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domenica 17 gennaio 2016

Del Gesù mai sceso sulla Terra che si rivelò telepaticamente a Paolo e ai primi apostoli del Cristo

APPARIZIONI: Meravigliose visioni, dono di coloro cui Dio fa la grazia speciale di avere il cervello tocco, crisi isteriche, cattiva digestione e sfrontatezza nel mentire.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
...Dio si compiacque di rivelare in me suo Figlio... (Gal 1:16)


È fondamentale, per saper apprezzare il potere esplicativo del miticismo, guardare al Nuovo Testamento nell'ordine cronologico dalle autentiche epistole paoline, attraverso i vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni (l'ordine riconosciuto dal consensus degli studiosi, perfino se io, seguendo il prof Klinghardt, tendo a preferire questa sequenza: Mcn, Matteo, Marco, Giovanni, Luca). Se provi a leggere il Nuovo Testamento in quel modo, senza alcuna nozione a priori del cristianesimo —quindi proprio come se stessi scoprendo il cristianesimo per la prima volta! —, allora sarai in grado di riconoscere da subito che il racconto di Gesù va dall'essere fin troppo vago, e qui intendo davvero troppo vago!, all'accumulo via via di sempre maggiori dettagli dell'esistenza terrena di Gesù man mano che leggi i vangeli nel loro ordine cronologico, esattamente come si svilupperebbe una leggenda.  Il silenzio delle lettere di Paolo su ogni utile dettaglio dell'esistenza di Gesù, della sua predicazione, dei suoi detti, è piuttosto impressionante. E parecchi studiosi e non-studiosi hanno notato a loro volta questo aspetto. Ecco un'efficace metafora menzionata da Richard Carrier nel suo libro:
Immagina per un momento che uno dei tuoi migliori amici ti scriva una lettera di venti pagine appassionatamente volendo condividere la sua emozione circa un nuovo maestro. Questa lettera ha un solo argomento, il nuovo maestro del tuo amico. [Ma] alla fine della sua lettera, tu ancora non sai una cosa sul suo maestro. Tuttavia, Paolo presenta la figura centrale della sua teologia in questo modo . . . . [Sembra] impossibile immaginare come Paolo possa evitare di raccontare una storia o una parabola — oppure mancare di notare un solo tratto fisico o una sola qualità personale — di Gesù.
(OHJ, pag. 514, mia libera traduzione)

Il rinomato studioso del Nuovo Testamento Gerd Lüdemann dice di Paolo:
Non una volta Paolo si riferisce a Gesù come a un maestro, alle sue parole come a una dottrina, o a [qualsiasi] cristiani come discepoli. A questo proposito è estremamente significativo che quando Paolo cita “detti di Gesù”, essi non sono mai così designati; piuttosto, senza una singola eccezione, lui attribuisce tali detti a “il Signore”. . . . Paolo pensò che una persona di nome Gesù fosse vissuta e che ora egli sieda alla destra di Dio in cielo. Tuttava egli mostra solo una conoscenza di passaggio con tradizioni relative alla sua vita e da nessuna parte un'esperienza indipendente di loro. In breve, Paolo non può essere considerato un affidabile testimone nè degli insegnamenti, nè della vita, e neppure dell'esistenza storica di Gesù.
(Gerd Lüdemann, 'Paul as a Witness to the Historical Jesus', Sources of the Jesus Tradition: Separating History from Myth, Amherst, NY:Prometheus Books, 2010, pag. 196-212, mia libera traduzione)

Una situazione così enigmatica non fa nessun senso per nulla, a meno che Gesù fu davvero per Paolo una deità celeste che mai esistette sulla Terra.

L'apostolo chiamato Paolo non immaginò nemmeno per un momento che Gesù fosse un essere umano esistito nel recente passato in quel di Giudea. Paolo non conosceva nessun Gesù storico.
 Gli apologeti cristiani e criptocristiani non ci tengono, e per ovvie ragioni, a problematizzare quel pugno di passi nelle epistole che secondo loro “confermerebbero” per via indiretta la presenza, seppure celata, di un Gesù storico nelle epistole. Così facendo, non hanno alcun riguardo per quello che rivela veramente il testo originale greco. Per loro, il dogma è più importante. Loro preferiscono credere - devono credere! - che i miticisti hanno una sola chance: supporre “interpolazioni da tutte le parti” pur di evitare di tener conto dei passi di Paolo che, a loro dire, dimostrerebbero in modo convincente che un Gesù storico era implicitamente in vista nelle epistole. Questo approccio è completamente sbagliato. Non si tratta di vedere necessariamente interpolazioni posteriori aggiunte alle lettere (nonostante, ripeto, costituisca una seria possibilità), ma i passi di Paolo devono essere interpretati alla luce della fantasia cosmologica che era prevalente in quel momento. Non devono essere interpretati alla luce tendenziosa e artefatta dell'astratto “dogma” cattolico.

Per i miticisti il cristianesimo era in origine una religione misterica messianica ebraica. In questo culto originario non era Dioniso, Mitra, Attis, Asclepio, Perseo, o qualsiasi altro dio pagano morente e risorgente a presentarsi come la figura centrale oggetto di venerazione. Il salvatore che nell'emergente culto cristiano, al pari di altre religioni misteriche di altri popoli e culture, era destinato a fondersi con gli elementi ellenistici, costituiva il Messia.

Come Carrier così ben riassume (OHJ, pag. 92), il nuovo culto, di cui siamo venuti a conoscenza attraverso Paolo, era incentrato attorno ad un Messia spirituale, che avrebbe vinto le sue vittorie non sul campo di battaglia, ma attraverso la salvezza nell'aldilà. Cioè in cielo. Secondo Paolo, Gesù era il Messia/Cristo che sarebbe apparso negli ultimi tempi, nonostante a quel fine l'essersi lasciato crocifiggere dalle potenze celesti che Paolo chiama Arconti (1 Corinzi 2:8). Questo Cristo Gesù doveva morire per espiare il peccato umano. Poi apparve ad alcune persone e li convinse che era il Cristo (1 Corinzi 15:3-8 e Galati 1:11-12), che era resuscitato dai morti per preparare il regno di Dio e alla fine scendere dal cielo per compiere la sua missione ultima: sconfiggere i nemici di Dio, resuscitare i morti e stabilire un paradiso eterno (Romani 8:1, Corinzi 10:11 e 15:23-26; 1 Tessalonicesi 4:14-17). Già a quel tempo Gesù era considerato un essere che esiste dal principio dei tempi (1 Corinzi 8:6; 10:1-4; Fil 2:6-8; Romani 8:3), ma non era considerato Dio in senso stretto, ma solo la sua emanazione, il Figlio di Dio.


Paolo apparentemente non sapeva nulla del Gesù storico. Lui non riporta praticamente nulla sulla vita e la dottrina di Gesù. Paolo non ci dà alcuna informazione su dove e quando sia nato Gesù e chi erano i suoi genitori. La vita terrena di Gesù non è affatto trattata in Paolo.  Paolo sembra all'oscuro di quasi tutto ciò che i vangeli raccontano più tardi. Paolo quasi nega che Gesù compì miracoli: “i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso” (1 Cor 1,22). E se Paolo sapeva che Gesù resuscitò persone dalla morte, perché non lo dice quando in 1 Corinzi 15 cerca di convincere i suoi lettori che si può veramente risuscitare dai morti?
La crocifissione e la resurrezione di Gesù, però, sono le sole cose di Gesù a cui Paolo è interessato. Stranamente, lui non offre alcun contesto storico della crocifissione. È vero che ha detto in 1 Tessalonicesi 2:15-16 che "Gli ebrei hanno ucciso il Signore Gesù", ma questo è davvero l'unico passo in Paolo che i miticisti denunciano come evidente interpolazione proto-cattolica. Questo è inoltre supportato anche da un folto gruppo di studiosi (storicisti, cioè credenti in un Gesù storico). Il motivo per cui si ritiene un'interpolazione questo passo è che descrive gli ebrei quali “nemici di tutti gli uomini” il che non corrisponde per nulla al normale approccio di Paolo nei confronti degli ebrei, mentre la frase
Ma ormai l'ira è arrivata al colmo sul loro capo sembra alludere alla distruzione del tempio nel 70 E.C.
Paolo osa anche chiamare le autorità romane dei “servi di Dio” (Romani 13:6). Pilato era uno dei capi che crocifisse Gesù del cui ricordo apparentemente Paolo non fu a conoscenza, per dire quelle parole.
Paolo non parla mai di discepoli, ma solo di apostoli (che in Paolo, così come in altri  autori “cristiani” anteriori ai vangeli, significa all'incirca missionari), a cui fu incaricato di predicare il vangelo direttamente da Dio, non da Gesù (Gal 2:8). Paolo non rivela una sola parola udita a proposito di Giuda Iscariota. Tuttavia, egli cita Cefa (Pietro
pètros greco, Cefa aramaico, significano entrambi roccia), Giacomo (che egli chiama “il fratello del Signore”), e Giovanni. Ma questi tre sembrano proprio come Paolo non aver conosciuto alcun Gesù storico. Al contrario, per esempio, 1 Corinzi 9:1 e 15:7 suggeriscono che tutti quanti “vedevano” Gesù mediante qualche sorta di rivelazione o visione. Paolo non accenna al fatto che Pietro era stato il compagno di Gesù. Nonostante il fatto che in molte delle sue lettere lui lamenta di essere stato accusato di non essere un vero apostolo. Nulla indica che Paolo sapeva che Gesù era recentemente vissuto sulla terra. Paolo è una delle prime fonti che abbiamo, risalente agli anni 50 del I secolo E.C.
Quindi Paolo poteva scrivere di Gesù solo che ebbe una visione di lui: lui evidentemente non sapeva che Gesù sarebbe stato considerato un personaggio storico, qualche tempo dopo la sua morte. 

