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venerdì 28 febbraio 2020

Il Cristo e Gesù


Il Dio di Coincidenza

Può qualcuno negare che

Una cosa dopo l'altra

In sequenza e logica

Mai vista prima

Non può essere che la

Interferenza di un Dio

Determinata a provare che

Ognuno che pretende

Di conoscere ora

Una cospirazione è

Demente?

(Kent Murphy)

Mai fidarsi di un libro che ti indica come una pecora, perché probabilmente è stato scritto dai lupi.
(Anonimo)

Relativamente a Gesù, l'umanità si divide in tre categorie:

1) Quelli che non ne hanno mai inteso parlare.

2) Quelli che ne hanno inteso parlare, ma non si pronunciano.

3) Quelli che si pronunciano, o a favore della sua storicità, oppure della sua non-storicità.

Solo il terzo gruppo ci interessa. Esso si divide in due sottogruppi: gli storicisti e i miticisti.

Il sottogruppo degli storicisti si divide a sua volta in due categorie: quello del fideismo e quello dell'evemerismo.

I fideisti hanno la fede. Credono nella realtà di Gesù Cristo, dio e uomo nello stesso tempo. Nel novero dei fideisti, troviamo i credenti che appartengono alle chiese cristiane, e i credenti che si dicono cristiani, ma non appartengono ad alcuna chiesa. Questi ultimi sono di solito così presuntuosi che, per distinguersi dagli altri, chiamano «sapienza» la loro fede. Ma nella realtà non c'è alcuna differenza. Anche se resteranno per sempre all'oscuro della verità su Gesù, la vista del Cristo freddo ed impalpabile dell'uomo chiamato Paolo, totalmente impercettibile dietro il suo muro fatto d'eternità, susciterà sempre in loro una certa inspiegabile inquietudine.  

Almeno in questo blog, i fideisti sono etichettati tutti quanti, senza distinzione di sorta, «folli apologeti cristiani». In quest'espressione, ciò che è più irrisorio e volutamente offensivo non è l'attributo di follia (dopotutto la follia, intesa come espressione di libertà — docet Erasmo — potrebbe presentarsi in una luce positiva, quantomeno per far ridere), bensì l'accusa di apologia. Gli apologeti cristiani sono letteralmente «bugiardi per Cristo», perché nei castelli di carte che costruiscono, c'è sempre almeno una carta goffamente fuori posto suscettibile di far collassare nel ridicolo i loro patetici tentativi di possedere la «verità».

E quel che è peggio, questo gli apologeti lo sanno. Pertanto mentono deliberatamente e spudoratamente.

Gli evemeristi si classificano in due gruppi:

A) per il primo gruppo, Gesù è un uomo del I° secolo che è stato idealizzato, divinizzato dalle generazioni successive.

B) per il secondo gruppo, Gesù è il nome dato ad un uomo del I° secolo che non si chiamava necessariamente Gesù, e che non era un pacifista, ma un sedizioso. Il ricordo glorioso che ha lasciato nella memoria dei suoi contemporanei è stato recuperato dagli inventori di un culto successivo.

Tra gli evemeristi che trattengono l'ipotesi di un uomo del I° secolo di nome Gesù, il più rappresentativo è l'agnostico Bart Ehrman (Errorman per i nemici). Quelli che vedono in Gesù un rivoluzionario ebreo sono rappresentati da Frans Vermeiren, Eric Laupot, Daniel Unterbrink, Lena Einhorn.

Il sottogruppo della non-storicità è formato da una sola categoria, quella del miticismo. I miticisti pensano che Gesù Cristo sia un personaggio fittizio, collocato arbitrariamente nel quadro storico del I° secolo Era Comune da coloro che l'hanno inventato in un tempo più recente, successivo a quello dei suoi originari adoratori. I miticisti si dividono tra:

1) coloro che vedono nel Gesù dei vangeli la rappresentazione umana del Sole, e che si attengono a questa sola spiegazione: Gesù sarebbe il Sole storicizzato. Il rappresentante più ridicolo di questa schiera di goffi dilettanti è un tizio che scrive sotto il buffo nomignolo di Pier Tulip. Essi sono esecrati in questo blog.

2) quelli che vedono nel Gesù Cristo dei vangeli l'adattamento di un giudaismo ellenizzato al nuovo ordine mondiale scaturito dalla distruzione di Gerusalemme nel 70 E.C. Gesù sarebbe un arcangelo rivelatore ebraico storicizzato. I principali rappresentanti di questa corrente sono il dottor Richard Carrier e R.G. Price.

3) quelli che vedono nel Gesù dei vangeli il frutto di una contro-esegesi giudaizzante che fa uso dell'esegesi gnostica nata tra ex noachidi già prima dell'Era Comune. Il Gesù dei vangeli sarebbe il Serpente della Genesi storicizzato.
Il grande miticista rappresentante di quella corrente, nella sua solitaria grandezza, è Jean Magne.

Nel dominio scientifico, l'onere della prova pesa su coloro che rivendicano un fatto. Sia gli storicisti che i miticisti rivendicano ciascuno il proprio fatto. Nel caso degli storicisti, la loro ipotesi implica una conseguenza logica: ricercare una prova inconfutabile del passaggio di Gesù (che fu chiamato Cristo) nella storia degli uomini. Nel passato reale.

L'ipotesi miticista dipende dall'assenza di suddetta prova. Il fatto che Gesù è totalmente privo di una tale prova decisiva, a differenza di altre figure del passato per le quali esiste eccome una prova del genere, non è una ragione sufficiente per negare Gesù come figura storica.  Nell'assenza di quella prova decisiva, toccherà allora ai miticisti spiegare come e in quali circostanze storiche il mito di Gesù è stato elaborato.  Più precisamente, il miglior miticista sarà colui — non poteva non essere che lui — che, o scopre in maniera inconfutabile la precisa ragione del perché qualcuno si mise a tavolino a scrivere una storiella...

...oppure, non potendo trovare quella ragione, scopre nella suddetta storiella la prova inconfutabile:

A) di una polemica, condotta da questo anonimo scrittore, contro altri cristiani che negavano, proprio al tempo in cui lui scriveva, che il suo stesso Gesù fosse stato crocifisso sulla Terra;

B) oppure, di una modifica del mito «che permise la trasformazione del dio Gesù in uomo e di un racconto sacro in racconto reso storico» (G.Ory, Le Christ et Jésus, pag. 235).   

A pensarci bene, c'è da interrogarsi sulle ragioni di una modifica del genere, nel suo complesso. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto prendere per un rivelatore terreno un essere che sa trasformarsi nelle sembianze di qualsiasi cosa che abita nei cieli inferiori, e che conosce da ultimo i segreti dei morti, nonché della morte stessa, per la crocifissione celeste da lui subìta ad opera dei perfidi «Arconti di questo eone» (1 Corinzi 2:6-8) ? Chi mai sarebbe stato così tanto audacemente blasfemo da far scendere sulla Terra un dio che operava unicamente in Cielo ?

Non avrebbero avuto in origine del Cristo, del Figlio di Dio, quella dolorosa, perpetua consapevolezza che fosse stato condannato a dimenarsi sulla croce cosmica, celeste, su cui quelli sciocchi Arconti lo avevano infilzato, senza conoscere la sua vera identità ? E ora invece, si sentono voci, voci triviali, gli stupidi hoi polloi, rozze dicerie e mero sentito dire, sulla crocifissione dello stesso divino essere... ...in Giudea. «Quaggiù», grida uno, «credo di aver trovato qualcosa che possiamo dare a quelli stupidi cani. Qualcosa di buono. Sono stufo dei loro interminabili guaiti».

Ecco, in breve, la Dimostrazione della inesistenza storica di Gesù.

1) Il Più Antico Vangelo è quello utilizzato dall'eresiarca Marcione, l'Evangelion.

2) L'Evangelion esordiva così:
L'anno 15 del principato di Tiberio, Cristo, disceso dal Cielo, apparve a Cafarnao, città della Galilea.
3) Le parole «città della Galilea» costituiscono un'aggiunta postuma, dal momento che, come spiega Eracleone (Frammento 11):
...«discese» non è detto per nulla. Cafarnao, significa le parti più remote del mondo, il regno materiale in cui egli discese.
...Cafarnao non è in realtà una città della Galilea, ma le parti più inferiori del mondo, il luogo della desolazione, gli inferi, l'Ade o Sheol.

