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giovedì 4 maggio 2017

“Dalla visione di Pietro è nato il cristianesimo. Poiché occorre un fiammifero, eccolo. (Paul-Louis Couchoud)


“Dalla visione di Pietro è nato il cristianesimo. Poiché occorre un fiammifero, eccolo.”
(Paul Louis-Couchoud)
Il sole del tardo pomeriggio allungò le loro ombre sul cladio e sul falasco bruciato quando spuntarono in cima al dirupo e avanzarono lentamente in fila indiana, molto in alto rispetto al fiume ma in qualche modo altrettanto inesorabili. Si fermarono un momento per ricomporre il gruppo e poi proseguirono, una fila di silhouette scure contro il sole, quindi scesero dalla cresta del colle immergendosi in una piega di ombra azzurra dove la luce sfiorava le teste donando loro un'ingannevole santità. Procedettero fino a vedere il sole scomparire del tutto e trovarsi avvolti nell'ombra assoluta che bene si addiceva a uomini come loro. Quando arrivarono al fiume il buio era totale, e si accamparono, e accesero un piccolo fuoco al di là del quale le loro sagome si muovevano in una nera danza senza nome. Cucinavano quel che avevano dentro i rozzi recipienti di cui disponevano e si misero a dormire, coricandosi sul fango pressato, vestiti dalla testa ai piedi, le bocche spalancate sotto le stelle. Alla prima luce, quello con la barba si tirò su e svegliò con un calcio gli altri due, e sempre senza scambiarsi una parola riaccesero il fuoco e si accucciarono avvicinando i tegami ammaccati, e di nuovo mangiarono in silenzio usando i coltelli che portavano alla cintola, finché l'uomo con la barba si alzò, allargò le gambe davanti al fuoco avvolgendo gli altri due in un pennacchio di fumo bianco e puzzolente dal quale uscirono di colpo lottando, muti: e ugualmente di colpo si placarono, raccolsero i loro quattro stracci e ripartirono verso ovest seguendo il fiume.
(Cormac McCharty, Il buio fuori)


L'angelo avanzava in quel paesaggio soffocato dalla nebbia, come guidato da una qualche peculiare visione.
Procedendo, iniziò a riconoscere certe forme che emergevano gradualmente intorno a lui...
...quella covata di forme nere che si spingevano attraverso la nebbia, come se la loro crescita non fosse più arginata da essa.
Quando, ad un certo momento, la visione si sollevò alla chiarezza. Con l'aspetto di un qualche leviatano sorto alla vista dell'abisso, un mondo mostruoso si diede nitidezza davanti ai suoi occhi, uscendo a forza dalla superficie della nebbia che ora scorreva via in filamenti e scie dalle lande di un regno immenso e spaventoso.
Di certo al dinamismo frastagliato di queste lande era inerente l'essenza della tempesta, di un caos che rimaneva sospeso o nascosto, la cui violenza era argomento di sospetto e congettura, che lasciava intendere un mondo di atroce potenziale. Un rigoglio fremente di rabbia celato dietro gli oscuri contrafforti delle nubi che si stagliavano su lande aventi come tratto peculiare un certo tipo di brutalità e un'atmosfera adatta all'esilio... ...deliri di terra e cielo, desolazioni che nei loro vasti spazi consumavano ogni senso di realtà, regni pieni di ombre disseminati dai cumuli residui di città morte e opprimenti, giungle d'inferno in cui la stessa luce era tinta di malvagità.

Quel territorio infinito, tra la Terra e la Luna, che si libra oltre le nebbie, le brume e i cieli coperti di cumuli grigi.

Ma anche qui qualcosa rimaneva oscuro: l'intuizione esasperata di esseri demoniaci e invisibili. E questa particolare intuizione traeva origine da certi suoni, simili agli echi cacofonici e soffocati di sferzate vibrate nelle tenebre e nel silenzio dell'atmosfera. Erano semidistanti, persi nel sibilare di lame immense che calavano attraverso vasti spazi, ali ampie che tagliavano venti freddi, lunghe fruste che schioccavano nel buio, il suono di cose che trafiggevano l'aria in posti oltre ogni comprensione.
Ogni connessione dell'angelo con la sua vera origine celeste era decaduta oltraggiosamente: il suo corpo di carne e sangue alla fine si diresse in avanti come alla deriva. Non c'era lotta: già da molto tempo sapeva cosa incombesse sullo sfondo della sua discesa attraverso i cieli e cosa attendeva il suo avvicinarsi.
La nebbia gli dilagò intorno e si addensò di nuovo finchè non vi fu più niente di visibile.

Quando l'angelo tornò visibile nell'insicurezza dell'aria vuota e nera, qualcosa di oscuro, qualcosa di spaventoso, si apprestava a ghermirlo, qualcosa che fino ad allora si era mantenuto in quiescenza, una qualche aggrovigliata presenza che si sapeva essere sempre stata là.

In un'isterica lucentezza, persino le stelle della notte gelida sembravano diventare preda del delirio e assumere le tinte di un dramma incipiente.

Ben presto sarebbe stato crudelmente crocifisso, mentre il suo corpo di carne iniziava a torcersi e girarsi in aria, mentre le sue gambe scalciavano selvaggiamente, come un dormiente senza pace, avvolgendosi nella morsa sempre più stretta di invisibili e silenti oppressori. Man mano la sua carne gli venne strappata via o inchiodata al legno ma non fu l'angelo, che subiva strattoni e colpi, a farlo. C'era qualcos'altro con lui, lassù sulla grande estensione vuota e oscura tra la Terra e la Luna, che ascendeva i livelli dell'aria, impossibile da contare da quanto numerosi erano, oppure c'erano molti esseri invisibili che si aggrappavano alla sua carne, che gli strappavano cuore, tendini e nervi, i capelli e le dita delle mani. E infine, gli si aggrappavano al volto.

Ora l'angelo non era più che un punto che si agitava nelle altezze più remote dell'Aria. Presto non fu nulla del tutto. Le figure invisibili che lo avevano massacrato — che erano destinate a massacrarlo — si erano ritirate nel loro rifugio d'ombra, e la grande estensione d'Aria tra la Terra e la Luna era di nuovo vuota.

Poi, tutto divenne nero. 
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Esausti per le ordalie del loro delirio, tre ebrei chiamati a testimoni di quell'oscuro spettacolo, Simone, Giacomo e Giovanni, rimasero come pietrificati. Ma non erano nemmeno vicini ad addormentarsi, perlomeno non più di quanto non si fossero avvicinati ad un normale stato di veglia.
Ad illuminare ora il loro luogo era la naturale luce notturna della luna che risplendeva tenue sulla volta celeste, a indicare il limite massimo del dominio del principe di questo mondo.
Con gli occhi socchiusi si concentrarono su quella luce, sospettando cose strane su di essa. Fino a che alla fine non notarono che il pallido lucore che li copriva era una fosforescenza innaturale, un'aura infernale o una angelica aureola che si irradiava inorno allo Spirito dell'angelo Gesù Cristo in persona.

Nella loro confusione, i tre ebrei lo salutarono, tentando di muoversi sgomenti ma rimanendo immobili per la debolezza. Lo Spirito dell'angelo — che era risorto — non mostrò di essersi accorto della loro presenza, e per un secondo pensarono ... nelle erranze infernali degli Arconti ... di essere loro le anime perdute e non l'angelo.
Nel tentativo di avere un più chiaro quadro delle cose e chiamando a raccolta tutta la forza che potettero trovare in loro, costrinsero le loro palpebre ad aprirsi e i loro occhi a vedere.

Come premio a questo sforzo Simone, Giacomo e Giovanni potettero assistere con tutta la possibile percettività della loro vista esteriore ed interiore — fusasi per magico incanto in una sola —  alla celestiale ed incorporea magnificenza del viso dello spettro.

Ed in un momento, immisurabile con gli incrementi temporali di questa terra, i tre ebrei potettero cogliere scritti su quel volto ogni dettaglio, ogni dato e ogni sfumatura della misteriosa missione di quel visitatore, il fantastico destino che ha avuto il suo culmine nella creazione, per lui, di questo corpo di luce infinitamente celeste. E in quello stesso momento Simone, Giacomo e Giovanni sentirono che anche loro avrebbero potuto vedere quello che quell'arcangelo celeste aveva visto, e che avrebbero potuto indossare un corpo di luce simile a quello dell'arcangelo.
Ora, con tutta la forza di un pianeta che ruota la sua indicibile massa nel buio dello spazio, il viso dell'arcangelo si volse sul suo terribile asse e, mentre sembrava ancora che non avesse consapevolezza nè dell'esistenza dei tre nè dell regno della materia nella sua totalità, parlò, come parlasse a sé solo e al suo solitario destino:
Crocifisso come era stato consegnato.
La Legge degli Arconti è spezzata.
Il Regno di Dio è vicino.
Lo spettro arcangelico aveva appena pronunciato le ultime echeggianti sillabe della sua strana dichiarazione quando subì un cambiamento: davanti agli occhi di Simone, Giacomo e Giovanni cominciò a rinsecchirsi come qualcosa che sia stato buttato nel fuoco; senza la benchè minima espressione d'angoscia si ripiegò nel nulla, come se una qualche invisibile potenza avesse deciso all'improvviso di celarlo alla vista dei comuni mortali.

