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venerdì 27 aprile 2018

Del cristianesimo come culto dell'Asino

ASINI: Animali dalle lunghe orecchie, pazienti e furbi, veri modelli dei cristiani che devono lasciarsi mettere il basto e portare croci.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768) 
In un particolare del Trittico dell'Adorazione dei Magi di Hieronymus Bosch un viaggiatore passa davanti a un asino con una scimmia montata sul dorso. Ciò potrebbe benissimo parodiare il motivo della fuga in Egitto, con il suo motivo associato alla caduta degli idoli pagani.



Nel Graffito di Alessameno, un cristiano di nome Alessameno viene deriso da pagani per adorare un uomo crocifisso dalla testa d'asino

Una riproposizione moderna del medesimo graffito è la seguente:



Non avrei mai pensato di scoprire il significato esoterico associato all'ASINO in relazione al cristianesimo. Sono indebitato a Julius Evola per questa suggestiva conoscenza.



Il cristianesimo delle origini

Questo è il punto dopo il quale avviene la discesa.
In quanto precede, si è sottolineato ciò che in Roma ebbe significato di forza centrale, in uno sviluppo complesso, ove influenze eterogenee poterono agire solo frammentariamente di fronte a ciò che, da dietro le quinte dell’umano, diede a Roma la sua fisionomia specifica.
Ora, quella Roma che si era emancipata dalle sue radici aborigene-atlantiche e etrusco-pelasgiche, che aveva distrutto ad uno ad uno i grandi centri della civiltà meridionale più recente, che aveva disprezzato i filosofi greci e messo al bando i Pitagorici, che, infine, aveva proscritto i baccanali reagendo contro le prime avanguardie delle stesse divinità alessandrine (persecuzioni del 59, 58, 53, 50 e 40 a.C.), la Roma sacrale, patrizia e virile dello jus, del fas e del mos soggiace in misura crescente all’invasione di culti asiatici incomposti, che si insinuano rapidamente nella vita dell’impero alterandone la compagine. E vi tornano i simboli della Madre, le varietà delle divinità mistico-panteistiche del Sud nelle forme più spurie, ben lontane dalla stessa chiarità demetrica delle origini, associate alla corruzione dei costumi e dell’intima virtus romana, ancor più a quella delle istituzioni. È un processo di sfaldamento, che finisce col colpire la stessa idea imperiale. Il contenuto sacrale di questa si mantiene, ma come un mero simbolo, portato da una corrente torbida e caotica, come un crisma cui raramente fa riscontro la dignità di coloro che ne sono segnati. Storicamente e politicamente i rappresentanti stessi dell’Impero lavorano ora nel senso opposto di quello che avrebbe richiesto la difesa di esso, la sua riaffermazione di un ordine saldo ed organico. Invece di reagire, di selezionare, di raccogliere gli elementi superstiti della «razza di Roma» al centro dello Stato per far fronte adeguatamente all’èmpito delle forze affluenti nell’Impero, i Cesari si dettero ad un’opera di centralizzazione assolutistica e di livellamento. Desautorato il senato, si finì con l’abolire la distinzione fra cittadini romani, cittadini latini e massa degli altri sudditi, dichiarando tutti cittadini romani. E si pensò che un despotismo poggiato sulla dittatura militare insieme ad una disanimata struttura burocratico-amministrativa potesse tener insieme l’ecumene romano, ridotto effettivamente ad una massa disarticolata e cosmopolita. Figure, che possedettero tratti di grandezza e di antica, romana dignità, che incarnarono alcuni aspetti della natura siderea e della qualità «pietra», che ebbero ancora il senso di ciò che fosse sapienza ricevendo talvolta la stessa consacrazione iniziatica — fino all’imperatore Giuliano — nella loro apparizione sporadica non potettero costituire nulla di decisivo di contro al processo generale di decadenza.
Il periodo imperiale ci mostra, nel suo sviluppo, questa duplicità contradittoria: da un lato, prendono forma sempre più precisa una teologia, una metafisica e una liturgia della sovranità. Permangono i riferimenti ad una nuova età dell’oro. Ogni Cesare è acclamato con l’expectate veni, la sua apparizione ha il carattere di un fatto mistico — adventus augusti — contrassegnato da prodigi nell’ordine stesso della natura, così come segni nefasti ne accompagnano il declino. Egli è redditor lucis aeternae (Costanzo Cloro), è, nuovamente, pontifex maximus, è colui che dal dio olimpico, nel simbolo di una sfera, ha ricevuto il dominio universale. Sua è la corona radiata del sole e lo scettro del re del cielo. Come sante o divine sono considerate le sue leggi. Nello stesso senato, il cerimoniale che gli si riferisce ha carattere liturgico. La sua imagine è adorata nei templi delle varie province, come pure al centro dei vari vessilli delle legioni, come supremo punto di riferimento della fides e del culto dei soldati e come simbolo dell’unità dell’Impero. [1]
Ma questa è come una vena dall’alto, un’asse di luce in mezzo ad una demonìa, in cui ogni passione, l’assassinio, la crudeltà, il tradimento si scatenano via via in proporzioni più che umane: sfondo sempre più tragico, sanguinoso e dilacerato man mano che si procede nel basso Impero nonostante l’accennata apparizione, qua e là, di tempre dure di capi che malgrado tutto seppero imporsi in un mondo che ormai vacillava e franava. Per cui, si doveva giungere al punto nel quale la funzione imperiale, in fondo, sopravvisse solo a sé stessa. Roma vi si tenne ancora fedele, quasi disperatamente, in un mondo squassato da convulsioni paurose. Ma, in fondo, il trono era vuoto.
A tutto ciò doveva aggiungersi l’azione soppiantatrice del cristianesimo.
Se non si deve ignorare la complessità e l’eterogeneità degli elementi presenti nel cristianesimo delle origini, pur non si può non disconoscere l’antitesi esistente tra le forze e il pathos in esso predominanti e lo spirito romano originario. Qui — in questa parte della presente opera — non si tratta più di isolare gli elementi tradizionali presenti nell’una o nell’altra civiltà storica: si tratta piuttosto di scoprire in che funzione, secondo quale spirito, le correnti storiche hanno agito complessivamente. Così la presenza di alcuni elementi tradizionali nel cristianesimo (e poi, in maggior misura, nel cattolicesimo) non può pregiudicare il riconoscimento del carattere sovvertitore proprio a queste due correnti.
Circa il cristianesimo, si sa già quale spiritualità equivoca si leghi al particolare tronco dell’ebraismo, da cui esso si è originariamente sviluppato, e così pure ai culti asiatici della decadenza che facilitarono l’espansione della nuova fede di là dal suo focolare di origine.
Per quel che riguarda il primo punto, l’antecedente immediato del cristianesimo non è l’ebraismo tradizionale, bensì il profetismo e correnti analoghe, nelle quali predominano le nozioni di peccato e di espiazione, nelle quali si fa largo una forma disperata di spiritualità, nelle quali al tipo guerriero del Messia quale promanazione del «Dio degli eserciti» si sostituisce il tipo del Messia come il «Figlio dell’Uomo» predestinato a far da vittima espiatoria — il perseguitato, la speranza degli afflitti e dei reietti, l’oggetto di un anelito confuso ed estatico. È noto che appunto in un ambiente saturo di questo pathos messianico, reso pandemico dalla predicazione profetica e dalle varie apocalissi, la figura mistica di Gesù Cristo prese originariamente forma e potenza. Concentrandosi in essa come nel Salvatore, rompendola con la «Legge», cioè con l’ortodossia ebraica, il cristianesimo primitivo, in realtà, doveva riprendere allo stato puro non pochi motivi tipici dell’anima semita in genere, quali a suo luogo sono stati precisati: motivi propri ad un tipo umano dilacerato, atti quanto mai a comporre un virus antitradizionale, specie di fronte ad una tradizione, come quella romana. Col paolinismo tali elementi furono in una certa misura universalizzati, resi atti ad agire senza una diretta relazione con le loro origini.
