Visualizzazione post con etichetta W.C. van Manen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta W.C. van Manen. Mostra tutti i post

sabato 22 agosto 2015

Paolo fu una chimera (I)

Hugh Jackman reciterà Paolo nel prossimo film Apostle Paul prodotto dalla Warner Bros.
Rimpicciolire.  — Ci son cose, fatti e persone che non sopportano di esser trattati secondo un metro ridotto. Non si può rimpicciolire a ninnolo il gruppo del Laocoonte: la grandezza gli è necessaria. Ma molto più raro è che qualcosa di piccolo per natura sopporti di essere ingrandito; per questo ai biografi riuscirà sempre meglio rappresentare come piccolo un uomo grande, che come grande un uomo piccolo. 
(Friedrich W. Nietzsche, Umano, troppo umano, Dall'anima degli artisti e degli scrittori, aforisma 174)

Paolo non è mai esistito come una reale persona storica, ma fu una figura completamente inventata. Un'analisi critica del Nuovo Testamento proverà quella tesi. In realtà, io sono molto più convinto che Paolo non è mai esistito di quanto io lo sia che Gesù stesso non è mai esistito, nonostante la forte evidenza che è stata abbondantemente presentata a favore dell'ultima tesi (da studiosi come Earl Doherty e Richard Carrier), perfino sotto l'ipotesi totalmente gratuita della storicità di Paolo.

È relativamente facile provare, Bibbia alla mano, che Paolo non è mai esistito come una persona reale, una volta che sai dove guardare. Innanzitutto occorre sapere quel che dice la Bibbia su Paolo, su quando visse e dove, e in secondo luogo occorre conoscere cosa lo stesso Paolo, se esistito, scrisse apparentemente nelle epistole a lui attribuite.

Trascurando le Pastorali (che il consensus ritiene già ovvie falsificazioni), Cominciamo con Atti degli Apostoli, un'ovvia tendenziosa propaganda proto-cattolica della fine del secondo secolo, scritta probabilmente da un folle apologeta proto-cattolico (lo stesso editore dell'Evangelion usato da Marcione e dai marcioniti, vale a dire «Luca») allo scopo di vendere sul mercato religioso il nascente cattolicesimo come il vero, legittimo cristianesimo.

Perchè penso questo? 

Perchè è evidente lo sforzo ripetuto del propagandista in questione nel fare di Paolo e di Pietro due compatrioti che si aiutano a vicenda, che sono uno la copia 'cristomorfica' (vale a dire, sono entrambi 'imitatori di Cristo') dell'altro, che fanno ciascuno gli stessi miracoli dell'altro. Il Paolo della Lettera ai Galati così spavaldo, combattivo e fieramente indipendente, totalmente esente da compromessi di sorta con alcuno, viene trasformato dall'autore di Atti nel Paolo missionario proto-cattolico umile e volenteroso, totalmente passivo e conciliante, oltrechè fortemente compromesso (per via del suo passato di persecutore) nei confronti della sua chiesa e delle sue precise direttive provenienti da Gerusalemme.
Sembra che la diaspora completa degli ebrei da Gerusalemme, accaduta storicamente nel 135 EC, sia riflessa negli Atti degli Apostoli sottoforma della fittizia diaspora dei cristiani da Gerusalemme (si veda Atti 8), confermando che la propaganda è posteriore alla metà del secondo secolo.
Perciò si tratta banalmente di un fittizio racconto del secondo secolo inventato per vendere il nascente cattolicesimo e il ritualismo istituzionale che lo accompagna come la forma migliore di cristianesimo esistente.
L'unica seria pretesa da considerare da Atti degli Apostoli, prima di scartarli totalmente nel più vicino bidone della spazzatura, è quella che vuole Paolo un vero pio ebreo, vale a dire un vero devoto al dio degli ebrei. Nelle epistole Paolo affermò di essere stato un israelita, un «ebreo da ebrei», della tribù di Beniamino, e perciò un ebreo al 100%.

Tutta quell'enfasi sul suo ebraismo è sospetta. E lo diventa ancor più dal momento che lo si presenta come il fattore scatenante della persecuzione del Paolo precristiano contro i primi apostoli cristiani.
Un destino di persecutore convertito che sembra riflesso (per pura coincidenza?) nell'apparente simbolismo midrashico intrinseco alla sua provenienza proprio dalla tribù di Beniamino (e non da altre):

Beniamino è un lupo rapace; la mattina divora la preda, e la sera spartisce le spoglie. 
(Genesi 49:27)

Una specie di lupo di Gubbio ante litteram!

Così se riesco a trovare qualcosa all'interno del corpus paolino che sconfessa la presunta ebraicità di Paolo allora giungerò in possesso di solide ragioni per sospettare la verità delle sue parole, assumendo la sua esistenza. Ed esistono almeno tre passi che confutano la sua pretesa di essere ebreo. Una volta scoperti quei passi, è sempre possibile, in linea di principio, supporre un ipotetico Paolo che mentiva deliberatamente sulle sue origini ebraiche, per qualsivoglia ragione. Questa era la conclusione a cui era giunto il rabbino e accademico Hyam Maccoby. Questa è anche l'ovvia conclusione di chi vede in «Paolo» nient'altri che Simone di Samaria, alias Simon Mago: un samaritano, non un ebreo. Alcuni hanno figurato perfino che il vero «Paolo» storico fosse Apollonio di Tiana: un greco, non un ebreo. Alcuni al contrario, prendendo tutt'altra china, come l'apologeta del Gesù sedizioso Stefano Manni, gode ingenuamente nello spacciare lo storico «Paolo» per un criminale di guerra ebreo di cui parla Flavio Giuseppe, dal nome familiare, Saul:

Da parte loro, Costobaro e Saul, raccolsero bande di malviventi; loro stessi erano di stirpe reale e raccolsero favori a motivo della loro parentela con Agrippa, ma erano sfrenati e pronti a spogliare le proprietà dei più deboli. Fu da quel momento, in particolare, che la malattia piombò sulla nostra città e ogni cosa andò scadendo di male in peggio.
(Antichità Giudaiche, 20:214)
Senza saperlo, i simili di Manni hanno scambiato la copia per l'originaria fonte midrashica del «Saulo» persecutore di Atti, a sua volta descritto come 'criminale di guerra'. Sarebbe come dire che il Gesù storico è il profeta Elia dell'Antico Testamento perchè Elia è la chiara fonte midrashica di alcuni degli episodi evangelici che riguardano Gesù taumaturgo. Ma abbiamo già visto che Atti degli Apostoli è totale finzione soprattutto quando cerca di sporcare la purezza del Paolo apostolo facendogli commettere il peccato mortale che gli sarà sempre fatale ad ogni pretesa di indipendenza dai Pilastri di Gerusalemme: il suo passato precristiano da perfido persecutore della nascente Chiesa cattolica. 

Per giunta, come nota acutamente il prof. Price:


Questo di nuovo è il punto dei quaranta-giorni rimossi in Atti 1:9. Durante quell'intervallo il Gesù risorto è detto di aver sussurrato i suoi avanzati insegnamenti ai Dodici (nessuno dei quali è condiviso col lettore dal momento che è inteso come un blank check per qualsiasi cosa potrebbe finire per chiamarsi ''tradizione apostolica''). Ma dopodichè, nessuna mera visione di Gesù (considera la visione di Stefano in 7:56, quella di Anania in 9:10-16, quella di Paolo a Corinto in 18:9-10, quella di Paolo al tempio in 22:17-21) sta andando a contare come un'apparizione di resurrezione. Significativamente, perfino nella decisiva esperienza di conversione di Paolo (9:3-6; 22:6-11; 26:12-18), Saulo non vede Gesù, nonostante 9:17 e 22:14, perchè egli è accecato dalla luce. Il lettore a malapena necessiterà di esser ricordato che, anche se Atti leonizza Paolo, sembra trattenere da lui il titolo di apostolo. Due apparenti eccezioni occorrono in Atti 14:4 dove il termine apostolo è generico, con nessun nome specifico attaccato, e in 14:14 dove apostoli è assente assieme dal testo occidentale.
(mia libera traduzione da The Amazing Colossal Apostle, Robert Price, pag. 139-140, enfasi originale)

Abbiamo addirittura una storiella eretica circa un Paolo mendace sulle sue origini ebraiche (al punto da divenir circonciso) allo scopo di poter usurpare la mano della figlia di un sommo sacerdote della quale si era follemente invaghito. Opposto da un secco rifiuto, Paolo per la rabbia trasformò la sua follia sessuale in follia apologetica, visto che fondò in aperta reazione un cristianesimo virulentemente anti-Torah e anti-giudaico. 


E neppure [gli ebioniti] si vergognano di accusare Paolo qui con certe fabbricazioni della scelleratezza e dell'impostura dei loro falsi apostoli. Dicono che fosse di Tarsoche lo ammette lui stesso e non lo nega. Ed essi suppongono che fosse di discendenza greca, prendendo l'occasione per questo dallo (stesso) passo a causa della sua franca dichiarazione, 'Io sono un uomo di Tarso, cittadino di non certa città.'
Poi sostengono che egli era greco e figlio di una madre greca e di un padre greco, ma che si era recato a Gerusalemme, che vi rimase per un pò, che bramò sposare una figlia del sommo sacerdote, ed era perciò diventato proselito e si era circonciso. Ma dal momento che ancora non poteva sposare quel genere di ragazza diventò adirato e scrisse contro la circoncisione, e contro il Sabato e la legislazione.

(Epifanio, Panarion, 30.16:8-9)
Si tratta di una storiella affascinante, una storiella che rivela in primo luogo che i diretti interessati, i giudaizzanti ebioniti, furono i primi a sollevare seri dubbi intorno alla pretesa ebraicità di questo Paolo. E tuttavia si tratta di una storia probabilmente non vera (e non solo perchè fu scritta da giudaizzanti impegnati a confutare il cristianesimo paolino, ma anche perchè un'altra storiella talmudica successiva, il Toledoth Jeschu, fa di Paolo un agente segreto addirittura in missione per conto degli stessi rabbini - !!! - per mandare via i «nazorei» da Israele), poichè Paolo quasi certamente non è mai esistito. L'evidenza storica è maggiormente congruente con l'ipotesi che Paolo stesso fosse un personaggio inventato, e che le sue varie epistole furono scritte da greci e da nessun altro. In realtà, i nomi degli uomini che produssero le epistole di Paolo sono già presenti nelle stesse «epistole». Una delle epistole di Paolo fu evidentemente scritta da una donna (la Lettera ai Romani fu scritta da Febe). 