Fu allora che i tre ebrei sentirono che loro strade erano giunte ad un mistico punto di intersezione, ad un incrocio provvidenziale con quell'arcangelo celeste ed invisibile.
Ma non sdegnarono quello che credettero di aver visto. Miracolosamente segnati, raccolsero le loro cose e rimasero in piedi per tutto il resto di quella notte a fissare il cielo. Ma c'era anche una selvaggia lucentezza nei loro occhi, come se in loro bruciasse una febbre luminosa come il diamante.

Ma qualunque cosa si celasse nel segreto di ciò che credevano d'aver visto, importava meno per loro, quella notte, della missione che sentivano d'aver ricevuto, del destino che non si illudevano potesse essere eluso o posposto. Perchè se il potere divino o l'entità arcangelica che si era loro manifestata poteva influenzare la loro volontà come avevano visto, cosa c'era che non potesse fare di più grande, nel breve, immediato futuro?

Ed ora stava crescendo nella sua gloria. Più che mai prima, i tre ebrei bruciavano di una angosciosa urgenza: come ogni gruppo di persone che prova un sicuro senso di imminente caos, si sentirono testimoni della Rivelazione più criptica che fosse esistita o che potesse mai esistere. E tuttavia, celato in qualche modo nelle ombre di ciò che riuscirono a vedere c'era quacosa che non era visibile ancora, qualcosa che batteva come un pulsare di tuono e prometteva visioni ancor più grandiose.

Tutto il resto non era per loro che il mero dettaglio e la semplice quiete che precedeva l'apocalisse ultima e definitiva che attendeva di nascere, che si preparava per il cataclisma che sarà sia principio che fine. Contemplare il preludio di quest'apocalisse nella visione dell'angelo era per loro un'esperienza di insostenibile trepidazione e attesa, in cui estasi e timore si fondevano in una nuova emozione in perfetta corrispondenza allo smascheramento della fonte ultima di ogni manifestarsi.

Ma il mondo non finì quella notte.

Eppure al sorgere del giorno divenne evidente che qualcosa era davvero accaduto durante la notte.
Alla fine, avevano riconosciuto il Figlio di Dio, l'angelo di Dio, il Messia di Dio, la Salvezza di Dio, “YHWH-salva”. Avevano visto per la prima volta Giosuè.

Cercarono nelle città e nelle campagne i segni residui della terribile apocalisse che avevano patito. Qualunque altro ebreo che avesse visto ciò che loro avevano visto, qualunque segno o prodigio che chiamasse quelli di loro ancora nascosti, qualunque antica profezia che ora, solo ora, poteva essere davvero interpretata e riascoltata.

E non ci volle molto perchè fondassero una chiesa a Gerusalemme.

Il più anziano dei tre si fece chiamare Cefa, che significa Pietro.

Ma tutti e tre si fecero chiamare da allora in poi con un solo nome: “I PILASTRI”.

Perchè tramite loro il cielo del Creatore raggiungeva nuovamente la Terra delle creature, da oltre quell'Aria di infinita oscurità e onnipresente malignità dove gli invisibili Arconti di questo Eone crocifissero il Signore della Gloria.

giovedì 12 gennaio 2017

Sulla cattiveria del Gesù di carta (III)


INCARNAZIONE: Ogni cristiano è obbligato a credere che lo spirito che riempie l'universo della propria immensità un tempo si sia rimpicciolito in modo da riuscire a stare nella pelle di un ebreo. Ma nella metamorfosi non si è trovato bene; assicurano che non ci tornerà più.
Coloro che vorranno farsi un'idea chiara di questo mistero ineffabile troveranno di che essere soddisfatti nel seguente cantico di Simon Le Franc:

Del nostro primo padre il peccato
lui e la sua discendenza tutta rovinò:
e il dio bonario che al castigo fu ispirato
non in eterno la punizione, irato,
ma solo per quattromila anni perpetuò.

Passati questi anni, necessari a liberare
tutta la sua rabbia in un fugace accesso
la grazia giunse i destini a mutare
delle anime dannate e ignare
ora salvate dal dio stesso.

Volendo dunque al male della mela riparare,
disse così al figlio:
vai, corri a farti uomo, devi andare:
soffri, muori; e questi di rimando a replicare
con fermezza e dolce cipiglio:

Obbedisco, ma a voi devo in vero ricordar io
un fatto che non sente ragione;
come voi, mio caro padre, sono dio
diventar uomo, non è come pagare il fio
a un vescovo diventandone il garzone?

È un mistero, figlio mio: altolà,
credervi si deve con sottomissione.
Una madre vergine alla luce ti darà,
il mio Spirito Santo è pronto qua
ad eseguir l'operazione.

Non ho, proseguì, qualche angelo preposto
pronto a farmi una commissione?
Dove son dunque? Dovrò cambiarli tosto.
Oh, Gabriele, va' perchè tutto sia disposto
a realizzar l'incarnazione

L'angelo parte, sull'emisfero vola repente,
e alla moglie di un falegname si mostra attento.
Detto fatto, è un gioco, cosa da niente
è l'arte sua sbrogliar ogni accidente,
è il suo mestiere, il suo talento.

Lodi canta subito, entrando dice tutto
e in quanto angelo, di spirito è dotato;
di grazia il centro voi siete e, soprattutto,
benedetto sia del vostro ventre il frutto.
il gioco è fatto, l'alto volere attuato.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

Sulla prima pagina è scritto:

Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di secoli e secoli trascorsi.

La croce simbolo del dominio dei folli dementi e bastardi apologeti — e bugiardi per Cristo —, dondola sul cruscotto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane.

I nomi sono nomi di morti. Quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri dell'allucinazione spacciata per santa rivelazione.

I secoli che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo.
Vi ho promesso di non dimenticare.
Vi ho portati in salvo dalla tirannia della croce.

Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, dei fanatici, le preghiere, gli anatemi. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio.

30 Era Comune. Un gruppo di ebrei ha delle allucinazioni. Si convincono in massa di vedere un angelo celeste. Che chiamano “Gesù Cristo”. E che considerano risorto dalla morte.

33 Era Comune. Le allucinazioni continuano. Cominciano a predicare in tre continenti diversi.

35 Era Comune. L'uomo chiamato Paolo ha anche lui delle allucinazioni. Si convince anche lui di vedere l'angelo Gesù Cristo. E di essere da lui predestinato. Va a Gerusalemme, dove attende di essere riconosciuto come apostolo anche dal primo
Pilastro. Se ottiene la sua amicizia, Paolo può convertire al suo Cristo un terzo di tutti i fratelli della Diaspora e non solo i pagani.

Fa la sua offerta: una colletta a favore dei “poveri” di Gerusalemme, in cambio del riconoscimento della sua missione. 
Sono i pagani convertiti dall'uomo chiamato Paolo a concedergli quel denaro. In cambio otterranno un certificato: l'apostolo li dispensa dal seguire la Torah.

Solo metà dell'incasso finanzierà i “poveri” di Gerusalemme. L'uomo chiamato Paolo userà il resto per fondare altre comunità di fratelli
in Cristo.

Paolo batte l'intero bacino del Mediterraneo orientale. Si ferma ad Antiochia, dove incontra per l'ultima volta il primo Pilastro. I fatti di Antiochia lo condannano agli occhi di tutti i Pilastri. Non può più metter piede a Gerusalemme.

60 Era Comune. L'uomo chiamato Paolo muore. I suoi seguaci, seppur così tanti, ora sono soli, senza più una guida. Ma i Pilastri sono dei figli di puttana: sanno che i pagani faranno di tutto per ricevere il battesimo. Perciò rivendicano la loro influenza d'un tempo nelle comunità visitate da Paolo. Non tollerano fratelli che non osservino per intero la Torah.

La circoncisione di così tanti nuovi fratelli in cerca di rassicurazione indigna a morte una minuscola accolita di iniziati, devoti seguaci dell'uomo chiamato Paolo. Non possono tollerare l'osceno vincolo della Torah imposto ai pagani dai giudaizzanti, con la circoncisione e i più rigidi scrupoli d'osservanza in bella vista.

70 Era Comune. Quelli accoliti leggono ad alta voce ai semplici “fratelli del Signore” un racconto della vita terrena di “Gesù Nazareno”, inventato in segreto di loro pugno.
Gli autori dello scritto saranno chiamati “Marco”. E saranno creduti. Con quel gesto ha inizio la leggenda di Gesù.

