Visualizzazione post con etichetta Tom Dykstra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tom Dykstra. Mostra tutti i post

lunedì 20 febbraio 2017

Sulla cooptazione della figura di Giovanni il Battista come “Paolo mancato” in Marco




 ANTICHITÀ: Non sbaglia mai e non ha mai sbagliato; la vecchiaia è sempre prova indubitabile della validità di un'opinione, di un uso, di una cerimonia, eccetera. È molto importante non innovare nulla: le vecchie calzature sono più comode di quelle nuove, i piedi non vi stanno stretti. Il clero non deve mai rinunciare a ciò che ha sempre praticato. La Chiesa più vecchia è la meno soggetta a farneticazioni. 
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768

Sì, la forza della verità è maggiore che non si creda, e la sua tenacia indicibile. Ne troviamo le numerose tracce in tutti i dogmi, anche i più bizzarri e assurdi, dei vari paesi e dei vari tempi; spesso, è vero, in strana compagnia e in un amalgama curioso, ma tuttavia sempre riconoscibili. La verità è simile ad una pianta che germoglia sotto un mucchio di grosse pietre, ma che tuttavia si arrampica verso la luce; con sforzi inauditi, con mille giravolte e inflessioni, sformata, pallida, intristita, ma pur sempre verso la luce.
(Arthur Schopenhauer)

È giunto il momento di parlare più approfonditamente della figura storica di Giovanni il Battezzatore,  sapendo che in qualche modo, prima o poi, dirò qualcosa di originale su questo tizio.
Perchè furono i cristiani ad essersene interessati, a volere che finisse nei loro vangeli, ma non prima che il primo di loro, quello su cui tutti gli altri si basarono, fosse stato scritto. Ed io ho deciso di parlarne, perchè la curiosità dei miei lettori sulla mia opinione in merito si è rivelata ben più grande di quanto le loro parole sarebbero riuscite a spiegare. Confesso di essermi scandalizzato dalla curiosità che hanno attorno a Giovanni il Battista, quasi contenesse in sè il segreto delle origini cristiane, eppure si tratta dell'uomo il cui nome non figura nemmeno nelle epistole di Paolo – il nostro più antico testimone del mito di Cristo – perciò come mai tanto interesse? Certo, è esistito, ma anche Caifa oppure Ponzio Pilato è esistito, eppure non suscita altrettanto interesse (nonostante anche Pilato fosse stato cooptato dalla successiva propaganda cristiana e venduto come convertito cristiano!).

E così ho deciso di investigare più a fondo su Giovanni il Battezzatore. Di certo tutti sanno che è difficile perfino convenire se Giovanni fosse stato davvero un profeta, come i vangeli pretendono che fosse, visto che Flavio Giuseppe non lo chiama affatto “profeta”, ma solo “uomo buono”. E di certo raccogliere le masse non basta a elevare un leader al ruolo di “profeta”.
Ad alcuni dei Giudei sembrò che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quell'uomo buono che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Antichità Giudaiche 18, 116-119)

Però io credo che Giovanni fu importante agli occhi di “Marco” (autore) a causa della concomitanza di tre fattori:

1) Giovanni era considerato un “uomo buono” a detta di tutti (Antichità Giudaiche 18:116);
2) Giovanni era radunatore di folle;
3) Giovanni fu vittima del Potere.

I vari Giuda il Galileo, Teuda, il “Profeta Egiziano”, Giovanni di Gamala, ecc., potevano pure soddisfare il secondo requisito e/o il terzo, ma di certo non venne riconosciuta loro dal popolo una bontà d'animo, tantomeno da un filoromano come Flavio Giuseppe.
il problema per un cristiano storicista è evidente: se Giovanni il Battista presentava tre aspetti così fondamentali anche per l'inventato Gesù di carta (reverenza popolare, notorietà e martirio innocente), come mai un uomo simile non conobbe affatto il Gesù di carta?

Forse il problema sarà compreso più facilmente se lo presento nella forma di una dicotomia tanto insolubile quanto imbarazzante (per “Marco”): se tutti gli ebrei – e perfino i lettori greco-romani di Flavio Giuseppe – furono scossi dal sentire quanto sembrasse buono, famoso e martire innocente Giovanni il Battezzatore, allora quanto sarebbe assai più inaspettato per i futuri lettori dei vangeli il loro sgomento al senso di spaventosa distanza tra l'esistenza storica di Giovanni (chiamato il Battista) e quella sola presunta (perchè essenzialmente non-storica) di Gesù (che fu chiamato Cristo) ?

È chiaro che quella distanza, così imbarazzante, aveva da essere compensata, se non in proto-Marco, quantomeno in Marco e a seguire in tutti gli altri vangeli. Quest'imbarazzo – l'imbarazzo di un Gesù di carta ignaro di Giovanni il Battista, e viceversa – doveva essere superato – con la menzogna, se necessario. E così ecco l'ennesima prova che chi evemerizzò Gesù la prima volta sulla Terra, ossia “Marco” (autore), agì così deliberatamente col proposito di ingannare, e soddisfare, gli stupidi hoi polloi.

Il malcelato imbarazzo all'idea che uno storico Giovanni il Battista in vita sua non conobbe mai Gesù è grande ancor oggi, visto come si affannano goffamente i folli apologeti cristiani, come e peggio del proto-cattolico “Matteo”, a rendere Giovanni e il Gesù di carta non solo ciascuno a conoscenza dell'altro, ma anche ciascuno profondo estimatore dell'altro.
La realtà non è che i due non si stimassero a vicenda, ma peggio (!): che i due non si conoscevano affatto perchè l'uno era esistito (Giovanni) mentre l'altro non era esistito (Gesù).

La menzione di Giovanni il Battista nella santa favola di “Marco” è quindi una prova contro il Gesù storico, perchè è evidente e atteso l'imbarazzo dell'inventore nel caso di una sua eventuale mancata introduzione di Giovanni nel racconto: “Marco” non avrebbe mai avuto bisogno di menzionare un predicatore “buono, famosissimo e per giunta vittima innocente del potere”, all'inizio della sua narrazione, a meno che non portasse un nome diverso da “Gesù” e fosse, a differenza sua, realmente esistito, pena altrimenti di rassegnarsi alla terribile “evidenza” di un Gesù di carta preteso “buono, famosissimo e per giunta vittima innocente del potere” eppure – e qui risiede la fonte ultima dell'imbarazzo – del tutto trascurato da un personaggio (realmente) storico di egual valore quale fu Giovanni il Battista.

Nel più antico vangelo, l'eventuale silenzio del Gesù di carta intorno ad un eroe popolare come Giovanni, del tutto ricambiato nella Storia reale da un Giovanni il Battista in carne e ossa verso il Gesù predicato da Pietro e da Paolo, sarebbe stato troppo imbarazzante, addirittura controproducente, per il primo fabbricatore del Gesù di carta (cioè “Marco”): sarebbe equivalso all'implicito riconoscimento della totale inesistenza del Gesù che “Marco” (autore) si apprestava, su carta, a vendere come storico.

E così il criterio di imbarazzo, in questo caso, lungi dal dimostrare la storicità del battesimo di Gesù da parte di Giovanni, ne conferma invece il carattere puramente mitologico e leggendario: un Gesù a conoscenza di Giovanni, al punto da dirigersi personalmente da lui pur di riceverne il battesimo al pari di un qualsiasi altro suo oscuro seguace, fu evidentemente meno imbarazzante per “Marco” – evidentemente il suo piccolo finto “prezzo” da pagare – rispetto ad un Gesù ignorante di Giovanni e che – peggio ancora! – da Giovanni non fu affatto visto né udito in tutta la sua nobile vita.

Molti secoli dopo, la stessa logica di “Marco” dietro l'introduzione di Giovanni nel suo vangelo porterà un sovrano ugonotto a pronunciare la famosa frase: “Parigi val bene una messa”.

Questo ci dice anche che i caratteri del Gesù fittizio mutuati dal Giovanni storico – ricordiamoli di nuovo: notorietà, buona fama e morte innocente – furono così tanto connaturati al DNA stesso del Gesù di carta (nelle intenzioni del suo inventore) che immaginare un Gesù diverso – un ipotetico Gesù storico puntualmente non famoso, non amato dal popolo e non martire innocente – significa di fatto, a meno che non si voglia ridicolizzare la questione, quantomeno trovarsi nella profonda necessità – come prima e perfino più di prima – di una prova indipendente ed extra-evangelica dell'esistenza storica di quest'altro Gesù così diverso dal Gesù di carta.

