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martedì 24 maggio 2016

«...lo depose in un sepolcro scavato nella roccia (ἐκ πέτρας (Marco 15:46)

SEPOLTURE: cerimonie che i preti del Signore rendono più o meno lugubri attraverso i loro santi ululati, a seconda che siano pagati più o meno abbondantemente.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

 Nella prefazione al suo libro, Werner spiega i suoi timori circa le conseguenze della linea di pensiero di Volkmar. Werner percepì che l'opera di Volkmar fosse in linea con altri libri recentemente pubblicati che trattavano Gesù come una figura puramente mitica.
(Anne Vig Skoven, “Mark as Allegorical Rewriting of Paul: Gustav’s Volkmar’s Understanding of the Gospel of Mark,” pag. 25, mia rapida traduzione)

PERCHÈ muovere la pietra?
Chi MOSSE la pietra?


Prima dò la parola agli esperti sulla dipendenza intertestuale del vangelo di Marco dalle epistole autentiche di Paolo:


In aggiunta, la stessa parabola [del Seminatore] è parte integrale di un costante sforzo per tutto il vangelo a screditare Pietro e i discepoli. In greco è tutt'altro che impossibile mancare l'allusione a Pietro (Πέτρος) nella considerazione sul “terreno roccioso” (τὸ  πετρῶδες), specialmente dal momento che Gesù assegna il nome “Pietro” a Simone appena prima della parabola. Altri paralleli chiariscono che il resto dei discepoli sono rocciosi assieme a Pietro. Confronta l'interpretazione del terreno roccioso coll'annuncio di Gesù che Pietro e il resto dei discepoli lo abbandoneranno:  
E così quelli che ricevono il seme in luoghi rocciosi sono coloro che, quando odono la parola, la ricevono subito con gioia; ma non hanno in sé radice e sono di corta durata; poi, quando vengono tribolazione e persecuzione a causa della parola, sono subito sviati (σκανδαλίζονται).
(Marco 4:16-17)

Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati (σκανδαλισθήσεσθε), poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea». Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati (σκανδαλισθήσονται), io non lo sarò». Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.  
(Marco 14:27-31)
Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. (Marco 14:50)
L'evangelista ha descritto la rocciosità e poi descrisse Pietro e gli altri discepoli come l'esatto compendio della rocciosità raccontando il loro iniziale entusiasmo seguito da una rapida fuga al primo segnale di persecuzione. Per assicurarsi che la corrispondenza non sarà mancata, si prende cura a descrivere l'effetto del terreno roccioso e del vergognoso comportamento dei discepoli con lo stesso verbo σκανδαλίζω (sviare). Ed ha assicurato che nessuno possa pensare che qualcuno di quelli originali apostoli fossero in qualche modo differenti, infatti Gesù predice “tutti rimarrete scandalizzati”, e come Pietro “dicevano anche tutti gli altri” la dichiarazione che non l'avrebbero fatto, ma in breve ordine “tutti allora, abbandonandolo, fuggirono”. Tutti sono motivati ad abbandonare Gesù per paura, il cui comportamento in Marco rappresenta l'opposto della fede e della fondazione della “rocciosità”. Sommando tutto questo assieme, sembra più che plausibile che Marco modellò la parabola del seminatore lui stesso, ispirato dall'uso estensivo di Paolo della metafora della semina; ed egli scelse deliberatamente il termine “suolo roccioso” come un'allusione ironica a Pietro la “roccia”.
(Tom Dykstra, Mark Canonizer of Paul, pag. 129-130, mia libera traduzione)

La parabola sul seminatore (Marco 4:3b-8) descrive tre tentativi falliti e uno riuscito di seminare il seme. Tra i tre tentativi falliti (Marco 4:4b-7), il secondo (Marco 4:5-6) è piuttosto particolare perchè è descritto in una maniera più dettagliata (33 parole). Per di più, solo questo tentativo, a differenza del primo e del terzo, è esplicitamente descritto mentre risulta nell'iniziale germoglio del seme (Marco 4:5), anche se alla fine non porta nessun frutto (Marco 4:6). Inoltre, questo tentativo è collegato al luogo che è descritto con il sostantivo usato davvero raramente τὸ  πετρῶδες (Marco 4:15.16), che in questo contesto evidentemente significa “terreno petroso/roccioso”, ma che linguisticamente allude anche al nome di Pietro (Πέτρος: Galati 2:7-8; Marco 3:16 ecc.).
Di conseguenza, a livello ipertestuale, in quanto relativo alla reazione delle chiese di Giudea all'attività di Paolo tra i gentili (Galati 1:23a), il secondo tentativo (Marco 4:5-6; si veda 4:16-17) illustra il comportamento di Cefa, che prima ricevette Paolo con gioia (Galati 1:18; si veda Marco 4:16), ma più tardi molto seriamente si sviò (Galati 2:11-14; si veda Marco 4:17; 14:29-30:
σκανδαλίζομαι).
Dal momento che ci sono tre tentativi falliti (Marco 4:4b-7; si veda 4:15-19), tra cui il secondo allude a Cefa, il primo e il terzo devono alludere agli altri “pilastri” di Gerusalemme: Giacomo e Giovanni (Galati 2:9).
La relazione tra la persona di Giacomo e la via (Marco 4:4b-d; si veda 4:15) non è chiara. Può basarsi sulla considerazione paolina che i fratelli del Signore presero le loro mogli assieme a loro, apparentemente durante la missione (1 Corinzi 9:5). D'altra parte, la relazione tra Giacomo e la stessa influenza reale di Satana (Marco 4:15) è molto più facile da comprendere, infatti Giacomo era considerato come il principale oppositore di Paolo (Galati 2:12).
Poichè Marco non possedeva nessun dato biografico riguardante Giovanni il “pilastro” (Galati 2:9), nel riferimento allusivo a lui (Marco 4:7; si veda 4:18-19) egli semplicemente utilizzò il ben noto motivo scritturale delle spine (ἄκανθα) in opposizione a piante seminate, coltivate (si veda Genesi 3:18-19; Geremia 4:3; 12:13 LXX). Parimenti, l'idea delle cure di questo mondo, l'inganno delle ricchezze, e altri desideri (Marco 4:19a-c) si adatta a Giovanni solo in un modo generale, precisamente in quanto uno dei “pilastri” di Gerusalemme (Galati 2:9), che richiedevano supporto finanziaro dai credenti gentili (Galati 2:10a).
Contro questo sfondo, il quarto tentativo pienamente riuscito, coi suoi tre grani che portano molto frutto (Marco 4:8; si veda 4:20) e quindi controbilanciando i tre precedenti (Marco 4:4-7), illustra l'idea di recare il frutto del vangelo basato sulla fede. Quest'idea è descritta coll'uso dell'immagine della crescita via via più impressionante, di fatto naturalmente implausibile del raccolto: 30, 60 e 100 grani in una
spiga di grano (Marco 8.20; diversamente Siracide 7:3). Coerentemente, il quarto tentativo allude ai credenti che con fede ricevevano il vangelo paolino (Galati 1:23a), che illuminava il ruolo della fede (Galati 2:16 ecc.). Perciò, il quarto tentativo allude ai credenti gentili paolini (Galati 1:21), piuttosto che ai membri generalmente sospettosi delle chiese di Giudea (Galati 1:22-23b).
(Bartosz Adamczewski, The Gospel of Mark. A Hypertextual Commentary, pag. 66-67, mia rapida traduzione)

Dopodichè completerei la loro analisi con un mio personale contributo.

Così Marco 15:46 :
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia (ἐκ πέτρας). Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro.


Πετρος, Simon Pietro, è alluso qui?

Da buon triplice rinnegatore di Gesù (come Dykstra e Adamczewski hanno sottolineato sopra), lui era già alluso nella Parabola del Seminatore:
Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.
(Marco 4:16-17)

Se allora la tomba dove Gesù è seppellito è scavata ''dentro la roccia'', allora ne consegue che letteralmente e metaforicamente Gesù (la Parola, il seme della parabola) è seppellito dentro Pietro (la roccia, il suolo roccioso della parabola) tuttavia quel che succede non è poi così tanto sorprendente:

al terzo giorno la tomba è VUOTA.


Evidentemente perchè quella tomba scavata nella roccia (in Pietro, e per estensione nei 12) era letteralmente e spiritualmente indegna di contenere il Risorto in sé.

  ...ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò.
(Marco 4:6)

Il sole che si leva (Marco 4:6) seccando il seme caduto sul suolo roccioso allude cripticamente alla stessa resurrezione di Gesù?
 
