politico e militare del passato o del futuro:
La descrizione proposta in questo studio “trascendente rivalitasfondamentalmente riallinea il discorso al più esteso fenomeno classico intrapreso dai più antichi cristiani, precisamente, una critica ascetica della civiltà mondana, quindi una transvalutazione dei codici e delle strutture dell'antichità, rivolgendole sottosopra.
...
Congruente con le numerose varietà di imitatio, aemulatio e rivalitas nei vangeli, l'imitazione imperiale nei vangeli non serviva a minacciare o a inquietare Cesare; tale imitazione serviva a promuovere il significato trascendente del fondatore, in confronto e in rivalità alla fedeltà prestata alle principali istituzioni classiche del potere. Per questa ragione, la lettera apostolica poteva formalmente decretare (1 Pietro 2.17):
τὸν  βασιλέα  τιμᾶτε.

(pag. 137, mia libera traduzione e mia enfasi)
La minaccia cristiana al mondo pagano era più insidiosa, perchè la mira non era sul mondo in quanto tale, ma era da sempre stata sull'oltre-mondo. E l'aspirazione all'oltre-mondo comportava di necessità una critica radicale, spietata, e quindi pericolosamente sovversiva, al mondo stesso, romano ed ebraico insieme.
4 Maccabei deriva la stessa connessione tra regalità trascendente e certezza ascetica di fronte al duro martirio (“O ragione, più regale dei re e più libera dei liberi”; 4 Macc 14.2. La “tirannia” da conquistare attraveso lo spettacolo del martirio nei vangeli, a differenza del sovrano seleucide Antioco IV, comunque, diventò l'autorità istituzionale dell'ebraismo (-ismi) palestinese.
(pag. 136, mia libera traduzione e mia enfasi)
Questa rivalitas trascendente, sovversiva, appare ora mitigata nei nostri quattro vangeli canonici dal momento che in essi, come spiega Miller:
Mentre, per esempio, si potrebbe riconoscere che le rese di Gesù nel Nuovo Testamento intenzionalmente rivaleggiavano con le antiche rese di Mosè, Elia e Davide mediante la loro imitazione, si sbaglierebbe ad addurre quelle come istanze di un'implicita ostilità. La mimesi dell'Odisseo di Omero, se con Gesù nei vangeli oppure con l'Enea di Virgilio, significò rivaleggiare ed eclissare il precedente, ma mai soppiantarlo.
(pag. 137, mia libera tradizione e mia enfasi)
Miller sta descrivendo giustamente solo ciò che osserva all'opera nei nostri quattro vangeli canonici, e cioè un compromesso, a volte efficace, altre volte goffo, tra Gesù e le figure dell'Antico Testamento sul solco dell'eclissi - e non del soppiantamento - delle seconde da parte del primo. Un'eclissi che ne prefigurava al momento stesso l'interessata cooptazione per ridurre tutta la letteratura sacra precedente a mera profezia del neonato Gesù proto-cattolico.

Ma quel compromesso era frutto di una reazione proto-cattolica ad un precedente vangelo, un vangelo nel quale al contrario la rivalitas trascendente” di Gesù contro i profeti e i re dell'Antico Testamento non aveva intenzione nè di eclissarli nè di soppiantarli, e neppure di diseredarli dei loro legittimi lettori ebrei. Bensì mirava a porsi in aperta, esplicita contraddizione con tutta la letteratura sacra precedente. 