In un blog precedente del
10/02/17 avevo già illustrato come lo stesso Giovanni il Battista venisse allegorizzato da “Marco” (autore) nientemeno che nella Parabola del Seminatore, più precisamente in quella parte di seme finito lungo la “via”, impedito dal metter radici perchè “divorato” da “uccelli”. Sempre in quel blog, avevo anche accennato all'identificazione di Erode con chi “divorò” simbolicamente Giovanni, in una scena che presenta tutti i tratti di una macabra “contro-eucarestia”, come ebbe a dire efficacemente Henrik Tronier:
 Come introduzione a questa sezione, Marco narra in 6:14-29 l'incidente circa Erode e Giovanni il Battista in maniera che i lettori lo vedano come dotato di un significato simbolico. Ciò che otteniamo è una pervertita contro-eucarestia: un deipnon tra i capi politici ebrei che è dominato dalle passioni del corpo (desideri sessuali) e in cui la testa di Giovanni il Battista è servita su un vassoio. (Fortunatamente, io non sono il solo a leggere la storiella in questo modo; si veda Iersel 1998 ad hoc.).
(Henrik Tronier, “Philonic Allegory in Mark”, pag. 33, mia libera traduzione)
Ora, io penso che quell'identificazione allegorica (il “seme” finito lungo la “via” come lo stesso Giovanni preparatore della “via” al futuro Messia) aiuti a comprendere – e nel contempo ad esaurire completamente – il ruolo ed il significato di Giovanni nel primo vangelo:

1) egli viene prima di tutti gli altri “semi” (prima di Pietro, il “seme” inutile che cade nel terreno pietroso, prima di Giacomo e Giovanni, il “seme” inutile caduto “nelle spine” della loro ambizione dei primi posti – si veda Marco 10:35-45 – prima di Paolo, il “seme”, l'unico “seme”, che porterà immenso “frutto” tra i gentili nella “terra buona” – la “Galilea dei gentili”) e in questo senso è anteriore cronologicamente alla setta cristiana.

2) egli non è cristiano e non vide neppure la “colomba” dello spirito posarsi sul capo del Gesù di carta, in Marco 1:10-11, e poichè morì precocemente per mano di Erode (essendo in questo senso il seme “divorato” prematuramente dagli “uccelli”, in una sorta di macabra contro-eucarestia, appena prima di recare veramente “frutto”) non fece in tempo a conoscere il Gesù di carta perchè – è sottinteso – se soltanto gli fosse stata data la possibilità, l'avrebbe riconosciuto senza indugio, dalle sue stesse opere, come il Messia da lui stesso profetizzato.

In questo modo Giovanni diventa il profeta simbolo di tutti i profeti anteriori a Cristo, e come loro, “seme” martirizzato troppo presto dal malvagio di turno perchè divenisse capace di realizzare pienamente l'identità del Messia da lui stesso profetizzato.

Così quello che per “Marco” rischiava d'essere un reale e imbarazzante punto di debolezza e di estrema vulnerabilità – l'esposizione alla facile accusa che non perfino il grande eroe popolare Giovanni il Battista conobbe il Gesù di cui pure avrebbe inconsapevolmente imitato le orme – fu trasformato da “Marco”, con un genuino colpo da maestro, in un formidabile punto di forza: Giovanni il Battista venne fisicamente a contatto con Gesù – addirittura lo battezzò! (“come puoi dubitarne che non lo fece?”, sembra domandare con fin troppa sospetta enfasi l'inventore “Marco” del Gesù di carta) – però non fece in tempo a riconoscerlo per la figura da lui stessa predetta, perchè caduto troppo precocemente vittima innocente del malvagio Erode, come da copione per ogni vero profeta del Messia degno del ruolo.

La decapitazione di Giovanni per mano di Erode costituisce quindi per “Marco” un provvidenziale espediente narrativo così da allegorizzare adeguatamente Giovanni dietro il seme “divorato” dagli “uccelli” troppo presto per poter recare “frutto” a beneficio della “Parola”, ma intanto “Marco” avrebbe almeno esorcizzato il rischio imbarazzante (e soprattutto: reale) di un Gesù sconosciuto a Giovanni, rendendo consapevole il secondo dell'esistenza del primo almeno durante un'unica, brevissima quanto fittizia, occasione: durante il battesimo di Gesù al Giordano.

Una consapevolezza (di un Gesù storico) altrimenti evidentemente mancante nel Giovanni il Battezzatore realmente esistito.

    
Perchè probabilmente un Gesù storico non era mai esistito.


Nel frattempo, il lettore non-iniziato di “Marco” non avrebbe mancato di riconoscere – ed apprezzare – il fatto che Pietro e il resto dei dodici, seppure resi partecipi privilegiati della prolungata compagnia del Gesù di carta (a differenza del Battezzatore che lo vide in una sola breve occasione, secondo il racconto) furono così idioti da non riconoscerlo come messia crocifisso – addirittura da rinnegarlo o abbandonarlo come tale: un peccato mortale che invece di certo non avrebbe commesso Giovanni il Battista, se solo gli fosse stato concesso di sopravvivere più a lungo nel racconto. Proprio come nella Parabola del Seminatore il seme caduto lungo la “via”, se non fossero intervenuti troppo presto gli “uccelli” a “divorarlo”, avrebbe di certo recato “frutto” in egual misura al seme caduto sulla “terra buona” (simboleggiante Paolo).

Giovanni il Battista fu dunque trasformato dal paolino “Marco” (autore) in una sorta di Paolo mancato, e in quella misura, un precursore di Paolo stesso nella figura del Gesù di carta.

È “Marco” stesso, fingendosi “Erode”, a reiterare il punto che Giovanni sarebbe stato un alter Christus, ovvero un “altro Paolo”, se soltanto avesse conosciuto più a fondo “Gesù”/Paolo:
Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «È Elia»; altri dicevano ancora: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
(Marco 6:14-16)

Ma intanto gli inventori avevano ottenuto ciò che volevano: “il suo nome”, quello di Gesù, “era diventato famoso”, e così la fama positiva – e soprattutto: storica – di Giovanni il Battista sarebbe andata a maggior gloria del Gesù di carta, agli occhi dei lettori di Marco.

Quest'analisi si ricollega per via indiretta, perciò, a quella fatta da Tom Dykstra a proposito di Giovanni il Battista nel primo vangelo:
Presentazione di Giovanni il Battista come un'Immagine di Paolo

Non è difficile vedere che esistono alcuni paralleli tra Giovanni il Battista e Gesù in Marco, da una parte, e tra Paolo l'Apostolo e Gesù, dall'altra parte. Giovanni predicava (κηρύσσω) un Gesù che doveva venire dopo di lui. Paolo predicava (κηρύσσω) un Gesù risorto che doveva venire al giudizio dopo di lui. Giovanni predicava conversione e battesimo come una preparazione per l'incontro col Signore venturo; Paolo predicava conversione e batteismo come preparazione per l'incontro col Signore venturo. L'opera di Giovanni come battezzatore cominciò “nel deserto”, che implica che era una terra non-ebraica; quella di Paolo fu commissionata da Dio come l'apostolo dei gentili e cominciò la sua opera apostolica nel deserto dell'Arabia, una terra non-ebraica. Giovanni proclama di essere “non degno” di Gesù esattamente allo stesso modo in cui Paolo proclama di essere “non degno” di Gesù:

E predicava: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno (οὐκ εἰμὶ ἱκανὸς) di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.”
(Marco 1:7)

Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e io non sono degno (οὐκ εἰμὶ ἱκανὸς) di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
(1 Corinzi 15:9)
Il passo di 1 Corinzi è lo stesso contenente il tema de “l'ultimo sarà il primo” e de “il minimo sarà più grande”, che come mostrai prima è un altro modo di Marco per alludere a Paolo.