Una migliore residenza per il Risorto sarebbe in effetti la Galilea dei gentili :
Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [cioè: nella roccia]. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro [alla roccia] che egli vi precede in Galilea [dei gentili]. Là lo vedrete, come vi ha detto». Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
(Marco 16:6-8)

Ora sappiamo che il silenzio delle donne è due volte peccaminoso:
  1. non solo perchè hanno disobbedito al comando dell'angelo (e ci può stare)...
  2. ...ma anche e soprattutto perchè, col loro silenzio, non hanno denunciato il puro e semplice FATTO che Gesù ha DE FACTO abbandonato, sia spiritualmente sia materialmente, una tomba scavata nella ROCCIA, ossia ''in'' PIETRO.

Così ora solo Marco e i lettori di Marco sanno che Pietro è un falso apostolo. Mai perdonato da Gesù. Anzi, addirittura, abbandonato da Gesù.

Al momento stesso della resurrezione.

Il paolino 'Marco' sembra insinuare il dubbio che Pietro avesse ''visto'' davvero l'arcangelo celeste Gesù risorto. Infatti, a detta dell'angelo presso la tomba, è possibile vederlo solo in Galilea dei gentili, ovvero dove uno come Paolo può ''vederlo''.

domenica 25 ottobre 2015

Del perchè Luciano di Samosata disprezzava, e temeva, “Peregrino Proteo”. E Gesù (“che fu chiamato Cristo”)

Simon Mago. Il mago simboleggiò per i proto-cattolici ciò che “Peregrino Proteo” rappresentò per il pagano Luciano di Samosata: un emblema di impostura e sovversione insieme.

MONDO: Nello spirito di un cristiano molto devoto, il mondo è la cosa più detestabile del mondo. Deve distaccarsene per pensare solo all'altro mondo. E per farlo bene, deve cominciare con il donare tutti i suoi beni ai preti il cui regno non è di questo mondo.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Luciano di Samosata, com'è noto, disprezzava profondamente i cinici nella singolare figura di “Peregrino Proteo”:
Io, non appena giunsi nell'Elide, mentre vagavo per il ginnasio sentii un Cinico che con voce forte e aspra gridava le solite cose strombazzando in pubblico la virtù e in una parola biasimava tutto e tutti. Poi il suo vociare finì per parlare di Proteo, e per quanto posso cercherò di rammentarti quelle parole proprio come furono dette. Tu le riconoscerai certamente, avendo spesso assistito alle urlate di quegli individui.
(De Morte Peregrini, 3)
Io a dire il vero mi rivolgerei con un simile tono sprezzante in merito, più che ai filosofi cinici, semmai ai folli predicatori cristiani (o cripto-cristiani) di tutte le epoche che continuano ad esercitare fino alla noia il loro medesimo mestiere, “strombazzando in pubblico” con la sbavante schiuma alla bocca il loro “Gesù Cristo” dall'alto dei loro pulpiti (non sempre, mia disincantata constatazione, all'interno delle loro chiese).

La cosa non sfuggì affatto a Luciano, che ben riconobbe delle forti analogie tra i vagabondi cinici emblematizzati da questa singolare figura di illusionista (tanto storica come avrebbe potuto esserlo quella di Socrate se soltanto tutto quello che conoscessimo di lui si fosse ridotto al Socrate satireggiato da Aristofane nelle Nuvole) e gli stessi cristiani del suo tempo (170 EC), dato che la stessa temporanea conversione (vera o presunta che fosse) di “Peregrino Proteo” al cristianesimo permetteva e facilitava quell'assai caustico paragone.
Ma ciò che [Peregrino Proteo] fece al padre è sì degno di essere udito: eppure tutti voi lo sapete, e vi è giunta la notizia che soffocò il vecchio, non sostenendo che avesse ormai superato i sessant'anni. Poichè in seguito il fatto fu risaputo, si condannò da sé all'esilio e andò errando da un luogo all'altro.
Propio allora imparò la straordinaria sapienza dei Cristiani, vivendo in Palestina assieme ai loro sacerdoti e scribi. Ma che? In breve li fece apparire dei fanciulli: lui era profeta, tiasarca, guida, insomma lui da solo era tutto. Interpretava e spiegava i loro libri, molti ne scrisse egli stesso, e quelli lo veneravano com un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro, ovviamente dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo.
Per questo motivo allora Proteo fu anche arrestato e finì in carcere; la qual cosa gli procurò una non piccola autorità per il tempo a venire, per la ciarlataneria e l'ambizione che tanto amava. Dopo che fu dunque messo in ceppi, i Cristiani, ritenendo il fatto una disgrazia, fecero di tutto per tentare di strapparlo da lì. Poichè ciò non fu possibile, si presero cura di lui in ogni altro modo, e non alla leggera, ma con molto zelo: sin dall'alba si potevano vedere vecchie, vedove e orfanelli stazionare nei pressi del carcere, mentre i loro capi, corrotti i carcerieri, dormivano dentro assieme a lui. Inoltre gli venivano portati pranzi sontuosi ed erano pronunciati i loro discorsi sacri, e l'illustrissimo Peregrino - si chiamava ancora così - era chiamato da loro novello Socrate.
E anche dalle città asiatiche giunsero uomini, mandati dai Cristiani con beni tratti dal loro patrimonio comune, ad aiutarlo, sostenerlo e incoraggiarlo. Straordinaria è la rapidità che mostrano quando accade un fatto del genere che li riguarda tutti: in breve non danno rispamio d'alcuna cosa. Davvero molte furono le ricchezze che allora Peregrino ricevette da loro col pretesto del carcere, e se ne fece una rendita non piccola. Quegli sciagurati infatti si sono convinti che saranno del tutto immortali e vivranno per l'eternità; per questo motivo non fanno conto della morte e i più si danno ad essa spontaneamente. Inoltre il loro primo legislatore li convinse che sono tutti fratelli tra loro una volta che, disprezzati e rinnegati gli dèi ellenistici, prendano ad adorare quel sofista messo in croce vivendo secondo le sue leggi. Pertanto disdegnano in ugual misura tutti i beni e li ritengono comuni, accogliendo tali precetti senza una fede provata. Se dunque si presentasse a loro un illusionista, un imbroglione che sappia trarre vantaggio dalle circostanze, diventerebbe subito in breve tempo ricco facendosi beffe di quei semplicioni sotto il loro naso.

(De Morte Peregrini, 10-13)

Al di là dell'ironia strisciante e della parodia corrosiva di cui trabocca la fiction (non riesco a non chiamarla tale) di Luciano, colpisce soprattutto un aspetto di quella caustica critica contro “Peregrino Proteo”: Luciano è in realtà disgustato profondamente, direi quasi intimamente turbato, dietro la sua superficiale serena e “illuministica” presa di distanza dagli eventi così abilmente satireggiati, dall'abisso da lui stesso artificialmente riprodotto tra l'altissima, invero vertiginosa, esaltazione di “Peregrino Proteo” da parte dei gonzi e boccaloni di turno che aveva buggerato (non solo i cristiani) - ravvisabile in chiare espressioni quali ad esempio: “...e quelli lo veneravano come un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro...” - ...e la sostanziale assoluta oscurità, insignificanza e marginalità storica che avvolge quasi per definizione questo singolare individuo “Peregrino Proteo”, la cui precisa identità è resa ironicamente sfuggevole già nel nome stesso:

peregrinus, peregrinator significa “viaggiatore” (non è certo una coincidenza che “Peregrino Proteo” si spostò di luogo in luogo nella fiction di Luciano), mentre proteus allude al mostro marino egizio Proteo, famigerato soprattutto per la sue capacità metamorfiche in grado di fargli assumere ogni genere di aspetto, specialmente per sfuggire al nemico e per evitare di dover dire la verità.
...e la divina fra le dee mi rispose:
“Tutto io ti dirò, sinceramente, straniero. Qui vive il Vecchio del mare che sa la verità, Proteo d'Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare ricco di pesci. E ti dirà anche, principe, se tu lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio”.
Disse così e io così le risposi:
“Dimmi tu quale agguato tendere al Vecchio del mare, che non mi veda prima e mi sfugga. E' difficile per un uomo mortale vincere un dio”.
Dissi, e mi rispose la dea:
“Tutto io ti dirò, con molta chiarezza. Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il Vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un acuto odore di salso. All'alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l'avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l'aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dei ti perseguita e come potrai ritornare attraverso il mare ricco di pesci”.

(dal Libro IV dell'Odissea)
Merito di Luciano è di farci toccare con mano il paradosso tra lo Sfuggevole, l'Anonimo, il “Privo di Forme” per eccellenza, e la stellare apoteosi alla quale riuscì ogni volta a farsi elevare spacciandosi per qualcun altro agli occhi degli idioti di turno che riuscì a buggerare.
Da questa prospettiva, “Peregrino Proteo” personifica, sotto la parodia malcelatamente inquieta che ne fa Luciano, non tanto un preciso bersaglio polemico (a momenti io stesso, se non fosse perchè “Peregrino Proteo” è citato anche da Aulio Gellio - il quale addirittura pretese di averlo conosciuto di persona -, sono tentato di dubitare della sua reale consistenza storica) quanto tutto ciò che è sfuggente, inafferabile - il potere dell'assenza di forma.