4) Perciò, per il punto 2 e il punto 3, l'incipit originario dell'Evangelion suonava così:
L'anno 15 del principato di Tiberio, il figlio del dio Chrestos apparve nel luogo della desolazione.
5) Secondo la mitologia antica, sia greca che ebraica, solo le anime dei morti potevano accedere agli inferi.

6) Per il punto 4 e il punto 5, Gesù doveva già essere morto, quindi morto in croce, prima della discesa nello Sheol.

7) Siccome la discesa di Gesù sulla Terra è descritta nel resto dell'Evangelion e non al suo esordio (per il punto 4), allora, prima di discendere nello Sheol, Gesù non era ancora sulla Terra.

8) Prima della discesa nello Sheol, Gesù non poteva essere crocifisso nello stesso Sheol, per il punto 5.

9) Il solo luogo dove Gesù poteva essere crocifisso, per poi avere libero accesso nello Sheol (per il punto 5), non è lo Sheol (per il punto 8), non è la Terra (per il punto 7), ma può soltanto essere il Cielo.

10) Perciò, per il punto 9, essendo la crocifissione di Gesù accaduta in Cielo per il Più Antico Vangelo, Gesù non è mai esistito storicamente. 

Il corollario di questa Dimostrazione è che l'autore anonimo del Più Antico Vangelo aveva sviluppato la concezione che era di Paolo e dei primi cristiani, descritta in figura:


...aggiungendovi unicamente la descrizione della predicazione di Gesù nello Sheol, precisamente dopo la sua morte nei cieli inferiori:



 Come effetto di quella predicazione, Gesù ascese dallo Sheol assieme alle anime dei morti destinati a risorgere con lui per avere accolto il suo nuovo insegnamento. Traccia di quella ascesa collettiva dagli inferi, è stata preservata dallo stesso Marcione, per bocca del folle apologeta cristiano Ireneo:

Marcion dixit, Cain et eos qui similes sunt ei, et Sodomites, et Aeqyptios, et similes eis, et omnes omnino gentes, quae in omni permixtione malignitatis ambulaverunt, salvatas esse a Domino, cum descendisset ad inferos, et accurrissent ei, et in suum assumpsisse regnum; Abel autem et Enoch, et Noe, et reliquos justos, et eos qui sunt erga Abraham Patriarchas, cum omnibus Prophetis, et his qui placuerunt Deo, non participasse salutem, qui in Marcione fuit serpens praeconavit. Quoniam enim sciebant, inquit, Deum suum semper tentantem eos, et tunc tentare eum suspicati, non accurrerunt Jesu, neque crediderunt annuntiation ejus: et propterea remansisse animas ipsorum apud inferos dixit.
(Adv. Haereses 1:27). 

Per capirci, in sintesi:



Vi è per contro, da qualche parte, una prova inconfutabile della storicità di Gesù che, in un modo o nell'altro, avrebbe servito da modello al Gesù Cristo dei vangeli ? In altri termini, gli storicisti hanno ragione ?

Come scoprirà il lettore leggendo questa traduzione italiana, suddivisa in capitoli e sotto-capitoli, di un libro importante del miticista francese Georges Ory, la risposta a quella domanda è negativa. 

Georges Ory

Il Cristo 
Gesù

PREFAZIONE

Ci è voluta per approcciare il soggetto della storicità di Gesù molta saggezza perché, cosa curiosa per una storia così antica, è quasi impossibile parlarne senza passione — molta scienza, poiché la critica dei testi dei nostri giorni si è trasformata allo stesso ritmo dell'elettronica — infine, qualità che a torto è accusata di essere banale, un sacco di buon senso o, se si vuole chiamarlo con una parola più nobile,  di giudizio. Georges Ory non ha mancato ad una sola di queste leggi e questo quasi a sua insaputa. Ha vissuto per così tanti anni a contatto con gli scritti dei primi tempi del cristianesimo che ne è come impregnato, questa è la sua caratteristica. Si trova a suo agio con Marcione o con Ireneo come noi potremmo esserlo con Stendhal o con Jean-Paul Sartre. Si direbbe leggendo il suo libro che venti secoli siano passati e che appaiano attuali l'ignoranza di Tacito o gli errori di Svetonio: se ne possono trarre molte conseguenze sulla maniera con cui nascono e fioriscono le religioni.

Fin dall'inizio, fin dalla copertina, il titolo ci sorprende. Che vuol dire questo «e» posto tra il Cristo e Gesù? Vi sarebbero dunque due personaggi? L'argomentazione di Georges Ory per dimostrarcelo è rigorosa, si basa sulla linguistica (confusione tra Chrestos (buono) e Christus (unto), sul fatto che il nome di Gesù ci è arrivato per mezzo del greco (Iesous), sulla persistenza di san Paolo a non conoscere che il Cristo. «In seguito ad una lenta evoluzione del personaggio centrale della religione cristiana», dice George Ory, «Chrestos diventa Christus poi Gesù Cristo, in seguito è confuso con il Messia».

Avendo esplorato a fondo i testi pagani ed i testi ebraici, Georges Ory conclude che essi non contengono alcuna prova dell'esistenza terrena di Gesù. Non conosciamo la realtà della sua vita che per mezzo del Nuovo Testamento, ed è là che si rivelano curiosamente contradditorie le affermazioni dei testi evangelici.

Contraddittorie. È tutto là. La tesi di Georges Ory è costruita sui fatti precisi, su versi citati immediatamente seguiti dal loro opposto, su impossibilità di date. Fanno pensare alle difficoltà che ci ha raccontato Renan nei Souvenirs d'enfance quando si è dibattuto con l'autenticità del Libro di Daniele e con le date del Pentateuco. Qui, gli esempi abbondano, sia che si tratti della data della nascita del Cristo, fissata soltanto nel IV° secolo e per ragioni liturgiche — sia che si tratti delle ultime parole che avrebbe pronunciato Gesù sulla croce, riportate diversamente da Matteo: «Mio Dio, perché mi hai abbandonato?», e da Luca: «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno», o del tutto diverse ancora dai cosiddetti testimoni.

Si è almeno certi della lingua che parlava Gesù? L'aramaico, si è più volte sostenuto. George Ory propenderebbe piuttosto per il greco, le sinagoghe greche di Gerusalemme erano numerose, gli ebrei non parlavano più l'ebraico dal III° secolo prima della nostra era e la Galilea era circondata da grandi città greche. La nascita del cristianesimo in ambiente ellenico sarebbe quindi pressappoco certo, e ciò cambia molti punti di vista.

Ci sono questioni più serie e là, è di fede che si tratta. Tutto nella religione cristiana si basa sull'eucarestia. «Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue», affermazione che durante i secoli non è stata messa in discussione; noi apprendiamo che non si basa né su parole veramente pronunciate o simili, nemmeno sulla materialità di un pasto che Gesù avrebbe considerato il simbolo della sua filiazione divina. I quattro evangelisti non sono d'accordo. Giovanni assicura che l'ultimo pasto consumato dal Cristo è quello in cui egli ha lavato i piedi dei suoi discepoli — altri testi parlano di agnello (pasquale) e non di pane — san Paolo, più tardi, sarà il primo a introdurre la formula: «Pane + Vino = Corpo e Sangue del Signore», ma molto tempo prima il realista Cicerone non comprendeva come «le menti irragionevoli» potessero immaginarsi che il cibo che mangiano possa essere un dio. 

I Latini, d'altronde, non hanno manifestato di fronte alla nuova religione lo spirito comprensivo che ci si sarebbe potuto aspettare da parte loro. Era di certo naturale che una storia così complicata, così imprecisa — volontariamente o meno — suscitasse molta controversia tra gli storici latini, poiché, per principio, essi erano tutti ostili a quella che Tacito chiama «un'abominevole superstizione», ma non compresero nulla dal lato morale, diciamo umano, del caso, allorché, politicamente, erano ben obbligati ad occuparsene. Prima stranezza, un sacco di scrittori pagani del I° e del II° secolo, e non dei meno importanti (Seneca, Plutarco, Giovenale...) mantengono un silenzio assoluto sul Cristo e sulla setta che avrebbe fondato. Il primo testo conosciuto sarebbe la lettera di Plinio il Giovane a Traiano. Il governatore di Bitinia non sapeva quale condotta tenere verso questi esaltati che consideravano Cristo come un dio e, saggiamente, chiedeva ordini al suo padrone. Ma il caso è così ingarbugliato,  vi sono così tanti testi perduti, così tanti altri apocrifi, che si è giunti a domandarsi se questa famosa lettera sia proprio stata scritta da Plinio il Giovane.

