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venerdì 1 dicembre 2017

Della Casacca Multicolori di Flavio Giuseppe

“È certo che il Nuovo Testamento non è stato scritto da Cristo stesso, né dai suoi apostoli, ma molto tempo dopo di loro, da. . . Io non so che tipo di mezzi ebrei, nemmeno in accordo tra loro stessi, che fabbricarono il loro racconto meramente a partire da dicerie e opinioni, e tuttavia inventando tutto sui nomi degli apostoli del Signore o di coloro che avrebbero dovuto seguire gli apostoli, che maliziosamente finsero di aver scritto le loro menzogne e idee basilari basandosi su di loro”.
(San Fausto di Riez, vescovo francese del V secolo)

Il neoateo e miticista Michael Paulkovich (ingegnere aerospaziale e scrittore) si è accorto in anticipo di una pessima abitudine dei folli apologeti cristiani (come Van Voorst), che meriterebbe al riguardo una nota di critica da par mio. Essi citano solo a metà (!!!), come sedicente “prova” di un Gesù storico, il famoso paragrafo relativo al sacerdote Anano che condannò “il fratello di Gesù detto Cristo, Giacomo di nome” di Antichità 20:200 di Flavio Giuseppe, senza minimamente curarsi (!!) di citare qual è l'interpretazione miticista del medesimo episodio, una volta rimossa l'(ovvia) interpolazione cristiana “detto Cristo”: ovvero che il “Gesù” in questione è proprio colui che, come ci informa con un pizzico di ironia lo stesso Flavio Giuseppe appena qualche riga dopo (puntualmente ignorata a bella posta dai folli apologeti cristiani), sostituirà l'assassino di suo fratello nella carica di sommo sacerdote: guardacaso proprioGesù, il figlio di Damneo”. Una “coincidenza” fin troppo impossibile da trascurare (che l'assassino del fratello di un certo “Gesù” venga sostituito poco dopo (!) proprio da un preciso “Gesù”), a meno che non si è altrettanto tendenziosi dei folli apologeti cristiani (come questo idiota, questa incompetente e questo apologeta — ma non dubito che la lista potrebbe continuare).



La Casacca Multicolori di Flavio Giuseppe


Lo storico ebreo Flavio Giuseppe fu piuttosto il narratore di racconti tra il 75 e il 95 EC. Egli scrisse anche, forse, un pò di storia. Ogni scritto di Flavio Giuseppe deve prima essere corroborato da storici affidabili prima di venir preso sul serio. Ecco tre esempi del perché.
1. Flavio Giuseppe scrisse di una specie di pianta magica simile al laser chiamata “baaras” (Guerra Giudaica, VII, IV:3):

Questa è di color rosso fiamma e a sera emette una luminosità, ma da chi si avvicina e vuol prenderla non si lascia afferrare: sfugge e non si ferma se non dopo che le si versa sopra urina di donna o sangue mestruale. Ma anche allora chi la tocca muore senza scampo, a meno che non si riesca a trasportare quella stessa radice sospesa alla mano. Si può anche prendere senza correre pericoli in quest'altro modo. Si scava la terra tutt'intorno lasciando coperta soltanto una piccolissima parte della radice. Poi vi si lega un cane e, quando questo si slancia per seguire chi lo ha legato, la radice ne viene facilmente strappata via ma il cane muore immediatamente, come una vittima offerta in luogo di chi raccoglierà la pianta; infatti, non v'è in seguito alcun pericolo per chiunque la prenderà. Pur con tutti questi pericoli essa è assai ricercata per un'unica sua proprietà: infatti basta solo avvicinarla a chi ne è afflitto per liberarlo immediatamente dai cosiddetti demoni, i quali sono spiriti di uomini malvagi che penetrano nei corpi dei viventi e li uccidono se non li si soccorre.

2. Flavio Giuseppe crede davvero che la moglie di Lot fosse stata trasformata in un pilastro di sale di Morton, e questo truffatore del primo secolo pretende di aver assistito a questo incredibile monumento di sale (Antichità Giudaiche, 1, XI:4):
 Preavvertito da Dio dell'imminente rovina dei Sodomiti, Lot si ritirò di là dopo avere preso con sé la moglie e le due figlie ancora vergini: i loro fidanzati derisero la loro fuga, chiamando dabbenaggine quanto andava dicendo Lot. Dio lanciò la saetta contro la città e contro i suoi abitanti, e col medesimo incendio sterminò anche la terra, come ho riferito nella mia storia della Guerra Giudaica. Ora, siccome la moglie di Lot, allontanandosi, voltava spesso lo sguardo verso la città e troppo spesso si curava di essa — nonostante che Dio avesse ordinato di non fare così —, fu trasformata in una statua di sale. Io ho visto questa colonna, che ancor oggi si conserva.
3. Flavio Giuseppe scrive estesamente circa “Adamo ed Eva”, sostenendo di sapere molto di più sulla loro vita e tempi leggendari di quanto illustrato perfino dalla sua sacra Torà. Egli afferma (Antichità Giudaiche, I, I:4) che tutti gli animali dell'“Eden” fossero in grado di parlare — non essendosi limitato alle ben note sciocchezze del serpente parlante. Flavio Giuseppe scrisse che Dio punì Adamo “perché aveva ceduto alla suggestione della donna”. Tutti i serpenti delle generazioni successive furono resi muti dall'Onnipotente, dice Flavio Giuseppe, “adirato per la malvagità dimostrata con Adamo”. Egli afferma che Dio (chi altri?) “iniettò il veleno sulla lingua [del serpente], apparentemente ignaro di serpenti non velenosi.
Inoltre io chiedo al lettore di considerare, in considerazione delle “storie” di cui sopra scritte da Flavio Giuseppe, la sua prefazione ad Antichità Giudaiche:
[Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, Prefazione, 3]
...Come ho promesso, a mano a mano e in modo ordinato, apparirà l'accuratezza degli eventi narrati dalla nostra scrittura. In questo compito mi sono proposto di non aggiungere nulla e nulla detrarre.

Dare il titolo di “storico” a Flavio Giuseppe è come chiamare Jon Stewart un giornalista. (Nota, per favore, che adoro Jon Stewart, e credo che lui sarebbe d'accordo con la mia affermazione.)
Flavio Giuseppe era davvero un autore delle sue stesse finzioni: un bugiardo. Si potrebbero scusare alcune delle sue indulgenze ed iperboli definendo la sua opera “storiografia apologetica”. Ma lui non fu uno scrittore onesto né diligente.
[Mason concorda, scrivendo che egli era “a volte superficiale, a volte andava fuori tema” e “si contraddiceva”. Mason, Josephus and the New Testament, pag. 29-30.]
Le “storie” incoerenti e discutibili di Flavio Giuseppe sarebbero state in seguito interpolate dai copisti e dai falsari cristiani, che vi inserirono false affermazioni incluso il famoso paragrafo che parla di “Gesù, un uomo saggio, se sia lecito chiamarlo un uomo”. Come vedremo, Flavio Giuseppe non avrebbe mai fatto un'osservazione del genere su un auto-proclamatosi profeta. Inoltre, Flavio Giuseppe non diede seguito a questo luminoso paragrafo come ci si aspetterebbe se egli fosse stato un credente, come implica il testo corrotto. Leggi tu stesso Flavio Giuseppe, nel contesto del resto della sua opera. Vedrai facilmente che le parole “Gesù / uomo saggio” non potevano essere state scritte da Flavio Giuseppe. Il testo corrotto Antichità Giudaiche che arriva fino a noi comprende il seguente fabbricato paragrafo: [Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche (versione interpolata), xviii 3:3.]

Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio, se pure sia lecito chiamarlo uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani.

Questo paragrafo spicca come uno scandinavo di 7 piedi [due metri circa, N.d.T.] in un mercato di Pechino rispetto al resto del testo. Prima di questo paragrafo, Flavio Giuseppe sta scrivendo di Pilato, quindi — quasi come una barra laterale — menziona “Cristo”, dicendo che era un uomo (se pure sia lecito chiamarlo uomo”) che resuscitò dopo “il terzo giorno”. Successivamente, Flavio Giuseppe procede casualmente a scrivere del tempio di Iside a Roma. Questo è un totale non sequitur. Quel paragrafo è chiaramente un'interpolazione da parte di cristiani successivi che tentavano di dimostrare che lo storico del primo secolo Flavio Giuseppe fosse a conoscenza di Gesù. Se Flavio Giuseppe avesse effettivamente saputo qualcosa delle presunte storie di Gesù e vi avesse creduto, sicuramente egli avrebbe abbandonato tutte le sue altre ricerche per scoprire tutto ciò che poteva sull'Uomo dei Miracoli, dando la caccia agli apostoli e ai loro compagni e discendenti, per passare il resto della sua vita scrivendo esaustivamente e persino esclusivamente circa Gesù il Cristo, operatore di miracoli e Messia e figlio di Dio.
Flavio Giuseppe non fece nulla del genere.
In questo paragrafo fabbricato, Flavio Giuseppe esalta assolutamente questo Gesù. A meno che non sia presentato con prove solide, Flavio Giuseppe non avrebbe mai fatto così; nella sua Guerra Giudaica, II 13:4-6, egli chiarisce di detestare tutti gli uomini che pretendono di essere profeti:

Oltre a questi, si formò un'altra banda di delinquenti: le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie, così che il danno da essi inferto al benessere della città non restò inferiore a quello arrecato dai sicari. Individui falsi e bugiardi, che ingannavano e illudevano il popolo sotto pretesto di ispirazione divina... Ma guai ancor maggiori attirò sui giudei il falso profeta egiziano. Arrivò infatti nel paese un ciarlatano che si guadagnò la fama di profeta...  

