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giovedì 23 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Gerard J.P.J. Bolland, «De groote vraag voor de Christenheid onzer dagen: Eene geschiedkundïge studie». Per leggere il testo precedente, segui questo link)

I

II

APPENDICE 

SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.


“Michele”, afferma Helena P. Blavatsky (‘The Secret Doctrine, III, pag. 334), “in quanto reggente del pianeta Saturno, è Saturno; il suo nome misterico è Sabbatiel, [1] perché presiede al sabato ebraico, così come al sabato astrologico”. “Jahvé e Saturno sono uno” (ibid., pag. 316). “I cabalisti ritengono”, aveva scritto fra gli altri C. W. King, “che Mosè e i profeti siano stati ispirati dal genio di Saturno” (The Gnostics and their Remains, 2ª ed., 1887, pag. 125). E secondo Achille Tazio (Uranolog. pag. 135-136), la stella di Crono era detta stella di Nemesi; il che può ricordarci Esodo 31:14; 35:2 e simili passi pieni di minaccia; e con ciò si può ancora confrontare Naum 1:2-3, o la minaccia saturnina che, tratta da Esodo 20:5, viene letta ogni domenica ai nostri riformati, eludendo i passi evangelici come Matteo 5:45; Luca 16:1; 1 Giovanni 4:8; Giovanni 1:17; 1 Corinzi 8:6; Giovanni 8:44; 17:6; Efesini 3:14, e altri. Che Saturno, Crono, Phaenon (cfr. qui Cicerone, De Natura Deorum 2:20, 52), presso i cristiani gnostici o teosofici del 2° secolo, sia stato chiamato Jaldabaoth o figlio del Caos, lo apprendiamo da Origene (Contra Celsum 6:31); e questo Jaldabaoth, cioè Saturno, si rivela essere ancora una volta il dio ebraico. Presso Ireneo di Lione (1:30, 5-6), egli appare come il dio che governa cielo e terra, ma che si è immaginato erroneamente di essere l’Essere supremo; presso Ippolito (Haer. 5:7), i Naasseni o “Serpentisti”, teosofi provenienti dal giudaismo, lo consideravano anzitutto come il creatore e legislatore del mondo. Che “l’angelo” che aveva dato la Legge fosse uno degli “angeli” che avevano fatto il mondo, fu affermato (Epifanio 28:1) anche dai Cerintiani dell’Asia Minore, anch’essi di origine giudaica — cfr. Genesi 1:26; 3:22; 11:7; Giubilei 3:4 e Filone di Alessandria, De opificio mundi 24. Di angeli che avevano creato il mondo e avevano imposto arbitrariamente la Legge parlano pure (Ippolito 6:19) i Simoniani provenienti dalla Samaria; e che il principe dei sette, il grande sovrano, si fosse soltanto immaginato di essere l’Essere supremo, fu raccontato a modo loro (Ippolito 7:25-26), nel corso del 2° secolo, anche dai Basilidiani. Anche i Mandei credono ancora che alla creazione del mondo abbiano collaborato gli spiriti planetari; cfr. di nuovo Genesi 1:26; 3:22; 11:7, ecc. E fu dunque il Padre di Gesù a dare la sanguinosa Legge giudaica, secondo Paolo? Si veda Atti 7:53; Ebrei 2:2; Galati 3:19; Romani 4:25; 1 Corinzi 7:23; Galati 3:13! Per cominciare, tutta la vanità della creazione (Romani 8:20) non ricadeva sul Dio buono, [2] e anche la Legge era stata data da altri; per Paolo essa era una maledizione, da cui il sacrificio di Cristo ci aveva riscattati. La crocifissione di Cristo, afferma Paolo (1 Corinzi 2:8), è imputabile ai dominatori di questo mondo, anche se la sua teosofia non proclama apertamente che il primo e l’ultimo di quei principi sia il pagano-giudaico Kewan, Crono o Saturno, lo Jaldabaôth, i cui subordinati sono spiriti malvagi dai piedi di gallo. [3] Il quarto evangelista, sebbene non dica come Paolo (Romani 8:3) che il Figlio è stato mandato in somiglianza della carne del peccato, fa tuttavia capire (Giovanni 14:30) che il principe di questo mondo non ha avuto presa su Gesù, e che per nostro bene è stato così ingannato dalla bontà celeste. E benché fin dal principio (2 Corinzi 4:4) il dio di questo mondo abbia accecato le menti dei suoi riguardo al Vangelo, sicché (Romani 11:25) è sopraggiunto un indurimento parziale su Israele, sebbene il dio dei giudei, nelle comunità di Gesù, venisse per finta identificato con il Padre buono di Gesù per restaurarne l’onore, dopo l’anno 70 il suo regno era finito. Il sacrificio giudaico era scomparso, la vera luce (1 Giovanni 2:8) aveva cominciato a risplendere, e Paolo’ (Colossesi 2:14-18) avrebbe continuato a indicarci che non dobbiamo più badare all’intero culto astrologico dei giudei, incluso il sabato, poiché Cristo Gesù ha trionfato su principati e potestà. I dominatori di questo mondo di tenebra, gli dèi planetari, sono (Efesini 6:12) precisamente i tiranni contro i quali si svolge la lotta; il Signore dei giudei non è più riconosciuto come Signore dai fedeli del Signore Gesù (1 Corinzi 8:6); e forse in Matteo 6:24 conviene ricordare che kakkab ili Manman, la stella del dio Manman, era la stella di Saturno. In ogni caso, i seguaci di Gesù (Efesini 3:14) si inginocchiano davanti al Padre, [4] e hanno (Efesini 4:5) un solo Signore; e, nonostante tutte le alterazioni posteriori, quel Signore (cfr. 1 Corinzi 8:5-6 e Giovanni 16:3) non è lo spirito maligno di 1 Samuele 19:9 o di 2 Samuele 24:1. 10-15, non è lo spirito malvagio di questo mondo, non è Saturno o Sabbatiel, il dio del Sabato.

NOTE
[1] “Spiritus Saturni nuncupatur Sabbathiël” [=“Lo spirito di Saturno è chiamato Sabbatiel”]. Heinrich Cornelius Agrippa, De occulta philosophia 3:28. Dott. E. Bischoff: “Presso l’Ost-Kibla Michele era = Saturno-Nergal, l’astro sabbatico d’Israele” (‘Babylonisch-Astrales in Thalmud und Midrasch’, Lipsia 1907, pag. 136).
[2] Confronta qui la teosofia peratica (= “ebraica”) presso Ippolito 5:17, pag. 137.
[3] Nel terzo secolo (Sanh. 63 b) Rab sostenne che l’immagine di Nergal (2 Re 17:30) fosse stata un gallo; e una lastra di bronzo proveniente dall’Assiria, con scene dell’oltretomba, mostra un demone eretto dietro di esso, con testa e corpo di cane, ma con zampe di gallo al posto delle gambe. Il nome rabbinico per il gallo stesso, tarnegool, è, a quanto pare, babilonese.
[4] Ἤινεσαν τὸν ἄνω Πατέρα τὸν ἐπάνω τοῦ Ἰαλδαβαώθ· [=“Lodarono il Padre superiore, che è al di sopra di Ialdabaoth”] Epifanio 37:4; cfr. Giovanni 16:3.

mercoledì 22 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

 (segue da qui)


SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.