Quanto all’orfismo, esso in varie aree del mondo antico propiziò l’accettazione del cristianesimo non come l’antica dottrina iniziatica dei Misteri, ma come la sua profanazione, solidale con l’avanzata dei culti della decadenza mediterranea. Qui aveva preso parimenti forma l’idea della «salvazione» in senso ormai semplicemente religioso e si era affermato l’ideale di una religione aperta a tutti, estranea ad ogni concetto di razza, tradizione e casta, quindi, praticamente, andante incontro a coloro che di razza, di tradizione e di casta non ne avevano nessuna. In questa massa, presso l’azione concomitante dei culti universalistici di provenienza orientale, si andò sempre più diffondendo un bisogno confuso — finché nella figura del fondatore del cristianesimo apparve, per così dire, ciò che produsse la precipitazione catalitica, la cristallizzazione di quel che saturava l’atmosfera. Ed allora non si trattò più di uno stato, di una influenza diffusa, bensì di una forza precisa di contro ad un’altra forza.
Dottrinalmente, il cristianesimo si presenta come una forma disperata di dionisismo. Formatosi essenzialmente in vista di un tipo umano spezzato, esso fece leva sulla parte irrazionale dell’essere e al luogo delle vie dell’elevazione «eroica», sapienziale ed iniziatica pose come organo fondamentale la fede, l’èmpito di un’anima agitata e sconvolta spinta confusamente verso il sovrannaturale. Con le sue suggestioni circa l’imminente venuta del Regno, con le sue imagini circa una alternativa di eterna salvazione o di eterna dannazione, il cristianesimo delle origini volse ad esasperare la crisi di un tale tipo umano e a potenziare lo slancio della fede sino a che, presso al simbolo della salvazione e del riscatto nel Cristo crocifisso, una problematica via di liberazione fosse aperta. Se nel simbolo cristico vi sono tracce di uno schema misterico, con nuovi riferimenti all’orfismo e a correnti analoghe, il proprio della nuova religione è però l’utilizzazione di un tale schema su di un piano non più iniziatico, ma essenzialmente di sentimento e, al più, confusamente mistico, per cui, da un certo punto di vista, può ben dirsi che col cristianesimo il dio si fece uomo. Non si ebbe più né una pura religione della Legge come nell’ebraismo ortodosso, né un vero Mistero iniziatico, ma qualcosa di intermedio, un surrogato del secondo nella formulazione adatta all’anzidetto tipo umano spezzato, che si sentì rielevato dalla sua abiezione, redento nella sensazione pandemica della «grazia», animato da una nuova speranza, giustificato, riscattato dal mondo, dalla carne e dalla morte. [2] Ora, tutto ciò rappresentò qualcosa di fondamentalmente estraneo allo spirito romano e classico, anzi, in genere, indo-europeo. Storicamente, ciò significò quel predominio del pathos sull’ethos, di quella equivoca, anelante soteriologia che l’alta tenuta del patriziato sacrale romano, lo stile severo dei giuristi, dei Capi e saggi pagani aveva sempre avversato. Il Dio non fu più il simbolo di una essenza priva di passione e di mutamento che crea distanza rispetto a tutto ciò che è soltanto umano, né fu il Dio dei patrizi che si invoca in piedi, che si porta alla testa delle legioni e s’incarna nel vincitore; al primo piano stette piuttosto una figura che nella sua «passione» riprende e afferma in termini esclusivistici («Nessuno va al Padre se non per me», «Io sono la via, la verità, la vita») il motivo pelasgico-dionisiaco degli dèi sacrificati, degli dèi che muoiono e risorgono all’ombra delle Grandi Madri. [3] Lo stesso mito della nascita da Vergine risente di una influenza analoga, ricorda le dee che, come la Gaia esiodea, generano senza consorte e, in relazione a ciò, è significativa la parte di rilievo che nello sviluppo del cristianesimo doveva avere il culto della «Madre di Dio», della «Vergine divina». Nel cattolicesimo Maria, la «Madre di Dio», è la regina degli angeli, di tutti i santi, del mondo ed anche degli inferni; è altresì concepita come madre, per adozione, di tutti gli uomini, come la «Regina del mondo», «dispensatrice d’ogni grazia»; sproporzionate rispetto al ruolo effettivo di Maria nel mito dei Vangeli sinottici, queste espressioni ripetono gli attributi delle Madri divine sovrane del Sud pre-indoeuropeo. [4] In effetti, se il cristianesimo è essenzialmente una religione del Cristo, più che non del Padre, in esso le figurazioni sia del bambino Gesù che del corpo del Cristo crocifisso fra le braccia della Madre divinificata ricordano decisamente quelle dei culti del Mediterraneo orientale, [5] dando nuovo risalto ad una antitesi rispetto all’ideale delle divinità puramente olimpiche, esenti da passione, disgiunte dall’elemento tellurico-materno. Il simbolo che la stessa Chiesa doveva far proprio fu quello della Madre (la Madre Chiesa). E come religiosità in senso eminente fu concepita quella dell’anima implorante e pregante, conscia della sua indegnità, peccaminosità ed impotenza, di fronte al Crocifisso. [6] L’odio del cristianesimo delle origini per ogni forma di spiritualità virile, il suo stigmatizzare come follia e peccato d’orgoglio tutto ciò che può propiziare un superamento attivo della condizione umana esprimono in modo netto l’incomprensione pel simbolo «eroico». Il potenziale che la nuova fede seppe generare fra coloro che sentivano il mistero vivo del Cristo, del Salvatore, e da ciò trassero la forza per una frenesia del martirio, non impedisce che l’avvento del cristianesimo significhi una caduta; con esso, nel complesso, si realizzo una speciale forma di quella devirilizzazione che è propria ai cicli di tipo lunare-sacerdotale.
Anche nella morale cristiana la parte avuta da influenze meridionali e non-arie è abbastanza visibile. Che sia di fronte a un Dio, e non ad una dea, che non si riconosce spiritualmente alcuna differenza fra uomo ed uomo e si elegge per supremo principio l’amore, è di poco momento. Questa eguaglianza appartiene essenzialmente ad una concezione generale, una variante della quale è quel «diritto naturale», che aveva trovato modo di insinuarsi nel diritto romano della decadenza: è in funzione antitetica rispetto all’ideale eroico della personalità, al valore dato a tutto ciò che un essere differenziandosi, dando a sè stesso una forma, conquista per sé in un ordine gerarchico. Così, praticamente, l’egualitarismo cristiano coi principi di fratellanza, di amore, di comunitarietà finì con l’essere la base mistico-religiosa per un ideale sociale opposto alla pura idea romana. Al luogo della universalità, che è vera solo in funzione di un àpice gerarchico il quale non abolisce, ma presuppone e statuisce la differenza, sorgeva in realtà l’ideale della collettività, riaffermantesi nello stesso simbolo del corpo mistico del Cristo, ma contenente, in germe, una ulteriore influenza regressiva ed involutiva, che lo stesso cattolicesimo, malgrado la sua romanizzazione, mai seppe e volle interamente superare.
Si vuole valorizzare il cristianesimo come dottrina, per l’idea del sovrannaturale e pel dualismo da esso affermato. Qui, tuttavia, si incontra un caso tipico dell’azione diversa che può esercitare uno stesso principio a seconda della funzione in cui viene assunto. Il dualismo cristiano deriva essenzialmente dal dualismo proprio allo spirito semita e va ad agire in modo affatto opposto a quello per cui, come si è visto, la dottrina delle due nature costituì la base di ogni realizzazione dell’umanità tradizionale. Nel cristianesimo delle origini la rigida contrapposizione dell’ordine sovrannaturale a quello naturale può aver avuto una giustificazione pragmatica, legata alla speciale situazione storica e esistenziale di un dato tipo umano.
Ma un tale dualismo, in sé, resta ben distinto da quello tradizionale per non esser subordinato ad un principio superiore, ad una superiore verità, per rivendicare un carattere assoluto ed ontologico, anziché relativo e funzionale. I due ordini, naturale e sovrannaturale, così come la distanza fra l’uno e l’altro, vengono ipostatizzati,