Nelle opere di Paolo esistono due allusioni alla nascita di Gesù, una al padre e l'altra alla madre.

In Romani 1:3-4, Paolo scrive del "
Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore." Gli apologeti insistono che è del tutto evidente da questo passo che Gesù era di origine umana, e che Paolo non era a conoscenza di alcuna nascita verginale.
Ma Paolo conosceva veramente un Gesù umano? Letteralmente, in realtà, Gesù secondo la carne (in greco: κατὰ σάρκα) era nato dallo sperma/seme di Davide (in greco: τοῦ γενομένου ἐκ σπέρματος Δαυὶδ). Qui ci sono solo affermazioni generiche senza alcuna informazione su come, dove e da chi. Che il Messia sarebbe derivato da Davide era a quel tempo la comune concezione ebraica.  Chi erano i suoi genitori? Nonostante i mille usi della parola
γενόμενος (da: γίνομαι) nel significato di diventato o accaduto, Paolo non usa mai questa parola per indicare che una persona è nata. Quando si riferisce invece effettivamente alla nascita di un essere umano, egli usa  γεννάω (Romani 9:11, Galati 4:23, 29). Usa invece γίνομαι quando scrive che Adamo fu fatto da Dio (1 Corinzi 15:45). Paolo la usa anche quando vuole indicare di aver ricevuto informazioni da Dio per mezzo dei profeti, ad esempio quando appare nei Salmi: ''il Signore mi ha detto: ''Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra" (Salmo 2:7-8).

L'altra allusione è alla madre di Gesù. In Galati 4:4 dice:
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge.
Non si tratta di una persona biologica. Se provi a leggere l'intero paragrafo, Galati 3:29-5:1, è abbastanza evidente che Paolo non sta parlando della Maria che avrebbe dato alla luce Gesù come persona reale fisica. Racconta di un parto allegorico e la donna che crede ha generato (in greco:
γενόμενον, da γίνομαι) Gesù è Agar, schiava di Abramo.

Vi è naturalmente niente di speciale nell'essere nato da una donna. Anche figure mitologiche come Ercole erano considerate nate da donna. Se Paolo credeva Gesù di origine terrena, sarebbe molto più logico se avesse scritto che Gesù è nato da Maria. Ma Paolo sembra di nuovo fare riferimento alle scritture, perché dice che Gesù è stato fatto da una donna sotto la legge. Forse egli alludeva al famoso versetto di Isaia: "
Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Isaia 7:14).

Naturalmente, è del tutto possibile che Paolo intende semplicemente quello che dice: Gesù è nato da una donna. Tuttavia, la frase può essere almeno altrettanto credibile se interpretata nel senso che Gesù era un essere celeste e niente altro.

La spiegazione più probabile è che l'intero paragrafo avrebbe dovuto essere interpretato simbolicamente. Nella sua lettera ai Galati, Paolo discute principalmente il conflitto tra l'osservanza della legge ebraica, e la fede nella predicazione cristiana. Paolo descrive questo conflitto con tanto di immagini e metafore. Dice che siamo “schiavi dei poteri cosmici” (4:3). Essi alludono nello specifico agli Arconti, che nella mitologia gnostica erano i veri dominatori del mondo. Un pò più tardi, nello stesso capitolo, Paolo spiega che la donna a cui si riferisce è una donna allegorica. Paragona i non illuminati, che vivono una vita materiale, con i nati di Abramo e della schiava Agar. Lei rappresenta il Monte Sinai dove per prima gli uomini finirono schiavizzati dalla legge. I cristiani illuminati Paolo li paragona ai figli di Sara, la moglie di Abramo. Lei rappresenta la Gerusalemme celeste:
     Ora, tali cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar - il Sinai è un monte dell'Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre. (Galati 4:24-26)

Paolo sta dicendo che il figlio di Dio è “fatto da una donna, e fatto sotto la legge”. Dal momento che la legge e la donna sono uniti nello stesso senso, Paolo sembra voler dire che Gesù è nato sotto la legge di una donna. Logicamente, la donna è Agar e non Maria. Gesù era disceso nelle sfere celesti, che sono governati dagli Arconti, e nacque simbolicamente da Agar (che abbandonò al pari della vecchia legge ebraica), per essere in grado di liberare coloro che sono schiavi dai “poteri cosmici”, così da far ottenere a tutti noi una nuova madre, il regno celeste di Dio.

Paolo dice quindi che Gesù era divenuto (
γενόμενος) dallo sperma/seme di Davide ed era divenuto (γενόμενον) da una donna: non è altro che quello che ci si può aspettare se lui vedeva in Gesù un Messia liberatore disceso dal cielo secondo una concezione ebraico-ellenistica. Se avesse voluto dire che si trattava di un parto fisico, egli avrebbe dovuto usare parole che suggerivano quel significato e magari avrebbe fatto il nome di Maria.

L'argomento più comunemente utilizzato dagli apologeti per spiegare perché Paolo ha scritto così poco di ciò che fece Gesù e non menzionò alcun miracolo o insegnamento di Gesù è che a loro dire il suo scopo non fu quello di affrontare questo tema nelle lettere alle chiese, ma piuttosto di discutere dei problemi specifici di quelle chiese. Un argomento del genere sarebbe corretto se il silenzio di Paolo su Gesù fosse stato solo parzialmente totale. Ma così non è.

Si legga 1 Corinzi 9:4-5:
Non abbiamo forse noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?
Paolo conosce i “fratelli del Signore”. Ma lui non intendeva fratelli biologici di Gesù, ma solo i generici fratelli nel Signore: vale a dire “fratelli” è usato a indicare fratellanza religiosa. Il senso vero sarebbe: se perfino i fratelli qualsiasi nel Signore, e non solo gli apostoli come lui e come Cefa, potevano usufruire di quell'insieme di diritti a cui agogna Paolo, perchè allora non poteva lui anche?

Poi c'è quel famoso passo, citato spesso come evidenza di un Gesù storico dai folli apologeti cristiani e criptocristiani:
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. (Galati 1:18-19)
L'errore madornale degli apologeti, che dimostra tutta la loro inconsistenza intellettuale, è di prendere quel passo come risolutivo della questione dal momento che danno ad esso un'interpretazione storicista grettamente unilaterale, quasi che fossero escluse tout court le alternative. Il loro “argomento” è il seguente:

1) Galati 1:19 menziona “il fratello del Signore”;
2) L'unica sensata interpretazione di “il fratello del Signore” è: “il fratello di Gesù”;
3) perciò: Gesù è esistito.

Bart Errorman è stato così idiota da attribuire ai miticisti l'idea che Paolo non avesse visto occhi negli occhi Pietro, Giacomo e Giovanni. Il povero illuso credeva che allora bastasse sventolare Galati 1:19 come evidenza che Paolo vide veramente quelle persone per “provare” così al tempo stesso che Paolo seppe da loro del Gesù storico, loro che ne erano stati i fedeli discepoli in vita. Questa di Errorman è la fallacia dell'uomo di paglia:
Una delle fallacie logiche più note, spesso usate in mala fede nella dialettica, è il cosiddetto argomento dell'uomo di paglia (straw-man): attribuire a qualcuno un'affermazione che non ha fatto, per poi confutarla e deviare il discorso da un'affermazione che quel qualcuno ha fatto veramente, e sulla quale magari si ha la "coda di paglia".
 In realtà i miticisti non hanno mai sostenuto un'idea del genere. Gli occhi di Paolo incrociarono davvero gli occhi di Pietro, di Giacomo e di Giovanni.
Fino ad oggi, non ho incontrato un solo apologeta cristiano, uno solo!, capace di obiettare al vero argomento dei miticisti riguardo al fatidico “Giacomo, il fratello del Signore”. Questo loro silenzio, ad un anno dalla pubblicazione di OHJ, per me costituisce la prova provata di come gli apologeti cristiani e criptocristiani siano in perfetta malafede e/o ignoranza.

Sì: Paolo incontrò veramente occhi negli occhi Giacomo, Giovanni, Pietro. Ma con questo Paolo non prova che Gesù sia esistito o che Paolo attraverso di loro avesse imparato cose su Gesù. Il fatto che gli apologeti cristiani scambino per evidenza di un Gesù storico ciò che evidenza definitivamente non è, costituisce ai miei occhi un caso di genuina follia. Gli apologeti come Mauro Pesce diventano folli apologeti: dementi apologeti cristiani. Gente irrazionale colla quale non si può più trattare né dialogare, perchè ha rinnegato da tempo la voce della ragione che dice loro: “Abbi il coraggio di sapere!”.