Ma Tacito? Ma Svetonio? Uno scrive 87 anni dopo la crocifissione di Gesù, l'altro non conosce che le persecuzioni dell'anno 54. Nessuno dei due nomina Gesù, nessuno dà dettagli e date che possano concordare. Gli scrittori latini non possono esserci di alcun soccorso nella ricerca della verità storica.

Tutte queste oscurità, tutti questi abili sotterfugi per sistemare le cose — di cui non diamo qui che un semplice scorcio, ma che Georges Ory disvela in tutta la loro ampiezza — sono il punto di partenza di un grande punto interrogativo per il lettore.

Come mai, da così tanti misteri, da così tanti errori, ha potuto nascere una somma di dottrine che la Chiesa presenta come certezze? Georges Ory ci dimostra che il caso non è unico e che l'umanità ha fatto con entusiasmo errori così evidenti da Omero fino a Guglielmo Tell. Questo è vero ma è meno dannoso immaginare gli aedi che cantano l'aurora dalle dita di rose rispetto a credere che una donna abbia generato un dio. Georges Ory avanza l'idea che la Passione del Cristo — quello che lui chiama «l'enigma della Passione» — dall'arresto fino alla resurrezione e persino all'ascensione è la pietra angolare che spiega la messa in opera dell'immensa impalcatura che ha non soltanto sostenuto ma anche stabilizzato la leggenda.

Quando ci si pensa, in effetti, 

— che nessun testo dà la stessa ora per la crocifissione del Cristo, 

— che, secondo gli Atti degli Apostoli, sono i giudei che fecero scendere Gesù dalla croce e non Giuseppe d'Arimatea,

— che i sinottici parlano di una pietra che chiude la tomba mentre Giovanni non vi fa nemmeno allusione,

— che Marco, il primo in ordine di tempo degli evangelisti, ignora la resurrezione...

Ci si chiede come si sia potuto vivere per così tanto tempo in una tale ambiguità.

Ancora più sorprendente è la storia di Giuda di cui non vi è menzione nel testo primitivo dei vangeli. Si leggerà nel libro di Georges Ory una pagina impressionante sul modo in cui è stato creato questo episodio, tenuto oggi per certo da credenti e non credenti. Il ruolo di Giuda sarebbe il risultato di interpolazioni successive, di arrangiamenti combinati, di parole mal spiegate, compresi il celebre bacio e i trenta denari. Una sorta di spiegazione folcloristica in breve.

Certo, possiamo rappresentarci senza difficoltà quale fosse la culla del cristianesimo duemila anni fa: paese senza strade, senza comunicazioni, senza scuole, e povero; un paese dove la dominazione romana, per giunta, tagliava la striscia di terra palestinese dal resto del mondo e il cui popolo, di conseguenza, era pronto ad adottare non importa quale mito per essere più felice. 

Vi era inoltre spinto dall'influenza preponderante della tradizione orale alla quale Georges Ory attribuisce un valore epocale, giustamente perché non si aveva alcuna altra possibilità sociale. «Il cristianesimo volgare», scrive Georges Ory, «era destinato alle masse e il cristianesimo spirituale agli iniziati». Da allora si profila la doppia via adottata dalla Chiesa e che nessun concilio è ancora riuscito a raddrizzare.

A partire dalla seconda metà del II° secolo, i Padri della Chiesa cominciarono a dedicare volumi e volumi per stabilire con essi il loro cristianesimo, lontanissimo da quella dei tempi evangelici, ma che, abilmente costruito, ha dovuto trionfare. Questo non era facile. I quattromila manoscritti greci del Nuovo Testamento, aggiunti ai diecimila manoscritti delle versioni nelle altre lingue dell'antichità non concordano. Innumerevoli varianti, interpolazioni, aggiunte, soppressioni rimuovono dal pensiero dello storico imparziale ogni velleità di affermare, ma questo storico, al contrario dello storico della Chiesa, non è incaricato di stabilire un dogma.

***
Senza dubbio mi si accuserà di intossicazione familiare, ma io non posso nascondere che per tutta la lettura molto appassionante del libro di Georges Ory, mi sono chiesta: che cosa Renan avrebbe pensato di un tale lavoro? Proviamo a rispondere. Innanzitutto, Renan non ha difeso la sua tesi di «Gesù l'uomo incomparabile» ignorando gli altri storici. Il suo articolo su Les historiens critiques de Jésus risale al 1849; non è soltanto incentrato su David Strauss, ma su tutti gli altri esegeti. Renan non ignorava né Kuhn, né Ewald, né Reuss, né ignorava, quando ha scritto il suo studio sul Cantico dei Cantici, i diversi significati che sono stati attribuiti al poema ebraico, né ha trascurato la teoria di Senart sull'esistenza o meno di Śākyamuni. I Vangeli? Si sa con quale mano critica vi ha toccato. Il IV° da solo da lui è già stato oggetto di una lunga Appendice alla Vie de Jésus. Non ha forse dichiarato nella Prefazione della 13° edizione: «I Vangeli per queste questioni, sono testimoni poco sicuri... la figura di Gesù vi è modificata secondo le opinioni dogmatiche dei redattori». E aggiunge, non senza una certa ironia: «Se i Vangeli sono libri ispirati (...) io ho avuto grande torto a non mettere in fila i frammenti ritagliati dei quattro testi (...) se non per costruire l'insieme più ridondante e più contraddittorio».

Per Renan, d'altronde, la questione primordiale è quella del miracolo al quale conviene, dice, applicare «le regole ordinarie della critica» e la cui importanza scaturisce da quasi ciascun volume delle Origines. Georges Ory pensa che i miracoli siano stati legati alla storia del Cristo col progredire della sua leggenda: nascita, eucarestia, resurrezione. Arriva persino ad aggiungere che certi racconti di miracoli sarebbero in parte opera degli scribi, molto spesso sconfessati da Gesù. Renan vede piuttosto nei miracoli l'elemento indispensabile per guadagnare proseliti. 

Se ci riportiamo ora al libro di Jean Pommier: La pensée religieuse de Renan, noi vi troviamo chiaramente esposto lo stato d'animo di Renan che, sempre nella Prefazione della 13° edizione, accusa i Vangeli di essere «leggende». Quando, qualche anno dopo la Vie de Jésus, sottolinea ancora Jean Pommier, Renan studia san Paolo, egli dichiara: «Se questa scuola (di Paolo) ci avesse trasmesso i suoi scritti, non avremmo toccato la persona di Gesù e noi avremmo potuto dubitare della sua esistenza». Questi sono, pensa Jean Pommier,  giochi della mente critica. Renan non può staccarsi dall'uomo col quale, fin dal seminario, ha dei legami affettivi. Ho già avuto l'occasione di andare più oltre e di indicare come Renan si identifichi a volte con Gesù, immaginando una concordanza forse illusoria tra le loro due nature.

Ecco peraltro un passo dell'opera di Renan che mostra bene che si possono difendere due opinioni opposte partendo dagli stessi principi: «Raramente», scrive Renan nella Prefazione degli Evangiles, per quei periodi remoti, si arriva a poter dire con precisione come le cose si siano svolte, ma si perviene a volte a figurarsi i diversi modi in cui hanno potuto svolgersi». Ecco cosa può mettere d'accordo due scrittori che cento anni separano.
Ci si permetterà tuttavia una riflessione che scaturisce da sé a proposito di questa controversia storica. La ricerca della prova dell'esistenza fisica di Gesù, instaurata dopo Strauss e ampliata dai Loisy, Couchoud, Guignebert e Alfaric, per citare solo gli scomparsi, non ha forse assunto un'importanza esagerata? Si è a lungo discusso sul vero e sul falso Shakespeare, ma era necessario? Quel che sia dell'uno o dell'altro, Amleto è sempre là. L'importante è la cosa creata. Se il personaggio di Gesù è stato creato dalla tradizione popolare, se anche fosse un sostituto del «maestro di giustizia» recentemente scoperto, resta nondimeno il fatto che una nuova religione è nata, che una nuova morale è stata sfruttata da venti secoli in un modo che è l'opposto della sua essenza primitiva. È alle origini di questo sfruttamento che Georges Ory si è dedicato ed è per questo che dobbiamo ammirare il suo lavoro; è anche indispensabile rendersi conto con chiarezza e fin nei minimi dettagli della rete incredibilmente aberrante dei testi sacri.