Un punto d'origine. Memorie che ricompongono i frammenti di un'epoca. La loro. E quella del mio nemico: il Gesù di carta.

martedì 3 gennaio 2017

Sulla deliberata cospirazione che inventò “Gesù di Nazaret”



CREDULITÀ: Ogni buon cristiano deve trovarsi nel felice stato di semplicità che porta a credere, senza indagare, alle cose meno credibili, affidandosi alla parola delle guide spirituali. Queste ultime sono chiaramente incapaci di ingannarsi e quindi di ingannare il prossimo, il che non sarebbe buona cosa.  
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Sì. Le persone che vogliono solo gli atei a far uso di evemerizzazione sono inspiegabilmente infastidite dal fatto che anche i teisti possono evemerizzare i loro dèi. Sono inoltre infastiditi (altrettanto inspiegabilmente) dal fatto che l'evemerizzazione possa costituire un espediente (per nascondere una cosmica verità sotto un'allegoria storicizzata), piuttosto che una manovra sincera. Non ho idea del motivo per cui loro sono infastiditi da quelle cose o così disperati da insistere che non possano accadere o non riflettono gli usi adattivi di ciò che fece Evemero. Ma ahimè.
(Da una risposta di Richard Carrier pubblicata il 4 agosto 2015, mia libera traduzione)
Il luogo da cui partire era logicamente il tempio, con la statua enorme e minacciosa del gorilla. Vi tornarono nel pomeriggio e scoprirono dietro la statua una successione di locali simili a cellette. Ross ipotizzò che ci vivessero i sacerdoti che gestivano il culto del gorilla.
Diede di questo una spiegazione elaborata:
«i gorilla della giungla circostante terrorizzavano gli abitanti di Zinj, i quali offrivano sacrifici per placarli. I sacerdoti erano una casta a sé, isolata dal resto della società. Guardate qui, all'ingresso della fila di cellette, c'è questo stanzino. Qui stava una guardia per tener lontana la gente dai sacerdoti. Era tutto un sistema di fede.»
Elliot non era convinto, e neanche Munro. «Anche la religione è un fatto pratico,» disse Munro. «Dovrebbe dare dei vantaggi.»
«La gente venera ciò che teme,» disse Ross, «perchè spera di controllarlo.»
«Ma loro come potevano controllare i gorilla?» domandò Munro. «Cosa potevano fare?»
Quando finalmente trovarono una risposta, rimasero sbalorditi, perchè era all'opposto di quella che si aspettavano.
Superate le cellette, trovarono una serie di lunghi corridoi adorni di complicati bassorilievi. Con il solito sistema del computer infrarosso, poterono vedere queste immagini, disposte in un ordine preciso come in un libro illustrato..
La prima scena mostrava una serie di gabbie contenenti dei gorilla. Accanto alle gabbie c'era un nero in piedi con un bastone in mano.
La seconda mostrava un africano che ammaestrava dei gorilla in un cortile. Gli animali erano legati a una serie di pali verticali, ognuno sormontato da un anello.
L'ultima immagine mostrava i gorilla che si lanciavano all'attacco di una fila di fantocci di paglia, penzolanti da un sostegno di pietra. A questo punto capirono che cosa significasse ciò che avevano trovato nel cortile della palestra e nella prigione.
«Dio mio,» disse Elliot. «Li ammaestravano
Munro annuì: «Li ammaestravano per farne delle guardie destinate a sorvegliare le miniere. Un'élite animale, spietata e incorruttibile. Non era una cattiva idea, se ci pensate.»
Ross guardò di nuovo l'edificio nel quale si trovava, rendendosi conto che non era un tempio ma una scuola. Le venne in mente un'obiezione: le immagini erano vecchie di secoli e gli ammaestratori erano scomparsi da tempo. Eppure i gorilla c'erano ancora. «Chi è che gli insegna ora?»
«Loro stessi,» disse Elliot. «Imparano l'uno dall'altro.»
«È possibile?»
 «Possibilissimo,» disse Elliot. «Tra i primati si hanno casi di insegnamento all'interno di una specie.»
Questo era stato per molo tempo un tema di dibattito tra i ricercatori. Ma Washoe, il primo primate nella storia che avesse imparato il linguaggio mimico, lo aveva poi insegnato alla sua prole. I primati addestrati al linguaggio lo insegnavano spontaneamente ad altri animali in cattività; non solo, ma lo insegnavano anche alle persone, ripetendo lentamente i loro segni finché lo stupido e ineducato essere umano non ne comprendeva il senso.
Era quindi possibile che una tradizione di linguaggio e di comportamento venisse perpetuata per generazioni di primati. «Vuol dire,» disse Ross, «che gi abitanti di questa città sono scomparsi da secoli, ma che ci sono ancora i gorilla che loro hanno addestrato?»
«Così sembra,» disse Elliot.

(Michael Crichton, Congo, pag. 291-292, Garzanti Editore, 1981)

...l'intero cast di attori del Nuovo Testamento popolano non la Storia, ma una letteratura falsamente scritta come Storia.
La parola “falsamente” è appropriata, a dispetto di prevedibili obiezioni di apologeti cristiani che gli antichi non possedevano concetti moderni di Storia, che l'accuratezza fattuale non era mai il punto, e che i vangeli stavano veicolando un messaggio, “e il messaggio è vero”.
In questo senso, comunque la mitologia è anche vera. Forse allora, tutti concorderanno che la “mitologia” meglio caratterizza il Nuovo Testamento del termine grossolanamente inaccurato “Storia”. Dopo tutto, la mitologia costruisce una storia usando la metafora, la parabola, la fantasia, e il linguaggio figurativo pur di  veicolare qualche universale verità che trascenda i meri eventi della Storia.
Comunque, perfino la “mitologia” è un termine inaccurato per il Nuovo Testamento, perchè il termine non comprende l'innegabile elemento dell'inganno. Nella mitologia gli eventi narrativi non sono costruiti in modo tale da ingannare il lettore/ascoltatore nel pensare che gli eventi presero luogo realmente nella Storia. Il mito di Giasone e degli Argonauti presenta dèi, un vello d'oro, ed un ciclope. Nessuno mai (tranne i bambini) pensò che quelli fossero storici, o suppose che Giasone e gli Argonauti esistettero realmente. D'altra parte, i vangeli popolano i loro racconti con persone e luoghi noti alla Storia. Per esempio, Luca scrive:

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni...
(Luca 3:1-2)
Ovviamente, l'evangelista vuole che il lettore creda che questo sia Storia. Ma non è Storia, infatti Nazaret non è esistita e gli atti di Gesù di Nazaret furono inventati. Ma  lo scritto di Luca non è neppure mitologia. L'evangelista poteva prontamente aver trovato i particolari fattuali di cui sopra negli scritti di Flavio Giuseppe. Comunque, sebbene gli scritti descitti da Flavio Giuseppe sono generalmente conosciuti alla Storia, gli eventi descritti nei vangeli canonici non lo sono.
L'inganno è al cuore del cristianesimo perchè gli evangelisti confabularono eventi, persone, e perfino luoghi, e allo stesso tempo tentarono di convincere il lettore che ciò che è scritto veramente prese luogo. Quindi le scritture cristiane non sono nè mitologia nè Storia ma semplicemente una menzogna.

(Renè Salm, NazarethGate, pag. 471-472, mia traduzione, corsivo originale)


È fuor di dubbio che la nascita del cristianesimo vada imputata all'inevitabile sincretismo tra il tema ellenistico del dio che muore e risorge e l'ebraismo.
Ogni particolare civiltà generò la propria versione locale del dio che muore e risorge, e le celebrazioni dei Misteri di Osiride, Dioniso, Attis, Tammuz, ... furono le note più alte di una strana mormorante atmosfera religiosa che sembrava ostentata e riverberata dalla Pax Romana.
Persino gli ebrei, un popolo chiuso e non particolarmente dedito all'assimilazione di influenze pagane, al contrario dei popoli vicini d'Egitto e di Siria, in quei tempi erano destinati a dare origine ad almeno una minuscola setta marginale adoratrice di una deità che muore e risorge, se non altro come forma di inconsapevole concessione all'inevitabile suggestione ellenistica che giungeva dal mondo esterno.

Come provò Origene qualche secolo dopo, agli ebrei era sempre stata estranea l'idea che un Figlio di Dio fosse stato predetto nelle scritture, tantomeno che sarebbe stato crocifisso.
Un Ebreo, tuttavia, non ammetterebbe che ogni profeta usò l'espressione, il 'Figlio di Dio' verrà; infatti il termine che impiegano è, il 'Cristo di Dio' verrà. E molte volte anzi ci interrogano direttamente del Figlio di Dio, dicendo che un tale essere non esiste, o non fu fatto oggetto di profezia.
(Origene, Contra Celsum, I, 49)

Ma deve esserci stato un momento, per quanto raro, in cui un minuscolo gruppo di ebrei ebbero, o pensarono di avere, l'inattesa visione di un arcangelico Figlio di Dio, e questo permise loro di compiere cosa nessun ebreo era mai stato solito fare: vedere il Figlio di Dio predetto nelle scritture. Fu solo la loro volontà, improvvisamente stimolata da quella visione, a introdurre il concetto di un Figlio di Dio sofferente? Se non questa, quale altro potere avrebbe dato loro la forza di immaginare che il preesistente Figlio di Dio fosse disceso nei cieli inferiori, che le sue braccia e le sue gambe si fossero contratte e contorte incontrollabilmente mentre veniva inchiodato ad un albero da feroci demoni e le sue urla svanirono nell'oscurità del loro territorio?

Comunque sia, l'idea di un Figlio di Dio fu introdotto nell'ebraismo, e bastò poco che venisse anche riverito con i titoli di “Cristo” (“Messia”) e di “Gesù” (“Dio-salva”). Perchè quando il Figlio resuscitò il suo volto era inondato di gloria scarlatta.

Perciò, tra le numerose sette marginali ebraiche, quella dei “fratelli in Cristo” era maggiormente influenzata dall'ellenismo e ad esso tanto dedita da suscitare di quando in quando lo sgomento degli ebrei più ortodossi. 