Galati 1:19 in realtà non dimostra che Gesù esistette. Pensare che Galati 1:19 sia evidenza di un Gesù storico è un argomento circolare. Paolo incontrò i Pilastri. Se davvero i Pilastri furono le persone che i vangeli affermano che fossero, allora Paolo non può essere stato all'oscuro della vita di Gesù. Deve averli sentito parlare di ciò che Gesù ha fatto e detto. Ma le sue lettere dimostrano che lui proprio non conosce nulla di tutto questo. Ne consegue che a loro volta i Pilastri non potevano sapere nulla di Gesù e di conseguenza una leggenda in seguito è sorta dopo la morte di Paolo secondo la quale i Pilastri avrebbero conosciuto Gesù come un vero uomo.

Così, Paolo trascorse del tempo con i capi della chiesa di Gerusalemme, Giacomo, Cefa e Giovanni. Ma i miticisti sostengono che essi, proprio come Paolo, non sapevano di alcuna incarnazione fisica di Gesù, ma che, proprio come Paolo, incontrarono Gesù solo attraverso una rivelazione.

Per quanto riguarda Giacomo “il fratello del Signore”, innanzitutto occorre precisare che i dati in nostro possesso su Giacomo “il fratello del Signore” sono parecchio confusi. Ci sono diversi Giacomi nelle scritture cristiane, e che in parte si sovrappongono. Il Giacomo di cui scrive Paolo e che egli chiama il fratello del Signore era il leader della chiesa di Gerusalemme. In Atti ci sono due Giacomi, ma nessuno dei due è detto il fratello di Gesù. Uno di questi Giacomi è senza dubbio lo stesso che Paolo menziona in Galati 2:9. Ma sia in Atti (dove si dice che è stato decapitato da Agrippa in Atti 12:1-2), che nei vangeli non viene menzionato come un fratello biologico di Gesù, ma come discepolo di lui e fratello di Giovanni.

L'autore dell'epistola di Giacomo (chiunque fosse) non chiarisce in alcun modo di essere  Giacomo il fratello di Gesù. L'autore della lettera di Giuda (chiunque fosse) dice che lui, Giuda, era il fratello di Giacomo, non si presenta come fratello di Gesù.

In 1 Corinzi 9:4-5, Paolo risponde, ovviamente, alle critiche (pare che questa lettera sia una combinazione di almeno due lettere, la seconda delle quali comincia proprio al capitolo 9) contro di lui e il suo "entourage" sottolineando che “gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa” certamente hanno avuto modo di portare le loro mogli e dato loro da mangiare e da bere, quindi perché non dovrebbero Paolo e Barnaba fare lo stesso? Paolo dice che Barnaba e lui sono trattati ingiustamente. La giusta domanda da fare allora è: i “fratelli del Signore” è riferito ai fratelli biologici di Gesù oppure solo ai cristiani in generale, che erano tutti fratelli? L'interpretazione più ovvia è che si riferisce ai cristiani in generale, gli apostoli essendo solo quei particolari cristiani a cui Gesù Cristo si è rivelato in sogni, visioni e apparizioni (e perciò meritando per definizione maggiori privilegi dalla comunità). 

Ciò è confermato dal fatto che Paolo rende chiaro che non appena uno è un cristiano diventa allo stesso tempo un fratello del Signore. 
Da tanto prima quanto possiamo accertarci, i cristiani credevano di divenire “fratelli” del Signore Gesù Cristo attraverso il battesimo (Romani 6:3-10), che simboleggia la morte in questo mondo e la rinascita come 'i figli adottivi di Dio', in questo modo i battezzati diventavano i fratelli del Signore. (Romani 8:15-29; 9:26; Gal 3:26-29; 4:4-7) Gesù era quindi solo “il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8:29). 
(Richard Carrier, OHJ, pag. 108) 

Essere battezzato cristiano significa per definizione diventare il fratello del Signore.

Poiché tutti i battezzati divenivano fratelli del Signore Gesù, qual era allora il modo migliore per indicare i fratelli biologici di Gesù, ne avesse avuti qualcuno?  Paolo non avrebbe dovuto allora specificare meglio in quel caso che si trattava di fratelli biologici e non di meri battezzati? Inoltre, eventuali fratelli biologici di Gesù avrebbero dovuto essere chiamati fratelli “di Gesù”, non fratelli “del Signore”, ancor più dal momento che “fratelli del Signore” indica solo i battezzati cristiani (per quanto detto). Solo dal momento che Gesù è asceso al cielo, eventuali suoi fratelli biologici potrebbero venire chiamati “fratelli del Signore”. Ma se così fosse il caso, allora “fratello del Signore” cesserebbe all'istante di indicare fratelli nella fede privi del titolo di apostoli.  In 1 Corinzi 9:4-5 Paolo conta il resto dei membri del culto e nel processo elenca gli apostoli, i fratelli del Signore e Cefa. Se con “fratelli del Signore” Paolo si fosse riferito ai fratelli biologici di Gesù, come avrebbe fatto allora Paolo ad indicare gli altri cristiani battezzati che non erano apostoli (cioè non avevano incontrato Cristo in una rivelazione), ma probabilmente facevano parte anche loro delle società missionarie itineranti? La spiegazione più semplice è che Paolo con “i fratelli del Signore” si riferisce a tutti i cristiani battezzati ma non-apostoli.

Quando Paolo in Galati 1:18-20 ci dice che si recò a Gerusalemme e non ha incontrato nessun altro apostolo oltre Cefa ma solo il fratello del Signore Giacomo, questo punto dovrebbe essere considerato alla luce delle stesse informazioni.
Possiamo essere quasi certi che “il fratello del Signore” non è lì per indicare la parentela biologica. Come sottolinea Carrier, andrebbe completamente contro l'argomento di Paolo (contro l'imperioso incipit della stessa stessa lettera ai Galati!) affermare nella stessa lettera che lui non ha mai imparato a conoscere Gesù attraverso fonti umane ma ha incontrato la famiglia del Signore. Se c'era una contraddizione in quelle parole, allora Paolo non poteva eluderla tanto facilmente, di certo non di fronte ai Galati (sospettosi proprio del fatto che Paolo fosse un vero apostolo, ovvero uno capace di comunicare telepaticamente con Gesù senza bisogno di altri intermediari). Se non l'ha fatto allora vuol dire che quella contraddizione semplicemente non c'era e perciò Paolo sicuramente non si riferì a un fratello biologico di Gesù.
“Fratello del Signore” è perfettamente plausibile come semplice titolo che significa compagno di fede, non da ultimo perché è ancora in uso nel cristianesimo e nel linguaggio comune. Prova a leggere qualche scritto da un monaco francescano moderno, ed un eventuale riferimento a un "fratello Giacomo", e di certo non potrai concludere "Ah, questo deve essere il fratello dell'autore". Paolo ha incontrato solo un altro fratello nel Signore, questo Giacomo. Perché dovremmo credere che in un caso con “i fratelli del Signore” egli si riferisce ai cristiani in generale, e un attimo dopo Paolo intende un fratello biologico di Gesù con lo stesso termine?

Fino a quando gli apologeti non risponderanno a questo interrogativo, io ho il diritto di definirli “folli apologeti cristiani”. E per inciso, mi riferisco a gente come Mauro Pesce, Corrado Augias, Bart Errorman. Non (o non solo) ai dementi integralisti cattolici alla Messori, alla Blondet o alla Pischedda.

Paolo sa che Gesù fu sepolto (1 Corinzi 15:4), e aveva dodici discepoli (1 Corinzi 15:5).

Tanto per cominciare, il sepolcro di Gesù menzionato da Paolo tradisce solo la sua volontà, o la volontà di qualche apostolo di Gesù prima di lui, di applicare a Gesù il comune tropos letterario ellenistico della traslazione del corpo, un tropos che prevedeva come consuetudine puramente letteraria un sepolcro per ogni eroe, dio o semidio risorto e/o tradotto al cielo. Così Richard C. Miller. E così già Adela Yarbro Collins:
Il pattern narrativo secondo cui Gesù morì, fu sepolto, e poi tradotto al cielo era un modo naturale per un autore vissuto nel primo secolo di narrare la resurrezione di Gesù.
(Adela Yarbro Collins, Empty Tomb, pag. 130, mia libera traduzione)
Dire “sepolcro” era un modo, uno dei tanti, per dire: resurrezione.


Il problema da risolvere allora è se questa morte, sepoltura e risurrezione si sono verificate sulla Terra o nella copia della Terra come era immaginata esistere nei cieli che avvolgevano la Terra?  




