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venerdì 25 ottobre 2024

ECCE DEUS — POSTFAZIONE

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista William Benjamin Smith, «Ecce Deus, Studies of Primitive Christianity». Per leggere il testo precedente, segui questo link)


INDICE

POSTFAZIONE

Durante il passaggio di quest'opera in stampa, un passaggio reso lento dalla noia della correzione delle bozze attraverso un oceano e un continente, sono apparse diverse pubblicazioni che trattano direttamente o indirettamente di Ecce Deus (l'edizione originale tedesca di questo libro, pubblicata, con un occhio di riguardo agli interessi della libertà e della cultura, da Herr Eugen Diederichs, di Jena), alcune delle quali, affinché il lettore sia messo au courant della discussione, dovrebbero essere segnalate in questo volume. Non è questa la sede per addentrarsi in un'elaborata considerazione delle repliche a Der vorchristliche Jesus, come il recente “Replik an W. B. Smith” di Schwen (nella Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie di Hilgenfeld), [1] poiché le questioni particolari ivi esposte sono in gran parte non trattate nel presente lavoro. Sembra opportuno, però, richiamare l'attenzione su The Historicity of Jesus, del professor Shirley Jackson Case, dell'Università di Chicago. Altrove [2] ho recensito a lungo il libro, avendolo studiato con molta soddisfazione. Ciò che ci preoccupa qui è che il suo autore, pur conoscendo Ecce Deus e citandolo ripetutamente, non ha fatto alcun tentativo di rispondere ad esso, di confutare le prove che esso porta contro la “storicità” in questione. Il lettore può trovare la propria spiegazione di tale omissione in un'opera che dichiara di essere una “dichiarazione completa e priva di pregiudizi”, in cui “non è ignorata nessuna fase di qualsiasi importanza nella storia o nello stato attuale del problema”. L'unica conclusione logica sarebbe che il professor Case considera il presente lavoro privo di “conseguenze”: un'opinione che potrebbe interessare per la sua unicità e per rammentare una della predizione dei vicini di Noè, secondo cui si tratterebbe solo di una pioggia passeggera. Nel frattempo, la serietà delle considerazioni ignorate dal prof di Chicago è attestata non solo da numerose recensioni, ma ancor più dall'apparizione inquietante di articoli come quello di Macintosh nell'American Journal of Theology (1911, pag. 362-372), “Is Belief in the Historicity of Jesus Indispensable to Christian Faith?” e di discussioni simili da parte di Bousset, Troeltsch, Hermann. Nonostante tutte le proteste, il significato di queste scritture sembra abbastanza inequivocabile. I critici si chiedono se sia “indispensabile” solo perché cominciano a sospettare che possa rivelarsi indifendibile. Si stanno preparando con cautela, non certo ad arrendersi — oh, no! Per carità, mai e poi mai si potrebbe sognare una cosa del genere — ma semplicemente ad evacuare da un giorno all'altro la cittadella finora ritenuta inespugnabile. Quanto tempo ci vorrà prima che alcuni dimentichino, nel loro nuovo ambiente, il palazzo imperiale da cui sono venuti, e persino di esserci mai stati? 

L'elaborato articolo di Meyboom nel Theologisch Tijdschrift traspira un tale spirito di generoso apprezzamento che potrebbe essere raccomandato al lettore senza commenti. Però è bene osservare che il suo rammarico principale, quello contro l'ampia generalità e persino vaghezza di certe affermazioni, sembra colpire un difetto che pende dalla parte del pregio. Chiaramente il libro abbozza solo i contorni; dichiara esplicitamente che molti dettagli devono ancora attendere a lungo per essere completati. Ciò rientra nella natura del caso. Dove le prove strettamente storiche sono così scarse, dove i documenti più antichi furono “detti” nascosti, dove i fatti furono così presto e così consapevolmente celati, dove essi furono sistematicamente trasmessi, spesso al di là di ogni riconoscimento, nelle rappresentazioni assolutamente interessate di cronisti ex parte, è miracoloso se all'inizio è stato possibile ottenere molto più di indizi generali. È solo la direzione degli astri nei loro percorsi che possiamo sperare di riconoscere. In un movimento che si protrasse per quasi tre secoli e che si estese su quasi tutto il bacino mediterraneo, dobbiamo spesso accontentarci di un “da qualche parte” e di un “in qualche momento”, e ogni tentativo presente di ottenere una precisione maggiore può essere deprecato. Né tale precisione è un vero desiderio. L'unica importante “questione del giorno” è quella della “storicità”, della pura umanità del Gesù. I dettagli, anche se non in modo assoluto, sono comunque relativamente poco importanti. Una volta che la pura divinità, la non-umanità, del Gesù è stata chiaramente evidenziata, tutte le altre cose, a loro tempo e a loro volta, saranno aggiunte. Con la nuova tesi delle origini cristiane succede lo stesso che con le altre nuove teorie della storia e persino della scienza fisica.  Nel fondare la dottrina generale della discendenza con le modifiche, sono solo le proposizioni molto generali e vaghe che vengono inizialmente raccomandate: come ad esempio che in qualche modo tutti gli organismi viventi sono direttamente derivati da antenati, e questi da pre-antenati, e così via in ordine ininterrotto all'indietro all'infinito. Ma in che modo siano derivati, questa è un'altra questione. Dire “Mediante Selezione Naturale” era, ed è tuttora, prematuro. Rispetto all'ipotesi più antica di creazioni speciali, è indifferente come essi possano essere stati derivati, come possano essere state apportate le modifiche, anche se per altri aspetti ciò può essere estremamente importante. 

Esattamente simile è il caso presente della tesi neotestamentaria. Le prospettive generali sono già chiare: non c'è più alcuna buona ragione per mantenere il dogma liberale del Gesù puramente umano; c'è la ragione più grande per abbandonarlo e metterlo da parte per sempre, per adottare la formula di Origene, “Il Dio Gesù” (Contra Celsum 6:66). Ma una ventina di interrogativi rimangono ancora irrisolti, e potrebbero rimanere a lungo così. Gradualmente, con riluttanza, essi troveranno le loro risposte; in nessun caso scuoteranno i risultati fondamentali ora raggiunti. Disse Lincoln alla famosa conferenza con Davis: “Lasciate che io scriva la prima frase, 'L'Unione sarà mantenuta', e voi potete scrivere tutto il resto”. Il senso in cui si può rispondere a questi interrogativi secondari non può disturbare la logica del nostro pensiero su questi argomenti, né modificare di molto il significato dei risultati ora raggiunti per i problemi che ci si pongono nella religione, nel culto, nella chiesa, nella società, nella civiltà di oggi. 

Non è raro trovare negli scritti degli storicisti oscure allusioni a convincenti argomentazioni a favore della storicità, che però essi tengono in serbo. È un peccato che qualcuno nasconda così la propria luce sotto il moggio. Nella Theologische Revue, nel giudicare l'Ecce Deus, il cattolico moderato Kiefl ammette generosamente: “Il libro è, senza dubbio, geistvoll geschrieben”; ma ritiene che, “per quanto la critica dell'autore sia precisa e variamente corretta (treffend), tuttavia la dimostrazione della sua contro-ipotesi è altrettanto difettosa”. Protesta contro “l'allegorizzazione immotivata”, ma non ne dà le ragioni, e ritiene che il difetto principale risieda nel prestare tanta attenzione ai Pilastri di Schmiedel, “ignorando invece altre prove”. Ciò suona strano, tenuto conto della trattazione dettagliata delle argomentazioni della personalità, della Testimonianza Paolina e di alcune altre. I fatti del caso si possono comprendere facilmente. Lo stesso Schmiedel ha dichiarato apertamente (pag. 17, citato supra, pag. 33) che non ci sono altre argomentazioni veramente convincenti se non quelle derivate da questi stessi brani o da altri simili. Inoltre, questi “pilastri” sono concreti, manifesti, mentre le presunte “altre prove” attendono ancora una formulazione precisa. 

Così Wendland poggerebbe il suo caso sul “fondamento aramaico dei Sinottici e sull'esistenza di una missione indipendente di Paolo”. Ecco due argomentazioni dichiarate “sufficienti”. Ma come? Ognuno di esse si regge su una sola gamba, una posizione instabile per un sillogismo. Per esprimere una parvenza di ragionamento dobbiamo rifornire ciascuna di un aiuto, di una premessa importante. Quale sarà? Wendland non ne dà alcun indizio. Lo stesso vale per molte argomentazioni apparentemente a favore della storicità. Quando l'argomentazione maggiore viene fornita, si scoprirà che è falsa oppure scorrelata con la tesi. Si potrebbero citare esempi simili. Non è giusto pretendere che il tuo avversario illustri le tue premesse e smascheri le tue fallacie. Quando queste misteriose “altre prove” [3] saranno formulate in maniera altrettanto chiara e logica delle “prove-pilastri”, esse riceveranno una considerazione altrettanto attenta e, si può prevedere, con risultati del tutto simili. 

Essendo questa la riluttanza generale dei proponenti dello Storicismo, è gratificante trovare nel libro di Case (pag. 269) un riassunto delle argomentazioni pro-storiche, più completo di quanto si possa trovare altrove nello stesso ambito. Lui dice: 

[1] I dati del Nuovo Testamento sono perfettamente chiari nella loro testimonianza della realtà della vicenda terrena di Gesù, [2] e provengono da un periodo in cui è fuori discussione la possibilità che i primi redattori della tradizione si siano ingannati su questo punto. [3] Non solo Paolo fa della personalità storica di Gesù un requisito necessario al suo Vangelo, [4] ma l'intera situazione in cui si muove Paolo mostra uno sfondo storico in cui la memoria di questo individuo è centrale. [5] Le fasi più antiche della tradizione evangelica affondano le loro radici sul suolo palestinese, [6] e risalgono al periodo in cui vivevano ancora i seguaci personali di Gesù; [7] mentre la cristologia primitiva mostra tracce evidenti di Gesù, l'uomo di Galilea, dietro la sua fede nel Cristo celeste. [8] La memoria personale dei discepoli di questo Gesù dalla esistenza reale è anche la fonte da cui prende avvio il tipo di vitalità particolarmente forte della nuova comunità.

Con questa esposizione di “altre prove”, a lungo desiderate, che ci siamo presi la libertà di separare e numerare per facilitarne la consultazione, il professor Case ha reso il pubblico molto debitore. Ci sia consentita qualche osservazione.

A. Sembra degno di nota il fatto che i Pilastri brillino solo per la loro assenza. Il professor Case sembra considerarli con la stessa leggerezza con cui Schmiedel considera tutte le “altre prove” di Case. Ciò sembra molto rilevante, perché Schmiedel non è affatto l'unico ad appoggiare la sua fede sui Pilastri. 

B. La conclusione favorita dalla personalità unica, incomparabile e del tutto ininventabile è ugualmente sminuita, se non addirittura del tutto omessa. Ciò sembra ancora più rilevante, perché questa è stata senza dubbio l'argomentazione principe di molti storicisti. 

