Visualizzazione post con etichetta Paul-Louis Couchoud. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paul-Louis Couchoud. Mostra tutti i post

mercoledì 13 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXXI): LUCA

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista P.-L. Couchoud, «Le Dieu Jésus». Per leggere il testo precedente, segui questo link)

INDICE

PARTE PRIMA:

Gesù l'Uomo-Dio (I)

Gesù l'Uomo-Dio (II)

PARTE SECONDA:
Gesù puramente uomo


RENAN

LOISY

GUIGNEBERT

FALLIMENTO E APOTEOSI DI GESÙ

PARTE TERZA: Gesù Dio salvatore

IL MIO ITINERARIO VERSO GESÙ

ORIGINE DEL CULTO DI GESÙ

L'APOCALISSE

PAOLO

IL CULTO DEL SALVATORE

PARTE QUARTA: Visita agli dèi di salvezza

DIONISO

DEMETRA E CORE

ISIDE E OSIRIDE

CIBELE E ATTIS

MITRA

PARTE QUINTA: La leggenda umana di Gesù

LA PERSECUZIONE

L'UMANIZZAZIONE DI GESÙ

IL PROFETA ERMAS

VISIONI

ORACOLI DEL SIGNORE

INNI

PARABOLE

MIRACOLI SIMBOLICI

ORIGINE DEI VANGELI

MARCO

MATTEO

GIOVANNI

LUCA



PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

LUCA

Il racconto sacro che batte la bandiera di Luca è di tutt'altra natura. Va oltre i limiti del vangelo. Ha delle estensioni nella leggenda storica, e nella storia documentata. Comprende due parti: il vangelo, gli Atti degli Apostoli che, separati nelle nostre Bibbie, formano tuttavia una sola opera. L'autore ha sentito che se vi è una storia di Gesù, deve riferirsi alla Storia generale. La collega abilmente alla storia leggendaria della Chiesa. Egli unisce senza esitazione ciò che è della fede a ciò che è della memoria. Il vangelo, storia rivelata di Gesù, diventa il capitolo iniziale della storia delle origini cristiane, che i cristiani devono rappresentare per sé stessi, per rafforzare la loro fede. Il libro non si rivolge direttamente alla massa fedele. In una dedica in greco elegante l'autore che, contro l'uso, non nomina sé stesso, lo rivolge a Teofilo, di alto rango (kratistos), antiocheno, si dice, che aveva dato l'argento per far costruire una chiesa (Costituzioni Apostoliche). Anche un pagano può leggere senza essere scioccato, o troppo sorpreso, queste Antichità cristiane, avendo letto le Antichità giudaiche dedicate da Flavio Giuseppe all'aristocrazia romana. L'autore mira a dare un racconto interessante, toccante e, per quanto la storia sacra lo consenta, verosimile. Comincia come narratore di leggenda e diventa gradualmente lo storico spirituale dell'umanità. La sua arte è stata di riunire e fondere, sotto la stessa luce tenera e con lo stesso tono di edificazione, quattro pezzi di natura molto diversa. un midrash del tutto meraviglioso sulle nascite di Giovanni il Battista e di Gesù. Adotta la nascita verginale di Gesù, ma rifiuta il resto della storia di Matteo, perché ha in orrore i Magi e la magia e vuole dimostrare che il messaggio di salvezza è stato dato dapprima ai poveri. Il racconto liturgico della redenzione degli uomini da parte del Figlio di Dio, dal Battesimo fino alla resurrezione, che è propriamente il vangelo. La leggenda dorata dei primi tempi cristiani, le imprese e i miracoli di Pietro, di Giovanni, di Stefano, di Filippo, adornati e impreziositi dall'agiografia. La narrazione delle missioni di Paolo, altrettanto agiografica, ma dove sono inseriti degli estratti di un documento di buona qualità, il diario di bordo di un compagno dell'apostolo, che lo ha accompagnato dalla Troade a Roma. Questo compagno è molto probabilmente quello che Paolo chiama (Colossesi 4:14): “Luca, il nostro caro medico”. La sua testimonianza che copre alcune pagine dell'opera è stata estesa da una parte all'altra.
In questo insieme armonioso la vita terrena del Figlio di Dio sembra assumere il carattere semi-storico delle leggende tra le quali è inserita, o anche il carattere storico degli ultimi viaggi di san Paolo. Il Dio Gesù partecipa, letteralmente, alla storicità dell'uomo Paolo. L'autore non si immischia, come Giovanni, nell'affermare e definire la divinità di Gesù: il culto e la liturgia la stabiliscono abbastanza fortemente, senza dubbio, per ogni cristiano. Non affronta gli stessi avversari di Giovanni. Quelli che dicono che Gesù è solo un uomo gli sembrano meno temibili di quelli che dicono ai cristiani, come fa il rabbino Trifone: “Voi avete accettato una vana diceria. Voi vi fabbricate da voi stessi un certo Cristo” (Giustino, Dial. 8). “La Chiesa ha avuto tanta difficoltà a provare che Gesù Cristo era uomo, contro coloro che lo negavano, quanto ne ha avuta a mostrare che era Dio, e le apparenze erano ugualmente grandi” (Pascal). Luca è uno di quelli che si sono presi la briga di dimostrare che è un uomo. Cerca di dare al tema della vita terrena di Dio la qualità della Storia. Dipinge l'Uomo-Dio sotto i tratti più umani e più sensibili che riesce a trovare. È ansioso di datare il suo passaggio sulla terra con tutta la precisione desiderabile. I libri storici di Flavio Giuseppe, dai quali attinge discretamente, recitano in lui quasi lo stesso ruolo recitato in Giovanni dai ricordi della Palestina. Gli servono a colmare il quadro storico e geografico dove collocare l'avventura umana del Figlio di Dio.
Per riempire il quadro, ha le stesse due fonti di Matteo. Vale a dire Marco e una buona collezione di oracoli del Signore. Abbellisce Marco, lo corregge, lo mette in un linguaggio ricercato. Sopprime un miracolo che è poco utile e troppo forte: la passeggiata di Gesù sulle acque, tratta in parabole il miracolo del fico essiccato. Sopprime l'intero viaggio di Gesù in terra pagana, che prefigura l'evangelizzazione dei pagani, perché si riserva di raccontarla direttamente. Per quanto riguarda gli oracoli del Signore, li dispone meno di Matteo in sermoni. Li inserisce invece in aneddoti. Ha conosciuto il vangelo innovativo di Giovanni, vi disegna alcuni dettagli. Ma disapprova come inutile la resurrezione di Lazzaro. La spiega a parole. Usa il personaggio folcloristico di Lazzaro in una narrazione morale, imitata dall'egiziano. Mostra il Ricco nell'Ade e Lazzaro il povero nel seno di Abramo. E il Ricco chiede a Dio di far risorgere Lazzaro perché gli ebrei possano convertirsi. Dio risponde: se non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno nemmeno a un morto risorto. Niente di meglio segna la differenza tra Giovanni e Luca. Per Giovanni, contemplatore della certezza, la resurrezione di Lazzaro è una delle più alte rivelazioni di Gesù: la resurrezione accordata al credente in questa vita, prima della Resurrezione generale dei morti. Luca, un ricercatore di verosimiglianza, trova difficile la resurrezione di un uomo morto da quattro giorni. Gesù l'avrebbe effettuata solo se avesse voluto dare una grande dimostrazione e convincere gli ebrei. Ma non poteva sperare di convincerli. Dunque... Alla credibilità, Luca sacrifica un sacco. Anche, se necessario, una parte della credenza.
Gesù, secondo Luca, non è più il Martire irritato che è secondo Marco, né il Legislatore clemente di Matteo, né il grande Pastore che, secondo Giovanni, veglia sulle nostre anime. Lui è la Misericordia infinita e il campione dei poveri. Compassionevole, tenero, sentimentale, un po' lacrimoso, ha durezza solo per i ricchi. Li affronta con terribili imprecazioni. I poveri sono i suoi beneamati. È fraterno con loro. Fa sentire rudemente agli altri (ivi compreso Teofilo) che non vi è alcuna religione dei sazi, che il ricco avrà la più grande difficoltà nel raggiungere la salvezza. Assume nelle parti proprie di Luca dei tratti di riformatore sociale. È mosso dalla miseria degli uomini. Non solo dalla miseria spirituale, associata al peccato. Della miseria in senso stretto, quella che è dovuta alla cattiva distribuzione della ricchezza. Instilla nella sua Chiesa l'ideale della povertà, senza la quale nessuna spiritualità si risveglia. La dirige verso un comunismo fervente, quello che Luca ritrae come esistito nella comunità primitiva, quello che può essere visto oggi in Israele, in un kibbutz di Palestina. Il Gesù di Luca ha acceso la fiamma della giustizia che arde ai giorni nostri certi giovani preti operai, certi puritani laburisti. Da lui arriva quello che Maurras denunciò come “l'eterno fermento rivoluzionario del Vangelo”.
Se si abbraccia l'intera opera di Luca nel suo grandioso sviluppo, vi si vede il nodo centrale di un'epopea il cui soggetto si estende all'intera durata dell'umanità. È l'epopea dello Spirito. Dio ha inviato il suo Spirito ai profeti di Israele e, per un disegno misterioso, lo ha ritirato per diversi secoli. Non appena appare Gesù, lo Spirito sgorga da tutte le parti: da Elisabetta, da Maria, dal vecchio Simeone, dalla profetessa Anna, da Giovanni il Battista. Nell'Uomo-Dio, nato da una vergine che lo Spirito feconda, lo Spirito si manifesta nella sua pienezza. Gesù è venuto in questo mondo per fondare la Chiesa. Forma dodici buoni sacerdoti che avranno il deposito dello Spirito e il dovere di trasmetterlo. Al momento di lasciare la terra, annuncia loro che lo Spirito scenderà su di loro per dare loro il suo Potere. E il giorno di Pentecoste lo Spirito cade come un grande Vento che li disperde nell'universo. Atto formidabile che uno scultore di genio rappresenterà sul grande timpano di Vézelay. Da allora, lo Spirito vive nella Chiesa, dove fa costantemente miracoli. È trasmesso ai credenti da coloro che l'hanno ricevuto dai primi Apostoli. Da loro soli. Non c'è più spazio per la profezia individuale. L'epopea divina continua attraverso la storia degli uomini, che è una continuità guidata dallo Spirito. Ho assistito nella Basilica di Fourvière alla liturgia cattolica dell'ordinazione. Nel momento in cui lo Spirito invocato soffia invisibilmente, il vescovo e tutti i sacerdoti presenti impongono le mani su ciascuno di coloro che diventano sacerdoti. Trasmettono loro il potere di perdonare i peccati e di consacrare il corpo e il sangue di Gesù. Poi con loro celebrano il sacrificio. Avevo sotto gli occhi una delle innumerevoli scene che costituiscono il seguito degli Atti degli Apostoli. Luca ha fatto molto per la fede nel riconoscere nello Spirito una persona divina, distinta da Gesù e dal Padre, che procede da loro e si riassorbe con loro nell'unità di Dio.
Se alcuni romani vogliono leggere il suo libro, possono farne una lezione politica. Vi vedranno che il cristianesimo non è affatto una religione veramente distinta dal giudaismo. In verità, è l'erede universale del giudaismo, il vero Israele di cui gli ebrei di oggi (che fanno la guerra all'Impero) si sono perversamente esclusi. I cristiani sono gli ebrei di diritto: “Noi siamo l'autentica razza israelita” (Giustino). Ereditano quindi i privilegi e le tolleranze che la legge romana concedeva agli ebrei. Avviso ai magistrati romani che devono giudicare i cristiani! Ogni volta che Luca mette in scena Pilato, Gallione, Felice o Festo, mostra le loro perplessità. Sono sempre i malvagi ebrei che li aggirano e li ingannano. Che si dia ai cristiani lo statuto giudaico a cui loro soli hanno diritto. Non vi è affatto un modo onorevole per porre fine alla persecuzione?
Un evangelista ispirato, e anche un letterato, un avvocato e, soprattutto, un uomo di Chiesa, tale sembra l'autore dei due rotoli di Luca. Sa prendere lo stile biblico (all'inizio del Vangelo), quello della diatriba stoica (nel discorso di Paolo all'Areopago). Conosce le sottigliezze delle procedure giuridiche, al pari di quelle della navigazione sotto la tempesta. Lo spazio della sua mente (e dello Spirito in lui) è grande. Medita sul futuro della Chiesa con un allegro ottimismo. Malgrado la persecuzione, la Chiesa un giorno si imporrà all'Impero per il potere dello Spirito. Che lei si guardi soprattutto dai pericoli della ricchezza! Vuole che ogni chiesa sia gestita da un collegio di sacerdoti piuttosto che da un vescovo monarca. In questo si allontana da Ignazio di Antiochia e si avvicina a Clemente Romano, con il quale ha altre affinità. È probabilmente un prete di Roma, un pagano convertito, traboccante di gratitudine verso Dio, l'unico pagano antico apparentemente, l'unico Europeo tra gli autori del Nuovo Testamento, un uomo d'Occidente pieno di dolcezza e di forza nascosta. Roma non è affatto Efeso. Non porta nell'eterno dei cristiani d'elité che si separano dal mondo. Tiene consiglio con degli uomini responsabili, affinché la Chiesa ottenga il suo giusto e degno posto nell'ordine stabilito del mondo.
L'epoca dell'opera sembra essere l'inizio del regno di Antonino (a partire dal 138, Giustino la leggeva nel 150 circa). Gli ebrei ribelli sono completamente sconfitti, spazzati via. È tempo di rivendicare la loro eredità spirituale e temporale. Adriano, scettico e stanco, è morto. Un provinciale virtuoso, un uomo onesto gli succede. Una speranza nasce nel campo cristiano. Il valoroso e rozzo Giustino rivolgerà presto ad Antonino le sue Apologie. L'opera di Luca “è la prima delle apologie” (Streeter), la più abile. All'avversario che si può credere ammorbidito, il cristianesimo vuole mostrare nella luce migliore la sua figura storica. L'epifania del suo Dio ha preso abbastanza consistenza storica per fare da grande e radioso frontespizio alla storia leggendaria  dei primi araldi della fede.