È anche significativo che Gesù esplicitamente difende l'autorità di Giovanni in Marco, e che fa questo giusto dopo la purificazione del tempio così che possa diventare un luogo di preghiera per “le nazioni”. Di fatto, Marco si assicura che il passo circa l'autorità di Giovanni comincia in una maniera che la collega direttamente alla purificazione del tempio:

Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farle?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: «Dal cielo», risponderà: «Perché allora non gli avete creduto?». Diciamo dunque: «Dagli uomini»?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
(Marco 11:27-33)
Il dilemma dei “capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani” è lo stesso di quello dei “pilastri” della chiesa di Gerusalemme: se l'autorità di Paolo non proveniva da Dio, perchè loro fecero un accordo con lui (Galati 2:1-10)? E poi se l'autorità di Paolo non proveniva da Dio, perchè loro rinnegarono il loro accordo con lui (Galati 2:11-14) ?
(Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul, pag. 147-149, mia libera traduzione)

La cooptazione di Giovanni il Battista come una specie di “Paolo mancato”, attuata così efficacemente dal creatore del primo vangelo, non avrebbe placato i cristiani successivi dal fare del Battezzatore un indiretto alfiere dei loro contrapposti punti teologici.

In particolare, l'autore di proto-Luca (alias Mcn), vale a dire l'eresiarca Marcione, fece di Giovanni il disilluso testimone, ancor prima di morire, della messianicità fondamentalmente non-ebraica di Gesù, di cui arrivò ad annusare – e solamente ad annusare – che si trattava in realtà del Messia di un altro dio (il “dio buono” e alieno di Marcione, superiore al dio degli ebrei).

Ovviamente, a tale scopo, Marcione aveva necessità di far sopravvivere Giovanni il Battista nel suo racconto quel tanto che basta perchè potesse giungere a conoscenza, in carcere e tramite i suoi discepoli, delle incredibili e straordinarie imprese compiute dal Gesù di carta, e averne in tutta risposta una reazione negativa, al limite della disillusione e della frustrazione.

Questo punto è illustrato ottimamente dal prof Markus Vinzent:
Dopo la guarigione del servo quasi morto del centurione, Gesù, i suoi discepoli e la folla entrano a Nain e questa volta si trovano di fronte al cadavere di un uomo morto, “l'unico figlio di sua madre”, “una vedova”. Ancora più potente di prima, Gesù resuscita il figlio e lo restituisce alla madre. Come reazione - la folla è presa dalla paura, ma anche glorifica Dio, affermando che '“Un grande profeta è venuto avanti” e che “Dio è venuto per aiutare la sua gente”, il più forte riconoscimento di Gesù come un Μέγας προϕήτης in questo vangelo da parte della folla e dei discepoli. Eppure, in Mcn, questa dichiarazione serve per contrastare Gesù, il mega-profeta, con Giovanni, il Battezzatore – e qui, troviamo la seconda correzione di Luca che distoglie lontano la linea della storia da questo confronto. Senza evidenziare tutti i dettagli della differenza tra Mcn e Luca (per esempio, il passaggio da “Gesù” a “Signore” in Luca), il primo grande cambiamento è che Luca rimosse il ponte tra la pericope precedente con la resurrezione del ragazzo di Nain e la nuova pericope dell'incontro con i discepoli di Giovanni, dove Mcn introduce Giovanni Battista come colui che “dopo aver udito le sue [di Gesù] opere, fu scandalizzato”. Dopo aver rimosso questa forte caratterizzazione di Giovanni, Luca, però, perduta l'inquadratura di tutta la storia, come la benedizione di Gesù al termine del dibattito coi discepoli di Giovanni nel suo riferimento a Giovanni e ai propri discepoli, torna all'apertura: “Beato chi non è scandalizzato da me”. Detto questo, e una volta congedati i messaggeri di Giovanni, Gesù approfondisce questo rimprovero di Giovanni perfino di più, ammonendo la folla che potrebbe aver cercato un profeta, e lui non nega che Giovanni il Battista fosse un profeta, addirittura il più grande “nato da donna”, ma aggiunge che “colui che è più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Anche in questo caso, senza elaborarlo qui – è importante sapere che per tutto il secondo secolo, Marcione era noto per aver contrastato Gesù contro Giovanni il Battista e, come dichiarava il suo vangelo (Luca 16:16 par.), come è ancora noto in Giustino ed Ireneo, che la legge e i profeti terminarono con Giovanni il Battista: “la legge e i profeti esistevano fino a Giovanni; da allora, il regno di Dio è stato proclamato. Perciò è più facile che passino il cielo e la terra, piuttosto che cada un sol apice della legge del Signore”. Come intese correttamente Giustino e come riporta Ireneo, la legge che “ha avuto origine con Mosè”, fu “terminata con Giovanni per necessità” (Ireneo, Adv. Haer. IV, 4). Il nuovo editto del Signore, tuttavia, era più robusto di quanto il cielo e la terra potessero mai essere. E tuttavia, di nuovo, in questo caso, Luca capovolge Marcione, sostituendo “Signore” e facendo dire a Gesù che il cielo e la terra passeranno più facilmente che un piccolo apice di una lettera della Legge”. Si realizza quindi senza alcuna sorpresa che Luca aggiunge i versi 7:29-35 alla pericope che abbiamo discusso in precedenza, al fine di sostenere e rivendicare la sapienza, il Battista, criticando la critica di Giovanni, mettendolo alla pari con le critiche sollevate contro Gesù e incolpando i farisei: “E tutto il popolo che lo aveva udito, e i pubblicani riconobbero la giustizia di Dio, e si fecero battezzare del battesimo di Giovanni. 7:30 Ma i farisei e i dottori della legge respinsero il disegno di Dio per loro e non si fecero battezzare.  ... 7:33  È venuto infatti Giovanni Battista che non mangia pane né beve vino, e voi dite: "Egli ha un demone". 7:34 È venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: "Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori"”.
(estratto da Markus Vinzent, Jesus versus John the Baptist, fonte, mia libera traduzione e mia enfasi)
Viceversa, il protocattolico – e finto giudeocristiano (se per giudeocristiano si intende un reale seguace dei Pilastri storici e di Pietro) – “Matteo” (rieditore di “Marco”) necessitò di ritardare appositamente la morte di Giovanni nel suo racconto appena in tempo perchè egli potesse, sia pure in prigione, goderne le news circa i suoi straordinari miracoli e confermarne così, sia pure in extremis, la totale continuità – in senso anti-marcionita – con la propria azione e la propria ebraicità.

Ma sebbene gli occhi degli stupidi hoi polloi – tra gli ebrei, i pagani e gli stessi cristiani non-iniziati – non vedevano altro che il Gesù di carta come presentato loro dai suoi primi propagandisti, dentro quasi ognuno di loro, sepolto come in un sogno dimenticato in ognuno di loro, c'era l'immagine perfetta di un altro Gesù, conosciuto appena qualche decennio prima: un Gesù arcangelo celeste, mai sceso sulla Terra nel recente passato.

Ma i primi propagandisti del Gesù di carta non lasciarono spazio a quell'altro, più antico Gesù, mentre erano alacremente intenti nella loro opera di diffusione, a macchia d'olio, del nuovo credo in un presunto “Gesù storico”.

Uccisero così l'entità invisibile nella quale gli occhi dell'apostolo Paolo, e dei Pilastri prima di lui, erano stati trascinati nel corso di sogni, visioni, allucinazioni.

E chiusero definitivamente, meglio che potevano, le loro menti e quelle degli altri cristiani, davanti all'abisso che è dimora del Gesù mitico e invisibile dei primi apostoli cristiani.

martedì 24 maggio 2016

«...lo depose in un sepolcro scavato nella roccia (ἐκ πέτρας (Marco 15:46)

SEPOLTURE: cerimonie che i preti del Signore rendono più o meno lugubri attraverso i loro santi ululati, a seconda che siano pagati più o meno abbondantemente.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

 Nella prefazione al suo libro, Werner spiega i suoi timori circa le conseguenze della linea di pensiero di Volkmar. Werner percepì che l'opera di Volkmar fosse in linea con altri libri recentemente pubblicati che trattavano Gesù come una figura puramente mitica.
(Anne Vig Skoven, “Mark as Allegorical Rewriting of Paul: Gustav’s Volkmar’s Understanding of the Gospel of Mark,” pag. 25, mia rapida traduzione)

PERCHÈ muovere la pietra?
Chi MOSSE la pietra?