Quando avremo voltato l'ultima pagina di Christ et Jésus, avremo il sentimento che la discussione è chiusa? L'autore stesso non lo vorrebbe. Georges Ory è uno scienziato e sa che la scienza non si arresta mai: spinge le sue indagini come la piccola pala del Surveyor scava il suolo della Luna. Così speriamo, ora che abbiamo una base solida, che, con lo stesso metodo e con la stessa erudizione, ci racconti il seguito dell'avventura. Non ce ne vorrà se glielo domandiamo. 

Henriette PSICHARI 

lunedì 5 agosto 2019

Sull'«Argomento Più Forte» contro la storicità di Gesù detto Cristo

«Marco» (autore) come pericoloso untore suo malgrado

«Non esiste potere più grande della storia, su questa terra ... La gente pensa che siano i confini e le frontiere a costruire le nazioni. È un'assurdità, sono le parole a farlo. Credenze, dichiarazioni, costituzioni. Parole. Racconti. Miti. Bugie. Promesse. Storia».
(Libba Bray, La stella nera di New York)
Quando «Marco» si sedette a tavolino per scrivere una santa favola, non avrebbe mai potuto immaginare che, come nella diffusione di un virus,


...la sua allegoria della caduta di Gerusalemme nel 70 E.C. (memorizzate questa data) sarebbe stata presa per autentica «Storia ricordata» da tutti i suoi lettori nonché eventuali editori (come «Matteo», «Luca», «Giovanni», ecc.) al seguito. Il risultato: nel giro di una generazione, ogni cristiano che si ritrovò a leggere quella allegoria, non solo la fraintese, ma convinse altri a cadere vittima del suo medesimo equivoco. L'errore fu credere che il protagonista del racconto marciano, tale «Gesù», ebbe la bellezza di almeno quattro (sic) autori indipendenti a testimoniarne le presunte vicissitudini. Quando in realtà, come dimostra dati alla mano il miticista R.G. Price nel suo capolavoro, ogni scritto cristiano che parla di quel Gesù introdotto da «Marco», tradisce immancabilmente la conoscenza, e dunque la dipendenza (diretta o indiretta), da «Marco». Gli insegnamenti di Gesù (o meglio: ciò che passano per i suoi insegnamenti nel vangelo di «Marco») sono in realtà basati sui precetti di Paolo e non viceversa. Per farla breve, una marea di *prove* punta decisamente a supporto dello scenario tratteggiato da R.G. Price: tutti coloro — cristiani o pagani —, che capitarono a tiro della conoscenza del vangelo di «Marco» (o di chi imparò da «Marco»), «conobbero» per la prima volta che Gesù esistette sulla terra. Vale anche il contrario: tutti i cristiani (o pagani) che non ebbero in sorte di poter apprendere dallo scritto di «Marco» (o, in sua vece, da qualcun altro che aveva appreso a sua volta da «Marco»), rimasero con la concezione che già avevano dell'entità di nome «Gesù»: non l'uomo descritto da «Marco», ma un uomo in forma celeste, un arcangelo rivelatore, un «quasi deo» (per dirla con Plinio il Giovane, Epistole 10:96), mai venuto sulla terra. Per dirla tutta, un essere completamente mitologico. 

Il caso volle che tra quei cristiani assolutamente ignari di qualunque cosa scritta da «Marco» sul conto di Gesù, figurasse proprio Paolo l'apostolo. Se il Cristo di Paolo non era storico, non lo era nemmeno il Cristo predicato dagli apostoli predecessori di Paolo, nonchè reali fondatori del culto: ovvero Pietro, Giacomo, Giovanni. I miticisti hanno ragione: Gesù non è mai esistito nel passato reale.   

Di seguito la traduzione in italiano unicamente della:


Prefazione


 di Robert M. Price al libro di R.G. Price

Questo libro affascinante è, tra le altre cose, un segno positivo che il miticismo di Cristo è diventato un vero sottocampo degli studi del Nuovo Testamento, cioè non è più semplicemente una conventicola di eccentrici “disprezzati e reietti dagli uomini”, ma una vera scuola di pensiero in cui i miticisti propongono e confrontano proposte antagoniste imparando l'uno dall'altro. Il miticismo diventa un campo positivo di studi, non solo un'iniziativa della polemica anticristiana.

I nuovi libri miticisti, mentre inevitabilmente coprono un territorio molto familiare, contribuiscono a nuove variazioni sul tema, offrendo nuovi argomenti, nuove teorie, nuove prospettive su temi che solo il miticismo rende visibili. Questo è certamente vero per il presente volume.

La tesi di fondo del libro è che il vangelo di Marco sembra essere il racconto originale di Gesù, su cui tutti gli altri sono stati basati. Bruno Bauer aveva scioccato i contemporanei del diciannovesimo secolo suggerendo che “Marco” (chiunque possa essere stato) creò il personaggio di Gesù di sana pianta, seguendo il consiglio di Seneca che si dovrebbe creare un amico immaginario, alla cui disapprovazione ci si potrebbe sottrarre resistendo alle tentazioni del male. “Cosa farebbe Gesù?” Quelle che possono sembrare fonti indipendenti alla base dei vangeli successivi, sono meglio intese come abbellimenti fittizi degli autori di quei vangeli. Tutto è iniziato con Marco, e questo è sospetto: se ci fosse stato un Gesù storico, non ci sarebbe, da un lato, una grande varietà di racconti cristiani e, dall'altro, un materiale biografico mondano ”neutrale” in Marco, come troviamo nelle vere biografie, non importa quanto grandi ed eroici siano i loro soggetti? Ma nada.

Price abbraccia la tesi di Earl Doherty, mia e di altri che, operando sull'assunto (dogmatico) che doveva esserci stato un Gesù storico, i primi cristiani provarono a ricostruire (in realtà a costruire, senza il “ri”) la vita e le azioni di quel Gesù, interpretando i testi biblici in modo esoterico, un po’ come la setta dei Rotoli del Mar Morto o i successivi Cabalisti. Quando dicevano che Gesù aveva fatto questo o quello “secondo le Scritture”, non intendevano dire che questi eventi, noti dalla memoria storica, erano stati promessi e previsti nell'Antico Testamento, ma piuttosto che i cristiani scoprirono che erano (presumibilmente) avvenuti leggendo le scritture dell'Antico Testamento, così come oggi i cristiani imparano ciò che Gesù (presumibilmente) ha fatto e ha detto leggendo il Nuovo Testamento. Questo paradigma dà un ottimo senso al fatto che, più e più volte, le storie del vangelo hanno una strana somiglianza con i racconti dell'Antico Testamento su Mosè, Giosuè, Elia, Eliseo, ecc. David Friedrich Strauss sostenne, molto tempo fa, che i primi cristiani dedussero semplicemente che, dal momento che il Messia promesso doveva superare le meraviglie e le avventure di tutti i precedenti eroi biblici, quando venne (o se era venuto), doveva riassumere le loro antiche imprese, però meglio. Da qui la creazione degli episodi del vangelo.

Ma Price offre nuovi dati in tal senso. Price fornisce molti esempi di scene derivate da riferimenti letterari, osservando che molti di questi esempi si riferiscono a passi sulla disapprovazione di Dio nei confronti del suo popolo. John Dominic Crossan argomenta in modo simile nel suo brillante libro The Cross That Spoke, in cui espone la tesi secondo cui tutti i vangeli canonici sono basati su un originale “vangelo della croce”, una raccolta di brani dell'Antico Testamento che sono stati storicizzati nelle storie evangeliche, ma non riesce a seguire la logica fino alla sua naturale conclusione. Price, d'altra parte, sa quanto fa due più due.