I quattro vangeli, nella loro diversità, sono egualmente ammirevoli. Ciascuno ha delle bellezze che le sono proprie. Come si suol dire: le vetrate di Chartres, la facciata di Parigi, la navata di Amiens, i portici di Reims, si potrebbe dire: la Passione di Marco, il Sermone di Matteo, il Prologo di Giovanni, le parabole di Luca. Uniti in quattro facciate, dominano, come una cattedrale isolata, la vasta pianura delle letterature. Per il sublime e l'inaudito del soggetto, la semplicità e la gravità del tono, l'energia e l'efficacia dell'effetto, sono il più grande libro che sia mai stato scritto.
Dal punto di vista della fede si completano, si equilibrano a vicenda. Le loro discordanze rispondono alle esigenze diverse, talvolta opposte, della fede. “Perciò, anche se i singoli vangeli insegnano diversi principi, per la fede dei credenti non cambia niente” (Canone di Muratori). La Chiesa ha avuto ragione nel tenerli separati, invece di fonderli secondo il goffo tentativo di Taziano. Su un tema comune sono delle rivelazioni distinte dello Spirito. Ha avuto anche ragione nel rifiutare il sigillo autentico dell'ispirazione a dei vangeli troppo particolari per servire alla lettura liturgica di tutte le chiese, come quelli degli Ebrei, degli Egiziani, dei Nazareni, di Pietro, gli Atti di Pilato. I frammenti che ne restano giustificano questo rifiuto. La Chiesa ha trovato nei quattro vangeli che ha riconosciuto l'esposizione persuasiva e completa del mistero cristiano e ciò che ha voluto preservare di tutti i frutti dello Spirito che aveva in serbo nelle sue cantine.
Il potere dei vangeli si è mostrato fin dall'inizio per la tabula rasa che hanno prodotto attorno a loro. Hanno spento la profezia individuale e le apocalissi. Hanno respinto la gnosi. Terminato il pettegolezzo profetico alla maniera di Ermas. Placato il fervore apocalittico di questa comunità che andò nel deserto per incontrare Cristo, di quest'altra che vendette i suoi beni nell'attesa del Giudizio immediato annunciato da un veggente (Ippolito, Su Daniele). Tutti gli oracoli del Signore sono ora consegnati. Niente di più vi deve essere aggiunto. E quale credito sarà ora posseduto dalle raffinate speculazioni di Basilide e di Valentino? Una narrazione sobria e forte rende più intelligibile alle masse il mistero della loro salvezza di quanto potessero fare la genealogia degli eoni e le avventure metafisiche di Sofia. Tutto il primo cristianesimo fondato sulle visioni e sugli oracoli dei profeti, sulle elevate intuizioni dei maestri, è in procinto di svanire. Sulla base nuova, ferma, quadrata dei vangeli, un cristianesimo stabile sorgerà. È un nuovo inizio. I vangeli hanno, con la forza della parola, fondato il cristianesimo per la seconda volta.