Da nessuna parte Flavio Giuseppe menziona Gesù di Nazaret, Gesù di Betlemme, Gesù figlio di Maria, o Gesù figlio di Giuseppe, nonostante il fatto che Flavio Giuseppe visse poco dopo il supposto tempo di Gesù, e nella stessa regione geografica proprio intorno l'angolo petroso dei luoghi dei racconti biblici e dei presunti miracoli.
Nelle sue Antichità Giudaiche Flavio Giuseppe menziona “Giacomo, fratello di Gesù”. Le parole “che fu chiamato Cristo” furono aggiunte da un falsario cristiano ad un certo punto del libro XX. Come possiamo essere sicuri che anche questo sia una falsificazione? Un secolo dopo Flavio Giuseppe, il padre cristiano Origene scrive Contra Celsum, lamentando in I:XLVII che Flavio Giuseppe non crede che Gesù fosse “il Cristo” — laddove l'interpolazione nelle Antichità Giudaiche afferma che egli credeva così.
Questi presunti riferimenti di Flavio Giuseppe meritano una discussione approfondita perché molti apologeti cristiani utilizzano quel paragrafo e altri nel tentativo di provare che Flavio Giuseppe scrisse circa Gesù Cristo, tali apologeti essendo apparentemente inconsapevoli di Origene. Essi leggono nelle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe:
Festo ora era morto, mentre Albino era ancora in viaggio: così egli riunisce il sinedrio dei giudici e porta in giudizio il fratello di Gesù, che fu chiamato Cristo, Giacomo di nome....
(XX, 9:1) 

Voilà! Gesù della Bibbia aveva un fratello di nome Giacomo (dimentica che così tanti cristiani non rivendicano fratelli di Gesù), e così lo aveva un altro uomo di nome “Gesù” in Antichità Giudaiche — e quindi c'è un riferimento extra-biblico a Gesù Cristo, da parte di Flavio Giuseppe! Sfortunatamente, gli apologeti cristiani spesso mancano di leggere l'intero paragrafo, che termina “quando egli aveva detenuto il sommo sacerdozio per tre mesi, e fece Gesù, il figlio di Damneo, sommo sacerdote”.
Flavio Giuseppe stava ovviamente scrivendo di un Gesù figlio di Damneo, che per coincidenza aveva un fratello Giacomo. Non Gesù della Bibbia, non un uomo “che fu chiamato Cristo”, come provato dalle parole di Origene. [Riguardo Damneo, si veda anche Doherty, Neither God nor Man, pag. 572-575.]
Il biblista Van Voorst cita una piccola parte del paragrafo di Flavio Giuseppe nel suo libro:
  [Van Voorst, pag. 83.]
...così egli riunì il sinedrio dei giudici e portò in giudizio il fratello di Gesù che fu chiamato Cristo, ... il cui nome era Giacomo, e alcuni altri. E accusatili di aver trasgredito le leggi, li consegnò loro per farli lapidare.

Quello è tutto. Lui non stampa il resto del paragrafo; Van Voorst segue questa metà di un paragrafo con “La schiacciante maggioranza degli studiosi ritiene che le parole 'il fratello di Gesù chiamato Cristo' siano autentiche, come l'intero brano in cui si trovano ... (25)”. Ci si chiede se Van Voorst si sia mai preso il tempo di leggere fino alla fine di quel paragrafo per apprendere che quest'uomo particolare il cui nome è “Gesù” è il figlio di Damneo. La parola “Damneo” non compare neppure nel libro di Van Voorst, per quanto io possa determinare. A suo merito, la sua nota 25 recita “per una recente argomentazione contro la sua autenticità, si veda Twelftree”,  “Jesus in Jewish Traditions,” 299-301. [Egli si sta riferendo all'articolo di Graham H. Twelftree in Gospel Perspectives: The Jesus Tradition Outside the Gospels, David Wenham, editore Sheffield: Sheffield University Press, 1982. Siccome io sto letteralmente sul punto di stampare tra un pò di giorni, non ho il tempo di seguirlo in questa edizione.]
Il pastore cristiano Lee Strobel perpetra lo stesso offuscamento (o mera ignoranza?) in The Case For Christ, come fanno altri. Forse loro sono onesti ma ignari dei lamenti di Origene? O forse credono entrambi che Flavio Giuseppe stia parlando di due uomini diversi, ambedue chiamati Gesù, ma non differenziati tra loro nello scritto di Flavio Giuseppe. Io non posso parlare per quelli autori.
Nota che Van Voorst è professore presso il Western Theological Seminary, affiliato alla Chiesa Riformata d'America. Egli sarebbe probabilmente escluso dall'insegnamento al Seminario a meno di non professare l'inerranza biblica. [Si veda Price, Case Against, 60.]   Alcuni moderni crociati (inclusi i pastori Lee Strobel e Douglas Wilson) sono obbligati a propagare l'apologetica, come se i vecchi e soliti argomenti fossero razionali e supportati da scienza e storia. I loro argomenti di solito non lo sono.
Per il tipico apologista cristiano, in particolare per lo studente o professore del Seminario, la Bibbia deve rappresentare storia affidabile — non una raccolta di miti primitivi e plagi di culti vicini, come sembrerebbe ovvio a qualsiasi  storico o studioso obiettivo. Così l'apologeta sarebbe obbligato a sfruttare l'oscurantismo su Flavio Giuseppe  per aiutare il caso a favore di un Gesù Cristo storico. La pretesa della “schiacciante maggioranza” di Van Voorst dimostra che egli è apparentemente ignaro di Origene, così come dell'odio di Flavio Giuseppe per gli uomini che “che ingannavano e illudevano il popolo con la pretesa di ispirazione divina”, come scarabocchiato in Guerra Giudaica di Flavio Giuseppe.
I primi padri cristiani diversi da Origene avevano letto Flavio Giuseppe, e scrissero delle sue opere, tuttavia essi non menzionano alcuna “prova” in Flavio Giuseppe. Quindi per questa ragione e così tante altre, essa era chiaramente un'interpolazione successiva. Possiamo triangolare la data approssimativa della modifica testuale: qualche tempo dopo il 248 (la data di Contra Celsum) e prima del 324, quando vediamo per la prima volta il riferimento a “Cristo”. Personalmente, sono d'accordo con la teoria che la falsificazione fosse opera di Eusebio, [Per esempio, Robert M. Price in The Chist Myth Theory and its Problems, pag. 31, come pure altri.] un altro scrittore davvero imbroglione, come lo fu lo “storico” Flavio Giuseppe.
Si potrebbe tentare di ricostruire il Flavio Giuseppe originale e non adulterato. Considerando che Contra Celsum dimostra che Origene aveva letto una versione genuina di Flavio Giuseppe priva di qualsiasi riferimento a un Gesù chiamato Cristo, e quindi la frase “che fu chiamato Cristo” fu una contraffazione successiva, il testo originale di Flavio Giuseppe fu probabilmente scritto come segue:
...Albino era ancora in viaggio; così egli riunì il sinedrio dei giudici e portò in giudizio il fratello di Gesù il figlio di Damneo, il cui nome era Giacomo e alcuni altri... Agrippa rimosse da lui il sommo sacerdozio, quando egli lo aveva detenuto per tre mesi, e fece Gesù, il figlio di Damneo, sommo sacerdote.

Il falsario cristiano aveva giusto abbastanza spazio per cancellare la prima occorrenza di
“il figlio di Damneo e mutarla così:

...Albino era ancora in viaggio; così egli riunì il sinedrio dei giudici e portò in giudizio il fratello di Gesù che fu chiamato Cristo, il cui nome era Giacomo e alcuni altri... Agrippa rimosse da lui il sommo sacerdozio, quando egli lo aveva detenuto per tre mesi, e fece Gesù, il figlio di Damneo, sommo sacerdote.