Prima dò la parola agli esperti sulla dipendenza intertestuale del vangelo di Marco dalle epistole autentiche di Paolo:


In aggiunta, la stessa parabola [del Seminatore] è parte integrale di un costante sforzo per tutto il vangelo a screditare Pietro e i discepoli. In greco è tutt'altro che impossibile mancare l'allusione a Pietro (Πέτρος) nella considerazione sul “terreno roccioso” (τὸ  πετρῶδες), specialmente dal momento che Gesù assegna il nome “Pietro” a Simone appena prima della parabola. Altri paralleli chiariscono che il resto dei discepoli sono rocciosi assieme a Pietro. Confronta l'interpretazione del terreno roccioso coll'annuncio di Gesù che Pietro e il resto dei discepoli lo abbandoneranno:  
E così quelli che ricevono il seme in luoghi rocciosi sono coloro che, quando odono la parola, la ricevono subito con gioia; ma non hanno in sé radice e sono di corta durata; poi, quando vengono tribolazione e persecuzione a causa della parola, sono subito sviati (σκανδαλίζονται).
(Marco 4:16-17)

Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati (σκανδαλισθήσεσθε), poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea». Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati (σκανδαλισθήσονται), io non lo sarò». Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.  
(Marco 14:27-31)
Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. (Marco 14:50)
L'evangelista ha descritto la rocciosità e poi descrisse Pietro e gli altri discepoli come l'esatto compendio della rocciosità raccontando il loro iniziale entusiasmo seguito da una rapida fuga al primo segnale di persecuzione. Per assicurarsi che la corrispondenza non sarà mancata, si prende cura a descrivere l'effetto del terreno roccioso e del vergognoso comportamento dei discepoli con lo stesso verbo σκανδαλίζω (sviare). Ed ha assicurato che nessuno possa pensare che qualcuno di quelli originali apostoli fossero in qualche modo differenti, infatti Gesù predice “tutti rimarrete scandalizzati”, e come Pietro “dicevano anche tutti gli altri” la dichiarazione che non l'avrebbero fatto, ma in breve ordine “tutti allora, abbandonandolo, fuggirono”. Tutti sono motivati ad abbandonare Gesù per paura, il cui comportamento in Marco rappresenta l'opposto della fede e della fondazione della “rocciosità”. Sommando tutto questo assieme, sembra più che plausibile che Marco modellò la parabola del seminatore lui stesso, ispirato dall'uso estensivo di Paolo della metafora della semina; ed egli scelse deliberatamente il termine “suolo roccioso” come un'allusione ironica a Pietro la “roccia”.
(Tom Dykstra, Mark Canonizer of Paul, pag. 129-130, mia libera traduzione)

La parabola sul seminatore (Marco 4:3b-8) descrive tre tentativi falliti e uno riuscito di seminare il seme. Tra i tre tentativi falliti (Marco 4:4b-7), il secondo (Marco 4:5-6) è piuttosto particolare perchè è descritto in una maniera più dettagliata (33 parole). Per di più, solo questo tentativo, a differenza del primo e del terzo, è esplicitamente descritto mentre risulta nell'iniziale germoglio del seme (Marco 4:5), anche se alla fine non porta nessun frutto (Marco 4:6). Inoltre, questo tentativo è collegato al luogo che è descritto con il sostantivo usato davvero raramente τὸ  πετρῶδες (Marco 4:15.16), che in questo contesto evidentemente significa “terreno petroso/roccioso”, ma che linguisticamente allude anche al nome di Pietro (Πέτρος: Galati 2:7-8; Marco 3:16 ecc.).
Di conseguenza, a livello ipertestuale, in quanto relativo alla reazione delle chiese di Giudea all'attività di Paolo tra i gentili (Galati 1:23a), il secondo tentativo (Marco 4:5-6; si veda 4:16-17) illustra il comportamento di Cefa, che prima ricevette Paolo con gioia (Galati 1:18; si veda Marco 4:16), ma più tardi molto seriamente si sviò (Galati 2:11-14; si veda Marco 4:17; 14:29-30:
σκανδαλίζομαι).
Dal momento che ci sono tre tentativi falliti (Marco 4:4b-7; si veda 4:15-19), tra cui il secondo allude a Cefa, il primo e il terzo devono alludere agli altri “pilastri” di Gerusalemme: Giacomo e Giovanni (Galati 2:9).
La relazione tra la persona di Giacomo e la via (Marco 4:4b-d; si veda 4:15) non è chiara. Può basarsi sulla considerazione paolina che i fratelli del Signore presero le loro mogli assieme a loro, apparentemente durante la missione (1 Corinzi 9:5). D'altra parte, la relazione tra Giacomo e la stessa influenza reale di Satana (Marco 4:15) è molto più facile da comprendere, infatti Giacomo era considerato come il principale oppositore di Paolo (Galati 2:12).
Poichè Marco non possedeva nessun dato biografico riguardante Giovanni il “pilastro” (Galati 2:9), nel riferimento allusivo a lui (Marco 4:7; si veda 4:18-19) egli semplicemente utilizzò il ben noto motivo scritturale delle spine (ἄκανθα) in opposizione a piante seminate, coltivate (si veda Genesi 3:18-19; Geremia 4:3; 12:13 LXX). Parimenti, l'idea delle cure di questo mondo, l'inganno delle ricchezze, e altri desideri (Marco 4:19a-c) si adatta a Giovanni solo in un modo generale, precisamente in quanto uno dei “pilastri” di Gerusalemme (Galati 2:9), che richiedevano supporto finanziaro dai credenti gentili (Galati 2:10a).
Contro questo sfondo, il quarto tentativo pienamente riuscito, coi suoi tre grani che portano molto frutto (Marco 4:8; si veda 4:20) e quindi controbilanciando i tre precedenti (Marco 4:4-7), illustra l'idea di recare il frutto del vangelo basato sulla fede. Quest'idea è descritta coll'uso dell'immagine della crescita via via più impressionante, di fatto naturalmente implausibile del raccolto: 30, 60 e 100 grani in una
spiga di grano (Marco 8.20; diversamente Siracide 7:3). Coerentemente, il quarto tentativo allude ai credenti che con fede ricevevano il vangelo paolino (Galati 1:23a), che illuminava il ruolo della fede (Galati 2:16 ecc.). Perciò, il quarto tentativo allude ai credenti gentili paolini (Galati 1:21), piuttosto che ai membri generalmente sospettosi delle chiese di Giudea (Galati 1:22-23b).
(Bartosz Adamczewski, The Gospel of Mark. A Hypertextual Commentary, pag. 66-67, mia rapida traduzione)

Dopodichè completerei la loro analisi con un mio personale contributo.

Così Marco 15:46 :
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia (ἐκ πέτρας). Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro.


Πετρος, Simon Pietro, è alluso qui?

Da buon triplice rinnegatore di Gesù (come Dykstra e Adamczewski hanno sottolineato sopra), lui era già alluso nella Parabola del Seminatore:
Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.
(Marco 4:16-17)

Se allora la tomba dove Gesù è seppellito è scavata ''dentro la roccia'', allora ne consegue che letteralmente e metaforicamente Gesù (la Parola, il seme della parabola) è seppellito dentro Pietro (la roccia, il suolo roccioso della parabola) tuttavia quel che succede non è poi così tanto sorprendente:

al terzo giorno la tomba è VUOTA.


Evidentemente perchè quella tomba scavata nella roccia (in Pietro, e per estensione nei 12) era letteralmente e spiritualmente indegna di contenere il Risorto in sé.

  ...ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
(Marco 4:6)

Il sole che si leva (Marco 4:6) seccando il seme caduto sul suolo roccioso allude cripticamente alla stessa resurrezione di Gesù?
 
Una migliore residenza per il Risorto sarebbe in effetti la Galilea dei gentili :
Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [cioè: nella roccia]. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro [alla roccia] che egli vi precede in Galilea [dei gentili]. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
(Marco 16:6-8)

Ora sappiamo che il silenzio delle donne è due volte peccaminoso:
  1. non solo perchè hanno disobbedito al comando dell'angelo (e ci può stare)...
  2. ...ma anche e soprattutto perchè, col loro silenzio, non hanno denunciato il puro e semplice FATTO che Gesù ha DE FACTO abbandonato, sia spiritualmente sia materialmente, una tomba scavata nella ROCCIA, ossia ''in'' PIETRO.

Così ora solo Marco e i lettori di Marco sanno che Pietro è un falso apostolo. Mai perdonato da Gesù. Anzi, addirittura, abbandonato da Gesù.

Al momento stesso della resurrezione.