Il profeta Amos (5:26) chiama Kewan la stella del dio d’Israele. Dunque, tra l’800 e il 700 A.E.C., prima della codificazione e legittimazione sacerdotale degli antichi costumi — così come essa si è compiuta dopo l'esilio babilonese — era opinione profetica che l’osservanza israelitica dell’inattività nel settimo giorno fosse in realtà un culto di Saturno; infatti Kaiwān, Kaiwānu (o Kaimanu) era a Babilonia il nome del pianeta di Ninib, cioè Crono o Saturno. Kochab Shabbāth, la stella del sabato, era dunque, secondo Epifanio (p. 34), chiamata Saturno dai Farisei, e tale designazione sembra ancora talmudica; [1] anche a Tacito (Hist. 5:4) fu riferito che il giorno di riposo ebraico veniva osservato in onore di Saturno. Nel tempio di Salomone doveva esserci una statua di Jahvé; la “colonna” del tempio, davanti alla quale stava l’altare, e della quale in seguito si fecero due colonne erette davanti al tempio, sarà stata la colonna d’immagine di Jahvé (Si vedano qui, nell’ordine indicato, 1 Re 7:21; Geremia 52:17.21-22; 2 Re 25:13.17; 11:14; 16:14; 23:3; Isaia 10:11; Amos 9:1-2; Ezechiele 8:5). E l’idolo menzionato ancora in Ezechiele 8:5 — l’“idolo della gelosia”, a causa del quale il profeta è preso da sdegno — poteva ben essere un’immagine di Kaiwān, di Saturno. Dopo l'esilio babilonese, tuttavia, l’antico giudaismo imparò a concepire il proprio Dio in modo più persiano; [2] ciò risulta, ad esempio, dall’affermazione di Salmi 27:1 secondo cui Jahvé è la sua luce, e dall’alternanza, nei libri di Esdra e Neemia, tra le formule “dio d’Israele” (Esdra 1:3; 3:2; 4:1; 7:6.15) o “dio di Gerusalemme” (7:15.17.19) e la più elevata espressione “dio del cielo” (1:2; 7, 12.21; Neemia 1:4 ecc.), che alla fine prevale per la sua connotazione meno ristretta e più persiana. Lo stesso emerge nella contrapposizione tra Micael e Samael, tra spiriti buoni e spiriti malvagi, in cui credevano i Farisei — i quali, rispetto ai Sadducei, [3] potrebbero forse considerarsi i “filo-persiani”. [4] “Rabbì Simeon bar Lakish ha detto che i nomi degli angeli e dei mesi furono portati con sé da Babilonia” (Talmud di Gerusalemme, Rosh ha-Shanah 1:2). “Essi dicono”, scrive Agostino (De civitate Dei 19:3), “che ci sono dèi; noi, invece, li chiamiamo semplicemente angeli. Se dunque in Daniele 10:21 si parla del nostro principe Michele” e in Daniele 12:1 del “grande principe che protegge i figli del nostro popolo”, egli viene presentato come un angelo, e si ha motivo di pensare all’“eone di questo mondo, il principe della potenza dell’aria di cui parla Efesini 2:2. Michaja significa “chi è come Jahvé”, e Michele chiede: “chi è simile a Dio (d’Israele)?”; ma “nessuno è come il Dio di Jeshurun (= “l’onesto”, cioè il giudeo), che, nella sua maestà, cavalca i cieli, il firmamento, per venire in aiuto” (Deuteronomio 33:26). “Michele, uno dei principi supremi”, dice Daniele (10:13), “mi è venuto in aiuto”. Nella cabbala, Zohar I 167b pone l’angelo Sandalphon (Synadelphon = “fratello compagno”) a sovrintendere alla preghiera d’Israele; di lui (Zohar II 58a) si dice che emani un fuoco divoratore, come in Levitico 10:2 e altrove il fuoco divoratore proviene da Jahvé. Ma in Zohar I 287a il sommo sacerdote celeste è chiamato Michele (cfr. Ebrei 2:17; 4:14-16; Apocalisse 12:7). Abbiamo dunque, in “Michele”, un πρόσωπον, un volto o maschera, che ancora rivela come il giudaismo si riferisca — o si sia riferito — a un protettore distinto dall’Essere supremo: il dio degli ebrei non fu il dio degli dèi. [5] Deuteronomio 32:8-9 afferma, nella versione restaurata, che, quando l’Essere supremo separò le nazioni secondo il numero degli dèi, il popolo ebraico divenne la porzione di Jahvé. Si può tener presente che i Babilonesi concepivano al vertice celeste un dio supremo, Anu, il quale però non impediva loro di considerare come proprio dio Marduk, pensato nel segno del toro celeste e innalzato, a modo loro, come dio solare e dio planetario sopra tutti gli altri. [6] In Deuteronomio 6:4 si deve leggere probabilmente, nel senso più proprio, che Jahvé è il dio d’Israele, Jahvé soltanto; e in Esodo 22:28, dove forse si intende una forza interiore, il principio superiore che è nell’intimo dell’uomo, i traduttori alessandrini hanno ancora letto che non si devono bestemmiare gli dèi — θεοὺς οὐ κακολογήσεις (Cfr. Filone d’Alessandria, De vita Mosis 3, 26 e 7, 321 ed. Holtze; Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 4:8, 10; Contra Apionem 2:33). In Gesù ben Sira (Siracide 36:17) troviamo una preghiera di misericordia per il popolo che — come in Geremia 14:9 — porta il nome del suo Dio. E in Filone di Biblo, Eusebio (Praeparatio Evangelica 1:10, 29) ha letto che “Crono è colui che i Fenici chiamano Israele”; così, secondo la testimonianza cananea, il dio d’Israele sarebbe Israele stesso, e questo non sarebbe altri che Saturno — il che certo non concorda con il cielo a cui pensiamo in Genesi 19:24 (cfr. Amos 4:11) e in Zaccaria 14:17, o con il sole, che ricordiamo in Numeri 25:4 e 2 Samuele 21:6, né con il firmamento, che abbiamo in mente in Levitico 9:24; Deuteronomio 4:24 e 1 Samuele 7:10 — ma tuttavia conferma il rimprovero profetico che abbiamo tratto da Amos 5:26. Del resto, nei testi di presagi babilonesi, il pianeta Saturno sembra ricorrere spesso come sostituto del Sole; per gli astrologi babilonesi, Saturno pare fosse il sole della notte, come ancora riferisce Diodoro (2:30), secondo cui presso i Caldei Crono è chiamato Helios; e nella Epinomis platonica (987 c), attribuita a Filippo di Opunte, nella versione genuina si legge che alcuni chiamano il pianeta più lento Helios. Comunque sia, il dio d’Israele sarebbe Israele stesso, e questo, allora, Kewan, Crono, Saturno: Saturno, il cupo e sanguinario, nel cui giorno si evitava di intraprendere qualcosa di importante. — Quale fondamento per una delle istituzioni più nobili dell’umanità, o piuttosto: quale inattesa giustificazione del rinnegamento del sabato e della celebrazione della domenica da parte dei più teosofici Nazareni, i quali, secondo Barnaba 15:9, celebrano con gioia l’ottavo giorno! “Perché il Figlio dell’uomo è signore del Sabato” (Matteo 12:8).