Chi ha perpetrato quella falsificazione in qualche modo mancò il riferimento alla fine, a quanto pare, che mostra che Flavio Giuseppe stava in realtà scrivendo del figlio di Damneo. Ora, quando io dico che egli aveva “abbastanza spazio”, questo è perché ci sono esempi comprovati di testi esistenti apparentemente affidabili che sono stati mostrati in possesso di parole o lettere cancellate (inchiostri raschiati via dalla superficie del papiro o della pergamena) ed aggiunte di nuove. Utilizzando tecniche moderne come la spettroscopia ultravioletta o ai raggi x, si possono ora vedere le lettere originali sottostanti in varie opere alterate. E nota che il mio esempio sopra, in inglese, è certamente una rozza illustrazione di “abbastanza spazio”, poiché il testo di Antichità Giudaiche fu scritto in greco. Ma il punto è valido e i falsari trovano prontamente modi per inserire parole per perpetrare i loro desideri.
D'altra parte, per ogni copista di Flavio Giuseppe, la questione di “abbastanza spazio” è discutibile, dato che il copista sta realizzando una nuova versione di un  testo più antico su un altro pezzo di materiale di scrittura, quindi libero di tirare indietro le tende che proteggono la verità, e capace di copiare e reinterpretare tutto ciò che a suo avviso rafforzerà la storicità cristiana.
Riguardo E.H. 2.23.21-24 di Eusebio sul supposto martirio di Giacomo all'interno delle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe, lo stimato autore e teologo John Painter ammette che quei testi “vennero trasmessi dagli scribi cristiani” e “c'erano ampie opportunità di manomettere il testo” e che ci sono solo tre testi contenenti questo passo particolare di Antichità Giudaiche. Painter continua, dicendo:
[Painter, pag. 133-134.]
Origene manifesta sorpresa che Flavio Giuseppe, “non credendo in Gesù come Cristo”, dovesse scrivere in maniera rispettosa circa Giacomo, suo fratello.


Painter ha scritto anche che “sembra non essere stato nella forma ora trovata in tutti i testi esistenti”, ammettendo così corruzioni cristiane del testo flavianeo attraverso i secoli. Stranamente, io osservo spesso apologeti cristiani che citano Painter nel tentativo di dimostrare la storicità di Gesù. Questo genere di argomento comporta di prendere l'autore fuori dal contesto, e fare cherry-picking dal suo testo.

Nella sua Storia Ecclesiastica 2.23.4-18, Eusebio scrive apparentemente, nel quarto secolo, della presunta dichiarazione di Flavio Giuseppe: “E queste cose accaddero agli ebrei per vendicare Giacomo il Giusto, che era il fratello di Gesù il cosiddetto Cristo perché gli ebrei lo uccisero nonostante la sua grande rettitudine”. Osservano Chilton ed Evans:
Questo passo non si trova da nessuna parte nei manoscritti delle opere di Flavio Giuseppe. Il tono è cristiano e traspira odore di anti-giudaismo. Probabilmente si basa sul commento di Flavio Giuseppe riguardo al fato dell'esercito di Erode Antipa dopo l'esecuzione di Giovanni il Battista (si veda Antichità Giudaiche 18.5.2 §116-117). [Gli scrittori del Talmud erano piuttosto confusi riguardo a Gesù, confondendolo con due uomini: Gesù ben Pandira e Gesù ben Stada, che erano indubbiamente reali. Uno di loro potrebbe essere stato il personaggio che le storie di Gesù utilizzarono come loro personaggio centrale; forse, perfino entrambi.]

 Così abbiamo le parole di Origene e altre chiare dimostrazioni che gli scritti di Flavio Giuseppe furono interpolati, con i suoi testi originali senza nessuna menzione del Gesù della Bibbia. Inoltre Eusebio è inaffidabile (e le sue opere corrotte), quindi le sue osservazioni su Flavio Giuseppe e, soprattutto, le opere del primo secolo di Flavio Giuseppe, non si possono considerare resoconti extra-biblici dei racconti di Gesù.
Forse uno degli aspetti più affascinanti di questa linea argomentativa e di ragionamento, da entrambi i lati — o per Flavio Giuseppe che scrisse di Gesù, oppure per le interpolazioni — si può descrivere come segue. Flavio Giuseppe scrisse Antichità Giudaiche intorno all'anno 93 EC, circa 60 anni dopo la supposta crocifissione, circa 38 anni dopo le Epistole di Paolo, e decenni dopo che l'ipotetico testo Q fosse in circolazione. I cristiani moderni, nel disperato tentativo di dimostrare che Gesù esistette realmente, si attaccano a Flavio Giuseppe come forse il loro più promettente ma delirante tentativo di dimostrare che qualche contemporaneo non-cristiano scrisse delle saghe di Gesù. Tuttavia, anche se fosse vero, tutto ciò che significherebbe nella linea essenziale e patetica di tutte quelle indagini e arrampicature sugli specchi è che Flavio Giuseppe potrebbe aver visto gli scritti di Paolo, oppure degli autori anonimi delle prime fonti evangeliche. Niente di più.
Gli apologeti cristiani hanno avuto il momento più difficile nel provare perfino questo tenue caso di Flavio Giuseppe — il quale caso, se mai fosse vero, è insignificante per una storicità di Gesù.
Gli uomini riuniti nei primi Concili ecumenici erano ben consapevoli delle opere di Flavio Giuseppe e, a quanto pare, avrebbero dovuto includere almeno alcuni dei suoi scritti nelle loro scritture riconosciute, se Flavio Giuseppe avesse effettivamente confermato qualcosa dei racconti di Gesù. Chiaramente non lo fecero. Eusebio menziona i punti di vista di Flavio Giuseppe su “Dio” nella sua Preparazione Evangelica (VIII:VII) come pure la “storia” di Flavio Giuseppe del diluvio universale (IX:XI), ma nulla che colleghi Flavio Giuseppe a Gesù. Eppure, persino le credenze del culto Mitra erano considerate dai primi cristiani: “...Pallade, che fece un'eccellente collezione riguardante i misteri di Mitra al tempo dell'imperatore Adriano”, come scrisse Eusebio (IV:XVI). Eusebio menziona anche Zeus ed Era (IV:XV). Eusebio menziona il dio greco Apollo decine di volte nella sua Preparazione. Eppure, in qualche modo, la leadership romana scelse il personaggio sgangherato di Gesù come proprio eroe celeste.

(mia libera traduzione da Michael Paulkovich, No Meek Messiah —  Christianity's Lies, Laws and Legacy,  2012 Spillix, LLC, Annapolis, MD, pag. 191-198)

giovedì 28 maggio 2015

τοῦ λεγομένου Χριστοῦ è un'interpolazione cristiana (XII)

Flavio Giuseppe, impersonato dall'attore Sam Neill nel film Dovekeepers.

In ciò che segue io sono profondamente debitore a Peter Kirby, admin del forum Biblical Criticism & History Forum, per le illuminanti rivelazioni intorno a questo cruciale passaggio di Flavio Giuseppe.
Venuto a conoscenza della morte di Festo, l'imperatore inviò Albino quale governatore per la Giudea. Il giovane Anano, che come ho già accennato era diventato sommo sacerdote, aveva un carattere insolitamente diretto e audace. Egli seguiva la setta dei sadducei, che sono nei loro giudizi i più severi fra tutti gli Ebrei, come ho già dimostrato. Anano, visto il tipo d'uomo che era, pensò di avere un'opportunità ideale, con festo morto e Albino ancora in viaggio. Convocò un consiglio di giudici; portò al suo cospetto il fratello di Gesù, detto Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, li accusò di trasgredire la legge e li condannò alla lapidazione. Tutti coloro che erano ritenuti i più ragionevoli della città, e coloro che erano rigorosi in questioni di legge si adirarolto per questo e in segreto inviarono n messaggio al re chiedendogli di ordinare ad Anano di non comportarsi più in tal modo; in effetti, dissero, egli aveva agito in modo illecito fin dall'inizio. Alcuni di essi si recarono addirittura da Albino in viaggio da Alessandria e gli dissero che era illegale che Anano avesse convocato un consiglio senza il suo permesso. Albino fu persuaso da ciò che dissero e scrisse una lettera adirata ada Anano, minacciando di punirlo. Fu a causa di questo che il re Erode Agrippa privò Anano del sommo sacerdozio, che aveva detenuto per tre mesi, nominando al suo posto Gesù figlio di Damneo.


IL SEGUITO

Quando Albino giunse nella città di Gerusalemme, rivolse tutti gli sforzi e fece ogni preparativo per assicurare la pace alla regione sterminando la maggior parte dei sicari.
Ora il sommo sacerdote Anania ogni giorno cresceva in reputazione ed era splendidamente ricompensato dalla benevolenza e dalla stima dei cittadini; perché era astuto e li forniva di denaro; ogni giorno offriva doni ad Albino e al sommo sacerdote.
(Aveva) però dei servitori assai perversi che, accompagnandosi con la gente più ardimentosa che c'era, si aggiravano per le aie e con la forza portavano via le decime dei sacerdoti; né si astenevano dal percuotere coloro che rifiutavano di dare. I sommi sacerdoti erano colpevoli allo stesso modo dei servitosi e nessuno li poteva fermare. Così accadeva che i sacerdoti, che negli antichi giorni vivevano delle decime, ora erano ridotti a morire di fame.