Quindi nota la logica della dimostrazione che sto applicando:

1) l'unica seria pretesa di Atti degli Apostoli degna da considerare è che Paolo fu un ebreo.

2) ma è dimostrabile che il «Paolo» che parla nelle epistole non è definitivamente ebreo.

3) in virtù del punto 2, è immensamente più probabile, rispetto all'ipotesi di uno storico «Paolo non-ebreo & mentitore», l'ipotesi che «Paolo» non è mai esistito. Perciò: Paolo non è mai esistito.


Se il lettore mi ha seguito attentamente fin qui, sarà già in grado di apprezzare la solidità del mio ragionamento, soprattutto avrà capito che il punto nevralgico dell'intera dimostrazione non consiste tanto nel punto 1 (il consensus ha già dimostrato che Atti è totalmente mera fantasiosa invenzione) e neppure nell'implicazione dal punto 2 al punto 3 (perchè altrimenti dovrei seriamente sospettare della sua sanità mentale), ma nella fatidica dimostrazione del punto 2: che «Paolo» non è in realtà un ebreo. 

Esamino perciò i passi che smentiscono l'origine etnica ebraica di Paolo. Nella lettera ai Romani, leggo il seguente:

...cioè verso di noi, che egli ha chiamati non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani, che potremmo dire?
(Romani 9:24)

Perchè un uomo che è ebreo scriverebbe di «noi, che egli ha chiamati non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani»? Un ebreo non scriverebbe mai qualcosa di simile. Sembra che con eguale probabilità Paolo qui possa identificarsi con un ebreo oppure con un pagano.
Ma per chiarire l'equivoco generato da questo passo si legga:

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno), affinchè la benedizione di Abramo venisse sui pagani in Cristo Gesù, e noi ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.
(Galati 3:13-14)

Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l'ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.
(Colossesi 2:13-15)
Perchè un ebreo avrebbe dovuto scrivere cose del genere? Ovviamente un ebreo non avrebbe accidentalmente ammesso di essere in realtà un gentile, com'è il caso in quei due passi esaminati, dove «Paolo» colloca sé stesso tra i gentili, confermando che anche nel passo di Romani probabilmente intendeva fare lo stesso. 

Il dr. Detering porta ulteriore evidenza testuale, e la sua è determinante:
Paolo—il non-ebreo
Coerentemente con la nostra tesi che le lettere paoline in origine derivavano da circoli marcioniti (che significherebbe, prima di tutto, circoli cristiani gentili) è l'osservazione che il reale scrittore delle lettere (come pure il redattore) di nuovo e di nuovo esprime sé stesso in modi che conducono alla conclusione che—contrariamente alla pretesa che egli stesso avanza—lui non è per nulla un ebreo per nascita.
Soprattutto in Romani e nelle due lettere ai Corinzi può essere mostrato che l'autore pensa e scrive non da una coscienza ebraica, ma da quella di un non-ebreo. Per esempio, mentre un fedele ebreo (simile ad un musulmano oggi) divide il mondo in credenti e non-credenti (= Goyim), l'autore di Romani distingue in una buona maniera greca tra Greci e Barbari (Rom 1:14). Il concetto di un barbaro ha un genuino tono greco, e avrebbe un suono peculiare perfino sulla bocca di un apparentemente ebreo della Diaspora da Tarso.
Pure in altri posti, non si ha esattamente l'impressione che l'autore di Romani scriva come qualcuno che fu educato nell'ebraismo ed è familiare coi suoi costumi e pratiche (1:16; 2:9, 10, 17, 28, 29; 3:1, 9, 29; 10:12).
Rom 3:9 è specialmente peculiare, dove Paolo pone la domanda:
Τί  οὖν;  προεχόμεθα; che è di solito tradotta così “Che dunque? Siamo noi avvantaggiati?” L'idea allora è che a questo punto Paolo voleva domandare se gli ebrei, i cui vantaggi ha appena discusso estesamente, avessero un vantaggio rispetto ai gentili a causa di quelle prerogative: “Che dunque? Siamo noi [ebrei] avvantaggiati?” ... Letteralmente, comunque, il testo dice qualcosa di diverso: Non “Siamo noi avvantaggiati?” (attivo), ma “Siamo noi sorpassati?” (passivo).
Sebbene questa sia la sola traduzione grammaticalmente corretta, non è trovata nelle edizioni al giorno d'oggi della Bibbia soltanto perchè non si può riconciliare con l'ipotesi che la persona che scrisse questo fosse un ebreo. Presupporrebbe che lo scrittore di questo passo fosse un greco, oppure almeno un non-ebreo, che da tale consapevolezza scrive: “Che dunque? Siamo noi [non-ebrei] sorpassati [dagli ebrei, le cui prerogative furono appena discusse nei passi di Rom 1-2]?”.
Lo scrittore di questo passo aveva dimenticato per un istante che, secondo la tradizione universale, la persona nel cui nome la lettera è scritta è supposta essere un ebreo per nascita. Se si comprende ciò, il testo immediatamente diventa chiaro. Non si ha bisogno di considerarlo corrotto, come fanno parecchi esegeti; non si ha bisogno di dare alle parole un qualsiasi altro significato rispetto a quello che acquisiscono grammaticalmente.
Pure nelle lettere ai Corinzi si possono trovare illuminanti indizi della reale origine dell'autore. Naturalmente, anche qui l'autore appare come un ebreo (2 Cor 11:22); ma il modo enfatico in cui fa questo, ad esser sicuri, è già alquanto sospetto. In ogni caso, in 1 Cor 14.11 lo scrittore usa di nuovo il termine “barbaro” in un tipico modo greco. In 1 Cor 9:20 Paolo l'ebreo dice che “son diventato come Giudeo per i Giudei”. Ci si domanda con meraviglia perchè deve prima diventare quel che lui già è stato per un lungo tempo!
Anche 1 Cor 11:4 è davvero rimarchevole, dove Paolo istruisce gli uomini non a pregare con i loro capi coperti, poichè questa è una disgrazia:

Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo.

Se si ricorda che perfino fino ad oggi gli uomini ebrei sono obbligati ad indossare un copricapo nel loro servizio di adorazione, si può percepire quest'istruzione solamente come un indizio che l'autore di questa lettera certamente non poteva essere stato educato nella tradizione ebraica. Se egli fosse stato realmente Paolo l'ebreo, egli si sarebbe almeno fermato un attimo per un istante qui e avrebbe tentato di giustificare la sua regola (che sarebbe stata oltraggiosa ad uditori ebrei). Invece, lui si collega qui con una pratica greca: “L'uomo greco libero non copre il suo capo; copre il suo capo soltanto in circostanze di grande lutto.”
Come mostra la citazione dal poeta greco Menandro (1 Cor 15:33), l'autore della lettera ai Corinzi è davvero familiare con la letteratura greca. Si potrebbe credere che questo potesse anche essere vero per Paolo l'ebreo. È nondimeno strano che il Paolo che apparentemente studiò presso il rabbino Gamaliele ovviamente avesse difficoltà con la lingua greca e non fosse in grado di leggere la Bibbia Ebraica nella lingua originale, ma usasse invece sempre la traduzione greca (Septuaginta), e perfino una versione avente una stretta relazione con un'edizione per prima originatasi nel secondo secolo (Teodozione).
A margine, si dovrebbe finalmente notare che la seguente tradizione anti-paolina stesse apparentemente circolando nelle chiese ebionite giudeo-cristiane. Epifanio conosce degli ebioniti Atti degli Apostoli in cui dice di trovare parecchi errori, e in cui Paolo era caratterizzato come un falso apostolo. Paolo era detto di essere nato a Tarso da genitori gentili, e accettò la circoncisione a Gerusalemme allo scopo di sposare la figlia del Sommo Sacerdote. Dopo il matrimonio ostacolato, polemizzò contro la circoncisione, il Sabato, e la legge [Epifanio, Haer. 30.16.8].

(The Fabricated Paul, pag. 118-120, mia libera traduzione, corsivo originale).


O Paolo è esistito e fu un bugiardo spacciatosi falsamente per un ebreo quando invece non lo era affatto (e un bugiardo piuttosto goffo visto quante spesse volte si tradisce) oppure fu più semplicemente un personaggio del tutto inventato. 


Ma perchè inventare un «Paolo» in primo luogo?


La mia personale teoria è che un cristiano gentile non gradiva la perentoria profezia messa in bocca a Gesù nel vangelo di Matteo:

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini sarà chiamato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
(Matteo 5:17-19)

Profezia post-eventum intesa a reguardire ciò che già avveniva sotto lo sguardo crucciato di ''Matteo'': cristiani gentili che violavano la Torah insegnando ad altri cristiani di fare altrettanto. Ebbene, esplicitamente contro Matteo 5:19 (un vangelo di cui era già giunto a conoscenza), un cristiano gentile, probabilmente il primo redattore delle epistole paoline (fino ad allora esistite sotto forma di trattati teologici in forma del tutto anomima), le presentò per la prima volta ufficialmente sotto il nome di ''Paolo'', che significa ''il più piccolo'', così da veicolare simbolicamente l'idea che lo stesso dr. Detering (e il geniale Bruno Bauer prima di lui) aveva pensato a proposito dell'origine di quel nome:

Per di più, che il nome Paolo poteva già esser concepito in un senso figurativo dallo scrittore delle lettere paoline può essere visto chiaramente in 1 Cor 15:9, dove “Paolo” parla di sé stesso come dell'ultimo e del più piccolo, come se fosse simile ad un “aborto”. B. Bauer correttamente commentò circa questo: “Egli è l'ultimo, l'inatteso, la conclusione, il caro annidato. Perfino il suo nome latino, Paolo, esprime piccolezza, che sta in contrasto alla maestà alla quale egli è elevato per grazia nei passi precedenti della lettera.” [B. Bauer, Christus und die Caesaren, 381]
Bauer giustamente richiama l'attenzione al significato teologico nel concetto di piccolezza. Di fatto, al di là di Bauer, che non aveva ancora questo collegamento in vista, si deve considerare che precisamente per i marcioniti —e ovviamente già pure per i simoniani, a cui questo risale—la parola “Paolo” esprimeva ogni cosa che costituiva il cuore della loro teologia e per cui le “lettere di Paolo” forniscono continua testimonianza. Dov'è la liberamente occorrente, non-annunciata e in-condizionata, elezione per grazia meglio illustrata che precisamente dall'inferiore, dall'incompleto, da un bambino, da un piccolo?