tanto da pregiudicare ogni contatto reale ed attivo. Onde, nei riguardi dell’uomo (ed anche qui pel simultaneo agire di un tema ebraico), prende forma la nozione della «creatura» separata da Dio quale «creatore» ed essere personale da una distanza essenziale; in più, l’esasperazione di questa distanza per via della ripresa e dell’accentuazione dell’idea, parimenti ebraica, del «peccato originale».
In via particolare, segue da questo dualismo il concepire sotto forma passiva di «grazia», «elezione» e «salvazione» ogni manifestazione di influenze sovrasensibili, il disconoscimento, già segnalato e spesso legato ad una vera e proprio animosità, di ogni possibilità «eroica» dell’uomo, con la sua controparte: umiltà, timor di Dio, mortificazione, preghiera. Il detto dei Vangeli, circa la violenza, che la porta dei Cieli può subire, e la ripresa del «Voi siete dèi» davidico appartengono agli elementi che praticamente restarono senza influenza sul pathos predominante nel cristianesimo delle origini. Ma anche nel cristianesimo in genere è evidente che sono state universalizzate, rese esclusive e esaltate la via, la verità e l’atteggiamento che convengono soltanto ad un tipo umano inferiore o a quegli strati bassi di una società pel quale furono concepite le forme exoteriche della Tradizione: il che è uno dei segni caratteristici del clima dell’ «età oscura», del kali-yuga.
Ciò, quanto ai rapporti dell’uomo col divino. La seconda conseguenza del dualismo cristiano fu la sconsacrazione e la disanimazione della natura. Il «sovrannaturalismo» cristiano fece sì che i miti naturali dell’antichità fossero, una volta per tutte, non più compresi. La natura cessa di esser qualcosa di vivente, viene rigettata e bollata come «pagana» quella assunzione magico-simbolica di essa che faceva da base alle scienze sacerdotali, le quali, infatti, dopo che il cristianesimo trionfò, entrarono in un rapido processo di degenerescenza, salvo un residuo depotenziato costituito dalla successiva tradizione cattolica dei riti. La natura divenne qualcosa di estraneo, se non pure di diabolico. E ciò, di nuovo, servì da base per la formazione di un’ascesi di tipo monastico, mortificatorio, nemico del mondo e della vita quale ascesi tipicamente cristiana, recisamente antitetica, peraltro, al modo di sentire classico e romano.
La terza conseguenza concerne il dominio politico. I principi «Il mio regno non è di questo mondo» e «Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio» attaccavano direttamente il concetto della sovranità tradizionale e quell’unità dei due poteri che, formalmente, in Roma imperiale si era ricostituita. Dopo il Cristo — afferma Gelasio I — nessun uomo può esser re e sacerdote; l’unità di sacerdotium e regnum, in quanto rivendicata da un monarca, è un inganno diabolico, una contraffazione della vera regalità sacerdotale che compete solo al Cristo. [7] Proprio in questo punto il contrasto fra idea cristiana e idea romana sboccò in un aperto conflitto. Al tempo in cui il cristianesimo si sviluppò il Pantheon romano era ben tale, che anche il culto del Salvatore cristiano avrebbe potuto, alla fine, trovarvi posto fra gli altri, al titolo di un culto particolare sorto per scisma dall’ebraismo. Come si è detto, era proprio all’universalità imperiale svolgere una superiore funzione unificatrice ed ordinatrice, di là da ogni speciale culto, che essa non aveva bisogno di negare. Si chiedeva però un atto che testimoniasse una fides sovraordinata, riferentesi appunto al principio dall’alto incarnato dal rappresentante dell’Impero, dall’Augustus. Proprio quest’atto — il rito dell’offerta sacrificale dinanzi al simbolo imperiale — i cristiani si rifiutarono di compierlo dichiarandolo incompatibile con la loro fede; e solo per questo si ebbe una epidemia di martiri, che al magistrato romano doveva apparire come follia pura.
Con ciò, la nuova credenza dichiarava invece sé stessa. Di contro ad una universalità, si affermava un’altra, opposta universalità, basata sulla frattura dualistica. La concezione gerarchica tradizionale secondo la quale, ogni potere venendo dall’alto, il lealismo aveva una sanzione sovrannaturale e un valore religioso, veniva attaccata alla base. In questo mondo del peccato non vi è posto che per una civitas diaboli; la civitas Dei, lo Stato divino, si trova su di un piano staccato, si risolve nell’unità di coloro che un anelito confuso spinge verso l’aldilà, che come cristiani hanno solo il Cristo per capo e che attendono che l’ultimo dei giorni venga. E là dove questa idea non si risolse in un virus direttamente sovvertitore e disfattistico, là dove si dette ancora al Cesare «ciò che è di Cesare», la fides restò sconsacrata e secolarizzata: essa non ebbe più che il valore di una contingente obbedienza rispetto ad un mero potere temporale. Il detto paolino, che «ogni potestà viene da Dio», doveva restare privo di ogni vero significato.
Se dunque il cristianesimo affermò il principio spirituale e sovrannaturale, pure questo principio, storicamente, doveva agire nel senso di una dissociazione, se non pure di una distruzione. Non rappresentò qualcosa di atto a galvanizzare ciò che nella romanità si era materializzato e sfaldato, ma qualcosa di eterogeneo, una corrente diversa, che andò incontro a ciò che in Roma ormai non era più romano e a forze che la Luce del Nord aveva saputo tenere in freno per un ciclo intero. Esso valse a troncare gli ultimi contatti, ad accelerare la fine di una grande tradizione. Non a torto un Rutilio Namaziano accomunò ebrei e cristiani per esser entrambi nemici dell’autorità di Roma, per aver diffuso, i primi, fuor dalla Giudea soggiogata dalle legioni, fra le genti dell’Urbe, un contagio esiziale — excisae pestis contagia — , gli altri un veleno alterante sia lo spirito, sia la razza — tunc mutabantur corpora, nunc animi. [8]
Chi considera le testimonianze enigmatiche dei simboli, non può non esser colpito dalla parte che nel mito di Gesù ha il motivo dell’asino. Non solo l’asino figura presso la nascita di Gesù, ma è su di un asino che la Vergine e il fanciullo divino fuggono e, soprattutto, l’asino è la cavalcatura del Cristo nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme. Ora, l’asino è un simbolo tradizionale per una forza «infera» di dissoluzione. È, in Egitto, l’animale di Set, il quale incarna appunto tale forza, ha carattere antisolare e si connette ai «figli della rivolta impotente»; è, in India, la cavalcatura di Mudevî, che raffigura l’aspetto infero della divinità feminile; come si è visto, nel mito ellenico esso è l’animale simbolico che, nella pianura di Lete, rode perennemente il lavoro di Oknos, mentre ha relazione con una divinità ctonico-infernale feminile, Ecate. [10]
È così che questo simbolo potrebbe valere come un segno segreto della forza che si associò al cristianesimo delle origini e alla quale esso dovette, in parte, il suo trionfo: è la forza che emerge ed assume una parte attiva dovunque ciò che in una struttura tradizionale corrisponde al principio «cosmos» vacilla, si sfalda, sopravvive alla sua originaria potenza. L’avvento del cristianesimo, in realtà, non sarebbe stato possibile se le possibilità vitali del ciclo eroico romano non fossero già esaurite, se la «razza di Roma» non fosse già prostrata nel suo spirito e nei suoi uomini (e una controprova di ciò fu il fallimento del tentativo di restaurazione da parte dell’imperatore Giuliano), se le tradizioni del tempo antico non si fossero offuscate e, presso ad un caos etnico e ad uno sfaldamento cosmopolitico, il simbolo imperiale non fosse stato contaminato riducendosi, come si disse, ad una mera sopravvivenza in mezzo ad un mondo di rovine.
(Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, pag. 339-349)