Di nuovo i sicari in occasione della festa, che allora si stava celebrando, entrarono di notte in città e rapirono il segretario del generale Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anania e lo legarono;
mandarono a dire ad Anania che avrebbero liberato il segretario se lui avesse indotto Albino a liberare dieci di loro che erano stati fatti prigionieri. Anania, sotto tale costrizione, persuase Albino ad aderire alla (loro) istanza.
Questo fu l'inizio di guai maggiori. I ribelli escogitarono di avere tra i rapiti l'uno o l'altro della cerchia di Anania che mantenevano sempre confinato e rifiutavano di liberarlo fino a quando avessero in cambio qualcuno dei sicari. Quando divennero di nuovo un numero considerevole, ripresero nuovamente ardire e cominciarono nuovamente a straziare ogni parte della regione.
In quel tempo il re Agrippa ampliò Cesarea di Filippo, come si chiamava, e le diede il nome di Neronia in onore di Nerone. Edificò inoltre, con grandissima spesa, un teatro per il popolo di Berito e lo presentò con spettacoli annuali, spendendo in questo progetto molte decine di migliaia di dracme.
Inoltre usava dare al popolo grano e distribuire olio di oliva; abbellì anche tutta la città con l'erezione di statue e copie di antiche sculture; trasferì in quel luogo quasi tutte le bellezze del regno. Di conseguenza aumentò l'odio dei sudditi perché li spogliava dei loro averi per abbellire una città straniera.
Il re poi depose Gesù, figlio di Damneo, dal sommo sacerdozio e designò suo successore Gesù, figlio di Gamaliel. Perciò sorse una ostilità tra quest'ultimo e il suo predecessore. Ognuno di essi raccolse una banda di gente molto temeraria e spesso avveniva che, dopo lo scambio di insulti, si andasse oltre, pigliandosi a sassate. Anania sovrastava tutti, facendo buon uso della sua ricchezza per attrarre quanti erano disposti a ricevere doni di corruzione.
Da parte loro, Costobaro e Saul, raccolsero bande di malviventi; loro stessi erano di stirpe reale e raccolsero favori a motivo della loro parentela con Agrippa, ma erano sfrenati e pronti a spogliare le proprietà dei più deboli. Fu da quel momento, in particolare, che la malattia piombò sulla nostra città e ogni cosa andò scadendo di male in peggio.

(Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 20.9.1-4)

Ciò che ho messo in grassetto vale più di mille parole.

Praticamente il folle apologeta Origene lesse il link causale 
''morte di Giacomo'' ''caduta di Gerusalemme'' 
direttamente da Antichità Giudaiche 20.9.1-4. Nè più nè meno. Totalmente al di là se egli fosse stato o meno a conoscenza della leggenda di Egesippo su Giacomo.

Diventano di colpo non necessarie le ipotesi di Richard Carrier e di Earl Doherty, secondo le quali il link causale ''morte di Giacomo'' ''caduta di Gerusalemme'' nasce con Egesippo, arriva ad Origene, il quale si inventa il costrutto ''detto Cristo'', che finisce poi accidentalmente tramite l'errore di uno scriba nel testo di Flavio Giuseppe, giungendo infine ad Eusebio che si ritrova apparentemente con due racconti su Giacomo, uno da Egesippo e l'altro da ''Flavio Giuseppe'' (testo originale + interpolazione).

Semplicemente Origene poteva riuscire da solo a creare quel link causale basandosi direttamente su una lettura tipicamente apologetica cristiana del testo di Flavio Giuseppe.

Ma anche un'altra ipotesi viene a cadere sotto i colpi implacabili del Rasoio di Occam. Come nota giustamente Peter Kirby,
And this is just the sort of thing the thread aims to show as completely unnecessary and proceeding from false assumptions.

E questo è proprio il genere di cose che il thread mira a mostrare come completamente non necessario e procedendo da false assunzioni.

(fonte)

Kirby si sta riferendo all'altra ipotesi alternativa a quella di Doherty/Carrier, e cioè quell'ipotesi descritta da Sabrina Inowlocki (University of Lausanne) nell'articolo accademico  "Did Josephus Ascribe the Fall of Jerusalem to the Murder of James, the brother of Jesus?" Revue de Etudes Juives 70, 1-2 janvier-juin 2011, 21-49. La prof.ssa Inowlocki sostiene in pratica che Origene si stava limitando a riportare un'esplicita connessione causale fatta da Flavio Giuseppe in persona tra la morte di Giacomo e la caduta di Gerusalemme, in un passaggio ora perduto.
Ora non è più necessario supporre gratuitamente l'esistenza di brani perduti di Flavio Giuseppe, perchè è ormai chiaro che un folle apologeta come Origene aveva tutti gli strumenti ermeneutici, basandosi ALMENO su Antichità Giudaiche 20.9.1-4, per inferire apologeticamente e del tutto anacronisticamente la leggenda che le sue orecchie avrebbero preferito sentire: e cioè che la caduta di Gerusalemme sarebbe da addebitarsi da ultima istanza al crudele trattamento riservato a Giacomo, il fratello di Gesù detto Cristo, da parte dei ''giudei''.

Nessuna più necessità di brani perduti di sorta di Flavio Giuseppe su Giacomo. Pace la prof.ssa Inowlocki, pace il folle apologeta cattolico Gianluigi Bastia, e pace il prof Robert Eisenman.

Origene poteva giungere alla lettura di quel brano da Flavio Giuseppe già armato della conoscenza di Egesippo ma ormai è d'un tratto divenuto interamente certo che Origene si stava basando direttamente su Flavio Giuseppe, seppure è altrettanto evidente che ne stava facendo una distorta e interessata lettura apologetica.

Infatti è chiaro, rileggendo il brano di cui sopra, che Flavio Giuseppe, dicendo quelle parole:
Fu da quel momento, in particolare, che la malattia piombò sulla nostra città e ogni cosa andò scadendo di male in peggio.
non si riferiva unicamente all'assassinio di Giacomo, ma all'intero drammatico contesto delle rivalità e faide interne tra le famiglie aristocratiche sacerdotali di Gerusalemme: a quelle lotte intestine lo storico ebreo aveva fatto risalire da ultimo le origini del disastro. E neppure in Guerra Giudaica si discosta tanto da questa conclusione, allorchè chiarisce più esplicitamente il legame tra Anano e la distruzione della città, enfatizzando di più in quella sede la morte di Anano:
non dovrei sbagliarmi se ho detto che la morte di Anano fu l'inizio della distruzione della città.
(Guerra Giudaica, 4:318)

In ciascun caso, come nota giustamente Peter Kirby:
 ...it is the power vacuum left by the loss of control experienced by Ananus that is the immediate/final cause of all the trouble, in the narrative of Josephus.
(fonte)

...è il vuoto di potere lasciato dalla perdita di controllo esperita da Anano che è la causa immediata/finale di tutto il turbamento, nel racconto di Flavio Giuseppe.
(mia libera traduzione)

Ma il folle apologeta Origene aveva tutto l'interesse (come non perdonarlo per questo?) a fare becero revisionismo cattolico, condensando la causa dell'incipiente disastro abbattutosi su Gerusalemme, che per lo storico ebreo era decisamente più complessa, nella sola morte di Giacomo.

La conclusione di Kirby è di una chiarezza cristallina:

Così, no, Flavio Giuseppe non connette egli stesso la morte di questo ''Giacomo'' alla distruzione della città. Quella connessione può essere stata fatta solamente da un Cristiano  che aveva letto le Antichità giudaiche con i propri pregiudizi fermamente ancorati in mente, trasferendo l'importanza di Anano e la sua rimozione dal ruolo alla più o meno marginale accidentale circostanza che condusse a quella rimozione, la condanna a morte di un ''Giacomo'' (che nei più tardi manoscritti divenne identificato come il fratello di Gesù, 'chiamato Cristo').
(fonte)

A questo punto sorge spontanea la domanda: come diavolo è nata la leggenda che voleva la morte di Giacomo causa diretta della caduta di Gerusalemme, prima di Origene  e indipendentemente da Origene e dalla sua lettura revisionistica/apologetica di Flavio Giuseppe?

Penso che Ken Olson abbia la risposta giusta.

Così scrive:
Io assumo che Egesippo stia dicendo che l'assedio di Vespasiano ... fu il risultato (''frutto'') dell'assassinio di Giacomo da parte dei gerosolomitani. Prima di quell'evento, la preghiera intercessoria del giusto nel santuario, inginocchiandosi e implorando perdono per il popolo, avevano trattenuto il giudizio di Dio su Gerusalemme. Ma uccidendo Giacomo, i giudei e gli scribi e i farisei rimossero ''la fortezza del popolo'' che stava proteggendo loro. Io penso che ciò sia da lontano la più plausibile maniera di comprendere l'esplicita citazione di compimento di Isaia 3.10 della Septuaginta,  “Rimuoviamo l'uomo giusto poichè è per noi importuno. Ma essi mangeranno il frutto delle loro opere” Che cosa assumi che sia  “il frutto delle loro opere”? Io penso che la citazione potrebbe benissimo essere un metalettico riferimento al più vasto contesto di Isaia 3 sulla punizione divina di Gerusalemme e Giuda. Possibilmente la menzione dei “Rechabim, a cui il profeta Geremia aveva recato testimonianza” è altrettanto un metalettico riferimento a Geremia 35 (specialmente il verso 17).

Così io non sono persuaso dal tuo argomento che  “
Subito dopo Vespasiano cominciò ad assediarli” appartenga realmente alla sezione seguente in Egesippo, non solo perchè si basa su una congettura circa quel che poteva esserci stato in una fonte perduta, ma anche perchè non si adatta bene con la logica interna del racconto, e le parole kai euthus (“Subito dopo,” ben note dal loro frequente utilizzo nel vangelo di Marco) sono improbabili per cominciare una nuova pericope ma piuttosto collegano quello che segue loro strettamente con quello che lo precede. Gli assassini di Giacomo dovevano mangiare i frutti delle loro opere. 