(The Fabricated Paul, pag. 145-146, mia libera traduzione, corsivo originale).

In realtà ho fornito qui soltanto la mia plausibile spiegazione del perchè scegliere il nome simbolico «Paolo» per l'idealizzato «apostolo degli eretici». Non ho ancora fornito la ragione della necessità in primo luogo di un «apostolo degli eretici» e di tutti coloro che rifiutano e rifiuteranno (al di là se «eretici» o meno) la Torah, perfino se proto-cattolici.

Ora dirò quella ragione.



Si veda in che termini lo studioso miticista Richard Carrier aveva confutato l'apologeta cristiano Mogens Müller nel suo OHJ.
Mogens Müller tenta di salvare Gesù da questa conclusione ammettendo che non c'è nulla nelle lettere di Paolo che conferma che Gesù recentemente è esistito ma che 'noi bisogniamo, comunque, di una più estesa comprensione del predicato ''storico'' come utilizzato in connessione colla persona di Gesù', tale che:
'storico' non dovrebbe essere impiegato semplicemente in connessione coi tentativi di ricostruire dettagli nella vita e insegnamenti di Gesù, trattandolo solamente come una figura del passato. Al predicato 'storico' dovrebbe essere consentito anche di comprendere il suo impatto come è stato veicolato a noi attraverso i significati attaccati alla sua vita...
 Mogens Müller, 'Paul: The Oldest Witness to the Historical Jesus', in 'Is This Not the Carpenter?' (ed. Thompson and Verenna), pp. 117-30 (120- 121).
Ma in quel senso di 'storico', il Cristo mitico—il Cristo che Paolo avrebbe detto che realmente esisteva, che vive e muore e risorge nello spazio esterno sarebbe anche uno 'storico' Gesù. Il termine allora diventa privo di significato a meno che Müller voglia sostenere che Paolo aveva ragione, esisteva realmente un Gesù Cristo vivente nello spazio esterno. Ma quella è una questione per la teologia, non per la Storia.
Ad ogni modo, gli effetti delle rivelazioni di questo 'Signore', e come egli fu compreso dalla lettura delle scritture, sarebbero allora la causa di tutti gli 'effetti' su Paolo e sulle sue idee che Müller poi cataloga. Quelli effetti perciò non possono distinguere tra storicità minimale e miticismo minimale.
Lo studio di Müller è perciò impotente. Invero, il fatto che Müller dovette ricorrere a questa tattica, che lui fu costretto a concedere che Paolo mai parla circa un Gesù storico nell''altro' senso, dovrebbe essere ammesso come strano, ed è esso stesso conferma che la tesi miticista rende questa evidenza più probabile. 

(On the Historicity of Jesus, pag. 522, mia libera traduzione).

Entrambi Müller e Carrier riconoscono senza saperlo o volerlo qui qualcosa di estremamente importante per capire la genesi delle epistole paoline. L'apologeta cristiano Müller tiene al valore storico di quelle lettere perchè per lui testimonierebbero l'IMPATTO storico che un Gesù storico esercitò su Paolo perfino se Paolo lo allucinò soltanto.
Il miticista Carrier tiene parimenti al valore storico di quelle lettere perchè per lui testimonierebbero l'IMPATTO storico che un Gesù mitico, celeste, mai sceso sulla Terra esercitò su Paolo perfino se Paolo lo allucinò soltanto.
Per entrambi, il cristiano e l'ateo, le lettere di Paolo sono, anzi devono!, essere autentiche perchè solamente così possono testimoniare (e spiegare) cosa scatenò all'origine l'IMPATTO formidabile che provocò, via Paolo, l'irruzione nella Storia di quello che diventerà CRISTIANESIMO. E quel qualcosa fu l'esperienza mistica del Cristo Risorto avuta da cristiani come Paolo.

Io penso che non sia affatto anacronistico pensare che la medesima ragione, con i dovuti distinguo, sia alla base dell'invenzione di Paolo. Perfino un outsider come lui poteva essere entusiasta testimone del Risorto. E se poteva lui, «il più piccolo», così lo potevano tutti i cristiani, al di là se giudaizzanti o gentili. Ma non si trattava solo di una mera «rivoluzione democratica». Paolo doveva testimoniare l'IMPATTO che la Risurrezione avrebbe provocato a ridosso della morte di Gesù (al di là se il Gesù in questione fosse mitico o storico). I cristiani inventarono «Paolo» per creare il mito dell'IMPATTO STORICO che la resurrezione di Gesù avrebbe provocato sui primi cristiani.
Allo scopo di comprendere il mio punto, si provi a immaginare come sarebbe improvvisamente «sterile» ai nostri occhi moderni lo scenario di un Gesù storicamente esistito, ma non di un Paolo. L'accademico olandese Van Manen, che era cristiano anche se dubitava dell'autenticità delle epistole, così provava a teorizzare come sarebbero state in quel caso le origini cristiane.

La conclusione potrebbe essere sintetizzata come segue (pag. 199-204):—Solamente nella più antica delle tre luci sopra menzionate in cui la vita dell'Apostolo è vista siamo noi piuttosto su uno storico terreno. Qui Paolo appare a noi come un ''discepolo'' tra i ''discepoli''. C'è tuttavia nessuna questione circa i ''cristiani'', della rottura coll'ebraismo, del disprezzo della legge, o dell'inosservanza della circoncisione. I giorni dello Spirito Santo, che in quelle e altre misure insegnerà alla successiva generazione a procedere per altre vie, non sono ancora arrivati.
Nessuno conosce quello Spirito Santo. Nessuno pensa di sé stesso guidato da Lui. I ''discepoli'' sono Ebrei per origine e conformazione, che è per dire, per la loro nascita o diventando proseliti, e così rimangono, qualunque cosa potrebbe esserci dietro la loro personale opinione o quella di altri. Essi professano un credo, e formano una setta tra gli ebrei, che, comunque questo potrebbe distinguere, non separano loro da quelli che, in riguardo a maniere e costumi, leggi e profeti, tempio e sinagoga, sono veramente chiamati ebrei.

Il centro della loro particolare deliberazione è Gesù, di cui ''discepoli'' essi considerano sé stessi, con la cui apparizione essi collegano il compimento di certe attese messianiche, e che essi, come sembra, riconoscono come il promesso messia. Il ricordarsi l'un l'altro delle cose concernenti Gesù, ta peri tou Iesou, e la predicazione di quelli ad altri è quel che distingue loro dagli altri ebrei, e vincola loro a condurre un'esistenza strettamente morale nell'amore reciproco.

Paolo incontrò questa comunità di fratelli. Egli colloca sé stesso piuttosto a disposisione dei ''discepoli'' per la diffusione dei loro principi. Egli viaggiò per questo scopo attraverso diverse regioni, con vario successo e varie esperienze. I particolari di questo periodo ci sono pervenuti solamente davvero incompleti, e mischiati con strani elementi da più tarde biografie. Noi non udiamo che egli avesse mai scritto epistole di qualche importanza, oppure che vi sorse mai tra lui e gli altri ''discepoli'' alcuna disputa riguardo ai credi e alla vita, l'opinione della conferma comune, oppure i suoi ulteriori effetti.

[...]

Comunque questo possa essere, noi non udiamo di alcuna disputa, e noi non abbiamo nessuna ragione di supporre che è nascosta ai nostri occhi deliberatamente, perchè noi non possiamo neppure ipotizzare circa che cosa essa sarebbe stata. Paolo è congeniale nel pensiero con Pietro e gli altri, i quali, a loro volta come lui, sebbene in un'altra sfera, hanno dedicato sé stessi alla fatica missionaria a beneficio dei comuni interessi e desideri dei ''discepoli''.

Un lungo tempo passa. La prima generazione, forse perfino più di una, è passata. Tra i ''discepoli'' separati dalla Palestina, precisamente, ad Antiochia in Siria, un'inclinazione a sbarazzarsi dell'ebraismo, e a rompere anche in altre misure colla tradizione, rivela sé stessa. Noi potremo supporre che la loro comunicazione con il mondo pagano e l'ammissione di precedenti pagani nella comunione dei fratelli causò e alimentò quest'inclinazione. L'influenza della civiltà greco-romana, e non da ultimo, la conoscenza delle Scritture e della filosofia trasferita da Alessandria ad Antiochia, Efeso, e altre città dell'Asia Minore esercitano un'influenza positiva su di essa.  

Comunque i particolari riguardanti la storia della sua nascita potrebbero essere spiegati, una riforma sorge tra i ''discepoli''. Le ''cose concernenti Gesù'' sono eclissate, o piuttosto gli uomini imparano a giudicare più esattamente intorno a loro. La verità religiosa è impugnata più profondamente ed estesamente, un nuovo slancio dato alla contemplazione nella sfera della religione, materie relative al credo e alla vita in quasi ogni punto sono riviste e alterate, e c'è una risoluta presa di distanza dall'ebraismo. ''Il vangelo della pietà di Dio'' è nato; il lieto messaggio è portato a tutti senza distinzione che il Dio Altissimo ha inviato Suo Figlio, il Cristo, a salvare il più possibile molti per fede o per aver creduto in Lui. Ad una particolare rivelazione, comunicazione e guida dello Spirito Santo, essi devono la nuova luce lanciata sul passato e sul futuro di sè stessi e altri, e sul vero significato di Gesù, nient'altro che Figlio di Dio, il Cristo, alla cui temporanea apparizione sulla Terra essi non possono fermarsi. I ''discepoli'', dall'essere una setta ebraica, diventano ''Cristiani'' (Atti 11:26).