Alla fine di questa prospettiva, leggiamo di nuovo per rilassarci la pagina illusoria in cui Renan paragona gli evangelisti a dei vecchi nostalgici dell'imperatore: “Supponiamo che da dieci o dodici anni, tre o quattro vecchi soldati dell'impero si fossero messi, ciascuno dalla sua parte, a scrivere secondo le loro memorie la vita di Napoleone. Le loro narrazioni, gli è chiaro, offrirebbero molti errori e gravi discrepanze. L'uno porrebbe Wagram prima di Marengo; l'altro non tituberebbe nello scrivere che Napoleone scacciò dalle Tuglierie il governo di Robespierre; il terzo dimenticherebbe importantissime spedizioni. Però da questi ingenui racconti e con alto grado di verità balzerebbe fuori senza dubbio il carattere dell'eroe e l'impressione che si produceva d'intorno. Tali popolari storie in codesto senso varrebbero meglio d'una storia solenne e officiale. Si può dire altrettanto degli Evangeli” (Vita di Gesù. Introduzione).
La completa falsità del paragone è dovuto al fatto che gli evangelisti non scrivono la biografia di un eroe ma il mistero rivelato di un Dio-uomo che muore e resuscita per la salvezza degli uomini. Che non scrivono con dei ricordi ma con l'aiuto dello Spirito. Non scrivono affatto ciascuno per proprio conto ma sulla bozza data dal primo tra loro. Se un personaggio esce dai vangeli con un alto grado di verità, non è  affatto quello di un uomo conosciuto per l'impressione che ha suscitato attorno a lui, è quello di un Dio salvatore annunciato dalle profezie, conosciuto dalle visioni, presente nell'eucaristia. I fatti che descrivono i vangeli, non sono affatto dei fatti di storia legati saldamente a delle circostanze di tempo e di luogo. Questi sono dei fatti divini la cui verità è che sono permanenti e universali. Mettere Wagram prima di Marengo equivale a capovolgere l'intera storia di Napoleone. Mettere la pesca miracolosa all'inizio dell'attività di Gesù oppure dopo la sua resurrezione è esattamente indifferente. Perché si tratta dell'evangelizzazione del mondo. Collocare la guarigione del paralitico in una casa di Cafarnao o in una piscina di Gerusalemme è completamente a scelta libera. Si tratta dell'assoluzione dell'anima peccatrice. L'unità dei vangeli non è dovuta affatto a dei dati storici. Consiste di un'informazione sacra, che è il mistero dell'incarnazione di Dio e della redenzione degli uomini.
Il quadro immaginario che Renan si fa sulla composizione dei vangeli contiene meno verità di quella che ha dato, nell'anno 200, la composizione di Giovanni, l'autore del Canone di Muratori. “Digiunate con me oggi e in questi tre giorni e qualsiasi cosa sarà rivelata a uno di noi ce la narreremo a vicenda. In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, uno degli apostoli, che Giovanni doveva scrivere tutto a suo nome e tutti gli altri dovevano verificarne l'esattezza”. Alla buon'ora! Quanto è buona l'impressione lasciata dalla lettura di Giovanni! Un'ispirazione collettiva è data a un gruppo ardente, spiritualizzato dal digiuno. Un leader detiene il calamaro. Tutti confermano. L'autore autentico è lo Spirito.
È necessario sempre ritornare alla concezione dello Spirito se ci si vuole ritrovarsi nel misterioso labirinto delle origini cristiane. Il giorno dell'Ascensione del 1949 ho partecipato nella periferia di Lione a una messa serale celebrata davanti agli operai da padre Remillieux, questo santo curato che ha ritrovato, ravvivato lo spirito della liturgia originale. Dall'altare, di fronte al pubblico, ha accompagnato le letture sacre e gli atti rituali con riflessioni familiari e profonde. Per evitare una domanda sullo scopo della festa, dice prima di leggere il vangelo: “L'Ascensione, amici miei, non è affatto Storia reale. È rivelazione”. Non credo proprio che il padre avrebbe esteso queste parole all'intero contenuto del vangelo. Ma è chiaro che è impossibile tracciare una linea ferma di demarcazione nel vangelo tra ciò che viene rivelato e ciò che sarebbe accaduto. Non commetto né un sacrilegio né un errore di storico nel pensare che là tutto è rivelato. Tutto, ivi compresa l'esistenza storica di Gesù. Gesù non è affatto conosciuto dalla Storia reale e dallo Spirito. È conosciuto dallo Spirito solamente.
Renan pone alla fine della sua Vita di Gesù un apostrofo lirico: “Riposa nella tua gloria, o nobile iniziatore! La tua opera è compiuta, fondata la tua divinità. Non temere più di veder crollare per qualche errore l'edificio che hai eretto; d'ora in poi, immune da fragilità, tu assisterai dall'alto della pace divina alle conseguenze infinite dei tuoi atti...  Fra te e Dio non si distinguerà più. Tu che hai compiutamente debellato la morte, prendi possesso del tuo regno, ove ti seguiranno per la spaziosa via da te aperta secoli di adoratori”.
Oserò io improntare lo stesso stile? Dopo aver misurato l'immenso percorso spirituale che va dalle epistole di Paolo alla storia santa di Luca, direi piuttosto il contrario: “Discendi ora nella tua carne mortale, come ad ogni carne, Verbo eterno di Dio. L'opera dei tuoi profeti e dei tuoi evangelisti è realizzata; la tua umanità è fondata. Immerso nel Padre, tu ti immergi nel profondo del genere umano, fino al compimento dell'Era. Tu abiti in mezzo a noi. Tu sei diventato uno di noi, o nostro fratello, al fine di portare la miseria degli uomini. Tra te e l'ultimo dei poveri non c'è più distinzione. Sei annoverato tra i figli di Adamo, o Figlio di Dio. Il tuo nome divino, che è anche un nome d'uomo, è inscritto nei registri dell'umanità miserabile e ricolma di speranza”.

FINE DEL LIBRO.

LODE E GLORIA AL DIO GESÙ.

domenica 10 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXX): GIOVANNI

(segue da qui)
PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

GIOVANNI

Marco aveva trovato, tentennando, il vangelo raccontato, strumento nuovo e potente per la comunicazione della fede. Matteo l'aveva abilmente aumentato. Due evangelisti gli hanno dato tutta la sua portata. Uno in altezza e profondità, è Giovanni. L'altro in estensione, è Luca.
L'uomo che nasconde il nome di Giovanni è il più grande genio religioso che Gesù abbia ispirato dopo Paolo. Se Paolo ricevette dallo Spirito il dono di portare fino al sublime la profezia balbuziente, Giovanni ha ricevuto lo stesso dono per la leggenda sacra. La sconvolge da cima a fondo per farle esprimere verità teologiche e lezioni mistiche. Gli elementi evangelici diventano per lui degli oggetti di contemplazione.
Lascia le pietre miliari di Marco. Attinge dal suo predecessore solamente degli elementi narrativi della Passione e due o tre miracoli simbolici, di cui modifica la presentazione e il significato. Trascura quasi del tutto Matteo. Rinuncia agli oracoli tradizionali e alle parabole del Signore. È abbastanza forte per costruire la sua narrazione sugli inni spirituali e sul midrash condotto da mano abile. Se riconosce il grande vantaggio per l'istruzione cristiana di tradurre il vangelo in leggenda, ne percepisce anche il pericolo. Equivale ad incitare i cristiani ad una rappresentazione troppo umana di Gesù. Non ci sono già i lettori di Marco, a Roma e altrove, che pensano che Gesù sia un uomo che Dio ha adottato per farne il Cristo? Verrà un giorno quando un cristiano che ha rinnegato Gesù nella persecuzione dirà, come il pittore Teodoto, che non ha rinnegato che un uomo. Matteo, nel far nascere Gesù dallo Spirito Santo e da una vergine ha evitato solamente il pericolo. Alle fantasie evoca l'eroe semi-divino della favola, Perseo nato da una vergine sotto l'onda fecondatrice di Zeus (Giustino, Dial. 67). Egli fa riaffermare la dottrina primitiva. Gesù non è affatto un uomo adottato da Dio, né un semidio, né un Figlio di Dio nel senso che i pagani danno a questo termine. Lui è Dio stesso. Il nuovo evangelista lo attesta e lo mostra con una forza sovrana. Al di sopra delle oscillazioni della fede ricongiunge Paolo e Giovanni. Sotto la nuova prospettiva della narrazione sacra ripensa il mistero fondamentale.