Paolo, per sua stessa ammissione, ha ricevuto le informazioni dalle scritture: "Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture." (1 Corinzi 15:3-4). Dice anche che lui stesso ha ricevuto (1 Cor 15:3), e quindi utilizza il linguaggio che usa normalmente per indicare che ha ricevuto l'informazione attraverso rivelazioni. Paolo ci assicura anche che non ha altra fonte per le sue informazioni su Gesù a parte visioni e rivelazioni:
"Vi assicuro, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato, non è un'invenzione umana. Non ho ricevuto da qualsiasi uomo, nessuno mi ha insegnato che, ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo" (Galati 1:11-12)
Non vi è alcuna traccia che qualcuno avesse incontrato Gesù prima della sua morte. Solo dopo la morte l'angelo Gesù entra in contatto con la gente e perfino allora solo attraverso le rivelazioni.

Le sole fonti di Paolo sono scritture e visioni. Nient'altro!

Gli apologeti insistono che è raro che Paolo ricorda gli insegnamenti di Gesù, ma a volte lo fa in alcune lettere quando ha bisogno di appellarsi a loro. Paolo sarebbe a conoscenza che Gesù proibì il divorzio dal momento che così scrive in 1 Corinzi 7:10-11:

Ora, agli sposati do questo ordine, che non viene da me, ma dal Signore stesso, che ha detto: «la moglie non deve lasciare il marito». Se, invece, vive separata da lui, non deve avere relazioni con altri uomini, oppure rifaccia pace col marito! Il marito, dal canto suo, non deve divorziare da sua moglie.
Questa informazione però proviene da quelli che hanno conosciuto Gesù,  ma poichè Paolo stesso dice di non aver ricevuto nulla dal Signore se non attraverso la rivelazione, è ragionevole pensare che lui ha attinto a quelle informazioni nello stesso modo. Inoltre in Israele al tempo di Gesù non era permesso alle donne divorziare dai loro uomini. Il divorzio era una realtà non-ebraica. Per giunta, le parole di Gesù non si troveranno in questa forma neppure nei vangeli (si veda Matteo 5:32).

Gli apologeti dicono che in questo punto Paolo era debitore ad una tradizione risalente al Gesù storico:

Come mai? Non potreste mangiare e bere a casa vostra? Perché disprezzate così la Chiesa di Dio e offendete quelli che sono poveri e non possono portarsi da mangiare? Che devo dire di queste cose? Dovrei forse farvi i miei complimenti? No di certo!
Questo è ciò che il Signore stesso ha detto della sua Cena, ed io così vi ho insegnato: la notte in cui fu tradito, il Signore Gesù prese del pane, e dopo aver ringraziato Dio, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è dato per voi. Fate questo in memoria di me ».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice di vino e disse: « Questo calice è il nuovo patto fra Dio e voi, un’alleanza fatta col mio sangue. Ogni volta che ne berrete, fatelo in memoria di me.
(1 Corinzi 11: 22-25)

Ma Paolo dice che egli stesso [
ἐγὼ] “ha ricevuto dal Signore” [παρέλαβον ἀπὸ τοῦ Κυρίου]. Dal momento che chiaramente lui non ha incontrato Gesù significa che ha ricevuto visioni e rivelazioni dal Signore. Egli non ha sentito questa informazione da alcun discepolo. Egli non menziona neppure che alcuni discepoli sarebbero stati raccolti in una determinata occasione. Neanche il discepolo più atteso in questa scena, Giuda Iscariota, è menzionato. Egli non intende probabilmente neppure che Gesù fu “tradito”, come gli apologeti fanno recitare al testo di Paolo “sotto le lenti colorate di vangelo” (per usare una felice espressione di Earl Doherty). παρεδίδετο significa “fu consegnato” anche se questo di per sé potrebbe significare anche “fu tradito”. Ma quando Paolo usa questa parola in altre parti del testo si riferisce alla sua consegna: la consegna di Gesù perchè venga sacrificato. Ragionevolmente egli intende lo stesso qui. Sembra quindi essere un evento che si svolge in una dimensione celeste e che Paolo apprese attraverso una visione durante la quale Gesù in persona apparve a lui. Infatti le sette epistole paoline autentiche riportano che le scritture e le rivelazioni dirette da Gesù costituiscono l'unica fonte di informazioni su Gesù, per Paolo.

Sostenere che Paolo scrive in grande coerenza coi vangeli è una grande esagerazione. Ma i vangeli attinsero certamente una parte delle tradizioni sotto la mediazione, tra gli altri, di Paolo.

L'evidenza ci porta perciò nella direzione opposta a quella voluta dai folli apologeti cristiani. Paolo non poteva ignorare la vita e l'insegnamento di Gesù se i vangeli preservano un nucleo di verità storica.   Tuttavia, è un fatto che Paolo ignorò la vita e l'insegnamento di Gesù. Così, i vangeli non possono essere veri. Così, neppure Pietro seppe qualcosa su Gesù (senza necessità, per spiegare quella sua ignoranza di Gesù, di essere un pescatore analfabeta come lo ritraggono i vangeli). Così, neppure Giacomo poteva essere stato un fratello biologico di Gesù.

 1 Corinzi 2:2 riporta il messaggio principale di Paolo:

...perché avevo deciso che avrei parlato soltanto di Gesù Cristo e della sua morte sulla croce.
Il Cristo crocifisso certamente interessò moltissimo Paolo. La stragrande maggioranza dei cristiani oggi crede che Paolo stia parlando di Gesù come ne parlano i vangeli: crocifisso sul Golgotha. Mentre io pure credo che il Cristo di Paolo fu crocifisso. Ma nel cielo. Quando Paolo scrive che “le potenze cosmiche [poi spesso interpretati come Pilato e Caifa o i loro demoniaci ispiratori] ... crocifissero il Signore della gloria” (1 Corinzi 2:8), questa è più una interpretazione che una traduzione letterale del greco. Queste “potenze cosmiche” sono letteralmente “gli arconti di questo eone”, ed era un nome comune per indicare gli spiriti, i demoni, la cui presenza infestava i cieli inferiori sopra la terra. Gli arconti non sono veri sovrani, ma era un termine gnostico per indicare gli esseri spirituali non divini che costituivano i veri padroni del mondo. Quando la parola greca αἰών (eone) viene utilizzata nella letteratura contemporanea allude spesso ad un tempo storico mondano. La letteratura “eretica” recuperata a Nag Hammadi usò la parola solo in un contesto spirituale, celeste o gnostico. Anche quando occorre in contesti simili il plurale ἄρχοντες (arconti, dominatori), ad esempio in Efesini (2:1-2, 3:8-11, 6:11-12), Colossesi (2:14-15) e la lettera di Ignazio agli Efesini (19), fa riferimento in tutti i casi ai poteri cosmici che soffocano  questo mondo nella loro morsa.

Se è solo di Paolo la “stranezza” del suo enigmatico silenzio su Gesù, possiamo allora perdonarlo? Possiamo volgere lo sguardo fuori di Paolo e vedere magari qualche altro cristiano anteriore ai vangeli, per quanto posteriore a Paolo, capace finalmente una buona volta di menzionare un Gesù storico?

 No. Non solo Paolo, ma praticamente tutti i “cristiani” che scrivono prima della stesura del primo vangelo non mostrano alcuna conoscenza di Gesù come di un personaggio storico. 
Non è dunque una “stranezza” di Paolo, e solo lui. Ma è l'evidenza che ci offre, di nuovo e di nuovo, certezza morale che Gesù non esistette mai sulla Terra.

Nonostante la lunghezza di questo articolo ho solo superficialmente toccato la chiave. Ho brevemente descritto quello che Paolo non mostra di conoscere riguardo a Gesù, ho dato alcuni esempi di cose che avrebbe dovuto dire e di cose che dice che contraddicono direttamente ciò che si legge nei vangeli. Come tutte le teorie, ci sono indizi pro e contro. Ho evidenziato la maggior parte dei passi che di solito sono invocati per sostenere che Paolo sapeva di Gesù come di una persona storica e ho scoperto che la maggior parte di essi non costituiscono evidenza di alcun evento storico, che in altri casi esistono spiegazioni alternative dei medesimi passi dove Paolo stesso afferma con forza di aver saputo solo tramite rivelazioni e scritture o dove Paolo stesso parla di eventi che hanno avuto luogo nei cieli, quei cieli che lui stesso sostiene di aver visitato. Quei cieli erano un riflesso di eventi sulla Terra, o meglio gli eventi sulla terra erano un riflesso di ciò che avveniva nei cieli. 

Solo coloro che sono già convinti e/o che non sanno bene gli argomenti miticisti possono essere convinti storicisti - a prescindere dal fatto Gesù sia esistito o meno. 

Personalmente io provo particolare soddisfazione nell'essere in possesso di reale, innegabile verità sulle origini del cristianesimo - e qui alludo alle crescenti leggende attorno ad un arcangelo Gesù spirituale, fortemente influenzato da una specie di gnosticismo dove sogni e pensieri creavano o invadevano la realtà, un arcangelo Gesù celeste nutrito da un miscuglio inesauribile di religioni mistiche e influenze orientali. E non posso che constatare con estremo disincanto la presenza di un'intera industria meglio nota come “cristianesimo” (o quel che oggi vi rimane) che si oppone in tutti i modi alla divulgazione di quest'informazione.