Il paolino 'Marco' sembra insinuare il dubbio che Pietro avesse ''visto'' davvero l'arcangelo celeste Gesù risorto. Infatti, a detta dell'angelo presso la tomba, è possibile vederlo solo in Galilea dei gentili, ovvero dove uno come Paolo può ''vederlo''.

venerdì 26 dicembre 2014

La Reductio ad Paulum come Unico Mezzo per vedere un Gesù “umano” altrimenti Mai Stato Sulla Terra


Quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino
e ragionavo da bambino. Ma, diventato uomo, ciò che era da bambino
l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio,
in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia.

(Prima Lettera ai Corinzi 13, 11-12)


Nessuno sulla Terra può negare che il vangelo di Marco è un'allegoria della distruzione del Tempio nel 70 EC. Perchè quando Gesù muore, gridando ''Dio mio, Dio mio, perchè mi ha abbandonato?'' stavolta non si ode alcuna voce dal cielo, come fu al momento del suo battesimo oppure sul Tabor, ma il profondo silenzio è accompagnato da un'eclissi in pieno giorno che oscura tutta la Terra, paradossale antiriflesso del primo giorno della creazione narrato in Genesi, quando era invece la luce a fugare tutte le tenebre, e non il contrario.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.

(Genesi 1:2-3)

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.
(Marco 15:33)


Perchè, con la morte di Gesù, è il velo stesso del tempio a squarciarsi.
Esiste un legame tra la morte di Gesù e il velo del tempio che si squarcia, e quest'ultimo non rappresenta affatto, come è stato pensato per troppo, parecchio tempo (complice la banale ottusità dei folli apologeti cristiani), la scissione del cristianesimo dall'ebraismo, bensì la fine di ciò che dell'ebraismo costituiva la più forte ed intima essenza: il Tempio di Gerusalemme.
La crocifissione di Gesù - e per giunta una crocifissione romana - è imbarazzante, non sarebbe mai potuta essere un'invenzione dell'evangelista ''Marco'', mai e poi mai, se non fosse che era la stessa distruzione del Tempio così foriera di imbarazzo e di autentico orrore per il medesimo evangelista, da dover richiedere come spiegazione di quella distruzione, di quel silenzio di Dio di fronte al male, di quel secondo Olocausto ebraico (il primo lo attuarono i Babilonesi, il terzo i nazisti), la morte sulla croce romana dello stesso Figlio di Dio ''che salva'', ovvero la reinterpretazione della morte di Gesù in un contesto umano, con i romani a sostituire i demoniaci ''arconti di questo eone'' del mito originario. Perciò quel folle apologeta di Bart Errorman peccava di grosso quando pensava che il primo vangelo fosse una teodicea per razionalizzare l'evento storico altrimenti inspiegabile della morte di Gesù. Non era la morte del Figlio di Dio l'evento storico causa di dissonanza cognitiva da dover razionalizzare in forma poetica, ma la stessa distruzione del Tempio l'evento storico inspiegabile bisognoso di una teodicea nella crocifissione romana di Gesù.  Il male da curare era la minacciata estinzione della civiltà ebraica. La cura a quel male, dunque un mero strumento, era la raffigurazione allegorica della morte di Gesù su una croce romana. 

 L'errore di una lettura letteralista di ''Marco'' è scambiare il male con la cura e viceversa: i protocattolici (e i tipi alla Bart Errorman) credettero che la morte di Gesù fosse il male indescrivibile e inspiegabile e imbarazzante. Con la distruzione del Tempio nel caso peggiore solo la punizione divina per il deicidio ebraico e nel caso migliore solo un mero corollario da avvolgere all'elaborazione della morte di Gesù.

Così con la morte di Gesù sulla croce avviene quell'eclissi di Sole da lui profetizzata nel capitolo 13. Tutto il capitolo 13 di Marco è soddisfatto all'interno del singolo vangelo. ''Marco'' non era affatto un apocalittico fallito, nella misura in cui il suo Gesù aveva davvero azzeccato tutte le sue profezie all'interno della sua allegoria.
In quei giorni, dopo quella tribolazione, 
il sole si oscurerà, 
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

(Marco 13:24-25)


Nessun altro vangelo realizza questa teodicea meglio di Marco. Dunque questo ai miei occhi costituirebbe la prova più forte della priorità temporale del vangelo di Marco rispetto a tutti gli altri vangeli, a meno che il prof Vinzent non mi riserba sorprese nel libro sulla sua nuova datazione che sto leggendo.
E non è finita. ''Marco'' si inventò la morte di Gesù su una croce romana per spiegare che solo così Dio non era rimasto assente o indifferente rispetto alla crocifissione di tutto Israele in atto nel 70 EC. Dio aveva paradossalmente trionfato lasciando morire suo Figlio su una croce romana. La morte del ''Salvatore'' in persona (''Gesù'') sulla croce romana rappresenta la teodicea, perchè nella partecipazione al dolore storico di un popolo Dio stesso si era paradossalmente manifestato in soccorso al suo popolo addossando tutto quel dolore sul suo primogenito. Mentre nella Pasqua tradizionale ebraica che commemorava l'Esodo dall'Egitto era il primogenito del Faraone a perire (ed in ciò c'era il dito di Dio), ora invece, con questa nuova Pasqua, è il primogenito di Dio a dover morire fatalmente su un'umiliante croce romana, perchè solo così il Salvatore salva veramente il suo popolo, salvandolo definitivamente dal male della Guerra e dal peccato che quel male aveva provocato (non ultimo la pericolosa perdita della fede nella prima venuta futura di Cristo sulla Terra).
A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame.
(Esodo 12:24)

 L'imbarazzo della croce romana di Gesù è superato dal suo essere l'unica spiegazione possibile consentita dell'Olocausto di Israele perpretrato dai romani.
L'imbarazzo del silenzio di Dio nonostante il grido di disperazione di Gesù su una croce romana è superato in virtù del passaggio provvidenziale dello stesso primogenito di Dio attraverso le medesime disperazione e morte esperite da migliaia di ebrei durante il 70.

Ma chi è il primogenito di Dio che muore al posto dei primogeniti dei nemici di Israele, contro tutte le aspettative? È lo stesso Dio degli ebrei a dirlo, in Esodo 4:22:
Israele è il mio figlio primogenito.

Quindi l'umiliazione, il dolore, la disperazione, l'imbarazzo di Gesù su una croce romana è la stessa umiliazione, dolore, disperazione, imbarazzo di Israele durante la Guerra Giudaica.

Dunque il genio letterario di ''Marco'' è quello di aver fatto calare sulla Terra il mito originario del dio che muore e risorge, il Gesù di Paolo crocifisso dai demoni nei cieli inferiori sub-lunari, trasformandolo in una teodicea letteraria ad un male concreto che tormentava Israele.

Ma cosa poteva inventare ''Marco'' di un Gesù umano se quel ''Gesù'' umano prima della sua invenzione non esisteva affatto?
 

Esisteva un solo modo per avvicinarsi a riconoscere più da vicino quello che fino ad allora era stato sempre e solo figurato un essere celeste rivelatorio, dopo la sua morte e in un contesto totalmente celeste, a-storico e a-temporale. Esisteva una sola ''finestra'' che avrebbe offerto a ''Marco'' l'ispirazione necessaria a concretizzare come meglio poteva un essere mitologico la prima volta sulla Terra.

E quella ''finestra'' si chiamava Paolo. L'apostolo nelle sue lettere era giunto molto vicino ad identificarsi implicitamente con ''Cristo crocifisso'', prolungando nella sua carne il suo dolore. E questo al solo fine dichiarato di diventare anch'egli, e sul suo solco tutti i suoi seguaci, Figlio di Dio. Che per Paolo aveva un solo significato: diventare Dio.
 E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine [την αυτην εικονα], di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. 
(2 Corinzi 3:18)

Partecipare della deità.

Dunque esisteva un canale bidirezionale a Dio e quel canale era il Gesù di Paolo.

Ma esisteva a sua volta un altro meno evidente canale bidirezionale allo stesso Gesù di Paolo, e quel canale, inutile dirlo, si chiamava Paolo.

Se Gesù viveva nell'uomo chiamato Paolo, l'uomo chiamato Paolo partecipava, in quella misura, della medesima essenza e divinità di Gesù.

Come il Cristo era un Alter Deus, un'ipostasi divina, un arcangelo, l'immagine di Dio, così Paolo era un Alter Christus, l'immagine del Figlio.