(1) L'asserzione che “i dati neotestamentari sono perfettamente chiari, ecc.” ignora sia i fatti del caso sia l'intera interpretazione simbolica esposta nell'Ecce Deus. Se questa interpretazione fosse misuratamente corretta, allora questi “dati” sembrerebbero “perfettamente chiari nella loro testimonianza” contro la storicità in questione. A meno che non si dimostri errata questa interpretazione, l'argomentazione principale nell'elenco deve crollare; e ciò che si dice al punto (2) circa i “redattori della tradizione” parrebbe perdere tutto il suo significato. 

(3) L'affermazione relativa a Paolo non è affatto corretta; è piuttosto proprio il contrario della verità. Vedi supra, pag. 146 e seguenti, e l'articolo di Schläger già citato. 

(4) Il professor Case sembra essere hegeliano nel sostenere l'identità degli opposti. 

(5) Al pari di quella di Wendland, l'argomentazione secondo cui la tradizione “affonda le radici sul suolo palestinese” cerca di reggersi su una gamba sola, molto goffamente.  Come stato di fatto, non abbiamo motivo di supporre che questo movimento cristiano si originasse in Palestina oppure in qualunque altro luogo. La vivida rappresentazione nei Vangeli è messa in scena in Palestina, e per la ragione indicata in Matteo 4:15, 16: per adempiere alla profezia circa l'alba di una grande luce sulla “Galilea delle genti”. Quasi tutti i riferimenti topici dei Vangeli sono derivabili direttamente o indirettamente da questo motif, ed è degno di nota il fatto che gran parte del dipinto evangelico rimanga nell'aria senza una dimora locale, e talvolta senza un nome. La predicazione in Giudea è un pensiero postumo — non presente nella fonte dei Logoi (Q), come concede ora Harnack — ed è un riflesso altamente elaborato dello specchio della profezia, sacra e profana. 

(6) Il “periodo in cui vivevano ancora i seguaci personali di Gesù” presuppone tutto ciò che è in discussione, come del resto avviene altrove nel libro del professor Case. 

(7) Qui potrebbe stare una modesta allusione ai Pilastri; in ogni caso, il loro crollo trascina giù con sé l'asserzione di Case. 

(8) La frase conclusiva circa la “memoria personale" può essere una concessione un po' stizzita alla vecchia argomentazione della personalità, ed è fin troppo vaga per costituire una base di discussione. Che l'assenza di una siffatta “memoria personale” sia un segno originale della predicazione antica è stato chiaramente esposto in questo volume. È sufficiente che il lettore ricordi che quella di Paolo fu la personalità più “particolarmente incisiva”, che egli “lavorò più abbondantemente di tutti loro” e che egli ammise di non avere una siffatta “memoria personale”. Né il lettore potrà fare a meno di notare la vaghezza che contraddistingue tutte le considerazioni avanzate nel brano citato. 

Alla luce di quanto detto, sembra dubbio che gli storicisti in generale ringrazieranno lo storico di Chicago per la sua esposizione del caso. 

Un'unica osservazione che riguarda il modo preferito di confutazione in voga tra gli storicisti, l'argomentazione del silenzio. Forse non è strano che essa abbia suggerito ad abili recensori tedeschi una confutazione basata sul silenzio. Gli animi più accesi possono essere lenti a pronunciarsi, ma non sempre gli intelletti più dotati. Nondimeno, l'uomo della parabola che non indossava un abito nuziale sembra aver mantenuto un silenzio dignitoso e impressionante.

Avendo già risposto ampiamente (in Auseinandersetzung mit Weinel e nella Prefazione alla seconda edizione di Der vorchristliche Jesus) ai rimbombi delle trombe tedesche, non ci si sente obbligati a rispondere ai “corni della terra degli Elfi che lievemente soffiano” nel contributo di Bacon per la Hibbert Journal (luglio 1911). Essi possono però servire a uno scopo utile: indicare un'osservazione necessaria sul tipo di ragionamento da impiegare in queste discussioni. Sembrerebbe che persino un principiante della logica possa comprendere la distinzione tra una concatenazione e un ordito, tra una disposizione in serie e una disposizione in parallelo delle prove. In matematica prevale il primo tipo: la conclusione pende da un unico filo. Se questo si spezza, essa cade a terra. Basta esporre un solo errore nelle premesse; l'intera conclusione è così invalidata: la concatenazione non è più forte del suo anello più debole. Accade ben diversamente nella Storia, nella vita, dove è il secondo tipo a reggere. Le prove sono disposte fianco a fianco, come fili in un telaio. È la loro forza combinata a sostenere la conclusione. L'ordito è molto più forte persino del suo filo più resistente. Noi parliamo della prove “cumulative”, della “consistenza dei risultati”, della convergenza degli indizi. Ovviamente, per confutare tale argomentazione non sarebbe sufficiente individuare fili deboli nell'ordito e serie incertezze in vari indizi. Anzi, va dimostrato che nessuno dei filamenti regge, che tutti si spezzano sia separatamente che collettivamente, che tutti gli indizi concordanti, sia singolarmente che assieme, inducono in inganno. 

Il critico giusto di questo libro o del suo predecessore non solo lo valuterà, ma dovrà valutarlo dove è più forte, e non solo dove lo è meno. Anche se le prove fossero inconcludenti in una dozzina di punti, esse potrebbero comunque essere conclusive in altri, e ciò sarebbe sufficiente; sì, potrebbero essere non decisive in ogni punto considerato singolarmente, eppure decisive (con altissima probabilità) qualora tutte fossero considerate assieme. È la totalità dei fatti e degli argomenti addotti che deve influenzare infine il giudizio. Quando, perciò, i critici si accontentano di tentare di mostrare qualche mancanza di rigore nelle prove qua e là, ma non fanno alcun tentativo di invalidare l'intera serie di indizi reciprocamente indipendenti ma reciprocamente corroboranti, [4] essi sembrano tradire una concezione particolare della natura delle prove e sollevano il quesito se quella di Hilbert, di Peano e di Russell sia l'unica Nuova Logica. 

Quanto detto è certamente storia vecchia; eppure deve essere mantenuta sempre nuova, perché viene costantemente dimenticata, ad esempio anche da Windisch (Theol. Rundschau, 1912, pag. 114 e seguenti), il quale, pur essendo discretamente generoso nel giudicare Ecce Deus, lo trova “frammentario, e quindi insoddisfacente”, “una serie di saggi scorrelati”, e chiede con urgenza “non più schizzi frammentari, ma presentazioni correlate e complete”. Tutto questo, su cui Windisch ripone particolare enfasi, sembra in realtà solo un mezzo disastro. Sarebbe potuto andar peggio. Alcuni libri sono “completi” in modo molto armonioso, eppure non soddisfano. Tutti i libri, infatti, hanno i difetti delle loro qualità; e questa mancanza di unità artistica è stata apertamente dichiarata dall'autore. Il lettore deve constatare che “un orientamento completamente nuovo” (Schwen) non può essere presentato nella forma “completa” desiderata. Se l'autore dovesse aspettare finché una tale “presentazione” diventasse possibile, i suoi amici-nemici insisterebbero esultanti per passare all'ordine del giorno. Nuove prove si offrono ogni giorno, nuovi aspetti si disvelano costantemente, nuove prospettive si aprono da ogni parte.  Senza dubbio dovranno passare molti anni prima che il raffinamento e il riallineamento possano essere completi. [6

Nel frattempo le prove, sebbene confessatamente “frammentarie”, non sono “per questo insoddisfacenti”. Le prove delle dottrine scientifiche spesso soddisfano nonostante siano molto frammentarie, perché attestano con un grado di probabilità sufficientemente alto. In effetti, è noto che la nostra conoscenza è frammentaria. Ma quando Windisch parla di “saggi scorrelati” va decisamente fuori strada. Tanto vale descrivere i meridiani di longitudine come “scorrelati”: essi si uniscono strettamente ai poli. Così le numerose linee di dimostrazione in questo libro sono, in effetti, indipendenti — e qui sta il loro valore logico: un errore in una di esse non comporta un errore in nessun'altra — esse devono essere tutte confutate simultaneamente, perché anche se tutte fallissero tranne una, e questa non fallisse, l'unica conclusione sarebbe comunque raggiunta e stabilita; ma esse non sono scorrelate, perché tutte convergono verso la stessa conclusione, che le tiene insieme in unità. La lamentela di Windisch è dunque rivolta a un difetto estetico: la condizione di un merito logico. Però, con il passare dei giorni, le argomentazioni indipendenti diventeranno ognuna per sé un insieme più “completo”, e qualche volume successivo potrà fare appello con maggiore forza al senso artistico di Windisch. Nel frattempo, questa reciproca indipendenza non esonera affatto gli avversari dall'obbligo di rispondere; al contrario, fa accrescere tale obbligo. 

Ad un recensore va consentito di decidere ex cathedra e senza argomentazioni. Talvolta, però, Windisch adduce delle ragioni, come quando inorridisce di fronte all'affermazione che Ebrei non fa la minima allusione al ritratto evangelico, e cita Ebrei  5:7 per confutarla. Il brano era nel pensiero dell'autore, come risulta dal linguaggio usato (pag. 92), ma non contiene l'allusione immaginata. Naturalmente, la maggior parte dei commentatori lo riferisce al Getsemani; ma persino il conservatore Köstlin, che fu certamente esente da qualsiasi sospetto di critica recente, non poté trovare alcun riferimento del genere. La rappresentazione concorda certamente in qualche misura con il racconto evangelico — un racconto, ad ogni modo, che farebbe grave disonore a qualunque uomo coraggioso, che non avrebbe certo “per la sua divina paura della morte” “pregato e supplicato con lacrime e un potente grido per la liberazione dalla morte”, che milioni di comuni mortali hanno incontrato senza alcun cedimento. Il brano è un tentativo, forse non del tutto felice secondo i nostri canoni, di rendere poetico, o meglio di drammatizzare (in modo del tutto naturale), [6] l'autosacrificio del grande Sommo Sacerdote, del Dio morente, un filo variopinto che percorse tutta la sfera della coscienza antica. Non c'è alcuna prova che il brano sia basato su Luca o su qualunque altro Vangelo. Anzi, gli indizi indicano il contrario. Sarebbe molto più probabile che i Vangeli abbiano drammatizzato il versetto di Ebrei, o ancor più probabilmente il suo originale. È inutile dilungarsi, né solleviamo qui alcuna questione critica circa questi quattro versetti (7-10), anche se uno come Windisch deve intuire che una questione seria può essere sollevata; ma sembra strano che qualcuno possa leggere tutta questa Epistola in una sola volta senza essere colpito dalla sua ampia distanza dalla moderna concezione liberale, e persino dall'antica concezione evangelica. 

La sorpresa di Windisch per il fatto che la testimonianza di Giustino Martire sul racconto evangelico sia così poco considerata non è affatto giustificata, perché la spiegazione gli è già presentata in Ecce Deus. La testimonianza non deve essere negata: essa è semplicemente priva di valore, essendo viziata dalla sua bizzarra concezione della Storia (del Vangelo) come compimento e riflesso della profezia e delle scritture dell'Antico Testamento. Un tale ideologo non avrebbe esitato a dichiarare che questo o quell'altro “evento” fosse accaduto, e fosse stato ricordato nelle Memorie degli Apostoli, se solo avesse pensato di averne trovato la prefigurazione nell'Antico Testamento. Non insegna forse esplicitamente anche Crisostomo che la profezia deve prevalere persino sugli stessi fatti storici? E Tertulliano non ha forse scritto: “E fu sepolto e risorto, questo è certo, perché è impossibile”? [7] Il pensiero critico moderno non è un metro di misura per i primi cristiani.