Allo stesso modo, mentre io sono sicuro che tu ti rendi conto che la storia non è realistica in molti dei suoi aspetti, e gran parte di essa è composta da passi scritturali rielaborati (Isaia, Geremia, il processo e la morte di Gesù e la lapidazione di Stefano in Atti 7, la porta da Giovanni 10, si veda le annotazioni marginali nell'edizione Loeb) penso che tu sopravvaluti la misura a cui Egesippo sta scrivendo una storia accurata o addirittura realistica. Giacomo, irrealisticamente, sembra aver assunto il ruolo del Sommo Sacerdote (fino alle vesti di lino), che da solo entra nel Santo dei Santi per fare espiazione per i peccati del popolo solo allo Yom Kippur, il giorno dell'espiazione (Levitico 16.29-34). Giacomo va nel santuario molto più spesso, probabilmente perché l'autore pensa che la gente ha molto più grande peccato che necessita di perdono.





Il passaggio sulle ginocchia di Giacomo ''diventate dure come quelle di un cammello'' è inteso a sottolineare che Giacomo è stato a fare questo per un bel pò. Non è un qualche recente sviluppo causato dalle distruzioni della guerra. Non ci sono distruzioni della guerra apparenti nel testo. Ci sono ancora i sacerdoti a Gerusalemme (2.23.7), così come scribi e farisei e "ebrei" e il loro grande problema nel testo, non è che sono in guerra con Roma, ma che così tante persone stanno andando fuori strada e seguono Gesù a causa della predicazione di Giacomo. Così, con una notevole mancanza di lungimiranza, loro domandano allo stesso Giacomo di  affrontare il popolo a Pasqua, per la quale  "tutte le tribù" (quante tribù sono intese?) e i Gentili sono stati in grado di raccogliere. Sperano erroneamente che Giacomo, contrariamente alla sua reputazione nota, tratterrà il popolo dall'accettare Gesù come il Cristo, e riconoscono che loro e tutte le persone sono, per qualche motivo, tenuti a rispettare Giacomo. Si tratta di una leggenda cristiana, e cercare di interpretarla inserendola nel contesto dei dati storici sulla Guerra Giudaica nota da altre fonti è un errore.Il problema storico/cronologico che la storia in Egesippo è destinato a risolvere mediante la propria prospettiva cristiana è la questione teologica della causalità divina: perché Dio aspetta 40 anni per punire gli ebrei per l'uccisione di Cristo? La risposta è: a causa della presenza di Giacomo il Giusto nella città, sempre a pregare per il perdono del popolo. La punizione di Dio venne solo dopo che il popolo si allontanò da Giacomo. La morte di Giacomo è l'evento scatenante per la punizione di Gerusalemme, ma la causa di fondo è il continuo rifiuto dei messaggeri di Dio culminante nell'uccisione di Gesù. (Mi rendo conto che ciò significherebbe che, in base alla mia teoria che Origene conosce questa storia, se da Egesippo o da un'altra fonte, egli la ottenne leggermente sbagliata). Sono in debito con John Painter (Just James 1e 1999 143-144), il quale rileva che Eusebio era pervenuto a questa spiegazione:
    Ma sarebbe giusto ricordare, anche, alcuni fatti che reca a casa la benevolenza di tutta la cortese Provvidenza, che per 40 anni dopo il loro crimine contro Cristo ritardò la loro distruzione. Per tutti quei tempi la maggior parte degli apostoli, tra cui lo stesso Giacomo, il primo vescovo di Gerusalemme, conosciuto come il fratello del Signore, erano ancora vivi, e essendo rimasti nella città fornirono il luogo di un baluardo inespugnabile. [Eusebio HE 3.7.7-9]

Vorrei andare al di là di Painter qui e propongo che la giustificazione teologica per il ritardo nel punire Gerusalemme pe l'assassinio del Cristo di Dio è già presente nella storia che Egesippo riferisce, e che è anche molto plausibilmente la ragione per cui Giacomo giunse ad essere chiamato "il Giusto" nel secondo secolo (nonostante l'affermazione Egesippo che Giacomo era conosciuto come il Giusto da parte di tutti dai tempi del Salvatore, Giacomo non è mai chiamato così nel Nuovo Testamento). Sono probabilmente più consapevole di molti degli effetti che Eusebio può avere sulla interpretazione più tarda. Ma mentre lui legge spesso cose nelle sue fonti che non ci sono là, penso anche che a volte prende le cose giustamente. 
Ken

Dunque il geniale PhD Ken Olson concorda con Richard Carrier che la leggendaria relazione di causa-effetto tra la morte di Giacomo e la caduta di Gerusalemme era anteriore a Origene e presente già in Egesippo, e ne spiega giustamente la genesi nella volontà tutta apologetica di voler giustificare perchè la vendetta divina non cadde sui giudei tutti immediatamente dopo la morte di Gesù sulla croce, ma ci vollero ben quarant'anni perchè si decidesse a cadere una buona volta su Gerusalemme, ovvero appena in tempo per permettere ai giudei di ammazzare Giacomo, il fratello di Gesù, e di risultare così una punizione più che completa e più che meritata. Quindi la morte di Giacomo ''il Giusto'' fu inventata a ridosso della caduta di Gerusalemme per spiegare perchè quella caduta non si verificò subito dopo la morte di Gesù, ma ben 40 lunghi anni dopo quella presunta morte.

Ovviamente a questo motivo bisogna aggiungere un altro: inventarsi, contro Marcione, un fratello di Gesù ''nella carne'' e pio ebreo, saldamente ben radicato a Gerusalemme al pari degli altri apostoli e per di più ''Giusto'' come lo era il dio creatore per i marcioniti.
 CONCLUSIONE
Per quanto riguarda dunque il ''detto Cristo'', è chiaro che a interpolare quel costrutto nel testo di Flavio Giuseppe fu uno scriba cristiano prima di Origene, se non Origene in persona. È improbabile che fosse Origene il falsario perchè il folle apologeta lamenta il fatto che  l'ebreo Flavio Giuseppe non è cristiano e per giunta biasima apparentemente la morte di Giacomo non dispiacendosi parimenti della morte di suo fratello Gesù (ulteriore prova che lo storico ebreo non scrisse affatto il Testimonium Flavianum nel Libro 18). D'altro canto, se l'interpolatore cristiano agì deliberatamente nel cambiare il testo originario
τὸν ἀδελφὸν Ἰησοῦ τινος, Ἰάκωβος ὄνομα αὐτῷ, καί τινας ἑτέρους

in quello attuale
τὸν ἀδελφὸν Ἰησοῦ τοῦ λεγομένου Χριστοῦ, Ἰάκωβος ὄνομα αὐτῷ, καί τινας ἑτέρους

allora è evidente il punto ironico che voleva realizzare: paradossalmente, proprio la morte del fratello di un trascurato ''cosiddetto Cristo'' (si noti la possibile sfumatura dispregiativo-dubitativa di τοῦ λεγομένου Χριστοῦ) avrebbe provocato, da ultimo, il disastro di Gerusalemme, ''per bocca'' dello stesso non cristiano Flavio Giuseppe e perciò ultimamente a maggior gloria del Cristo. Pensare che fosse Flavio Giuseppe l'autore deliberato di quel punto ironico è impossibile, visto che a farne uno simile mediante lo stesso costrutto ''detto Cristo'' fu l'autore di Matteo:
La frase appare anche in Matt 27.17 e 27.22, sebbene là è emessa da Pilato (diversamente da Matt. 1.16, dove è emessa dal narratore), ma un idioma simile appare in Giovanni 4.25. Questo implica che fu una comune designazione cristiana o ebraica per il messia; l'autore probabilmente intese ironia avendo Pilato a ripeterla. Degno di nota, la fonte di Matteo, Marco 15.9 e 15.12 non ha questa frase: Pilato là solamente si riferisce a Gesù come al ''Re dei Giudei'', che è chiaramente inteso ad essere ironico (poichè Pilato non considerò veramente Gesù il ''Re dei Giudei'', tuttavia al lettore è richiesto di comprendere che egli fu precisamente quello e che un ufficiale romano giusto inavvertitamente lo dichiarò tale).
(Richard Carrier, "Origen, Eusebius and the Accidental Interpolation in Josephus Jewish Antiquities 20.200", Journal of Early Christian Studies, 20, 4, 2012, pag. 511, mia libera traduzione)

Se invece l'interpolazione non fu deliberata prima di Origene, allora quell'ironia non era voluta nelle intenzioni del falsario e perciò si trattò più probabilmente di un'interpolazione accidentale, una glossa cristiana finita poi nel testo, tra secondo e terzo secolo.  E considerando le reali entità delle interpolazioni e falsificazioni di cui dettero prova i proto-cattolici già nel II secolo con i loro stessi testi e i testi dei loro rivali cristiani e pagani, ciò non meraviglia affatto.

domenica 7 dicembre 2014

τοῦ λεγομένου Χριστοῦ è un'interpolazione cristiana (XI)