L’accento sull’imminente giudizio divino sul popolo ebraico per aver rifiutato Gesù, il punto di molti dei riferimenti letterari, non è un problema secondario, secondo Price. Riflettendoci, la prominenza del tema non deve forse suggerire che esso in realtà è la ragione principale per cui venne scritto Marco? Tutta la teologia deuteronomica dell'Antico Testamento fu progettata perché Dio avesse una via d’uscita dalle sconfitte e dalle sottomissioni di Israele e Giuda da parte degli imperi pagani. Jahvè non era obbligato a proteggere il suo popolo? Beh, evidentemente no, perciò gli ebrei si trovarono di fronte a due opzioni: o l'alleanza con Dio era, secondo le parole di Woody Allen, “solo un mare di chiacchiere”, o Dio gettò ai lupi il suo popolo dell'alleanza, perché [il popolo] rinnegò l'alleanza, non lui. I pensatori ebrei scelsero la seconda opzione. Sarebbe stato ancora peggio dire ”Ok, abbiamo preso un granchio, immagino. Siamo soli.” (Richard L. Rubenstein ha avuto il coraggio di trarre proprio questa conclusione nel suo libro After Auschwitz.)

A questo riguardo, la teoria di Price ricorda quella di William Benjamin Smith, che intese la storia di Gesù come un'allegoria del destino della Giudea per mano dei Romani.

Torniamo all’affermazione di Price secondo cui tutte le versioni evangeliche derivano in ultima analisi da Marco, qualcosa che sembrerebbe molto improbabile se Gesù fosse stato un vero individuo storico che avrebbe lasciato diverse “impronte”, non solo una. E la fonte Q? Questa non conterebbe, come molti pensano, come una seconda fonte indipendente per un Gesù storico? Ma Q è solo una supposizione. Diversi studiosi, tra cui Michael Goulder e il sottoscritto, hanno sostenuto in modo convincente che l'autore di Luca si è servito di Matteo, eliminando Q dall'equazione. Price offre anche altre alternative e mostra quanto sia implausibile che sia Matteo che Luca abbiano inserito del materiale da una seconda fonte indipendente.

La sezione di Price sulla concezione di Paolo di Cristo come essere celeste che non si è mai incarnato sulla terra come Gesù storico è piuttosto efficace. Non si accontenta di citare solo Colossesi 2:15 e 1 Corinzi 2:6-8 come attestazione di una crocifissione invisibile da parte degli arconti in cielo. Fa un buon lavoro invocando la stranezza del fatto che Paolo non parla mai di un “ritorno” o di una “seconda venuta” di Cristo, ma solo di una “venuta”, come se Cristo non fosse ancora atterrato tra gli uomini, e la stranezza di quando dice che il vangelo gli fu rivelato direttamente (e/o rivelato dall'esegesi carismatica delle Scritture come in Romani 16:25-26), non da un resoconto di tradizioni orali delle presunte parole e azioni di un Gesù storico recente. E lungi da Paolo il citare gli insegnamenti di un Gesù storico, Price vede che la trasmissione va nella direzione opposta, proprio come fa David Oliver Smith (Matthew, Mark, Luke, and Paul): Marco riprese i testi paolini dalle epistole e li accreditò a Gesù, proprio come, d’altra parte, qualche redattore sminuzzò una copia di Eugnosto il Benedetto e trasformò le proposizioni in risposte di Gesù per impostare le domande dei discepoli.

Infine, il libro giustifica il suo sottotitolo? Davvero “prova” che Gesù non è mai esistito? Non penso che si possa “provare” né che un Gesù storico sia esistito, né che non sia esistito. Quello che si può fare, e quello che Price fa, è costruire le stesse vecchie evidenze, ma in un modo nuovo, che abbia un senso più naturale, meno artificioso. Questo, lui l’ha fatto, e l’ha fatto potentemente. Ho trovato che la sua argomentazione è impressionante, anche se ho già familiarità con il miticismo di Cristo.

Ma voglio sottolineare un punto cruciale: solo perché la questione non può essere risolta in modo definitivo con certezza matematica, questo non dà ad una persona imparziale il diritto di dire: “Caso non provato? Allora posso tornare ad assumere che la visione tradizionale sia corretta”. Il giudizio storico non funziona in questo modo. Bisogna accompagnarsi con l’argomento più forte, e anche allora non si deve fingere di aver risolto la domanda. E, per quello che vale, penso che Price abbia esposto l'argomento più forte.

Robert M. Price

giovedì 15 settembre 2016

Gesù non è mai esistito come figura storica perchè i malefici “arconti di questo eone” lo crocifissero nella sfera sublunare, secondo il più antico mito cristiano

Gli “arconti di questo eone” crocifissero Gesù nella sfera sublunare, secondo 1 Corinzi 2:6-8.

NUBI: Vi si scorge tutto ciò che si vuole, soprattutto eserciti quando i preti sono scontenti. Le nubi sono come le Sacre Scritture: i teologi fanno vedere tutto ciò che preferiscono a coloro che hanno fede o allucinazioni.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
 
Non è morto ciò che può vivere in eterno,
E in strani eoni anche la morte può morire.

(Howard P. Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu)

 Anzi, dicono, il Cristo buono né mangiò né bevve e né assunse la vera carne, e neppure fu mai in questo mondo tranne che spiritualmente nel corpo di Paolo. Ma proprio per questa ragione noi diciamo “nella terrena e visibile Betlemme”: infatti gli eretici credono che ci sarà un'altra terra, nuova e invisibile, e in questa seconda terra, alcuni di loro credono che il Cristo buono fu crocifisso.
(Pietro di Vaux de Cernay, Storia della Crociata Albigese)

Se per i folli apologeti cristiani (tipo costui) la spiegazione della nascita del cristianesimo arriva dritto da manuali come i vangeli sinottici (o addirittura la tendenziosa propaganda di Atti degli Apostoli) ai quali ci si può riferire citando capitolo e versetto, per gli atei come me che hanno realizzato l'essenziale negatività delle religioni monoteiste il cristianesimo ha un'origine precisa: il mistero.

La mitologia di Gesù Cristo, come manifesta nelle lettere di Paolo, volle significare qualcosa, qualcosa che non si sarebbe dovuta dimenticare, che non meritava di essere dimenticata: quest'imminenza di una rivelazione è la vera origine. Se poi ulteriori abbellimenti furono aggiunti al mito originario, era solo per dare l'illusoria soddisfazione di vedere con più chiarezza e dettaglio e stabilità le vaghe, sfuggenti, frammentarie impressioni di meraviglia, suggestione e avventurosa aspettativa che caratterizzava intimamente l'esperienza mistica originaria, la visione estatica di un arcangelo celeste che muore e risorge nella sfera sublunare.

Questa percezione del mistero, che non si dissipa per conoscenza diretta (dato che l'oggetto di tale conoscenza, l'angelo Gesù, naturalmente non esiste), ma che rimane per sempre imminenza o aspettativa (legata com'è alla febbrile attesa imminente della distruzione di questo mondo) spiega una larga parte della documentazione letteraria in nostro possesso sul cristianesimo primitivo.

Per apostoli allucinati e visionari come Pietro, come Paolo, l'esperienza che un mistero significativo sta per essere rivelato è legata alla visione di un angelo (un “quasi deo”, per i romani) che muore e risorge. Il primo a “vedere” questo angelo si chiamava Cefa (Pietro). Quest'angelo rivelò di chiamarsi Gesù (che significa “Dio salva”) ed esortò Cefa a guardare nelle Scritture con occhi ispirati per vedere quello che solo i prescelti avrebbero dovuto vedere: che Gesù era il vero Cristo davidico profetizzato nelle Scritture. Ma soprattutto, l'angelo rivelò a Cefa di aver compiuto una missione. Una particolare missione per conto di Dio. E quella missione era: farsi crocifiggere dai tenebrosi “arconti di questo eone”, senza far loro sapere chi era.

Dove si trovavano questi malvagi “arconti di questo eone”? Da quale oscurità erano richiamati?

Bisogna sapere che gli antichi di epoca ellenistica dividevano il cosmo intero in due parti:

Sopra la Luna: tutto ciò che era divino, eterno, immortale, etereo, spirituale, imperituro, puro, luminoso, predeterminato.