NOTE

[1] Cfr. E. Staufer, Christus und die Caesaren, Hamburg, 1948.

[2] Così, di fronte all’ebraismo ortodosso, per il cristianesimo delle origini si può rivendicare al massimo un carattere mistico sulla stessa linea del profetismo, in nessun modo, però, iniziatico, come vorrebbe F. Schuon (De L'unité transcendante des relìgìons, Paris, 1937), che si basa su elementi sporadici presenti soprattutto nella Chiesa Orientale. Non si dovrebbe poi mai dimenticare che se il cristianesimo si è appropriato dell’antica tradizione ebraica, l’ebraismo ortodosso si è continuato come una direzione indipendente, e non riconoscente il cristianesimo, col Talmud, ed ha avuto, nella Kabbala una tradizione propriamente iniziatica, che il cristianesimo mai ha posseduto. È così che più tardi dovunque in Occidente prese forma un vero esoterismo, ciò avvenne essenzialmente fuor dal cristianesimo, con ausilio di correnti non cristiane, quali appunto la Kabbala ebraica, l’ermetismo o vene di remota origine nordica.

[3] Cfr. L. Rougier, Celse, Paris, 1925.

[4] È parimenti significativo che secondo molti teologi cattolici ogni segno di predestinazione e di elezione è dubbio; sarebbe certo soltanto quello dato dalla devozione per la Vergine, e il «vero servo di Maria» avrà la vita eterna. Su tutto ciò cfr. per es. J. Berthier, Sommario dì teologia dogmatica e morale, Torino, 2 1933, §§ 1791-1792.

[5] Ieronimo (Epist. ad Paulin., 49) poteva rilevare significativamente che Bethlem «fu un tempo ombreggiata dal bosco di Tammuz-Adonis e in questa grotta, ove vagisce il bambino Gesù, una volta veniva pianto il prediletto di Venere». Cfr. anche A. Drews, Marienmythen (Jena, 1928) per la connessione generale della figura di Maria con quella delle preesistenti dee del ciclo meridionale. Circa l’elemento femminile nel cristianesimo, lo stesso J. De Maistre (Soirées, cit., append., II, 323-324) rileva: «Vediamo che la salvezza (salut) si inizia per mezzo di una donna annunciata fin dalle origini. In tutta la storia evangelica le donne hanno una parte assai notevole. E in tutte le conquiste celebri del cristianesimo [come già nella diffusione della religione dionisiaca], sia su individui che su nazioni, sempre si vede figurare una donna».

[6] Nella Roma precristiana i Libri Sibillini, che introdussero il culto della Grande Dea, introdussero anche la supplicatio, cioè il rito di avvilimento dinanzi alla statua divina, a cui si abbracciavano le ginocchia e si baciavano le mani e i piedi.

[7] De anathematis vinculo, 18.

[8] De red. suo, I, 395-398; I, 525-526.

[9] Cfr. anche R. Guénon, Seth . cit. , p. 593. Nel Rg-Veda l’asino ha spesso il nome di râsaba, ove in râsa è compresa l’idea di tumulto, rumore ed anche di ebrezza. Apollo, nel mito, cambia in asinine le orecchie del re Mida per aver preferita alla sua la musica di Pan, cioè per aver preferito al culto iperboreo il culto panteistico-dionisiaco — e l’uccisione di asini era il sacrificio più gradito allo stesso Apollo fra gli Iperborei (cfr. Pindaro, Pyth., X, 33-56). Tifone — Set (corrispondente a Pitone, il nemico di Apollo), vinto da Horo, fugge nel deserto montando un asino (cfr. Plutarco, De Is. et Os., XXIX-XXXII) e Apep, la serpe, personificazione del principio tenebroso, figura spesso associata ad un asino o portata da un asino (cfr. Budge, Book of the Dead, cit., p. 248). Anche Dioniso sarebbe stato portato a Tebe da un asino, animale che per questo gli veniva riferito. Peraltro, è interessante rilevare, circa qualcosa che deve essersi conservato sotterraneamente, che in alcune feste medievali ove figurava la Vergine col bambino sull’asino condotto da Giuseppe, gli onori principali venivano resi all’asino. 

venerdì 15 dicembre 2017

Gesù: Uomo oppure Mito?

 Il paganesimo e il cristianesimo sono entrambi imputabili dei loro sacrifici umani, con questa differenza però, che quelli del primo erano più carnali, visibili, sanguinari; mentre gli altri sono spirituali, invisibili, ma non cessano perciò di essere sacrifici della natura umana.
(Luigi Feuerbach, Trenta Lezioni sulla Essenza della Religione, Lezione IX)

Ho trovato nella blogosfera la testimonianza di un altro ateo (Derreck Bennett, autore di Addictus: A Nonbeliever's Path to Recovery) che si è da ultimo convinto che Gesù è una figura completamente non storica. Di seguito la mia libera traduzione:


Gesù: Uomo oppure Mito?

Per molti anni, ho mantenuto la posizione di default che Gesù di Nazareth fosse un personaggio storico, la cui storia venne semplicemente abbellita sulla falsariga degli archetipi religiosi popolari dell'epoca. Tuttavia, mentre i miei studi sono proseguiti nel corso degli anni, sono arrivato, abbastanza sorprendentemente, a rinunciare a questa visione, abbracciando invece la posizione mitica – che Gesù Cristo è una figura mitologica, dall'inizio alla fine. C'è una grande quantità di ricerca scientifica e materiale che è necessario digerire prima di comprendere appieno questa posizione, in gran parte molto complicata e intrecciata in modi non meno complessi. Per parte mia, ho pensato che fosse meglio semplificare qualsiasi spiegazione del genere per il lettore laico mediante l'uso di una cronologia storica – che si spera possa chiarire il processo mediante il quale Gesù Cristo si materializzò lungo diversi millenni.

Tammuz, Ishtar e Baal (dal 3° millennio AEC al 6° secolo AEC)

I babilonesi adoravano Tammuz e Ishtar (Dumuzi e Inanna in sumero), entrambi resuscitati dai morti. Tammuz si sottopose ad un ritorno ciclico, o annuale, dagli inferi. Ishtar, d'altra parte, fu uccisa  mentre tentava di salvare Tammuz dagli inferi. lei venne spogliata prima di tutti i suoi abiti e appesa a un chiodo (crocifissa), dopo di che resuscitò dai morti tre giorni dopo. [1]
Baal era la controparte cananea del Tammuz babilonese. Era uno dei tanti figli di El (
“Dio” in ebraico). Testi antichi di Ras Shamra raffigurano la resurrezione dell'ucciso Baal Aleyan, come trasmesso tramite una visione di suo padre El. [2] Da allora in poi, è assiso in trono come il re degli dei e degli uomini, regnando su un'epoca nuova e pacifica.
Il dio cananeo Baal.

Iside e Osiride (dal 3° millennio AEC  al 4° secolo EC)

Come riportato nei geroglifici dell'antico Egitto, Osiride subì una morte violenta per mano del fratello Set. Iside ricostruì il suo corpo smembrato e lo resuscitò dai morti, dopodiché egli ascese su una scala al cielo. [3][4] Nella morte e resurrezione di Osiride, gli antichi egizi videro la promessa della propria vittoria sulla morte, credendo di poter essere misticamente uniti a Osiride dopo la morte e resuscitati, come lui, alla vita eterna. [5] Osiride in persona regnava da allora in avanti nell'aldilà egiziano, come governatore e giudice dei morti. La sua adorazione persistette per diversi millenni, diffondendosi nel mondo greco–romano fino a quando fu repressa con la forza dalla Chiesa nel 4° secolo EC.
La resurrezione di Osiride.