Il folle apologeta cristiano Eusebio di Cesarea riporta questa informazione attinta da un'opera ora perduta di Egesippo:
La cura della Chiesa passò a Giacomo, il fratello del Signore, e agli apostoli. Egli era chiamato il ''Giusto'' da tutti gli uomini dal tempo del Signore fino al nostro; perchè vi erano molti con il nome di Giacomo, ma egli era stato santo sin dal grembo di sua madre. Non beveva vino né bevande forti, e non mangiava carne. Sul suo capo non passava alcun rasoio, non si ungeva mai di olio, e non andava ai bagni. Era l'unica persona cui era concesso di entrare nel santuario, poichè non indossava lana ma lino. Era uso recarsi al tempio da solo e lo si trovava inginocchiato a pregare per il perdono degli uomini, tanto che le ginocchia gli erano diventate dure come quelle di un cammello per il suo continuo inginocchiarsi, adorare Dio e implorare il perdono per gli uomini. A causa della sua grande rettitudine era chiamato Giusto e Oblias [che vuol dire in ebraico ''Difesa degli uomini'' e ''Giustizia''], secondo quanto i profeti dicono di lui. A ogni modo, alcuni delle sette sette tra la gente, che ho già descritto nei miei commentari, gli chiesero cosa fosse la ''Porta di Gesù'': Egli rispose che era il Salvatore. In base a questo alcuni furono portati a credere che Gesù fosse il Cristo. Le sette summenzionate non credevano nella resurrezione né in qualcuno che venisse a giudicare ogni uomo secondo le sue opere. Ma coloro che credettero, credettero grazie a Giacomo. Ora, poichè molti del governo erano credenti, vi fu un tumulto tra gli Ebrei, e gli scribi e i farisei dicevano che era un pericolo che tutta la gente ritenesse Gesù il Cristo. Perciò si riunirono e parlarono a Giacomo: «Facciamo appello a te», dissero, «per placare la folla, perchè essi hanno un'idea errata su Gesù e pensano che egli sia il Cristo. Facciamo appello a te perchè convinca riguardo a Gesù tutti coloro che vengono per il giorno di Pasqua; perchè noi tutti ti obbediamo. Noi e tutta la gente rechiamo testimonianza che sei giusto e imparziale. Perciò convinci la folla a non farsi un'idea errata su gesù. Poiché tutta la gente e tutti noi ti obbediamo. Mettiti in piedi sui merli del tempio, in modo da poter essere visto dal basso, e che le tue parole siano udite da tutta la gente. A causa della Pasqua tutte le tribù si sono radunate, e anche i gentili». Così i summenzionati scribi e farisei misero Giacomo in piedi sui merli del tempio e gli gridarono: «Ehilà, Giusto, noi tutti ti dobbiamo obbedienza. Poichè la gente si smarrisce dietro a Gesù che è stato crocifisso, dicci: cos'è la Porta di Gesù?». E Giacomo rispose con voce sonora: «Perchè mi chiedete del Figlio dell'Uomo? Egli siede in cielo alla destra della Grande Potenza, e verrà sulle nubi del cielo». E molte persone furono convinte e glorificarono la testimonianza di Giacomo, dicendo «Osanna al figlio di Davide». Allora gli stessi scribi e farisei si dissero l'un l'altro: «Siamo stati degli stolti a dare a Gesù questa risonanza. Saliamo e gettiamolo giù, cosicché essi si spaventino e cessino di credergli». Allora gridarono: «Oh, oh, persino il Giusto è in errore!». Ed essi adempirono alle parole di Isaia: «Rimuoviamo l'uomo giusto poichè è per noi importuno. Ma essi mangeranno il frutto delle loro opere». Essi salirono e gettarono giù il Giusto e si dissero l'un altro: «Lapidiamo Giacomo il Giusto». Essi cominciarono a lapidarlo, perchè quando era caduto non era rimasto ucciso. Ma egli si voltò e si inginocchiò, pregando: «O Signore Padre Nostro, perdonali, perchè non sanno quel che fanno». Mentre lo lapidavano, uno dei sacerdoti dei figli di Rechab figlio di Rechabim, a cui il profeta Geremia aveva recato testimonianza, gridò: «Fermatevi! Cosa fate? Il Giusto sta pregando per noi». Poi uno di loro, un lavandaio, prese il randello che usava per battere le stoffe e colpì Giacomo sul capo. Così egli subì il martirio. Lo seppellirono in un luogo vicino al tempio, e la sua pietra tombale è ancora lì vicino al tempio. Egli divenne autentica testimonianza per gli Ebrei e i Greci che Gesù è il Cristo. Subito dopo Vespasiano cominciò ad assediarli.
(Eusebio, Storia della Chiesa, 2.23.4·18)

Il folle apologeta ateo Tim O'Neill [1] riteneva, contro Richard Carrier, che la frase ''fratello di Gesù, detto Cristo, Giacomo di nome'' di Antichità Giudaiche 20:200, fosse così com'è scritta, con tanto di riferimento ad un ''detto Cristo'', autentica di Flavio Giuseppe, perchè la spiegazione più semplice, sempre secondo questo Tim O'Neill, sarebbe che dietro la leggenda di Giacomo il Giusto presente in Egesippo ci fosse un dato storico:
L'idea che morte di Giacomo fosse in qualche modo cosmicamente collegata alla caduta di Gerusalemme sembra essere stata attorno molto tempo prima di Origene ed è anche riflessa in Egesippo, che offre la sua descrizione della morte di Giacomo e poi nota ''Subito dopo Vespasiano cominciò ad assediarli''. Troviamo lo stesso tropo in Eusebio (anche se qui ovviamente seguendo Origene) e in Girolamo ed è anche implicato in alcune tradizioni gnostiche riguardo Giacomo.

In realtà, se si omette il costrutto ''detto Cristo'', l'intero passo di Flavio Giuseppe assume tutt'altro senso nella misura in cui il Gesù introdotto appena prima della menzione di Giacomo ha il solo scopo di chiarire la curiosa beffa del destino che portò alla destituzione del carnefice Anano proprio col fratello della vittima Giacomo, vale a dire ''Gesù figlio di Damneo''.


 Venuto a conoscenza della morte di Festo, l'imperatore inviò Albino quale governatore per la Giudea. Il giovane Anano, che come ho già accennato era diventato sommo sacerdote, aveva un carattere insolitamente diretto e audace. Egli seguiva la setta dei sadducei, che sono nei loro giudizi i più severi fra tutti gli Ebrei, come ho già dimostrato. Anano, visto il tipo d'uomo che era, pensò di avere un'opportunità ideale, con festo morto e Albino ancora in viaggio. Convocò un consiglio di giudici; portò al suo cospetto il fratello di Gesù, detto Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, li  accusò di trasgredire la legge e li condannò alla lapidazione. Tutti coloro che erano ritenuti i più ragionevoli della città, e coloro che erano rigorosi in questioni di legge si adirarolto per questo e in segreto inviarono n messaggio al re chiedendogli di ordinare ad Anano di non comportarsi più in tal modo; in effetti, dissero, egli aveva agito in modo illecito fin dall'inizio. Alcuni di essi si recarono addirittura da Albino in viaggio da Alessandria e gli dissero che era illegale che Anano avesse convocato un consiglio senza il suo permesso. Albino fu persuaso da ciò che dissero e scrisse una lettera adirata ada Anano, minacciando di punirlo. Fu a causa di questo che il re Erode Agrippa privò Anano del sommo sacerdozio, che aveva detenuto per tre mesi, nominando al suo posto Gesù figlio di Damneo.
(Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 20.200)

 
La fiducia di Tim'O Neill nella presenza di un solido nucleo storico dietro la leggenda in Egesippo della morte di Giacomo il Giusto per mano dei ''giudei'' è però già seriamente incrinata dallo stesso dubbio racconto di Egesippo.
Ad esempio, così Richard:
I passaggi più importanti che  sopravvivono da Egesippo coinvolgono storie sulla famiglia di Gesù. Ma sono così ovviamente fittizie da non poter porre nessun valore in loro come Storia. 
(On the Historicity of Jesus, pag. 327, mia libera traduzione)