 Io penso veramente che nei prossimi decenni il miticismo ha il potenziale per rovesciare il paradigma storicista proprio come fece già a suo tempo il miticismo con Mosè e Abramo (il nome scientifico del miticismo nell'Antico Testamento è MINIMALISMO), oppure almeno di dividere il consensus in due campi: storicista/miticista.

sabato 17 ottobre 2015

Il cristianesimo ha tradito Gesù? Falso!!!

OCA: Vi sono racconti chiamati Racconti di mamma oca. I racconti che la Chiesa ci narra sono “racconti di mamma oca”, visto che siamo tonte paperelle e la Chiesa è nostra madre. 
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

“Il cristianesimo ha tradito Gesù?”
- Così suonava un titolo provocatorio ma efficace usato però dalle mani sbagliate, come titolo di un libro di Giorgio Jossa, incapace peraltro di fornire una risposta convincente a quella domanda (essendo Jossa nient'altro che un banale folle apologeta cattolico della stessa stregua di un Jerim Pischedda, per capirci).
Quell'interrogativo permette una di quelle facili semplificazioni teoriche applicate di solito a questioni complesse nella misura in cui riesce a catturare in estrema sintesi le principali sostanziali differenze tra le varie opinioni correnti intorno a Gesù mediante le diverse risposte che gli si possono offrire.
Perchè sono tre sostanzialmente le risposte possibili a quella fatidica domanda:
- sì;
- no;
- in parte.

Si tradisce qualcuno quando non si riporta il suo vero messaggio. Quando addirittura lo si spaccia più o meno fraudolentemente per l'opposto di quello che effettivamente è. Oppure quando si tace semplicemente sul suo vero messaggio (coll'intento più o meno deliberato di eclissarlo) o sulla sua vera identità (per timore di comprometterla). Oppure ancora quando gli si attribuiscono parole che semplicemente non sono sue e che non ha mai pronunciato.
Chiaramente è necessaria come precondizione al tradimento di qualcuno l'esistenza storica di questo “qualcuno”. Si può tradire un uomo o una donna. Non si può tradire un unicorno, un drago o un angelo. Non si può tradire, per definizione, un'entità inesistente. Se Dio non esiste, come si fa a tradire Dio? Un'entità che non esiste e che non è mai esistita non può mai essere tradita, neppure quando gli si cambia volto, sebbene il semplice fatto della sua non-esistenza può benissimo tradire in ogni momento chi crede al suo opposto. Ma in tal caso l'autore da ultimo del tradimento è l'essere inesistente stesso, neppure chi l'ha fatto passare per esistente, tantomeno chi è vittima della fede nella sua esistenza.

Un esempio di un personaggio storico che fu letteralmente tradito dai suoi seguaci già in vita e dopo la sua morte, tradito nel senso che intendo io appena sopra, fu Hailè Selassié: egli era un cristiano etiope e morì da cristiano etiope, eppure fu deificato contro la sua volontà. Questo per me è un tradimento.

Richard Carrier
menziona l'esempio istruttivo di Selassiè con la chiarezza che gli è solita:

È abbastanza comune per i personaggi storici diventare circondati da un vasta quantità di miti e leggende, e anche davvero rapidamente, soprattutto quando divenuti oggetto di venerazione religiosa. Pertanto, il fatto che questo sia successo mai in sé prova che la persona in questione non esistesse. Un esempio relativamente recente è l'elevazione dell'imperatore etiope Hailé Selassie al rango di un dio ... da parte di persone a cui non ha mai chiesto questo favore e anzi ha anche più volte supplicato di smettere. La sua divinizzazione (e continuata adorazione fino ad oggi) è il fondamento della fede moderna del rastafarianesimo, che conta centinaia di migliaia di aderenti in tutto il mondo. È illuminante che sappiamo che professava alla sua morte la propria fede cristiana e conosciamo la sua continua disperazione per il fatto che era stato elevato in una divinità venerata così rapidamente nonostante le sue proteste (e si potrebbe pensare che se il tuo dio personale si lamentasse della tua adorazione di lui, tu l'avresti ascoltato  ̶ eppure siamo qui). Miti e leggende su di lui crebbero rapidamente, anche durante la sua stessa vita, e tanto più rapidamente nei due decenni dopo la sua morte, avvenuta nel 1975. Eppure niente aveva alcun fondamento nella realtà. Per nulla. Eppure ancora rimangono le affermazioni centrali di una fede vivente.
Il parallelo con Gesù dovrebbe essere cautelativo: se questo poteva accadere a Selassie, potrebbe ancora più facilmente essere accaduto a Gesù, non essendoci un'istruzione o un'alfabetizzazione universale, o perfino media per se nel mondo antico.
Forse Gesù stesso continuamente pregò i suoi seguaci di non adorarlo. Eppure lo hanno fatto comunque. Noi non sappiamo, perché a differenza di Selassié, le sole testimonianze che abbiamo di Gesù sono scritti da suoi devoti adoratori.  Quindi, forse, ogni cosa detta di Gesù è proprio altrettanto fabbricata come ogni cosa ora raccontata di Selassié. Eppure è detta comunque. E non solo detta, ma creduta completamente da ogni aderente della fede, anche a fronte di prove schiaccianti del contrario.
Ma non solo i paralleli cautelativi, anche i paralleli fattuali sono numerosi. Edmund Standing riassume questo punto elegantemente:
Guardando allo status di Hailé Selassié nella religione del Rastafarianesimo troviamo i seguenti aspetti: (1) la venuta sulla terra di una figura messianica che fu profetizzata nell'Antico Testamento; (2) una nascita accompagnata da miracoli; (3) un bambino con immensa sapienza divinamente concessa che possedeva poteri miracolosi; (4) un messia le cui azioni furono prefigurate negli scritti dell'Antico Testamento; (5) un uomo che poteva fare miracoli e nella cui presenza si verificarono miracoli; (6) un uomo che fu adorato e ritenuto divino da migliaia di persone che non lo avevano nemmeno incontrato; (7) un uomo che era l'incarnazione di Dio e che continua a vivere nonostante le prove della sua morte; (8) un uomo che i suoi seguaci predicano e col quale sono in comunicazione; (9) un salvatore che  un giorno tornerà a raccogliere un popolo eletto che vivrà sotto il suo dominio in un regno di Dio. Nonostante i fatti relativi alla figura storica reale di Selassié, come si vede, i Rastafariani hanno costruito una vasta mitologia religiosa intorno a lui, e addirittura lo hanno fatto durante la sua vita.

Immaginate se, a un certo punto del futuro... la stragrande maggioranza del patrimonio storico fosse perso... [e] che le uniche testimonianze esistenti di Selassié che sono sopravvissute fossero i racconti devozionali rastafariani. [Allora ...] la sola storia su cui gli storici avrebbero da lavorare sarebbe composta da strati di mitologia. La storia di Selassie, un uomo sorto in un tempo in cui gli etiopi erano febbrilmente in attesa della venuta del Messia, sarebbe ricolma di riferimenti al compimento delle profezie dell'Antico Testamento, storie di miracoli, storie di Dio che cammina sulla terra, e la negazione della realtà della morte del Messia. Avrebbero letto che Selassié è ancora vivo e che una parte della prova di ciò è che i seguaci potevano “comunicare in spirito” con lui. Come risultato di ciò, sicuramente ci sarebbero alcuni che adotterebbero una posizione “miticista” per quanto riguarda il Selassié storico.
E tuttavia, naturalmente, se lo facessero, sarebbero in errore. Perché è esistito davvero un Selassié. Solo che non era niente di neanche lontanamente simile alle “narrazioni” che i suoi adoratori scrissero e raccontarono su di lui. Nello scenario immaginato da Standing, la verità sul Selassié “storico” sarebbe stata completamente persa. Frammenti di verità rimarrebbero nei superstiti testi devozionali dei suoi adoratori, ma senza fonti indipendenti contro le quali controllarle, non avremmo alcun modo di sapere quali dettagli erano storici e quali mitici. Siamo difficilmente in una qualche posizione migliore rispetto a Gesù, per il quale tutte le fonti dirette (se mai ce ne fossero alcune) sono state completamente perdute, e tutto quello che abbiamo sono i racconti e le pretese devozionali dei suoi adoratori fanatici. Questo significa che la ricostruzione del Gesù storico potrebbe essere semplicemente impossibile. Ma ciò non significa affatto che non c'era nessun Gesù storico.
Ci sono differenze significative, tuttavia, che distruggono l'analogia di Standing. In primo luogo ci sono le lettere di Paolo, che in realtà precedono i vangeli di decenni e sono la testimonianza più vicina che abbiamo all'originale Gesù (se vi era uno), ma quelle lettere conoscono solo un uomo cosmico e non contengono nessuna vera storia di lui del tutto (come dimostrerò nel capitolo 11). In secondo luogo ci sono i metodi di costruzione dei vangeli, che sono così completamente mito-simbolici che la loro composizione in realtà argomenta contro la possibilità che contengano qualche vero dato storico del tutto (un punto che esaminerò nel capitolo 10). E, infine, l'ipotesi di Standing che noi possiamo aspettarci che tracce indipendenti siano scomparse nel caso di Gesù non è in realtà molto probabile come lui pensa. Se Gesù era tanto famoso come Selassié, sarebbe strano non sentire nulla di lui, così strano come lo sarebbe nel caso di Selassié ora (come spiegherò nel capitolo 8).
Per evitare questa stranezza dobbiamo concludere che il vero Gesù era un virtuale nessuno. Ma ci sono ancora problemi con l'evidenza che suggeriscono che lui non era nemmeno quello (come spiegherò nei capitoli 8, 9 e 10). Tuttavia, le proposte metodologiche di Standing sono profonde: solo se le differenze che io ipotizzo esistono realmente il confronto fallirà. In caso contrario, è perfettamente possibile che un reale Gesù risieda alla base di tutti i miti esistenti su di lui. Proprio come è il caso per Hailé Selassié. È accaduto prima nella tradizione cristiana, sia a persone reali, sia a persone di fantasia (come sospetto che rivelerebbe ogni rassegna della pletora di santi venerati nella tarda antichità e nel medioevo). Quindi, quale fu il caso per Gesù?