Dioniso e Attis (dal 2° millennio AEC al 4° secolo EC)

Per i greci, in particolare una setta nota come gli Orfici, Dioniso Zagreo fu fatto a pezzi e divorato dai malvagi Titani (Giganti), dopo di che rinacque, o risorse, in base a vari miti che coinvolgono le fatiche di Zeus, Rea o Demetra (Sulla Pietà 44; Biblioteca Storica 3.62.6). Secondo Filodemo e Diodoro Siculo, Dioniso fu ricomposto alla stessa maniera di Osiride, indicando sincretismo religioso con, oppure un'influenza da, il culto di Osiride.  Sembra aver giocato un ruolo lo stesso tipo di schema salvifico, mediante cui il devoto partecipa al destino del dio risorto. Foglie d'oro trovate in tombe risalenti al 4° secolo AEC dichiarano, “Ora sei morto e ora sei venuto in essere, o tre volte felice, in questo stesso giorno. Riferisci a Persefone che [Dioniso] stesso ti ha rilasciato.” [6]
Originariamente un dio della Frigia (odierna Turchia), Attis morì evirandosi sotto un albero dopo essere stato fatto impazzire dalla sua consorte. Cibele invocò Zeus perché il suo corpo venisse conservato, così da mai marcire o decomporsi. Ad un certo punto dell'eredità del mito di Attis, la semplice conservazione del suo corpo si trasformò in una resurrezione in piena regola, portando a una
“settimana della Passione” per il I secolo EC sotto il regno di Cesare Claudio. [7] [8] La resurrezione di Attis sembra aver avuto gli stessi benefici salvifici per i membri del suo culto così come le resurrezioni sia di Osiride che di Dioniso. [9]

Il Risorto Attis.

Asclepio, Eracle e Romolo (dal 6° secolo AEC fino al 5° secolo EC)

Il medico greco Asclepio guarì gli zoppi, i ciechi e i paralitici e resuscitò i morti (Prima Apologia 22:6). Zeus colpì Asclepio per aver resuscitato fin troppa gente, ma in seguito lo resuscitò dai morti perché divenisse un dio immortale (Autolico 1.13; Dialoghi dei morti 13.1).
Eracle (diversamente noto come Ercole) soffrì e morì su una pira funeraria, dopo di che fu elevato in cielo senza lasciare traccia delle sue spoglie mortali (Bibl. Hist., 4.38.5). Nel dramma del 1° secolo  Hercules Oetaeus, Ercole appare a sua madre in lacrime Alcmena dopo la sua morte e resurrezione. Le dice di astenersi dal lutto, che gli è stato
“concesso il [suo] posto in paradiso” tra gli dèi (1940–43, si veda Giovanni 20:11–15).
Romolo, primo re di Roma, fu generato dal dio Ares e da una Vergine Vestale, Rea Silvia. Secondo Livio e Plutarco, il corpo di Romolo scomparve, tra le voci che il Senato aveva cospirato contro di lui, anche se venne dichiarato che fosse asceso al cielo per diventare il dio Quirino. In seguito, apparve davanti a Proculo per consegnare una Grande Commissione:
“Và e dichiara ai Romani la volontà del cielo che la mia Roma sarà la capitale del mondo” (Livio, Hist. 1.16.2–8; si veda Matteo 28:16–20).
Romolo, Leggendario Fondatore di Roma.

Il Messia ebraico e il persiano Saoshyant (VI secolo AEC)

Dopo la distruzione della monarchia davidica e l'esilio degli ebrei da parte dei loro conquistatori babilonesi, sorse una speranza per la restaurazione dell'indipendenza e della sovranità degli ebrei sotto un nuovo re della stirpe di Davide (Isaia 10:33–12: 6; Michea 5:2–4; Zaccaria 9:9–10; Ezechiele 34:22–24, 37:24). Sebbene ci siano versi che sembrerebbero suggerire che questo re, o messia, sarebbe un essere soprannaturale, ad esempio, i titoli di divinità conferitogli in Isaia 9:6–7, questi sono meglio compresi come espressioni iperboliche e cerimoniali di regalità, da prendere non più alla lettera di quando 1 Re 1:31 dichiara: “Possa il mio signore Re Davide, vivere per sempre!”
I cristiani avrebbero poi interpretato tali passi in maniera letterale, così come applicato in maniera errata quelli come Isaia 53, che, nel suo contesto originale, non ha nulla a che fare con il messia, ma esprime la quintessenza delle difficoltà dell'esilio israelitico  in Babilonia, così come la sua  rivendicazione finale da parte degli intercessori persiani. Anche all'interno del giudaismo rabbinico, alcuni ebrei sarebbero venuti a vedere nel 53° capitolo di Isaia una profezia del sacrificio espiatorio del Messia, estendendo la nozione di espiazione sacrificale per il peccato da semplici animali a uomini reali, come era stato fatto nel caso di Eleazaro (4 Maccabei 6:29–30), anche se quest'idea non persiste nell'ebraismo moderno.
È interessante notare, tuttavia, che molti ebrei sarebbero arrivati ad abbracciare le idee religiose dei loro liberatori persiani, ad esempio la venuta di un salvatore nato da una vergine, Saoshyant, che avrebbe inaugurato un giudizio finale e la resurrezione dei morti (Yašt 19.11, 13.129). Questi erano elementi fondamentali dello zoroastrismo persiano, che entrò nella corrente biblica nelle opere del 6° secolo AEC di Ezechiele, Daniele, Isaia e dei loro redattori successivi. Gli ebrei che abbracciarono tali punti di vista furono chiamati
“Farisei” (da Farsi / Parsi), a denotare i “Persiani”. Questo è precisamente il motivo per cui i Farisei sostenevano la fede nella resurrezione dei morti, mentre i Sadducei non lo facevano.
Faravahar, simbolo dello zoroastrismo.

Il Primogenito Figlio di Dio di Filone (anni 20 EC)

Contemporaneo dell'apostolo Paolo, Filone d'Alessandria era un filosofo ebreo che fondeva idee greche ed ebraiche per formare la propria sintesi greco–giudaica. Le idee di Filone nacquero dal clima ellenistico del suo tempo e della sua epoca, quando ebrei, greci, romani, ecc. furono esposti gli uni agli altri come mai prima, in gran parte a causa delle conquiste di Alessandro Magno. Nelle sue opere, Filone parlava di un essere celeste, o arcangelo ebreo, che chiamava il “primogenito figlio di Dio”, la stessa “immagine di Dio” e “l'agente della creazione” di Dio (Sulla confusione delle lingue 62–63, 146–47). Lo descrive come l'“essere più perfetto in ogni virtù”, che era capace  di “procurare il perdono dei peccati” (Vita di Mosè 2.134). Tuttavia, Filone non menzionò mai alcun personaggio storico nella vicina Palestina che avrebbe dovuto incarnare queste idee. Queste erano, per lui, solo un'astrazione filosofica e religiosa, cioè “non un uomo, ma una parola divina” (De fuga et invenzione 108).
Filone di Alessandria

Il Cristo Gesù di Paolo (anni 50 EC)

Delle tredici epistole attribuite a Paolo, solo sette di loro sono autenticamente scritte da lui. [
10] Queste sono 1 e 2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, 1 Tessalonicesi e Filemone. E rappresentano la prima forma conosciuta di cristianesimo, scritta decenni prima dei vangeli e Atti. In queste autentiche lettere di Paolo, Cristo è preminentemente un dio salvatore che muore e risorge del tipo di Osiride, Dioniso e Attis. La resurrezione di Cristo dai morti è estesa ai suoi devoti (1 Corinzi 15:20–22). Il rito del battesimo unisce misticamente il credente con la morte e la resurrezione di Cristo, affinché anche loro possano vivere in eterno (Romani 6:3–5). Dopo la sua resurrezione, egli è esaltato alle sfere celesti (Filippesi 2: 8–9), al pari di Romolo ed Eracle. La sua morte è un sacrificio espiatorio (Romani 4:25), in linea con il culto sacrificale dell'Antico Testamento e la sofferenza espiatoria di Eleazaro, ecc. Al pari del Saoshyant zoroastriano, inaugurerà la resurrezione dei morti (1 Corinzi 15:23). E, proprio come in Filone, Cristo è il Figlio di Dio primogenito (Romani 8:29), l'immagine celeste di Dio (2 Corinzi 4:4) e l'agente della creazione di Dio (1 Corinzi 8:6), in grado di procurare perdono dei peccati (Romani 3:23–24).
Il Cristo Gesù di Paolo non è altro che una fusione di idee religiose che permeavano l'antico mondo mediterraneo. Non esiste alcun riferimento mondano ad alcuna persona storica, niente di niente. Nessun dettaglio biografico come quelli trovati nei vangeli successivi. Paolo non menziona mai Maria o Giuseppe, un ministero o i miracoli, un processo di Ponzio Pilato, il massacro degli innocenti da parte di re Erode, ogni associazione con Giovanni il Battista, ecc. In realtà, Paolo non fornisce alcun contesto storico per la crocifissione di Cristo, ma attribuisce la colpa agli arconti e agli eoni, i demoniaci dominatori di questa epoca (1 Corinzi 2:8), molto simile all'apocrifa Ascensione di Isaia, dove Satana e i suoi angeli lo crocifiggono prima della sua resurrezione celeste (9.14). La conoscenza di Cristo autoproclamata da Paolo proviene da scrittura e rivelazione (1 Corinzi 15:3–4; Galati 1:11–12), non da alcuna fonte storica recente. Anche dove Paolo afferma che egli fu  “nato da donna” (Galati 4:4) e disceso da Davide (Romani 1:3), si affida a dati scritturali, non a dati storici. E, mentre Galati 1:19 menziona un Giacomo, “il fratello del Signore”, Paolo sta utilizzando un epiteto che veniva conferito a tutti i battezzati cristiani (1 Corinzi 15:1, Filippesi 1:14), non una descrizione di un fratello terreno.
Tutto sommato, non c'è nulla di valore biografico nelle lettere di Paolo. Non c'è nulla che mostri un uomo storico recente, ma, piuttosto, una confluenza sincretistica tra divinità che muoiono e risorgono, eroi ellenistici, escatologia zoroastriana e prototipi filosofici greco–giudaici. La nostra più antica testimonianza cristiana suggerisce che Gesù Cristo fu una figura nata dal mito antico.
Gesù il Cristo