NOTE
[1] Della “stella chiamata Sjabbathai” si parla anche nello Zohar 141 b.
[2] Che presso i giudei fosse cambiato molto sin dalle conquiste dei Persiani era noto, tra gli altri, anche a Ecatèo di Abdera (Diodoro Siculo 40:3).
[3] La doppia d in “Sadducei” — cfr. ad esempio l’ebraico maddâ’ e l’aramaico manda’ (= gnosi) — impedisce in realtà una derivazione da Sadoq; forse, agli occhi degli avversari — cfr. ancora Atti 23:8 — i Sadducei erano dei Sandiks, liberi pensatori.
[4] Essi stessi si chiamavano Chaberiem, compagni, e non erano affatto “separati”.
[5] Secondo gli Ofiti, che potevano saperlo, Michele e Samaele erano due nomi per lo stesso essere: Ireneo 1:30, 9. — “Samaele è il capo di tutti i satana”. Debarim rabbâ, fine. — “Samaele è lo spirito del male”. Zohar II 42 a. — Cfr. ancora Giovanni 8:44 e 16:3.
[6] Dione Crisostomo: “I Magi cantano il loro dio supremo come il perfetto e primo auriga del carro perfettissimo” (Discorso trentaseiesimo). Io: allora essi hanno concepito l’Essere supremo, alla maniera dei Babilonesi, al polo celeste.

martedì 21 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

 (segue da qui)


SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.

Parlando dei pianeti, Plinio il Vecchio (Hist. Nat. 2:6) dice che la stella Saturno è la più alta e perciò appare la più piccola, – e che dunque la sua “sfera” deve ritenersi la più vasta. Pausania (5:7, 4) afferma che Crono per primo ebbe il dominio nel cielo; e presso gli Ofiti del 2° secolo (Origene, contra Celsum 6:31) Jaldabaoth è chiamato il primo e il settimo, Jaldabaoth, che essi esplicitamente [1] hanno identificato con il Dio dei giudei, e che non era altri se non il dio-pianeta Crono o Saturno. Dei Farisei sappiamo anche da Flavio Giuseppe che [2] credevano nel Destino; Saturno, dice Taziano (Orat. § 9), è l’amministratore del destino — τῆς εἱμαρμένης οἰκονόμος. Tertulliano (Apologeticum 9) racconta come a Cartagine, dove Saturno, secondo il dialogo Minosse di Platone (315 e), era noto come il dio dei Cartaginesi, ancora sotto il proconsolato di Tiberio gli fossero pubblicamente offerti bambini nei pressi della sua città. I Cartaginesi provenivano dalla Fenicia, e ancora al tempo di Agostino i contadini dei dintorni dell’antica Cartagine si chiamavano essi stessi Cananei; [3] cananea era la lingua di Tiro e Sidone, di Moab, Ammon, Edom, Israele e Giuda (Isaia 19:18). Perciò, ad esempio, Geremia (27:3) poteva aspettarsi che un suo messaggio fosse compreso allo stesso modo da Edomiti, Moabiti, Ammoniti, Tiri e Sidonii. E se i costumi cartaginesi erano costumi cananei, confrontabili con quelli d’Israele e di Giuda, saturnino era altresì il compiacimento che anche il Dio d’Israele un tempo trasse dal sangue: chi non pensa, di fronte ai sacrifici di bambini cartaginesi offerti a Saturno, a Esodo 13:2 e 22:29? O a Ezechiele 20:25-26? Lo Jahvè di 1 Re 16:34 non fu dunque migliore di Chemosh, al quale (2 Re 3:27) fu offerto il primogenito dal re moabita Mesa. “È una dottrina rabbinica che, finché esisteva il Tempio, l’altare procurava l’espiazione per Israele, ma che ora è la tavola dell’uomo a procurargli espiazione; cosa quanto mai significativa, poiché la più notevole sopravvivenza del sacrificio tra la razza in tempi moderni è quella che dimostra di conservare il principio stesso del sacrificio umano, cioè il rito delle Kapparot (espiazioni), l’uccisione di un gallo bianco alla vigilia di Yom Kippur, il giorno dell’espiazione” (J. M. Robertson, Pagan Christs, 2ª ed. 1911, pagine 172, 168). “In un resoconto inglese del 17° secolo sul rito praticato tra gli ebrei della Barberia, si nota che il sacrificio seguiva la lettura dell’antica confessione che si riteneva pronunciata dal sommo sacerdote durante il sacrificio del capro espiatorio” (pag. 169). Il narratore prosegue: “La ragione per cui essi scelgono un gallo per l’espiazione deriva da una parola ambigua nel Talmud, che può significare tanto uomo quanto gallo, [4] così che reputano la morte di un gallo equivalente a quella di un uomo; e a questo animale domestico vengono profanamente e ridicolmente applicati il capitolo 53 di Isaia e molti altri passi della Sacra Scrittura” (The Present State of the Jews, more particularly relating to those in Barbary, di L. Addison, cappellano ordinario di Sua Maestà, Londra 1675, pag. 186). [5] “Con ogni probabilità gli ebrei avevano praticato una qualche forma di questo rito molto prima dell'esilio. E, per quanto riguarda la prassi successiva, possediamo un significativo indizio talmudico nel detto di rabbì Eleazar, secondo cui è lecito uccidere un ‘am ha-aretz (uno ignorante della Legge, un rozzo ‘pagano’) nel giorno dell’espiazione, anche se cade di sabato” (pag. 160). [6] “Si dice che Antioco Epifane avesse trovato nel tempio di Gerusalemme un prigioniero greco che doveva essere sacrificato e mangiato sacramentalmente (Ap. ap. Jos. 2:7). [7] Alla luce di tutti gli indizi, soprattutto di quel detto rabbinico circa la liceità di uccidere un rozzo pagano nel giorno dell’espiazione, non possiamo dichiarare incredibile tale racconto; e l’obiezione di Flavio Giuseppe, secondo cui una sola vittima non avrebbe potuto bastare come pasto per la moltitudine dei fedeli, viene facilmente superata dal principio che le offerte per il peccato erano troppo sante per essere mangiate da altri che non fossero i sacerdoti” (pag. 173).


NOTE

[1] Οὕτὸς ἐστι, φασίν, ὁ θεὸς τῶν Ἰουδαίων, ὁ Ἰαλδαβαώθ [=“Costui è, dicono, il dio dei giudei, Ialdabaoth”].

[2] Come i “pagani”. Manilio: “Fata regunt orbem, certa stant omnia lege” [=“I destini governano il mondo, tutto è stabilito da una legge certa”]. “Scio omnia certa et in aeternum dicta lege decurrere” [=“So che tutte le cose scorrono secondo una legge stabilita e eterna”]. Demetrio presso Seneca, De Providentia 5:6.