Sotto la Luna: tutto ciò che era materiale, perituro, mortale, corruttibile, impuro, oscuro, caotico, mutevole, transeunte, cangiante, soggetto al divenire, alla distruzione e alla rinascita perenne.

Ecco un assaggio dell'evidenza storica di quest'antica visione del mondo:
Poiché guardavo la terra con più attenzione, l'Africano mi disse: «Posso sapere fino a quando la tua mente rimarrà fissa a terra? Non ti rendi conto a quali spazi celesti sei giunto? Eccoti sotto gli occhi tutto l'universo compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre: è il dio sommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione opposta, con moto contrario all'orbita del cielo. Di tali sfere una è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si trova quel fulgido astro — propizio e apportatore di salute per il genere umano — che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri che tanto fanno tremare la terra, c'è il pianeta che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all'incirca centrale: è guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell'universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell'orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto, poi, non c'è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. La sfera che è centrale e nona, ossia la Terra, non è infatti soggetta a movimento, rappresenta la zona più bassa e verso di essa sono attratti tutti i pesi, per una forza che è loro propria».
(Cicerone, Il Sogno di Scipione, IV, 17)
E infatti la parte del cosmo soggetta al divenire e alla corruzione è circoscritta dalla sfera lunare, e tutto in lei si muove e muta
(Plutarco, De Iside et Osiride, 63)
Questa forza è propriamente divina e sovrumana; ma non immancabile ed inesauribile, nè incapace di vecchiaia, nè durevole all'infinito. Dal tempo tutto s'indebolisce quanto è collocato tra la Terra e la Luna. V'è chi pensa non essere eterno neppure quanto resta al disopra; ma che, non confacendosi colla eternità, stia sempre tra rapidissime mutazioni e rinascimenti.
(Plutarco, Sull'Eclissi degli Oracoli, 51)
...la luce celeste è pura e libera da qualsiasi mescolanza di oscurità, ma nell'atmosfera sublunare si mescola con l'aria oscura.
(Filone, Su Abramo, 36, 205)
Che le ombre siano divorate dallo spazio, lo provano gli uccelli che volano a grandi altezze. Dunque, il confine delle ombre coincide con la fine dell’aria e l’inizio dell’etere. Sopra la luna, tutto è puro e compenetrato da una luce diurna.
(Plinio il Vecchio, Libro Secondo, 7)
[Pitagora] distinse pure ciò che è sopra la Luna che chiamò immortale, e ciò che è sotto la Luna, che chiamò mortale.
(Epifanio, Panarion, I)

Aristotele il figlio di Nicomaco disse che le cose sopra la Luna sono soggette alla provvidenza divina, ma ciò che è sotto la Luna non è governata da provvidenza ma causato da qualche mozione incontrollata. Ma egli dice che esistono due mondi, il mondo al di sopra, e il mondo al di sotto, e che il mondo al di sopra è immortale mentre il mondo al di sotto è mortale.
(Epifanio, Panarion I)
Ancora, mentre Mosè e i profeti degli ebrei, la cui posizione su questo argomento concorda perfettamente con quella di Platone, hanno trattato in maniera chiara il problema della Provvidenza universale, Aristotele, invece, delimitando il potere divino soltanto fino alla luna, sostiene che tutte le restanti parti del mondo sono escluse dal governo della divinità...
(Eusebio, Preparazione Evangelica, Libro XV, 5, 1)
Lo spazio sotto la Luna si chiama regione sublunare ed ha la Terra al centro.
I Caldei collocavano la sede dell'Immagine, il veicolo dell'anima irrazionale, sulla sfera lunare; è probabile che con la sfera lunare fosse inteso qualcosa di più della sfera della Luna, tutta la regione sublunare, di cui la Terra terrestre è, per così dire, il centro.
(Oracoli Caldaici)
È oggetto di culto sotto il nome di Fortuna la potenza degli dèi che dispone per il meglio i fatti disparati e gli eventi inaspettati. Perciò si conviene specialmente alle città onorare la dèa con pubblico culto, dato che ognuna di esse risulta dall’amalgama di elementi disparati. Sede della sua potenza è la luna, poiché, di là da questa, neppure un evento può accadere per fortuna.
(Sallustio, Sugli Dei e il Mondo, Capitolo IX, 8)



È nella sfera sublunare che il dio Attis subì la sua morte e resurrezione, ma questo lo sapevano solo gli iniziati ai Misteri di Attis, come Giuliano l'Apostata, mentre il volgo si accontentava della versione strettamente letterale del mito (che poneva sulla Terra, precisamente in Frigia, la morte di Attis per castrazione):
Il mito racconta di lui [Attis] che, dopo essere stato esposto presso i gorghi del fiume Gallo, cresceva qui come un fiore e che, divenuto grande e bello, fu amato dalla Madre degli dèi. Ella, dopo avergli concesso ogni cosa, gli pose sul capo il berretto stellato. Tuttavia, se il nostro cielo che vediamo copre il capo di Attis, non si deve forse interpretare il fiume Gallo come la Galassia? Là, infatti, si dice che avvenga la mescolanza del corpo passibile con il movimento circolare del quinto corpo impassibile. Fino a questo limite la Madre degli dèi permise di saltare e di ballare a questo bellissimo dio intelligente, simile ai raggi del sole, Attis. Essendo giunto però nella sua progressione fino alle estreme regioni inferiori, racconta il mito che discese nella grotta e giacque con la ninfa, con allusioni al principio umido della materia: qui, comunque, il mito non vuole indicare la materia in sé, ma la causa immateriale ultima, che presiede alla materia. Dice appunto Eraclito, “per le anime diventar umide significa morire”; così questo Attis, il dio intelligente che contiene le forme materiali al di sotto della Luna, si unisce alla causa preordinata alla materia, non come elementi diversi si uniscono tra di loro, ma come un principio che si accosti ad altro identico.
(Giuliano, Sulla Madre degli Dèi, 5)
Attis invece proseguì la sua discesa fino agli estremi limiti della materia.
(Giuliano, Sulla Madre degli Dèi, 7)
“Gli estremi limiti della materia” indica la sfera sublunare allo stesso modo per Plutarco, che situava in quella regione la morte e la resurrezione del dio Osiride:
Ma quando Tifone arriva all'improvviso con la sua forza e si impadronisce delle parti estreme della materia... [...] È a questo che allude il mito quando afferma che Neftys è sposa di Tifone, e che Osiride si unì a lei solo di nascosto: e infatti le parti estreme della materia, quelle cioè che vengono chiamate Neftys e anche Fine, sono in potere della forza distruttiva.
(Plutarco, De Iside et Osiride, 59)

Ovviamente Plutarco poteva saperlo perchè lui era stato iniziato ai Misteri di Osiride, mentre i non-iniziati, oppure gli iniziati di rango inferiore, si accontentavano di interpretare crudamente alla lettera il mito di Osiride, evemerizzandolo come antico faraone d'Egitto.
 

Anche la dèa babilonese Inanna morì e resuscitò nella sfera sublunare, identificata col “mondo degli inferi”:
Il puro Ereckigala si sedette sul suo trono, Gli Anunnaki, i sette giudici, pronunciarono il giudizio di fronte a lei. Fissarono i loro occhi su di lei, gli occhi della morte. Alla loro parola, la parola che tortura lo spirito. La "donna" malata fu trasformata in un cadavere. Il cadavere fu appeso a un palo. Dopo che tre giorni e tre notti erano passati, il suo ministro Nincubur ... colma i cieli di lamenti per lei .... Di fronte ad Enki piange: "O Padre Enki, non lasciare che tua figlia sia messa a morte nel mondo degli inferi ...." Padre Enki risponde a Ninshubur: "Cosa è accaduto a mia figlia! Sono turbato, cosa che è successo a Inanna ...! Che cosa è successo alla ierodula del cielo! ... Sicuramente Inanna risorgerà. "... Inanna risorse. Inanna risale dal mondo degli inferi.
     (libera traduzione da qui)