(On The Historicity Of Jesus, pag.18-20, mia libera traduzione)

Gli storicisti si dividono sulla risposta da dare alla domanda: “Il cristianesimo ha tradito Gesù?”.

Come esempio di chi risponde “SÌ” a tale domanda tra gli storicisti, non è necessario fare i nomi di chi pensa che Gesù fu un sedizioso antiromano (vedi Brandon) o un mago sbucato dall'Egitto (vedi Morton Smith) per cui sarebbe d'obbligo accusare prima facie di tradimento i primi cristiani come Paolo rispetto a quel Gesù. No. Perfino un insospettabile studioso conservatore cristiano, invero, un folle apologeta pentacostale sotto mentite spoglie di storico  ̶  mi sto riferendo a Larry Hurtado  ̶  può dare adito velatamente all'accusa di tradimento di Gesù da parte del cristianesimo originario, quantomeno perchè la sua visione di come emerse l'Alta Cristologia dei primi giorni del cristianesimo produrrebbe un'inconsistenza logica ben denunciata dal prof Crispin Fletcher-Louis nel suo recente volume Jesus Monotheism, laddove scrive:
Hurtado presenta una spiegazione delle origini cristiane che non si basa su nessuna particolare comprensione del Gesù storico, al di là di un essenziale insieme di proposizioni circa la sua reale esistenza e il suo impatto sui suoi seguaci, che Hurtado crede “imporrà un chiaro ampio assenso” tra gli studiosi critici del Nuovo Testamento. Hurtado non si avventura ad una comprensibile spiegazione delle mire, intenzioni o autocomprensione di Gesù. Comunque, lui è chiaro che la ragione per cui i più antichi cristiani giunsero ad adorarlo non fu perchè vennero a vedere che il Gesù storico fosse degno di adorazione alla luce di qualcosa che fece, disse, o di qualcosa che loro credevano fosse intrinseco alla sua esistenza (e morte). I più antichi cristiani adoravano Gesù dopo la sua morte e resurrezione perchè essi credevano che Dio comandò loro di fare così nel contesto di potenti esperienze religiose. La devozione di Cristo era basata su che cosa Dio era creduto di aver fatto a Cristo alla sua resurrezione ed esaltazione, non su qualcosa di esplicito oppure implicito nelle sue parole, azioni, o nelle sue personali affermazioni su di sè.
Se noi combinassimo quei due aspetti della sua opera  ̶  nessuna particolare messa in conto del Gesù storico e nessuna base per la devozione di Cristo nell'esistenza storica di Gesù  ̶ noi troveremmo che sul suo modello non esiste nessuna connessione logica tra il fatto della devozione di Cristo e la natura della vita di Gesù di Nazaret. Questo significa, a sua volta, che è difficile vedere come l'adorazione del Signore Gesù Cristo possa realmente essere l'adorazione di Gesù di Nazaret in ogni senso dotato di significato. In effetti, i più antichi credenti adorarono il “Signore Gesù-glorificato-e-trasformato Cristo”. Il Cristo risorto ed esaltato non fu adorato perchè aveva vissuto una vita di un peculiare tipo di essere umano, un essere umano unicamente divino. Il Cristo esaltato non è riverito perchè i cristiani del primo secolo credevano che le specifiche parole e azioni storicamente contingenti di Gesù di Nazaret fossero unicamente degne di  ̶  oppure che rivelassero qualche più profondo, eterno  ̶  divino status e identità.  Inevitabilmente allora, il modello di Hurtado crea l'impressione che esiste solo una debole connessione tra l'umano Gesù di Nazaret e l'esaltato e ora divino Cristo. Certamente, nei termini della terminologia del tradizionale discorso cristiano, la struttura della relazione tra il Gesù storico e il Cristo dell'antica fede cristiana sembra essere adozionistica: per Hurtado, il Gesù della Storia è sollevato da una posizione e status che non era intrinsecamente degna di adorazione, ad una posizione e status che Dio ora dichiara essere, oppure che egli rende (in qualche modo), degna di adorazione. Per Hurtado, dopo la resurrezione ed esaltazione, “Dio” in qualche profondo modo ora comprende un “essere umano glorificato”. Questa è decisamente un'asserzione. Ma non è proprio la stessa cosa di dire che la divina identità ora comprende una distinta persona preesistente la cui identità è definita da una biografia che comprende una particolare vita umana storica (come narrata in, per esempio, Fil. 2:6-11). Quel che è in gioco qui è se questa valutazione della forma della devozione di Cristo (e la Cristologia che implica) fa pienamente giustizia delle pretese del Nuovo Testamento.
Se noi diciamo davvero poco circa la vita storica e identità di Gesù, noi inevitabilmente svuotiamo la parola “Gesù” in “Signore Gesù Cristo” di significato.  [Nei capitoli posteriori (specialmente capitolo 8 e in parte 6) io tenterò di mostrare che l'eclissi del Gesù storico dalla nostra comprensione della devozione di Cristo ha oscurato le origini della Cristologia del Nuovo Testamento. Ha lasciato vitali interrogativi storici senza risposta proprio nella misura in cui ha distorto la forma della teologia del Nuovo Testamento.]

(pag. 75-76, mia libera traduzione, enfasi originale)

 Visto? Praticamente, il prof Flecher-Louis sta criticando il suo collega Hurtado per aver scommesso la genesi dell'Alta Cristologia dei primi giorni tutto su visioni e rivelazioni (leggasi: allucinazioni) post-pasquali, esautorando di fatto ogni capacità e funzione di un Gesù storico di poter contare in qualche modo da vivo, perfino in una qualche forma allusiva, nella formazione del culto che si originò intorno a lui dopo la sua morte. Il rischio, secondo Fletcher-Louis, è che se si segue Hurtado in questa riduzione al lumicino di qualsiasi cosa fece o disse Gesù in vita, si rende piuttosto fredda la sua rapidissima apoteosi post-mortem, vedendola come mero frutto di esperienze mistico-allucinatorie. È la singolare reazione che un folle apologeta manifesta quando vede che, senza saperlo, la sua ricerca lo conduce dritto dritto alla conclusione miticista per cui all'origine del mito di Gesù tutto quello che era necessario per la genesi del cristianesimo fu solo l'esperienza mistico-allucinatoria di tipo schizotipico avuta dai primi fondatori del movimento e da Paolo. Un Gesù storico non era affatto necessario per indurre quelle rivelazioni e allucinazioni in gente entusiasticamente posseduta dallo Spirito di Dio. Per evitare questa intima “freddezza” annichilatrice della sua fede (perchè un folle apologeta cristiano di solito considera impossibile che un arcangelo celeste mai sceso sulla Terra nel recente passato possa aver avuto un impatto così forte sui primi cristiani come Pietro e Paolo solo mediante visioni e allucinazioni), Fletcher-Louis vorrebbe figurare un Gesù storico in qualche modo in relazione di causa-effetto con la genesi dell'Alta Cristologia immediatamente successiva alla sua morte. Solo così potrà garantire ai suoi occhi che il cristianesimo non ha tradito Gesù. Ma intanto abbiamo visto che, se si accetta il modello di Hurtado, si deve riconoscere l'imbarazzante situazione di un cristianesimo originario che ha tradito Gesù, nel momento stesso in cui lo ha deificato senza chiedergli alcun permesso, neppure una flebile voce in capitolo, solo un ruolo passivo e un silenzio totale da parte sua (che è STRANO, INATTESO, IMPROBABILE, a meno che Gesù non fu letteralmente mai esistito, ma fosse fin dal principio un'essere metafisico rivelatorio). 