Solo alla luce di quel primo vangelo Luciano di Samosata poteva accusare quell'“uomo crocifisso” di aver introdotto “questa nuova religione nel mondo”. L'enfasi qui è sulla parola “nuova”.
Come Paolo “era giunto a conoscere Dio nella manifestazione di Gesù Cristo, completamente ed esclusivamente come il Padre di pietà e il Dio di ogni comforto”, così Marcione “fu sicuro che nessun'altra espressione circa Dio è valida, e invero che ogni altro è solo un errore del genere più grave e doloroso. Da qui egli proclamò questo Dio coerentemente ed esclusivamente come il buon Redentore, ma allo stesso tempo come il Dio Ignoto e l'Alieno. Egli è ignoto perchè in nessun senso può essere riconosciuto nel mondo e nell'uomo; egli è alieno perchè non esistono semplicemente nessun legame e nessun obbligo che connettono lui con il mondo e con l'uomo, con neppure lo spirito dell'uomo. Questo Dio entra nel mondo come uno straniero e un Signore alieno. Egli è un tremendo paradosso, e la religione stessa anche può solo essere esperita come tale se è da essere la vera religione e non una falsa religione. Ora, realmente e per la prima volta nella storia delle religioni, “lo sconosciuto e alieno Dio” era apparso, indotto dal compassionevole amore soltanto, in una missione redentrice in un mondo che non lo riguardava per nulla, perchè egli non vi aveva creato nulla. Coloro che nella loro pietà subalterna e timorosa avevano eretto altari agli “dèi alieni e sconosciuti” erano lontani dal pensare ad un tale Dio come questo, e così lo erano gli ebrei che avevano vissuto sotto l'incantesimo della Legge e le minacce dei Profeti. “L'uomo che proclamò questo Dio era il cristiano Marcione di Sinope. Tutti i cristiani di quel tempo credevano di essere alieni sulla terra. Marcione corresse questo credo: è Dio che è l'alieno, che li sta trascinando fuori dalla loro patria di oppressione e miseria in una casa paterna completamente nuova, una casa che non era neppure stata immaginata in precedenza.”
(A. v. Harnack, Marcion, letto attraverso Marcion and the Dating, M. Vinzent, pag. 135-136, mia libera traduzione)


Scrive il prof Vinzent:
Solo qualche tempo dopo narrazioni apologetiche (anti-)marcionite raffigurano un quadro di una distanza tra lui e l'ortodossia, un golfo che doveva crescere in un incolmabile abisso. La realtà storica, comunque, fu presumibilmente più complessa di questa. Prima che Marcione fu reso l'“arci-eretico”, egli sembra di essere stato l'arci-teologo, “il fondatore di una religione” e di un nuovo culto, il Cristianesimo.
(ibid., pag. 135, mia libera traduzione)
Lo shock creato dal primo vangelo, almeno nella sua prima esegesi pubblica data, fu provocato dall'enorme abisso tra un Dio Ignoto e Alieno e un mondo di deprecabile orrore senza fine e redenzione alcuna.

La comunità cristiana di Roma si risvegliò dovendo affrontare gli ''angeli di Satana'' che le svolazzavano attorno, tentando di dividere la Chiesa nascente. Quella comunità doveva reagire contro colui che il protocattolico Policarpo definì l'anticristo, il diavolo e il ''primogenito di Satana''. Le sfide ellenistiche introdussero un'identità ecclesiastica a malapena definita e decisa, accademicamente riassunta come ''proto-ortodossia'' o ''proto-cattolicesimo''.


Ma per rimediare a quello shock iniziale, visto che era troppo grande da sopportare, troppo radicale nelle stesse premesse (e per gli stessi cristiani!), si preferì un altro shock più mitigato ma non meno radicale e rivoluzionario del primo, quello che espressamente turbò i sogni dei greco-romani come Luciano di Samosata: l'esaltazione imperiale di un'altrimenti totalmente oscura, anonima - solo allora divenuta necessaria -, evanescente figura di messia ebreo pienamente divino e, contro Marcione, pienamente umano.

Una figura tanto insignificante e irrilevante quanto il suo supposto luogo di provenienza: Nazaret. [1]

Non stupisce allora che Luciano temeva, e disprezzava in tutta risposta, “il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo”.

L'esaltazione di Gesù divenne tanto più alta nei nostri quattro vangeli canonici tanto più doveva servire a sostituire il precedente abisso tra Gesù e il mondo con un nuovo abisso, non meno insuperabile e paradossale del primo: tra l'umanità di Gesù e il suo Regno celeste.

Il precedente abisso, introdotto col primo vangelo, servì a dividere un (ancora) incorporeo Gesù da un mondo di deprecabile orrore senza fine che non fu creato dal vero dio.

Ma i quattro vangeli canonici scritti in reazione al primo vangelo, Mcn, servirono a colmare il precedente abisso sostituendolo con un nuovo abisso non meno radicale e contro-culturale del primo nelle sue più recondite mire: quello tra la semplice umanità di un “Gesù storico” - solo a quel punto venuto pienamente alla luce - e le estreme, vertiginose altezze metafisiche del suo imminente e già fin d'ora presente Regno celeste e trascendente, a suggellarne la definitiva exaltatio imperiale (secondo le convenzioni letterarie dell'epoca) e nel contempo, quasi per costruzione, il crepuscolo inevitabile del vecchio ordine classico. Perchè quel nuovo “Gesù storico” appena ideato era diverso da ogni altro “Peregrino Proteo”, guru, avatar o semidio evemerizzato sulla Terra, nella misura in cui non riservava loro alcuno statuto ontologico nel suo prossimo celeste Regno a venire.
L'apostolo più necessario. - Tra dodici apostoli, uno deve sempre essere duro come la pietra, affinchè su di lui possa costruirsi la nuova chiesa.
(Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, aforisma 76)