Windisch pensa che “propagare il monoteismo nella forma di un culto di Gesù equivale a scacciare il diavolo per mezzo di Belzebù”. Esattamente così sembrano aver pensato gli scribi e i farisei (Marco 3:22), ma non i proto-cristiani. Egli immagina una contraddizione tra il culto del Gesù precristiano e la dottrina che il proto-cristianesimo fosse un monoteismo aggressivo. Ma dove sta la contraddizione? Egli tralascia di dirlo. Nel frattempo, neppure Deissmann si felicita dell'espressione “il culto monoteista di Gesù”? La percezione di una contraddizione da parte di Windisch potrebbe sembrare drammaticamente acuta.

L'argomentazione dell'“Elemento didattico” viene da lui riassunta così: “Gesù ha detto qualcosa di diverso da Cicerone e Aristotele, ecc.; perciò Gesù non è una personalità storica”. Questa sintesi, ammette, è “grob gesagt”; in verità, è così inetta che si sospetta che possa trattarsi di un errore di stampa, un errore non di Windisch, ma del diavolo. La vera argomentazione è che i “Detti” non depongono a favore di una personalità unica, definibile e non inventabile, perché anche i detti più caratteristici non sono originali, ma sono adattamenti delle parole alate dell'antica saggezza; siccome si sarebbe potuto trovare naturalmente qualche traccia personale nei veri detti di un meraviglioso maestro umano, la sua assenza depone contro la storicità in questione. Questo ragionamento non è difficile da capire; perché Windisch preferisce farne una caricatura piuttosto che rispondervi? 

Un altro allievo di Schmiedel è venuto coraggiosamente in soccorso dei Pilastri, i quali, è ammesso, “sono fortemente attaccati”, aggiungendo, al pari di Neumann, al loro numero (Meltzer, “Zum Ausbau von Schmiedels Grundsäulen” — Prot. Monatsh., 1911, H. 12, 461-476). Le sue aggiunte superano la prima serie, essendo circa una dozzina; e alcune di esse, che erano già da tempo venute in mente al sottoscritto, meritano una menzione, anche se né singolarmente né collettivamente possono sostenere il peso imposto su di loro. Windisch ammette che la raccolta di Meltzer “va passata al setaccio”, ma anche il più fine dei setacci non conserva nulla che valga la pena di dire.  Tuttavia, questa seconda annata di Zurigo, solo in misura minore rispetto alla prima (perché “il vecchio è meglio”), richiede attenzione, essendo tra le “cosiddette” prove la meno invisibile. All'inizio, però, è estremamente interessante notare che lo stesso Windisch rinuncia ora a cinque dei nove brani originali (Marco 13:32; 15:34; Matteo 11:5; 12:32; 16:5-12) in quanto “non convincenti”; solo Marco 3:21; 10:18; 8:12; 6:5, egli lascerebbe ancora “contare”. Quando un pilastro come il grido sulla croce (Marco 15:34) viene abbandonato con riluttanza perché “non in grado di reggere” (nicht tragfähig), l'interesse e la fiducia nei pilastri “sono quasi svaniti”. 

La seconda fila di colonne di Meltzer è così composta: Marco 10:40 = Matteo 20:23; Marco 14:33 = Matteo 26:37; Matteo 16:28; 24:30, 34; 11:20-24=Luca 10:12-18; Matteo 15:22-28; 11:19; Marco 3:22; 2:7; 12:35-37; 5:39; Matteo 5:9, 45; Marco 8:33; Luca 9:54 e seguenti. Aggiungi il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, la stupidità dei discepoli, la svalutazione dei discepoli, la fuga dei discepoli. La nostra prima osservazione è che solo metà di loro si trovano in Marco. Ma dei nove pilastri originari, i quattro che ancora si reggono (anche secondo il giudizio di Windisch) sono tutti in Marco; tutti quelli che non sono in Marco sono ora respinti. È doppiamente improbabile, quindi, che una qualunque di queste nuove colonne non trovate in Marco si regga pure nel pensiero dei critici liberali.

Questi sei pilastri che sono in Marco, siccome non è possibile esaminarli tutti minuziosamente qui e ora, possiamo giudicare non dalla base, ma dalla cima, perché il principale è questo: “Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è stato preparato per altri” (Marco 10:40, traduzione di Burkitt). A prima vista, l'intera storia sembra essere un'invenzione relativamente tardiva, per quale motivo non è facile dirlo — forse per ambientare il grande detto circa l'umiltà (Marco 10:43-45)? Non abbiamo motivo di credere che anche l'oscura forma sinaitica — data sopra — sia l'originale, né qualcuno può dire quale fosse l'originale; notevoli cambiamenti sono avvenuti anche nel passaggio a Matteo. Ma, anche così com'è ora, è tutt'altro che chiaro che un adoratore del “dio Gesù” non avrebbe potesse averlo scritta. Infatti, costui avrebbe potuto distinguere, e distinse, il suo Dio-Salvatore dal Dio Altissimo, come si fa in Ebrei e altrove. Così l'Apostolo afferma esplicitamente che il Figlio deve regnare come Dio per un certo tempo, per poi diventare egli stesso soggetto al Padre (1 Corinzi 15:24-28). È inutile chiedersi: Come possono essere queste cose? Pochi o nessuno di noi può capirle; ma quanti possono capire gli spazi superiori o la relatività dello spazio e del tempo? È sufficiente che gli adoratori del “Dio Gesù” avessero effettivamente predicato e insegnato una serie di dottrine non unificate e semi-contraddittorie “riguardanti il Gesù”. Tali incoerenze hanno anzi infettato la teologia di tutte le epoche, compresa quella attuale. Omero non esitò a rappresentare persino il Padre degli dèi piegato al Fato, vincolato da un giuramento “che non potrà sciogliere nessun dio”. Dice l'oracolo (Erodoto, 1:91): “Al Destino stabilito non può fuggire neppure un dio”. Confronta anche Ebrei 6:17, 18. Sembra strano che Meltzer si appoggi a un simile pilastro. Quanto fosse facile per il pensiero antico, anche per il pensiero giudaico, distinguere tra un Dio molto alto e Dio Altissimo, lo si vede chiaramente nella strana dottrina di Meṭaṭron, così ricorrente negli scritti ebraici, che è puramente divino, che svolge le funzioni più divine, che reca persino l'ineffabile nome di Dio, e che tuttavia non va adorato non essendo Dio stesso. [8

Sicuramente non c'è bisogno di dire altro circa il “Tradimento” e il lettore può tranquillamente valutare da sé le altre citate malefatte dei discepoli. Anche se incapaci di comprendere appieno un certo episodio, saremmo irrazionali ad adottare l'ipotesi di Meltzer; su questo punto Windisch è d'accordo almeno in parte con il sottoscritto, di cui dice (nel recensire Ecce Deus): “Con acume egli mostra, innanzitutto, che Schmiedel nelle sue proposizioni prova l'impossibile; ciò che per noi è una contraddizione non dovette affatto essere avvertito come tale dagli Evangelisti”. Solo sul Rinnegamento dobbiamo soffermarci per dire che sembra essere una delle storie più profondamente significative dei Vangeli; essa va valutata e compresa come parte integrante dell'intero ritratto di Simon Pietro, sia canonico che extra-canonico, soprattutto in relazione a Simon Mago, di cui pare una trasfigurazione ortodossa. Questa questione difficile richiede una trattazione speciale non possibile in questa sede. Ma accettare l'episodio come semplice Storia, senza sospettare alcun significato più profondo, e trovarvi una dimostrazione invincibile di storicità, equivale a trascinare all'estremo la semplicioneria. 

Di questi nuovi fondamenti dobbiamo menzionare solo un altro, in cui anche Windisch riconosce il più “importante di tutti”: l'accusa di essere “un mangione e un beone” (Matteo 11:19); gli altri passi (Marco 3: 22; 2:7) non richiedono certo di essere segnalati. Al sottoscritto è parso a lungo che il versetto matteano (cfr. Luca 7:34) sia di gran lunga il più plausibile che gli storicisti possano produrre: perché sicuramente ghiottoneria e ubriachezza non sono caratteristiche divine, ma umane, fin troppo umane. Osserva però che il passo non è in Marco, e che è evidentemente soltanto attribuito a Gesù. Inoltre — e qui sta il nocciolo della questione — si tratta di una riflessione posteriore della comunità cristiana, quanto posteriore nessuno può dirlo. A questo punto siamo lieti di poterci appoggiare allo studio penetrante di Dibelius (Die urchristliche Ueberlieferung über Johannes den Täufer, 1911), che riconosce in quei versetti (11:18, 19) “l'interpretazione da parte della comunità di una parabola di Gesù”. Basta che essi non siano storici, né primitivi, né si riferiscano ad alcunché di storico in maniera sempliciotta. L'affermazione conclusiva, secondo cui “la Sapienza è stata giustificata dalle sue opere (i suoi figli tutti), indica che qui siamo in una regione difficile del pensiero gnostico, assai distante dai sentieri piacevoli della Storia reale. 