[3“Interrogati nostri quid sint, punice respondentes Chanani, corrupta scilicet, sicut in talibus solet, una litera, quid aliud respondent quam Chananei?” [=“Interrogati su chi siano, i nostri rispondono in punico ‘Chanani’, corrotto, come spesso accade in tali casi, di una sola lettera: che altro rispondono se non ‘Cananei’?”] Epistola ai Romani, spiegazione iniziale 13.

[4] Si intende ‘gebr’, ‘gevr’; confronta per esempio Zohar III 171b. Il nome aramaico per il gallo è ‘tarnegóól’, ma l’antico cananeo non ha una parola per esso; il ‘sekhwi’ di Giobbe 38:36 probabilmente non significa gallo, e anche lo ‘zarzîr’ di Proverbi 30:31 non è un gallo, ma piuttosto un levriero.

[5] Qui appare il segreto di Azazel (Levitico 16:10), il segreto di Saturno — di Jahvé stesso.

[6] Un ebreo ortodosso può uccidere chi ha opinioni diverse: ‘Aboda Zara 26b. “Rabbì Eliezer ha detto: è permesso sgozzare un ‘am ha-aretz alla vigilia del giorno dell’espiazione, anche se cade di sabato”. — “Rabbì Samuel ben Nachman ha detto a nome di Rabbì Yohanan: si può squartare un ‘am ha-aretz come un pesce”. Pesachim babilonese 49b. “Rabbì Yohanan ha detto a nome di Rabbì Simeon ben Yehotsadaq che lo studioso sapiente che non è vendicativo e irascibile come un serpente non merita di essere chiamato studioso sapiente”, Yoma 22:2.

[7] Confronta qui Ezechiele 36:13-14.

lunedì 20 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.


“In eterno, Signore, la tua parola è stabile nei cieli”, dice il cantore del tempio ebraico in Salmi 119:89. “Conosci tu le leggi del cielo, o determini tu il suo influsso sulla terra?” — così parla Jahvé stesso nel libro di Giobbe (38:33). E secondo Deuteronomio 4:19, il culto degli astri è stato voluto e ordinato da Jahvé per i popoli. “Poiché essi sono guidati dalle stelle”, dirà più tardi Maometto in Sura 16:16. Ma a coloro che, in Gerusalemme, interpretavano questo nel senso che sulla volta celeste fosse scritto anche il destino del popolo di Jahvé, giunse la parola profetica di Geremia 10:2: “Non imparate la via delle nazioni e non temete i segni del cielo, poiché sono le nazioni che ne hanno paura”. E Isaia 47:13 ammonisce: “Ti sei stancata dei tuoi molti consigli; si presentino ora e ti salvino gli osservatori del cielo, gli astrologi, quelli che ogni mese ti fanno sapere ciò che ti accadrà”. A Babilonia, infatti, si credeva di poter leggere nel corso delle stelle una scrittura celeste: lo zodiaco [1] era come un libro in cui, nel cielo, erano scritte le leggi divine, e il firmamento su entrambi i lati ne costituiva un commento doppio. “Di tutto ciò che esiste sulla terra”, dice Filone d’Alessandria nel suo trattato ‘sulla monarchia’ (2:5), “i segni sono scritti nel cielo”. E Plotino ripete (Enn. 2:3,7): Ὥσπερ γράμματα ἐν οὐρανῷ — “come lettere nel cielo”. Ma, scrive attorno al 222 a Roma Ippolito (Refutatio haeresium 4:50), “Quelle stelle non rivelano nulla”. Già Platone (Timeo 40 c–d) aveva considerato la convinzione che nelle posizioni degli astri si potessero scorgere presagi di eventi terreni come una superstizione nata dall’ignoranza; e, secondo Cicerone (De divinatione 2:42,87), anche Eudosso di Cnido, discepolo di Platone, affermava: “Non bisogna prestar fede ai Caldei, né alle loro predizioni, né alle determinazioni del destino di ciascuno secondo il giorno della nascita”. Allo stesso modo Teofrasto (Commentario al Timeo, 3:151) si stupiva delle predizioni caldee sulla vita e sulla morte tratte dalle stelle. Nel Talmud (Shabbat 157a) si legge: “Rabbì Yohanan disse che gli astri non hanno potere su Israele”. E Mosè Maimonide, tra gli altri, combatté con la massima energia l’astrologia — il che non toglie che presso i Farisei (Epifanio, p. 34) “fato e astrologia” godessero di grande prestigio; che, secondo Shabbat 156b, gli astri esercitano influenza anche su Israele; che, secondo Shabbat 75a, è dovere dell’uomo calcolare i solstizi e il corso dei pianeti, se ne è capace; che, secondo Zohar III 134, tutto dipende dal buon influsso stellare; e che gli ebrei, in ogni circostanza, si augurano ancora oggi mazzal tov, cioè buona costellazione o felice posizione astrale. [2] In un’iscrizione fenicia di Larnaca, l’antica Kition a Cipro, risalente al 4° secolo A.E.C., si legge le mazzal na‘amâ, cioè pressappoco come ἀγαθῇ τύχῃ [=“con buona fortuna”]. Il fatalismo presente nell’Islam e nel rabbinismo è di origine pagana antica. E con ogni probabilità il sabato ebraico, “nel suo fondamento”, non è altro che un giorno di inattività osservato per motivi astrologici: non lo si può eliminare con alcuna erudizione, anche se nella colonna 4178 della Encyclopaedia Biblica di Cheyne si assicura che “non vi è alcuna prova del culto di Saturno tra gli antichi ebrei”. Cosa che, in realtà, non è affatto pertinente al problema! Il rapporto tra pianeti e giorni della settimana, invece, parla da sé, in connessione con Amos 5:26 e Osea 2:10–16; e nel giudaismo gnostico si riconobbe più tardi che nelle Scritture “sacerdotalmente” rivedute della sinagoga era stato eclissato un dio del sabato, Saturno. Senza l’astronomia babilonese non ci sarebbe stato nemmeno il candelabro a sette bracci nel tempio ebraico, e l’astronomia babilonese era inseparabile dall’astrologia, che senza dubbio ebbe sempre una parte anche a Gerusalemme. [3] Perfino la gnosi giudeo-alessandrina di Sapienza 7:17, che si presenta come conoscenza della costituzione del mondo e della forza degli “stoicheia”, può benissimo essere intesa come conoscenza della potenza dei pianeti; anche i cosiddetti “principi del mondo” di Galati 4:3.9 e Colossesi 2:8.20 sono “stoicheia”, e verosimilmente corpi celesti rappresentati in senso astrologico — i κοσμοκράτορες, o dominatori cosmici di questa oscurità, come vengono chiamati in Efesini 6:12. Gli stoicheia celesti di Giustino, Apologia 2:5, non sono evidentemente altro che ciò; i grandi stoicheia di cui si legge in Eusebio (Hist. Eccl. 3:31) sono grandi luminari, e in Epifanio (p. 35) il termine “stoicheia” designa le costellazioni; mentre in un grande papiro magico di Parigi (v. 1303) la dea lunare è chiamata uno “stoicheion immortale”. Nella Predicazione di Pietro alessandrina (Clemente Alessandrino, Stromati 6:15) si dice degli ebrei che rendevano culto ad angeli e arcangeli, alla luna e ai mesi; e nella lettera a Diogneto (cap. 4) si afferma che essi osservano superstiziosamente il sabato, e fanno la guardia alle stelle e alla luna per osservare mesi e giorni — ciò che originariamente era stato un rimprovero profetico (Geremia 8:2). Se aggiungiamo che sabato e novilunio sono menzionati insieme come feste di natura affine, ad esempio in 2 Re 4:23, risulta chiaro che il sabato fu, in origine, senza dubbio un “giorno di Baal”.