Note:

[
1] Diane Wolkstein & Samuel Noah Kramer, Inanna, Queen of Heaven and Earth: Her Stories and Hymns from Sumer (Harper Perennial, 1983), 64.
[
2] George Al Barton, Archaeology and the Bible (American Sunday School Union, 1946), 535–539.
[
3] Samuel A. B. Mercer, The Pyramid Texts. “Resurrection, Transfiguration, and Life of the King in Heaven, Utterance 676.” Internet Sacred Text Archive. http://www.sacred–texts.com/egy/pyt/pyt56.htm (2010).
[
4] E.A. Wallis Budge, Osiris and the Egyptian Resurrection: Volume 1 (Mineola: Dover Publications, 2011), 75–77.
[
5] S.G.F. Brandon and E.O. James, ed., “The Ritual Technique of Salvation in the ancient Near East.” The Saviour God: Comparative Studies in the Concept of Salvation (Manchester University Press, 1963), 17–33.
[
6] Sarah Iles Johnston and Fritz Graf, Ritual Texts for the Afterlife: Orpheus and the Bacchic Gold Tablets (New York: Routledge, 2007), 36–37.
[
7] G.A. Wells, Did Jesus Exist? (Amherst: Prometheus Books, 1992), 202.
[
8] Gary Forsythe, Time in Roman Religion: One Thousand Years of Religious History (New York: Routledge, 2012), 89.
[
9] Ibid.
[10] Bart Ehrman, Forged (New York: HarperOne, 2011).

martedì 1 novembre 2016

Sull'unica ragione della tortura di Gesù ad opera degli “arconti di questo eone”


Willie va incontro alla sua fine. Episodio del film Ghost (1990).

VAMPIRI: Morti che si divertono a succhiare il sangue dei vivi. Gli spiriti forti dubiteranno forse di questa meraviglia, ma aprano gli occhi e vedranno un corpo morto succhiare il sangue del corpo vivente della società. Vedi Monaci, Preti, Clero, ecc.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

«Chi può contare il gran numero di demoni [...] che tentano e tormentano gli uomini ? [...]  Sono come il pulviscolo nell'aria [...] ci ronzano sempre intorno come mosche [...]
il loro numero è noto solo a Dio».
Così, nella seconda metà del Trecento, un predicatore, forse francescano, celebrando la sconfinata grandezza del creato, registrava la diffusa sensazione della concreta ubiqua presenza dei demoni nell'orizzonte cristiano e anzitutto nella vita di ogni giorno. Infiniti e infestanti come mosche — solo Dio può conoscerne il numero — i demoni abitano nell'aria attorno alla terra secondo una tradizione giudeo-cristiana, in aere caliginoso, per tentare e mettere alla prova gli uomini. Dunque, per volere di Dio, nella zona intermedia dell'aria, non «con noi in terra», perchè in tal caso — come annotava Pietro Lombardo — «sarebbero troppo molesti per gli uomini».
[...]
Un numero sterminato di demoni ci sta attorno: «grande è la loro moltitudine nell'aria che ci circonda e non sono lontani da noi», si legge nella Vita di Antonio; era un'esperienza comune dei monaci nel deserto, spazio proprio dei demoni. Qualche decennio dopo la morte di Antonio, Cassiano, che trasferisce in Occidente l'esperienza dei Padri del deserto, ripeterà: «grande è il numero degli spiriti che affolla l'aria fra terra e cielo, ove svolazzano senza star mai fermi né oziosi».

(Tullio Gregory, Principe di questo mondo: Il diavolo in Occidente)
Tuttavia a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo eone né degli arconti di questo eone, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio nel mistero e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno degli arconti di questo eone ha conosciuto. Perchè, se l'avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma com'è scritto:«Le cose che occhio non vide,
e che orecchio non udì,
e che mai salirono nel cuore dell'uomo
sono quelle che Dio ha preparato
per coloro che lo amano».

(1 Corinzi 2:6-8)


Così scrive il prof Mauro Pesce nella sua recensione positiva del libro Principe di questo mondo. Il Diavolo in Occidente (Laterza, 2014) di Tullio Gregory:
Le storie del cristianesimo normalmente trascurano troppo questo tema per una sorta di autocensura più o meno consapevole che tende a rimuovere dal cristianesimo gli elementi scomodi o per oggi sgradevoli, tema che qui - invece - appare centrale per comprendere la natura di questa religione. Senza Satana non ci sarebbe il cristianesimo.

Per curiosa ironia della sorte, a denunciare lo scarso interesse per Satana nelle “storie del cristianesimo” è proprio un biblista storicista, che lui per primo ignora che il Gesù dei primi cristiani fu creduto crocifisso direttamente da Satana (“l'Arconte dell'Aria” che domina “questo eone” in Efesini 2:2) e dai suoi angeli nella sfera sublunare e non da Ponzio Pilato a Gerusalemme.

 Pesce continua (mia sottolineatura):
La demonologia ellenistica e quella ebraica antica costituiscono uno sfondo mitologico che permea la certezza culturale di intere società. Il cristianesimo non crea queste credenze: eredita semplicemente, e senza alcun atteggiamento critico, questi dati mitologici diffusi. La sua riflessione parte dal dato mitologico accettato come certezza ovvia: il mondo è pieno di esseri diabolici. Il cristianesimo non parte ponendosi astrattamente il problema: “qual è la radice del male?”. Questo sarebbe un modo apologetico, teologico-confessionale, a-storico di comprendere le origini del cristianesimo. I cristiani semplicemente constatano che schiere innumerevoli di esseri intermedi diabolici operano malvagità nel mondo e inseriscono questo dato nella loro religiosità accentuandolo e modulandolo in modi diversificati.

Verissimo. Davvero un ottimo punto. Il più squisito mai sentito finora dal prof Pesce. Ma per completezza, si deve precisare che i più antichi cristiani, con la stessa meccanicità con la quale, a vista di Pesce, hanno constatato “che schiere innumerevoli di esseri intermedi diabolici operano malvagità nel mondo e inseriscono questo dato nella loro religiosità”, così pure hanno imperniato fin dall'inizio il loro minuscolo culto attorno alla venerazione di un arcangelo celeste, ''Gesù Cristo'', esperito unicamente mediante sogni, visioni, rivelazioni, avvistamenti nelle scritture, mai sulla Terra nel passato recente. E come è vero che “il cristianesimo non parte ponendosi astrattamente il problema” del male, così è altrettanto vero che il cristianesimo non prende le mosse dalla necessità di una teodicea a fronte del problema teologico della morte di un ipotetico Gesù storico, visto che l'unico Gesù venerato dai primi cristiani era un arcangelo celeste crocifisso da demoni (si legga 1 Corinzi 2:6-8) e perciò un Gesù mitico sofferente nel territorio più confacente ai suoi carnefici secondo la diffusa concezione del tempo: nella regione sublunare.