Eppure ancora il miracolo si ripeteva che i loro apostoli comunicavano con l'angelo Gesù in sogni e visioni, poichè allo svanire di una un'altra ne appariva, l'una avvicendandosi all'altra in un labirinto di stanze collegate che oltre le loro pareti invisibili avrebbero condotto ad un lungo eccezionale perfetto viaggio. 

Non appena infatti quel fantasma apparve (benchè probabilmente si trattava di allucinazioni di tipo schizotipo) subito produsse una speranza di riforma universale, almeno tra quei pochi che credettero di comunicare direttamente con quel fantasma tramite visioni e rivelazioni.
E così uomini e donne di diversi paesi si prestarono allo scherno e alla derisione pur di proclamare la loro purificazione, illuminazione ed unione con l'angelo “Cristo Gesù”.
In tre continenti, e per un'intera generazione, i fanatici apostoli del Cristo predicavano l'imminente fine del mondo, disposti a trovarne uno nuovo e purificato in cielo. Così grande era la loro volontà di ottenebrare qualsivoglia percezione del passato e del presente nella fervida attesa del loro angelo celeste che tutto il loro essere era come fosse stato di occhi, ogni loro atomo dilatatosi a percepire il cosmico Figlio di Dio.


Tutti, o quasi tutti, si consumavano in attesa dell'imminente venuta del Figlio, patendo il piacere dell'attesa, ma senza mai sperare in un suo ritorno sulla Terra: solo nella sua prima venuta.

Ma col passare del tempo tale speranza rischiava di dissolversi. Il loro stesso grande apostolo, l'uomo chiamato Paolo, era morto senza aver visto giungere il Figlio.

Ogni nuovo oracolo, visione o rivelazione, trovando sempre meno nutrimento nel graduale declino dell'entusiasmo apocalittico originario, rischiava di eclissarsi e morire senza più esercitare il fervente contagio d'un tempo. L'eccitazione iniziale del movimento si trasformò in pesantezza e le rivelazioni individuali dell'angelo Gesù presero il tono di chi stia consumandosi nella vana attesa di qualcosa. Persino l'ennesima visione collettiva di Cristo in persona, o il dono della profezia, o quello di parlare in lingue diverse non avrebbero resuscitato l'antico mirabile incanto.

Nessuno sa chi fu a introdurla. Nessuno ricorda per quale via è arrivata. Forse nel più completo anonimato. Poi all'improvviso prende ad ardere un'attenzione inaspettata che si diffonde ovunque e tutt'intorno appaiono consapevoli su cosa l'ha provocata: una storia.

Perchè il nuovo concetto di Gesù che era da poco giunto alle loro orecchie non coincideva affatto con quello a cui erano abituati. Quella storia raccontava che questo nuovo Gesù, di cui seppero per la prima volta solo allora, era stato crocifisso fuori Gerusalemme e non dai demoni dell'aria. Secondo quella storia, prima della morte aveva operato un sacco di miracoli e guarigioni destando meraviglia e sorpresa dovunque si recasse senza alcun apparente senso (perchè nessuno aveva mai saputo nulla finora della sua trascorsa esistenza in Israele sotto l'Impero di Tiberio). La sua vita si sarebbe potuta paragonare alla vita dei grandi profei ebrei del passato, Mosè, Elia, Eliseo, a quella del pagano Odisseo, nonchè a quella del grande apostolo di Cristo, l'uomo chiamato Paolo. Di certo, in mezzo a quel sorprendente succedersi di atti e detti straordinari c'erano quei caratteri conosciuti, il Profeta, l'Eroe e l'Apostolo, che nessun membro della confraternita avrebbe osato anche solo emulare: nè i semplici battezzati nutriti “di solo latte”, i meri “fratelli del Signore”, nè chi aveva il dono di comunicare direttamente con l'angelo Gesù gli apostoli nutriti “di pane solido”.

Ma quei caratteri tanto noti di quel personaggio erano a fondo sepolti sotto una miriade di atti e detti legati al resto della sua persona come a tenerla insieme al modo di quelle sacre storie che vengono applicate agli dèi ed eroi pagani, quasi fossero una moltitudine di vessilli branditi con orgoglio in un vento di buonauspicio.

Ma se anche non fu additato come mera invenzione, purtuttavia in questo racconto di “Gesù Nazareno” c'era ben altro che lo rendeva diverso dal solito. Le imprese narrate ricalcavano chiaramente quelle dei grandi profeti del passato ma nessuna informazione era data circa le fonti attinte da quella narrazione. Ma l'alterazione più grande, il problema e il mistero più grandi nell'apprendimento di quest'immagine di Gesù era l'incredibile novità di quell'immagine: come poteva essere accaduto che a non conoscere affatto di queto nuovo Gesù erano le stesse persone che pretendevano di essere i suoi fratelli e i suoi apostoli?
 Era come se questo racconto fosse misteriosamente simbolico, chiudendosi in disegni ostili all'analisi mondana.

E poichè non era affatto conosciuto il nome dell'autore di quel racconto, la vera origine dietro di esso era oscurato.

Nondimeno restavano un certo cospicuo numero di dettagli che attentamente esaminati avrebbero portato al riconoscimento di almeno una fonte probabile di quel racconto: le sacre scritture ebraiche.
Infatti, procedendo nell'ascolto e nella rilettura di quella vita, era inevitabile riconoscere i continui rimandi e le sottili allusioni, di nuovo e ancora di nuovo, alla vasta letteratura religiosa precedente, a questo o a quel verso, a questa o a quella profezia, a questo o a quell'episodio.

Sul significato di questi particolari ornamenti letterari derivati chiaramente dalle scritture quel racconto, seppure spesso interrogato, aveva sempre evitato di rivelare alcunchè. Ma d'altro canto solo chi li realizzava come tali avrebbe potuto porsi la domanda.  E quella domanda celava in realtà più di un dubbio, che qualcuno particolarmente animoso contro i cristiani riusciva a tramutare in un sospetto:
Ma Cristo – se Egli è nato veramente, ed esiste da qualche parte è sconosciuto, e non lo sa neanche Lui stesso, e non ha alcun potere finché Elia non venga ad ungerLo, e renderLo noto a tutti. E voi, avendo accettato un racconto senza fondamento, inventate un Cristo per voi stessi, e per lui perite sconsideratamente.
(Giustino, Dialogo con l'ebreo Trifone 8.3.4)

Purtuttavia parecchi fratelli in Cristo avevano cominciato a riverire quella nuova storia, seppure avessero perso o rinunciato al proposito di investigare in profondità sulla sua vera origine, ritenendo anzi al contrario quel totale alone di mistero che lo circondava come un'ulteriore prova della sua sacralità. Come ignari di non essere in realtà ancora sorpresi dall'irruzione nelle loro vite di quel racconto e della nuova e sconosciuta immagine di Gesù che recava con sè, ogni parola di quel racconto e ogni nuovo tassello di quell'immagine erano ormai impressi e sigillati per sempre nell'intimo delle loro anime, e niente e nessuno li avrebbe oramai trattenuti o impediti dal considerare quella storia una Storia Ricordata.

Neppure il totale silenzio
, nelle lettere ricevute a suo tempo da parte dell'apostolo chiamato Paolo, circa perfino il più piccolo singolo dettaglio di quella presunta “Storia Ricordata”. Un silenzio che cresceva, anzichè rompersi una buona volta, giungendo a coprire l'intera documentazione ufficiale degli storici ebrei, greci e romani del tempo:
...patendo del comune errore dei giudei, alla cui razza apparteneva, lui [Giusto di Tiberiade] non menziona la venuta di Cristo, gli eventi della sua vita, o i miracoli da lui compiuti.
    (Fozio, Bibliotheca, 33, mia enfasi)

Ma c'erano solo le austere e severe lettere scritte sulle pagine di quel racconto a menzionare un Gesù chiamato Cristo esistito sulla Terra. Quindi chi ascoltava quel racconto non potè vedere o sentire alcuno di quelli che avrebbero potuto essere gli eventuali testimoni del Gesù Cristo protagonista di quel racconto.

Vedevano o ascoltavano solo quelle pagine pallide, elegantemente macchiate dal nero di versi comprensibili eppur enigmatici.

Poi un'ombra attraversò quelle pagine, quindi un'altra, e un'altra ancora. E nel giro di pochi anni, quel racconto della cui origine nessuno sapeva nulla, divenne noto e creduto da tutti i cristiani, seppure nel frattempo avesse dato vita a numerose varianti, correzioni o modifiche a seconda dei gusti teologici della setta particolare alle cui orecchie era arrivato.

E tante altre varianti e altre correzioni e altre modifiche si sarebbero apportate a quel primo racconto, e sarebbero state lette, se le lanterne sopra i suoi lettori non venissero spente bruscamente da una particolare chiesa cristiana divenuta intanto così potente da arrogarsi per sè il titolo di “cattolica”, cioè “universale”, un nuovo tipo di cristiani le cui mani dalle dita tozze e dalle nocche grosse soffocarono, alla loro presa del potere, qualunque volontà di modificare le loro quattro versioni preferite di quel primo racconto.

Questi nuovi “cattolici”, resi folli dalla dogmatica certezza di possedere la “Verità”, rivolsero parole dure ai dissidenti: o credete o perìte!