Coloro che seguono questa linea la combinano col nome di Paolo. Egli diventa l'eroe, il patrono della loro setta. Su di lui sono trasferiti, a lui sono attribuiti i pensieri e le percezioni nate in altri mediante la vita rigenerata e il tentativo dei ''discepoli'' di diventare i primi ''Cristiani''. Egli deve testimoniare, raccomandare, desiderare, eseguire in parole e atti quel che essi stessi stimano buono e utile. In questo modo essi giunsero a descrivere la sua vita. Così facendo essi potrebbero aver utilizzato conosciute tradizioni e ricordi scritti. Ma essi possono difficilmente aver derivato qualcosa senza modifiche, perchè essi hanno di fronte ai loro occhi piuttosto un'altra, più grande, più sublime immagine della vita e opera di Paolo. La sua posizione deve, inoltre, come ora approssimata, provare da una parte che la dottrina connessa col suo nome ha la sua radice in un onorevole passato, mentre non dev'essere negato, d'altra parte, che la dottrina che noi ora chiamiamo convenientemente Paolinismo è veramente nuova.

(A Wave of Hypercriticism - The English Writings of W.C. van Manen, edito da Robert M. Price, pag. 18-21, mia libera traduzione)


Cosa mancherebbe qui, ammettendo gratuitamente per un momento che «così furono andate le cose»? [1]


Certamente i cristiani del II secolo - esattamente come i cristiani del 2015 -, per quanto intimamente demenzialmente persuasi, in virtù dei soli vangeli, di avere evidenza storica di Gesù, non tollererebbero mai e poi mai che un tale Gesù, dopo morto, non lasciasse dietro di sè nessuna traccia storica dell'IMPATTO provocato dalla sua Resurrezione sui suoi primi seguaci. I vangeli non assicurano fino in fondo che quell'IMPATTO ci fosse stato sui discepoli di Gesù, soprattutto se si considera come gli stessi discepoli siano negli stessi vangeli continuamente screditati e bistrattati (come buffoni e idioti tardi di comprendonio), e perfino a stento riabilitati quando il caso. Quando i cristiani sentirono l'esigenza di un Gesù STORICO da brandire con orgoglio di fronte a pagani piuttosto sarcastici nei confronti del loro Gesù evangelico (come Celso), non esitarono a interpolare i testi di Flavio Giuseppe e di Tacito a suon di banalissimi Testimonia. Ma l'evidenza non-cristiana di un «Gesù storico» non fu affatto la prima sentita necessità interiore dei cristiani del II secolo (semmai lo fu dei cristiani del III secolo). No. I cristiani del II secolo ebbero fin dal principio il forte bisogno interiore di evidenza storica dell'IMPATTO provocato dalla Resurrezione di Gesù. Era paradossalmente il Gesù Risorto a dover essere
«STORICIZZATO» per prima, nel II secolo, e solo dopo il Gesù «storico», nel III secolo. E l'unica via obbligata per storicizzare l'evento «Resurrezione», per «concretizzarlo» nella Storia, era di inventarsi il PRIVILEGIATO SUPER-TESTIMONE della Resurrezione per eccellenza: Paolo. E su di lui proiettare l'entusiasmo fanatico dei cristiani gentili del II secolo propagato dall'idea (solamente allora in procinto di diffondersi) di un nuovo semidio Gesù che muore e risorge allo stesso modo delle divinità ellenistiche dei culti misterici. Ma un semidio coll'unico limite di essere testimoniato da «testimoni» fin troppo recenti, anzi *solamente* contemporanei: da qui la necessità di un testimone come Paolo tanto antico quanto il tempo presunto in cui i vangeli fissano Gesù: ossia la prima metà del I secolo EC.
L'invenzione delle lettere paoline nel II secolo testimonia ad un tempo che nel I secolo, perfino sotto l'ipotesi gratuita di un Gesù storico, mancava qualcosa come un testimone della sua Resurrezione e dell'IMPATTO da essa provocato per l'origine del movimento. E proprio ciò che la fabbricazione di Paolo conferma - l'assenza di testimoni del Gesù Risorto nel I secolo - offre a propria volta una valida spiegazione del perchè in primo luogo la *necessità* di quella fabbricazione.

La Storia va riscritta:

Non fu la esperita (per via mistico-allucinatoria) «Resurrezione di Gesù» (di un Gesù mitico o storico non ha nessuna importanza qui) a provocare la nascita del «Cristianesimo
».

Fu la nascita del «Cristianesimo» a provocare la nascita del concetto teologico noto come «Resurrezione di Gesù». E di conseguenza del Super-testimone di essa: Paolo.


La «Resurrezione di Gesù» È Paolo, perchè solo un inventato essere umano può essere preso a testimone, solitario nella sua grandezza, di un evento per definizione non-storico ma metafisico come la «Resurrezione di Gesù», un concetto che tracima di entusiastico spirito pagano-ellenistico da cima a fondo. E come tale, un concetto che non può essere inventato da veri ebrei quando riferito ad una deità.

Ecco perchè io concordo interamente con il geniale prof Robert M. Price quando con estremo disincanto denuncia:

Alcuni marcioniti credevano che Paolo fosse il paraclito, vedendo in lui l'interprete definitivo del significato di Gesù Cristo. I marcioniti gradivano dipingere Gesù che siede su un trono centrale con Paolo alla sua destra e Marcione alla sua sinistra, e io direi che i Protestanti credono quello anche. Gesù viene ridotto a ''l'evento Cristo'', lo spoglio e muto atto di Dio che non significa nulla finchè qualche voce profetica (quella di Paolo) si fa avanti per comunicarci quel che significa.
(The Amazing Colossal Apostle, pag. ix, mia libera traduzione)

E ancora:

Invero, è stato sorprendente vedere teologi propensi ad ammettere che Gesù si fosse sbagliato sulla fine del mondo. Ma allora, ciò solamente significava che si poteva più facilmente porre Gesù sullo scaffale e dover ricorrere a Paolo come il principale oracolo teologico di Gesù.
Si riceve l'impressione che i Protestanti, comunque liberali, si siano ritirati dal recinto perimetrale—Gesù Cristo—e abbiano preso rifugio nel castello fortificato—precisamente Paolo. La stessa mossa fatta nel caso di Gesù (rifacendolo come un post-colonialista, un femminista, un Ebreo Ortodosso, e un attivista verde) è stata fatta nel caso di Paolo. Dopo di questo, non si può correre da nessuna parte. Che è la ragione perchè gli studiosi, così critici circa il Gesù storico, si siano rivelati riluttanti ad accettare una significativa critica più radicale delle epistole paoline. 

(ibid. pag. x, mia libera traduzione)


In questo post ho dimostrato che:

1) il «Paolo» che parla nelle lettere non era veramente ebreo e perciò, essendo oggetivamente quasi impossibile ipotizzare un Paolo gentile o samaritano della prima metà del primo secolo che si finge ebreo, la più semplice soluzione è che un Paolo storico non è mai esistito.

2) il nome «Paolo» ha un significato simbolico che si pone deliberatamente in implicita antitesi a Matteo 5:19. Il primo che diede il nome di «Paolo» all'autore di quelle lettere era dunque a conoscenza almeno del rivale vangelo di Matteo.

3) le lettere di Paolo (e Paolo stesso) furono fabbricate nel II secolo CE per proiettare nel I secolo un fabbricato testimone dell'evento «Resurrezione di Gesù» giunto ad essere considerato per la prima volta da allora all'origine del «cristianesimo».

4) il punto 3 implica per necessità che fino all'invenzione di Paolo non c'erano testimoni dell'evento «Resurrezione di Gesù» a disposizione dei cristiani gentili, oppure, se c'erano, erano così poco credibili ed equivoci in quella veste (mi riferisco ai 12 apostoli descritti nel Più Antico Vangelo, Mcn, come totali idioti e buffoni) da mettere in dubbio perfino la loro pretesa ad esser tali. Questo significa che almeno i primi due vangeli, Mcn e Matteo, vanno analizzati nuovamente per esaminare in che termini considerano l'evento «Resurrezione di Gesù», ammesso che presentino effettivamente il concetto allo stesso modo in cui è presente nelle epistole.


Mi sono reso conto di aver scritto parecchio, eppure ho ancora parecchio da dire contro la storicità di Paolo. Per cui sia questo post soltanto la prima parte di tale dimostrazione.


[1] Risposta: lo
«Spirito Santo» nel I secolo. Nota che secondo Van Manen, per «Spirito Santo» si intende, nella sua ricostruzione delle origini appena quotata, nient'altro che il fatidico IMPULSO esistenziale quanto irripetibile nella sua eccezionalità, che avrebbe portato i primi apostoli, dopo aver esperito per via mistico-allucinatoria la «Resurrezione di Gesù», a originare finalmente il «cristianesimo» diffondendo il vangelo in tutto l'Impero Romano. Ma io dimostro nel post che tutto ciò che ha a che fare con tale impulso, tale impatto, indotto dalle rivelazioni e dalle visioni (Richard Carrier le chiamerebbe più realisticamente: allucinazioni) dell'evento non-storico «resurrezione di Gesù» con tanto di effusione dello «Spirito Santo», È «Paolo». Il fatto che Van Manen dica che lo «Spirito Santo» era assente come concetto nel I secolo deve logicamente implicare che era assente anche il Paolo inteso nelle epistole che portano il suo nome (giacchè Paolo fu inventato per produrre un testimone dello «Spirito Santo» in questione altrimenti mai esistito), eppure Van Manen, riluttante com'è a prendere quest'ulteriore passo logico, si ostina ancora a credere senza evidenza alla storicità di questo Paolo, perfino se nega l'autenticità delle lettere a lui attribuite. Van Manen, pur con tutte le sue formidabili intuizioni, era anche lui un folle apologeta cristiano.

sabato 25 aprile 2015

Sul Potere della Scrittura

LETTERE: Inutili alla Chiesa, i cui santi fondatori furono ignoranti e illetterati. Le sole lettere di cui la Chiesa ha bisogno sono le lettres de cachet.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Prima che Marcione fu fatto l'´arci-eretico`, egli sembra essere stato l'arci-teologo, ´il fondatore di una religione` e di un nuovo culto, il Cristianesimo.
(Markus Vinzent, Marcion and the Dating, pag. 135, mia libera traduzione)
Ho avuto una curiosa conversazione con Stuart Waugh nel suo blog, sui più disparati argomenti che preferivo toccare della sua visione critica radicale, che mi ha dato l'occasione di rivelare da ultimo alla fine, sia pure in modo ancora sparso e superficiale, la somma di alcune riflessioni che ''mi tenevo dentro'' come immediato e spontaneo riflesso speculativo provocatomi dalla lettura di un punto cruciale fatto dal prof Vinzent sul rapporto tra Marco e Marcione. A quel punto l'investigazione non si è potuta limitare al solo blog.