Prologo nel Cielo. Gesù è prima definito da un inno di gloria. Fin dall'inizio è il Verbo di Dio, è nel seno di Dio, è Dio. Con Dio ha creato tutte le cose. Senza di lui nulla esiste. È quindi co-eterno al Padre, con il quale agisce in tutte le epoche e oltre i secoli. Egli è la Parola “con la quale un Dio eterno e perfetto dichiara a se stesso tutto ciò che è, e concepisce e genera e dà alla luce tutto ciò che dice” (Bossuet). Lui è la Luce e la Vita, di cui Dio si serve per farsi conoscere dagli uomini. Attorno a questa luce e a questa vita, tutto è notte e morte. Lui illumina ogni uomo. Coloro che si allontanano da lui si condannano. Coloro che credono in lui sono nati attraverso di lui alla vita eterna, figli di Dio. Mistero ineffabile, il Verbo diventò carne. Questo fatto divino è incomprensibile. Non può mettersi in narrativa. Le tre parole sintetiche dicono tutto, il resto è silenzio. Dalle profondità dell'Essere divino Gesù fu chiamato alla vita della carne, in una sospensione della sua eternità. Come mai? L'evangelista “si priva delle gioie innocenti della mangiatoia” (Lagrange). È contro Marcione, dal momento che proclama la carne di Gesù, ma, come lui, dice semplicemente: Gesù è disceso dal cielo (3:13 ecc.). Eppure parla della madre di Gesù, ma per far dire a Gesù immediatamente: “Donna, che c'è fra me e te?” (2:4). Il mistero della nascita di Gesù, se nascita vi è stata, non è affatto rivelato.
Sulla terra, nella sua carne, Gesù non dissimula la sua Divinità né di fronte agli ebrei né di fronte ai suoi discepoli. Lui è Dio apertamente. Agli ebrei dice dapprima: “Prima che Abramo fosse, io sono (8:58). Poi senza mezzi termini: “Io e il Padre siamo uno” (10:30). Gli ebrei lo accuseranno di fronte a Pilato, non più, come in Marco, di aver leso la Legge o il Tempio, ma di essersi fatto Figlio di Dio (19:7). A uno dei suoi discepoli, Filippo, che gli dice: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”, egli risponde: “Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?” (14:8). È lui che esaudisce, in quanto Dio, le preghiere: “Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò” (14; 16). La sua parola è onnipotente. La mano destra alzata che ha creato il mondo attira dalla tomba un morto decomposto. Egli si sottomette liberamente alla morte, poiché questa umiliazione è giustamente la sua Gloria. Ma rifiuta l'agonia del Getsemani: “Ora, l'animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest'ora!” (12:27). Fino a quell'ora, è inafferrabile ai suoi nemici. E quando arriva, una tale aura di divinità lo avvolge ancora, che la coorte romana e gli agenti dei sacerdoti cadono all'indietro prima di poterlo afferrare. “Ci sentiamo meglio a nostro agio con Dio ben riconosciuto che con una grande e prodigiosa creatura” (Lagrange). Sì, la teologia pura ha riacquistato tutti i suoi diritti. Forse a spese della banale credibilità.
Gesù non è più, come in Matteo, il regolatore della condotta cristiana. È il Rivelatore unico di misteri incomprensibili. Ad esempio, l'identità di Gesù con Dio e la specialità insondabile la cui espressione è la relazione del Figlio al Padre. Revoca tutti i rivelatori umani. Annulla tutte le apocalissi, senza aspettare quella di Giovanni. “Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo”, vale a dire Gesù (3:13). “Nessuno ha mai visto Dio”, salvo Gesù (1:18). Non credere quindi alle apocalissi. Esse vi parlano della Resurrezione, del Giudizio, della vita eterna e delle cose future. In verità queste sono delle cose di ora, dei fatti permanenti. Il Giudizio è adempiuto per ciascun uomo nel momento in cui riceve o rifiuta la luce che è Gesù. La resurrezione si sta svolgendo ora per Lazzaro e per il cristiano. La vita eterna non è affatto una vita futura. Comincia per l'eletto già al presente. Era in Matteo una ricompensa promessa, è in Giovanni un requisito immediato, un'esperienza intima. Le dimore eterne non sono altro che il dimorare di Dio e di Gesù nell'anima credente. Il prescelto, liberato dal suo essere effimero, è già impegnato nella sua eternità di vita.In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, possiede la vita eterna; e non viene in Giudizio, ma è passato dalla morte alla Vita” (5:24). “Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (11:26). “Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (8:51). La vita umana ha già trovato la sua conclusione. L'anima profonda raccolta su sé stessa sta già assaporando l'eternità attraverso l'amore. I cristiani cantano l'inno della vita eterna. La Permanenza divina irrompe misteriosamente nel mondo che scorre. Gesù è la Porta. Entriamo attraverso di lui nel divino ovile.
Finalmente! Ecco pienamente realizzata la grande speranza di salvezza che per sette o otto secoli stava fermentando nel mondo. Il vangelo di Giovanni è il punto culminante di una lunga ascensione religiosa. Risuonerà per i filosofi nel serio quinto libro dell'Ethica di Spinoza, dove la vita eterna è gustata dal presente (sentimus experimurque nostro aeternos esse) da coloro che hanno l'amore intellettuale di Dio. Per i mystes che seguono la rivelazione di Gesù in Giovanni, l'amore intellettuale di Dio si incarna, si fa carne nell'ardore fraterno. L'amore (agape) è la parola del mistero che riguarda nello stesso tempo la condivisione del pane della vita, l'amore dei fratelli tra loro e il loro amore unanime per il Padre di Gesù, che è anche loro Padre. Amate, amate, date la vostra vita per amore! è il comandamento finale di Gesù. È tutta la verità cristiana.
Come è possibile che rivelazioni così elevate siano state sconosciute fino ad allora? La risposta è data in un midrash discreto. Gesù ha avuto un confidente mistico. Un discepolo è stato il Beneamato di Colui che è il Beneamato del Padre. Proprio come Gesù è nel seno del Padre, questo discepolo è stato nel seno di Gesù nel pasto di commiato, quando nell'anticamera della morte furono pronunciate le parole supreme di pace e di sicurezza. Ha partecipato più strettamente degli altri alle scene della Passione e della Resurrezione. È il legame segreto tra Gesù e l'anima. È il garante del vangelo. Paolo avrebbe proclamato direttamente: “Io dico nella parola del Signore...”. I tempi della profezia diretta sono finiti. I vangeli che continuano la rivelazione profetica richiedono un altro giro. Il nome del discepolo che Gesù amava non è dato nel corso del vangelo. Una scena della visione aggiunta in appendice fa capire alle chiese che lui non è altro che l'apostolo Giovanni. Il profeta dell'Apocalisse è chiamato così a patrocinare una rivelazione nuova che contraddice la sua e la rende obsoleta.
Il vangelo secondo Giovanni fu molto probabilmente composto in Asia Minore, nell'antica città di Efeso, dove si stagliava alla luce il più grande tempio del mondo e dove, all'ombra di una chiesa chiamata Maria i cristiani conservavano la tomba dell'apostolo profeta Giovanni. L'epoca sarà fissata entro la fine del regno di Adriano, se si vede (con Schwartz, Griglia, Bauer) un'allusione a Bar-Kokhba, riconosciuto come il Messia dal rabbino Akiba, nel verso: “Io sono venuto nel Nome di mio Padre, e voi non mi ricevete. Se un altro verrà nel suo proprio nome, quello lo riceverete!” (5:43). Bar-Kokhba scomunicò dalle sinagoghe i cristiani (16:2). Dopo la sua disfatta e la sua morte, molti ebrei cacciati dalla Palestina sbarcarono in Efeso, dove avevano con i cristiani, nel famoso portico del Xysto, ardenti dispute (Giustino). Possono ancora vibrare nelle conversazioni esasperate degli ebrei con Gesù.
Il vangelo è scritto in un greco popolare molto semplice, molto potente, che risente dell'aramaico. L'autore, che è probabilmente di razza ebraica, è molto ostile agli ebrei del suo tempo. Sono per lui i figli del Diavolo (8:44). Sembra essere un membro di spicco della chiesa, nel ministero dello Spirito. Un capo del coro, attorniato da fervidi mystes che conduce alla vita eterna. Certamente ha visto la Palestina. Egli menziona, da pellegrino che li ha visitati, le belle fonti di Enon, vicino Beisan, dove Giovanni il Battista battezzò, il pozzo profondo di Giacobbe e il campo di Giuseppe in questa Samaria, che fu la primizia del cristianesimo fuori dal paese ebraico, e le curiose piscine di Gerusalemme. Le piscine erano praticamente tutto ciò che rimaneva della Città Santa dopo le due distruzioni. In una, quello di Bezetha, di cui vediamo ancora i cinque portici, colloca la guarigione allegorica del paralitico. Un'altra, la piscina erodiana di Siloé, è da lui associata alla guarigione del nato cieco da parte di Gesù Luce. Il bel midrash della donna samaritana è intriso della poesia del luogo. Avrebbe potuto essere concepito, sognato ai margini del pozzo di Giacobbe. Giovanni, come Dante, sa esaltare pensieri elevati da dettagli presi dalla realtà. Il suo vangelo sarebbe un poema se non fosse stato di più. Con le epistole di Paolo, è l'arca sacra in cui è rinchiuso ciò che Harnack ha vanamente cercato di raggiungere: l'essenza del cristianesimo.

