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E qui non dobbiamo trascurare il fatto che la notte di Pasqua non era la prima dei pani azzimi. Ricordiamo come in Numeri 28:16-17, Levitico 23:6, Filone giudeo 5:43 Holtze e Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 3:11,5, si attesti che l’agnello pasquale, da sacrificarsi secondo Deuteronomio 16:6 nel tempio, veniva già immolato nel primo giorno dei pani azzimi (Marco 14:12; Luca 22:15); e che solo da quando l’agnello non è più sacrificato, quel giorno è diventato per i giudei l’inizio della festa pasquale. Inoltre, secondo la Mishnà (Bavà Qammà 7:7), non solo ai sacerdoti ovunque, ma in particolare a Gerusalemme, era vietato allevare pollame, mentre un gallo [1] non poteva circolare per la città. Il giudaismo non aveva in sé nulla contro i polli, ma aveva qualcosa contro le impurità che essi provocavano, e si temeva, si dice, che scavando nel terreno tra le zampe potessero trasferire impurità su oggetti destinati alle offerte sacrificali del tempio. Esemplare e significativo è il modo superficiale con cui ci si libera di questa difficoltà nel Dizionario biblico di E. Riehm, dove si legge: “Anche ammesso che il racconto del Talmud sia più attendibile di quello dei vangeli, non si può tuttavia pensare che gli stranieri residenti a Gerusalemme, in particolare i Romani, si siano curati di tale divieto”. Quanto poi alle spade e ai bastoni menzionati in Marco 14:43, non si è tenuto conto che, secondo la concezione giudaica (Mishnà Beçah 5:2), tutto ciò che è punibile di sabato non può essere fatto neppure in un giorno festivo, e che (Shabb. 6:4) nel sabato non è lecito uscire portando spada, arco, scudo, fionda o lancia. E che dire poi del processo notturno presso il sommo sacerdote? Esso manca del tutto in Luca; in Marco 14:53b.55–65 appare chiaramente come un’interpolazione, e porta tutti i segni del racconto inventato. Loisy, per esempio, parla di “quel processo notturno che senza dubbio non ebbe luogo” (‘Les évangiles synoptiques’, 1908, II, pag. 599). Sembra, inoltre, che il sommo sacerdote sotto Tiberio non fosse nemmeno presidente del sinedrio, il quale allora era essenzialmente farisaico; senza il permesso del governatore (Flavio Giuseppe, ‘Antichità Giudaiche’ 20:9,1) esso non poteva riunirsi, e non teneva sessioni né di sabato né nei grandi giorni di festa, né tantomeno poteva in una sola seduta emettere una condanna a morte. “Nelle cause pecuniarie”, dice la Mishnà (Sanh. 4:1; Babl. pag. 32), “si può concludere il processo in un solo giorno, sia la sentenza assolutoria che di condanna; ma nelle cause penali si può concludere in un solo giorno solo in caso di assoluzione, non però in caso di condanna: questa può essere pronunciata solo il giorno seguente. Perciò non si inizia un processo penale nel giorno che precede un sabato o una festa”. Secondo Matteo 26:65-66 e Marco 14:64, Gesù sarebbe stato dichiarato reo di morte per bestemmia dai suoi giudici giudaici; ma la Mishnà (Sanh. 7:5) afferma esplicitamente che il bestemmiatore non è legalmente colpevole finché non ha pronunciato il Nome (di Dio). E come potrebbe una riunione composta di farisei aver deliberato la consegna di Gesù a Pilato? I farisei, in generale, erano contrari alla pena di morte e non erano certo il tipo di persone che fanno ciò che, secondo Marco 3:6, si dice abbiano fatto subito dopo.
NOTE
[1] “Prima che il gallo abbia cantato due volte (oggi, tu mi avrai rinnegato tre volte)”. Un frammento evangelico proveniente da Fayyum, risalente al 3° secolo; cfr. Marco 14:30.

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