Arriviamo infine all'ultimissima pubblicazione dell'onorato professor Rudolf Steck, su “L'Autentica Testimonianza di Giuseppe su Cristo” (Prot. Monatsh., 1912, 1-11). Scritta nello stile chiaro, erudito ed eccellente dell'autore, è dedicata principalmente ad affermare e ridiscutere la critica di Credner sul brano delle Antichità Giudaiche (10:9, 1) riguardante “Giacomo, il fratello di Gesù, il cosiddetto Cristo”. Non è necessario riaccendere la discussione. Poiché anche Zahn riconosce ora interpolato il passo (Forschungen z. G. d. nt. K., 6:305), la questione può essere accantonata. Ma Steck, pur riluttante ad ammettere l'interpolazione, intuisce che una siffatta singola menzione di Gesù senza alcuna spiegazione è intollerabilmente solitaria e altamente improbabile (pag. 8).  Per questo lui si trova giustamente costretto a consultare ancora una volta la ben più famosa interpolazione (Antichità Giudaiche 18:3, 3) e, se possibile, a ricavarne qualche informazione. Fallite tutte le altre ipotesi, lui ripiega su quella del critico olandese Mensinga (Theol. Tijdschrift, 1883, 145-152), il quale, sentendo giustamente quanto sia difficile credere che Giuseppe potesse aver taciuto sull'uomo Gesù, si ritrovò indotto all'ipotesi che Giuseppe avesse detto qualcosa, cioè non solo che i cristiani credono nella natura e nell'origine divine di Gesù, ma che l'idea si fosse originata in un certo episodio storico poco edificante per la nuova fede (perciò espunto dai cristiani e sostituito dall'esistente paragrafo 3!). Seguirebbe poi, da parallelo, l'episodio di Paolina a Roma. Non sembra proprio necessario discutere quest'idea dell'olandese. Lo stesso Steck la afferma come una mera ipotesi, sulla quale si trattiene dal porre l'accento. Infatti, essa naufraga su un fatto evidente: il massacro degli Ebrei (descritto nel paragrafo 2) è seguito, nel paragrafo 4, dall'affermazione che “nello stesso tempo un secondo terribile fatto turbò i giudei”. Ma questo secondo (ἕτερον) evento è comprensibile solo se il paragrafo 4 segue il paragrafo 2, perché ἕτερος (come osserva giustamente Steck) è “l'altro dei due”. Ma Steck asserisce che δεινόν (terribile) non può riferirsi al massacro del paragrafo 2, ma deve riferirsi “propriamente a qualcosa di potente, di strano, di straordinario”: come pensa lui con Mensinga, a qualche scandalo circa Giuseppe e Maria! Questo è un mero dato di fatto e, con tutto il dovuto rispetto per il professore di Berna, dobbiamo insistere sul fatto che il significato principale e comune di δεινός è tremendo, terrificante, spaventoso, terribile, che deriva da δέος, allarme, afflizione, tremore, terrore. Omero dice del dio arciere: “Un tintinnio terribile venne dall'arco d'argento”. [9] Ciò dev'essere il significato qui, perché solo qualcosa di terribile (e non un pettegolezzo scandaloso circa due bifolchi) avrebbe “turbato (ἐθορύβει) i giudei”. L'ipotesi di Mensinga non piace davvero a nessuno, ed è semplicemente l'ultimo sotterfugio di Steck per salvare il brano circa il “fratello”, che a suo avviso va salvato se la storicità deve essere difesa in maniera plausibile. L'articolo di questo critico illustre è prezioso perché espone con chiarezza le esigenze della situazione liberale. 

Riassumiamo, allora, la questione. Nonostante i frequenti riferimenti ai “suoi fratelli” nei Vangeli (e negli Atti 1:14), su di essi non è basata alcuna argomentazione seria a favore della storicità, salvo la prova-pilastro schmiedeliana già sufficientemente trattata. Vi rimangono solo i due brani paolini. Nel primo di questi (1 Corinzi 9:5) l'espresisone: “Gli altri Apostoli e i fratelli del Signore e Cefa”, combinata con gli appelli di parte espressi in 1 Corinzi 1:12, “Io sono di Paolo, io, di Apollo, io, di Cefa, io, di Cristo”, suggerisce molto fortemente, del tutto a prescindere da ogni questione di “storicità”, che qui abbiamo a che fare con una categoria dei nuovi settari, che “i fratelli del Signore” sono o identici oppure in linea con coloro che dissero: “Io sono di Cristo”. Anche se potrebbe non essere possibile dimostrarla rigorosamente, sembra una visione del tutto soddisfacente della questione, in ogni modo probabile e impossibile da smentire. Nel secondo brano (Galati 1:19) la frase è: “Giacomo, il fratello del Signore”. Ma se quanto è stato appena detto è corretto, non c'è nulla qui che ci faccia sorgere qualche dubbio. Giacomo fu semplicemente parte di una cerchia, forse molto elitaria e circoscritta, i cui membri per il loro fervore e la loro intensa devozione furono conosciuti come “fratelli del Signore”, o forse “di Cristo”. Tutto sembra spiegato adeguatamente e in pieno accordo con l'uso evangelico della frase “miei fratelli”. Inoltre, dobbiamo notare che le parole “fratello del Signore” suonano molto strane se indicassero in quei primi giorni un fratello in carne ed ossa di un uomo Gesù. “Il Signore” era il nome più alto per il Dio-Salvatore intronizzato e dominatore del mondo; esso denotava specificamente lo Jahvé dell'Antico Testamento. Sembra estremamente improbabile che in ogni caso un simile parente possa essere chiamato “fratello del Signore”. Sicuramente sarebbe stato altrettanto facile e molto più naturale chiamarlo “fratello di Gesù”. Il fatto che egli non sia mai chiamato così sembra propendere direttamente per il significato spirituale e allontanare direttamente dal significato carnale della parentela. Fortemente corroborante è il fatto ulteriore che nella molto più tarda interpolazione in Giuseppe non leggiamo più il “fratello del Signore”, ma “il fratello di Gesù, detto il Cristo”. Questo interpolatore del "“Giuseppe falsificato” (Zahn) intese senza dubbio una parentela carnale, e per questo dice, come dovrebbe dire, “fratello di Gesù”; così avrebbe scritto pure l'Apostolo se lui avesse inteso la stessa cosa. 

Sembra, quindi, che il Nuovo Testamento non contenga alcun segno chiaro di siffatta parentela carnale, e tuttavia, se siffatta parentela fosse realmente esistita, sembra strano che non se ne trovi traccia; strano che né il padre, né la madre, né il fratello, né la sorella, né alcun altro parente di un tale uomo Gesù siano mai sentiti nominare in una menzione storica autentica o probabile. Meravigliosamente appropriate sono le parole di Ebrei (7:3): “Senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita”. Questo è il Gesù del cristianesimo primitivo. 

Non è sembrato che valesse la pena citare l'energica tesi di Berendts, in Die Zeugnisse vom Christentum im slavischen “De Bello Judaico” des Josephus, 1906; (anche Analecta sum slav. Josephus, in Zeitschrift di Preuschen, 1908; pag. 47-70), secondo cui Giuseppe inserì nella prima edizione della sua “Guerra Giudaica” una nota elaborata di “Cristo e i Cristiani”, che poi espunse siccome “il corso dell'evoluzione spirituale del suo popolo si allontanò dal cristianesimo” (pag. 75), dal momento che anche i critici più comprensivi (come Schürer, Theol. Literaturzeitung, 1906, 262 e seguenti; e Case, pag. 260) intuiscono chiaramente che il suo zelo e la sua erudizione hanno fallito, e lo dichiarano. 

Quale è allora, in definitiva, la testimonianza di Giuseppe? Il famoso paragrafo 3 è certamente un'interpolazione cristiana. Tutti gli sforzi, anche i più ingegnosi, per ritrovarvi qualche traccia di una testimonianza originale  (ora cristianizzata) sono vistosamente falliti; e continueranno a fallire, poiché le parole d'esordio del paragrafo 4, un “secondo terribile fatto”, rimandano chiaramente e senza ambiguità al primo “terribile fatto”, il massacro descritto al paragrafo 2. Con ciò questi paragrafi sono auto-consistenti tra loro, e qualsiasi terzo paragrafo intermedio è escluso. 

Ma quando questo paragrafo è abbandonato, così lo è anche l'altra frase in questione, “fratello di Gesù”, ecc., per altre ragioni e perché Giuseppe difficilmente avrebbe introdotto una nota così isolata. Risulta quindi che questo storico ebreo di quel tempo e di quel paese non fa alcuna menzione di Gesù: un fatto inspiegabile anche per gli stessi Historiker, secondo la loro stessa ipotesi. Da qui la loro strenua difesa dell'indifendibile. Ringraziamo il professor Steck per il suo articolo abile e onesto. Sembra che ogni nuova indagine confermi sempre più efficacemente la concezione delle Origini del cristianesimo qui esposta.

NOTE

[1] Però è necessario apportare una modifica alla valutazione di Schwen della situazione generale: "“Si tratta di un'interpretazione completamente nuova della storia religiosa al tempo degli imperatori romani, dell'abbattimento sia del cristianesimo liberale che di quello conservatore”. Chiaramente Schwen intende la teologia, o l'interpretazione del “cristianesimo”. Il cristianesimo stesso, vero, autentico, primitivo e militante, non subisce alcuna violenza in questi volumi. 

[2] In un prossimo numero dell'Open Court

[3] A questo proposito ci viene in mente l'avvocato che dichiarò: “E ora, Vostro Onore, se questa argomentazione viene respinta in quanto non valida, ne ho un'altra che è altrettanto conclusiva”.

[4] Con ciò, si è ben lungi dall'affermare che, persino nei minimi dettagli, tali critici abbiano finora prevalso in ogni singolo punto di attacco. Al contrario, il loro fallimento evidente e universale sembra essere variamente ammesso nei loro stessi ranghi, come già indicato in punti diversi di questo volume; anzi, a giudicare dal temperamento mostrato troppo spesso, deve essere un malcelato segreto per questi stessi critici; perché è una profonda massima etica in diritto, e sicuramente molto di più in teologia, quella di denigrare solo l'avversario che tu non puoi confutare.

[5] Se Windisch ritiene prematura la pubblicazione di tali saggi, allora si trova in disaccordo con Pfleiderer e con altri maestri di questo tipo, per la cui sollecitazione essa fu intrapresa. 

[6] Vedi pag. 296 supra

[7] “Et sepultus resurrexit; certum est, quia impossibile est” (De Carne Christi 5).

[8] Vedi il mio articolo nell'Open Court di luglio 1912.

[9] “E risuonò spaventoso, il ronzio dell'arco d'argento”. — Walter Leat. 

giovedì 24 ottobre 2024

ECCE DEUS — ADDENDUM II.

(segue da qui)

ADDENDUM II.

In vista della grande importanza legata ad una corretta interpretazione dell'episodio del Ricco, può essere opportuno esaminare il racconto più da vicino di quanto non sia già stato fatto (pag. 98 e seguenti), anche a costo di una certa ripetizione. Esso è trovato in Marco 10:17-31; Matteo 19:16-30; Luca 18:18-30. Osserva innanzitutto che l'episodio avviene proprio quando Gesù entra in Giudea. Arriva Uno di corsa, cade in ginocchio (in adorazione) e chiede: “Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Ciò sembra implicare, come minimo, che quest'Uno sapesse bene a proposito del Gesù e riconoscesse in lui una conoscenza sovrumana, una personalità che esigeva adorazione. Ma ciò sembra quasi impossibile su qualsiasi ipotesi probabile del Gesù umano. Infatti, egli non era stato in Giudea e difficilmente possiamo credere che la fama delle sue gesta avesse eccitato così tanto l'immaginazione degli ebrei più pii da suscitare una tale adorazione e una tale domanda. Osserviamo inoltre che quest'Uno non soffre di alcuna malattia. Sembra essere in perfetta salute, egli si affretta, laddove i Galilei furono praticamente tutti invalidi: “E lo seguivano in molti, ed egli li guarì tutti” (Matteo 12:15). Né il Gesù trova lebbrosi o indemoniati o altri malati in Giudea, tranne il mendicante cieco Bartimaios (figlio di Timaios). Perché questo? La salubrità della Galilea non fu forse uguale, se non addirittura superiore, a quella di Giudea? Perché tutte le malattie e le miserie svaniscono, lasciando dietro di sé solo salute e ricchezza, non appena attraversiamo il confine di Giudea? Non sembra esserci che un'unica risposta.  L'unica malattia che, sotto una “legione” di nomi, afflisse la Galilea dei Gentili fu il falso culto, la falsa religione. Su quella soltanto l'Evangelista ha puntato lo sguardo; quella soltanto fu distrutta dall'introduzione del culto di Gesù. Ma in Giudea, dove prevalse il vero culto, era del tutto impossibile che si compissero miracoli per guarire l'errore pagano. Nondimeno, ci fu cecità in Giudea, sia tra i Giudei veri e propri che tra i proseliti, nessuno dei quali riconobbe il culto di Gesù al suo arrivo. Alcuni dei più umili furono guariti da questa cecità e divennero suoi seguaci. Ciò sembra essere, in generale, il significato del miracolo di Gerico, anche se sui dettagli le opinioni possono essere molto discordanti. 