[1] Di solito si sente dire dai folli apologeti cristiani che Nazaret esisteva nel I secolo E.C. ''perchè tutti gli studiosi dicono così''. Eppure un recente studioso accademico storicista, nonchè prete cattolico, nonchè sostenitore dell'autenticità ''parziale'' del Testimonium Flavianum (sic!), è del parere opposto:

La successiva osservazione riguardante l'arrivo di Gesù da Nazareth (Mc 1:9b) è in realtà piuttosto strana. Non c'è traccia dell'uso del nome 'Nazareth' prima della composizione del vangelo marciano. Questo nome non occorre nè nelle fonti bibliche e neppure nelle fonti extrabibliche pre-cristiane. Non fu mai menzionato da Flavio Giuseppe nei suoi dettagliati resoconti della sua attività in varie parti della Galilea. Inoltre, non fu menzionato nè nelle lettere di Paolo e neppure nel secondo riferimento di Marco alla città natale di Gesù (Mc 6:1-6).
Pertanto, è ragionevole supporre che il nome 'Nazareth' (Mc 1:9b) è in realtà un nome artificiale, che è stato creato da Marco al fine di illustrare la successiva idea di Paolo delle sue radici tipicamente ebraiche (Gal 1:13). Marco ha combinato questa idea con quella dell'origine ebraica e identità davidica di Gesù 'secondo la carne' (Rm 1:3; cfr Mc 1:9), a differenza della sua identità di Figlio di Dio rivelato 'secondo lo Spirito di santità' (Rm 1:4; cfr Mc 1:10-11). Pertanto, l'evangelista ha creato il nome artificiale 'Nazareth', che per mezzo di assonanze linguistiche, ricordando la parola ebraica
נשר (nēser) che fu utilizzata nel testo messianico ben noto in riferimento al 'germoglio' di Jesse (Is 11:1 MT), illustra l'idea delle radici tipicamente ebraiche di Paolo (Gal 1:13), così come quella di Gesù appartenente alla discendenza di Davide (Rm 1:3).Un simile uso  artificiale, non semplicemente geografica, del nome 'Nazareth' (Mc 1:9) si può trovare anche in un altro testo Marciano, in cui la corrispondenza semantica strana di per sé, suggerita dall'evangelista, tra i termini "Nazaret ' e 'figlio di Davide' è costitutiva per la logica narrativa della storia:   Ναζαρηνός   Υἱὲ  Δαυὶδ ('di Nazaret' 'figlio di Davide': Mc 10:47).Si può sostenere che nel suo riferimento allusivo al testo profetico-messianico Is 11:1, che fu utilizzato secondo la logica di Rom 1:3 al fine di illustrare l'identità davidica di Gesù (Mk 1:9), Marco fu influenzato da Paolo, che nella stessa lettera ai Romani citava un relativo testo di Isaia riguardante 'la radice di Jesse' (Is 11:10) come riferente profeticamente a Gesù (Rom 15:12).L'osservazione a quanto pare superflua che Nazaret si trovava in Galilea (Mc 1, 9b) illustra il fatto che le origini ebraiche di Paolo (Gal 1:13) si potevano ritrovare nella diaspora (Gal 1:17c). Coerentemente, per mezzzo della procedura ipertestuale di traslazione spaziale la Galilea marciana rappresenta generalmente il territorio dei Gentili, specialmente quelli tra cui gli ebrei vivono in una diaspora.
La  successiva, abbastanza sorprendente immagine di Gesù che viene da solo dalla lontana Galilea al solo scopo di ricevere l'immersione nell'acqua in stile ebraico (Mc 1:9bc; diversamente 1:5) mediante la procedura ipertestuale di interfiguralità illustra la successiva dichiarazione di Paolo che egli avanzò nel giudaismo più di molti dei suoi contemporanei nel suo popolo, essendo molto più zelante delle tradizioni ebraiche (Gal 1:14).
(Bartosz Adamczewski, The Gospel of Mark, A Hypertextual Commentary, pag. 38-39, mia libera traduzione)