NOTE
[1Sunt aries, taurus, gemini, cancer, leo, virgo, Libraque, Scorpius, arcitenens, caper, amphora, pisces [=“Ci sono Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, e anche Bilancia, Scorpione, il Portatore dell’arco, Capricorno, Anfora, Pesci”].
[2] “I Rabbini hanno tramandato che l’eclissi del sole è un cattivo presagio per i popoli, e che l’eclissi della luna è un cattivo presagio per gli Israeliti” (Soekká 29a). “Il santo nome Jaho significa il trono supremo, di cui la luna piena è l’immagine” (Zohar II 90b). Confronta qui Erodoto 7:37.
[3] Τῆς γὰρ νυκτὸς τῶν ἄστρων ποιοῦνται τὴν θεωρίαν, βλέποντες εἰς αὐτὰ καὶ διὰ τῶν εὐχῶν θεοκλυτοῦντες [=“Infatti, durante la notte contemplano gli astri, guardandoli e, attraverso le preghiere, invocando la divinità”]. Porfirio, ‘de abstinentia’ 2:26.

domenica 19 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO.

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Così noi giungiamo, si potrebbe dire, in modo chiaramente babilonese, dalla Domenica attraverso il Lunedì, il Martedì, il Mercoledì, il Giovedì e il Venerdì, fino al Sabato o giorno di Saturno come ultimo dei sette. Risulta dunque che l’ordine dei giorni della settimana dipende dalla conoscenza caldeo-babilonese del Sole, della Luna e dei cinque pianeti, in relazione con il loro ordinamento nell’antica cosmologia e con la credenza nella loro influenza sul corso terreno delle cose. E così appare anche che il giorno settimanale di riposo, in quanto tale, non affonda le proprie radici — almeno non in primo luogo — nelle parole di Genesi 2:3, Esodo 20:11 e 31:17, le quali, in Esodo 23:12 e Deuteronomio 5:15, non risultano ancora note, bensì [1] nelle rappresentazioni e concezioni dell’astrologia babilonese. Una delle istituzioni più salutari e benefiche, lodata da Filone d’Alessandria perché (‘Vita di Mosè’ 2:4) offriva sollievo a liberi, schiavi e perfino agli animali domestici, sembra in realtà essere sorta da una paura superstiziosa. Infatti, dice ancora Plinio il Vecchio, “Saturno è per natura freddo e rigido”; e secondo l’antica concezione, il giorno di Ninib, Crono o Saturno era un dies nefastus, un giorno infausto, nel quale soprattutto un sacerdote o un re di Babilonia non intraprendeva nulla di importante, poiché le cose sarebbero andate male. Esso non era dunque un giorno di riposo nel senso di Isaia 58:13, cioè nel senso della santità sabbatica ebraica più tarda. Lo Sabbath fu infatti annoverato tra i giorni dei Ba‘alîm, come si legge in Osea (cfr. con Levitico 23:3 le più antiche attestazioni in Osea 2:10, 12, 15, 16). Secondo 2 Re 23:5, in Giuda si offrivano sacrifici al Sole, alla Luna, ai Mazzalôth e a tutto l’esercito del cielo. Che i Mazzalôth siano i pianeti, si legge nel Midrash Bereshit Rabbà 10c, dove si può anche considerare che la parola araba “manzil” significa casa o dimora, cosicché il termine “mazzāl” dovette originariamente indicare la dimora di una divinità. E che, proprio intorno all’anno 600 A.E.C., per l’uomo di Gerusalemme ‘paganesimo’ e culto astrale coincidessero, si può vedere da Geremia 10:2: la religione straniera, che in generale meritava riprovazione, era quella babilonese — come risulta anche dal profeta Ezechiele (16:29), che tra il 592 e il 572 A.E.C. attesta come in Giuda si imitasse largamente la terra dei Caldei. Abbiamo noi stessi imparato nuovamente, ai nostri giorni, a considerare che il gallo dell’espiazione (Kappárathhaan), tra gli altri animali che gli ebrei sacrificano il giorno precedente lo Yom Kippur, conserva tuttora molti tratti di un babilonismo. Infatti, il gallo — del quale nei testi egiziani non si trova menzione — era consacrato a Babilonia al dio degli inferi, e veniva considerato un sacrificio espiatorio in suo onore, poiché il suo canto mattutino annunciava la fine del potere del suo signore, ossia del dio degli inferi. Che dunque anche gli ebrei abbiano osservato, in qualche epoca, il settimo giorno come giorno di riposo nel senso dell’antico costume babilonese, non è stato del tutto ignoto neppure a loro stessi in tempi posteriori, benché oggi lo sia divenuto. In generale, il giudaismo, nel corso dei secoli, è stato una questione impregnata di superstizione, non quel “deismo razionale” per il quale lo si suole ora far passare. E nel Talmud (Shabbat 156a) si legge, tra l’altro, quanto segue: “Non sono i diversi giorni, ma le diverse ore del giorno a trovarsi sotto l’influsso delle stelle. Perciò chi nasce nell’ora del Sole sarà un uomo franco nelle sue intenzioni e vivrà del proprio. Chi nasce nell’ora di Venere sarà ricco e sensuale, poiché quella stella [2] porta con sé la luce. Chi nasce nell’ora di Mercurio sarà dotato di memoria e di conoscenza, perché quella stella [3] è lo scriba del Sole. Chi nasce nell’ora della Luna sarà un imitatore con fini nascosti. Chi nasce nell’ora di Saturno sarà uno i cui piani vanno a vuoto — alcuni però dicono: tutti i piani diretti contro di lui vanno a vuoto”. [4] Interessante e degna di nota, in questo contesto, è una preghiera rivolta a Saturno da pagani di Harran presso Edessa, trasmessa per mano araba. “Saturno è collerico” — dice la teosofia ermetica (in Giovanni Stobeo, Eclogae 1:5, 14); e anche il Dio degli ebrei fu, per uno come Orazio (Satire 1:5,102-103), un “deus tristis” [=“dio triste”]. Dione Cassio (Hist. Rom. 37:17 e seguenti) affermò che gli ebrei, per timore superstizioso, non intraprendevano nulla d’importante di sabato. Che la stella Shabbethai (Saturno) porti carestia, lo insegna la stessa sapienza ebraica medievale (Zohar III, 281b). Non è dunque inverosimile che J. Fürst abbia avuto ragione quando (Hebräisches Wörterbuch³ II, 408b) pensò, a proposito del Levita Shabbethai di Esdra 10:15 e Neemia 11:16, anzitutto a Shabbathjā e al motto “Jahvé è Saturno”. E sebbene più tardi il midrash ebraico (Bereshit Rabbà 11) abbia applicato al sabato un passo come Proverbi 10:22, ciò non esclude tale derivazione originaria. [5] “Chi, nell’antico Oriente, parlava di Saturno — dice A. Jeremias, l’esperto di babilonistica, nel suo libro sull’Antico Testamento alla luce dell’Oriente antico — pensava con la stessa certezza alla sventura, con cui noi pensiamo al sole come a luce e calore. In questo senso, anche la tradizione ebraica registrata da Beer (nei suoi appunti manoscritti) nella Vita di Mosè ha il suo valore probatorio. Si racconta che Mosè, presso il faraone d’Egitto, avesse ottenuto per i suoi connazionali un giorno di riposo. E quale giorno — chiese il re — ritieni il più adatto? — Il settimo giorno, consacrato a Saturno, rispose Mosè; le attività svolte in ‘quel’ giorno finiscono comunque male”. “Una modifica di un uso più antico”, ha riconosciuto nel 1881 Ed. Reus, “è innegabile nel sabato, ed è certo che qui abbiamo a che fare con un’istituzione pre-mosaica appartenente al culto astrale”. “Dalla vita nomade nel deserto”, scrive nel 1893 R. Smend (‘Storia della religione dell’antica alleanza’, pag. 139), “il sabato non può derivare: la vita pastorale non consente un giorno di riposo di tal sorta; esso poté nascere soltanto in Canaan, e dovette essere osservato dagli Israeliti seguendo un modello straniero”. Nell’Enciclopedia di Cheyne, Robertson Smith non ha voluto riconoscere lo sfondo saturnino del sabato, e per sostenere questa posizione ha dovuto dichiarare che Amos 5:26 sarebbe un’aggiunta posteriore — un’ipotesi, tuttavia, non molto verosimile. Nel 1904, invece, A. Jeremias ammette: “Che un nesso con l’antico Oriente debba esistere, dopo quanto è stato addotto, non può più essere messo in dubbio”. [6] Egli scrive poi, nel 1909, a pag. 86 di uno studio sull’antichità dell’astronomia babilonese: “Il collegamento dei giorni della settimana con i pianeti sembra essere stato applicato praticamente solo in epoca ellenistica; ma va osservato espressamente che il rapporto con le ventiquattro ore del giorno non può valere come prova contro un’origine babilonese. I Babilonesi conoscevano senz’altro la divisione del giorno in ventiquattro ore. E trovo tracce del rapporto tra giorni feriali e pianeti anche in un testo nabateo di Magrīsi, nonché nella Qabbalà, che attinge chiaramente alla sapienza babilonese e assegna a ciascuno dei sette giorni della settimana un pianeta come dominatore”. “Babilonia”, scrive nel 1912 F. Cumont (pag. 66 del suo opuscolo Astrologie et religion chez les Grecs et les Romains), “fu per gli antichi la madre dell’astrologia e del culto astrale”. E a pag. 78 aggiunge: “Si può considerare come indubitabile che Israele avesse ricevuto da Babilonia, già prima dell’esilio del 597, alcune nozioni di astronomia, e con esse determinate convinzioni legate al culto e all’astrologia astrale”. Ciononostante, egli giunge alle pagine 164-165 — in accordo con il gesuita Kugler — alla seguente conclusione: “Gli ebrei avevano già suddiviso il tempo in successioni di sette giorni, che terminavano con il sabato, ma questi giorni non erano sotto l’influsso di alcun pianeta, poiché venivano semplicemente contati; e tale modo di computo del tempo ha la sua origine nella divisione del mese lunare in quattro parti uguali. Questa periodicità di sette giorni si trova anche altrove, ma la settimana astrologica è di origine molto più tarda... Si può ritenere come certo che la nostra settimana sia una creazione del periodo ellenistico”. Ciò che, in realtà, si può considerare certo è che Cumont, in quanto sopra, non ha tenuto conto di Amos e Osea, secondo i quali in Israele, prima dell’esilio, si praticava il culto di Saturno, e il sabato era un giorno di Baal. Cionondimeno, la settimana e il sabato in Israele e Giuda possono benissimo provenire dai Babilonesi, anche senza che il sabato fosse fin dall’inizio un giorno di Saturno; ma resta da vedere se “i giudei” lo abbiano mai avuto in altro modo. Anzi, il sabato può essere stato osservato astrologicamente già prima dell’esilio, anche se — diciamo — intorno al 1000 A.E.C. ciò non era ancora il caso.