Sembra difficile ragionare con chi, come l'erudito Keim (Jesus von Nazara, iii, 53), pensa che “le ragioni propendono a favore della storicità di questo episodio”, e cerca di razionalizzarlo accumulando frasi altisonanti circa il “Wogen e Wallen dello spirito religioso” e “una fiducia che, con la sua tempestosa insorgenza, poteva potenziare direttamente le energie vitali e neurali del corpo e risanare la capacità di visione malata o distrutta per un tempo o per sempre”. Pagine come 51-53 costituiscono una lettura molto malinconica. Che il Cieco Bartimaios sia un simbolo sembra sicuro al di là di ogni dubbio. Lo testimonia il fatto che Matteo non esita a fare due di uno, probabilmente guardando a entrambi i mondi, quello gentile e quello ebraico. [1] Ma cosa simboleggia? Ciò non è così chiaro. L'ovvia allusione è il mondo ebraico, come indicato dalle circostanze di tempo e di luogo, dal “Rabbì” e dal grido ripetuto “Figlio di Davide”. Sembra strano, però, che l'ebreo sia simboleggiato da un mendicante, seduto lungo la strada. È più probabile che il convertito gentile al giudaismo fosse nel pensiero dello scrittore. Egli fu, infatti, un mendicante, seduto lungo la strada che conduceva al vero culto, a Gerusalemme, ai margini, alle porte della Terra Santa. Strabone (16:2) parla dell'amalgama egizio-arabo-fenicio a Gerico. Qui l'unica interpretazione plausibile del nome, come “Figlio dell'Impuro” (Bar-timai), corrisponde perfettamente; ma contro questa spiegazione sembra pesare il fatto che gli attributi “cieco” e “impuro”, sebbene ciascuno altamente appropriato al Gentile, non sono nondimeno rilevanti germani e non abbinano naturalmente. Mettendo da parte l'idea di alcuni lessicografi, sostenuta da Hitzig e adottata da Keim, secondo cui timai = samia = cieco, come l'arabo 'amiya, ci rimane solo la supposizione che Timaios sia greco, e che significhi altamente pregiato: un nome particolarmente adatto a Israele. Il testo siriaco recita Timai Bar Timai, e possiamo giustamente sospettare una qualche corruzione testuale. Un ibrido aramaico-greco, Bar-timaios, è molto più improbabile come nome storico che come nome allegorico. Origene sembra aver ritenuto che Timaios dovesse essere greco, non semitico, perché egli definisce Bartimeo “l'eponimo dell'onore”. Wellhausen, sebbene sia incline a considerare il nome “un patronimico”, nondimeno aggiunge: “Timai potrebbe essere un'abbreviazione di Timoteo, come Tholmai di Tolomeo”. In questo caso si tratterebbe di puro greco e significherebbe colui che onora Dio, designando chiaramente Israele. Quando Wellhausen aggiunge che “salvare ha qui il semplice significato di rendere integro” e che “seguire non è usato nel sublime significato religioso”, ci si può permettere di riservare il proprio giudizio, o persino di chiedere: “Ouare, commilito?”

Se dunque il cieco Timeo Bartimeo simboleggi l'ebreo oppure il proselita si può lasciare in sospeso, anche se sembra certo che egli sia il simbolo dell'uno o dell'altro; ma nessuna incertezza siffatta sembra incombere sul Ricco dei versi precedenti. [2] A meno di errare totalmente nell'intendere la salute di Giudea e le malattie di Galilea — un errore che sembra molto improbabile — noi dobbiamo interpretare il Ricco come l'Israele fedele. Con ciò concorda perfettamente la risposta del Gesù: “tu conosci i comandamenti”. Ciò è vero per l'ebreo, e solo per lui. Similmente la sua risposta: “Tutto questo l'ho osservato fin dalla mia giovinezza”. Così poteva parlare solo l'Israele fedele. Abbiamo già visto come l'amore del Gesù sia l'amore di Jahvé per “Israele quando era giovane”. Ma arriva la famosa risposta: “Una cosa ti manca. Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Il resto lo conosciamo e lo abbiamo discusso. Osserva l'articolo prima di beni (τὰ χρήματα). Difficile, impossibilmente difficile, per “quelli che hanno i beni, entrare nel Regno di Dio”. Non viene accennata la ragione di questa difficoltà. I discepoli sono impressionati, e giustamente. Se il Ricco (l'Ebreo) non può entrare, chi può farlo? Tutti i tentativi (dalla prospettiva comune) di razionalizzare questo insegnamento sono falliti. Anche noi oggi siamo perplessi al pari dei discepoli. Non riuscendo assolutamente a comprenderlo, lo rifiutiamo oppure travisiamo la spiegazione dell'antico copista: “quelli che confidano nelle ricchezze”. Eppure il caso è abbastanza semplice. Il Ricco è Israele — ricco di promesse, di privilegi, di prerogative, della Legge, dei Profeti, degli Oracoli, di molti beni. I poveri sono i Gentili, il disprezzato Lazzaro. La particolarità dirompente del culto di Gesù fu il suo universalismo. Esso ammise nel Regno ebrei e gentili in condizioni di parità. Il primo fu chiamato a rinunciare alle sue elevate prerogative, a condividere con il secondo i suoi privilegi divini. Non innaturalmente, egli esitò, egli rifiutò; con lo sguardo abbassato si allontanò dal Gesù, profondamente addolorato, perché i suoi beni erano preziosi. È in loro che ripose la sua speranza; e il revisore del testo ebbe un'intuizione giusta e non ha affatto “rovinato tutto”, come pensa Wellhausen (Ev. Marci, pag. 87), quando egli aggiunse (al versetto 24) “per quelli che confidano nelle ricchezze”: una frase che descrive chiaramente gli ebrei. Lo stupore dei discepoli appare ora perfettamente naturale: se gli ebrei non potevano entrare nel Regno, loro per i quali il Regno era principalmente destinato, il caso sembrava disperato. Chi poteva entrare? La risposta del Gesù esprime la fede costante dei primi cristiani che, nonostante l'allontanamento quasi unanime di Israele, del suo “indurimento” temporaneo, esso sarebbe comunque entrato nel Regno in pieno trionfo e gloria. Agli uomini la sua salvezza poteva sembrare impossibile, ma non a Dio, presso cui tutto era possibile, perché avrebbe operato qualche miracolo in suo favore. L'onore dell'Onnipotente era promesso per l'esaltazione e la glorificazione del suo Popolo Eletto. Proprio nello stesso spirito l'“Apostolo” (Romani 9-11) riversò su questo paradosso supremo del cristianesimo il pieno vigore della sua dialettica rabbinica. Sicuramente la contraddizione presentò un problema degno dei suoi massimi poteri. La sua soluzione concorda proprio con quella del testo marciano. Apparentemente impossibile, la salvezza dell'ebreo è nondimeno una necessità divinamente logica, “perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (11:29). Per un certo periodo, infatti, egli può essere parzialmente indurito; ma solo “finché sarà entrata la pienezza dei gentili”. Allora anch'egli entrerà nello splendore meraviglioso della redenzione: “allora tutto Israele sarà salvato”, grida l'Apostolo (11:26); e, stupito dalla meravigliosa inversione della salvezza, egli prorompe nel nobile appello: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” L'approccio mentale dell'Evangelista è esattamente lo stesso, ma, naturalmente, espresso nella sua maniera sottile ed esoterica. Egli assiste alla sorprendente inversione: i gentili si affollano nel Regno, mentre “i figli del Regno saranno cacciati fuori nelle tenebre” (Matteo 8:12); ma non può dubitare della salvezza finale anche dei più recalcitranti, e riassume la sua fede nell'aforisma: “Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”, dove l'allusione a ebrei e gentili sembra fin troppo ovvia per essere discussa. 

Questa interpretazione del famoso episodio evangelico sembra quindi essere pienamente soddisfacente in ogni dettaglio; per di più questi dettagli sono così tanti che appare in ultima istanza improbabile che un'interpretazione radicalmente sbagliata possa adattarsi così perfettamente ad ogni punto. Sarebbe quasi miracoloso se un semplice episodio storico, narrato ad arte, si prestasse in così tanti e tali particolari a un'interpretazione simbolica. I segni dell'artificio sono fin troppi e fin troppo evidenti. D'altra parte, comprendere storicamente questo racconto è difficilissimo, se non addirittura impossibile. Chi può credere che un Ricco incontrasse lo sconosciuto Gesù mentre si avviava verso Gerusalemme, corresse verso di lui, cadesse in ginocchio ad adorare e chiedesse: “Che devo fare per ereditare la vita eterna?”. O che il Gesù gli chiedesse di vendere tutti i suoi beni e di darli ai poveri? Che cosa poteva fare di buono una siffatta follia? Oppure che il Gesù avrebbe dichiarato impossibile per ogni uomo ricco entrare nel Regno se non mediante un miracolo? La Storia non ha verificato, ma ha contraddetto nettamente, ripetutamente e continuamente un dictum siffatto in ogni epoca e in ogni contesto. E quale significato degno o adeguato si può dare ai Primi e agli Ultimi, invertiti in Ultimi e Primi, se non quello di ebrei e gentili? Sicuramente non quello di Loisy (Les Evan. Syn., ii, 20). 

Dobbiamo quindi considerare la spiegazione simbolica di questo episodio provvista di un grado di probabilità tanto elevato quanto lo consente la natura di tali questioni; in altre parole, come virtualmente certa. Questo risultato non è solo importante e luminoso di per sé, ma la sua luce si riflette sull'intero corpo del Vangelo. Esso mostra con un esempio lampante come l'Evangelista pensò mentre scrisse, come desiderò che i suoi lettori lo capissero. Una volta che abbiamo guardato con attenzione nelle profondità del pensiero di Marco, l'enigma del Nuovo Testamento diventa un segreto di Pulcinella.

NOTE

[1] Proprio come, con un'analoga occhiata laterale all'ebraismo, egli presenta due indemoniati sulla costa dei Gadareni: non disposti a riconoscere nel Dio degli ebrei il vero Dio?

[2] Sembra quasi inutile, e forse non del tutto, osservare che qui non si può sollevare alcuna questione di ordine cronologico o topografico, siccome abbiamo a che fare non con eventi, ma con idee.

ECCE DEUS — ADDENDUM I.

 (segue da qui)

ADDENDUM I. 

Nella Hibbert Journal, luglio (1911), pag. 891, il professor Cheyne pensa che la derivazione di Scariot da sikkarti “potrebbe forse passare se sikkarti ricorresse in un passo come il Salmo 41:9, uno dei passi fondamentali su cui si sarebbe basato uno schema precristiano della vita del Dio-uomo. Altrimenti no, ecc.” 