Non c'è soltanto la Terra sotto la Luna, ma anche l'Aria, anch'essa soggetta alle stesse leggi del divenire:
Cosicchè questa veste colle cose da lei dipendenti è una figura dei tre elementi, dai quali e nei quali sono tutte le corruttibili e mortali sostanze, cioè dell'aria, dell'acqua e della terra: perchè proprio come questa sola rappresenta loro tre, così questi tre nominati elementi sono di una sola forma, essendo sotto la luna riposti, e ricevendo mutazione.
(Plutarco, Sulla vita di Mosè, XXIV, 121)
La regione dell'Aria è situata più precisamente tra la Terra e la Luna: quindi non solo l'Aria divide la Terra dalla Luna, ma “riempie” letteralmente tutto lo spazio che c'è in mezzo.
È anche giusto che egli [Mosè] dica che «le tenebre erano al di sopra dell'abisso». Infatti l'aria è in qualche modo al di sopra del vuoto, perchè sollevandosi ha riempito completamente lo spazio immenso, desolato e vuoto che si estende dalla zona della luna fino a noi.
(Filone, Sulla Creazione, IX, 32)

Ora, se l'aria che si trova tra la Terra e la Luna dovesse essere rimossa e ritirata, l'unità e l'armonia dell'universo ne sarebbero distrutte, poiché ci sarebbe uno spazio vuoto e sconnesso nel mezzo;
(Plutarco, Sull'Eclissi degli Oracoli, 13)

Ascolta dunque, o Asclepio. C'è un grande demone. Il gran Dio lo ha costituito esaminatore e giudice delle anime degli uomini. E Dio lo ha posto nel mezzo dell'Aria, tra Terra e Cielo. Una volta avvenuta la separazione dell'anima dal corpo, è necessario che l'anima incontri questo demone.

(Nag Hammadi, Asclepio)

La regione sublunare comprende la Terra e l'Aria. Vedendo l'Aria come un involucro della Terra, delimitata dalla traiettoria della Luna intorno alla Terra, allora quel particolare involucro attorno alla Terra è chiamata di solito “sfera sub-lunare” :
Inoltre misero nove Muse che cantano con lui [Apollo]; che hanno come significato ora la sfera sublunare, ora quella dei sette pianeti, ora quella senza pianeti.
(Porfirio, Sulle immagini degli dèi, 359 F)
Questo è fondamentale per comprendere l'antica cosmologia del periodo ellenistico: l'Aria è una regione a sé stante, del tutto separata dalla Terra (che ne è avvolta come da un involucro) e dall'orbita della Luna attorno alla Terra, Luna il cui percorso a sua volta “avvolge” l'Aria e la delimita.

L'Aria arriva ad avvolgere l'intera superficie terrestre:
Alcune persone hanno concepito che il sole e la luna e le altre stelle sono dèi indipendenti, a cui hanno attribuito le cause di tutto ciò che esiste. Ma Mosè era ben consapevole che il mondo fu creato, e fu simile proprio ad una vasta città, possedendovi arconti e sudditi; gli arconti sono tutti i corpi che si trovano in cielo, come i pianeti e le stelle fisse; ed i sudditi sono tutte le nature sotto la luna, volanti nell'aria e adiacenti alla Terra.
(Filone, Le Leggi Speciali, I, 13?14)

La parte superiore dell'Aria è più fine e più distante dalla Terra e le sue esalazioni.
(Plutarco, I poemi di Omero)
L'Aria, nella sua regione più distante dalla Terra, arriva a toccare da vicino la Luna, restandone però al di sotto.
Là pertanto fu preparato per gli Dèi il convito; e sotto il cielo della Luna, nella più alta parte dell'aria, fu piantata la mensa dei Cesari; nel qual luogo li sosteneva tanto la leggerezza dei corpi che avevano, quanto il rapido girar di quell'astro.
(Giuliano, I Cesari, 28)
La regione dell'Aria non è omogenea. Alcune parti fungono infatti da “purgatorio” delle anime buone dei mortali:
Ogni anima, irrazionale o razionale che sia, una volta lasciato il corpo è destinata a vagare nello spazio tra la terra e la luna per un periodo variabile. Le anime ingiuste e sfrenate pagano il fio delle loro colpe; le virtuose è sufficiente che trascorrano nella parte più mite dell'aria, i cosiddetti prati di Ade, un tempo determinato, atto a mondarle e purificarle dai miasmi che esalano dal corpo come da un soffio malsano.
(Plutarco, Sul volto della luna, 28)

Questa testimonianza induce a suddividere ulteriormente la stessa sfera sub-lunare (cioè la regione dell'Aria) in due sotto-regioni:

 
Ma dove collocare l'inferno e il paradiso di dantesca memoria?

 Di certo il paradiso, o l'empireo, o i Campi Elisi, si trovano tutti sopra la Luna. Mentre l'inferno, l'Ade, il Tartaro, lo Sheol, vanno a situarsi sotto la Terra e per estensione sotto l'Aria, ovvero sotto la Luna.
Tuttavia non esisteva il consensus sulla precisa collocazione dell'Ade: chi lo collocava sotto Terra (come fece Dante), chi lo collocava sotto la Luna (quindi nell'Aria), oppure sulla Luna stessa.

L'Aria però non è da confondere con il cielo che si vede dalla Terra. Quel cielo è ancora terrestre. È lo spazio apparentemente vuoto al di sopra di esso (ma pur sempre delimitato dall'orbita della Luna) che veniva considerato al contrario “pieno” d'Aria, a indicarne la regione omonima.

L'Aria non è per nulla disabitata. In realtà è proprio nell'Aria che si nascondono i famigerati “arconti di questo eone”: forze invisibili, demoni, spiriti, angeli del male.
L'aria è la dimora delle anime incorporee, perché al Creatore sembrò bene riempire di esseri viventi tutte le parti dell'universo. Collocò dunque sulla terra gli animali terrestri, nei mari e nei fiumi gli acquatici e nel cielo gli astri, ciascuno dei quali, a quanto si dice, è non solo un essere vivente, ma anzi uno spirito purissimo in tutto e per tutto. Ne consegue che anche nel restante settore dell'universo, l'aria, esistono degli esseri viventi. E se pure non sono afferrabili con la sensazione, che significa? È invisibile anche l'anima.
(Filone, Sui Sogni, XXII, 135)

«E quando gli angeli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle, si presero in moglie quelle che avevano scelte tra tutte». Mosè suole chiamare angeli quelli che altri filosofi chiamano dèmoni: sono anime che volano nell'aria. [...] È dunque necessario che anche l'aria sia piena di esseri viventi: questi sono invisibili per noi, perché anche l'aria stessa non è percepibile con il senso della vista. Ma anche se la nostra vista non è capace di farsi delle rappresentazioni sensibili delle anime, non per questo non ci sono anime nell'aria, ma è necessario che esse siano conosciute dall'intelletto, affinchè il simile sia contemplato dai suoi simili?
(Filone, Sui Giganti, II, 6, 8?9)

Ogni anima, irrazionale o razionale che sia, una volta lasciato il corpo è destinata a vagare nello spazio tra la terra e la luna per un periodo variabile.
(Plutarco, Sul volto della luna, 28)

Stupiti contemplano a vicenda i loro volti coperti di tenebre, e vedono impallidire il giorno, e la notte incombere sugli elmi, e volteggiare nell'aria innanzi ai loro occhi i loro padri defunti e tutte le ombre della loro famiglia.
(Lucano, Farsaglia, VII, 205)

Testamento di Salomone, figlio di Davide, che fu re di Gerusalemme, e dominò e controllò tutti gli spiriti dell'Aria, sulla Terra, e sotto la Terra.
(Testamento di Salomone, 1)
Non so per gli ebrei, ma almeno per i pagani non tutti gli abitanti dell'Aria erano demoniaci. Alcuni demoni erano buoni:
Queste anime in quanto sono la progenie dell'intera anima dell'universo, e che governano le vasti parti della regione sotto la Luna, queste anime, che incombono su una sostanza pneumatica o spirituale, e la reggono conformemente alla ragione, sono da considerarsi demoni buoni.
(Porfirio, Sull'astinenza dagli animali)
Di certo quei demoni dell'Aria possono essere sconfitti con sommo sacrificio, a condizione della vita stessa:
Quindi secondo la mitologia greca un suo figlio [di Giunone], non saprei quale, sarebbe stato chiamato Eroe. Quanto dire che il mito verrebbe nel caso a significare che l'aria è attribuita a Giunone perché, come dicono costoro, in essa abiterebbero con i demoni gli eroi. Con questo nome designano le anime dei defunti di un certo rango. Ma i nostri martiri sarebbero considerati eroi da una prospettiva opposta se, come ho detto, il linguaggio ecclesiastico lo permettesse. Non sarebbero infatti in compagnia dei demoni nell'aria ma vincerebbero i medesimi demoni, cioè gli spiriti dell'aria e in essi, qualunque cosa s'intenda simboleggiare con lei, Giunone.
(Agostino, La Città di Dio, Libro X, 21)
E tuttavia in generale sono i demoni dell'Aria ad avere la meglio sui figli degli uomini: sono loro a scatenare malattie, pestilenze, e ogni sorta di mali oscuri a cui non si sapeva porre rimedio. In primo luogo: la morte.