E quei demoni non potevano uccidere Gesù servendosi di specifiche marionette umane, dal momento che, come osserva il biblista Dale Allison, nel primo secolo dell'Era Comune “gli angeli, quando si preoccupano del mondo degli uomini, possono riguardare il destino delle nazioni nel loro insieme, ma mai del singolo re, potente o governo” (Constructing Jesus, pag. 276, mia traduzione), una regola generale che è valida anche dopo il primo secolo, sulla base di ciò che lo stesso Pesce scrive:
Gregory poi sottolinea che Satana non offre “la chiave interpretativa” solo per la vita dei singoli, ma anche per quella “dei popoli e delle civiltà” (p. 60). Da qui la demonizzazione del  paganesimo e delle eresie, secondo “una prospettiva storiografica poi sempre ripetuta: Satana  muove le invasioni barbariche, gli Unni, i Longobardi, i Normanni sono suoi popoli, suscita Maometto [...] lo Scisma d’Occidente, la Peste Nera come ogni altro cataclisma sono segni e prova della sua costante presenza” (pp. 61-62).
Alla luce di questa centralità non solo della natura demoniaca dei suoi carnefici, ma anche della natura arcangelica del Gesù dei primi cristiani (che fa da naturale contrasto alla prima), la domanda conclusiva di Pesce si illumina di una luce decisamente più inquietante e compromettente per gli apologeti cristiani che credono — senza mai provarlo veramente — nel dogma della storicità di Gesù:
Ma il libro di Gregory può aprire a mio avviso anche una questione culturale generale. Può il cristianesimo sussistere se è depurato radicalmente dalla credenza nell’esistenza di esseri intermedi angelici e demoniaci? Si può produrre una fede e una teologia cristiana che prescinda totalmente dalla funzione sistemica dell’angelologia e della demonologia? Oppure il cristianesimo è necessariamente una reificazione delle credenze mitologiche negli esseri intermedi? O al contrario, è possibile che una nuova teologia cristiana sussista come demitizzazione di una credenza arcaica?

A moi avviso, se il cristianesimo non è soltanto “una reificazione delle credenze mitologiche negli esseri intermedi” demoniaci, ma anche una reificazione della stessa credenza mitologica nell'essere intermedio arcangelico per eccellenza,
Gesù Cristo”una credenza testimoniata dallo stesso Filone di Alessandria — allora non c'è più spazio per “una nuova teologia cristiana” che “sussista come demitizzazione di una credenza arcaica”, a maggior ragione se al termine di ogni possibile “demittizzazione” ciò che si trova è nient'affatto un saldo nucleo storico circa il leggendario “Gesù di Nazaret”, bensì solo il puro mito di un arcangelo ebraico che muore e risorge, al pari di tutti gli dèi morenti e risorgenti trovati presso i Misteri ellenistici, di cui il cristianesimo primitivo costituisce la mera versione ebraica.

 
Le parole dell'antropologo James G. Frazer (1854-1941) colpiscono nel segno, per come catturano la pura evidenza:
 Sotto i nomi di Osiride, Tammuz, Adone e Attis, le popolazioni dell'Egitto e dell'Asia occidentale adombravano il declino e la rinascita annuale della vita, specialmente della vita vegetale che essi personificavano in un dio che ogni anno moriva e resuscitava. Nel nome e nei dettagli, i riti variavano da paese a paese; ma, in sostanza, erano gli stessi. La presunta morte e resurrezione di questa divinità orientale, di un dio dai molti nomi ma, essenzialmente, di una sola natura, è simbolizzata dal mito di Tammuz, o Adone...
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 372)

Se l'azione dei demoni è così intimamente collegata alla morte di Gesù da figurare loro stessi come suoi carnefici nel mito cristiano più antico, non si possono rintracciarne le origini debitamente omettendo i riferimenti ai demoni dal discorso, come giustamente denuncia Pesce (seppure per le ragioni esposte da Gregory, ma almeno è già un passo avanti per un apologeta cristiano come Pesce), ma così pure non è possibile trascurare il fatto auto-evidente che Gesù fu un angelo per i primi cristiani fin dall'ora Zero del cristianesimo.

Ma la morte di Gesù non si riduceva ad una mera crocifissione. Predeveva anche qualcos'altro.

La crudeltà del supplizio di Gesù è un fatto accertato. Non perchè lo proverebbero i vangeli, ovviamente, ma perchè lo testimonia indirettamente Paolo l'Apostolo. 

L'informazione in questione è ricavata dal biblista (e folle apologeta cristiano) Dale Allison:
... 2 Corinzi 4: 8-10: “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù può essere resa visibile nei nostri corpi.” La frase “portando sempre nel nostro corpo la morte di Gesù” è sorprendentemente simile alla fine di Galati 6:17:
2 Corinzi 4:10 τὴν  νέκρωσιν  τοῦ  Ἰησοῦ  ἐν  τῷ  σώματι  περιφέροντες
Galati 6:17   τὰ  στίγματα  τοῦ  Ἰησοῦ  ἐν  τῷ  σώματί  μου  βαστάζω. 
In entrambi i passi, Paolo è come il suo Signore; e se in 2 Corinzi 4:10 la frase τὴν  νέκρωσιν  τοῦ  Ἰησοῦ presuppone che Gesù è morto, non è naturale ritenere che in Galati 6:17, la frase τὰ  στίγματα  τοῦ  Ἰησοῦ  presuppone che riportava ferite sul suo corpo ?
Tutto questo non vuol dire che Paolo immaginò che le sue cicatrici corrispondessero alle lesioni sul corpo martoriato di Gesù, come se l'apostolo fosse uno stigmatizzato come Francesco d'Assisi. Tuttavia, Galati 6:17 sembra presupporre l'identificazione fisica di Paolo con le ferite della crocifissione di Gesù. Ancora una volta, quindi, si può dedurre che Gesù non fu semplicemente appeso con corde e lasciato morire. I suoi carnefici piuttosto lo torturarono, facendolo sanguinare e lacerando il suo corpo.

(Dale Allison, Constructing Jesus, pag. 275, mia traduzione e mia enfasi)

Paolo non spiega da nessuna parte perchè Gesù fu seviziato così tanto e così a lungo prima di morire. Questo silenzio non solo sulle cause della crocifissione di Gesù, ma anche sul perchè Gesù fu torturato così crudelmente (piuttosto che semplicemente lasciato agonizzare sulla croce) sarebbe l'ennesima sorpresa (in termini bayesiani: un'improbabilità) che aspetta chi vorrebbe invece trovare tracce di un ipotetico Gesù storico nelle epistole di Paolo. Ma quella sorpresa diventa di tutt'altro genere quando si apprende che l'atroce supplizio attende inevitabilmente tutti gli dèi che muoiono e risorgono. E il Gesù dei primi cristiani non fa affatto eccezione, essendo anche lui la mera versione ebraica di una deità che muore e risorge.

Non sono soltanto la morte e la resurrezione i tratti tipici degli dèi che muoiono e risorgono. Ma ad essere precisi anche lo straziante supplizio che precede la morte.