Il sillogismo sembra essere che nessun passo inconsueto sarebbe stato usato dall'inventore nel costruire “lo schema della vita, ecc.”; questo passo (Isaia 19:4) è un passo inconsueto, quindi non sarebbe stato usato così: un Celarent molto carino, ma per una zoppicatura su entrambe le gambe. Non abbiamo il diritto di supporre che i passi per noi inconsueti fossero inconsueti pure per gli autori di un libro, per gli entusiasti settari del volgere dell'era. Il numero di citazioni dirette dell'Antico Testamento nel Nuovo e in opere affini è grandissimo, ma ancora più grande è il numero degli accenni e delle allusioni indirette all'Antico Testamento. Il Catalogo dei paralleli estremamente compatto di Dittmar, contenente solo il numero dei capitoli e dei versetti, ma nessuna parola di citazione, copre sessantaquattro grandi pagine, e tuttavia non ha alcuna pretesa di completezza. Sembrerebbe che la totalità dell'Antico Testamento fosse abbracciata nella coscienza religiosa collettiva di quell'epoca. Mentre alcuni passi potrebbero essere definiti passi fondamentali, tuttavia quasi ogni passo, anche in Neemia o nei Cantici o in Ester, potrebbe essere chiamato in causa in qualsiasi momento. Così tanto contro la premessa maggiore de jure, come direbbe Arnauld. Ma quella minore è altrettanto errata de facto. Infatti accade che il versetto immediatamente precedente (19:2) sia proprio sfruttato nei Vangeli: Matteo 24:7; Marco 13:8; Luca 21:10 (“Nazione contro nazione e regno contro regno”), almeno così pensano Dittmar e altri. Sembra che vi siano ancora altri echi nel Nuovo Testamento, ma su questi non occorre insistere. Sembra chiaro che l'“Oracolo sull'Egitto”, se sia isaiano o meno, non è una parte irrilevante del libro del Profeta, né c'è alcuna ragione per svalutarlo o per ritenerlo inconsueto per i pre-cristiani e per i proto-cristiani.

Il professor Cheyne riconosce saggiamente che “Gesù di Nazaret non fu tradito né consegnato alle autorità ebraiche, né da 'Giuda' né da alcun altro”. Inoltre dichiara: “Anche i 'Dodici Apostoli' sono per me tanto non-storici quanto i settanta discepoli”. Queste cose sono dette nobilmente e coraggiosamente. [1] Ma l'illustre critico si aggrappa ancora, non, a quanto pare, a un Gesù uomo reale, vivo e vegeto, ma al più misero simulacro, vuoto di valore come le esuvie degli animali. Il Gesù dell'ortodossia è, in effetti, un'entità gloriosa, anche se privo di giustificazioni scritturali o di altro tipo. Anche il Gesù di Renan non è inglorioso, anche se non più storicamente o meno logicamente giustificato. Il Gesù di Cheyne, di Loisy e di Wellhausen non solo è altrettanto ingiustificato, ma è anche debole, miserabile e insignificante, del tutto superfluo sulla scena della Storia, non spiega assolutamente nulla, ma blocca ogni spiegazione altrimenti soddisfacente, una ruota di scorta assolutamente ingestibile per la macchina della teoria storico-critica. Il motivo per cui tali studiosi dovrebbero insistere nel trattenere una siffatta ipotesi dopo aver ridotto la sua efficacia assolutamente a zero è davvero sconcertante. Il motivo, qualunque esso sia, sembra del tutto illogico, e tuttavia difficilmente può essere sentimentale, poiché il simulacro in questione non soddisfa alcun bisogno emotivo; esso non è particolarmente amabile, non è bello, non è attraente, non è impressionante, nemmeno particolarmente, tanto meno unicamente, ammirevole. [2] In verità un siffatto critico può esclamare: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?»

Il professor Cheyne pensa che ci sia bisogno di una teoria generale che “spieghi interi gruppi di nomi simili nell'Antico e nel Nuovo Testamento” — una conclusione da auspicare devotamente; e non è mai vissuto nessun uomo più competente per inquadrarne una. Egli sostiene “che tutti i soprannomi degli Apostoli nei Vangeli provengono da nomi antichi di regioni o province ai quali le famiglie dei portatori erano state legate, e il cui vero significato era stato generalmente dimenticato da tempo”: un'ipotesi molto ingegnosa; ma data la natura del caso, per darle credito si richiederebbe un'enorme quantità di prove ben vagliate. Coerentemente, “Iscariota, allora, è una corruzione di un nome antico, la cui forma completa fu Ashḥart, o, con il suffisso gentilizio, Ashḥartai”. Si attende con vivo interesse la produzione delle prove che il professor Cheyne dovrà avere di riserva. Nel frattempo, se i “Dodici Apostoli” fossero non-storici, non sarebbero altrettanto non-storici i “portatori” dei soprannomi degli Apostoli come pure le loro famiglie? E cosa penseremo allora delle “regioni o province ai quali le famiglie dei portatori (immaginari) erano state legate”? Difficilmente si può essere sicuri in queste materie, tuttavia potrebbe sembrare che regioni o province non geografiche fossero abbastanza buone per Apostoli non storici. E quando ogni altro ostacolo sarà superato, come potremmo spiegare il fatto fondamentale che Scariot viene così spesso definito gratuitamente “il consegnatore”, a meno che non sia questo ciò che Scariot significa realmente? Questa è la coincidenza che difficilmente può essere accidentale, e non si spiega con nessun'altra etimologia del nome. Non c'è bisogno di insistere sul fatto ovvio che, se Iscariota è una corruzione di Ashḥarti, si tratta di una corruzione sufficientemente corrotta. 

Il professor Cheyne domanda: “C'è bisogno che io sottolinei che, in ebraico, 'il guardiano' sarebbe ha-noṣer, non ha-noṣri?”. In quanto tre pagine di Der vorchristliche Jesus (47-50) sono dedicate alla considerazione di questo punto, la risposta sembrerebbe essere che non ce n'è bisogno. Ma quando è detto che “sicuramente né Hannathon né Nazaret significano difesa”, va risposto che le autorità sembrano dissentire. Il professor Cheyne riferisce ad Hannathon e a Nazaret nell'Encyclopaedia Biblica. Si possono leggere ripetutamente le nove righe su “Hannathon” e l'interessante articolo su “Nazaret”, senza trovare alcuna ragione per l'affermazione appena citata. Il professor Haupt dichiara: “Sia Hittalon che Hinnathon significano protezione” — un giudizio, per quanto riguarda Ḫinnatuni, confermato da altri eminenti assiriologi. Quanto a Nazaret, la forma della desinenza può essere incerta, proprio come la desinenza stessa, ma difficilmente lo è la radice Nazar, che appare nella forma più antica Nasar-aioi; e circa l'ebraico Naṣar (custodire) non c'è nessun dubbio. 

L'interpretazione data al nome della “città chiamata Nazaret” come “il luogo dei germogli” non convince da subito per la sua intrinseca plausibilità. 

Nelle affermazioni secondo cui “il nome dietro Nazaret è chiaramente Reṣin (o Rezon)”, secondo cui “il popolo traspose le lettere per produrre un significato più piacevole o ovvio, e Nazaret (luogo dei germogli) e Nazorai (Nazareno) furono i risultati”, riconosciamo le congetture di un sommo studioso; ma non dimentichiamo che proprio un siffatto studioso (Bentley) ipotizzò analogamente che “oscurità visibile” andrebbe detta “oscurità trasparente”, in quanto produce “un significato più piacevole o ovvio”. Può darsi che Parigi non sia altro che un'inversione di Serap, avendo il popolo trasposto le lettere per celare lì l'allusione al culto antico di Serapide; ma il giudizio non si approva sulla base di una semplice affermazione. Non è forse fuori luogo osservare che Bousset ora rinuncia a Nazaret come la radice originale di Nazareo, e apparentemente pure come un'entità geografica. Egli guarda con favore alla seconda opinione di Wellhausen, secondo cui “Gen è il giardino”, e Gen-nesar significa giardino di Nesar o Galilea (anche se Cheyne stesso corregge — dopo Buhl — l'idea che Halévy, a cui Wellhausen si appella, dica Nesar = Galilea). Gan è certamente giardino; ma perché pensarlo presente in Ge-nesar, tanto più che lo stesso Wellhausen ha detto che “Ge è certamente גיא” (valle), del tutto scorrelato a Gan? In effetti, è difficile tenere il passo con le recenti congetture degli orientalisti su Nazaret, perché esse “si susseguono fitte e veloci, e sempre più numerose”. Ma tutte sembrano effimere, perché trascurano il fatto fondamentale e importante che Nazareo fu un termine o un nome religioso; esso espresse una qualche particolarità religiosa della setta che lo portò; e quando le molteplici congetture dell'ingegno linguistico saranno finalmente messe a tacere, si vedrà che l'ovvio riferimento è alla radice ebraica naṣar (custodire), perfettamente familiare e apparente. Come si è espresso così bene Winckler: “Dal concetto di neçer si nomina la religione di coloro che credono nel 'Salvatore': Nazareni Cristiani e Nusayri. Nazaret come la casa di Gesù costituisce solo una conferma della sua natura di Salvatore, nel gioco simbolico delle parole” (Vedi la mia nota in Das freie Wort, luglio, 1911, pag. 266). Le idee di Guardiano e di Salvatore sono così strettamente affini che Servator e Salvator sono usati quasi scambievolmente in riferimento al Gesù.

NOTE

[1] Sembra strano aggiungere che “il consegnatore......non può essere separato dal fato del consegnatore; se l'uno è simbolico, dovrebbe esserlo anche l'altro”. Infatti la separazione è reale in Marco, che non dice nulla del “fato” di Giuda. Chiaramente le storie contraddittorie sulla sua fine (Matteo 27:3-10, Atti 1:15-26) sono fantasie molto posteriori. Il fatto che gli ebrei non si siano offesi per il simbolismo di cui “non sembrano aver avuto alcun sentore” non deve destare meraviglia. Sicuramente c'era abbastanza altro di “offensivo” nel Nuovo Testamento che essi passarono sotto silenzio. 