Ed è da questo manifesto potere di “Peregrino Proteo” che il pur caustico Luciano si sente in qualche modo minacciato: egli potrà sviluppare, in sè e negli altri, ogni sorta di sufficiente senso critico per guardarsi a dovere dalle truffe e dagli illusionismi di guru e santoni di tal fatta, eppure sa in cuor suo che non è abbastanza, che contro individui come “Peregrino Proteo” perfino l'arma del Dubbio, tuttavia, sembra essere sfortunatamente destinata a fallire, nella stragrande maggioranza dei casi. E prova ne è alla fine il fatto che nessuno riesce a smascherare “Peregrino Proteo” sbugiardandolo agli occhi di tutti, neppure i critici perspicaci come Luciano, nonostante tanto dispendio di attacchi satirici contro l'illusionista. L'impostore “Peregrino Proteo” potrà essere sconfitto alla fine unicamente grazie al suo eccesso di hybris, che lo farà cadere nella trappola mortale finale da lui stesso intentata appositamente per farvi cadere, ancora e ancora di nuovo, innumerevoli altri al suo posto.
Questa fu la fine del maledetto Proteo, uomo, per stringere il discorso in poche parole, che mai ha mirato alla verità, che sempre ha detto e fatto ogni cosa per avere fama e lode dal volgo, al punto da saltare perfino nel fuoco, quando non poteva neppure più godere delle lodi perchè più non le sentiva.
(De Morte Peregrini, 42)
La frustrazione di Luciano trapela tra le righe: un'illusionista di tal genere si può sconfiggere non grazie alle razionali diffide di gente istruita e dotata di senso critico quale è lo stesso Luciano, ma solo scommettendo sugli inevitabili falli ed errori del medesimo illusionista in questione, paradossalmente l'unico che, per eccesso di hybris, potrà smascherare sé stesso definitivamente agli occhi delle stesse masse da lui prese per i fondelli. 
E Luciano è doppiamente frustrato perchè per arrivare a tanto l'epilogo non poteva che essere cruento, per quanto tragicomico: la morte dello stesso “Peregrino Proteo”, tra le fiamme della pira che lui stesso aveva preparato di fronte a migliaia di spettatori.
Quel disgraziato di Peregrino, o, come egli stesso si compiaceva di chiamarsi, Proteo, ha subito lo stesso destino del Proteo di Omero: dopo essere diventato qualsiasi cosa per acquistarsi fama ed essersi trasformato infinite volte, alla fine è diventato anche fuoco. Da tanto amore per la fama era posseduto! E ora eccotelo, il grand'uomo, carbonizzato come Empedocle, se non che quello fece prova di gettarsi nel cratere senza essere visto, il nostro egregio amico, invece, ha atteso la più frequentata delle feste elleniche, ha ammassato la pira più grande che poteva e vi si è gettato sotto gli occhi di tanti testimoni, dopo aver pronunciato tra l'altro, non molti giorni prima della sua ardita impresa, alcuni discorsi su questo argomento di fronte ai Greci.
(De Morte Peregrini, 1)

“Peregrino Proteo”, se nella fiction o nella Storia, poteva pure essersi lasciato sconfiggere con le sue stesse mani, eppure l'onta rimane, nonostante la sua morte, di quello che santoni, guru, avatar o icone del genere rappresentano agli occhi dei benpensanti pagani come Luciano di Samosata. 

Non era solo una mera questione di denunciare le truffe di questo o quel santone. La posta in gioco era evidentemente più alta. E Luciano lo fa trasparire dallo stesso comportamento di “Peregrino Proteo” nella fiction, allorchè scrive:
Dopo essersi così istruito, navigò da lì verso l'Italia e non appena salì sulla nave si mise subito a offendere tutti, in particolare l'imperatore, sapendolo molto benevolo e mite, così che il suo ardire era privo di pericolo; a quanto pare infatti a quello poco importava degli insulti e non credeva giusto punire uno che si era rivestito di filosofia a parole e che soprattutto aveva fatto dell'offendere un'arte. Anche in seguito a ciò la sua fama s'accresceva, ovviamente presso gli stupidi, ed era molto in vista per la sua dissennatezza, finchè il prefetto dell'Urbe, uomo saggio, lo cacciò perchè approfittava senza misura della situazione, dichiarando che la città non aveva bisogno di un tale filosofo. Ma anche questo fatto divenne celebre e fu sulla bocca di tutti, il filosofo scacciato per la sua franchezza e la sua troppa libertà, e contribuiva ad accostarlo a Musonio, a Dione, a Epitteo e a chiunque altro si fosse trovato in una circostanza simile.
(De Morte Peregrini, 18)

L'imperatore in questione “benevolo e mite” era Marco Aurelio. Il paradosso che infastidì l'inviperito Luciano in questo punto nasce tra il suo naturale rispetto per un imperatore che abbassava sè stesso con la sua umiltà di filosofo stoico, e il suo assistere impotente alla sfacciataggine di quello stronzo di “Peregrino Proteo”, reo di approfittare della magnanimità di Marco Aurelio pur di innalzarsi al suo stesso livello, da quel verme che era, osando criticare nientemeno che l'imperatore in persona e perfino guadagnandone in popolarità e prestigio come risultato!

È evidente allora che non era il singolo “Peregrino Proteo” a infastidire il benpensante Luciano di Samosata. Ma lo erano virtualmente tutti quei avatars, guru, “fondatori” di culti, icone settarie, i cui seguaci  approfittavano del loro stato apparentemente innocuo e marginale per lanciare in realtà strali e messaggi sovversivi verso tutto, o quasi tutto, l'ordine sociale e culturale esistente, volto essenzialmente ad esautorare e logorare a poco a poco dalle fondamenta ciò che garantiva la giustificazione di tale ordine tra gli hoi polloi. Non erano sediziosi (altrimenti i loro cadaveri putrefatti già avrebbero penzolato da sopra le croci romane). Ma erano sovversivi.

Nella rivelante descrizione che Luciano fa di “Peregrino Proteo” & fans, abbiamo un assaggio di come un pagano avrebbe osservato gli stessi cristiani del II secolo. Erano simili, almeno in superficie, ai nuovi Cinici: entrambi disprezzavano la morte, entrambi mostravano una totale indifferenza verso i beni materiali, entrambi credevano che tutto fosse di tutti, entrambi erano inclini a instaurare un nuovo senso di fratellanza reciproca tra i loro membri, entrambi rigettavano gli dèi, ed entrambi erano irrazionalmente propensi a pratiche e fedi superstiziose. E da ultimo, la cosa peggiore, entrambi potevano finire facilmente manipolati e manipolabili - e Luciano ne era evidente testimone in prima persona - da impostori senza scrupoli come “Peregrino Proteo”, opportunisticamente mimetizzati dietro di loro.

La natura contro-culturale del nascente movimento cristiano non era dunque sfuggita a Luciano. E con essa il suo sincero stupore misto ad una punta di sottile frustrazione nel constatare, dati alla mano, l'evidente enorme golfo di separazione tra la più assoluta insignificanza del fondatore o “legislatore” di turno e le vertiginose altezze metafisiche alle quali i medesimi erano proiettati dai loro fanatici e deliranti seguaci. Luciano ne era intimamente turbato. Luciano si sentiva giustamente minacciato.

E quando Luciano scrive:
...e quelli [i Cristiani] lo veneravano come un loro dio, ricorrevano a lui come legislatore e lo dichiaravano il primo tra loro, ovviamente dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo.

precisando che “ovviamente” i Cristiani collocano “Peregrino Proteo” al secondo posto nel loro pantheon “dopo il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina”, Luciano sta facendo sostanzialmente di quest'ultimo nient'altro che un mero precursore di “Peregrino Proteo” sulla base della loro comune TOTALE insignificanza storica unita per contrasto alla vertiginosità del culto di cui sono resi assurdamente oggetto presso i Cristiani.