L'identità degli “eretici”, o creduti tali, venne così rivelata: e nello svelarsi sembrò riemergere con violenza da oscuri torti del passato. Sotto le persecuzioni e le torture, lasciarono andare un grido che non aveva suono, o che era oltre le capacità umane di sentire... ...l'urlo di un muto sotto tortura. Ma ben presto, dopo soli duemila anni, i discendenti degli stessi carnefici riconobbero in loro più vita di ciò che la Chiesa cattolica pretendeva di possedere, specie quando si accorsero che i cattolici non stavano morendo nel corpo: solo la loro mente era cadavere.
 
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I cospiratori, con gli occhi fissi e pieni di nebbia come quelli di un cieco, si riunirono tra loro. Non si curavano dei meri battezzati, i semplici “fratelli del Signore” ma erano intenti a decidere cosa fare, ora che il loro principale apostolo, l'uomo chiamato Paolo, era morto, lasciandoli senza guida, e i suoi nemici d'un tempo avevano ricominciato a guadagnare terreno, insidiando le loro confraternite sparse in tre continenti diversi.
Il rischio era che questa volta avessero suscitato qualcos'altro, una minaccia realmente più grave, un'insidia nuova pur proveniente dagli stessi avversari, i giudaizzanti, perchè il vuoto lasciato dall'uomo chiamato Paolo rischiava di venir rapidamente colmato da un nuovo e più forte sigillo imposto dalla Torah, che rimaneva sempre là ad avallare le odiose pretese dei loro nemici.
In ogni comunità fondata dall'uomo chiamato Paolo i giudaizzanti si ripresentavano con sempre maggiore audacia a predicare cose che loro non sopportavano di ascoltare. Ma non potevano sottrarsi alle loro parole perchè loro brandivano la Torah e loro di rimando non potevano più proteggersi all'ombra del loro grande apostolo, l'uomo chiamato Paolo. E le rivendicazioni dei giudaizzanti erano tante nitide e chiare alle loro orecchie che ogni loro parola era un torto alla memoria dell'uomo chiamato Paolo.

I cospiratori sognavano di ereditare di nuovo un mondo che era andato perduto ma non avvertivano più la possibilità di spezzare l'involucro della Torah che i loro nemici bramavano di avvolgere nuovamente su di loro, e stavolta definitivamente: il loro futuro sembrava senza vie di fuga dall'osservanza di quella Torah, e dei suoi odiosi lacci e lacciuoli, cavilli, vincoli e imposizioni.

I cospiratori ordinarono agli accoliti della loro confraternita esoterica di aspettare con calma la loro decisione. Per tutto il tempo che rimasero soli i cospiratori lavorarono in segreto e tornarono dopo qualche tempo dagli accoliti. Tenevano in mano il risultato del loro lavoro: una storia.

E dissero agli accoliti:

«Non divulgate il segreto ad orecchie indiscrete, o accoliti, ma ascoltate. Conosciamo le visioni dell'angelo Gesù che avete conosciuto, poichè anche noi nascemmo per conoscere tali visioni. Ci sono altri occhi dentro i nostri occhi e quando questi altri occhi si aprono allora e solo allora si rivela l'angelo Gesù di fronte a noi. Il compito di afferrare e dominare queste visioni ha dato un senso alla nostra confraternita e ormai anche i nostri occhi sono cambiati accordandosi a esse. Dai tempi di Pietro e dell'uomo chiamato Paolo, per ragioni che non esponiamo, l'arcangelo Gesù Cristo vi si è rivelato nel suo aspetto più glorioso, mostrando quello che potremmo chiare il suo volto segreto. A causa di questo la vostra vita, per come finora la conoscevate, non sarà più la stessa. Gli apostoli del passato sono oramai morti e i loro ultimi seguaci oramai corrotti, le speranze sprofondate oltre ogni speranza. Vi sono cose che solamente i “perfetti” tra voi temono perchè solo chi è maturo può veramente capirle. Ora il vostro mondo è illuminato dalle apparizioni del Cristo risorto ma per poter ritrovare pace ed equilibrio nella nostra divisa confraternita dovete prepararvi ad una superiore illuminazione.  Finora avete visto troppo e insieme troppo poco. Attraverso questa storia che abbiamo inventato della vita di Gesù sulla Terra, su questa Terra, verrete accecati per poter vedere con maggior acutezza. Attraverso la nebbia di questa santa favola la gloria del Messia arcangelico Gesù vi apparirà in un aspetto più leggero e questa visione si sovrapporrà all'altra visione delle cose, quella di un rarefatto arcangelo celeste tanto infinito e onnipresente da sembrare assente e insignificante proprio per la sua ubiquità e il suo assoluto significato. Quello che ucciderebbe la mente dei semplici “fratelli del Signore”
se soltanto realizzassero un giorno cosa noi abbiamo ordito — pacificherà la nostra confraternita seppure rendendovi burattini di questa cospirazione e non principi di essa. Basterà che un piccolo dubbio scivoli nella mente dei non-iniziati, che una stilla di sospetto entri in circolo in merito alla verità della storia da noi fabbricata, e tutti questi occhi, uno per uno, si apriranno su cosa abbiamo fatto, vedranno tutto l'orrore della nostra deliberata menzogna come mai avrebbero immaginato. Allora nessuna fede e nessuna gerarchia ci proteggerà, e nemmeno la più stretta cerchia di veri iniziati basterà a nascondere la verità che Gesù non è mai esistito su questa Terra. »

«Da qui in avanti, ogni cosa relativa a Gesù apparirà ai vostri occhi come la rappresentazione di un dramma di ombre irritate che lottano per impersonare qualcosa di reale, spettri che chiedono urlando di farsi carne, maschere che passano rapide e disperate da un volto all'altro per nascondere il silenzio vuoto che contengono.»

«Da qui in avanti ogni Gesù preteso esistere su questa Terra, nei vostri occhi di accoliti privilegiati e “perfetti” verrà ricondotto alla propria invisibile essenza. E tutto ciò che per gli altri brillerà... ...il racconto vivido e fantastico di un profeta, dei suoi discepoli, e dei suoi nemici e delle strade da lui percorse in Galilea e in Giudea fino alla croce sul Golgota... ...per voi perderà di lustro e troverà posto tra le altre ombre. Ogni cosa verrà attenuata ai vostri occhi e questo vi farà comprendere che il potere più grande, il solo potere, è “avere occhi per vedere e orecchie per ascoltare”

«Vi prego di credere che questo è l'unico modo che abbiamo per aiutare la nostra confraternita poichè la vita ci ha insegnato che ci sono stati dati in sorte dei falsi fratelli che meritano di essere ingannati. E poichè non vi è alcun altro intorno a noi che sappia ordire l'inganno necessario allora ci assumiamo da noi stessi l'onere di questo lavoro: i nostri nemici si sottometteranno all'autorità del nostro grande apostolo, l'uomo chiamato Paolo, solo a condizione di vederne riflessa l'esistenza nella vita fittizia di un personaggio inventato da noi e venduto a loro come reale: “Gesù Nazareno”

«La finzione letteraria, incapace di competere col mondo reale, compenserà tale divario a suo modo. Come? Trasformando i travagli reali dell'uomo chiamato Paolo nelle imprese fittizie dell'uomo Gesù, troveremo la forza di affermare le dottrine del primo dietro la maschera allegorica del secondo, così da assaporare e soffrire nello stesso tempo i frutti della nostra deliberata menzogna ai danni dei giudaizzanti. »

«Solo ogniqualvolta noi, e noi soltanto, ci desteremo dalla storia di questo persoanggio inventato, solo allora la nostra invenzione “Gesù Nazareno” muore e riaffiora li vero Gesù, il solo conosciuto dall'uomo chiamato Paolo. »

«Entrambi questi due Gesù, il reale e l'irreale, sono dentro di noi — un solo Gesù, tra i due che conosciamo, è reale... ...è talmente reale che non siamo neanche sicuri che possa esistere fuori di noi... ...ma i non-iniziati saranno condannati a conoscere solo il secondo Gesù, quello che per esistere avrà bisogno solo della loro intensa fede nella verità letterale della finzione letteraria da noi fabbricata.»

«Ma noi che sappiamo la verità, che abbiamo cercato e assaporato lo Spirito del Figlio laddove soffia veramente, dietro le quinte della vita e mai in questo mondo di carne, noi continueremo a vedere l'angelo Gesù nei nostri sogni, visioni e rivelazioni, ritraendoci da un mondo di cui, col nostro inganno, avremo affrettato la condanna, “perchè guardino,
ma non vedano,
ascoltino,
ma non intendano,
perchè non si convertano
e non venga loro perdonato”
(Marco 4:12).»


«Un'ultima cosa: non rivelate a nessuno il nostro segreto, altrimenti vana sarà la nostra cospirazione. Ecco, ora potete aprire gli occhi. »

domenica 18 dicembre 2016

Sulla grande cospirazione contro i primi “fratelli del Signore”


AVVENIRE: Paese conosciuto dai geografi spirituali dove Dio pagherà di certo, alla scadenza, tutte le lettere di cambio dei suoi messaggeri o intermediari. Non risulta, fino ad ora, che abbia lasciato protestare le lettere dei suoi uomini d'affari: sono, come è noto, pagabili sempre, senza scadenze.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Dio non è quell'essere da voi tutti immaginato, ma quel principio che precede increato innanzi al tempo, capace attraverso i suoi disegni ordinati e preordinati di trarre la luce dalle tenebre.
David Lazzaretti
Pericoloso è per il cervello non attrezzato avventurarsi nel mare dell'ignoto.
Friedrich Nietzsche

I primi “fratelli del Signore” non avevano un'immaginazione di cui poter disporre con facilità. Ogni volta che tentavano di immaginare un messia tutto ciò che riuscivano a vedere era “Cristo Gesù”: un angelo rarefatto nel bagliore della sua apparizione. Una volta a quasi 500 di loro gli riuscì di vedere nello stesso istante il Cristo risorto... ...e il suono di una voce celeste che non avevano intenzionalmente evocato. Ma in pochi secondi tutto ciò si era dissipato, lasciando una silenziosa distesa di vuoto.