Sono estremamente contento nel realizzare di non essere il solo ad elaborare simili pensieri servendomi del giusto mix di pura logica e semplice intuito. E si badi che, oltre a quello, il mio esperto interlocutore, a differenza mia, è evidentemente di gran lunga più preparato e versato nella conoscenza delle lingue classiche e della letteratura neotestamentaria, apologetico/patristica e pagana del II e III secolo.

E tuttavia, non posso riassumere in un unico post l'insieme delle molteplici impressioni ricavate, per cui dovrò limitarmi per ora a professare pubblicamente un obbligato atto di umiltà nei confronti di me stesso e dei miei lettori: e quell'umiltà consiste nel socratico riconoscimento dei limiti della nostra conoscenza in materia di origini cristiane.

Per dirla tutta, non possiamo mai sapere con assoluta certezza cosa provocò l'irruzione di Marcione - il nostro primo testimone di un cristianesimo esistente - sulla scena del II secolo. Soprattutto, non sapremo mai cosa c'era prima di Marcione e dell'eruzione della sua scuola. Per Waugh, tutte le ipotesi sono equamente probabili. Perfino che ci fu un reale Gesù storico in Israele nel I secolo e un reale Paolo che diffuse il messaggio del primo per l'intero bacino orientale del Mediterraneo. Nell'assoluta ignoranza di ciò che accade in quei tempi oscuri da lui definiti per l'appunto ''preistorici'' proprio a rifletterne l'assenza di un benchè minimo indizio capace di illuminarli sia pure di poco, Waugh ritiene più saggio e più umanamente confortevole sospendere il giudizio sulle reali origini cristiane, preferendo concentrarsi invece nell'apprezzamento di quel che davvero rimane nelle nostre mani: pura letteratura liturgica e apologetica del II secolo. Non ''Storia ricordata'', si badi bene, ma al più ''Storia proiettata'' nella prima metà del I secolo allo scopo di dar lustro (apologetico) ad un ipotetico illustre passato - senza con ciò negare del tutto la mera possibilità astratta, al di là del puro mito e dei puri interessi teologici in gioco, di oscuri (e ipotetici) accadimenti del I secolo connessi con le origini.

Così la sua conclusione sulla questione della storicità di Gesù si può ben definire PURO AGNOSTICISMO.

A me che gli chiedevo con malcelata insistenza di rompere il suo silenzio in un modo o nell'altro sul fitto mistero delle origini cristiane, magari pronunciandosi in favore dell'una o dell'altra ipotesi speculativa intorno ad esse, traduco qui la sua pacata e serena risposta:
Le mie opinioni sono le mie. Ed esse evolvono. Dapprincipio io ero davvero speculativo, come te stesso, tentando di disegnare un quadro completo, poi cercare di adattarvi ogni cosa al suo interno. Ma i pezzi non si incastravano e furono i dettagli tecnici a indurmi a iniziare ad abbandonare il quadro da me costruito. E come te mi sforzavo di mettere insieme pezzi delle teorie tradizionali per spiegare i dati.  Ma non lavoravano, e pezzo dopo pezzo io lasciai perdere, finchè dovetti costruire un nuovo modello.

Mi piace quell'ultimo commento di van Manen che cita Price. Quello non è lontano dalla mia vista del Paolo di Marcione. Io penso che Marcione fu il Vescovo che organizzò un movimento. Ma egli proveniva da un campo esistente che era diverso, un fatto riflesso pure nella forma marcionita di Paolo. Il vangelo di Giovanni fu probabilmente scritto non molto più tardi di Galati, e tuttavia la teologia è radicalmente diversa da quella di Marcione come mostra l'esame di Giovanni il Battista. Così Marcione non fu unico. 

Una questione che ho è: era Giosuè il nome del Cristo prima che giunsero intanto gli eretici e fabbricarono i loro proto-vangeli? Io penso che potrebbe non esserlo stato. Giovanni 1:17 suggerisce che gli eretici scelsero il nome come allegorico, con Mosè associato alla Legge, il suo successore con la nuova grazia e verità. Così il concetto del movimento di Gesù pre-cristiano proto-ortodosso è forse un ossimoro.

Io non intendo quella come una posizione da difendere, ma invece come un esempio di quanto poco noi sappiamo di quel che fu il cristianesimo prima che eruppe Marcione. E anche per mostrare com'è pericolosa e tenue ogni speculazione su quel che sembravano e credevano le comunità cristiane del primo secolo. Io non conosco abbastanza per speculare, e io so più della maggior parte. La perdita di conoscenza non ferma le persone dal dover conoscere meglio e mettere in discussione le fondamenta di quel che dicono quando speculano sulle fondazioni del cristianesimo del primo secolo.

Il mio amico Dr. Detering è recentemente andato nell'altra direzione dello studio ed è stato a concentrarsi sui padri della Chiesa fino ad Agostino, che egli pensa è così interpolato che ciò che abbiamo non può essere considerato la sua opera, piuttosto di mani posteriori. Io penso egli sia giusto a lavorare in quella direzione, in quanto noi abbiamo da fin troppo tempo assunto che gli scritti dei padri della chiesa fossero essenzialmente profondi e corretti. Ma essi mostrano segni di più tarda interpolazione, proprio come il NT. Noi abbiamo bisogno di considerare loro prima di poter operare indietro con fiducia.
Non posso che ammirare simile franchezza e fermi propositi, e tuttavia sento troppo forte in me l'impulso a prendere, in qualche modo, una posizione leggermente più netta e differente dalla sua, sia pure nel crepuscolo di così tante certezze che, bene o male, potevo ancora portarmi dietro prima di questa conversazione ma alle quali ora non posso più guardare nella stessa ottimistica luce precedente.

In altre parole, devo fare anch'io i conti col Dubbio. Dubbio che finora solamente avevo  sguinzagliato a caccia dei dementi folli apologeti cristiani e dei loro stupidi e ottusi alleati ''agnostici con propensioni atee'' (ogni riferimento a quell'idiota di Bart Errorman è puramente casuale).

Ma che ora devo rivolgere contro me stesso e le mie più radicate convinzioni.
La questione era ed è semplicemente questa: cos'è che può essere davvero chiamata Storia? Dove risplende la luce? Vedere che si è stati in errore nella propria maniera di apprendere il passato è non una perdita ma un ottenimento. È sempre meglio, più sicuro, e più profittevole, sapere di non sapere, che andare a costruire su una base che è immaginaria.
(Van Manen, A Wave of Hypercriticism, edito da Robert Price, pag. 126, mia libera traduzione)

E allora io cerco di fare la scelta giusta, come sempre io ritengo di aver fatto in situazioni critiche nella mia giovane vita.

Decido di condurre solo con l'evidenza e soltanto con la pura evidenza. Il mio non è altro che un impegno al più semplice modello di onestà intellettuale: rendere le mie certezze direttamente proporzionali all'evidenza in mio possesso. Pretendere di essere certi di una cosa quando in realtà non lo si è affatto - addirittura, pretendere di essere certi su qualcosa di cui non esiste affatto nessun'evidenza concepibile -  è un fallimento morale e intellettuale insieme. Io mi vanto di essere uno dei pochi a realizzarlo. Perchè io ho percepito le menzogne della religione e mi rifiuto di farle mie.  

Ciò di cui non esiste nessuna evidenza, nè scritta nè archeologica e tantomeno orale, semplicemente io non sono tenuto affatto a prenderla minimamente in considerazione degnandola del valore di ''evidenza'' di qualche cosa, riconosciuta da ultimo la sua basilare natura di non-evidenza. Io non sono tenuto affatto ad ipotizzare un Gesù di Nazaret se non vedo alcuna evidenza della sua esistenza: ed è quella la posizione più umana, naturale e razionale possibile che potrei prendere.

E come dell'esistenza di Gesù di Nazaret, così di un cristianesimo già esistente nel I secolo, addirittura pre-70.

Nessuna evidenza significa nessuna evidenza. Ciò che non supera il dominio della pura ipotesi astratta non merita di valere come evidenza, ma di rimanere nel mondo che gli appartiene di diritto, fino a prova contraria: il mondo della pura immaginazione e del fantasy. Il mondo del romanzesco e della fiction. Il mondo assai edulcorato dove vivono e si ostinano a voler vivere i folli apologeti cristiani e tutti coloro che per interesse o per ignoranza si lasciano passivamente imbonire e suggestionare dalle loro chiacchiere e dalle loro frottole e da ultimo perfino dalle loro menzogne.

Nel Passato Reale può essere sempre in teoria accaduto di tutto. Ma ogni ricostruzione di quel Passato Reale che ambisce ad essere storica (con tutto l'abisso incolmabile che sempre dividerà qualunque Storia ricostruita dal corrispondente Passato Reale che intende descrivere) non può e soprattutto NON deve assumere, ma al contrario deve repentinamente sbarazzarsene, cià che non è richiesto a spiegare l'evidenza, tutta l'evidenza, disponibile ora nelle nostre mani. Un ipotetico Gesù storico, così come un ipotetico ''giudeocristianesimo'' pre-70, è completamente inutile a spiegare l'evidenza che abbiamo, la pura letteratura che abbiamo. La spiegazione migliore è quella che si basa sul minor numero possibile di ipotesi necessarie e sufficienti.

Chi sente qui l'eco delle sagge parole dell'accademico Thomas L. Brodie non si sbaglierà affatto.