E qui non posso che ricollegarmi alla conclusione del perspicace ricercatore Richard C. Miller, il quale nota:
Sebbene si potrebbe opportunamente dubitare che un uomo storico, Gesù di Nazaret, mai ricercò onori personali tali come un'imperiale exaltatio, egli era divenuto, nella sua Nachleben, l'emblema di un potente movimento contro-culturale nel primo e secondo secolo dell'Era Comune. Come tale, le sue descrizioni mitiche, iconiche nei vangeli del Nuovo Testamento servivano a sovvertire le istituzioni culturali di quel mondo, sia ebraico che romano, attraverso una mimesi trasvalutata, una metafora, e un'alterità ibridizzante, quindi promulgando un nuovo paradigma alternativo, sebbene comprensibile, per la struttura di una società antica.
Luciano ha offerto una finestra piuttosto rivelante nel programma politico dei primi cristiani nel suo De Morte Peregrini (170 E.C. circa). Luciano satireggiò il suicidio spettacolare del famoso filosofo cristiano poi divenuto cinico Peregrino Proteo ai Giochi Olimpici del 165 E.C. Come uno show della sua ascesi filosofica, ad imitazione della morte di Eracle e dell'antica tradizione indiana braminica, Proteo si gettò sulla sua pira massiccia e ne fu bruciato vivo di fronte alla sua folla di spettatori. Proteo era diventato famoso per la sua retorica anti-imperiale e per la sua prominenza come maestro e scrittore di successo nel nascente movimento cristiano. Secondo Luciano, i primi cristiani conferirono a Proteo i più alti onori, prossimi a Cristo stesso, chiamandolo ὁ
καινός Σωκράτης (il nuovo Socrate). Più tardi nella sua vita, comunque, egli era divenuto un Cinico in tutto e per tutto, preso residenza ad Atene, e, nonostante l'apparente disdegno di Luciano per lui, aveva raggiunto una fama considerevole come un saggio filosofico e critico di Roma. Invero, Aulo Gellio, incontrando Proteo ad Atene, lo descrive come un uomo venerabile e fermo di tremenda sapienza (Noct. att. 12.11.1-6). Dopo la sua morte, uno dei suoi discepoli giurò di aver incontrato il trasceso Proteo avvolto in una veste bianca mentre passeggiava lungo il Portico dei Sette Echi al festival di Olimpia (Luciano, Peregr. 40). Per questa volta, comunque, l'asprezza politica di un racconto simile si era probabilmente placata, oltre la semplice osservazione che Proteo non era stato parte dell'establishment politico. Analogo a Gesù nei vangeli, la favola della sua traslazione sottolinea la generica funzione onorifica della tradizione in quanto posta in contestazione al romano imperium. Mentre probabilmente isolato dalle mire complessivamente politiche delle apparizioni postmortem di Gesù, in particolare, dal momento che quelle imitavano la leggenda di Romolo, il racconto di Proteo permette un'occhiata ad un incidente relativo, sebbene rifratto attraverso l'evoluzione e le permutazioni culturali dell'Atene del secondo secolo e con un sottotesto filosofico cinico. Mediante tacite associazioni tra le due figure, l'obiettivo di Luciano riguardo Proteo e il fondatore crocifisso dei Cristiani espone parecchie delle implicate fondamenta e convenzioni culturali dei precedenti racconti evangelici come venivano letti nelle estese strutture culturali e ideologiche ellenistiche che coincidono vividamente coi ritrovamenti del presente studio.
(Resurrection and Reception in Early Christianity, pag. 177-178, mia libera traduzione e mia enfasi)

Lo stupore misto a rabbia di Luciano nell'assistere alla immeritata popolarità del turlupinatore “Peregrino Proteo” a fronte della moltitudine dei suoi galvanizzati e superstiziosi seguaci, contra factum che si trattava in realtà di una totale insignificante figura di filosofo cinico (forse inventata, chissà?, dallo stesso Luciano, checchè si insista sulla sua storicità, come parodia di tutte le icone contro-culturali settarie del tempo), è lo stesso stupore misto a rabbia provato da Luciano nel vedere la diffusione del culto di Gesù, anch'esso un movimento contro-culturale assai simile a quello cinico, contra factum che verteva attorno ad un altrimenti totalmente oscuro, insignificante “crocifisso in Palestina” a sua volta distintosi “perchè introdusse questa nuova religione nel mondo” - un mondo che evidentemente, secondo quella “nuova religione”, meritava di essere distrutto o sovvertito.

Come Luciano non sopporta l'exaltatio applicato all'altrimenti oscuro “Peregrino Proteo” da parte dei suoi fans e seguaci, così sempre Luciano non sopporta di pari grado l'exaltatio applicato dai Cristiani al “tizio che ancora adorano”, l'altrimenti oscuro e totalmente irrilevante e insignificante “Gesù che fu chiamato Cristo”.

E Luciano non sopporta questa contraddizione paradossale tra la vertiginosa exaltatio e l'oscurità del personaggio oggetto di exaltatio (nel caso dei Cinici, “Peregrino Proteo”, nel caso dei Cristiani, “Gesù detto Cristo”) non perchè parte dal presupposto che “Peregrino Proteo” e Gesù fossero a priori degli impostori truffatori (quella semmai è la sua personale reazione di scrittore satirico al caso “Proteo” e al caso “Cristo”) dei loro rispettivi seguaci, ma perchè è abbastanza perspicace da saper cogliere la natura squisitamente contro-culturale, e perciò intrinsecamente SOVVERSIVA, dell'operazione di exaltatio di altrimenti evanescenti figure: rendere quest'ultime in ciascuna specifica istanza, come si è espresso sopra Richard Miller, gli “emblemi” di movimenti e comunità miranti da ultimo a “sovvertire le istituzioni culturali di quel mondo” ... , “...promulgando un nuovo paradigma alternativo ... per la struttura di una società antica”.

Non era la prima volta che santoni, guru, avatars, eroi e semidei più o meno esotici e anonimi venivano fatti oggetto di exaltatio e venduti come tale ad un pubblico ellenistico. Ma quando quell'exaltatio imperiale veniva applicata ad un anonimo “uomo crocifisso in Palestina”, oppure ad un critico del potere imperiale quale è il filosofo cinico “Peregrino Proteo”, allora non poteva che suonare sovversiva nelle intenzioni.

E in cosa consisteva questa pretesa sovversione, più precisamente?
Nel fatto, come auspicò il folle apologeta cattolico Jerim Pischedda, che l'oggetto del culto cristiano fosse un “uomo crocifisso” ?

Per nulla affatto.

Spiega Miller:
Cosa significò per un'antica società salutare un individuo per essere stato traslato ad una statura divina? Visto tramite varie lenti dal dominio di studi culturali e letterari, il generale significato culturale di un tale pattern semiotico porta alla luce un distinto protocollo ricamante una vasta panoplia di antiche narrazioni mediterranee. Lo shock dei vangeli non deve allora essere stata la presenza di questo tropos letterario standard, ma l'adattamento di una tale suprema esaltazione culturale ad un povero contadino ebreo, un individuo altrimenti marginale e oscuro sulla grandiosa scena dell'antichità classica. L'investigazione illustra che ciascuno dei quattro vangeli e Atti applicarono questa convenzione con perspicacia sempre-ridondante, per timore che il lettore possa intrattenere qualche dubbio riguardo alla propria inferenza.
(pag. 181, mia libera traduzione e mia enfasi)
Ma se l'esaltazione a vertiginose altezze metafisiche del “Peregrino Proteo” di turno poteva ancora rientrare nella serie delle frequenti innocue anomalie, per non dire delle bizzarrìe, alle quali ci ha abituati da tempo il mondo antico, nel caso specifico del “Peregrino Proteo” a cui fa riferimento Luciano, era percepito come non poco disturbante il fatto che “Peregrino Proteo” fosse l'emblema di una critica filosofica cinica al potere imperiale nella persona dell'imperatore, così come era percepito di gran lunga ancor più disturbante il fatto che l'emblema dei cristiani fosse diventata l'“icona di un nuovo paradigma, una nuova metafora di ordine classico”.
L'innovazione dei racconti postmortem del vangelo non risiedeva nell'impiego della convenzione della favola della traslazione per se, ma nello scandalo dell'applicazione dell'abbellimento ad un controverso contadino ebreo, un povero Cinico, altrimenti marginale e oscuro sulla grandiosa scena dell'antichità classica. La credulità e lo zelo degli antichi cristiani salutavano non l'uomo stesso, ma la metonimia che la figura letteraria venne ad incarnare e rappresentare come l'icona di un nuovo paradigma, una nuova metafora di ordine classico. Tali fedeltà esaltò e salutò quest'immagine di una ideologia contro-culturale attraverso i protocolli dell'antico mondo ellenistico romano.
(pag. 180, mia libera traduzione e mia enfasi)

È ora di finirla finalmente con chi vede Gesù una minaccia al potere imperiale romano a causa del fatto più preteso che reale secondo cui la crocifissione di Gesù, come venduta nelle fiction evangeliche, era in odore di sedizione politica ad un pubblico pagano:
Mentre il recente slancio nelle letture politiche del Nuovo Testamento ha beneficamente allertato il discorso sul linguaggio imperiale di quelli antichi documenti, come per esempio fornite da Richard Horsley, John Dominic Crossan, e vari teorici post-colonialisti, tale interpretazione sembra trascurare la disposizione ascetica, oltremondana degli antichi movimenti cristiani, cedendo spesso a conclusioni riduzionistiche, pretestuose. I quattro vangeli, come composizioni favolistiche, resero Χρίστος il re trascendente, non un oppositore mondano delle strutture politiche del giorno.
I nemici letterari di Gesù nel suo processo nelle narrazioni evangeliche della passione commettono questa stessa trasgressione, precisamente, incorniciare il protagonista come un ribelle sedizioso, un insurrezionista contro-imperiale che ha cercato di fomentare un conflitto politico oppure che ha tentato di fondare un movimento mondano, concorrente in opposizione a Roma. Le narrazioni evangeliche, comunque, articolano drammaticamente e potentemente un sottotesto tout àu contraire. In ciascuno dei quattro vangeli, la narrazione conduce il lettore attraverso una disturbante sequenza di ingiustizia, confrontando il lettore con la singolare questione: Se non un sedizioso mondano rivoluzionario, allora che cosa?