Ma intanto abbiamo capito che chi, da storicista, risponde “NO” alla domanda “Il cristianesimo ha tradito Gesù?” può essere solo un cristiano “trionfalista” (come Pischedda, per definizione un folle apologeta cristiano). Per tenere in piedi un plausibile Gesù storico, gli storicisti sembrano apparentemente costretti di necessità a darne un ritratto che contempli inevitabilmente la possibilità, se non la probabilità, di un effettivo tradimento di Gesù da parte del cristianesimo tutto, dalle origini fino ai nostri giorni. Se l'uomo chiamato Paolo dev'essere fatto passare per il più antico cristiano (o proto-cristiano) di cui si ha evidenza primaria, allora, dal momento che la più antica frase cristiana del più antico libro cristiano è Galati 1:1,
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre

dove fin dal principio emerge la contrapposizione tra gli uomini da un lato, e tra Dio e Gesù dall'altro, si può concludere che Paolo ha tradito Gesù:
- se Gesù era solo un uomo che mai si proclamò Dio neppure allusivamente, insistendo che era Dio;
- se il Gesù storico era stato un maestro, perchè Paolo non riportò alcuno (o la maggior parte) dei suoi insegnamenti;
- se il Gesù storico era stato un allucinato posseduto dallo Spirito di Dio, perchè Paolo parlò di un Gesù che possedette spiritualmente altri, compreso lui.
- se il Gesù storico era stato un sedizioso antiromano, perchè Paolo ne fece il garante dell'ordine temporale esistente, perfino nell'imminenza della Fine.
- se Gesù era stato un profeta, perchè Paolo non rivelò niente del genere.
- se Gesù era stato un mago impostore, perchè Paolo ne fece un oracolo di Verità.

L'elenco potrebbe continuare, ma pure se sostituisci ciascuna occorrenza di Paolo sopra menzionata con “l'autore del vangelo X” il risultato sarebbe lo stesso.
Perchè qualunque “Gesù storico” ricostruito a partire dal vangelo X costituisce per definizione una negazione (un tradimento?) del Gesù venduto dal vangelo X.
Perchè in ogni vangelo, perfino nel primo di essi, Gesù è sempre lo stesso (più o meno malcelato) essere preesistente, Figlio di Dio, ecc.
L'unico modo possibile in cui si può rispondere con un sonoro “NO!” alla domanda “Il cristianesimo ha tradito Gesù?” è nel teorizzare che , Gesù affermò effettivamente ciò che Paolo e il primo vangelo osano affermare di lui: non che fece questo o quel miracolo o che fu udito dopo morto, si badi bene (perchè perfino i primi cristiani non avrebbero creduto a tali meri abbellimenti letterari convenzionali) ma che lui affermò di essere il Volto di Dio, la sua celeste immagine, la sua Persona (tralasciando per il momento di discettare in merito alla stretta coincidenza o meno tra tale ipostasi divina e Dio stesso).
Se il cristianesimo non ha tradito il Gesù storico, allora il Gesù storico affermò di essere il “Cristo Gesù” che noi conosciamo: il riflesso perenne della pura e semplice, e persistente, Divinità.

In altre parole, un ebreo del I secolo proclamò la sua stretta identità con Dio, o anche solo quanto di più vicino vi si possa accostare tra tutti gli elementi del Creato.
 
Solo a patto di assumere qualcosa del genere si può dire che il cristianesimo non ha tradito Gesù, dal momento che tutti gli altri casi rientrano a pieno titolo sotto l'insegna del puro tradimento. Chiaramente coloro che pensano che Gesù rivelò di essere il “Gesù” che noi oggi vediamo e tocchiamo allora possono benissimo discordare nella descrizione dei molteplici modi in cui un uomo storico può aver anche solo insinuato o fatto passare sottobanco la mera possibilità di quest'identificazione strictu sensu con Dio (o con il suo Specchio metafisico, il che è la stessa cosa) ma ciò non diminuisce il peso della sua asserzione: un Gesù storico che da vivo non si limitò neppure a insinuare cripticamente l'idea o la mera allusione della sua divinità (o parentela divina) è un Gesù che per definizione fu tradito dal nascente cristianesimo. Sovrapporre ad un essere umano l'idea del divino solamente perchè dopo la sua morte si ricevono visioni, sogni e rivelazioni (leggasi: allucinazioni di tipo schizotipo) significa eliminare per sempre ogni possibile connessione tra quell'uomo storico e la nascita dell'idea della sua divinità.
Significa rinunciare a priori perfino al tentativo di trovare un'implicazione storica di sorta tra la sua vita e la sua immediata apoteosi post-mortem. E non si tratterrebbe più in quel caso di una mera rinuncia a indagare ma della realizzazione finale che un tradimento è in atto dell'uomo Gesù.

Consegnare ai posteri l'equazione “Gesù=Dio” in virtù di una mera allucinazione di Gesù post-mortem significa essenzialmente tradire Gesù. Da qui la necessità, per i folli apologeti cristiani riluttanti ad accettarlo, di spiegare altrimenti la rapida nascita di una “Cristologia Alta” appena a ridosso (si parla di “mesi”, forse “settimane”!) della morte di Gesù su una croce romana. Chi non è cristiano e non ha questo problema (di accusare il cristianesimo originario di tradimento) perfino se lo accetta banalmente come un non-problema (relegandolo magari alla pura sfera teologica e apologetica) si ritrova tuttavia con l'enorme Problema Storico ad esso strettamente associato, e cioè di come sia potuta insorgere una cristologia così vertiginosamente alta appena poco tempo dopo la morte di Gesù su una croce romana, dal momento che è STRANO, perciò INATTESO, perciò IMPROBABILE, che un uomo che non abbia mai detto e neppure insinuato in vita di essere Dio venga trasformato in Dio solo a seguito di una ridicola allucinazione esperita dai suoi seguaci dopo la sua morte, senza alcun'attinenza di sorta con la sua precedente esperienza da vivo. Non solo. Deve spiegare perchè Gesù fa la sua apparizione nella Storia (intesa come patrimonio di ricordi scritti o orali dell'umanità) solo per qualcosa accaduta DOPO la sua morte, e non per qualcosa accaduta PRIMA della sua morte.

E a quel punto irrompe nel nostro discorso logico, con la sua enorme forza esplicativa, la miglior teoria del Mito di Gesù, l'unica ipotesi in grado di spiegare e rimuovere l'“inatteso” e l'“improbabile” da questa paradossale situazione nella quale ci siamo cacciati, dal momento che è l'unica teoria capace di rimuovere e fugare veramente e radicalmente l'imbarazzo di un cristianesimo che ha tradito Gesù.

Perchè quell'imbarazzo è un vero, serio imbarazzo che io personalmente non voglio avere e sarò sincero con il lettore, brutalmente sincero: io mi rifiuto con tutto me stesso, con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima di credere all'assurdo paradosso di un cristianesimo che ha TRADITO Gesù.

Per superare quell'imbarazzo non è sufficiente dimostrare che Gesù pronunciò “davvero probabilmente” questa o quella parabola (come si accinge a fare per l'ennesima volta, in un copione fallimentare e tuttavia da tempo consolidato, quel folle apologeta e prete cattolico di John P. Meier col suo ultimo, inutile volume) perchè qui stiamo parlando di qualcosa che deve indurre per definizione un uomo a spostare (figurativamente) “le montagne”: credere all'equazione “Gesù=Dio”.
Dire che Gesù fu divinizzato perchè fu un maestro di profonda sapienza morale o un profeta apocalittico significa ne più nè meno che TRADIRE Gesù perchè nessuna sapienza morale, nessuna banale collezione di detti (fosse perfino Q), e tantomeno nessun'allucinante profezia apocalittica, può spiegare la nascita di una fede in “Gesù=Dio” capace di “muovere le montagne”.
In questo senso, sono profondamente debitore al prof Stevan L. Davies per aver evidenziato a più riprese quest'aspetto, nel suo Spirit Possession and the Origin of Christianity:
Che cosa fare della storicità di tutto questo? Si dovrebbe credere che la principale ambizione di Gesù di Nazaret fosse realmente di andare a Gerusalemme, soffrire, morire e risorgere di nuovo? Naturalmente no, quella è fiction marciana derivata dalla dottrina paolina. Gli inquietanti “insegnamenti” di Gesù a Gerusalemme nei capitoli 11 e 12 di Marco dettero origine al movimento cristiano? Certamente no; leggili, tu concorderai che non sono principi che formano il culto. Cosa circa le sue predizioni che il Figlio dell'Uomo (il quale come un essere cosmico poteva ben essere qualcun'altro di diverso rispetto a Gesù) è in procinto di venire dopo giorni di disastro per raccogliere i suoi eletti dai quattro angoli della terra, ecc.? (13:7-30). È quello qualcosa che dobbiamo vedere all'origine del movimento cristiano? È un motivo raramente menzionato di nuovo nella tradizione testuale. E il Regno di Dio, che potrebbe o non potrebbe aver qualcosa a che fare con la storia della morte e resurrezione di Gesù, che fare di quello? Tu non apprenderai virtualmente nulla su di esso nel vangelo di Marco, salvo che nei primi giorni della sua vita come un guaritore posseduto dallo Spirito egli parlò favorevolmente circa esso. [Se il capitolo 13 descrive l'arrivo del Regno, allora è un pò simile all'arrivo di una guerra termonucleare. Come possa descrivere il capitolo 13 “buone nuove” è difficile da comprendere, e così eventualmente quel capitolo non sta discutendo del tutto l'arrivo del Regno. In modo simile, Q/Luca 17:26-29 ammonisce gli orrori dei “Giorni del Figlio dell'Uomo”].
(pag. 13, mia libera tradizione)