NOTE

[1] Cfr. ancora di passaggio 2 Re 4:23, nonché Isaia 1:13-14.

[2] come stella del mattino e della sera. “Stella Veneris Φωσφόρος graece, latine dicitur Lucifer, cum antegreditur Solem, cum subsequitur Ἕσπερος[=“La stella di Venere, in greco Φωσφόρος, in latino è chiamata Lucifero quando precede il Sole, e quando lo segue è detta Ἕσπερος], Cicerone, De natura deorum 2:20, 53. — “Praeveniens quippe et ante matutinum exoriens Luciferi nomen accipit, ut Sol alter diem maturans; contra ab occasu refulgens nuncupatur Vesper, ut prorogans lucem, vicemque Lunae reddens” [=“Infatti, quando precede e sorge prima del mattino, riceve il nome di Lucifero, come un secondo Sole che affretta il giorno; al contrario, quando risplende dopo il tramonto, è chiamata Vespero, quasi a prolungare la luce e a svolgere il ruolo della Luna”], Plinio, Storia Naturale 2:6.

[3] Cfr. qui Ezechiele 9:2 e seguenti.

[4] Un tipico passaggio antiquato dal naturale allo spirituale. “Cum summa Saturni (stella) refrigeret” [=“Poiché la stella di Saturno produce il massimo raffreddamento”], Cicerone, De natura deorum 2:46, 119. “Saturni sidus gelidae ac rigentis est naturae” [=“L’astro di Saturno è di natura freddo e rigido”], Plinio, Storia Naturale 2:6.

[5] Un giorno nefasto fu il sabato anche per gli Elcasaiti: Ippolito, Refutatio 9:16.