(pag. 179, mia libera traduzione e mia enfasi)
Non si trattava di una concorrenza al potere imperiale sul suo stesso terreno politico, tantomeno militare. Bensì, per quanto possa sembrare una mossa più subdolamente ipocrita, si trattava di qualcosa di più sottilmente pervicace e profondo: una concorrenza al potere imperiale sul terreno culturale e sociale. Chi scrisse i vangeli voleva conquistare le anime dei greco-romani, non i loro corpi. Miravano a rivaleggiare col potere trascendente, non col potere fisico, reale, concreto.
Quei testi portavano alla viscerale attenzione del lettore antico la bruciante questione di colpevolezza dietro la drammatizzata morte di Gesù. Il suo sangue doveva ricadere sulle mani delle autorità settarie ebraiche di Gerusalemme, non sul governo di Cesare.
La sola critica del potere politico romano nei vangeli, o latente oppure esplicito, sembra essere evidente in una tacita assenza di impegno per la giustizia per la pacificazione di disordini e accuse contro Gesù al suo processo.
...
Le opere del Nuovo Testamento erano spesso sovversive, ma mai sediziose, nel loro tentativo di trascendere le strutture politiche del loro giorno.

(pag. 136-127, mia libera traduzione e mia enfasi)

I Cristiani autori dei vangeli miravano ad una “rivoluzione socio-culturale, non ad un rovesciamento politico” (pag. 37).

Non era e non poteva essere la crocifissione di un ebreo ciò che poteva scandalizzare e turbare un pagano istruito come Luciano (al più ciò era motivo in lui di disprezzo, ma mai di inquietudine), bensì la malcelata Volontà di Potenza dei cristiani che traspirava a tratti da dietro il loro emblema contro-culturale, al risveglio finale della coscienza. I cristiani, rinunciando alle lusinghe del mondo, rinunciando al mondo, in realtà volevano impadronirsene ancor più in profondità di quanto avesse mai voluto farlo qualsiasi conquistatore politico e militare del passato o del futuro:
La descrizione proposta in questo studio “trascendente rivalitasfondamentalmente riallinea il discorso al più esteso fenomeno classico intrapreso dai più antichi cristiani, precisamente, una critica ascetica della civiltà mondana, quindi una transvalutazione dei codici e delle strutture dell'antichità, rivolgendole sottosopra.
...
Congruente con le numerose varietà di imitatio, aemulatio e rivalitas nei vangeli, l'imitazione imperiale nei vangeli non serviva a minacciare o a inquietare Cesare; tale imitazione serviva a promuovere il significato trascendente del fondatore, in confronto e in rivalità alla fedeltà prestata alle principali istituzioni classiche del potere. Per questa ragione, la lettera apostolica poteva formalmente decretare (1 Pietro 2.17):
τὸν  βασιλέα  τιμᾶτε.

(pag. 137, mia libera traduzione e mia enfasi)
La minaccia cristiana al mondo pagano era più insidiosa, perchè la mira non era sul mondo in quanto tale, ma era da sempre stata sull'oltre-mondo. E l'aspirazione all'oltre-mondo comportava di necessità una critica radicale, spietata, e quindi pericolosamente sovversiva, al mondo stesso, romano ed ebraico insieme.
4 Maccabei deriva la stessa connessione tra regalità trascendente e certezza ascetica di fronte al duro martirio (“O ragione, più regale dei re e più libera dei liberi”; 4 Macc 14.2. La “tirannia” da conquistare attraveso lo spettacolo del martirio nei vangeli, a differenza del sovrano seleucide Antioco IV, comunque, diventò l'autorità istituzionale dell'ebraismo (-ismi) palestinese.
(pag. 136, mia libera traduzione e mia enfasi)
Questa rivalitas trascendente, sovversiva, appare ora mitigata nei nostri quattro vangeli canonici dal momento che in essi, come spiega Miller:
Mentre, per esempio, si potrebbe riconoscere che le rese di Gesù nel Nuovo Testamento intenzionalmente rivaleggiavano con le antiche rese di Mosè, Elia e Davide mediante la loro imitazione, si sbaglierebbe ad addurre quelle come istanze di un'implicita ostilità. La mimesi dell'Odisseo di Omero, se con Gesù nei vangeli oppure con l'Enea di Virgilio, significò rivaleggiare ed eclissare il precedente, ma mai soppiantarlo.
(pag. 137, mia libera tradizione e mia enfasi)
Miller sta descrivendo giustamente solo ciò che osserva all'opera nei nostri quattro vangeli canonici, e cioè un compromesso, a volte efficace, altre volte goffo, tra Gesù e le figure dell'Antico Testamento sul solco dell'eclissi - e non del soppiantamento - delle seconde da parte del primo. Un'eclissi che ne prefigurava al momento stesso l'interessata cooptazione per ridurre tutta la letteratura sacra precedente a mera profezia del neonato Gesù proto-cattolico.

Ma quel compromesso era frutto di una reazione proto-cattolica ad un precedente vangelo, un vangelo nel quale al contrario la rivalitas trascendente” di Gesù contro i profeti e i re dell'Antico Testamento non aveva intenzione nè di eclissarli nè di soppiantarli, e neppure di diseredarli dei loro legittimi lettori ebrei. Bensì mirava a porsi in aperta, esplicita contraddizione con tutta la letteratura sacra precedente. 

Solo alla luce di quel primo vangelo Luciano di Samosata poteva accusare quell'“uomo crocifisso” di aver introdotto “questa nuova religione nel mondo”. L'enfasi qui è sulla parola “nuova”.
Come Paolo “era giunto a conoscere Dio nella manifestazione di Gesù Cristo, completamente ed esclusivamente come il Padre di pietà e il Dio di ogni comforto”, così Marcione “fu sicuro che nessun'altra espressione circa Dio è valida, e invero che ogni altro è solo un errore del genere più grave e doloroso. Da qui egli proclamò questo Dio coerentemente ed esclusivamente come il buon Redentore, ma allo stesso tempo come il Dio Ignoto e l'Alieno. Egli è ignoto perchè in nessun senso può essere riconosciuto nel mondo e nell'uomo; egli è alieno perchè non esistono semplicemente nessun legame e nessun obbligo che connettono lui con il mondo e con l'uomo, con neppure lo spirito dell'uomo. Questo Dio entra nel mondo come uno straniero e un Signore alieno. Egli è un tremendo paradosso, e la religione stessa anche può solo essere esperita come tale se è da essere la vera religione e non una falsa religione. Ora, realmente e per la prima volta nella storia delle religioni, “lo sconosciuto e alieno Dio” era apparso, indotto dal compassionevole amore soltanto, in una missione redentrice in un mondo che non lo riguardava per nulla, perchè egli non vi aveva creato nulla. Coloro che nella loro pietà subalterna e timorosa avevano eretto altari agli “dèi alieni e sconosciuti” erano lontani dal pensare ad un tale Dio come questo, e così lo erano gli ebrei che avevano vissuto sotto l'incantesimo della Legge e le minacce dei Profeti. “L'uomo che proclamò questo Dio era il cristiano Marcione di Sinope. Tutti i cristiani di quel tempo credevano di essere alieni sulla terra. Marcione corresse questo credo: è Dio che è l'alieno, che li sta trascinando fuori dalla loro patria di oppressione e miseria in una casa paterna completamente nuova, una casa che non era neppure stata immaginata in precedenza.”
(A. v. Harnack, Marcion, letto attraverso Marcion and the Dating, M. Vinzent, pag. 135-136, mia libera traduzione)


Scrive il prof Vinzent:
Solo qualche tempo dopo narrazioni apologetiche (anti-)marcionite raffigurano un quadro di una distanza tra lui e l'ortodossia, un golfo che doveva crescere in un incolmabile abisso. La realtà storica, comunque, fu presumibilmente più complessa di questa. Prima che Marcione fu reso l'“arci-eretico”, egli sembra di essere stato l'arci-teologo, “il fondatore di una religione” e di un nuovo culto, il Cristianesimo.
(ibid., pag. 135, mia libera traduzione)
Lo shock creato dal primo vangelo, almeno nella sua prima esegesi pubblica data, fu provocato dall'enorme abisso tra un Dio Ignoto e Alieno e un mondo di deprecabile orrore senza fine e redenzione alcuna.