[2] Invece, ahimè!, il caso è persino peggiore, assai peggiore. Secondo l'“ipotesi escatologica”, ora in pieno vigore e favore, ultimissima espressione nebulosa di una critica "polvere che si alza e si posa leggermente di nuovo”, il Gesù non fu altro che un “ignorante entusiasta” — ma uno dei tanti! — il cui folle insegnamento ha conquistato l'intelligenza della razza ariana straniera e ha plasmato la civiltà di migliaia di anni! Questa critica deve essere tre volte benvenuta nei circoli ultraconservatori, perché costituisce la reductio ad absurdum del Razionalismo, una dimostrazione che chi ha fretta può leggere e capire e non dimenticare mai.

mercoledì 23 ottobre 2024

ECCE DEUS — GIUDA = JUDAEUS

 (segue da qui)


GIUDA = JUDAEUS

Il secondo problema, quello di (I)scariot(a), sembrerebbe quindi risolto e, in effetti, in maniera sorprendentemente soddisfacente. Ma rimane la domanda: “Chi fu Giuda?”. Contro l'opinione che fosse un semplice uomo, come Arnold o Burr, stanno le considerazioni più profonde. In primo luogo, il movente del consegnatore sembra mancare del tutto. L'idea che egli volesse provocare Gesù a una dimostrazione di potere miracoloso e a un'immediata instaurazione del Regno è del tutto inammissibile, anche se sostenuta da De Quincey e, mirabile dictu, successivamente da Volkmar (Jesus Nazarenus, pag. 121). Supponi che il piano fosse riuscito, a cosa sarebbe servito Giuda? Gesù lo avrebbe mantenuto al suo posto di tesoriere dopo un simile tradimento? Che Giuda fosse un autentico demonio fin dall'inizio sembra la spiegazione più plausibile, e l'ortodossia estrema potrebbe in effetti sostenere che fosse stato scelto da Gesù proprio per la sua diabolicità, come strumento verso il fine divinamente stabilito. Ciò sembrerebbe abbastanza coerente, e l'ortodossia si dimostra qui, come in molti altri punti, di gran lunga superiore per prontezza dialettica al Liberalismo, che è deplorevolmente illogico, zoppicante su entrambe le gambe. Ma si può pensare seriamente a un'idea del genere? Non c'è il minimo accenno nei Sinottici. Questi non sanno nulla di Giuda come uomo cattivo. Dicono che egli “consegnò” Gesù alle autorità, niente di più. Persino il denaro (un misero salario di quattro mesi, secondo Matteo) appare come un premio perfettamente volontario nel racconto di Marco, promessogli dopo la sua proposta ai sommi sacerdoti. Ma su questa circostanza non poniamo l'accento. Sembra strano, però, che i Sinottici non abbiano alcuna parola di condanna per il consegnatore; ancora più strano che non attribuiscano mai alcun movente al consegnatore, soprattutto perché sono liberissimi con i moventi in generale. A quanto pare non furono più saggi dei moderni e non riuscirono a trovare una spiegazione. Altrimenti Luca difficilmente avrebbe attribuito la condotta di Iscariota al diavolo che era entrato in lui, il che sembrerebbe una sorta di dernier ressort. Giovanni, secondo la sua abitudine, si spinge molto oltre, dichiarando che Giuda fu un ladro, che il diavolo lo spinse alla consegna, che Satana entrò in lui, che fu egli stesso un diavolo. Tutto questo lo riconosciamo di colpo come parte della maniera di Giovanni nel lavorare sui Sinottici. Da queste ragioni immaginarie, più che dal discreto silenzio di Matteo e soprattutto di Marco, sembra ancora più chiaro che gli Evangelisti non riuscirono a immaginare alcuna ragione plausibile per la consegna. Eppure la ragione, se ci fosse stata, difficilmente avrebbe potuto essere tenuta così profondamente segreta. Inoltre, anche se non fosse stato possibile scoprirla, perché Matteo, e in particolare Marco, ne furono così del tutto indifferenti? Le loro fantasie furono vivaci; perché non inventarono una ragione? L'unica risposta sembra essere che Marco sentì almeno che l'azione non era da attribuire a motivazioni umane: che non poteva essere compresa in un modo così banale.

Se la consegna viene osservata dal lato delle autorità, è ugualmente incomprensibile. Che bisogno avevano di Giuda e del suo bacio? Nessuna. Senza dubbio avrebbero potuto arrestare Gesù in qualsiasi momento e in pieno giorno, in perfetta sicurezza. I suoi discepoli sembrano essere stati disarmati o indisposti a opporre resistenza, perfino se uno recise un “orecchio”. Egli stesso siede apparentemente solo e inosservato, osservando tranquillamente la folla che versa contributi al tesoro del tempio. E che bisogno c'era di temere il popolo, che gridò “Crocifiggilo, crocifiggilo”? Guardala allora nel modo in cui vuoi, la consegna appare immotivata, inutile, incomprensibile. Inoltre, non sembra aver fatto parte della tradizione più antica. Nell'Apocalisse (21:14) i Dodici appaiono schierati tutti insieme, come fondamenta inamovibili della città muraria celeste; non c'è alcun accenno di defezione. Pure “l'Apostolo” parla di Gesù che appare ai Dodici, anche se è possibile che dodici sia usato qui in senso tecnico, perfino se solo undici fossero presenti. A dire il vero, egli fa riferimento a una consegna nelle parole “nella notte in cui fu consegnato”, ma non fa alcuna allusione al consegnatore. Qualcuno potrebbe dire che tale allusione non fosse necessaria. Forse; ma a un esame più attento rimaniamo stupiti dalla natura dell'affermazione dell'Apostolo: “Poiché io ho ricevuto dal Signore quello che anche vi ho trasmesso, cioè che il Signore Gesù, ecc.” (ἐγὼ γὰρ παρέλαβον ἀπὸ τοῦ Κυρίου, ὃ καὶ παρέδωκα ὑμῖν). Nota la posizione enfatica dell'ἐγὼ: Qualunque cosa dicano gli altri, “Io ho ricevuto dal Signore”, ecc. I critici disperati potrebbero dire che “dal Signore” voglia dire dalla Chiesa di Gerusalemme, la Urgemeinde dell'immaginazione tedesca. Ma un grecista consumato come Georg Heinrici se ne intende e ci dice chiaramente (nel Kommentar di Meyer, pag. 325 e seguenti) che non c'è questo riferimento. È infatti evidente che nessuno dei lettori dell'Apostolo avrebbe pensato di intendere “Io ho ricevuto dal Signore” come “Io ho ricevuto da Pietro o da Giovanni”; è solo lo sconcertato commentatore moderno che potrebbe inciampare su una siffatta idea. Il riferimento deve essere a qualche forma di rivelazione soprannaturale. Perciò esso può al massimo testimoniare un'esperienza soggettiva dell'Apostolo, non una tradizione dei Dodici.  Inoltre, il sottoscritto sembra aver provato definitivamente che questo passo è un'interpolazione nell'Epistola ai Corinzi (pag. 146 e seguenti). Quanto al racconto (in Atti 1) dell'elezione di Mattia (di cui non sentiamo più parlare) al posto vacante causato dalla scomparsa di Giuda, la sua origine tardiva è ravvisabile nelle affermazioni circa il campo Akel-damach = campo del sonno = cimitero. La coscienza rivelata è chiaramente impossibile per chi parla di un evento che avrebbe potuto essere occorso non prima di due mesi prima. Il discorso, allora, è stato composto dallo storico (“era necessario che si adempisse questa Scrittura”) e messo in bocca a Pietro. Notiamo che Giuda viene qui definito una “guida”

Non riusciamo quindi a trovare l'idea di un Giuda consegnatore nelle più antiche espressioni extra-evangeliche della storia cristiana; al di fuori dei Vangeli non c'è alcun supporto reale alle affermazioni che i Vangeli stessi non riescono a rendere comprensibili. Ma considera per un momento che cosa si possa propriamente definire cedere o consegnare. Sicuramente nient'altro che ciò che si ha; la cessione e la consegna sembrano implicare un possesso precedente. Ma in che senso si sarebbe mai potuto dire che Giuda avesse posseduto il Gesù? Come uomo, in nessun senso. Inoltre, come condotta di un uomo, si è visto che la sua consegna è in ogni modo incomprensibile. Ma siamo sicuri che fosse un uomo? A mio avviso, sicuramente non lo fu. È un semplice caso che Giuda sia così simile a Judaeus? Oppure lui sta per l'ebraismo, per il popolo ebraico? Questa sembra diventare un'ipotesi necessaria non appena percepiamo l'impossibilità di comprendere Giuda come un uomo. Su questa ipotesi tutto diventa chiaro. La consegna fu davvero ai Gentili; la frase: “Essi [le autorità ebraiche] lo consegneranno nelle mani dei gentili” sembra appartenere alla più antica narrativa evangelica (Matteo 20:19; Marco 10:33; Luca 18:32) e mette a nudo il nocciolo dell'intera questione. È degno di nota il fatto che, mentre in Matteo e Marco viene menzionata prima la consegna alle autorità ebraiche e poi la consegna ai Gentili, in Luca viene menzionata solo quest'ultima. Luca presenta certamente una forma generalmente più giovane di Marco, ma occasionalmente, a quanto pare, una più antica, il che non deve sorprenderci. Io sospetto che il pensiero più antico fosse quello della consegna della grande Idea di Gesù, del culto di Gesù, da parte degli ebrei ai pagani. Questo, infatti, fu il fatto supremo, il fatto strabiliante, della storia cristiana iniziale, e occupò intensamente il pensiero degli uomini. Non è strano che nei Vangeli trovi una così molteplice espressione per mezzo di parabole e per mezzo di simboli. La meraviglia sarebbe se non fosse così. La storia di Giuda e della sua consegna sembra il trattamento più drammatico che il grande fatto abbia mai ricevuto. Altri esempi meno elaborati si trovano nelle parabole di Lazzaro e del ricco Epulone, del Figliol Prodigo e del Ricco che “se ne andò (da Gesù) sconsolato, perché aveva molti beni” (la Legge, i Profeti, le Promesse, gli Oracoli di Dio). Che Israele sia qui inteso diventa evidente, se non lo era già, quando confrontiamo Marco 10:22: “Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò sconsolato”, [1] con Isaia 57:17: “Ed egli fu afflitto, e con sguardo tetro se ne andò per le sue vie”. [2Il profeta sta descrivendo la condotta di Dio nei confronti di Giacobbe, che è ancora il suo Diletto, anche se addolorato per un breve periodo (βραχύ τι). Il rarissimo verbo della Septuaginta στυγνάζω mostra che Marco sta semplicemente riecheggiando Isaia, anche se Dittmar non nota il parallelo. Ci sono abbastanza altre considerazioni che confermano questa interpretazione; ma c'è spazio per menzionarne solo una: che il Gesù “amò” questo Ricco. Ma l'attribuzione di un siffatto sentimento a Gesù è del tutto priva di paralleli in Marco, il cui ritratto del Gesù è sprovvisto singolarmente di attributi umani: σπλαγχνίζομαι (usato tre volte a proposito del Gesù) è un'eccezione che conferma fortemente la regola; si limita a rendere l'espressione veterotestamentaria רתס, costantemente ed esclusivamente usato in pratica a proposito di Jahvé o in correlazione a Jahvé, le eccezioni essendo davvero confermative. La spiegazione è semplice e quasi scontata. Dice Jahvé (Osea 11:1): “Quando Israele era giovane, io l'amai”. Che Matteo (19:16-26) riconobbe come tale il riferimento è accennato con arte squisita nella parola νεανίσκος, che egli applica al Ricco, il quale, secondo Marco, aveva osservato tutti i comandamenti “fin dalla giovinezza”, la quale giovinezza doveva pertanto essere ormai trascorsa. Ma Matteo, come ognuno sa, fu un letteralista, che tenne in gran conto le parole esatte della Scrittura; e, osservando che Israele era giovane quando fu amato, trasformò audacemente quell'Uno (εἷς) di Marco in un Giovane (νεανίσκος). Quale altra spiegazione si può dare a questa “correzione di Marco”

Naturalmente, è facile dire che il simbolismo di Giuda (= Judaeus) non è stato recepito coerentemente. La consegna si fa agli stessi ebrei (sommo sacerdote e altri dignitari), i quali poi consegnano ai pagani. Rispondiamo che il simbolo ci è giunto solo in una forma altamente elaborata e storicizzata; questa rielaborazione deve sempre fare violenza all'idea originale. Un simbolo, non più di una metafora, sopporterà delle forzature, anche se spesso rielaborato. Un singolo punto di rassomiglianza anche solo remota basterà per ogni similitudine. 