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXIX): MATTEO

(segue da qui)
PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

MATTEO

Il vangelo secondo Matteo ha assorbito la totalità, o quasi, del vangelo secondo Marco. Potrebbe essere considerato un'edizione corretta e aumentata di Marco, se le aggiunte e i rimaneggiamenti non avessero modificato molto sensibilmente la natura aspra dello scritto di base.
L'autore è molto diverso dall'eroico e rigido catechista romano. Si tratta di un uomo sobrio, e assiso, probabilmente il capo di una chiesa (ha per eccellenza il senso ecclesiastico), certamente uno scriba (grammatico) esercitato e nutrito nelle Scritture. Un buon rabbino cristiano che, barba in mano, medita la parola di Dio, l'antica e la nuova. Ha messo il suo ritratto in un punto del suo libro quando fa dire a Gesù (13:52): “Ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. È attaccato con tutta la sua fede alla speranza cristiana. Tuttavia porta la piena lealtà verso l'eterno e divino comandamento di Mosè. Ha corretto il radicalismo di Marco. Traccia una linea di demarcazione tra la Legge stessa e le aggiunte umane. Riconosce alla chiesa rappresentata da Pietro (non da Paolo) il diritto di infrangere i piccoli comandamenti della Legge. Codifica la legge nuova mantenendo tutto ciò che può dell'antica. Accetta il rifiuto dei digiuni, che sono di recente istituzione. Egli osserva il Sabato, pur riconoscendo che Gesù ne è il padrone. Non rifiuta affatto il divorzio, ma gli impone forti restrizioni. Dappertutto cancella o attenua le antitesi che alcuni (come per esempio Marcione, discepolo radicale di Paolo) vogliono mettere tra la vera religione di Israele e il cristianesimo.
Lungi dal credere, come Marco, gli ebrei non convertibili, scrive espressamente per convertire coloro che sono sinceri. Intende mostrare loro che Gesù è il Messia di Israele, il figlio di Davide promesso dai profeti. Devono riunirsi ai cristiani: quando verrà il Messia, che i Giudei si aspettano, essi vedranno che non è altri che Gesù. Matteo dispone gli oracoli del Signore in serie di sentenze, sotto la luce che può renderle più accettabili a degli spiriti formati nelle scuole rabbiniche. Raggruppa i miracoli di Gesù per renderli compatti, dimostrativi, anche a costo di accorciarli, svuotarli, scolorirli. Ha un pathos ed un uso del meraviglioso che sembrano venire dalle omelie della sinagoga.
Il Figlio di Dio non ha, in Matteo, il passo frenetico e teso che Marco gli ha dato. Ha dei tempi d'arresto per pronunciare i suoi oracoli, organizzati in discorsi. Si siede sulla montagna, apre la bocca e pronuncia il sublime Sermone dalle cadenze indimenticabili. Presenta ai cristiani con delicatezza il libro della Legge nuova. Egli non viene affatto ad abolire la Legge antica, ma viene a perfezionarla per la Grazia e per realizzarla. Si prende il tempo di imprimere nei suoi discepoli le regole della loro fede, della loro condotta, della loro pazienza, la speranza della loro ricompensa. Tutto in lui è penetrante e grave, familiare e maestoso. Si sottomette nobilmente al supplizio. Dopo la sua resurrezione invia i suoi discepoli ad insegnare a tutte le nazioni la dottrina di cui li ha muniti. Lui non è il Dio martire solamente. Lui è il Dio legislatore, proprio come il suo Padre celeste lo fu su un'altra Montagna. È il grande Maestro, il Cristo insegnante, il bel Dio robusto e dolce del portico di Amiens che, con due dita alzate nell'atto di benedire, annuncia le Beatitudini.
Nel prologo al vangelo, Matteo ha dato una soluzione a un problema difficile che si pone davanti alla coscienza cristiana. In quale maniera il Figlio di Dio si è fatto uomo? Il credo cantato da Paolo definiva che: Colui che è nella forma di Dio ha preso forma di schiavo, è diventato in apparenza umana e nell'aspetto è stato trovato come un uomo (Filippesi). Si tratta di una trasfigurazione mistica, il contrario di ciò che Marco descriverà. D'altra parte, l'Apocalisse di Giovanni ha rivelato che il Messia nascerà da una Donna celeste che piange nei dolori del parto. Appena nato, viene portato presso il Trono di Dio, sfuggendo così al Drago suo antico nemico. La Donna si rifugia nel deserto, portata dalle ali della grande Aquila. Matteo sceglie la visione di Giovanni, che traspone in leggenda. Gesù nasce da una vergine terrena resa incinta per l'effetto dello Spirito. Sfugge al suo nemico Erode con una fuga nel deserto, organizzata da un angelo. Quale modo migliore per fare di Gesù un uomo che collegarlo a una donna? Inoltre, un discendente autentico di Re Davide è il marito della vergine, il padre legale di Gesù, che mostra in Gesù il Messia figlio di Davide atteso dagli ebrei.
Questo astuto midrash non guadagnò immediatamente l'approvazione unanime. Il vangelo di Giovanni non dà affatto la sua confessione alla nascita verginale, né forse per nulla a una nascita. I paolini intransigenti non ammettevano che il Figlio di Dio fosse stato partorito da un ventre umano. Egli era disceso dal cielo. “Una nascita di Dio”, disse Marcione, “è cosa vergognosissima (turpissimum Dei nativitas). Dio non avrebbe potuto prendere carne e rimanere puro... Gesù fu rivelato dal Cielo, subito cresciuto, subito adulto, immediatamente Cristo, semplicemente Spirito, Potere e Dio... Se Gesù è disceso senza nascere, è al fine di essere liberato da ogni male... Se fosse diventato veramente uomo, avrebbe cessato di essere Dio”. Al che il martire Ignazio replicava violentemente: “Gesù Cristo, nostro Signore, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile...  Egli è stato portato nel seno di Maria, secondo l'economia di Dio, del seme di Davide e dello Spirito Santo… Dopo la resurrezione egli era nella carne... Se è un'apparenza quanto è stato fatto dal Signore, anch'io sono in apparenza incatenato... Lui si è fatto uomo perfetto” (Efesini, Smirniani). Infatti, ora che a Gesù una vita terrena è unanimemente riconosciuta, è difficile non riconoscergli una nascita umana. Se quella solleva obiezioni di teologia (l'Incarnazione è il paradosso supremo), la discesa di un uomo celeste che circola come un fantasma tra gli uomini ne solleva, per la credibilità, di ben più grandi e sembra mettere in discussione la realtà della morte redentrice. Il sentimento cristiano propendeva definitivamente per la soluzione di Matteo. Doveva aprire nei secoli successivi dispute senza fine sulle due nature e sulla persona unica del Figlio di Dio. L'Oriente ne sarà appassionato. L'Occidente sarà grato al vangelo più serio e dottrinale per aver introdotto la tenera adorazione del Dio Bambino.
Questo vangelo ponderato, che ha avuto il privilegio di dare un'espressione al cristianesimo corrente è stato composto nel profondo Oriente, probabilmente più lontano di Antiochia, nel paese semitico, disseminato di enclavi greche, che si estendevano oltre  l'Eufrate e il confine dell'Impero (Bacon). I giudei molto organizzati (da cui uscirà più tardi il Talmud cosiddetto babilonese) e le chiese in espansione erano in competizione spirituale. I principi dell'Adiabene (l'antica Assiria) si erano convertiti al giudaismo; quelli di Edessa diventeranno ebrei e poi cristiani. Gli splendidi affreschi biblici della sinagoga di Dura mostrano il genio artistico e innovativo degli ebrei di queste regioni. In queste sabbie babilonesi in cui ci si ritrova contemporanei di Abramo e di Labano, non era affatto chimerico pensare che il futuro di Gesù fosse, in gran parte, nella conversione degli ebrei.
Il vangelo sarà datato al tempo di Adriano, se si ammette che predice la realizzazione integrale della profezia di Daniele mediante l'installazione di un idolo nel Luogo santo (24:15). Il fatto si realizzò quando, dopo che Gerusalemme ebbe ricevuto il nome di Aelia Capitolina, la statua equestre di Adriano contaminò, lordura abominevole, il luogo del Tempio, come aveva fatto in precedenza la statua di Zeus olimpio. Così fu scatenata la folle guerra messianica di Bar-Kokhba (132) ripetizione di quella dei Maccabei. Il vangelo fu probabilmente parlato e scritto in aramaico (Ireneo), poi tradotto o adattato in greco. Fu diffuso dalla grande chiesa di Antiochia (Streeter). Lo si pose sotto la paternità di un antico missionario, Matteo (Mattai), la cui tomba era venerata a Ierapoli-Bambice e il cui nome era incluso nella lista dei primi dodici Apostoli. Il vangelo secondo Matteo fu ricevuto dappertutto con favore, specialmente a Roma, dove fu forse importato da Antiochia dal martire Ignazio (Bacon). È stato sin dall'inizio ed è rimasto il vangelo citato più spesso, a cui si rifanno gli spiriti più riflessivi. È stato tradotto all'anima dalla musica di Bach. Ha condotto Bergson e Simone Weil fino alla soglia del cristianesimo.

sabato 9 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXVIII): MARCO

(segue da qui)

PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

MARCO 

Il racconto di Marco è il più antico, il più breve, il più improvvisato, il più efficace forse su della gente semplice e rozza. È scritto a grandi linee, in uno stile popolare scarsamente punteggiato, con ripetizioni, esagerazioni, espressioni forti, colori vivaci, esplosioni di emozioni. Per impostare il tono, doveva servirsi di termini come: “Ed essi, ancora più stupiti... Ma i vignaiuoli, presolo, lo batterono... Giuseppe d'Arimatea, qualcuno autorevole...”. L'autore non è, come voleva Taine, “un puro illetterato”. Ha un sacco di arte per animare le scene simboliche, il cui ostacolo potrebbe essere la concisione. Ma ha a che fare con un pubblico non istruito, al quale è obbligato a spiegare le usanze più note degli ebrei. Lui stesso non è affatto un dottore seduto alla sua cattedra. Gestire le idee non è affatto il suo forte. È mosso da qualche grande posizione presa. Contro gli ebrei ostinati di cui mette in cattiva luce il legalismo stretto e meticoloso. Contro gli apostoli anteriori a Paolo, che considera come degli stupidi e dei codardi. Contro coloro che hanno preso il nome di Fratelli del Signore che non sono affatto dei veri cristiani.
Possiede una fede a tutta prova. È un paolino semplice e convinto. Egli crede con tutto il suo essere alla grazia di Gesù, alla remissione dei peccati, all'abolizione della legge mosaica, alla vita del Figlio di Dio data in riscatto per gli uomini, alla salvezza provata dalla Resurrezione, alla necessità della croce. E il coraggio gli fuoriesce da  tutti i pori. In tempi di persecuzione, è veramente pronto a morire per Gesù e per il vangelo. “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Questo oracolo del Signore è sicuramente quello che egli ha più sentito e che ha meglio fatto sentire.
È, secondo ogni apparenza, un evangelista, nel primo senso del termine: un missionario posseduto dallo Spirito, un catechista-esorcista. Conosce la tecnica dolorosa dell'esorcismo. Sa che non sempre riesce: esorcizza un folle incatenato dove un epilettico non è conveniente. Sa come si dorme in una barca, là, sul cuscino della poppa. Sa che allorché viene la persecuzione, tutti hanno paura e molti abbandonano il campo. Vuole formare non solo dei cristiani forti ma dei valorosi martiri. La croce è la via tracciata da Gesù. Codardi, quelli che si nascondono! Lui è  popolo. Ama lo slancio, l'energia, la fedeltà.
Nel vangelo che ha composto questo cristiano frustato e generoso, Gesù appare all'improvviso. Non si sa da dove viene. Questo è conforme alla credenza popolare sulla venuta improvvisa del Messia. In verità è nato al battesimo, così come fa il cristiano. Il vangelo è, nella sua essenza, un ciclo liturgico: va da Pasqua a Pasqua.
Gesù è presentato da Dio stesso agli ascoltatori del vangelo. Con una lacrima nel cielo, la Voce di Dio gli dice: “Tu sei il Figlio mio prediletto”. Investitura eterna e augusta, che è anche quella del Risorto. Gesù va dapprima nel deserto dove è servito dagli angeli, tentato (e riconosciuto) da Satana. Durante tutta la prima parte della sua permanenza con gli uomini, i demoni saranno i soli a conoscerlo. È l'inversione del tema di Paolo. Gli ebrei prenderanno il posto dei demoni. Questi sono gli ebrei che non riconosceranno affatto il Figlio di Dio e lo faranno crocifiggere.
A partire da là Gesù offre il modello ideale dell'apostolo itinerante ed esorcista. La sua prima parola: “Convertitevi, credete al vangelo!” è quella di un missionario per il quale il vangelo esiste già. La sua opera immediata è cacciare i demoni di questo mondo. I miracoli, segni secondo Paolo dell'apostolo, sono, a maggior ragione, i suoi. Con bagliori di miracoli egli lascia intravedere che è Lui stesso che parla con autorità, rimette i peccati, è padrone del sabato, abroga l'impurità dei piatti e degli alimenti, comanda ai venti della tempesta, resuscita i morti. Ma è Dio in incognito, in sordina. Ordina il segreto agli uditori, affinché gli ebrei non siano illuminati. Questo popolo è eletto per la cecità, eletto per uccidere il Cristo. Dio ha preso l'oscuro decreto di accecarlo con oscure parabole perché si esegua il piano divino di salvezza. Taumaturgo enigmatico, austero, Gesù ha poco tempo per insegnare ai suoi discepoli codardi e gretti quello che è realmente: il Figlio di Dio promesso a sofferenze e alla morte. Ansioso di salvare gli uomini dalla croce, si mostra (all'esempio di Jahvè suo padre), acerbo, impaziente, irritato, severo, collerico. “Si affretta come un Essere divino perso tra gli uomini e ansioso di ritornare al Cielo” (Bultmann). Quando la morte si avvicina, è teso, angosciato, come un martire. Poi cammina dritto verso la croce, realizzando una a una le profezie. Fino alla fine gli ebrei insensibili non lo hanno riconosciuto affatto. Solo il centurione romano, figura di pagano impressionato, esclamò: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!”
Questo scenario severo e drammatico è riempito da un crudo assemblaggio di materiali evangelici. Il racconto salta senza ordine e senza fermarsi da un episodio all'altro, su un ritmo ansimante, fino ai picchi lamentosi della Passione. Penso a un altare primitivo, barbarico, la cui piattaforma, divisa in più file di tavolini variegati, sarebbe stata messa in ombra da un grande Cristo sanguinante sulla croce.
Questo è il primo vangelo dell'Uomo-Dio, uno schizzo approssimativo il cui valore religioso non è stato superato. È probabilmente un prodotto della chiesa di Roma (Clemente di Alessandria), pubblicato al tempo di Traiano, al culmine della persecuzione contro il nome cristiano (Marco 13:13). Sembra che sia stato raccontato e scritto in greco e in latino da un catechista bilingue per degli uditori di due lingue. [1] Lo si può immaginare ascoltato per la prima volta in una sala clandestina, sul pendio del Celio o in fondo a Trastevere, da umili catecumeni provenienti da vicoli sovraffollati, la bisaccia in spalla, la speranza nel cuore. Conoscono Gerusalemme solo vagamente, ma ardono dal desiderio di apprendere il mistero del Dio crocifisso.
All'inizio non attirò la particolare attenzione dei dirigenti della chiesa romana. L'epistola di Clemente ai Corinzi, il Pastore di Erma, non vi fanno alcuna allusione. Tuttavia fu inviato, anch'esso, alle chiese, tra le opere dello Spirito. Lo si raccomandò come se fosse il vangelo (il buon annuncio di salvezza) secondo Marco. Era per metterlo, in senso lato, sotto la copertura spirituale di un antico missionario, compagno di Paolo e di Pietro, il cui ricordo si era conservato a Roma. In materia di scritti spirituali, delle attribuzioni ben più audaci erano correnti.  Il vangelo secondo Marco fu ricevuto dalle chiese della Siria e dell'Asia Minore. Fornirà la prima idea e la prima bozza dei vangeli più elaborati che saranno messi sotto la paternità di Matteo, di Giovanni e di Luca.