E ancora:
Le implausibilità storiche e narrative di questo racconto sono così numerose che possiamo essere certi che la storia è a tutti gli effetti una fabbricazione. La descrizione di Giacomo è trasparentemente mitica; l'idea che 'solo lui' avesse accesso nel sancta sanctorum del tempio è evidente sciocchezza; che le autorità ebraiche collocassero un evangelista cristiano sul pinnacolo del tempio per dissuadere la folla dall'adottare i suoi insegnamenti è ovvio mito; e che Giacomo  potesse sopravvivere ad una caduta da lì è impossibile; infatti, il comportamento di quasi tutti in tutta la narrazione non è affatto realistico (un'importante caratteristica della fiction); la morte di Giacomo come descritta non è in alcun modo legale (e sarebbe quindi stato un omicidio secondo la legge ebraica); e una sepoltura non solo all'interno delle mura della città, ma molto vicino al tempio stesso non è solo una menzogna garantita, ma tradisce la completa ignoranza dell'autore del racconto anche dei fatti più elementari del diritto e della cultura di Gerusalemme. Insomma, niente in questa storia può essere vero.
Ma ciò che è importante è che in nessun punto della storia in sé questo Giacomo ha mai detto di essere il fratello di Gesù. Egesippo lo descrive come tale quando introduce il racconto, ma l'ipotesi che questa storia, su un certo Giacomo il Giusto, è una storia di Giacomo fratello di Gesù, sembra essere un presupposto introdotto da Egesippo. Non è supportato da nulla nella storia. In effetti, questo Giacomo è descritto come se fosse un sacerdote (prestando facendo nel tempio e anche accedendo nel Santo dei Santi), non un carpentiere o un pescatore dalla lontana Galilea. Non c'è nessun riferimento ad un Gesù storico in questo racconto. Gesù è chiamato 'il crocifisso', ma Gesù era celestialmente crocifisso sul miticismo minimale, così ciò non distingue questo racconto come storicista. Al contrario, da nessuna parte è presente qualche riferimento ai testimoni o rapporti di Gesù che ha eseguito azioni o che ha fornito insegnamenti mentre era sulla terra, o dopo essere stato sulla terra. Invece, Giacomo parla solo di un Gesù nello spazio cosmico, che avrebbe dovuto discendere sulla terra nel futuro.
E la storia assume che nessuno pensava Gesù fosse il Cristo fino a che Giacomo (non Gesù, né nessun altro) iniziò a predicare che lo fosse. E questo ha portato persone a cercare Gesù e a seguire lui, ovviamente, ciò non può significare seguire il vivente Gesù  (che in questo racconto era non allora sulla terra), ma il Gesù celeste proclamato da Giacomo. La polemica al centro di questo racconto si concentra anche intorno alla domanda bizzarra, 'Qual è la porta di Gesù?' La risposta alla quale è stata era che 'egli il Salvatore' (il nome di Gesù, naturalmente, che significa 'salvatore'), il che implica che confessare che Gesù è il Cristo è la porta alla vita eterna. Il punto teologico potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con l'identità di Gesù quale celeste sommo sacerdote, che controllava l'accesso alle porte del cielo (la qual cosa anche alcuni ebrei pre-cristiani potrebbero già aver creduto: Elemento 40). Ad esempio, Ignazio dice che Gesù 'è la porta del Padre, mediante la quale entrano' i santi e fedeli nel cielo, e che lui aveva questo potere perché gli erano dati i segreti di Dio e controllava il Santo dei Santi - che deve significare quello del tempio celeste, non essendoci nessun altro quando Ignazio scriveva. Il materiale su Giacomo in Egesippo conferma la nostra conclusione da Papia, che la vera informazione storica sulla chiesa primitiva non esisteva ed era stata sostituita con assurde invenzioni di questo tipo, che erano credute senza alcun dubbio o questione da autori come questo. Ma questa narrazione si collega anche alla prima redazione dell'Ascensione di Isaia e al Racconto della Stella di Ignazio in ulteriore supporto dell'ipotesi che vi era stata una setta di cristiani che non credeva in un  Gesù galileo, ma solo in un cosmico Gesù crocifisso, e che questi cristiani avevano i loro racconti e narrazioni, che altri cristiani potevano prendere in prestito e adattare ai loro scopi.
Da un tale setta ci si può aspettare che questo racconto manchi di qualsiasi riferimento a un Gesù storico, soprattutto ogni riferimento a questo Giacomo che è suo fratello, nonostante il suo dilungarsi in gran dettaglio sulle sue qualifiche in qualità di testimone nell'essere superlativamente pio e giusto - vistosamente omettendo da quella lista delle qualifiche la sua connessione familiare e il suo status di testimone oculare. Quelle sembrano essere state sconosciute all'autore originale della storia. Tale completa assenza di un Gesù storico in questo racconto di Giacomo  potrebbe forse essere spiegato solo come una casuale omissione, assumendo che l'autore che lo fabbricò del tutto semplicemente non pensava o non vedeva la necessità di includere qualsiasi dettaglio, o forse già avendolo incluso in sezioni non citate da Egesippo. Ma tale omissione aderisce anche al miticismo minimale ancora più perfettamente. Laddove la spiegazione dello storicista richiede di ipotizzare qualcosa che è meno del 100% certo essere il caso, la spiegazione del miticista non richiede di postulare nulla (oltre il miticismo minimale stesso, e stabilita conoscenza di background, tra cui gli Elementi 21-22 e 44). Ciò significa che questo racconto in Egesippo supporta il miticismo più della storicità, almeno leggeremente. Io sarò tanto generoso alla storicità per quanto posso e pongo una probabilità del 90% che un autore storicista potesse comporre il racconto come noi l'abbiamo, contro una probabilità del 100% che un autore miticista potesse comporre la narrazione come questa,  for probabilità di 9/10. 
Anche se credo che 4 su 5 sia più vicino alla verità (a significare una probabilità dell'80% che un autore storicista potesse comporre il racconto come questo).

(On the Historicity of Jesus, pag. 329-331, mia libera traduzione, corsivo originale, mio maiuscolo)


Gli argomenti portati da Richard Carrier contro l'affidabilità del racconto di Egesippo sono chiaramente schiaccianti di loro proprio. Ma c'è dell'altro che sono venuto a sapere accidentalmente leggendo il libro del prof Markus Vinzent,
Christ's Resurrection in Early Christianity: and the Making of the New Testament (Ashgate, 2011), e precisamente a proposito della reazione antimarcionita da parte dei proto-cattolici. In merito a Egesippo, così scrive il prof Vinzent:
Egesippo, che esplicitamente scrive contro Marcione, sarebbe stato considerato dal secondo come uno di ''coloro che difendevano la fede ebraica'' e ''univano il Vangelo con la Legge e i Profeti''. Le citazioni di Egesippo ''non lasciano alcuno spazio a Paolo come autorità''.
Nella sua Storia della Chiesa dell'inizio del quarto secolo, Eusebio offre un pò di dettagli su Egesippo: egli scrisse negli anni settanta o ottanta del secondo secolo ed era un convertito dagli ebrei, probabilmente di background samaritano. Egesippo, a dire il vero, mostra qualche considerevole conoscenza samaritana, ma la combina con un'alta stima per le origini ebraiche delle chiese, specialmente di quelle da Gerusalemme. Ma egli è egualmente netto nella critica del farisaismo e sadduceismo giudaico, e anche del cristianesimo samaritano. Per di più, lui vede il cristianesimo samaritano nell'atto di preparare la strada all'insegnamento di Marcione e alla separazione tra ebraismo e cristianesimo.
Per Egesippo la divergenza delle vie tra ebraismo e cristianesimo fu una disputa tutta interna-ebraica tra un cristianesio farisaico e un cristianesimo farisaico-samaritano. In chiara contrapposizione a Marcione, il cui messaggio egli vede come un tipo di ripudio samaritano dei giudei e del loro tempio, Egesippo riconnette gli inizi della Chiesa fermamente con Gerusalemme e il Tempio, e radica la giovane comunità profondamente nella più estesa famiglia di Gesù e di suo fratello Giacomo.
Contro, ma anche parzialmente in riconoscimento di Marcione, Egesippo raffigura Giacomo come 'il giusto' che fu annunciato dai profeti, manifesta tutti gli ideali ascetici marcioniti (no vino, un vegetariano, no taglio dei capelli, no profumi, no bagno) e fa credere il popolo nella risurrezione e nel giudizio. Egli è descritto come un'alternativa giudeo-cristiana al Marcione Paolino: la famiglia terrena di Gesù conta contro l'autorità visionaria di Paolo del Cristo Risorto.

(Christ's Resurrection, pag. 99-100, mia libera traduzione, mia enfasi)


 Lo stesso prof Vinzent sostiene che Papia di Ierapoli, pur di sommare più ''testimoni'' possibili creati ad hoc allo scopo di contrastare l'autorità gigantesca e minacciosa del Paolo di Marcione e del suo Vangelo, si serve di 1 Pietro e di 1 Giovanni.

Ed in particolare:
...1 Pietro chiama Cristo ''il Giusto'', che ha sofferto ''per l'ingiusto'', un'allusione e una sintesi di Isaia (53:1-12), ed anche una chiara istanza contro Marcione, che eguagliò il ''Giusto'' con il Dio dei Giudei per distinguerlo dal vero Dio d'Amore.
(Christ's Resurrection, pag. 98)

Dunque ecco perchè tanta così sospetta insistenza di Egesippo sul martirio di Giacomo ''il Giusto'': all'origine del suo racconto non vi era nessun nucleo storico, nessuna memoria di presunte pie virtù del pilastro Giacomo al punto da indurre a definirlo ''giusto'' per qualcosa che fosse relativo direttamente alla sua esistenza storica. Al contrario, all'origine delle pretese di Egesippo c'era, solo e soltanto, una pura necessità teologica. E per di più una POLEMICA necessità teologica. Contrastare Marcione conferendo a Giacomo, previa debita artificiale promozione da mero ''fratello del Signore'' - ovvero mero battezzato cristiano (il senso originario di Galati 1:19) - a ''fratello di Gesù'' secondo la carne, lo stesso titolo, ''Giusto'', che Marcione intese attribuire a più riprese invece al famigerato Demiurgo allo scopo di indicarne l'insensatezza perfino mentre esercitava la funzione di giudice severo del suo popolo, Israele.