La comunità cristiana di Roma si risvegliò dovendo affrontare gli ''angeli di Satana'' che le svolazzavano attorno, tentando di dividere la Chiesa nascente. Quella comunità doveva reagire contro colui che il protocattolico Policarpo definì l'anticristo, il diavolo e il ''primogenito di Satana''. Le sfide ellenistiche introdussero un'identità ecclesiastica a malapena definita e decisa, accademicamente riassunta come ''proto-ortodossia'' o ''proto-cattolicesimo''.


Ma per rimediare a quello shock iniziale, visto che era troppo grande da sopportare, troppo radicale nelle stesse premesse (e per gli stessi cristiani!), si preferì un altro shock più mitigato ma non meno radicale e rivoluzionario del primo, quello che espressamente turbò i sogni dei greco-romani come Luciano di Samosata: l'esaltazione imperiale di un'altrimenti totalmente oscura, anonima - solo allora divenuta necessaria -, evanescente figura di messia ebreo pienamente divino e, contro Marcione, pienamente umano.

Una figura tanto insignificante e irrilevante quanto il suo supposto luogo di provenienza: Nazaret. [1]

Non stupisce allora che Luciano temeva, e disprezzava in tutta risposta, “il tizio che ancora adorano, l'uomo crocifisso in Palestina perchè introdusse questa nuova religione nel mondo”.

L'esaltazione di Gesù divenne tanto più alta nei nostri quattro vangeli canonici tanto più doveva servire a sostituire il precedente abisso tra Gesù e il mondo con un nuovo abisso, non meno insuperabile e paradossale del primo: tra l'umanità di Gesù e il suo Regno celeste.

Il precedente abisso, introdotto col primo vangelo, servì a dividere un (ancora) incorporeo Gesù da un mondo di deprecabile orrore senza fine che non fu creato dal vero dio.

Ma i quattro vangeli canonici scritti in reazione al primo vangelo, Mcn, servirono a colmare il precedente abisso sostituendolo con un nuovo abisso non meno radicale e contro-culturale del primo nelle sue più recondite mire: quello tra la semplice umanità di un “Gesù storico” - solo a quel punto venuto pienamente alla luce - e le estreme, vertiginose altezze metafisiche del suo imminente e già fin d'ora presente Regno celeste e trascendente, a suggellarne la definitiva exaltatio imperiale (secondo le convenzioni letterarie dell'epoca) e nel contempo, quasi per costruzione, il crepuscolo inevitabile del vecchio ordine classico. Perchè quel nuovo “Gesù storico” appena ideato era diverso da ogni altro “Peregrino Proteo”, guru, avatar o semidio evemerizzato sulla Terra, nella misura in cui non riservava loro alcuno statuto ontologico nel suo prossimo celeste Regno a venire.
L'apostolo più necessario. - Tra dodici apostoli, uno deve sempre essere duro come la pietra, affinchè su di lui possa costruirsi la nuova chiesa.
(Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, aforisma 76)


[1] Di solito si sente dire dai folli apologeti cristiani che Nazaret esisteva nel I secolo E.C. ''perchè tutti gli studiosi dicono così''. Eppure un recente studioso accademico storicista, nonchè prete cattolico, nonchè sostenitore dell'autenticità ''parziale'' del Testimonium Flavianum (sic!), è del parere opposto:

La successiva osservazione riguardante l'arrivo di Gesù da Nazareth (Mc 1:9b) è in realtà piuttosto strana. Non c'è traccia dell'uso del nome 'Nazareth' prima della composizione del vangelo marciano. Questo nome non occorre nè nelle fonti bibliche e neppure nelle fonti extrabibliche pre-cristiane. Non fu mai menzionato da Flavio Giuseppe nei suoi dettagliati resoconti della sua attività in varie parti della Galilea. Inoltre, non fu menzionato nè nelle lettere di Paolo e neppure nel secondo riferimento di Marco alla città natale di Gesù (Mc 6:1-6).
Pertanto, è ragionevole supporre che il nome 'Nazareth' (Mc 1:9b) è in realtà un nome artificiale, che è stato creato da Marco al fine di illustrare la successiva idea di Paolo delle sue radici tipicamente ebraiche (Gal 1:13). Marco ha combinato questa idea con quella dell'origine ebraica e identità davidica di Gesù 'secondo la carne' (Rm 1:3; cfr Mc 1:9), a differenza della sua identità di Figlio di Dio rivelato 'secondo lo Spirito di santità' (Rm 1:4; cfr Mc 1:10-11). Pertanto, l'evangelista ha creato il nome artificiale 'Nazareth', che per mezzo di assonanze linguistiche, ricordando la parola ebraica
נשר (nēser) che fu utilizzata nel testo messianico ben noto in riferimento al 'germoglio' di Jesse (Is 11:1 MT), illustra l'idea delle radici tipicamente ebraiche di Paolo (Gal 1:13), così come quella di Gesù appartenente alla discendenza di Davide (Rm 1:3).Un simile uso  artificiale, non semplicemente geografica, del nome 'Nazareth' (Mc 1:9) si può trovare anche in un altro testo Marciano, in cui la corrispondenza semantica strana di per sé, suggerita dall'evangelista, tra i termini "Nazaret ' e 'figlio di Davide' è costitutiva per la logica narrativa della storia:   Ναζαρηνός   Υἱὲ  Δαυὶδ ('di Nazaret' 'figlio di Davide': Mc 10:47).Si può sostenere che nel suo riferimento allusivo al testo profetico-messianico Is 11:1, che fu utilizzato secondo la logica di Rom 1:3 al fine di illustrare l'identità davidica di Gesù (Mk 1:9), Marco fu influenzato da Paolo, che nella stessa lettera ai Romani citava un relativo testo di Isaia riguardante 'la radice di Jesse' (Is 11:10) come riferente profeticamente a Gesù (Rom 15:12).L'osservazione a quanto pare superflua che Nazaret si trovava in Galilea (Mc 1, 9b) illustra il fatto che le origini ebraiche di Paolo (Gal 1:13) si potevano ritrovare nella diaspora (Gal 1:17c). Coerentemente, per mezzzo della procedura ipertestuale di traslazione spaziale la Galilea marciana rappresenta generalmente il territorio dei Gentili, specialmente quelli tra cui gli ebrei vivono in una diaspora.
La  successiva, abbastanza sorprendente immagine di Gesù che viene da solo dalla lontana Galilea al solo scopo di ricevere l'immersione nell'acqua in stile ebraico (Mc 1:9bc; diversamente 1:5) mediante la procedura ipertestuale di interfiguralità illustra la successiva dichiarazione di Paolo che egli avanzò nel giudaismo più di molti dei suoi contemporanei nel suo popolo, essendo molto più zelante delle tradizioni ebraiche (Gal 1:14).
(Bartosz Adamczewski, The Gospel of Mark, A Hypertextual Commentary, pag. 38-39, mia libera traduzione)


mercoledì 18 febbraio 2015

Chi cominciò la Reductio ad Paulum? (Risposta: il Mus Ponticus)


FRODI PIE: Sante furfanterie, religiose menzogne, devote imposture di cui il clero si serve molto legittimamente per alimentare la pietà del volgo, per far valere la buona causa, per nuocere ai nemici contro i quali, come è noto, tutto è permesso.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)



Vorrei accingermi a fare un breve e sintetico riepilogo su Galati 1-2, il solo testo di tutto l'intero Nuovo Testamento che ci permette di affacciarci su almeno qualcosa di storicamente dinamico relativamente ai primi secondi del Big Bang cristiano nel I secolo.

Tanto per cominciare, mi colloco con queste premesse:
1) Marcione scrisse il primo vangelo. Tutti gli altri vangeli, compreso Marco, sono successivi a quello di Marcione.
2) nella relazione tra Marcione e le lettere di Paolo, tutte le ipotesi sono equamente possibili e probabili (che Marcione mutilò Paolo, che Marcione riscoprì il vero Paolo, che Marcione inventò da zero Paolo).