NOTE

[1] Io ho esposto le ragioni per credere ad un originale latino di Marco (Premiers écrit du christianisme, 86-127). Mi ricollego al giorno d'oggi all'ipotesi di H. C. Hoskier di due originali simultanei (Codex B and its Allies, Londra, 1914, pag. 126-172). Allo stesso modo i discorsi di Olivier Maillard impiegano contemporaneamente il francese popolare e il latino scolastico. In tutti i modi la redazione è stata molto manuale.

venerdì 8 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXVII): ORIGINE DEI VANGELI

(segue da qui)

PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

ORIGINE DEI VANGELI

Gli elementi evangelici erano fluttuanti nelle chiese. Come si sono riuniti e fusi nei vangeli? I bisogni della catechesi e quelli della liturgia sembrano aver determinato la creazione della narrazione sacra. “I vangeli sono la leggenda che era necessaria a Gesù, oggetto del culto cristiano” (Dibelius).
Nelle chiese stabilite, il compito di formare dei nuovi cristiani era esercitato da coloro che avevano ricevuto dallo Spirito il dono dell'evangelista (Efesini 4:11, 2 Timoteo 4:5), carisma inferiore a quello dell'Apostolo, del profeta, del maestro. Questi catechisti ispirati, sottufficiali dello Spirito, sono innanzitutto degli esorcisti. Espellono, per il Nome di Gesù, Satana e i suoi cortei infernali di spiriti immondi. Strappano all'impero dei falsi dei, demoni autentici, i pagani pentiti. In secondo luogo sono lettori (un'altra funzione che sussiste negli ordini minori). Ai loro penitenti leggono i testi profetici: i salmi, Isaia, Daniele (per Daniele Gesù, in Marco 13:14, domanda l'attenzione del lettore). Illuminano e completano queste antiche rivelazioni con quelle che lo Spirito ha donato e dona ancora ai profeti degli ultimi giorni: le epistole di Paolo, l'Apocalisse, le visioni, gli oracoli del Signore, le parabole, tesoro sempre crescente della Chiesa. Hanno il difficile compito di far entrare il mistero cristiano e le sue recenti acquisizioni nella testa dei greci, ardenti e fantasiosi, nei crani spessi e duri dei romani. Dopo che gli Spirituali hanno riconosciuto che il Figlio di Dio ha condotto una vita terrena e ha sofferto sotto Ponzio Pilato, si apre una cornice di leggende dove può fluire l'abbondante materiale evangelico. Non potrebbe tutto ciò che riguarda Gesù tenersi in una narrazione sobria e bella? Nell'anticamera semi-secolare, semi-sacra, dove sono istruiti i candidati al battesimo e al martirio, a Roma in primo luogo, il vangelo prese la forma di una storia commovente, quella del passaggio sulla terra del Dio martire e redentore. Alla fine del loro noviziato, nella notte di Pasqua, il vangelo sarà letto ai catecumeni, che lo ascolteranno in piedi (Duchesne).
Il vangelo raccontato era una scoperta troppo possente e troppo bella per rimanere nell'atrio della chiesa. Entrò con onore nella sala del culto. Prese un posto importante nella liturgia. Servì da unione tra due uffici originariamente separati. I cristiani avevano infatti due tipi di riunioni liturgiche. Da un lato, una funzione di lettura e di canto, un'estensione diretta delle funzioni della sinagoga. Si leggono parti (parasha, pericopae) dei libri di Mosè. Qualcuno canta salmi solisti di Davide, dialoghi con Dio, di cui il pubblico riprende con fervore gli adattamenti finali. Prima del congedo (missa), risuonano le promesse dei Profeti (haphtara, dimissiones, missae), da cui deriva la parola messa. I fedeli fanno l'acclamazione degli osanna, degli alleluia, l'acquiescenza degli amen. Il culto cristiano conserva queste parole ebraiche, come quello di Mitra ha custodito alcune parole persiane.
D'altra parte, in un altro momento si celebra la Cena del Signore, il  sacrificio misterioso a cui è legata la salvezza. Gesù è reso presente dall'invocazione del suo nome. La fede sale allo stesso livello in tutti i petti. Un incantesimo solenne introduce l'assemblea davanti al trono di Dio. Con gli angeli, gli arcangeli, l'intera milizia dell'armata celeste si canta il Trisaghion (Sanctus). Le donne dovrebbero recare un velo sui capelli per proteggere gli angeli dal desiderio impuro. Un profeta, oppure in sua assenza il presidente, improvvisa la preghiera di ringraziamento al Padre (eucarestia). Lo Spirito Santo, disceso sul pane e sul vino, li cambia nel corpo e nel sangue del Figlio. L'eterno Redentore dei mondi, Gesù, è immolato e muore misticamente. “Gesù, nell'Eucaristia, è in uno stato di morte” (Pascal). Nell'inno del silenzio, ogni fedele consuma la sua carne e beve il suo sangue per acquisire da lui la vita eterna. Tra i due tipi di funzioni vi era la stessa distanza che occorre tra l'austerità del culto ebraico e la santa ebbrezza di un culto misterico.
Quando la raccolta delle epistole di Paolo e di altri apostoli fu ricevuta nelle chiese, la prima funzione fu estesa con la lettura di  un'epistola o di un pezzo dell'Apocalisse. Il vangelo, quando esisteva, permetteva di riunire le due funzioni in una sola. Pose tra due parti una cerniera perfetta, perché da un lato è il compimento degli scritti profetici, dall'altro il preludio per il racconto della morte di Gesù alla realizzazione liturgica di questa morte. Meglio della sola invocazione del Nome, mette il pubblico in presenza di Gesù prima di fargli ricevere il corpo e il sangue divini. Più tardi verranno operati dei miglioramenti opportuni. Le letture dell'Antico Testamento saranno rimosse (tranne nelle funzioni arcaiche della Settimana santa), i canti si ridurranno a questi canti rudimentali che sono il graduale e il tratto, il vangelo sarà diviso in pericope. Ma con la bella interposizione del vangelo, le attività della Messa sono già poste. La costruzione pressappoco definitiva sarà fatta nel III° secolo. Il vangelo resterà il legame necessario.
Il ruolo che tiene il vangelo come perno della liturgia  si riconosce dalle prime parole. Quando Marco esordisce il vangelo con: “Come sta scritto nel profeta Isaia...” Matteo con: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo...” Giovanni con: “In principio era il Verbo…”, Luca con una nascita leggendaria ispirata a quella di Samuele, tutti si riferiscono a scritture che sono ancora nella mente degli ascoltatori e nelle loro orecchie e di cui vangelo è la continuazione diretta. Dall'altro lato il vangelo è rivolto al sacrificio eucaristico mediante la storia della Passione e della Resurrezione. Più si avvicina alla sua fine, più si fonde nella liturgia. Gli ultimi discorsi di Gesù, in Giovanni, sono inni della veglia pasquale. L'intero vangelo è illuminato in anticipo dai barlumi dall'immolazione rituale, alla maniera di quelle strisce chiare di luce e di colore che precedono il sorgere del sole. Il profumo della morte redentrice lo attraversa da parte a parte. Gesù dal primo momento è il Dio crocifisso e risorto. Perché la redenzione è virtualmente acquisita, rimette i peccati, resuscita i morti, istituisce i sacramenti. Il tempo, nel vangelo, non è una durata autentica. Le strutture sono immobili (Guitton). Sullo sfondo ritroviamo l'atemporale di Paolo. Lo stesso atto di fede avvolge le profezie lette prima del vangelo, il vangelo stesso e l'Eucaristia celebrata dopo di esso, nella stessa ora purificata dalla liturgia, dove l'eternità sembra percepita e vissuta.