[6] Cfr. qui Friedrich Delitzsch: ‘Babel und Bibel’ (Lipsia 1903) pagine 28-29, 61-62; ‘Babel und Bibel, ein Rückblick und Ausblick’ (Stoccarda 1904) pagine 27-29.

sabato 18 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ³

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Come dio solare, il Bêl di Babilonia era considerato figlio del dio oceanico e dalla forma di pesce Ea (o Oannes). E i cosiddetti cristiani di Giovanni — i Mandei o teosofi della Bassa Babilonia, che non aderirono mai al cristianesimo e rimasero ostili a Gesù —, i cui dotti, come i settari menzionati in Atti 24:5, sono chiamati Nazorei, celebrano ancora oggi la Domenica, che essi dichiarano più antica del sabato ebraico. Da Babilonia, infatti, il Sole diede il nome al primo giorno della settimana, che perciò è chiamato anche da Giustino Martire (Apologia 1:67) tra l’altro ἡ τοῦ ἡλίου ἡμέρα [=“il giorno del Sole”]. A rigor di termini, esso governa del giorno la 1°, 8°, 15° e 22° ora. Se poi seguiamo, secondo la rappresentazione già esposta, la serie dei Sette muovendoci da oriente a occidente, [1] Ištar, Astarte, Afrodite governa la 23ª ora, Nabû, Hermes, Mercurio la 24ª ora del giorno, dopo la quale la 1ª ora del secondo giorno è governata dalla Luna; perciò il secondo giorno è detto Lunae dies, Lundi, Lunedì. La Luna governa del secondo giorno le ore 1ª, 8ª, 15ª e 22ª, Saturno la 23ª e Giove la 24ª; la 1ª ora del terzo giorno risulta quindi governata da Nergal, [2] Ares, Marte. Così il terzo giorno si chiama Martis dies, Martedì — in inglese Tiwesdaeg, Tuesday. Marte governa del terzo giorno le ore 1ª, 8ª, 15ª e 22ª, il Sole la 23ª e Venere la 24ª; la 1ª ora del quarto giorno è dunque sotto il dominio di Mercurio. Il quarto giorno è detto (Clemente Alessandrino, p. 744 Sylb.) ἡμέρα Ἑρμοῦ, Mercurii dies, Mercoledì — da noi ancora mercoledì o Woden’s day, il che mostra che Wôdan (Odino) all’inizio della nostra era non poteva ancora essere considerato il supremo tra gli dèi, come lo è ora. Del quarto giorno, Mercurio governa le ore 1ª, 8ª, 15ª e 22ª, la Luna la 23ª e Saturno la 24ª; la 1ª ora del quinto giorno è quindi governata da Giove. Il quinto giorno si chiama Jovis dies, Giovedì, da noi ancora giovedì — il che mostra ancora una volta che Giove era concepito dai nostri antenati come Jupiter tonans, e che il germanico Thunar, Thórr, Dunar o Donar era la figura divina che ne occupava il posto nell’immaginazione popolare. Del quinto giorno, Giove governa le ore 1ª, 8ª, 15ª e 22ª, Marte la 23ª e il Sole la 24ª; la 1ª ora del sesto giorno è quindi sotto il dominio di Venere. Il sesto giorno è detto (Clem. Alex. p. 744 Sylb.) ἡμέρα Ἀφροδίτης, Veneris dies, Venerdì, venerdì. Del sesto giorno, Venere governa le ore 1ª, 8ª, 15ª e 22ª, Mercurio la 23ª e la Luna la 24ª; la 1ª ora del settimo giorno è dunque governata da Saturno. Il settimo giorno si chiama (Giustino, Apologia 1:67) ἡμέρα κρονική, ossia giorno di Crono, Saturni dies o giorno di Saturno[3] in francese Samedi, in latino Sabbati dies, Sabato. [4]

NOTE
[1] “Omnium autem errantium siderum meatus, interque ea Solis et Lunae, mundo contrarium agunt cursum, id est laevum, illo semper in dexteram praecipiti” [=“Tuttavia i percorsi di tutti gli astri erranti, e tra essi del Sole e della Luna, compiono un movimento contrario a quello del mondo, cioè verso sinistra, mentre quello procede sempre rapidamente verso destra”], Plinio, Storia Naturale 2:6.
[2] Secondo 2 Re 17:30, si tratta del dio della città babilonese di Kutha, come hanno confermato i testi cuneiformi. La città in questione si trovava sette ore a nord-ovest di Babilonia, e i suoi resti sono stati ritrovati sotto il tumulo di rovine chiamato Tell Ibrahim.
[3] Anglosassone “Saeternesdaeg”, antico frisone “Saternesdaeg”, antico irlandese “dia Sathairnn”.
[4] Gotico “Sabbatodags”, provenzale “Dissapte”.

venerdì 17 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ²

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Nella concezione antica, i pianeti erano considerati esseri animati; [1] anzi, venivano spiritualizzati come dèi planetari, [2] e insieme erano ritenuti le potenze del movimento, le forze dei cieli, i principi di questo mondo, che esercitano la loro influenza sul corso delle cose nel mondo sublunare. Ognuno, a suo modo, era interprete o segno della volontà divina; ciascuno dominava nella propria sfera o orbita e partecipava al potere sulle vicende della terra. “Vi sono”, afferma più tardi la teosofia ermetica, “sette amministratori posti a circondare ciclicamente il mondo visibile, e la loro amministrazione si chiama Destino” (Poimandres, §9). E Plutarco riferisce: “I Caldei fanno dei pianeti, che chiamano dèi della nascita, due divinità benefiche, due malefiche, e le restanti tre intermedie e dubbie” (Iside e Osiride, 48). Tolomeo afferma (De judiciis astrologicis 1:4): “Gli antichi tramandarono che Giove, Venere e la Luna sono astri benefici, mentre Saturno e Marte sono malefici; nel mezzo posero il Sole e Mercurio”. Anche la teosofia ebraica medievale insegna: “Il Sole esercita ora un influsso buono, ora uno cattivo; la Luna ha influsso benefico durante i giorni in cui cresce, e influsso maligno durante quelli in cui decresce” (Zohar III, 281b). Nella concezione dei Caldei, l’astronomia non si separava mai dall’astrologia. In primo luogo essi osservavano Saturno, benché si attribuisse grande importanza anche al Sole. [3] Ogni dio planetario esercitava il suo dominio per un’ora. E se — come ricorda Cassio Dione (37:17) — si ammette che un giorno possa essere denominato dal dio planetario che governa la prima ora di esso, allora, di conseguenza, il primo giorno è quello del Bêl di Babilonia, del dio solare Šamaš… o Marduk, ossia la Domenica. “Bêl Marduk, il Cristo dell’antica Babilonia”, come lo chiama P. Carus, era in sé nient’altro che il dio planetario Giove; [4] ma in quanto Bêl di Babilonia rappresentava il Sole primaverile, la luce crescente del mondo stesso. E come osserva Brückner, gli antichi conoscevano anche la tomba di Bêl. Questa tomba richiama alla mente Tammuz, il dio annuale che rappresentava la vita della natura che cresce e muore, e al tempo stesso il dio solare ascendente e discendente. Marduk, tra gli altri suoi titoli, era venerato come bêl nubatti, o signore del lamento funebre, e ciò richiama ancora una volta l’adone Tammuz. Ma, innanzitutto, in tutto ciò si dovrà pensare al dio cittadino di Babilonia, inteso come dio annuale del mito calendariale babilonese.


NOTE

[1] Tommaso d’Aquino: “Coelestia corpora moveri a spirituali creatura a nemine sanctorum vel philosophorum negatum legisse me memini” [=“Ricordo di non aver letto che qualcuno tra i santi o i filosofi abbia negato che i corpi celesti siano mossi da una creatura spirituale”].