Ne deriva che, in virtù di quella medesima, nuova ''regola del gioco'' instaurata da Egesippo (chiamare Giacomo ''il giusto'' per indicarne la fedeltà allo stesso Dio creatore definito ''giusto'' ma non ''buono'' da Marcione), il racconto di Egesippo è altrettanto ''affidabile'' storicamente, se non addirittura perfino meno, del racconto su Giacomo presente nella gnostica Prima Apocalisse di Giacomo, a proposito della quale il prof Vinzent ha questo da dirci:

Piuttosto diversa è la Prima Apocalisse di Giacomo, che è situata prima e dopo la Risurrezione. Prima della sua morte, Gesù annuncia la sua riapparizione e domanda a Giacomo di rinunciare sia alla sua carne che al suo nome per divenire Colui-che-è.  E, in realtà, dopo che il Signore aveva ''compiuto quel che era appropriato'', Giacomo attese in angoscia per ''molti giorni'' e ''stava camminando sul monte che è detto ''Gaugelan'', assieme ai suoi discepoli che lo ascoltavano perchè erano stati in pena, e lui era confortevole''. Poi,
le folle si dispersero e Giacomo rimase in preghiera, com'era suo costume, e il Signore apparve a lui. Egli terminò la [sua] preghiera e lo abbracciò. Egli lo baciò, dicendo, 'Rabbi, ti ho trovato! Ho udito delle tue sofferenze, che hai sopportato. E io sono stato parecchio in pena. Tu conosci la mia compassione. Perciò, per premeditazione, io stavo desiderando di non vedere questo popolo. Essi devono essere giudicati per quelle cose che hanno commesso. Infatti quelle cose che hanno commesso sono contrarie a quel che è appropriato'.
Gesù calma Giacomo ed escolpa 'questo popolo', i giudei, sottolinenando di non aver per nulla sofferto, ''e questo popolo non [gli] ha recato alcun danno''. In aggiunta, il titolo di Giacomo ''il Giusto'' indica, secondo Gesù, che Giacomo stava egli stesso servendo i poteri distruttivi tanto quanto lo stava facendo ''questo popolo''. Ma ancora, egli dà a lui speranza di venir redento, perchè sarà capace di dire ''Io sono un figlio, e io sono il Padre', o più precisamente, 'Io sono del Padre Pre-esistente, e un figlio nel Padre Pre-esistente''. Ed egli eviterà i poteri arcontici, perchè egli è desideroso di andare ''al luogo'' da cui egli è giunto.
(Christ's Resurrection, pag. 165, mia libera traduzione e mia enfasi)

Dunque è eliminata totalmente ogni seria possibilità di considerare valido il racconto di Egesippo, perfino per quanto riguarda l'origine dell'appellativo ''il Giusto''.

Quali conseguenze seguono da questa analisi?

Il Giacomo storico di Galati 1:19, chiunque sia stato, non fu mai chiamato ''il Giusto'' nè in vita nè dai suoi veri seguaci giudeocristiani dopo morto
, ma solo più di cent'anni dopo da un proto-ortodosso chiamato Egesippo in vena di strumentalizzare Giacomo in funzione anti-marcionita, in nulla di diverso da come agiva la stessa tendenziosa tattica propagandistico-pubblicitaria utilizzata dai famigerati Atti degli Apostoli. Nulla di storico. Zero. Solo punti teologici. E per giunta polemici contro altrui teologie. Eppure fu proprio quella totale invenzione di Egesippo sulla morte di Giacomo (nonchè sull'effetto che quella morte scatenò su Gerusalemme) a indurre Origene a fare l'ennesimo errore di memoria (come era solito fare in più di un'occasione), scambiando Egesippo per lo storico ebreo Flavio Giuseppe e originando per la prima volta quel costrutto tutto cristiano ''fratello di Gesù detto Cristo'' (prendendo a sua volta in prestito da Matteo quell'espressione ''detto Cristo'' che in Matteo 27:22 aveva una sottile sfumatura ironica posta in bocca ad un meravigliato Pilato). Ci pensò poi la distrazione di un anonimo scriba cristiano a far cadere accidentalmente nel testo di Giuseppe Flavio quella glossa ''detto Cristo'' confondendolo con il testo circostante dell'autore ebreo, appena in tempo prima che Eusebio si potesse accorgere dell'avvenuta duplicazione, allorchè reputò erroneamente di maneggiare due fonti indipendenti (Egesippo & Flavio Giuseppe) invece di una sola. Ma ora sappiamo che quell'unica fonte fu tutto frutto della fantasia di Egesippo.
Flavio Giuseppe non scrisse nulla su Gesù. Non accennò minimamente a lui. Mai. Da nessuna parte in tutta la sua opera.


Ecco altri frammenti di Egesippo consegnatici da Eusebio:
E oltre a questo Egesippo dice che dopo la presa di Gerusalemme, Vespasiano ordinò che si cercassero tutti coloro che erano della famiglia di Davide, cosicchè tra gli Ebrei non rimanesse nessuno della famiglia reale, e per questa ragione agli Ebrei fu inflitta un'altra grande persecuzione.


Ancora sopravvivevano della famiglia del Signore dei pronipoti di Giuda, che si diceva fosse suo fratello naturale, che furono denunciati quali membri della famiglia di Davide. L'ufficiale li portò dinanzi all'imperatore Domiziano; poichè, proprio come era stato per Erode, egli aveva paura della venuta del Cristo. Quando Domiziano chiese loro se fossero della casa di Davide, essi risposero di sì. Poi chiese loro quanti beni possedessero e quali fossero le loro finanze; essi dissero di posseedre solo novemila denari, divisi equamente tra di loro; ma non li avevano in moneta, ma stimati in soli venticinque acri, su cui pagavano le tasse e che lavoravano per sostentarsi. Poi mostrarono le loro mani e la durezza dei loro corpi come prova delle loro fatiche ei calli che spiccavano sulle loro mani come conseguenza del loro incessante lavoro. Quando fu loro chiesto di Cristo e del suo regno, come fosse e dove e quando sarebbe apparso, essi risposero che non era di questo mondo o terreno, ma celeste e angelico e che sarebbe venuto alla fine dei tempi, quando egli sarebbe giunto in gloria per giudicare i vivi e i morti e ricompensare ogni uomo secondo le sue azioni. A questo punto Domiziano non li condannò, ma li lasciò andare, disprezzandoli in quanto semplici, e ordinò che la persecuzione della Chiesa cessasse. Ma dopo che furono rilasciati, divennero i capi delle Chiese, poichè essi avevano recato testimonianza e inoltre erano della famiglia del Signore, ed essi rimasero in vita nella pace che regnò fino a Traiano.


Ma provvede stavolta Richard Carrier, qualora vi fossero ancora dubbi, ad eliminare radicalmente ogni ulteriore dubbio su queste ridicole false pretese del protocattolico Egesippo, stroncandole alla radice. E Richard è crudele:
Egesippo registrò almeno un altro racconto apocrifo sulla famiglia di Gesù, che non può confermare né la storicità né il mito: la storia che i nipoti di suo fratello Giuda (il quale solo 'alcuni dicevano' era stato il fratello di Gesù) fu condotto alla corte di Domiziano (negli anni 80 o  90 EC), perché Domiziano aveva paura della seconda venuta di Cristo (storicamente, un motivo del tutto implausibile) e aveva comandato che tutti gli eredi davidici fossero uccisi (anche se l'idea stessa che qualcuno pensava ci sarebbero eredi davidici da uccidere per allora non è credibile). Questa storia contiene un numero di implausibilità e non sembra qualcosa a cui noi daremmo credito come vero. Sembra anche che non fosse in origine una storia di cristiani, ma degli ebrei messianici. Nel nucleo del racconto in sé, nessun Gesù è mai menzionato, e i 'Giudei' condotti a corte non sono mai detti di essere altro che gli ebrei in attesa di un messia a venire alla fine del mondo. Ciò è stato apparentemente trasformato in una storia di Domiziano persecutore, e poi che mette fine alla persecuzione, dei cristiani. Ma da altre fonti sappiamo solo di Domiziano che perseguita gli ebrei, e solo quelli nella sua casa. Qualunque sia il caso, Egesippo rivela la sua mano quando apprendiamo da Eusebio che ha detto tutti questi racconti al fine di 'dimostrare' che non vi era stata alcuna eresia prima del regno di Traiano, perché fino ad allora la famiglia di Gesù con i suoi discepoli aveva ovunque garantito una fedele adesione al vangelo 'vergine', e solo dopo la loro dipartita sorsero false sette. Tale fantasia non è solo certamente falsa (le epistole di Paolo già attestano numerose scismi, inclusa la propria, e vi erano sicuramente state innumerevoli ulteriori spaccature attraverso tutto il primo secolo), ma è anche un'ovvia ragione per inventare racconti di familiari e testimoni oculari di Gesù. E dai dettagli che troviamo nelle storie che raccontava, possiamo dire che sono non-credibili. Né c'è qualche fonte data per loro. Quindi nessun supporto affidabile per la storicità si può avere qui. La probabilità della presenza di tali storie è la stesso su ciascuna teoria.
(On the Historicity of Jesus, pag. 331, mia libera traduzione e mia enfasi)

[1] Per una stroncatura del folle apologeta O' Neill su altri punti si veda il mio post e quest'intera serie di Vridar.