— “Si dovrebbe sapere, figlio mio, che cos'è un vangelo”, mi ripeteva il signor France. Cosa vi è là perché io gli risponda? — Mio buon padre, non si può capire che cos'è un vangelo prima di aver compreso cosa sia Gesù. Ora, Gesù è il Dio-uomo la cui esistenza, sensibile al cuore, è rivelata da profezie, da visioni, da oracoli, da parabole. Ci è voluto un giorno per mettere in ordine tutto ciò che si conosceva su di lui. Lo si è fatto sotto forma di una storia per metà divina, per metà umana, dove egli passa sulla terra facendo del bene ed è crocifisso per ordine di Ponzio Pilato. Un vangelo non è né un documento storico, né una favola, né un poema, né una morale. È una breve storia sacra che racconta il più grande intervento di Dio nel destino degli uomini. Il vangelo è il veicolo della fede. È la fine di un'iniziazione, l'inizio di un sacramento. È esso stesso l'iniziazione, il sacramento. “Io mi rifugio nel vangelo come nella carne di Gesù”, dice Ignazio di Antiochia (Filadelfiani). Tra le mani del credente è la Parola e il Corpo di Gesù, il talismano della vita eterna. Tra quelle del miscredente si scioglie e si dissolve senza lasciare una traccia. Il signor France avrebbe ammesso una tale miscela di infinito e di nulla?
I vangeli sono stati scritti nella Chiesa, dalla Chiesa, per la Chiesa. I testimoni di Gesù sono irrefutabili perché sono divini. Questi sono lo spirito, il battesimo, l'eucaristia: “Lo spirito, l'acqua e il sangue” (1 Giovanni). L'esistenza terrena di Gesù è tutt'intera di fede. È attestata dalla vita eterna di Gesù e da quella del cristiano: “Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” (Giovanni 14:19). Ecco l'essenza delle cose. Il resto ne è la trasposizione su un piano leggendario.
I vangeli riportano dei fatti divini (facta divina, Concilio Vaticano). Sviluppano un tema che non è stato affatto affrontato prima di loro, che non sarà affatto trattato di nuovo: la manifestazione tra gli uomini di Dio Salvatore fatto uomo. Si tratta di far sentire che in un momento eterno della storia il Dio-uomo ha dominato la natura umana e ha vinto la morte, accettando le sofferenze e la morte. Le proprietà di questo  tema inaudito erano difficili da trovare, difficili da rispettare. Era necessario soddisfare nello stesso tempo la teologia, facendo risplendere in Gesù il Figlio eterno di Dio, e la credibilità mostrando un uomo. Giovanni risponde perfettamente alla prima esigenza, Luca perfettamente alla seconda, i quattro evangelisti a sufficienza all'una e all'altra. Hanno saputo iscrivere il Gesù dell'eternità in una certa epoca, in certi luoghi. Hanno fatto vivere un Essere in equilibrio tra la condizione divina e la condizione umana. Hanno riscritto nella Storia il mistero cristiano.
La diversità dei vangeli, su una base di unità, è dovuta alla diversità delle situazioni e delle circostanze nelle quali sono stati scritti. Dovremmo analizzare i quattro racconti, segnare in dettaglio i loro accordi e le loro discrepanze? Altri oltre a me l'hanno fatto. È sufficiente qui delineare la natura di ciascuno di loro.  

giovedì 7 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXVI): MIRACOLI SIMBOLICI

(segue da qui)

PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ 

MIRACOLI SIMBOLICI 

Vi è un altro elemento evangelico, della stessa natura profonda della parabola, diverso in apparenza. È il racconto simbolico. Si presenta come un miracolo o come un episodio immerso nel meraviglioso. È vicino alla parabola perché esprime, anch'esso, una verità spirituale. Ne differisce, perché si dà, esso, per un fatto veramente accaduto.
La differenza è a volte di pura forma. Ad esempio, Luca dà una parabola. Un uomo, dopo aver piantato un albero di fico, venne a cercarvi della frutta, non ne trovò, ordinò di tagliarlo. Marco racconta la stessa cosa in racconto ordinario. Gesù vide un albero di fico che non portava dei fichi, perché non era più la stagione. Gli disse:  Che nessuno d'ora in poi mangi del tuo frutto! Il fico fu essiccato alla radice. La storia è rigorosamente la stessa, perché il senso spirituale è lo stesso. Il fico non è affatto un albero, è Israele. Israele ha portato una volta i frutti dello Spirito, oramai è sterile. Per un narratore di cultura orientale, la parabola e il racconto simbolico si fondono nella categoria della poetica. Noi occidentali esigiamo una distinzione netta tra ciò che si dà per inventato, oppure per accaduto. È là che si fa gioco di quel candore occidentale, di cui Renan parla con ironia, anche se ne fornisce lui stesso degli ottimi esempi.
Il racconto simbolico, dal significato spirituale, può conservare il nome ebraico di midrash che gli danno gli autori rabbinici. (Il darshan è il trebbiatore, per metafora colui che regola la Scrittura per l'edificazione del popolo. Il midrash è il prodotto ottenuto). Più di un midrash è stato inserito nella Bibbia. La storia del profeta Giona che fugge in nave, gettato in mare, inghiottito da un pesce, ricondotto da lui a terra è un midrash. Impara da questo che se un profeta fugge al suo dovere, Jahvè lo riconduce a lui per le vie più straordinarie. Altre storie care ai cristiani: i tre giovani nella fornace, Susanna tra i due vecchioni, Rut, Giuditta appartengono al genere del midrash. Abramo, disposto a sacrificare, su ordine di Dio, il suo figlio unico, oggetto delle promesse divine, e arrestato all'ultimo momento da un angelo, pensiamo che questo sia raccontato come un fatto accaduto. L'autore dell'epistola agli Ebrei (11:19) ci fa sapere che è una parabola, che vuole mostrare fino a che punto la fede deve arrivare.
Ogni volta che alla lettura del vangelo incontriamo un miracolo di Gesù o un evento meraviglioso nella sua storia, dobbiamo pensare ad un midrash e domandarci quale sia il suo significato. Nella vita di un Dio tutto è significativo: è la differenza con la vita di un uomo. Midrash, la tempesta placata. Le tempeste che Gesù placa sono le persecuzioni che piombano sui fedeli. Si addormenta a poppa della Chiesa; le preghiere di angoscia, il richiamo della speranza cristiana lo risvegliano. Dice una parola, ecco la schiarita. Midrash, la moltiplicazione dei pani che rappresenta l'Eucarestia perpetua. Midrash, la pesca miracolosa che significa la cattura delle nazioni nelle reti del vangelo. È inutile domandarsi dove e quando questi fatti divini si sono prodotti. Si verificano senza posa. Valgono solo come simboli di realtà spirituali.
Anche quando un miracolo di Gesù sembra essere l'eco leggendaria di un fatto particolare, è necessario che sia trasformato in midrash, voglio dire in insegnamento spirituale, per poter entrare nel vangelo. Così un miracolo di resurrezione è raccontato con dettagli graziosi negli Atti degli Apostoli. Una donna cristiana di Ioppe, di nome Tabità (Gazzella), amata per la sua generosità, sta morendo. Si va a cercare Pietro. Entra nella stanza dove le vedove fanno dei lamenti e degli encomi di Gazzella (la moirologia, che si pratica ancora nel paese greco). Lui le caccia tutte.
Egli dice: Tabità, alzati! La morta apre gli occhi, si siede; Pietro le dà la mano e la fa alzare. È un miracolo di Gesù, operato dalla mano di Pietro. In Marco, la storia è trasposta in stile evangelico. Tabità si trasforma in Talità (Ragazza). Una ragazza è morta. Suo padre viene ad implorare Gesù. Quando Gesù entra, i lamenti fanno rumore. Caccia tutti. Prende la mano della bambina, dice: Talità kum (Ragazza, alzati!). Quella si alza e cammina. Questi sono pressappoco gli stessi dettagli. Ma nel contesto evangelico, non lontano dalla guarigione simbolica di zoppi, di lebbrosi, di ciechi, la resurrezione di Talità prende un senso spirituale che non aveva affatto quella di Tabità. Per lasciar trasparire questo significato, l'evangelista fa di Talità la figlia di un capo di sinagoga di nome Giairo,  che significa: Iah (me) resuscita. Si tratta in realtà della resurrezione di Israele che Gesù può realizzare. Tabità appartiene alla Storia reale. Talità viene dal paese di sempre, dal paese dello Spirito.
Pascal ha visto che le operazioni di Gesù che sembrano fatte sui corpi lo sono in realtà sulle anime: “Le figure del Vangelo per lo stato dell'anima malata sono corpi malati; ma poiché un corpo non può essere abbastanza malato da esprimere perfettamente questo stato, ce ne sono voluti parecchi. Così vi è il sordo, il muto, il cieco, il paralitico, Lazzaro defunto, l'indemoniato. Tutti questi stati si trovano ad un tempo nell'anima malata”.
Il più bel racconto simbolico della resurrezione che Gesù reca ai fedeli da questa vita è, in Giovanni, la meravigliosa scena della resurrezione di Lazzaro. Il significato è orientato dal nome Lazzaro che è quello di un martire leggendario dei tempi maccabei la cui resurrezione era celebrata ogni anno alla festa di Hanukkah (Bacon). I dettagli della storia sono naturali e sorprendenti. Il lutto alla casa, i movimenti delle due sorelle, i loro dolci rimproveri, la loro fede, le loro lacrime, le chiacchiere dei presenti, il morto da quattro giorni nelle sue bende, il sudario sul suo volto. Allo stesso tempo la lezione è data in termini che non possono essere più forti né più chiari: “Io sono la Resurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. E con un forte grido: “Lazzaro, vieni fuori!” Gesù fa uscire ogni uomo cristiano dalla tomba. Dopo un racconto del genere, il tardo Nicodemo che chiedeva: è veramente successo? avrebbe mostrato in modo fin troppo evidente che non capiva.
Giovanni è il maestro del midrash. È ineguagliato, per il vigore e la novità. Non ha paura di spogliare Dioniso del miracolo rituale dell'acqua trasformata in vino per attribuirlo a Gesù. Perché no? Il significato è diverso, molto più elevato. Cambiando l'acqua in vino, Gesù inaugura, non il regno dell'entusiasmo, ma, prima dell'Ora, le nozze dell'Agnello, il banchetto dell'eternità, cominciato nella Chiesa. Che episodio suggestivo quello della Samaritana! Mentre dal fondo del pozzo di Giacobbe risale un secchio di acqua fresca per il viaggiatore stanco, le semplici parole di Gesù e di una donna fanno trasparire la storia religiosa della Samaria. Il travagliato passato della nazione, quando si univa a dèi stranieri (i cinque mariti). E il secolo presente in cui Gesù li riconcilia innanzitutto con gli ebrei (la salvezza viene dagli ebrei) prima di aprire agli ebrei e ai samaritani il tempio nuovo dove il Padre è adorato in spirito e in verità. In un semplice idillio, quale epopea!
Eppure, se dovessi designare il midrash più perfetto, potrei scegliere (in Giovanni o Luca: il luogo è incerto) la Donna adultera. Sotto il velo di una scena della strada, nella malvagia Gerusalemme, l'umanità adultera (vale a dire idolatra) è incolpata dagli ebrei. Ma gli ebrei secondo i testi delle Scritture, che Gesù scarabocchia sulla polvere, hanno commesso loro stessi l'idolatria. Chi scaglierà la prima pietra? O meglio ancora, in Luca, i discepoli di Emmaus. È possibile incidere più calorosamente nell'anima quella che avrebbe potuto essere la fede primitiva, quando Pietro e i suoi compagni si radunarono al mistero della croce? Allora il cristianesimo si riduceva alle profezie e all'eucarestia. Due discepoli camminano sulla strada, scandalizzati dalla croce. Il Crocifisso si unisce a loro senza che lo riconoscano. Spiega loro attraverso le Scritture che il Figlio di Dio doveva soffrire questa sofferenza. Il loro cuore diventa ardente. Invitano lo sconosciuto a stare con loro. Gesù spezza il pane eucaristico e manifesta la sua presenza nell'istante in cui scompare.
Un midrash nuovo è una gemma che si apre sulla radice del vangelo. Potrebbe schiudersi quasi all'infinito. Qualsiasi parabola di salvezza può diventare un atto di Gesù. Il redattore finale di Giovanni dice con l'iperbole orientale: “Se si scrivessero a una a una tutte le cose che ha fatto Gesù, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero”.