Ecco il testo di Galati 1-2 come lo leggiamo oggi.
1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n’è un altro, se non che vi sono lcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei
servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. 13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e
rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mento. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23avevano soltanto sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere». 24E glorificavano Dio per causa mia.
2 1Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione.
Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano. 3Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.
6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti – 9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. 10Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.
11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.
14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».

Togliamo prima le ovvie più evidenti interpolazioni protocattoliche relative alla favola di Paolo persecutore.

Questa è la ricostruzione di Van Manen (storicista):
1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7 Non ce n’è un altro, ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei
servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

 15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e
rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non
Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mento. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo;

2 1Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione.
Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano. 3Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.
6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti – 9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. 10Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.
11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.
14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».
Secondo il dr Hermann Detering (miticista), il testo rimanente andrebbe purificato dalla sporcizia proto-cattolica ancor più nel modo seguente:
1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo che resuscitò sé stesso dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre e dal nostro Signore Gesù Cristo, 6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati nella grazia voi passiate a un altro vangelo. 7 Non ce n’è un altro, ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il mio vangelo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello del Dio di questo eone? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.

2 1Quattordici anni dopo, andai a Gerusalemme portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione.
Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti. 3Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.
6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i
non circoncisi 
9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me la destra, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi.
11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungesse, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo che venne, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.
14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».
Spero di aver colto tutte le sfumature (è un peccato che il dr. Detering non abbia scritto la sua ricostruzione finale in inglese, dunque probabilmente avrò mancato qualcosa).

Questa invece è la ricostruzione finale di Roger Parvus (miticista).
1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo che risorse dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei
servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.15Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e
rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non
Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mento. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia.

Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.

11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a
tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.
14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».
Ora, qello che segue è un mio piccolo, embrionale esperimento, fatto con i miei logori strumenti a disposizione. Nella seguente tabella ho messo nella prima colonna il testo di Marco (primi sei capitoli) e la sua fonte midrashica corrispondente, cioè Galati 1-2 (come dimostrato dal prof Adamczewski). Come il lettore noterà, non ho evidenziato in grassetto tutto il testo di Marco 1-6, ma solo quelle parti che condividono un tema comune con un brano analogo che presumo essere presente, grazie a questa fonte, nello stesso Vangelo di Marcione (spero di aver catturato tutte le corrispondenze). Non so se quella fonte è ancora valida, dato che quest'anno vede più di uno studioso pubblicare la sua fresca ricostruzione del Vangelo marcionita nuova di zecca.
1Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
2Come sta scritto nel profeta Isaia:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
3Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri,
4vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di
conversione per il perdono dei peccati. 5Accorrevano a lui tutta la regione della
Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel
fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di
cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele
selvatico. 7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non
sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con
acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo
di Gesù Cristo che resuscitò sé stesso dai morti, 2e tutti i fratelli che
sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre e
dal nostro Signore Gesù Cristo,
6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati nella grazia voi passiate a un altro vangelo. 7 Non ce n’è un altro, ma vi sono
alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il mio vangelo. 8Ma se anche noi
stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello del Dio di questo eone? O cerco
di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei
servitore di Cristo!
11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello
umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione
di Gesù Cristo.
9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel
Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo
Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu
sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
12E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta
giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il
vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete nel Vangelo».
16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone,
mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite
dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo
seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni
suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò.
Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro
a lui.
13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un
tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo,
14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali,
accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15Ma quando Dio, che mi
scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di
rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza
chiedere consiglio a nessuno,
21Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga,
insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro
come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi
era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo:
«Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo
di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito
impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore,
tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo,
dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua
fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in
compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre
e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per
mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli
indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano
affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di
parlare, perché lo conoscevano.
35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un
luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle
sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro:
«Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo
infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe
e scacciando i demòni.
40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se
vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse:
«Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu
purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse:
«Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri
per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per
loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto
che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in
luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
2 1Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si
radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed
egli annunciava loro la Parola.
3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non
potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel
punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era
adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti
sono perdonati i peccati».
6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla
così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». 8E subito Gesù,
conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate
queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono
perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora,
perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla
terra, 11dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
12Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e
tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di
simile!».
16di
rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza
chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano
apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
13Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro.
14Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:
«Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
15Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano
a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano.
16Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani,
dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai
peccatori?». 17Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno
del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
18I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui
e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano,
mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19Gesù disse loro: «Possono forse
digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo
con loro, non possono digiunare. 20Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro
tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. 21Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza
su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa
vecchia e lo strappo diventa peggiore. 22E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi,
altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri
nuovi!».
23Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli,
mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. 24I farisei gli dicevano:
«Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». 25Ed egli
rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel
bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? 26Sotto il sommo sacerdote Abiatàr,
entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se
non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». 27E diceva loro: «Il sabato è
stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! 28Perciò il Figlio dell’uomo è
signore anche del sabato».
3 1Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano
paralizzata, 2e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
3Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!».
4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male,
salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con
indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la
mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli
erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e
rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non
Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non
mento.
7Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta
folla dalla Galilea. Dalla Giudea 8e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il
Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva,
andò da lui. 9Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa
della folla, perché non lo schiacciassero. 10Infatti aveva guarito molti, cosicché
quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. 11Gli spiriti impuri,
quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!».
12Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.
13Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui.
14Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli
a predicare 15con il potere di scacciare i demòni. 16Costituì dunque i Dodici: Simone,
al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni
fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; 18e
Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo,
Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.
20Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano
neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo;
dicevano infatti: «È fuori di sé».
22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto
da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li
chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un
regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è
divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si
ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno
può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega.
Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà
perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno;
29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è
reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».
31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e
le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e
chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a
lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui
per me è fratello, sorella e madre».
4 1Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla
enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre
tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e
diceva loro nel suo insegnamento: 3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare.
4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la
mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra;
e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole,
fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi
crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono
e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per
uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo
interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del
regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».
13E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere
tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Quelli lungo la strada sono
coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene
Satana e porta via la Parola seminata in loro. 16Quelli seminati sul terreno sassoso
sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, 17ma non
hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche
tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Altri sono
quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma
sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte
le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Altri ancora
sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola,
l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».
21Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o
sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla
di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba
essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
24Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la
quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25Perché a chi ha, sarà
dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno;
27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso
non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il
chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce,
perché è arrivata la mietitura».
30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale
parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene
seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma,
quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa
rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come
potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi
discepoli spiegava ogni cosa.
35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra
riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano
anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si
rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul
cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che
siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il
vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non
avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro:
«Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
5 1Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. 2Sceso dalla barca,
subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
3Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato,
neanche con catene, 4perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva
spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo.
5Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva
con pietre. 6Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi 7e, urlando a gran
voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome
di Dio, non tormentarmi!». 8Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da
quest’uomo!». 9E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione –
gli rispose – perché siamo in molti». 10E lo scongiurava con insistenza perché non li
cacciasse fuori dal paese. 11C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al
pascolo. 12E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi».
13Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la
mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel
mare.
14I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle
campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. 15Giunsero da Gesù,
videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto
dalla Legione, ed ebbero paura. 16Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa
era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 17Ed essi si misero a pregarlo di
andarsene dal loro territorio.
18Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di
poter restare con lui. 19Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai
tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per
te». 20Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva
fatto per lui e tutti erano meravigliati.
21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22Ma non ero
personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23avevano
soltanto sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la
fede che un tempo voleva distruggere». 24E glorificavano Dio per causa mia.
21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno
molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di
nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con
insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia
salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto
sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun
vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e
da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le
sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo
corpo che era guarita dal male.
30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò
alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu
vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». 32Egli guardava
attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e
tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse
tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii
guarita dal tuo male».
35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a
dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito
quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!».
37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni,
fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide
trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi
agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma
egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che
erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le
disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la
fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da
grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo
e disse di darle da mangiare.
2 1Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di
Bàrnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione.
Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle
persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano.




1Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il
sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti
e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è
stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il
falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?
E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma
Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi
parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose
le mani a pochi malati e li guarì. 6E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
3Ora neppure Tito, che
era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i
falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo
in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non
sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a
rimanere salda tra voi.