Questo handicap tuttavia, per quei primi “fratelli del Signore”, era tutto meno che una frustrazione o una delusione. Non metteva spesso alla prova la perseveranza della loro fede, perchè in qualche modo erano consapevoli che il messia Gesù, l'arcangelo Cristo, sarebbe finalmente arrivato nel più breve tempo possibile, quando meno perfino loro — loro che erano attenti e vigili e pronti all'imminenza della sua prima venuta sulla Terra, a differenza di tutti gli altri — se lo sarebbero aspettato.

Comunque, c'erano anche altri sistemi per rimediare all'altrimenti monotona sequenza di apparizioni fugaci e di sparizioni repentine dell'angelo Gesù di fronte ai loro occhi. Ne abbiamo già visto uno in quel fanatico fervore apocalittico nell'imminenza della Fine, fervore del tutto comune per quei tempi travagliati. Eccone ora un altro.

Questo secondo metodo consisteva in una specie di contraffazione artistica, o meglio un'ispirazione, un avvistamento e un ascolto, per descriverla coi termini che i primi “fratelli del Signore” preferivano. E cos'era la fonte di quell'ispirazione, di quell'avvistamento, e di quell'ascolto? In molti casi non c'era modo di saperlo: per lo più anonimi autori di vecchi libri sacri, antiche profezie sul punto di venire dimenticate per sempre. I “fratelli del Signore” ricercavano senza posa in quella vasta letteratura sacra, nei libri dell'Antico Patto come li definivano, ogni profezia o predizione o prefigurazione, da qualsiasi scrittura potevano provenire, purchè avvistassero nel loro linguaggio di enigmi e segreti la voce stessa del Figlio. Infatti, tanto più disparate erano le origini di quelle scritture, tanto meglio assolvevano ai loro propositi: poichè i “fratelli del Signore” riuscivano a percepire la voce del Figlio perfino attraverso il passo più remoto e irrilevante delle scritture, intravvedevano la profezia del Figlio perfino nella rappresentazione parimenti antica di un Servo sofferente di cui non avevano mai sentito parlare, così da proiettarla diligentemente verso per verso sull'immagine mentale che avevano del loro celeste messia risorto; e per finire, da pagine ancora più antiche ed esoteriche di quelle antiche scritture, i “fratelli del Signore” rammentavano con la più scrupolosa fedeltà la visione che un antico e nobile profeta aveva avuto di demoni e diavoli dell'aria nell'atto di lanciarsi su una povera vittima indifesa per crocifiggere su un albero il Figlio di Dio, “senza sapere chi è” (Ascensione di Isaia 9:14).

Questo era il metodo e questi i risultati dei loro avvistamenti in quelle antiche e sacre scritture, che i “fratelli del Signore” ritenevano non collaborassero affatto con loro ma piuttosto con il loro supremo arcangelo celeste, presagendone come per magico incanto la futura ordalia di morte e resurrezione. Loro non erano che gli eredi di immagini perdute del Figlio e ora ritrovate. Erano i loro resuscitatori, i loro evocatori, i medium sotto i cui occhi scrupolosi e attraverso le cui visioni e rivelazioni si verificava lo svelamento di verità ultime e misteri profondi, celati al resto dell'umanità dal principio del mondo e che solo ora precipitavano fuori dagli anni passati per manifestare l'oggetto dei loro sogni: il volto impersonale dell'arcangelo celeste “Gesù Cristo”, il cosmico Figlio di Dio.

E ai primi “fratelli del Signore” sembrava del tutto naturale che, come avviene a tutte le cose, persino i fenomeni più misteriosi e inviolabili da loro intravisti avrebbero alla fine trovato la via per passare dai loro sogni alla realtà di tutti, dalle loro esclusive e privilegiate visioni alla manifestazione piena e reale di fronte all'umanità intera.
Appena prima della distruzione totale di questo mondo e dei suoi malefici dominatori.

I “fratelli del Signore” continuarono così per qualche tempo, il tempo di un'intera generazione. E continuavano così pure nella divisione che il tempo, il fato o la necessità avrebbero inevitabilmente generato tra loro.

E ora spostiamoci un attimo per cogliere in realtà la differenza tra due momenti diversi, posti rispettivamente all'estremità di un lasso temporale così lungo da coprire almeno lo spazio di una o due generazioni rispetto ai primi “fratelli del Signore”. E osserviamo cosa capitò ad un gruppo di “fratelli del Signore” e apostoli del Cristo di un qualche imprecisato punto del bacino orientale del Mediterraneo, almeno 40 anni dopo la nascita della loro confraternita misterica: precisamente quando trovò attenzione la prima volta presso di loro una storia che non avevano mai udito prima d'allora, intitolata “INIZIO DEL VANGELO DI GESÙ CRISTO FIGLIO DI DIO”.

Se non fosse che in quella storia si stava parlando del loro
“Gesù Cristo”, non si sarebbero sentiti al tempo stesso dispiaciuti e leggermente sollevati dall'idea di poter apprendere circa un profeta leggendario e sapere le sue parabole fittizie... ...quando fu sulla Terra a predicare.

Chi era “Gesù Cristo”, allora, per quel racconto? Cosa? Dove e quando? Stando a quella storia, il nome poteva benissimo essere stato quello di un vero profeta, vivente nel recente passato appena 30 anni prima, “nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea” (Mcn 1:1), e la cui fama arrivava — su voci e ricordi mai definiti come tali nel racconto eppure pretesi a voce di essere tali da chi stava distribuendo loro quella storia — dalla Galilea, dalla Giudea e da Gerusalemme. Questa figura di profeta era associata da quella storia ad una vaga dolorosa tragedia: taumaturgo eccellente e figura che in Israele godeva del massimo rispetto e della massima notorietà, un giorno venne condannato dal Sinedrio e crocifisso dal governatore romano per una qualche ragione non meglio specificata. Dopo la morte resuscitò in Galilea dei gentili per esercitare la sua predicazione in maniera completamente nuova, in chiave del tutto diversa rispetto a prima della morte. O almeno così faceva intendere lo strano ed enigmatico finale di quell'incredibile storia.

Quando finirono di ascoltare quella storia, quei “fratelli del Signore” e quelli apostoli del Cristo videro che il lavoro che intendevano fare, per qualche strano miracolo, era già stato fatto. Loro erano ansiosi di predicare alle genti l'imminente prima venuta di Gesù Cristo sulla Terra, allo squillare della tromba, quando loro stessi sarebbero saliti in cielo abbandonando i loro corpi materiali sulla Terra, proprio come fece il loro più riverito apostolo, l'uomo chiamato Paolo, e come Paolo stesso aveva promesso loro. Non era ciò la ragione stessa per cui Paolo li aveva spinti a predicare in tutte le lande desolate dell'Impero? Eppure quel Cristo Gesù, che sarebbe dovuto arrivare sulla Terra nell'immediato futuro — e guai a chi avrebbe perduto quella fede sotto le persecuzioni e gli ostacoli di Satana — stando a questo nuovo “vangelo” era già stato sulla Terra, ma non doveva esservi stato. La nuova storia che avevano tra le mani sarebbe dovuta appartenere al genere di antiche scritture da dove loro solevano tratteggiare e attingere la voce del Figlio e il suo volto impersonale,  andando mai “non oltre quello è scritto”, proprio come aveva rassicurato l'apostolo, l'uomo chiamato Paolo (1 Corinzi 4:6), eppure era evidente che quella storia apparteneva a qualcosa che non avevano mai conosciuto, qualcosa che non sarebbe dovuto essere. E che pure era lì.

Perchè allora quei “fratelli del Signore” e quelli apostoli del Cristo si ritrovavano ad ascoltare la storia strana e incredibile, mai udita prima d'allora, di un Gesù “che fu chiamato Cristo” in Terra di Giudea, e quale altra mano d'artista aveva collaborato?

Se l'entusiasmo della rivelazione non li avesse motivati a tal punto, se non avessero avuto tutti quei sogni perduti e ora ritrovati che li sibilavano dentro, forse quei “fratelli del Signore” e quelli apostoli del Cristo avrebbero persino subodorato l'inganno di cui stavano per diventare vittime, visto che non avevano potuto fare a meno di notare quell'improvviso cambiamento nel concetto di Gesù che quella storia pretendeva di dare loro.

Ma forse erano troppo entusiasti per poterla contrastare, o forse nel loro più segreto intimo quella nuova e strana storia procurava loro un sollievo ad un'ansia che non avrebbero altrimenti mai sopito, se soltanto avessero continuato a fare come avevano sempre fatto, esperire l'arcangelo Gesù unicamente con la sola forza della mente.