E allora dedico direttamente alle sue sapienti parole il resto di questo modesto blog (punto di fine e insieme punto di inizio di una nuova fase nella mia ricerca), conscio che lui è uno dei pochi intellettuali ad aver veramente riconosciuto nella letteratura la giusta chiave, l'unica chiave, in grado di spalancare a noi le porte delle vere e più autentiche origini cristiane e non da ultimo del loro grandioso Mito di Gesù, al disincantato sguardo del nostro Più Profondo Sé:
ORIGINI CRISTIANE: SCRITTURA COME UNA CHIAVE
Non tutti gli ebrei seguirono la tradizione scritta spesso associata con Jamnia. Invece, alcuni svilupparono e seguirono la tradizione di un nuovo Giosuè, Iesous - la via che alla fine portò al Nuovo Testamento. Non è chiaro cosa suscitò questo sviluppo - cosa ispirò coloro alle origini del Cristianesimo. Un collega ha suggerito che anch'essi stavano rispondendo alla caduta del tempio. Certamente la distruzione del tempio ebbe un maggior effetto: ´Più di ogni altra singola azione, fu la distruzione del Tempio di Gerusalemme...nel 70 EC... che attivò la lenta... trasformazione della religione alla quale noi dobbiamo, tra le altre cose, la cultura europea` (Stroumsa 2009: 63). E Lloyd Gaston (1970), per esempio, ha da tempo indicato il significato della caduta del tempio per i vangeli. Ma una teoria che pone la caduta del tempio alle esatte origini del cristianesimo dovrebbe condurre con difficoltà sulla datazione, in particolare sulla datazione delle antiche epistole. Così, mentre concedendo un ruolo alla caduta del tempio, sembrerebbe che un ruolo dovrebbe anche essere dato alle ispirazioni e divisioni che esistevano all'interno dell'ebraismo prima del 70 EC.
Una cosa è certa:  quando la storia finale è raccontata ci sarà un ruolo speciale per il processo di scrittura. Parecchie ricostruzioni delle origini cristiane hanno raffigurato come tardo e sparso il processo di scrittura dei libri del Nuovo Testamento - decenni dopo che Gesù è detto di aver vissuto, e senza diretti legami tra i vari autori e scritti. E il processo di collegare assieme i libri in quel che ora è chiamato il Nuovo Testamento è stato visto come non accadendo fino a considerevolmente più tardi.
Comunque, in numerosi movimenti umani un processo di scrittura giunge presto ed è accuratamente sviluppato. Probabilmente sarebbe utile controllare la natura e il ruolo del processo di scrittura in vari eventi - i ruoli forse della Magna Charta, delle tesi di Lutero, delle
Salmanticences spagnole, dell'Encyclopédie francese in relazione alla Rivoluzione Francese, della Costituzione Americana, del Manifesto Comunista, della Proclamazione di Indipendenza Irlandese del 1916, in aggiunta, più di recente, al ruolo dei tape recordings e di Internet - ma quel che è certo è che, mentre il popolo ebraico divenne noto come il Popolo del Libro, i cristiani divennero de facto i principali sviluppatori del codex, il libro rilegato che sostituì i rotoli, e che, qualunque fosse la sua origine, emerse energicamente intorno allo stesso tempo del cristianesimo.
Ad ogni caso, al di là di quel che potrebbe essere accaduto intorno a vari altri eventi e al codex, esiste evidenza significativa che la scrittura, la scrittura coordinata, ebbe un ruolo importante nella fondazione del cristianesimo. Io menzionerò sei punti:

1. Il Cristianesimo fu fondato significativamente su un processo di riscrittura.
2. La riscrittura indica coordinamento - un gruppo oppure una scuola.
3. L'esistenza di altre scuole offre un supporto all'idea di una scuola/un gruppo del Nuovo Testamento.
4. La connessione scolastica di libri biblici con scuole offre ulteriore supporto all'idea di una scuola del Nuovo Testamento.
5. La ricerca della sequenza dei libri.
6. La verità della scrittura.