Ammirandola, gli uomini pensano quanto più bella 

Di tutte le stelle fisse sia la stella errante! 

In un momento di calma il signor Lang senza dubbio confesserebbe e non negherebbe, e questo senza pregiudicare la grande bellezza dei suoi versi, che la somiglianza di Lord Byron con qualunque corpo celeste conosciuto del nostro sistema planetario è estremamente debole e sfuggente. Le vie del rielaboratore sono già scoperte; sarebbe inutile tentare di tracciare le fasi che hanno condotto a un risultato così composito come quello che ci sta dinanzi nei Vangeli. Eppure anche lì le prove di un'evoluzione graduale da Marco a Giovanni sono chiare e manifeste. Ricordiamo che pure il primo ci trasporta non alla fonte, ma solo a metà del flusso. Se consideriamo altre parti della narrativa evangelica e notiamo i ricchi raccolti — trenta, sessanta, cento volte — che sono stati accumulati da singole idee fondamentali, l'evoluzione ipotizzata in questo caso sembra a malapena eccessiva. Ma l'interpretazione di Giuda qui suggerita non è presentata come conclusiva né provata dalle considerazioni avanzate. Essa fa parte di un sistema generale di esegesi neotestamentaria; essa sta in piedi o cade con la concezione totale della genesi del cristianesimo tenuta dal sottoscritto, alla quale presta forza, ma dalla quale in misura molto maggiore la attinge. 

Non così, però, la decifrazione di (I)scariot(a). Si tratta di una questione filologica, che non condivide affatto il fato di una teoria delle origini cristiane, ma è apparentemente solitaria come la Cosa in Sé di Kant. Ma anch'essa può nondimeno entrare in relazione. Infatti, la forma D ben attestata, ἀπὸ Καρυωτου, deve apparire ora come un primo tentativo di interpretare l'epiteto Iscariot, la cui giustificazione non fu più intuita. In tal modo si getta una forte luce collaterale su un tentativo apparentemente simile di interpretare l'epiteto ben più importante, Nazaraios. Sembra provato che questo appellativo fosse un appellativo antichissimo, anteriore alla nostra epoca (cfr. Der vorchristliche Jesus, ii); infatti, troviamo il nome Naṣiru inserito in un elenco di tribù o categorie sulla tavoletta d'argilla dell'iscrizione di Tiglatpileser III. Possiamo star sicuri che il nome non è derivato da Nazaret, ma è un'evoluzione della radice familiare N-Ṣ-R, che significa guardia, protezione. Però in Matteo 2:23, il termine è dedotto da Nazaret, la quale città, sotto varie forme del nome, è completamente naturalizzata nei nostri Vangeli. Anche in Marco 1:9, leggiamo che “Gesù venne da (ἀπὸ) Nazaret di Galilea”. Ciò sembra un'aggiunta successiva alla narrativa, come indicato dal titolo Ἰησοῦς, usato qui senza l'articolo, ma altrove regolarmente con esso, in questo Vangelo. [3] Per di più, il testo è incerto; la lettura εἰς invece di ἀπό potrebbe essere più antica. In Matteo (21:11) troviamo “il profeta Gesù ὁ ἀπὸ Ναζαρὲθ, e la stessa espressione greca pure in Giovanni 1:45; Atti 10:38. Possiamo ora comprendere questa frase. Sembra non essere altro che un tentativo di spiegare Nazoraios, proprio come ἀπὸ Καρυωτου è un tentativo di spiegare (I)scariot. Quanto a Nazaret stessa, naturalmente ora è lì, ben visibile; [4] ma anticamente sembra che recasse un altro nome, Hinnaton, secondo la testimonianza delle tavolette di El-Amarna e degli Annali di Tiglatpileser III. Entrambe le parole vogliono dire la stessa cosa, ossia: difesa, protezione; e possiamo ora vedere come sia giunta in esistenza la “città chiamata Nazaret”. Il nuovo nome Nazaret, che significa difesa, fu applicato all'antico villaggio di Hinnaton, che significa protezione. Alcuni intuirono che questo nome non avrebbe prodotto il desiderato gentilizio Nazareo, e quindi scrissero Nazara, la forma preferita da Keim, ma scarsamente attestata. Sembrerebbe, quindi, che il mistero che circonda questi nomi si stia chiarendo. 

I passi delle tavolette sono, secondo Winckler: in 11 (13-17), lettera di Burna-Buriash, re di Karduniash, a Naphururiya, re d'Egitto: “Ora, i miei mercanti che erano partiti assieme ad Ahu-tabu, si erano trattenuti in Canaan per affari, mentre Ahu-tabu era proseguito (per giungere) presso mio fratello, nella città di Hinnatuni di Canaan”. Inoltre, 196 (24-32), nella continuazione di una lettera troviamo: “Ma Zurata ha preso Lab'aya da Megiddo e mi ha detto: 'Lo manderò al re su delle navi'. Invece Zurata l'ha preso e l'ha rimandato da Hinnatuna a casa sua”

L'iscrizione negli Annali (a cura di Paul Rost, 1893) recita:  “1. 232 — — — [šal-lat] (âlu) Ḫi-na-tu-na, 650 šal-lat (âlu) Ḳa-na — — — — (prigionieri) (città) Ḫi-na-tu-na, 650 prigionieri (città) Ḳa-na — —”. Siccome il documento è andato perduto dopo Ḳa-na, non possiamo essere certi che si intenda Cana di Galilea. Se si trovasse un pezzo di carta strappato subito dopo le lettere Adria, non si sarebbe sicuri se il riferimento fosse ad Adria in Italia; avrebbe potuto essere ad Adrianopoli. Ma siccome Hinnatuna si trovò certamente in Canaan, il suggerimento di Cana, sei miglia a nord della nostra Nazaret (= Hinnatuna), pare essere a portata di mano. 

Che Giuda Iscariota simboleggi il popolo ebraico nel suo rifiuto del culto di Gesù sembra così ovvio, sembra incontrarci così vicino alla soglia del significato nascosto del Nuovo Testamento, che potrebbe indurci a meraviglia che qualcuno lo trascuri. Però i critici più abili, e anche i più audaci, i più perspicaci, lo hanno ignorato. Nella Catena di Cramer troviamo solo inezie sul tema di Giuda; egli non è più il Consegnatore, ma il Traditore (prodotes) — il prefisso pro ha, infatti, del tutto soppiantato il prefisso para — e la sua cupidigia e la sua viltà generale affollano pagina dopo pagina. Su Giovanni 13:30 è chiesto: “Perché l'Evangelista dice che era notte quando Giuda uscì? Per insegnarci quanto fosse sconsiderato, perché nemmeno l'ora (del giorno) poté frenare il suo impulso”. Da ciò non c'è nulla da sperare. Bruno Bauer, naturalmente, “risolse” l'intera faccenda in una curva caustica, formata da riflessi dell'Antico Testamento. In questo caso trovò la principale superficie di riflessione nel Salmo 41:9: “Persino il mio intimo amico, su cui facevo affidamento e che mangiava il mio pane, ha alzato contro di me il suo calcagno” (Kritik der evangelischen Geschichte, 13:85, 4). “A partire da quelle parole del Salmo è sorta l'intera scena”. Ma lui non sembra collegare Giuda all'ebraismo. Strauss discute a lungo di Giuda (Leben Jesu kritisch bearbeitet, §§ 118, 119), ma senza gettare alcuna luce sulla questione. Volkmar, che scrutò così intensamente i Vangeli e che vide più in profondità di ciascuno dei suoi contemporanei (con la possibile eccezione di Loman), nella sua grande opera Marcus (pag. 555) dichiarò che “per Marco, Giuda, uno dei Dodici, è il simbolo del giudaismo che uccise il Cristo, che nei primi discepoli fu più strettamente unito a Lui fino alla fine”. L'Iscariota, però, lui lo considerò ancora storico ed “effettivamente famigerato come apostata”. Marco lo utilizzò come veicolo adatto per la sua idea di giudaismo, e la fusione tra il simbolico e lo storico ci procurò Giuda Iscariota. Volkmar non ha dubbi sul fatto che quest'ultima parola significhi “uomo di Keriot”, ed è giustamente spiegata dalla forma di D, ἀπὸ Καρυωτου, in Giovanni. Il grande studioso di Zurigo ebbe un'intuizione meravigliosa. Il suo Marcus (1875) è, in effetti, un volume di intuizioni; ma è quasi illeggibile, ed è stato da tempo chiuso con i sette sigilli dell'oblio, che neanche Wrede riuscì a sciogliere. Egli stesso si ritrasse mezzo spaventato da ciò che vide, e nel suo canto del cigno (Jesus Nazarenus, 1882) sembra di sentire una palinodia. Nel frattempo la sua tesi critica principale della priorità di Marco è diventata un luogo comune della critica, anche se la fonte dei Logia, così diligentemente sfruttata da Matteo, potrebbe vantare un'antichità ancora maggiore. L'idea di Volkmar che il Marco paolino, coll'insistere sulla frase “Uno dei Dodici”, intenda alludere al fatto che un certo elemento del vecchio giudaismo si fosse protratto fino all'ultimo nel “gruppo primitivo dei discepoli”, possiede, in effetti, una certa plausibilità; ma sembra ipotizzare un gruppo primitivo che non è mai esistito, rendere questo Vangelo inutilmente polemico e ingigantire una questione relativamente insignificante, come fece la critica di Baur in generale, perfino nelle sue illustrazioni successive e più severamente critiche.


NOTE

[1] ὁ δὲ στυγνάσας ἐπὶ τῷ λόγῳ ἀπῆλθεν λυπούμενος.

[2] καὶ ἐλυπήθη καὶ ἐπορεύθη στυγνὸς ἐν ταῖς ὁδοῖς αὐτοῦ. Nel Text Bibel di Kautzsch (1904) troviamo l'ebraico tradotto (da Victor Ryssel) così: “Allora egli se ne andò indietreggiando da lì per la via da lui stesso scelta”. Nell'ultimissima edizione Budde traduce così: "Ed egli se ne andò apostata, dove lo spinse il suo cuore (in senso stretto, sulla via del suo cuore).

[3] Vocativi e 1:1, 10:47, 16:6, naturalmente eccettuati.

[4] Eppure Burkitt sembra pensare che il villaggio moderno non abbia nulla a che fare con il villaggio antico, che lui preferisce identificare con Corazin.