E così, in quella notte della ragione nella quale erano sprofondati, una notte bianca come l'inverno, non si sarebbero certamente destati se non fosse stato per l'arrivo di qualcuno a reclamare il conto. E la voce di quel qualcuno ripeteva in tono asciutto e istituzionale, come un martello:
“Il resto di voi può pure continuare ad avere le loro visioni, ma noi abbiamo il reale deposito della verità. Divertitevi pure con i vostri oracoli. Noi abbiamo la chiesa. Noi abbiamo un oggettivo Gesù che morì e resuscitò nella carne e non apparve in diverse forme simultaneamente a parecchie persone, comunicando loro cose differenti”. 

Poi lo stesso protagonista della nuova storia, di cui quel qualcuno reclamava con voce dura il possesso esclusivo e legittimo, mutò drasticamente d'aspetto in una nuova storia:
 I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque.  Teneva nella sua destra sette stelle e una spada affilata a doppio taglio usciva dalla bocca...
(Apocalisse 1:14-16)

...e con quella “spada affilata a doppio taglio” cominciò il suo lavoro, somministrando a quei dormienti il suo rimedio miracoloso.

 

Alla fine furono alcuni atei a ritrovare quei dormienti, o quel che ne restava di loro, dopo circa 2000 anni, anche se si ebbero alcune difficoltà nell'identificazione di quello che giaceva nell'evidenza sopravvissuta. Ciò che scoprirono non fu creduto dai più.

I negatori dell'esistenza storica di Gesù sono tuttora considerati elementi radioattivi dal consensus di teologi e apologeti sotto mentite spoglie di “esperti”. E tenuti debitamente alla larga, loro e la storia che hanno cercato di ricostruire, nel dubbio reame delle moderne leggende metropolitane.

Eppure, a dispetto di tutto, la voce di chi conosceva la verità sul conto di Gesù Cristo — che egli non esistette mai sulla Terra, ma fu solo un arcangelo del cielo — sarebbe continuata a risuonare di nuovo e ancora di nuovo (per mano degli stessi ignari della verità)...

... tutte le volte che dai pulpiti delle chiese si sarebbe letto ad alta voce un passo dalle lettere autentiche dell'uomo chiamato Paolo.

venerdì 9 dicembre 2016

Antica storia dell'angelo Gesù

SETTE: Branche e rami diversi che si dipartono dal tronco di una stessa religione. Il tronco si chiama religione dominante. Questo tronco è perpetuamente impegnato a scrollare i propri rami, così che spesso barcolla anche lui; d'altronde, è piantato su un terreno di sabbia. Se i principi non vi mettessero mano, immancabilmente cadrebbe.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Satana, condannato a una condizione di vagabondo, di girovago, di nomade, non ha una dimora sicura; pur avendo, infatti, come conseguenza della sua natura angelica, una sorta d'impegno sulla distesa liquida o sull'aria, è tuttavia sicuramente parte del castigo il suo essere... privo di un luogo, o di uno spazio, fisso su cui gli sia concesso posare la pianta del piede.
    (Daniel Defoe, The History of the Devil)

 Io sono e chi egli sia nol so, ma sono

Colui che esser dovrò, chi ero in prima.

Ma prima me non conoscevo me stesso

Ma or che conosco me non so chi egli ero,

E Colui che era in me non è più meco,

Perché or son Seco a chi con me prim'era

Ed essendo io seco opro con Seco,

Ed egli opra con me com'io opro in Lui,

E Lui opra con me come in se stesso,

Per cui me stesso opro in voler di Lui.  

(David Lazzaretti)


Se credere nel soprannaturale è pura superstizione, non si può negare il senso del soprannaturale. E quel senso è spesso uno dei sintomi di coloro che sono psicologicamente perturbati. È il senso di ciò che non dovrebbe essere all'ennesima potenza, il senso dell'impossibile che i primi apostoli del Cristo sperimentarono nelle loro visioni e che il visionario conosce quando è sveglio. Non che il resto degli ebrei e dei non-ebrei fossero immuni dall'essere colti da rivelazioni ultraterrene, poichè anche loro avevano un cervello. E, dove c'è un cervello, c'è anche pronta una vittima, a volte anche ben disposta, di fantasie oltre il confine dell'esistenza quotidiana. Specie quando si impongono, a suon di tendenziosa propaganda e tramite la menzogna, gli effetti stessi partoriti da una superstizione marginale, nella forma di una chimerica montatura — “Gesù Nazareno” —, confermando la creduloneria della coscienza umana pure quella volta che la sensibilità razionale degli stupidi hoi polloi fu esposta a insane fantasticherie predicate, vendute e propagandate da fanatici come verità “autoevidenti”.

Dopotutto, non c'è nulla di più sconcertante della vista di un'umanità così misera che giunge a credere veramente all'esistenza di un uomo che riemerge dalla tomba, che cammina sulle acque, che moltiplica pani e pesci, che resuscita i morti, che legge nei pensieri altrui, che insegna “come uno che ha autorità” (Marco 1:22), che viene crocifisso dal governatore romano in persona senza che si sappia mai la vera ragione, che non lascia nessuna traccia di sè tra i suoi presunti contemporanei, perfino tra chi lo avrebbe amato tantissimo al prezzo della propria stessa vita, che sarebbe ricordato in vita unicamente per ciò che avrebbe fatto dopo morto, e soprattutto, che può indossare di epoca in epoca una maschera di carta dietro la quale si nasconde il proprio vero nulla.

Com'è possibile spiegare, quindi, il repentino succedersi di eventi, la conversione notturna che spinse un minuscolo gruppo di ebrei di Gerusalemme a vedere, loro soltanto, il Messia Risorto, “Cristo Gesù” ?

Come risposta propongo l'esistenza di un moto oscuro nelle anime e nei sogni di quei primi futuri apostoli del Cristo.

La misteriosa rivelazione da loro esperita, spiegata in tal modo, perde un poco del suo mistero. Dobbiamo accettare tutti, o perlomeno solo noi atei, il fatto che alcuni uomini della Giudea del I secolo erano stati posseduti da un comune fantasma, e che certe idee visionarie si erano a poco a poco costruite e avevano trovato dimora stabile nella profondità di ciascuno di loro diventando parte della loro marginale esistenza al punto che tutti loro, nello stesso momento, decisero che le loro vite non potevano più rimanere com'erano sempre state.

Quando, per la prima volta, nacque l'idea di aver trovato la voce del Messia nelle scritture, i più zelanti e impazienti furono i Pilastri di Gerusalemme: Cefa, Giacomo e Giovanni. Perchè proprio loro avevano esperito la rivelazione più forte, vivendo a stretto contatto visivo con la sorprendente apparizione di un arcangelo celeste.

Sebbene fossero pochi gli apostoli inclini a parlare di tali esperienze, quasi tutti i più antichi “fratelli del Signore”, guardando in cielo o nelle scritture, avevano avuto visioni del genere che non si sentivano di negare. E quante strane cose vennero alla mente a causa di esse. Ognuno di loro, con gli occhi dell'interiorità, aveva spesso la vaga impressione di vedere lo stesso rarefatto arcangelo celeste Gesù Cristo prendere dimora tra loro stessi, in loro stessi.

La maggior parte di loro aveva visto quell'angelo proibito, portando per sempre il ricordo di quell'incredibile rivelazione. Col passare degli anni confrontarono le loro esperienze rivelatorie e arrivarono ad accumulare una conoscenza delle scritture, dietro cui affiorava di nuovo e di nuovo la stessa voce del Figlio di Dio, da crederne impossibile un ulteriore incremento.

E non molto tempo dopo le prime visioni e rivelazioni dell'arcangelo Gesù nella comunità originaria di Gerusalemme, l'uomo chiamato Paolo venne a farvi visita.

Degli apostoli non vide
nessun altro (Galati 1:19): avevano quasi tutti spiccato il volo a predicare il “Cristo Gesù” tra ebrei e pagani. Vide solo l'apostolo Cefa, e solo fratello Giacomo a fare da testimone del suo incontro con il fondatore stesso del culto. Dal quale l'uomo chiamato Paolo riuscì ad ottenere l'agognato riconoscimento della legittimità delle sue rivelazioni personali: anche lui, dunque, aveva visto veramente l'arcangelo Gesù, il Signore della gloria. Paolo sapeva che questo è vero, perchè fu testimone di un fatto, lui solo, che provava ciò che diceva.

I primi apostoli del Cristo non si videro mai come li vedevano il resto degli ebrei e i pagani — come anime possedute da demoni o come folli degenerati — ma come esseri che avevano stretto una strana alleanza con altri ordini di esistenza, che avevano dentro di loro una particella di un angelo eterno, un dorato barlume di divinità che secondo l'uomo chiamato Paolo poteva essere incrementato. Di conseguenza, la sua ambizione lo portò ad agire per esasperare quell'intima convinzione in tutti i suoi seguaci, concedendola di vivere di vita propria. E ottenne questo effetto al costo di sradicare completamente quanto del rispetto per le antiche tradizioni religiose era rimasto in quella gente: la Torah non era più strettamente necessaria per la salvezza, perfino se l'apostolo stesso vi si atteneva ancora.