Il dio che muore e risorge Adone doveva soffrire crudelmente:
I fedeli credevano che ogni anno Adone fosse ferito a morte sulle montagne, e che ogni anno il volto stesso della natura si tingesse del suo sacro sangue. Così, anno dopo anno, le fanciulle siriane ne piangevano la crudele e prematura morte mentre il suo fiore, l'anemone scarlatto, sbocciava fra i cedri del Libano, e il fiume scorreva rosseggiante verso il mare, bordando le sinuose sponde dell'azzurro Mediterraneo con una serpeggiante fascia scarlatta ogniqualvolta il vento soffiava verso terra.
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 378)
Il dio che muore e risorge Attis doveva soffrire crudelmente:
Sulla morte di Attis circolavano due versioni differenti. Secondo una, era stato ucciso da un cinghiale, come Adone. Secondo l'altra, si era evirato con le sue stesse mani, sotto un pino, ed era morto dissanguato. Questa seconda versione pare fosse narrata dagli abitanti di Pessinunte, città dove fioriva il culto di Cibele; e tutta la leggenda di cui questo racconto fa parte, è improntata ad una rozzezza e una ferocia che rivelano le sue origini arcaiche.
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 386)
Il dio che muore e risorge Osiride doveva soffrire crudelmente:
Dopo avere furtivamente misurato il corpo di Osiride, il malvagio fratello fece costruire un forziere della stessa misura, riccamente decorato e una volta, mentre tutti erano riuniti a bere in allegria, lo portò nella sala del banchetto e promise scherzosamente di farne dono a colui al quale si adattasse perfettamente. Uno dopo l'altro, tutti provarono a entrarci, ma il forziere non si adattava a nessuno di loro. Per ultimo provò Osiride, che si distese all'interno. A quel punto, i congiurati richiusero il coperchio, lo inchiodarono, lo saldarono con del piombo fuso, e gettarono il forziere nel Nilo.
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 415)
Il dio che muore e risorge Dioniso doveva soffrire crudelmente:
Come altre divinità della vegetazione anche Dioniso, secondo la leggenda, morì di morte violenta per poi rinascere; e nei sacri riti se ne rappresentavano appunto le sofferenze, la morte e la resurrezione. Così il poeta Nonno ci narra la sua tragica storia. Zeus, in forma di serpente, sedusse Persefone che gli partorì un neonato bicorne, Zagreo, cioè Dioniso. Appena venuto alla luce, il bimbo si arrampicò sul trono di suo padre Zeus mettendosi a imitare il grande dio, brandendo la folgore nelle manine. Ma non ci restò a lungo; i perfidi Titani con le facce imbiancate col gesso, lo assalirono con dei coltelli mentre si stava guardando allo specchio. Per un po', Dioniso riuscì a sfuggire ai loro attacchi trasformandosi in vario modo, assumendo via via le sembianze di Zeus, di Cronos, di un giovane, un leone, un cavallo e un serpente. Alla fine, quando si era trasformato in toro, i suoi nemici lo fecero a pezzi con i coltelli.
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 442)
E perfino il dio Mitra, che non muore, è solo apparentemente un'eccezione alla regola generale. Infatti anche lui doveva soffrire nella sua titanica vittoria sul toro:
Abbiamo già visto come, spesso, si pensi che il potere dello spirito del grano, incarnato a volte in spoglie zoomorfe, risieda nella coda e come, talvolta, si consideri coda dello spirito l'ultima manciata di spighe. Nella religione mitraica, questa concezione è graficamente espressa in alcune delle varie sculture raffiguranti Mitra che, inginocchiato sulla groppa di un toro, gli trafigge il fianco con una lama; su alcune di queste sculture, infatti, la coda del toro termina in tre spighe di grano e, in una in particolare, dalla ferita inferta col coltello anzichè sangue sgorgano spighe. Questa iconografia suggerisce, fuor da ogni dubbio, che il toro, la cui immolazione era uno degli aspetti principali del rituale mitraico, era concepito, almeno in una particolare raffigurazione, come incarnazione dello spirito del grano.
(Frazer, Il ramo d'oro, pag. 528)
Non sarà una coincidenza che il fustigatore è il cattivo del film?
La morte di Gesù non fu e non poteva essere la morte di un qualunque individuo crocifisso dai romani. I romani crocifiggevano un sacco di gente, è vero, ma assai raramente avrebbero perso così tanto tempo nel torturarle. La biblista Justin J Meggitt ha scritto addirittura un libro, The Madness of King Jesus: The Real Reasons for His Execution, dove si affanna a ''dimostrare'' — vangeli alla mano (sic!) — che i romani furono particolarmente sadici con Gesù perchè lo ritenevano solo un folle e povero illuso. E i folli, si sa, si prestano bene al divertimento dei militari. Ma Paolo dice che la predicazione del “Cristo crocifisso” gli attirò l'accusa di follia da parte pagana, e non che Cristo fu torturato perchè ritenuto dai pagani un folle. Nonostante l'errore di aver invertito la corretta implicazione logica, tuttavia Meggitt almeno ha il merito, tra i biblisti, di aver sollevato il problema. Fin troppo spesso infatti si è trattato la tortura di Gesù come mero dettaglio marginale della sua crocifissione, trascurando che si tratta in realtà di due cose distinte ancorchè strettamente collegate. Se Paolo credeva che Gesù fu torturato allora egli sarebbe stato obbligato a dare una spiegazione del perchè così tanto feroce accanimento sulla vittima da parte dei suoi carnefici.

Sotto il paradigma storicista, Paolo manca del tutto di dare una spiegazione della feroce tortura subìta da Gesù. Eppure, insisto, egli DOVEVA quella spiegazione. Perchè la tortura costituisce per definizione un male deliberatamente gratuito che il carnefice sottopone alla vittima. E come male gratuito, presuppone la totale, diretta autonomia del carnefice nella sua applicazione. E come libera azione, presuppone un perchè. Se una lettura storicista di Paolo può sempre immaginarsi forze demoniache che sfruttano gli innocenti e inconsapevoli romani nel crocifiggere un ipotetico Gesù storico sulla terra, la stessa lettura storicista non può giustificare l'azione di demoni dietro la scena di torturatori romani di Gesù, o almeno non può farlo senza giustificare anche la libera complicità nel male degli stessi torturatori romani. In altre parole, se ritieni che il credo di Paolo fu che i romani crocifissero Gesù perchè mere marionette innocenti nelle mani dei veri colpevoli demoniaci, non puoi più ritenere quelle “marionette” innocenti nella misura in cui il credo di Paolo fu anche che i carnefici di Gesù avevano infierito sadicamente e ferocemente su di lui. Se i romani stavano eseguendo senza saperlo la volontà dei demoniaci “arconti di questo eone”, allora loro erano completamente innocenti della morte di Gesù. Ma se i romani stavano anche torturando Gesù, allora difficilmente loro erano ignare marionette dei demoniaci “arconti di questo eone”, dal momento che la decisione di torturare Gesù non poteva essere imputata a presunti demoni dietro le quinte, ma solo a loro, perchè la tortura presuppone la libertà del torturatore nel compiere il male.  E come ogni atto di libertà, presuppone un perchè. Deve presupporre un perchè.

E Paolo difatti rispose a quell'interrogativo. Non poteva non dare una risposta.

Chi crocifisse Gesù erano demoni. E i demoni, si sa, sono cattivi per natura. Perciò è naturale che avrebbero infierito crudelmente e malignamente sulla loro vittima, una volta avuta la possibilità di tendergli un agguato mortale nel loro stesso territorio.

Solo i demoni, per la loro cattiveria, potevano essere i malvagi “arconti di questo eone” che “crocifissero il Signore della gloria”.

La tortura di Gesù, come fatto distinto dalla crocifissione e come dedotta dalle epistole autentiche di Paolo — ossia senza alcuna apparente giustificazione e/o denuncia da parte dell'Apostolo che non sia nella sua brutale ostentazione pura e semplice — è evidenza assai più attesa sotto l'ipotesi mitica, mentre appare del tutto incomprensibile sotto l'ipotesi storicista.


Ancora una volta, sotto il paradigma miticista, le epistole di Paolo risolvono da sole ogni possibile enigma sollevato dalla morte di Gesù. Il Cristo fu torturato crudelmente per un motivo: per la natura completamente maligna dei suoi carnefici. E sulla terra non esistono esseri tanto diabolici e malvagi da dover torturare qualcuno senza dover indurre la necessità di una giustificazione o di una denuncia morale da parte di chi quel qualcuno lo amava con tutto sè stesso, con tutta l'anima, con tutto il cuore.