[2] Δεύτεροι θεοί, κατ' οὐρανὸν ἰόντες· [=“Dei secondari, che si muovono nel cielo”] Plutarco, ‘De Fato’ 9. “I sette governatori del cosmo” (H. P. B., ‘La Dottrina Segreta’ 3: 589) “I fabbricatori del nostro sistema solare” (23: 26). “A loro è attribuita l’intera formazione dell’universo negli insegnamenti segreti” (3:332).

[3] Τοὺς πέντε ἀστέρας τοὺς πλανήτας καλουμένους ἐκεῖνοι κοινῇ μὲν ἑρμηνεῖς ὀνομάζουσιν, ἰδίᾳ δὲ τὸν ὑπὸ τῶν Ἑλλήνων Κρόνον ὀνομαζόμενον .... καλοῦσιν ἥλιον [=“I cinque astri chiamati pianeti essi li chiamano comunemente interpreti, e in particolare quello che dai Greci è chiamato Crono … lo chiamano sole”(Diodoro Siculo 2: 30, 3). “Ideo Vergilius errantium quoque siderum rationem ediscendam praecipit, admonens observandum frigidae Saturni stellae transitum” [=“Perciò Virgilio prescrive anche di apprendere il moto degli astri erranti, ammonendo di osservare il passaggio della fredda stella di Saturno”] (Plinio H. N. 18:57).

[4] I farisei (Epifanio, p. 34) hanno chiamato il pianeta Giove “koochab Baal”; anche presso i Mandei esso è ancora chiamato Bêl.

giovedì 16 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ¹

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Nel sistema cosmologico antico di Tolomeo — che in realtà riprende ancora la concezione del mondo dell’antica Babilonia —, oltre al Sole e alla Luna, partecipano non più di cinque pianeti o “stelle erranti”, sebbene già nell’antichità si fosse avanzato talvolta il sospetto che ve ne fossero forse più di quante l’occhio umano potesse vedere — “non has tantum stellas quinque discurrere, sed has solas observatas esse” [=“non solo queste cinque stelle si muovono, ma solo queste sono state osservate”], Seneca, Quaestiones Naturales 7:13). [1] Nella concezione antica, il Sole, la Luna e i cinque “astri erranti” allora conosciuti erano considerati i “sette pianeti”, i quali (cfr. Flavio Giuseppe, ‘Guerra Giudaica’ 5:5,5) erano simboleggiati, ad esempio, nel grande candelabro del Tempio ebraico — la cui raffigurazione è tuttora visibile sull’arco di trionfo di Tito a Roma. Anche le “sette stelle” dell’Apocalisse (3:1) saranno dunque con ogni probabilità i sette “pianeti”. E disposti secondo le distanze dalla nostra terra, questi “sette” si susseguono, nell’antica rappresentazione, nel seguente ordine:

Luna Mercurius Venus Sol [2] Mars Jupiter Saturnus.

I nomi babilonesi (dei sette pianeti) sono: Sin, Nabû, Ištar, Šamaš, Nergal, Marduk e Ninib; e presso i Mandei della Bassa Babilonia sembrano ancora oggi chiamarsi Sin, Nebû, Dlibat, Šamš, Nerig, Bêl e Kewan. Aggiungiamo che l’eptagramma, con cui gli astrologi medievali rappresentavano le sette “stelle erranti” come punti di un cerchio, è stato ritrovato a Nippur. Rimane tuttavia la questione di sapere quanto antica sia la rappresentazione dell’ordine dei pianeti. L’“ordine dei pianeti caldaico” compare solo in epoca ellenistica, meno di duecento anni prima dell’inizio della nostra era; e l’ordine in cui le iscrizioni di Ninive menzionano i sette (astronimi) non sembra avere alcun legame con l’astronomia, benché a Babilonia “le sette luci del cielo e della terra” avessero un tempio, restaurato ancora per ordine di Nabucodonosor (604–562 A.E.C.). Syncello riferisce (Fragmenta Historicorum Graecorum II, 504): Ἀπὸ δὲ Ναβονασάρου (747–735) τοὺς χρόνους τῆς τῶν ἀστέρων κινήσεως Χαλδαῖοι ἠκρίβωσαν =[“A partire da Nabonassar (747–735 A.E.C.) i Caldei determinarono con esattezza i periodi dei movimenti delle stelle”]. I pitagorici chiamarono il dodecagono “Zeus”, evidentemente perché il pianeta Giove percorre il cerchio dello zodiaco in dodici anni. Quando, tra i Greci, i nomi dei pianeti risultano ormai noti a Platone, questi (nell’Epinomide 987c) dimostra di sapere benissimo che Saturno è quello che si muove più lentamente di tutti; e Aristotele parla (De caelo 2:12) di “coloro che da lungo tempo, per molti anni, hanno osservato gli astri — gli Egiziani e i Babilonesi — dai quali possediamo molte relazioni degne di fede concernenti le singole stelle”. Tolomeo menziona (Almagesto 5:14; 4:8.11) le eclissi del 621, 523, 502, 491 e 383 A.E.C. come oscuramenti osservati a Babilonia; la prima di queste è stata effettivamente ritrovata in un testo assiro. Una tavoletta del 523 A.E.C. sembra contenere effemeridi mensili del sole e della luna, le principali fenomenologie planetarie con indicazioni delle posizioni nello zodiaco e delle eclissi. L’eclissi solare del 585 A.E.C., predetta da Talete, dovette poter essere calcolata con l’astronomia babilonese; e quando quella scienza astronomica si trasformò in una molteplicità di racconti, nei quali le divinità parlavano all’immaginazione popolare — racconti che influirono ampiamente anche sull’immaginario di altri popoli —, ciò dovette comunque essere connesso a una certa conoscenza effettiva dei pianeti stessi. A Platone (Repubblica 8:3) era noto anche il numero della precessione (25 920 anni), e la precessione stessa sarà stata probabilmente scoperta dai Babilonesi, dai quali — secondo quanto riferisce Clemente Alessandrino — egli aveva appreso la sua astronomia. I Greci, come riferisce Erodoto (2:109), ricevettero dai Babilonesi la colonna gnomonica (gnomon); e quando l’ombra di quest’ultima cade sulla sua base, dalla sua lunghezza si può ricavare l’altezza del sole sopra l’orizzonte, cosa che rese possibile determinare la durata dell’anno e l’inclinazione dell’eclittica. Con lo gnomone si procedeva all’orientamento e si segnavano all’orizzonte i punti degli equinozi di giorno e di notte; dal punto equinoziale di primavera si dovette infine constatare anche lo spostamento progressivo (cioè la precessione).


NOTE

[1] Ἑπτὰ δὲ καὶ οἱ ἀπὸ τῶν μαθημάτων τοὺς πλανήτας εἶναί φασιν ἀστέρας· [=“Sette, secondo gli esperti delle scienze astrali, sono le stelle erranti”Clemente Alessandrino, Stromati 6, p. 685 Sylb. 

[2Ὁ ἥλιος ὥσπερ ἡ λυχνία μέσος τῶν ἄλλων πλανητῶν τεταγμένος· [=“il sole, posto come un candelabro in mezzo agli altri pianeti”Clemente Alessandrino, Stromata 5, p. 563 a Sylb.