Ma con la morte dell'uomo chiamato Paolo quella singolare magia che egli vedeva negli occhi dei suoi seguaci sembrava svanire a poco a poco. Il rischio era che i nemici di Paolo, il “partito dei circoncisi”, ne avrebbero approfittato, per imporre nuovamente tra di loro il rispetto incondizionato di tutte le antiche tradizioni, se soltanto avessero voluto continuare a proiettarsi ancor più avanti nell'assoluto, nel reame dell'arcangelo Gesù, nella fervente attesa della Gerusalemme celeste, allo stesso modo che permetteva di fare loro l'uomo chiamato Paolo, quando ancora tra loro.

Allora, per reazione, gli accoliti di una particolare confraternita fondata da Paolo misero in opera il loro piano segreto, consistente nel raccontare una particolare storia ai neoconvertiti alla fede in Cristo.

Si trattava di raccontare la tragedia sovrannaturale dell'arcangelo celeste Gesù scrivendo una breve storia — la prima storia intorno ad un inesistente “Gesù Nazareno” —, ma per quanto fecero, non riuscirono a raggiungere un climax di fantasia e intensità che rendesse giustizia al grado cosmico della sofferenza, morte e resurrezione dell'angelo Gesù, almeno per come esperite dall'uomo chiamato Paolo.

In compenso, quella storia i nuovi “fratelli del Signore” l'avrebbero dovuta prendere alla lettera, se desideravano davvero diventare membri della famiglia cosmica del Signore.
I nuovi adepti seppero così di questa storia quando erano stati appena iniziati alla confraternita, ma non così iniziati da comprendere la profondità del mistero riservato ai soli accoliti “perfetti” della confraternita.

Il segreto era che non fu quella storia a convincere i
“perfetti” dell'esistenza di Gesù: quella storia erano loro ad averla fabbricata.

Il risultato fu che quella storia convinse altri della sua verità letterale, e ormai divenne troppo tardi perchè qualcuno potesse scoprire la reale verità: la leggenda dell'inesistente “Gesù Nazareno” aveva cominciato a prendere una vita sua propria, e presto sarebbe sopraggiunto il tempo in cui tutti avrebbero creduto alla sua esistenza “storica”, perfino i suoi nemici.

Eppure qualcosa dell'antico mito originario sarebbe riuscito comunque a sopravvivere, pur nella forma velata ed enigmatica di parole criptiche dal contenuto oscuro perfino a chi li ripeteva meccanicamente a voce o per iscritto. Parole che mantennero la promessa fatta a suo tempo dall'uomo chiamato Paolo: quando sarebbero stati pronti a capire, non più come bambini ma come adulti, si sarebbe infine parlato di certe cose.

Cose come queste:
Il venerdì in cui fu appeso all'ora sesta del giorno, caddero le tenebre su tutta la terra. Il mio Signore stette in mezzo alla grotta, illuminandola e mi disse: «Giovanni, per il volgo di Gerusalemme io sono crocifisso, sono trapassato con lance e canne, e mi è dato da bere aceto e fiele, ma a te dico: ascolta quanto dico. Ti ho suggerito di salire su questo monte affinché potessi ascoltare quanto un discepolo deve imparare dal maestro e un uomo da Dio».

Dopo avere parlato così, mi mostrò una croce di luce, stabile, e attorno alla croce c'era una grande folla di aspetto diverso, ma dentro di essa aveva lo stesso e identico aspetto. Sulla croce vidi lo stesso Signore che non aveva alcuna forma, ma solo una voce. E non quella voce che ci era familiare, bensì una voce dolce, soave e veramente divina che mi disse:
«Giovanni, è necessario che uno ascolti da me queste cose, giacchè ho bisogno di uno che ascolti.

Questa croce di luce, a motivo di voi, a volte è da me chiamata lògos, a volte mente, a volte Gesù, a volte Cristo, a volte porta, a volte via, a volte pane, a volte semente, a volte resurrezione, a volte figlio, a volte padre, a volte spirito, a volte vita, a volte verità, a volte fede, a volte grazia: così è chiamata per gli uomini.

Ma in realtà, considerata in sè stessa, concepita ed espressa per noi, essa è la distinzione di ogni cosa, la stabile elevazione delle cose instabili e l'armonia della sapienza. Essendo dunque sapienza nell'armonia, in essa c'è posto per la destra e la sinistra, per la forza e la potenza, per le dominazioni e i demoni, per le opere e le minacce, per le ire e i diavoli, per satana e la radice profonda dalla quale procede la natura delle cose che vengono all'esistenza.

Questa croce è così ciò che, per mezzo del logos, unisce a sé tutte le cose insieme, che distingue le cose che devono accadere in futuro e quanto in esse si trova, e condensa poi tutto in uno.

Questa non è la croce di legno che tu vedrai allorché scenderai di qui, né io sono quello che è sulla croce e che tu ora non vedi, ma del quale odi soltanto una voce.

Io ero considerato ciò che non sono, non essendo io ciò che sono per molti altri. Ciò che essi diranno di me è misero e non degno di me.

Se il luogo del riposo non si può vedere né di lui si può parlare, tanto meno posso essere visto io, il tuo Signore.

La folla uniforme che è attorno alla croce è la natura inferiore. Se quelli che tu vedi sulla croce non hanno un solo aspetto, è perchè ancora non s'è congiunto ogni membro di colui che è disceso. Ma quando la natura umana sarà innalzata e la stirpe, tratta vicino a me, obbedirà alla mia voce, colui che ora mi ascolta sarà unito a lei non sarà più ciò che ora è, bensì sarà sopra di essi come io sono ora.

Infatti, fino a quando tu non ti chiami proprio mio, io non sono ciò che sono. Ma se tu mi ascolti e rimani ascoltatore come me, io sarò ciò che ero, quando io ti avrò presso di me come me stesso. Poiché è da me che tu sei (ciò che io sono).

Non curarti, dunque, dei molti e disprezza coloro che sono fuori del mistero. Impara che io sono tutt'intero presso il Padre e il Padre è presso di me.

Io dunque non ho sofferto alcuna di quelle cose che essi diranno a mio riguardo; ed anche la passione che danzando ho indicato a te e agli altri, voglio che sia chiamata un mistero. Giacché ciò che sei tu, tu lo vedi: te l'ho indicato io. Ma ciò che sono io, lo so soltanto io e nessun altro. Permettimi di conservare ciò che è mio, e vedi il tuo per mezzo mio; ma, come ti dissi, tu in realtà non vedi ciò che sono, bensì ciò che tu puoi conoscere come congiunto.

Tu senti (dire) che io patisco,
ed io invece non ho patito,

che io non patisco,
ed io invece ho patito,


che io sono trafitto,
ed io invece non sono stato sconfitto,

che io sono appeso, ed invece io non sono stato appeso,

che da me è uscito sangue,
ed invece non è uscito.

In breve: ciò che quelli affermano di me, non ha avuto luogo, mentre ciò che essi non affermano è proprio ciò che ho patito.

Ora ti indicherò qual è il significato di questo: so, infatti, che tu comprenderai. Conoscimi dunque come tormento del logos, trafiggimento del logos, sangue del logos, ferita del logos, affissione del logos, dolore del logos, inchiodatura del logos, morte del logos. Parlo così prescindendo dall'uomo.

Tu dunque, in primo luogo conosci il logos, poi conoscerai il Signore e, in terzo luogo, l'uomo e ciò che egli ha patito ».

Dopo che egli mi disse queste cose e altre ancora che io non so riferire come lui vuole, fu assunto senza essere visto da alcuna folla. Ed allorché discesi, io li deridevo tutti, poiché egli mi aveva detto quanto essi mi dicevano su di lui. Tenni fermo in me stesso soltanto questo: il Signore ha compiuto tutte le cose in modo simbolico, e provvedendo alla conversione e alla salvezza degli uomini.

(Atti del Santo Apostolo ed Evangelista Giovanni, il Teologo, 97:2-102:1, mia enfasi)


E continua:
Perciò, fratelli, contemplando la grazia del Signore e il suo trasporto verso di noi che ne abbiamo sperimentato la misericordia non con le dita, non con la bocca, non con la lingua o qualsiasi altro organo corporeo, ma con la disposizione della nostra anima, preghiamo colui che s'è fatto uomo per noi indipendentemente da questo corpo. E vegliamo poiché, per noi, egli è tuttora rinchiuso nelle prigioni e nelle tombe, nelle catene e nelle carceri, è tra le beffe e i maltrattamenti, è sul mare e sulla terra asciutta, è tra i flagelli e le condanne, è tra le persecuzioni, tra le insidie e le punizioni. In breve: egli, fratelli, è con tutti noi e anch'egli soffre con noi allorché noi soffriamo.

Allorchè è chiamato da uno qualsiasi di noi, egli non è capace di fingere di non sentire: essendo in ogni luogo egli ode ognuno di noi. Così anche ora egli, con la sua misericordia, aiuta me e Drusiana, essendo il Dio di coloro che sono rinchiusi.

Siate dunque persuasi, cari, che io non predico di venerare un uomo, ma un Dio immutabile, un Dio invincibile, un Dio superiore ad ogni autorità e a ogni potere, più antico e più forte di tutti gli angeli, delle cosiddette creature e di tutti gli eoni. Se quindi rimanete in lui e siete edificati su di lui, la vostra anima sarà indistruttibile.

(ibid., 103:1-104:1, mia enfasi)