Per dirla in parole semplici, come Dio aveva rivelato la sua immagine nella persona del Figlio, così il Figlio a sua volta si poteva ulteriormente riverberare e catturare nella persona di chi lo aveva ''visto'', Paolo.

''Marco'' non doveva far altro che allungare la sua mano alle lettere di Paolo e sfruttare in questo modo la testimonianza dell'apostolo. Quelle lettere erano per lui tuttò ciò di cui l'umanità disponeva per vedere il volto del Figlio che in quelle lettere si era specchiato grazie al suo autore, Paolo. Perfino se la voce del Figlio si sentiva già nella Septuaginta.

Scrivere una biografia dell'Alter Christus, ossia di Paolo, era quanto di più vicino fosse possibile fare per scrivere una ''biografia'', in un contesto interamente umano e ''storico'', dello stesso Christus.

Questa è davvero, sia pure in forma embrionale, la prova finale della non-esistenza di Gesù: se ''Marco'' per sapere di un ''Gesù storico'' non ebbe altro di meglio da fare che ''vederlo'' in Paolo, se l'unico modo per catturare un'immagine il più possibile verosimile di Gesù era attraverso la persona di Paolo, la sua dottrina, la sua eredità letteraria, vuol dire che ''Marco'' non aveva nient'altro, nessuna fonte, nessun ricordo scritto o orale, a cui attingere e su cui appoggiarsi e appellarsi. E non aveva nient'altro perchè nient'altro, a quel punto, esisteva. Perchè non c'era mai stato un Gesù storico sulla faccia della Terra.

Se l'unico modo che hai per vedere l'originale è vederne la mera imitazione in uno specchio, significa che dell'originale sei sempre stato privo fin dall'inizio, non avendo nient'altro da osservare che il suo più pallido riflesso.

Il focus di Marco su Paolo, e solo sul Paolo storico, per riuscire a intravedere qualcosa che più rassomigliasse ad un Gesù ''umano'', è la conferma, la prova del nove, che Paolo non presupponeva, non poteva presupporre, nessun Gesù storico al di là del suo essere rivelatorio celeste e non letterale, del suo ''Cristo in me''. ''Marco'' è la prova indiretta che nelle lettere di Paolo non c'era nessun Gesù storico.

Se per vedere l'osservato (il Gesù storico) sei costretto a vedere e a descrivere solo l'occhio di chi lo osservò (Paolo) allora significa che quell'occhio non vedeva altro se non ciò che sembrava sempre guardare fin dall'inizio (il Gesù celeste, mai sceso sulla Terra).


 


Che Marco è pura invenzione non prova che Gesù non è mai esistito.

Che Paolo sembra guardare e presupporre solo un Gesù celeste non prova che Gesù non è mai esistito.

La prova che Gesù non è mai esistito è che Marco, sul punto di introdurre un Gesù storico, di nuovo e ancora di nuovo parla allegoricamente solo di Paolo, perciò confermando che il solo canale per vedere Gesù era stato da sempre unicamente l'insieme delle rivelazioni e delle allucinazioni dell'uomo chiamato Paolo. Non esistevano, oltre quelle, altre fonti di informazioni circa l'entità Gesù. L'unico motivo per cui non esistevano è perchè l'uomo Gesù non era mai esistito sulla faccia della Terra.

martedì 30 settembre 2014

Non ci sono dubbi: “Marco” Conobbe E Usò Paolo Per Fabbricare Il Suo Gesù

Continua l'ottava e ultima parte della mia recensione di Mark, Canonizer of Paul, di Tom Dykstra. Per l'intera serie si veda qui
  
Tutti concordano che gli autori del Nuovo Testamento fecero parecchi riferimenti all'Antico Testamento, tra implicite allusioni e citazioni dirette. Un più piccolo ma crescente numero di studiosi ha identificato un più profondo e più vasto uso dell'Antico Testamento da parte del Nuovo Testamento, in particolare esempi dove gli evangelisti sembrano aver scelto certi testi dell'Antico Testamento e, senza nessuna base storica, li hanno riscritti come storie su Gesù. Quelli studiosi comprendono John Dominic Crossan (che parla di ''profezia storicizzata''), Randel Helms (che parla di ''Gospel fictions''), Thomas L. Brodie (che parla di ''riscrittura creativa''), ed Earl Doherty, che ha suggerito che, quando i primi cristiani dicevano che questo o quell'episodio evangelico accadde ''secondo le Scritture'', non stavano offrendo delle ''dimostrazioni'' post factum di noti eventi dell'esistenza di Gesù. Piuttosto, essi ''scoprivano'' per prima che Gesù aveva fatto così e così. E solo dopo, setacciando a dovere le Scritture alla ricerca di parole chiave (''il figlio'', ''quel giorno'', ecc.), pensavano di alludere a certe storie passibili di essere interpretate quasi cabalisticamente così da derivare a partire da esse intere nuove storie: storie di quel che Gesù ''doveva aver'' fatto, o altrimenti ''Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?'' (Matteo 26:54).

Il numero di questi studi è cresciuto a dismisura, fino ad offrire quel che considero fortissimi argomenti, per considerare automaticamente ogni storiella evangelica (e parecchie di Atti) nient'altro che una riscrittura di qualche storiella dell'Antico Testamento, con un sacco di detti che sono derivati a loro volta da letteratura sacra precedente.

Earl Doherty, Richard Carrier e altri miticisti hanno richiesto invano agli studiosi storicisti cristiani (i folli apologeti del nostro giorno) migliori spiegazioni del fatto impressionante e sorprendente (=inatteso,=improbabile) che le epistole del Nuovo Testamento mai una volta citano il presunto insegnamento autorevole di Gesù per definire questioni di interesse, perfino quando un sacco di detti del genere abbondano nei vangeli.

 

Come può accadere una situazione del genere?

 
 Doherty, seguito da Carrier e altri, puntano ad una semplice soluzione: quando le lettere furono scritte, non c'era questo corpus di detti attribuiti a Gesù perchè Gesù non era ancora per nulla considerato come una figura storica, bensì come un salvatore celeste la cui morte nel remoto passato (al pari del Puruṣa vedico) o in qualche celeste terra-che-non-c'è (al pari dello gnostico Uomo di Luce, o Uomo Primigenio) aveva recato salvezza agli iniziati.

Fu solo nel corso del processo di storicizzazione della figura di Gesù (talvolta ritenuta propizia per consolidare il potere del cattolicesimo nascente in via di progressiva istituzionalizzazione, consentendo ai suoi vescovi di rivendicare per sè un legame diretto ad un recente fondatore) che quei vari detti finirono per essere attribuiti ad un terrestre Gesù storico.

I folli apologeti hanno ritenuto 1 Corinzi 7:10
Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito


 come un esempio di una citazione delle parole ricordate di Gesù, ma si tratta di una mossa disperata: sicuramente alla luce di 1 Corinzi 14:37
Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto vi scrivo è comando del Signore.


si devono ritenere quelle parole dei decreti divini che lo stesso apostolo Paolo istituì essendo ispirato, per diretta rivelazione, dal Cristo celeste. 

  
Naturalmente l'epistola di Giacomo e il capitolo 12 della lettera ai Romani sono pieni zeppi di detti che suonano piuttosto simili ai detti evangelici, e i folli apologeti vogliono farci credere che quelli parimenti SONO citazioni di Gesù, sebbene le epistole stesse mancano clamorosamente di riconoscere tale paternità. I folli apologeti sono così fantasiosi da accampare come scusa, per spiegare queste mancate allusioni al Gesù storico malgrado se ne citavano a profusione i detti, l'idea davvero fantasiosa che gli autori di epistole in qualche modo pensarono apparentemente di dare maggiore gravità e autorevolezza a quelle asserzioni se lasciavano solamente trapelare sottobanco la loro paternità gesuana, lasciando che fossero i lettori a riconoscerla tra le righe. Ecco: quella è solo una scusa tra le tante piuttosto fantasiose che si inventano i folli apologeti cristiani quando ''vogliono'' affrontare la sfida miticista. Così funziona l'apologetica.

Sembra assai più probabile, invece, almeno a me che non mi ritengo un folle apologeta  - e dunque che non cerco furiosamente di trarmi d'impiccio da un evidente problema nella mia errata interpretazione - che quei saggi detti fossero nient'altro che ovvi truismi solo più tardi attribuiti a Gesù, come quando sentii una volta in TV il presentatore di turno chiedersi retoricamente ''Questo detto è una vera perla di saggezza: chi l'ha detto, Gesù o Buddha?''.
 