Cristianesimo come Fondato Significativamente su un Processo di Riscrittura
Nel cristianesimo, come in ogni religione, due degli elementi più centrali sono la sua storia (la narrazione o mythos che lo collega al divino) e le sue istituzioni (come si organizzò di giorno in giorno attorno a persone specifiche) (McGrath 2009; 23.25). La storia si avvolge attorno essenzialmente Cristo Gesù, e in un grado minore attorno ad altri personaggi, specialmente Paolo. Le istituzioni comprendono il battesimo, l'osservanza della Domenica, l'Eucarestia, un calendario liturgico che pende specialmente sulla Pasqua, una network umana che serve le persone, e l'aggregarsi di persone in comunità di varie dimensioni e forme.
Quando il cristianesimo cominciò, quelli elementi base - la narrazione e le istituzioni - avevano una certa novità. Ma esse non erano pienamente nuove. In larga misura erano un adattamento della narrazione e delle istituzioni dell'ebraismo.
Primo, la narrazione. Io non elaborerò i dettagli. In qualche misura, il principio era già presente in Sant'Agostino: ´Il Nuovo è latente nel Vecchio e il Vecchio è rivelato nel Nuovo`. E assieme a molti altri, io ho cominciato a illustrare la crescente evidenza che la descrizione del Nuovo Testamento di Paolo è modellata significativamente sul ritratto dell'Antico Testamento di Mosè, e che la descrizione di Gesù è largamente una sintesi del racconto dell'Antico Testamento di Dio e di tutto ciò che Dio fa, spesso tramite persone. L'evidenza non è completa, ma è già sufficiente, e come passa ogni anno di ricerca, il grado di continuità tra i due diventa più chiaro, lentamente.
Secondo, per quanto riguarda le istituzioni:
Gli elementi centrali del cristianesimo nella loro interezza, compresa l'eucarestia, la croce e il sistema di scomunica, sono direttamente derivate da sette ebraiche del tipo più tradizionale che pretendono di rappresentare il rinnovamento del vero Patto, specialmente in Galilea (Nodet e Taylor 1998: 437).
Tali sono i fatti basilari, assieme al fatto dell'esistenza dei cristiani stessi e dell'evidenza delle loro vite.
Così il punto di partenza per la storia del Cristianesimo è come segue. La storia/narrazione e le istituzioni del cristianesimo sono un adattamento della storia e delle istituzioni dell'ebraismo. Ma le figure prevalenti nella storia, Gesù e Paolo, non erano gli originatori nè della storia nè delle istituzioni. Piuttosto, il racconto su di loro è modellato sulla storia antica in tale maniera - completa, complessa, dettagliata, artistica - che essi emergono come figure scritturali formate da altri. Così, chi erano gli altri? Chi era la persona o le persone all'origine del cristianesimo? Che evento(eventi)?
La Riscrittura Indica Coordinazione - Un Gruppo oppure una Scuola
La prima principale evidenza riguardante l'origine del cristianesimo proviene non così tanto da quello che il Nuovo Testamento dice - altrimenti noi cominceremo il cristianesimo con l'angelo Gabriele - ma da quel che il Nuovo Testamento è, e ciò che fa. Essenzialmente esso consiste di 27 scritti che, nonostante parecchie differenze, sono tutte radicati, direttamente oppure indirettamente, nell'Antico Testamento, e sono anche variamente radicati uno sull'altro. La connessione all'Antico Testamento è importante e dev'essere riconosciuta in misura crescente, ma, nel rintracciare le origini del cristianesimo, la connessione tra i documenti stessi del Nuovo Testamento è particolarmente decisiva.
Il fatto centrale è come segue: le connessioni dei testi da uno all'altro sono così numerose e così profonde che come stavano per essere scriti, gli scrittori generalmente devono aver avuto accesso a quelli già scritti. Essi costruivano uno sull'altro. La maggior parte dei ricercatori, per esempio, ora direbbe che esiste solida evidenza che Matteo e Luca usarono Marco, e che esiste qualche forma di copiatura, diretta oppure indiretta, tra Matteo e Luca. Quella è la parte facile - riscrittura che invoca investigazione. Ma data la crescente consapevolezza dei modi complessi in cui i testi antichi venivano spesso trasformati, e data la calma e chiara pazienza da parte dei ricercatori nell'applicazione di testati criteri per stabilire trasformazione e dipendenza letteraria, le connessioni cominciano ad emergere. L'evidenza non è così precisa come nelle connessioni scientifiche - per esempio, connessioni fatte tramite DNA - ma complessivamente una sua porzione critica è già rintracciabile.
Come il pattern di connessione diventa più chiaro così lo diventa una conclusione basilare: il Cristianesimo fu fondato non proprio da uno o due persone ma da un intero gruppo. È possibile che il gruppo derivò parecchio della sua ispirazione da una oppure due figure chiave, ma, contrariamente alla pratica più moderna, gli antichi scrittori biblici spesso mantennero l'anonimato oppure uno pseudonimo, e sembra improbabile che noi mai sapremo molto circa leaders individuali. Quel che possiamo fare, comunque, è tentare di dare un senso della natura del gruppo.
L'evidenza indica che il gruppo formò o contenne un qualche tipo di scuola oppure di comunità letteraria, diverse persone che erano in comunicazione l'una con l'altra. Questo sembra essere la sola spiegazione che spiega sia la diversità e sia la coordinazione dei ventisette documenti. La più facile spiegazione è che il gruppo fu concentrato in un solo posto, ma il gruppo poteva anche essere stato sparso. Le comunicazioni erano buone, e i libri antichi potevano essere prodotti e circolare efficacemente (Alexander 1998:71-105).
Lo stesso gruppo oppure scuola deve anche essere stato coinvolto nella trasformazione delle istituzioni. Come un principio generale, nella composizione di una religione, narrazione e istituzioni sono inestricabilmente connesse, e la narrazione ha una certa precedenza ad un livello rispetto alle istituzioni. In realtà, la ridefinizione delle istituzioni del Nuovo Testamento è in linea con la ridefinizione della narrazione scritturale dell'Antico Testamento, e in qualche misura è meglio vista come conseguente da esso.
Conclusione: il cristianesimo, nella misura in cui era una nuova religione, fu fondato da una scuola di scrittori, oppure più probabilmente da una comunità religiosa molti dei cui membri erano scrittori. Il processo di scrittura fu probabilmente intrecciato con eventi specifici e/o esperienze religiose - una materia che necessita di ulteriore ricerca.
...
La Verità della Scrittura
Le persone hanno misti sentimenti intorno all'arte, scrittura, librerie e librari, e ciò è vero anche delle persone religiose. I cristiani attraverso i secoli si sono sforzati di comprendere Dio e Gesù e un'espiazione, ed è anche stato una lotta sapere dove le scuole e gli scrittori si adattino all'interno della presenza attiva di Dio. L'idea che il cristianesimo fu fondato da una comunità che era significativamente orientata verso la scrittura potrebbe sembrare strana oppure dissonante. Il cristianesimo è a volte diffidente che l'enfasi sulla scrittura esalterà l'abilità della letteratura e dell'intelletto superficiale (compreso il legalismo) al di sopra dei supremi valori di amore e giustizia. Come lo racconta il Nuovo Testamento, Gesù non pose mai una penna su un foglio. Il Sinedrio considerava i turbolenti discepoli come illetterati (Atti 4.13). E, come già menzionato, Luca non menziona mai che Paolo scrisse una parola. La sola volta che Luca connette Paolo al processo della scrittura è per dire che lui stava trasportando lettere (epistolae) dal sommo sacerdote - lettere relative alla morte (Atti 9.2). Gli scrittori possono significare turbamento. Alcune persone disprezzano i librai. Platone bandì i poeti dalla sua Repubblica ideale. È stato detto che Pancho Villa costruì la sua rivoluzione sulla solida roccia dell'ignoranza. Le immagini del falegname, dei pescatori, e del fabbricante di tenda suggeriscono una rudezza lontana dalla retorica della scrittura ma vicina al vivere onesto, vicino alla rudezza della croce.
Tuttavia la scrittura ha il suo posto. Se il cristianesimo è circa il bene nelle cose, compreso la presenza di Dio nei corpi umani, allora Dio e il bene sono anche presenti in altre cose umane, compreso la scrittura - la quale, prossima al linguaggio, è quasi una caratteristica distintiva dell'umanità; è linguaggio in un'altra forma. Sebbene i corpi possono abusare, essi rimangono essenzialmente bene, e così pure il linguaggio e la scrittura. Non è sorprendente allora che, nonostante la sua cautela, il cristianesimo impreziosisce la scrittura. Realizza che le parole e le pagine possono veicolare oppure far rivivere un messaggio, perfino un messaggio che aiuta a portare nel regno di Dio. E il cristianesimo è stato profondamente coinvolto nello sviluppo della scrittura - dall'apparizione del codex, per illustrare il Libro di Kells, per promuovere la letteratura in parti distanti del mondo (Gamble 1995; Stroumsa 1998). Mentre l'esagerazione dell'intelletto e della scrittura è sempre un rischio, la crescita salutare dell'intelletto e della scrittura è una benedizione, e, come osservato per esempio nel ruolo da esso giocata nella comunità gesuita dell'Università di El Salvador attorno al tempo delle uccisioni (Dicembre 1980), lo studio e la scrittura formano un raggio di speranza.
Ad un bilancio, perciò, l'azione di una comunità nell'assumere la loro antica eredità, la loro antica narrazione, e trasformandola, attraverso la scrittura, in una nuova eredità, un nuovo patto, potrebbe essere audace, potrebbe aver posto la creatività a nuovi limiti, ma il ruolo centrale della scrittura è non in sè stesso qualcosa di negativo. La questione non è se la scrittura fosse centrale, ma se il messaggio di quella scrittura fosse vero.
La scrittura al suo meglio veicola verità, perfino se lo fa attraverso un racconto. Un giorno, non molto tempo dopo che Davide aveva commesso adulterio ed effettivamente uccise il marito della donna, Nathan il profeta giunse e gli raccontò un racconto che suonava distante circa due uoini ed alcuni animali. Davide ascoltò, e nell'ascolto gli fu finalmente messo di fronte la verità della sua stessa vita (2 Sam. 12.1-15). E quando un uomo di legge interrogò Gesù sull'identità del suo prossimo, Gesù gli raccontò una storia (Luca 10.29-37).
Il punto è ben risaputo; le storie possono veicolare verità, e spesso fanno così assai più efficacemente dei fatti della Storia. I fatti potrebbero invero essere fatti, a essi sono spesso così disgiunti e logori da comunicare quasi nulla. Tuttavia, come mia sorelle mi ricordò di recente - la stessa sorella la cui infantile lettura fu una volta un oggetto di tale meraviglia per me - la grande scrittura, perfino se è un'opera dell'immaginazione, può raggiungere il cuore.
Al pari della parola ´fiction`, la parola ´immaginazione` è ambigua; può suggerire cosa è irreale, come immaginare che la luna sia fatta di formaggio verde. Ma, come mostrano le parabole, l'immaginazione può anche essere una guida alla verità. Può scegliere immagini e storie riempite di immagini che pervengono al cuore della verità. È spesso più efficace dell'analisi astratta oppure fattuale, e può operare mediante diverse forme di scrittura, specialmente mediante
poesia fantasiosa, prosa immaginifica, e scrittura immaginativa.
Immagini e parole che emergono dal più profondo livello di esperienza non sono solo segni. Portano la realtà in essere. Nelle parole di Catherine Hilkert, ´incarnano` la realtà:
Le parole umane pronunciate dal centro di noi stessi... permettono ad una più profonda dimensione della realtà di emergere. Quelle... parole non sono meramente segni che puntano ad una realtà che esiste indipendentemente della nomina. Piuttosto, in una maniera pubblica, consapevole, storica, quelle parole ´incarnano` la più profonda realtà spirituale da cui esse emergono. Le parole primordiali diventano sacramenti - funzionano come simboli che permettono ad un mistero più profondo, all'offerta della grazia, di diventare più concretamente presenti e disponibili nell'esistenza umana (Hilkert 1997: 33).
Questo processo con cui le parole portano la realtà in essere è connessa in qualche modo allo stesso principio della Bibbia: le parole portarono il mondo in essere (Gen. 1).
Il punto essenziale è fondamentale. ´Arte`, ´finzione` e ´immaginazione` potrebbero a prima vista suggerire qualcosa di irreale, ma di fatto possono essere le più sicure guide alla più profonda verità. I racconti di Gesù potrebbero in un senso essere fiction, e potrebbero essere formati da numerosi più antichi racconti, compreso per esempio il racconto della morte di Socrate. Ma l'arte al suo meglio può pervenire al cuore della verità, e i simboli pure a loro volta. La parola ´fiction` è ambigua. Può indicare cosa è non vero; ma può anche riferirsi ad una scrittura che, sebbene non storica, è una lacerante descrizione della realtà, della verità radicale, e i vangeli sono un supremo esempio di una tale scrittura.

(Beyond the Quest for the Historical Jesus, Memoir of a Discovery, pag. 182-196, mia libera traduzione e mia enfasi)

venerdì 10 aprile 2015

Del perchè le epistole «di Paolo» erano − e sono − così silenti sul Gesù evangelico

EDUCAZIONE CRISTIANA: Consiste nel far contrarre fin dall'infanzia ai piccoli cristiani la salvifica abitudine di sragionare, credere a tutto quello che si dice loro, odiare tutti coloro che non credono in quello in cui credono loro. Il tutto per offrire allo Stato cittadini formati, pieni di buon senso, ragionevoli, tranquilli e soprattutto sottomessi al clero.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Bene, o mio amico, allo stesso modo, tu puoi già considerarti un Critico Radicale di tuo proprio diritto. Tu hai abbandonato il teologico Paese dei Balocchi del letteralismo fondamentalista. Tu sei fiducioso nella tua raffinatezza. Tu ti sei sbarazzato delle cose infantili del tradizionalismo. Ma non così presto! Forse tu sei ancora impegnato completamente nell'inerzia della fede e nella lealtà alla tradizione quando si arriva a certe materie di autenticità e autorevolezza.
Oseresti andare oltre? Sarai tu altrettanto aperto alle scioccanti nuove prospettive come tu lo fosti una volta, comunque con riluttanza all'inizio, quando tu per la prima volta considerasti il Criticismo Radicale? ''Tu conosci gli assicurati risultati del criticismo''. ''Io le ho apprese sin dalla mia giovinezza.'' ''Ti manca una sola cosa. Se vuoi essere perfetto, và e leggi Van Manen''.

(Robert M. Price, parole introduttive finali al A Wave of Hypercriticism, the English Writings of W.C. Manen, edito da Robert Price, 2014, mia libera traduzione)

Ora finalmente riesco a scorgere un pò di luce. Ora intravedo qualcosa della verità, sia pure una minuscola parte della stessa, su qualcosa all'opera circa duemila anni fa che fu molto più grande di me e della mia immaginazione.

Il ''sorprendente silenzio'' di un Gesù storico nelle nostre odiate e amate ''epistole paoline'' si appresta finalmente a trovare la soluzione che cercava da tempi immemorabili.

E come succede quando si scopre la banale verità e nient'altro che la verità, il mistero è che non c'è nessun mistero, nessuna meraviglia o niente che vi rassomigli, nient'altro stupore che non sia quello indotto dal fatto stesso, puro e semplice, quando considerato nella sua più disincantata, materialistica essenza.

Non è vero che le epistole sono silenti su Gesù perchè ignari di un Gesù come quello descritto nei vangeli.

Non è neppure vero uno qualunque dei ''motivi'' apportati finora dai folli apologeti cristiani o complottisti di vario genere per spiegare quel sorprendente silenzio.

Per dirla in termini brutali ma efficaci, quel silenzio sarebbe invero sorprendente se quelle epistole fossero tutte di un solo, unico autore. Un Paolo reale autore di lettere nel I secolo che non parla mai esplicitamente di un Gesù storico sarebbe a dir poco stupefacente. Sarebbe de facto impossibile. E difatti lo è.

Per la semplice ragione che quelle epistole non risalgono affatto al I secolo. Nè furono scritte in un primo tempo da un invididuo di nome Paolo.

Quelle epistole sono trattati teologici, composti e assemblati e collezionati e venduti come ''la Verità'' nel II secolo, nel campo eretico. Marcioniti.