mercoledì 6 febbraio 2019

«Il Dio Gesù» (di Paul-Louis Couchoud) — La leggenda umana di Gesù (XXV): PARABOLE

(segue da qui)

PARTE QUINTA

LA LEGGENDA UMANA DI GESÙ

PARABOLE

Nei vangeli, la parabola è una verità comunicata sotto la maschera di un piccolo racconto. Nella sua forma più semplice, è un paragone poetico, una metafora in azione. Nella sua forma elaborata, una favola di cui la saggezza degli ascoltatori deve scoprire il significato. Lo spirito deve comprendere due cose contemporaneamente: un racconto concreto, il più naturale possibile, e una realtà spirituale parzialmente immersa nel mistero. Il risultato è un approccio delicato, un contrappunto sottile. Vi è ciò che deve essere visto e ciò che deve essere intravisto. La descrizione è sostituita dalla verosimiglianza. Il vantaggio della parabola è di far catturare all'immaginazione intuitiva le verità religiose che troppa luce oscura. Lo svantaggio è che a volte il significato autentico resta nell'oscurità.
La parabola è altrettanto antica della parola profetica. Nella Bibbia, Jahvè impiega occasionalmente delle parabole. Non se ne trovano in Paolo, né nella epistola agli Ebrei. Gli antichi profeti cristiani usavano delle figure. Trovavano in quello che è successo prima agli ebrei la figura di ciò che sta accadendo ora ai cristiani. Sara la donna libera di Abramo e Agar la sua moglie schiava sono le figure della Chiesa e della Sinagoga. Melchisedec è la figura di Gesù, ecc. L'uso di parabole sembra essersi propagato nelle chiese a partire da un periodo in cui non si sono più spiegate le novità cristiane per mezzo di paralleli attinti dalle storie sacre ma rispetto a narrazioni immaginarie, prese dalla vita quotidiana. Le figure sono ora dappertutto! Al tempo di Ermas il genere è in pieno favore. Il Pastore contiene quasi altrettante parabole dei precetti del Signore. I vangeli permettono di seguire il progresso della forma, dalle parabole sinistre di Marco alle splendide parabole di Luca.
Nel caso di Marco, in effetti, le parabole sono laboriose. Quella del seminatore è appesantita da una spiegazione dettagliata. Il Seminatore semina il suo grano su dei terreni diversi. Una parte si perde, una parte cade su delle pietre e non mette radici, un'altra è soffocata dai rovi, un'altra infine germoglia e cresce. Questa è l'immagine dell'evangelizzazione nel tempo della persecuzione. I cristiani senza radici sono quelli che soccombono ai tormenti. La parabola dei Vignaioli omicidi vuole raffigurare il destino fatale del popolo ebraico. Ha della vastità, del tragico. Ma la storia raccontata è un po' forzata. Alcuni vignaioli che hanno affittato una vigna non vogliono pagare quello che devono al padrone della vigna. Ricevono con percosse tutti i suoi inviati. Alla fine il padrone manda loro il proprio figlio, il suo unico erede. Lo uccidono, come se potessero conservare l'eredità per loro. Il padrone verrà. Distruggerà i vignaioli e darà la sua vigna agli altri. Comprendi: Dio, dopo che gli ebrei hanno maltrattato i suoi profeti e ucciso suo Figlio, ha fatto distruggere la loro nazione. La vigna di Davide è stata data ai pagani convertiti.
Le parabole di Matteo, più numerose e meno rudi, si alternano agli oracoli del Signore. Spesso svolgono la stessa funzione. Si tratta di dare una risposta dal modo insinuante della figura, alle domande che si dibattono nelle chiese. Gli eretici si moltiplicano. Si dovrebbe estirparli senza indugio? È meglio pazientare? La risposta: un uomo ha seminato del grano nel suo campo. Durante la notte il suo avversario ha seminato della zizzania. Il padrone disse ai suoi servitori: Non strappare la zizzania per timore di tirare il grano allo stesso tempo. Il raccolto (il Giudizio) verrà, la zizzania sarà ammucchiata per essere bruciata, il grano sarà mietuto. — La grazia di Dio ci sopraggiunge in proporzione alle nostre opere meritorie? No, per san Paolo! Comprendi la storia del padrone che paga gli operai dell'undicesima ora tanto quanto quelli della prima. — Aspetteremo a lungo ancora Gesù? Medita sulla storia delle cinque vergini sagge e delle cinque vergini stolte che attendono lo Sposo. Tieni le luci accese come prima! Tieni come le prime la tua lampada accesa! In questo vangelo grave, maestoso, le parabole fanno parte del chiaroscuro poetico, dell'immaginazione temperata.
Luca ha di suo proprio nome, sedici parabole. Cinque o sei sono delle scene di un fascino inesauribile, di una fama universale. È qui che la parabola raggiunge il suo punto di perfezione. Il sentimento che ha creato parecchie di queste storie deliziose, è una meraviglia di cui le chiese formate da vecchi pagani non potevano più rinvenire. Possa Dio amare questi poveri pagani infermi e corrotti più di suo figlio Israele! Che possano diventare i suoi bambini coccolati! Questo è il significato della famosa parabola del Figliol prodigo. Dio ha due figli. Il più anziano è Israele, il più giovane l'umanità. Il più giovane si è allontanato da lui. Ha vissuto con le prostitute (cioè, nell'idolatria), con i porci (cioè nell'impurità). Ma si è pentito. Il Padre è corso da lui, si è gettato al suo collo, gli ha dato la veste più bella, ha ucciso per lui il vitello grasso. Il figlio maggiore è invidioso. Il Padre gli dice: “Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Quale emozione una lettura simile doveva suscitare in una chiesa di figli prodighi e perdonati!
Ebrei e cristiani, secondo Luca, servono lo stesso Dio, lo stesso Padre. Ma i secondi lo servono con più umiltà, con più lacrime. Troviamo l'ebreo e il cristiano nella parabola del Fariseo e del Pubblicano. Sono nello stesso Tempio. Il primo si tiene in piedi e ringrazia Dio per averlo reso diverso dagli altri uomini. Il secondo abbassò la testa, si batte il suo petto e dice: Perdonami, io sono un peccatore! Li ritroviamo ancora nella storia del Buon Samaritano. L'ebreo, è quel sacerdote e quel levita che passano senza dare un'occhiata al ferito che geme sulla strada. Il cristiano è l'eretico Samaritano che lo accoglie e lo ospita. Alla carità è riconosciuto il miglior culto.
Le parabole di Luca hanno una finezza di tonalità, un calore di sensibilità che le distingue. Le tre che ho appena ricordato sono così ben fatte, così perfette come storie che a volte dimentichiamo di cercare il duplice significato che ogni parabola comporta. Le si tratta da semplici racconti morali. Le si intende solamente a metà. La parabola è un racconto morale, o neutro, o immorale (la storia dell'Amministratore infedele è perfettamente immorale), destinato a far percepire una verità cristiana di ordine superiore. La parabola si armonizza con l'ambiguità fondamentale dell'intero vangelo, che si svolge come in una lunga parabola, una storia divina sotto la maschera di una storia umana, in un mondo misterioso di intersezioni.