In realtà, parecchi studiosi hanno elencato numerosi paralleli tra l'Antico Testamento e passi del vangelo, suggerendo che i secondi derivano dai primi, Solo negli ultimi anni, numerosi studiosi stanno procedendo a identificare molte, troppe sezioni parallele tra le epistole paoline e i vangeli, suggerendo che decine e decine di detti isolati (che trovano paralleli nelle epistole e che dalle epistole sono derivate) finirono incorporati nei vangeli e ascritti a Gesù.
Ecco la verità, dunque: gli evangelisti stavano impiegando le lettere di Paolo per farne parte del materiale sorgente del loro vangelo, insieme all'Antico Testamento.

I folli apologeti si stracceranno le vesti e grideranno ''parallelomania!'' ma la verità è che si tratta di genuino parallelismo, e che quel genuino parallelismo richiede pura dipendenza letteraria dei vangeli dalle epistole.


Earl Doherty, nel suo libro Jesus: Neither God Nor Man, esprime nella seconda parte del libro l'opinione che Marco non conobbe le lettere di Paolo. Anche se credo che il libro di Doherty è un capolavoro di ricerca scientifica (nella prima parte), non sono d'accordo con Doherty su questo punto. Doherty crede all'esistenza della fonte Q. Nella mia opinione Doherty è stato il primo a dimostrare con successo, prima ancora di Richard Carrier (il quale ha rafforzato ulteriormente quella dimostrazione, portando addirittura maggiore evidenza), che è più probabile che Paolo considerò Cristo un essere spirituale celeste e non un uomo di carne e ossa che ha camminato di recente sulla Terra.
 

Tutta l'evidenza portata da Doherty sulla questione della storicità di Gesù, da Paolo ai vangeli fino agli apologeti cristiani del secondo secolo passando per le cosiddette ''testimonianze'' pagane, dimostra che un uomo terreno, Gesù di Nazaret, è l'invenzione di vescovi e padri della chiesa della seconda metà del secondo secolo e dei secoli successivi.

Dopo la lettura di Jesus: Neither God Nor Man di Earl Doherty e di On the Historicity of Jesus di Richard Carrier ho letto Mark, Canonizer of Paul di Tom Dykstra al fine di soddisfare la mia curiosità riguardo a chi dei due, Doherty o Dykstra, presenta il miglior argomento riguardo la relazione tra Marco e Paolo. Io concordo ora con Dykstra quando afferma, a chiare lettere:

“Mark deliberately created a literary Jesus whose words and actions parallel the words and actions of Paul”.
(Mark, Canonizer of Paul, pag. 149)

 
 Ciò significa che se Paolo non poteva aver preso i suoi insegnamenti dai vangeli e se non li attinse dalla tradizione orale, allora è improbabile che gli evangelisti presero gli insegnamenti di Gesù dalla tradizione orale, visto anche le reali proporzioni in cui si basavano, per quella materia, solo sul primo vangelo. Dunque non solo i vangeli furono scritti dopo le epistole, ma dove quei vangeli concordano, gli autori dei sinottici attinsero i loro insegnamenti ''di Gesù'' dalle epistole di Paolo.

sabato 6 settembre 2014

Del perchè l'autore di Marco considera Giacomo il falso “fratello del Signore” per antonomasia

Così si esprime Robert Price a proposito dell'esorcista indipendente:

Credenziali apostoliche sono una volta di nuovo in gioco in una vicenda che fa di Giovanni il campione dell'esclusivismo nel nome dei Dodici, con Gesù che rinuncia ad esso a favore di outsiders (come Paolo) - Marco 9:38-40, una storia chiaramente riscritta dalla conseguenza dell'unzione dei settanta anziani in Num. 11:26-29, "Intanto, due uomini, l’uno chiamato Eldad e l’altro Medad, erano rimasti nel campo, e lo spirito si posò su loro; erano fra gl’iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda; e profetizzarono nel campo. Un giovine corse a riferire la cosa a Mosè, e disse: "Eldad e Medad profetizzano nel campo". Allora Giosuè, figliuolo di Nun, servo di Mosè dalla sua giovinezza, prese a dire: "Mosè, signor mio, non glielo permettere!" Ma Mosè gli rispose: "Sei tu geloso per me? Oh! fossero pur tutti profeti nel popolo dell’Eterno, e volesse l’Eterno metter su loro lo spirito suo!"'' Non è una coincidenza che Giovanni è presente in una scena (Gal. 2:1-9) dove la questione della legittimazione apostolica di Paolo dev'essere insistita. Forse Giovanni era inizialmente in opposizione, e questa storia sorse basata sul fatto. Un altro avvertimento al carattere post-Gesù della storia, come Bultmann, seguendo Wellhausen, sottolineò, è che l'esorcista freelance non è criticato per non seguire Gesù, ma piuttosto per non seguire ''noi'', un gruppo di antichi cristiani. 
(Robert Price, The Incredible Shrinking Son of Man, mia libera traduzione e mia enfasi)




Dunque la cosa è molto più semplice di quanto pensavo:
In Marco leggiamo circa la madre e i fratelli di Gesù; in Galati leggiamo circa Giacomo fratello di Gesù. In Marco troviamo un'allusione allo status speciale di relazione familiare; in Galati troviamo un'allusione allo status speciale di Pietro, Giacomo e Giovanni che sono ''reputati pilastri''. In Marco udiamo quello status speciale rigettato; in Galati udiamo quello status speciale rigettato. Le parole di Gesù in Marco sono funzionalmente identiche all'asserzione di Paolo in Galati che ''quel che loro [i cosiddetti Pilastri] erano non fa alcuna differenza a me; Dio non mostra parzialità'':
 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
(Marco 3:33-35)

Come la parte interna del sandwich in Marco, anche questa parte esterna veicola lo stesso tema degli accusatori che sono essi stessi colpevoli. Nella prima parte, la parola che implica che i parenti di Gesù pensano che sia uscito di senno è ἐξέστη, che letteralmente significa ''stare fuori''. Poi quando arrivano, sono loro quelli che stanno ''fuori'' (ἔξω) chiedendo di Gesù. Come ho spiegato in precedenza, l'intera idea dell'essere ''fuori'' veicola un significato speciale in quanto un cattivo luogo in cui trovarsi in questa parte di Marco, dal momento che emerge di nuovo appena pochi versi più tardi nella famosa conclusione alla parabola del seminatore:

Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori (ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω) invece tutto avviene in parabole, affinché 
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano
e non venga loro perdonato».

(Marco 4:11-12)

In Galati, persone che vogliono forzare i gentili a obbedire alla Legge ebraica accusano Paolo di ipocrisia e considerano i gentili non-osservanti-della-Torah al di fuori del recinto della comunità messianica. Il loro lato è guidato da Giacomo il fratello del Signore, che in un incontro faccia-a-faccia riconosce l'autorità di Paolo ma più tardi ostacola Paolo inducendo Pietro a disassociare sé stesso dai gentili non-osservanti-della-Torah. In Galati, Paolo proclama il terrificante verdetto che ognuno che prende questa posizione è al di fuori del recinto della comunità messianica, al di fuori della grazia, separato da Cristo. Anche qui il racconto di Marco parallela Galati. La madre e i fratelli del Signore credono che egli ''stia fuori'' del recinto della comunità ebraica e vengono a prendere le corrette misure. Nel fare così risulta che sono loro realmente a stare ''fuori''. E in 4:11-12, risulta che quelli che stanno ''fuori'' sono destinati ad essere sordi e ciechi alla parola del vangelo, con il terrificante verdetto che essi non saranno perdonati. Quel verdetto suona davvero molto simile al sinistro ammonimento di Paolo, ''Voi non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella Legge; voi siete decaduti dalla grazia'' (Gal 5:4).

Tutto questa evidenza fa un caso davvero forte che Marco derivava dallo scenario descritto in Galati 2:1-12. In altre istanze evidenza simile è presente ma meno schiacciante.

(Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul, pag. 154-155, mia libera traduzione e mia enfasi)

L'autore di Marco è soltanto uno che semplicemente legge le lettere di Paolo, come legge le Scritture dell'Antico Testamento, come legge i poemi di Omero per inventare ogni episodio del suo vangelo mediante la sua immaginazione, secondo Dykstra, ed in questo mi ha totalmente convinto. Nella recensione dei capitoli finali del libro di Dykstra spiegherò quali erano i suoi motivi nel fare questo.