7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli
spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un
bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non
portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi
finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi
ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come
testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse,
13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
14Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso.
Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare
prodigi». 15Altri invece dicevano: «È Elia». Altri ancora dicevano: «È un profeta,
come uno dei profeti». 16Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che
io ho fatto decapitare, è risorto!».
17Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva
messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva
sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie
di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non
poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava
su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
21Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un
banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i
notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a
Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e
io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse
anche la metà del mio regno». 24Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo
chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25E subito, entrata di
corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio,
la testa di Giovanni il Battista». 26Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento
e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e
ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in
prigione 28e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la
diede a sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il
cadavere e lo posero in un sepolcro.
30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che
avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in
disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti
quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li
videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro,
perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte
cose. 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il
luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le
campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». 37Ma egli
rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a
comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38Ma egli disse loro:
«Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due
pesci». 39E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero, a
gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al
cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li
distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà, 43e
dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci.
44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non
m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli
a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i
non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito
in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti –
9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne,
diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo
tra le genti e loro tra i circoncisi. 10Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed
è quello che mi sono preoccupato di fare.
11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché
aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli
prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo che vennero, cominciò a evitarli e a
tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono
nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.
14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del
Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani
e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera
dei Giudei?».
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Ad ogni caso, il mio scopo è vedere un eventuale fatto curioso. 

Se Marco ha copiato midrashicamente e in stretto ordine sequenziale da Galati 1-2 per quanto riguarda i capitoli 1-6, e considerato che Galati 1-2 sono le parti di Paolo che conosco praticamente a memoria tanto importanti costituiscono per quel poco che ci permettono di vedere sulle origini cristiane del I secolo, e alla luce del fatto che Marcione, secondo il prof Klinghardt e il prof Vinzent, scrisse il primo Vangelo appena prima di Marco, dovrei allora aspettarmi che fu da Marcione che ''Marco'' attinse l'idea di prendere le lettere di Paolo come fonte di ispirazione sul suo Gesù letterario (facendo del suo vangelo nient'altro che un'agiografia di Paolo sotto le mentite spoglie di ''Gesù'').

Si noti che ho messo in neretto, del testo paolino, le parti che Detering ritiene appartenenti al testo marcionita.

Ebbene, osservando prima facie il parallelismo tra il testo in neretto di Marco e il testo paolino corrispondente, emerge che l'idea di attingere da Paolo in ordine strettamente sequenziale potrebbe benissimo essere una caratteristica del Vangelo di Marcione, fatta propria da ''Marco'' allorchè scrisse il vangelo di Marco. Come si vede, Marco si sta basando sul Paolo cattolicizzato (assumendo con Detering che il testo non in grassetto della seconda colonna costituiscano le interpolazioni del falsario protocattolico) perchè lui, Marco, era un protocattolico che si fingeva paolino (allo stesso modo in cui Matteo era un astuto protocattolico che si fingeva giudeocristiano).

Dunque le fasi in ordine cronologico sarebbero le seguenti:

Marcione ha tra le mani il Paolo marcionita (al di là se fu lui il suo creatore, oppure il suo fedele collettore, oppure il suo traditore).

Marcione scrive il suo vangelo facendo del midrash dal suo Paolo marcionita.

I protocattolici prima falsificarono il Paolo marcionita, creando Galati come lo conosciamo oggi.

E dopo Marco riprese la medesima Reductio ad Paulum inaugurata da Marcione col suo vangelo e le sue lettere, colmando i buchi delle lettere marcionite e delle loro corrispondenze evangeliche tramite le sue personali aggiunte (ad esempio, si veda il racconto della danza di ''Salomè'' alias Barnaba).
Perciò la domanda più interessante a questo punto è la seguente:
Perchè Marco era letteralmente ossessionato più di Marcione con la Reductio ad Paulum nel suo vangelo?

Perchè Marco, il protocattolico Marco, voleva rassicurare i propri lettori che Paolo era precursore del Vangelo di Marco, e non del Vangelo di Marcione (che pure aveva inaugurato per primo la paolinizzazione di ''Gesù'').

Nessuno studioso potrebbe riuscire a spiegare questa autentica OSSESSIONE da parte di Marco nella ferrea applicazione fino in fondo di una radicale Reductio ad Paulum, se non vedendo in quella medesima radicale Reductio ad Paulum il miglior strumento letterario a sua disposizione per vincere Marcione nel suo stesso terreno: la paolinizzazione - che è pure una cooptazione - del ''Gesù'' letterario. [1]

Facendo a gara con Marcione su chi sarebbe riuscito a paolinizzare di più il Gesù letterario, Marco intese in questo modo strappare dalle mani di Marcione la pretesa di appellarsi all'autorità dell'Impressionante Colossale Apostolo. Col vangelo di Marco, creato da un protocattolico per i protocattolici, i marcioniti non potevano più dire che Paolo e il vangelo di ''Gesù''/Paolo fosse di loro esclusiva competenza.

Dunque il grande trucco di Marco è di essere riuscito a spacciarsi per legittimo vangelo paolino al posto del più antico vangelo di Marcione (il primo genuino paolino della Storia degno di questo nome), emulando in questo la finzione di Matteo che si spacciò per giudeocristiano quando invece era solo un protocattolico desideroso di cooptare ebioniti e giudaizzanti nella nascente Grande Chiesa.

Per vedere se i miei sospetti sono fondati, dovrò però aspettare le pubblicazioni della ricerca scientifica più recente da parte dei prof Klinghardt e Vinzent che argomentano a favore della priorità del Vangelo di Marcione rispetto a tutti gli altri vangeli sinottici. A quel punto sarò ancora più convinto che sì, se Marcione fu il primo a scrivere un vangelo, fu anche il primo a paolinizzare ''Gesù''. E se paolinizzò Gesù, allora la ragione è sicuramente perchè per Marcione l'angelo Gesù, essendo privo di carne, di cervello, di ossa e di sangue, si era riflesso solo e soltanto nell'uomo chiamato Paolo: solo attraverso la rivelazione di Paolo si poteva sapere qualcosa di quell'angelo caduto dal cielo. 
E chi fu Paolo per Marcione?

Così il prof Detering:
Si potrebbe dire che Paolo è l'immagine trasfigurata di Simone tra i legittimi discepoli e seguaci di Simone, Marcioniti, gnostici, ecc (ricordiamo che il nome "Simone" non appare significativamente da nessuna parte in tutte le opere di Marcione!); ... E Simone, d'altra parte, sta per l'immagine della stessa persona [Paolo], sempre più consumato dalle polemiche, anche come l'Anticristo, per gli avversari di Simone, i giudaizzanti.
(The Falsified Paul, pag. 146, mia libera traduzione)

Perchè Paolo sarebbe un nome ''trasfigurato''?

A differenza di Parvus, che vede nel nome ''Paolo'' un'etichetta ingiuriosa di matrice proto-cattolica, io penso che difficilmente questa ingiuria sarebbe passata inosservata presso Marcione se Marcione avesse brandito così fieramente il SOLUS PAULUS. Paolo non fu un cives romanus (quella era un'invenzione del falsario autore di Atti in cerca di raccomandazione presso i romani) nonostante poteva essere stato amico dei romani.  Perciò, se il nome Paolo non fu un cognomen di merito che acquisì l'apostolo per essere un romano affiliato ad una particolare gens (alla gens Pauli come Flavio Giuseppe fu adottato dalla gens flavia?), se il nome di Paolo non fu un'offesa protocattolica (intesa a fare il verso alla presunta grandezza di Simon Mago), allora ''Paolo'' dev'essere il nome dello sgorbio umano per antonomasia, dell'aborto per eccellenza, dello scarto umano di tutta la creazione di un dio giusto ma crudele, coll'unico merito di essere riscattato da un altro dio.
Inoltre, che il nome di Paolo potrebbe già essere concepito in senso figurato dallo scrittore delle lettere paoline si vede chiaramente in 1 Corinzi 15:9, dove Paolo parla di sé stesso come l'ultimo e il più piccolo, come un aborto spontaneo per così dire. B. Bauer ha correttamente commentato su questo: “Egli è l'ultimo, l'imprevisto, la conclusione, il caro annidato. Anche il suo nome latino, Paolo, esprime piccolezza, che è in contrasto con la maestà a cui è elevato dalla grazia nei passaggi precedenti della lettera.
Bauer giustamente richiama l'attenzione sul significato teologico del concetto di piccolezza. In realtà, al di là di Bauer, che ancora non aveva questa connessione in vista, si deve considerare che, proprio per i marcioniti e ovviamente già per i Simoniani pure, ai quali questo risale - la parola “Paolo”, esprimeva tutto ciò che costituiva il nucleo della loro teologia e per cui le lettere di Paolo offrono continua testimonianza. Dov'è la liberamente occorrente, inannunciata e incondizionata elezione per grazia meglio illustrata che proprio dall'inferiore, l'incompleto, da un bambino, da un piccolo?

(The Falsified Paul, pag. 146-147, mia libera traduzione)



[1] che per me è tutt'uno col cosiddetto ''Gesù storico''.