E poichè dunque sia le epistole sia i vangeli videro quasi parallelamente la loro nascita, strettamente le une a ridosso degli altri, così da non poter consentirci di dire quale vangelo precedeva quale lettera (anche se di tutte le lettere che Marcione riuscì a collezionare, assieme al Vangelo, lui fu l'autore almeno di Galati), era pressochè inevitabile che materiale evangelico finisse alluso in un modo o nell'altro nelle epistole e viceversa.

Alluso. E soltanto alluso. Non quotato esplicitamente. Non brandito all'ipse dixit maniera.

Perchè i vangeli, diversamente dalle lettere, non meritavano ancora - e per tutto il tempo in cu il nome di Paolo doveva servire a sigillare la Verità, non avrebbero mai meritato - il loro medesimo, autorevole statuto.

Anche se i vangeli mettevano in bocca al loro Gesù ciò che gradivano sentir dire i loro creatori, innanzitutto, il loro Gesù terrestre non aveva ancora attirato su di sè quella forte rivendicazione di verità scritturale che avrebbe conquistato solamente in seguito, troppo evidente era la sua natura fittizia, allegorica, la sua appartenenza di fondo al mondo della fiction, ad uso e consumo dei cristiani meno istruiti. Il nome di ''Paolo'' e di qualche altro grande apostolo (ma quale apostolo poteva mai reggerne il confronto?) serviva per diffondere e propagandare alti concetti teologici, i più essenziali. La funzione dei vangeli era leggermente diversa, ad uso pedagogico delle masse ignoranti.

Ma il Gesù evangelico era avvertito dai molteplici fabbricatori delle epistole come troppo banale, troppo allegorico, troppo fittizio, per essere appellato in quanto foriero di autorità scritturale, perchè ne era sostanzialmente privo. Una lettera di ''Paolo'' non poteva venire accusata di essere una pura invenzione, una pura favola, un racconto senza senso, una pura sciocchezza. Al più si poteva accusare di essere stata orrendamente mutilata, censurata, interpolata, corrotta, in una parola: FALSIFICATA.

Ma un vangelo si prestava assai più facilmente, rispetto ad un'epistola, all'accusa di essere nient'altro che quello che in fondo in fondo, e non a torto, esso fondamentalmente era: una pura invenzione letteraria, una storiella, una favola, una sciocchezza.

Appellarsi al Gesù evangelico in un'epistola non conveniva, perchè avrebbe esposto l'epistola stessa alla stessa facile denuncia sollevata contro il vangelo: le tue parole non hano alcun valore, o ''Paolo'', se ti appelli a favole senza senso (le stesse favole che saranno chiamate vangelo) - perfino se tu fossi Paolo in persona. Così, pressapoco, sarebbe stata la prevedibile reazione di polemici avversari. Così congestionato di dure polemiche e velenose accuse reciproche di falsità e di ciarlataneria era ogni discorso reo di vertere esplicitamente attorno alla presunta verità o meno di un vangelo scritto (al di là se cattolico o ''eretico''), che del Gesù evangelico di turno - e delle sue azioni e dei suoi detti - era meglio, molto meglio, non parlarne, nelle epistole. Appellarsi all'autorità di un vangelo scritto in un'epistola equivaleva ad esporsi fin troppo ingenuamente all'accusa di deliberata volontà di imbonire e truffare la gente - e non c'era alcuna necessità di ridurre la più sofisticata propaganda teologica a meri insulti reciproci. I vangeli, a causa della loro evidente natura fittizia - la gente non era mica così scema come pensi, caro lettore - erano esclusi da ogni seria trattazione di alte verità teologiche, specie se fatta da intellettuali (e i veri inventori delle epistole lo erano) perchè erano divenuti altamente controversi e carichi di sospetto fin dalla loro prima apparizione al mondo.

E così Stuart Waugh mi ha fatto cambiare idea, illustrandomi in una luce totalmente diversa l'apparente silenzio di un Gesù evangelico nelle epistole. Ecco tradotta la sua risposta ad un mio quesito.
Perfino studiosi radicali come Price hanno difficoltà a far cadere l'idea dei vangeli contenenti qualche sorta di informazioni biografiche. Ma Price non è poi così lontano dalla mia posizione, solo che io non vedo altrettanto probabile  che Marcione non possedeva un vangelo - questa posizione vorrei notare è opposta a quella di Markus Vinzent che sostiene che Marcione è l'autore del vangelo.

I vangeli ci raccontano la teologia degli scrittori. Hanno posto i concetti più importanti nella bocca di Gesù come detti. In questo Price è completamente corretto. E spero che, se non altro le mie letture comparative dei vangeli rendano chiaro questo punto.

La mia opinione è che la maggior parte delle epistole paoline erano trattati senza nome da diversi scrittori nel campo eretico. Erano raccolte insieme e avevano ricevuto il titolo di Paolo. Credo che la collezione prese luogo in almeno due forme durante la fase marcionita, e in almeno altre due nella fase cattolica (è una spiegazione complicata basata sul titolo e forme introduttive dei libri stessi nonché sull'ordine di lettura del manoscritto). È mia convinzione che Marcione raccolse l'Apostolikon, senza Galati, e il suo Vangelo quasi allo stesso tempo. Questo da solo potrebbe spiegare l'interazione minima.

I vangeli credo fossero qualcosa come drammi in origine, cioè  drammi recitati. La maggior parte delle persone erano analfabete, e un draamma recitato era come comprendevano i punti chiave della loro religione. Sembra che quasi tutti i culti li avevano. Che le epistole hanno poco interazione con loro indica che i vangeli non erano visti come la Scrittura per se nei primi anni dagli scrittori di epistole, non che fossero sconosciuti. Le epistole si concentravano su punti teologici e distinguono la setta dello scrittore da altre sette. È difficile non notare le polemiche in quasi tutte.

Ebrei è uno strano uccello. Si tratta di un testo composito di simile materiale tematico - Pensa ad esso come ad una più piccola "palla di neve" di diciamo Isaia. Era sconosciuta prima del 3° secolo e sembra essere correlata ad una setta di cristiani adozionisti. E chiaramente giunse assieme dopo i vangeli, e condividere molto vocabolario con Luca-Atti (anch'egli un autore adozionista). Che non cita i vangeli ci dice di più circa il basso livello di riverenza dei vangeli di ogni altra cosa. Solo 1 Giovanni fa un forte riferimento al vangelo di Giovanni, e più in tema. La maggior parte delle epistole cattoliche sono trattati essenzialmente politici che martellano sugli a"eretici" che si oppongono alla setta degli scrittori.

Il problema che hanno i miticisti  è che stanno cercando così duramente di mettere tutto nelle lenti del miticismo che spesso non riescono a esaminare altre spiegazioni per i fenomeni che vedono nelle epistole. La mancanza di una significativa citazione dei vangeli indica meno che non li conoscevano del fatto che non li tenevano come autorevoli. Questo è il motivo per cui mi rifiuto di venir tirato nel  dibattito di Gesù mitico versus storico; quel dibattito mette i paraocchi ai tuoi studi.

Per quanto mi riguarda, nel caso di Marcione, salvo 1 Corinzi 15:1-4 (in forma marcionita), vi è un minimo contatto, perché la collezione e i vangeli sono della stessa epoca. E poiché Marcione vide i vangeli, come probabilmente tutti i cristiani a quel tempo, come storia allegorica che comunicano  verità non scritturali, tranne il punto della croce e della risurrezione.
E non si creda che la mia si tratti di un'ipotesi ad hoc, svincolata dal contesto, perchè io possiedo davvero vera evidenza a favore della bontà di quanto detto, e quell'evidenza è storica e accademica insieme.
''Ma Cristo – se Egli è nato veramente, ed esiste da qualche parte - è sconosciuto, e non lo sa neanche Lui stesso, e non ha alcun potere finché Elia non venga ad ungerLo, e renderLo noto a tutti. E tu, avendo accettato un racconto senza fondamento, inventi un Cristo per voi stessi, e per lui perite sconsideratamente.'' (mia enfasi, Giustino, Dialogo con l'ebreo Trifone 8.3.4)
Così il prof Markus Vinzent:
Trifone è critico del racconto di Giustino e vede nella sua scelta un rinnegamento di Dio ed un riporre la fiducia in un uomo. Per giunta, il Trifone di Giustino ora si lancia in una critica che è non un attacco al racconto di Giustino del messaggio del vecchio uomo, ma, come vedremo, la critica di una forma marcionita dell'ebraismo. Trifone non rigetta il discorso dell'uomo vecchio, che era nato, esistito e bisognò dell'approvazione del profeta Elia per ungerlo e renderlo manifesto, ma l'invenzione di un Cristo, basato su 'vuote favole, o parole prive di alcun fondamento', di qui un Cristo scollegato dalle Scritture ebraiche, non predicato dai Profeti, ma approvato da inventate narrazioni. Il dialogo si dispiega tra Trifone e Giustino dopo una breve considerazione sulla ''guerra che imperversava in Giudea''. Se o no Giustino riporta dati storici, la sua narrazione riflette l'argomento che il 'cosiddetto Vangelo' che Trifone aveva letto era considerato come fiction e letteratura.
(Marcion and the Dating, p. 44, mia libera traduzione e mia enfasi)

Visto? Non appena il folle apologeta proto-cattolico Giustino parla di un Gesù evangelico, urta la suscettibilità del suo fittizio polemico interlocutore ebreo, Trifone. Il suo unico errore agli occhi di Trifone? Non quello di prospettare la prima volta ad un ebreo la menzione di un Gesù sceso sulla Terra, ma piuttosto rammentare al suo orecchio l'eco furibondo e sinistro delle innumerevoli controversie sorte fin dalla prima ora attorno al vangelo, attorno ai vangeli: favole ingannevoli, nel caso peggiore, racconti puramente allegorici ad uso didattico delle masse ignoranti, nel caso migliore. Non ''Storia ricordata''. O meglio, non ancora considerata tale (per quello essere considerato tale, occorreva aspettare ancora, quando la storicizzazione del Gesù mitologico sulla Terra avrebbe oramai raggiunto il punto di non-ritorno, una volta unitosi al processo pure i folli pagani, come Celso).

Il mio congedo dai miticisti alla Doherty-Carrier non può essere più netto.