Dunque questo significa che, dati Paolo, Omero e l'Antico Testamento, chiunque poteva fare quello che stava facendo Marco con la giusta dose di fantasia: inventare di sana pianta una Non-Vita di Gesù.


Ma se quello che stai prospettando, direbbe a questo punto il lettore, è che Marco apprende di un Giacomo fratello di Gesù perchè lo legge da Galati 1:19 e non da altre fonti, allora il vangelo di Marco si può usare come evidenza, se non della storicità di Gesù, almeno di una lettura storicista di Galati 1:19 ???
oltre agli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.


Difficilmente. Perchè non sappiamo se quella fu una lettura dettata da Marco nella sua solita abitudine di portare all'estremo paradosso uno specifico punto contingente presente in Paolo (mediante apposite vignette non-storiche del vangelo) oppure se Marco non poteva prescindere dalla realtà indipendente di un vero e proprio fratello carnale di Gesù di nome Giacomo.

Se in sostanza il puro e semplice Fatto è che Marco vuole veicolare questo messaggio:
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

allora il lettore (io, e anche chi sta leggendo queste mie parole) non saprà mai se quel ''perfino'' è solo un rafforzativo iperbolico, che rimanda cioè ad una metafora volutamente alterata & esagerata, sul piano della quantità, della reale identità del Giacomo delle epistole (un mero cristiano rinomato), oppure se l'essere Giacomo un fratello di Gesù fosse un fatto reale di fronte al quale Marco doveva fare buon viso a cattivo gioco.

Per fare un esempio, quando dico un'iperbole del genere:

è un secolo che aspetto

nessuno crede che io sia vissuto un secolo non facendo nient'altro che attendere, per di più, per quanto nessuno dubiterà parimenti della mia conoscenza del termine ''secolo''.

Oppure quando dico:

berrei volentieri un goccio di vino

non intendo dichiarare che nel bicchiere dev'esserci letteralmente solo una ed esattamente una mera goccia di vino, ma d'altro canto neppure voglio insinuare l'idea assurda che non sappia cos'è una ''goccia''.

Allo stesso modo, se Marco trasforma Giacomo ''il fratello del Signore'' in un Giacomo ''fratello di Gesù'', non sappiamo se quella trasformazione dell'espressione non sia a sua volta un'iperbole, volta ad esagerare convenientemente la ben più umile identità di Giacomo (nella Storia solo un cristiano di una certa fama) al punto da farlo ''fratello di Gesù'' per poi ribadire subito dopo, all'interno dello stesso ''episodio'', che quello che conta davvero è essere vero ''fratello del Signore'', ossia vero cristiano.

D'altro canto, quando vediamo che Marco sdoppia lo stesso Giacomo Pilastro delle epistole nell'altro suo clone letterario Giacomo ''figlio di Zebedeo'' (e non fratello di Gesù ma di Giovanni), si tratta chiaramente di un'iperbole letteraria: quel Giacomo è così sospetto per la sua storica opposizione al vero apostolo Paolo, che suo padre diventa lo stesso Zebedeo padre di quel profittatore di Achar di Antichità Giudaiche  V:33-44. Marco non credeva veramente che Zebedeo fosse padre di Giacomo ''il fratello del Signore'', tuttavia per lui quell'iperbole letteraria serviva a veicolare della sana diffidenza verso l'oppositore storico di Paolo.

Cosa mi impedisce allora di nutrire lo stesso sospetto nei confronti di Giacomo ''il fratello di Gesù''?

Marco non credeva veramente che Gesù fosse il reale fratello carnale di Giacomo ''il fratello del Signore'' perchè per lui quell'iperbole letteraria serviva solo a sottolineare l'enorme divario che passa tra la presunzione di importanza (essere perfino un parente di Gesù ''secondo la carne'', e dunque la condivisione in altra forma dello stesso onore di Davide antenato di Gesù ''secondo la carne'') e la reale insignificanza (non essere che un falso ''fratello del Signore'' giunto in posizione di leadership) del Pilastro Giacomo agli occhi di un Dio che ama solo veri fratelli del Signore.   

Dunque questo messaggio di Marco
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

sembra davvero implicare addirittura l'opposto di quanto desiderano i folli apologeti: ossia che Giacomo in realtà non fu affatto fratello carnale di Gesù in quanto il ruolo di fratello biologico di Gesù svolge solo una funzione iperbolica: esagerare apposta quello che potrebbe essere stato Giacomo (perfino essere fratello carnale di Gesù) per ribadire in sostanza che Giacomo non è stato un autentico ''fratello del Signore'' perchè è stato solo (e soltanto) un falso cristiano rivale di Paolo. 

In questo grottesco film di fantascienza ci si inventa il più iperbolico ruolo inimagginabile per il cattivo nazista di turno (addirittura il possesso di potenti armi spaziali) ma solo per ribadire in ultima istanza che, qualunque cosa potevano e potranno (perfino essere di nuovo ad un passo dal conquistare il mondo), i nazi sono sempre alla fine ed in ogni caso sconfitti. Quindi in quel caso si allude alla realtà storica (che i nazisti hanno perso la guerra)  ma si tende ad esagerare apposta a scopi di fiction la reale misura della loro minaccia (inventandosi che sono entrati in possesso di armi spaziali estremamente potenti e che quella minaccia giunge addirittura ''dallo spazio'').

Allo stesso modo Marco poteva alludere alla realtà storica (che Paolo chiamò effettivamente Giacomo il ''fratello del Signore'') ma volle esagerare apposta, a scopi di fiction, il reale significato di quella fratellanza: non mero sinonimo di cristiano ma addirittura fratello carnale di Gesù!

Per ribadire che cosa, da ultimo? Che ''fratello del Signore'' diventa un'espressione VERA se con quella ci si riferisce unicamente ad un VERO CRISTIANO, ovvero al seguace di Paolo.

Quindi sono propenso a pensare che il fatto più che evidente che Marco abbia voluto veicolare questo messaggio:
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

sottintende piuttosto chiaramente che Marco partiva dall'originario significato paolino di ''fratello del Signore'' come sinonimo di generico cristiano, per introdurre un'iperbole letteraria (''fratello di Gesù'') esplicitamente estranea al significato solito di ''fratello del Signore'' trovato in Paolo, in ordine di attribuire a Giacomo un motivo più che sufficiente per vantarsi agli occhi degli uomini ma non abbastanza sufficiente per gloriarsi agli occhi di Dio.


Esagerare il valore presunto dell'identità di Giacomo in apparenza, fino al limite massimo consentito immaginabile in una fiction (fratello di Gesù ''secondo la carne''), per in realtà abbassarlo ancora di più agli occhi dell'unico giudizio che veramente conta: il giudizio divino. Ecco cosa sta facendo davvero Marco.

C'è chiaramente dell'ironia qui, se l'imbarazzo del falso fratello del Signore per antonomasia è attribuita tutta proprio al fratello carnale di Gesù!


Si tratta di una punizione maggiore di quella ricevuta da Pietro, la sorte del quale, al termine del vangelo, è invece la seguente:
...un finale potrebbe introdurre qualcosa di nuovo, e questo finale lo fa. Il fallimento è non necessariamente finale: il testo dà a Pietro e agli altri un'opportunità di rispondere fuori dal testo di Marco all'invito a seguire Gesù in Galilea. La Galilea in Marco simboleggia l'integrata comunità giudeo-gentile. Così l'implicazione è che i leaders cristiani al giorno di Marco che ''seguono Gesù in Galilea'' sono coloro che approvano la visione di Paolo di una comunità unita giudeo-gentile. Se Pietro o qualcun altro degli altri uomini che Paolo chiama ''gli apostoli prima di me'' accettano la visione di Paolo del vangelo, avranno mostrato la loro fedeltà a Gesù. Coloro che oppongono Paolo si stanno rifiutando di ''seguire Gesù in Galilea'' e nel fare così hanno rinunciato alla loro autorità apostolica.

L'originaria audience di Marco all'interno delle comunità paoline potrebbe non aver saputo chi dei ''dodici'' in ultima istanza risultò fedele e chi no, ma essi sapevano chi seguì questo progetto perfettamente: Paolo stesso.

(pag. 138-139, mia libera traduzione, corsivo originale, mio grassetto)