E ancora:
Che società o che cultura ha mai voluto che i morti risorgono e camminano tra noi? Il folklore cinematografico del genere “horror” è ricolmo dei morti viventi: vampiri, mostri-alla-Frankenstein, spettri e tanti altri personaggi fittizi. Nessuna società incoraggia gli spettri; non ci sono racconti di morti che sbucano dalle loro tombe e ognuno con eccitazione esclama “Hooray! Bentornato!”
...
L'impeto iniziale del movimento cristiano non potevano essere state persone che comunicano ad altre persone che un morto risorse dai morti e camminò tra di loro. Quello non avrebbe costituito unicamente “buone nuove”. Di certo divenne le “buone nuove” nella cultura cristiana, ma dev'esserci stata già una consolidata cultura cristiana. Ognuno educato in una cultura cristiana ha ascoltato dall'infanzia che il messaggio della resurrezione portò la gente nei decenni iniziali dei tempi cristiani ad unirsi al movimento cristiano. Ma quel messaggio sarà gioioso e convincente solo a coloro già sigillati nella loro appartenenza religiosa. Che cosa li coinvolse in primo luogo, se non il messaggio che un morto risorse dai morti? Che cosa vendette il venditore cristiano che la gente ardentemente comprò e trovò ben degno il prezzo? Quella è la domanda (ed una buona metaforica domanda americana del 1930, così dico a me stesso).
Cominciamo con cosa non era. Non era il messaggio di Gesù oppure i suoi insegnamenti oppure le sue parole profetiche. Non sappiamo cos'erano quelli insegnamenti. Le nostre fonti sono tanto confuse quanto lo siamo noi e due di loro, Marco e Tommaso, indicano che trovavano fondamentalmente incomprensibili i suoi insegnamenti pubblici. Paolo non mostra alcun interesse in loro, neppure lo mostrano gli altri scrittori di lettere del Nuovo Testamento, e le dottrine di Gesù non giocano alcun ruolo nella diffusione del movimento cristiano secondo gli Atti degli Apostoli. Giovanni liberamente fabbrica dottrine per Gesù da insegnare.
...
le storie delle apparizioni di Gesù ai suoi discepoli dopo la morte sono ovviamente inventate da varie fonti non in comunicazione l'una con l'altra. In ciascun caso, l'idea che Gesù risorse dalla tomba e camminò tra i suoi discepoli non sarebbe stata presa ambiguamente per un pezzo di buone nuove. La gente di ogni cultura preferisce che i morti stiano nelle loro tombe.
Il cristianesimo non cominciò con apostoli che fondavano un movimento diffondendo dottrine, una biografia, o racconti della resurrezione di Gesù dalla tomba. Quelle cose erano sviluppate come una conseguenza della fondazione del movimento cristiano. La questione non è cos'era circa la vita di Gesù che dette origine al movimento cristiano, ma che cos'era circa il movimento cristiano che dette origine alla narrazione della vita di Gesù.

(pag. 21-22, mia libera traduzione)

Ma se il prof Davies ha ragione - che nessun insegnamento o profezia sarà mai capace di spiegare perchè Gesù fu divinizzato - allora ne deriva che ho ragione io: chi pensa che Gesù fu un maestro o un profeta, un sedizioso o un mago, sta dicendo sostanzialmente che il cristianesimo ha tradito Gesù, perchè sta affermando che i cristiani credettero alla sua preesistente divinità solo sulla scorta di esperienze mistico-allucinatorie post-Resurrezione e non per un ridicolo insegnamento o per una banale profezia fatta da quel defunto quando era ancora in vita (giacchè per definizione una profezia o una dottrina non giustificano in alcun modo la rapida elevazione di Gesù a somme altezze metafisiche).

Lo storicista Davies pensa che allora non fu nè un insegnamento nè una profezia e “neppure la resurrezione” a indurre i discepoli a divinizzare Gesù dopo la sua morte ciascuno per proprio conto, bensì il contagio dell'esperienza di possessione spirituale che lo stesso Gesù da vivo avrebbe insegnato loro (e che si verificò nel giorno della Pentecoste). Il problema però è che anche in quel caso, per aver trasformato impunemente un posseduto spirituale - tra i tanti posseduti spirituali del giorno - in un post-mortem possessore spirituale (dal momento che un Paolo brama di partecipare all'unione mistica con un tale possessore), il cristianesimo ha tradito Gesù. Dal momento che anche in quel caso Davies non riesce a dare ragione del perchè fu proprio l'uomo Gesù, e non altri, tra tutti i posseduti dallo Spirito di Dio (ebrei o pagani), ad essere identificato post-mortem con lo stesso Spirito Possessore di Dio. Il paradosso di un cristianesimo che ha tradito Gesù rimane tutto. E con esso, il mio più profondo e sincero IMBARAZZO a fronte di una così inquietante prospettiva simile.

E d'altro canto non posso neppure oggettivamente farla franca e cavarmela così fin troppo facilmente (come fa lo storicista di turno) dicendo che Gesù fece qualcosa in vita o a ridosso della morte o con la sua morte stessa (magari insistendo sfacciatamente che “questo lo ricaviamo dai vangeli”) che aiutò ad introdurre in qualche modo i presupposti per la sua rapidissima apoteosi post-mortem. No. Non posso ricorrere a questo. E non solo perchè non sono un folle apologeta cristiano ma anche e soprattutto perchè i vangeli stessi sono totalmente inefficaci nel rivelare un Gesù “altro” che non sia quello che è fin dal principio sempre e solo il loro unico “Gesù” propugnato. Se cerchi di estrarre dai vangeli un Gesù storico, ovvero un Gesù che per definizione non è Dio, stai in quell'istante stesso tradendo il Gesù, l'unico Gesù, del vangelo dal momento che il Gesù del vangelo è Dio. Ma non è di questo che sono visibilmente imbarazzato, si faccia attenzione. Io sono fortemente imbarazzato dal fatto che si dica che l'autore del primo vangelo avrebbe TRADITO il Gesù storico vendendo un “Gesù=Dio”. Chi afferma ciò ha già tradito anzitempo lui prima di tutto l'autore del primo vangelo, dal momento che gli sta negando essenzialmente il diritto di fare quello che sta facendo - vendere un “Gesù=Dio”- sotto l'assunzione di fondo che Gesù sia stato storico e perciò non si sia mai proclamato - considerato da quella prospettiva - il Gesù del vangelo, ovvero Dio e/o lo Specchio di Dio.

Il mio imbarazzo, nel credere a qualcosa del genere, deriva dal fatto che trovo troppo paradossale, troppo stralunato, troppo profondamente illogico e irrazionale accettare l'idea che qualcuno, di punto in bianco, arrivi ad allucinare un defunto elevandolo alle vertiginose altezze metafisiche di Dio stesso. E dell'UNICO Dio. Senza nessun genere di relazione di causa-effetto tra un'operazione del genere (introdurre l'equazione “un defunto=Dio”) e la precedente esperienza di ciò che quel defunto fece o disse sulla Terra Firma prima di stendere i piedi una buona volta.

Spiegare che l'uomo Gesù fu divinizzato nel giro di una settimana dopo la sua morte a causa della “dissonanza cognitiva” provocata dalla sua morte sulla croce significa sostanzialmente affermare che il cristianesimo ha tradito Gesù due o tre giorni dopo la sua morte. Questo si chiama tradimento. Perchè si sta di fatto divinizzando un defunto senza il suo consenso. Viceversa, non sarebbe affatto tradimento se quel defunto, quando era ancora vivo, già avesse affermato o insinuato o passato sottobanco in qualche modo l'idea che lui era Dio.

Quindi il mio più sincero imbarazzo di fronte alla prospettiva di un cristianesimo che ha tradito Gesù (nei termini come l'ho spiegato cosa significa: ovvero ipotizzare che un defunto fosse deificato senza il suo consenso oppure senza che si fosse neppure posto il problema da vivo se dovesse essere o meno deificato nel presente e/o nel futuro dai suoi seguaci) mi porta a ritenere più credibile e plausibile o:

1) l'ipotesi che un Gesù storico da vivo già alludeva esplicitamente o implicitamente alla sua stretta parentela con Dio (lasciando agli evangelisti solo il compito di esplicitare in prosa questo “fatto”) ma questo si riduce all'ipotesi che il Gesù glaciale del Quarto vangelo possa essere storico;

oppure, in alternativa:

2) l'ipotesi che il Gesù storico non fu mai esistito del tutto. Perchè, in quest'ultimo caso, non fu il cristianesimo a tradire Gesù.

Ma fu Gesù a tradire il cristianesimo.