E quei demoni dell'Aria sono così cattivi che non solo affliggono l'umanità con male puramente gratuito, ma provono particolare godimento pure a punire, nel loro territorio, le anime delle persone cattive, evocando dall'oscurità indicibili orrori:
Non lontano da quel luogo si trovavano tre stagni: il primo era pieno d'oro fuso e bollente; il secondo di piombo più freddo del ghiaccio; il terzo di ferro aspro e duro. Demoni addetti a quegli orribili laghi tenevano in mano certi strumenti, con i quali afferravano i colpevoli e li tuffavano negli stagni o li tiravano fuori, come il fabbro ferraio quando lavora i metalli. Per esempio, gettavano nell'oro incandescente le anime di coloro che in vita avevano ubbidito alla passione dell'avarizia e non avevano tralasciato alcun mezzo per arricchirsi.
(Plutarco, Visione di Arideo)
E ovviamente nell'Aria ci sono oggetti di qualunque tipo, a volontà :
Ora andai con l'angelo del Signore, e mi portò verso l'alto (sopra) tutta la mia città. Non c'era nulla di fronte ai miei occhi.  Poi vidi due uomini camminare insieme su una strada. Li guardavo parlare. E, inoltre, vidi anche due donne insieme alla macina in un mulino. E le osservai discutere. E vidi anche due su un letto, ciascuno di cui  ... su un letto.
(Apocalisse apocrifa di Sofonia, 2)
Particolare degno di nota è il fatto che la regione dell'Aria ospita anche sacrifici graditi agli Dèi o agli stessi demoni suoi abitanti. E quei sacrifici hanno la caratteristica di far riverberare i loro effetti positivi sulla Terra stessa:
Così gli spiriti invisibili che volavano nell'Aria, di cui Isaia cantò come di serpenti volanti, esigevano bianchi e trasparenti sacrifici di uccelli, visto che accade all'aria di essere brillante, e piena di luce per la manifestazione delle cose che sono al di sotto.
(Macario Magnete, Apocritico, XLII)
E i demoni dell'Aria dispongono di carne e sangue, anche se è una carne solo apparentemente umana, e un sangue solo apparentemente umano (proprio come il Gesù umanoide di Paolo):
Orbene, se la figura umana supera la forma di ogni altro essere vivente e se la divinità è anch'essa un essere vivente, il suo aspetto sarà il più bello di tutti; e poichè, d'altra parte, sappiamo che gli dèi sono infinitamente felici, che nessuno può essere felice senza la virtù e che questa non può esistere senza la ragione e che la ragione a sua volta non può aver sede che nell'essere umano, bisogna ammettere che gli dèi hanno aspetto umano. Solo che la loro sostanza non ha un corpo ma una sembianza di corpo, non sangue ma una sembianza di sangue.
(Cicerone, Sulla natura degli dèi, 48-49)
Quindi è luminosamente chiaro, perfino cristallino, che secondo la cosmologia ellenistica (greca ed ebrea) ogni entità vivente nell'Aria possiede un corpo materiale a tutti gli effetti, anche se diverso da quello terrestre.

Non è solo sulla Terra che soffia lo spirito di vita, ma anche nell'Aria stessa, per esplicita volontà di Dio:
Sarebbe forse verosimile che l'aria, da cui sono animate le altre creature, sia acquatiche che terrestri, sia disabitata o manchi di anime? Al contrario, dunque, se anche tutti gli altri elementi non generassero esseri viventi, solo l'aria dovrebbe generarne, ricevendo dall'Artefice, per una grazia eccezionale, i semi dell'anima.
(Filone, Sui Giganti, II, 11)

Concludiamo sulla natura del firmamento e degli astri: e veniamo alle restanti particolarità del cielo. In realtà, i nostri avi hanno chiamato “cielo” anche ciò che, con un altro nome, si dice “aria”, tutto lo spazio che sembra vuoto e che diffonde quaggiù il soffio della vita. Questo ambito si trova al di sotto della luna, e di molto (come, a quanto vedo, è praticamente convinzione generale); vi si mescola una quantità infinita di aria degli spazi più alti, e una, pure infinita, di esalazioni terrestri, e ne risulta una fusione di queste due sostanze.

(Plinio il Vecchio, Storia Naturale 2, 38)

E che veramente nelle cose di quaggiù, fino a quelle più esigue, ci sia un essere cui ne è stata assegnata la potestà, lo si potrebbe capire da quanto dicono gli Egiziani, che cioè trentasei demoni, o non meglio identificati Dèi dell'aria (altri sostengono che sono ancor più numerosi), si sono ripartiti il corpo umano suddiviso in altrettante sezioni e ciascuno di essi ha l'incarico di governarne una.
(Origene, Contra Celsum, VIII, 8)
La conclusione, a fronte di così vasta evidenza, è che i contemporanei di Paolo, non importa se pagani o ebrei, credevano tutti all'esistenza di una regione situata tra la Terra e la Luna e distinta da entrambe. Questa regione era chiamata “Aria” ed era delimitata dall'orbita della Luna attorno alla Terra. Era territorio di oscure entità invisibili, spiriti, anime, dèi. E quest'ultimi erano chiamati demoni dagli ebrei — proprio come i pagani solevano definire dèi o semi-dèi gli angeli adorati dagli ebrei. Plinio il Giovane infatti definì “quasi deo” il Cristo arcangelico venerato dai cristiani.

Se perciò i demoni della sfera sublunare sono probabilmente da intendere dietro gli “arconti di questo eone” menzionati in 1 Corinzi 2:6-8 :

Tuttavia, a quelli tra di voi che sono perfetti esponiamo una gnosi, però non una gnosi di questo eone né degli arconti di questo eone, i quali stanno per essere annientati, ma esponiamo la gnosi di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno degli arconti di questo eone ha conosciuta: perchè, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.

...al punto da costringere quello stupido idiota boccalone di Francesco d'Assisi (non meraviglia che sia altrettanto scemunito il pontefice omonimo) a negare esplicitamente le parole dell'Apostolo quando scrisse:
E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crucifiggerlo, e ancora lo crucifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati.
(Francesco d'Assisi)
...allora è facile identificare il luogo della crocifissione dell'angelo Gesù secondo l'antico mito cristiano: i demoniaci “arconti di questo eone” crocifissero Gesù nella regione compresa tra la Terra e l'orbita della Luna: nella sfera sublunare.

E gli apostoli come Pietro e come Paolo giunsero a conoscenza di questo “fatto” unicamente per rivelazione diretta da parte dell'angelo Gesù, nel mistero di un'apparizione.

L'esperienza del significato attraverso il mistero non avviene affatto, invece, per chi, in quanto outsider (perchè non adepto della setta oppure perchè appena battezzato, semplice “fratello del Signore”), non ha il privilegio di visioni e rivelazioni (ovvero: allucinazioni) del Cristo risorto che solo i pochi accoliti dei misteri del Regno godono: i soli apostoli di “Cristo Gesù”. E non può avvenire per gli outsiders perchè la loro cecità spirituale è preludio e indice della loro intrinseca condizione peccaminosa, una condizione per principio ammazza-mistero, che azzera in anticipo qualsiasi potente visione mistica dotata di significato e che porterà da ultimo alla loro distruzione, assieme al mondo di cui fanno parte: questo mondo.

Ma quando l'esperienza mistica (o meglio: mistico-allucinatoria) sopravviene ai pochi iniziati ai misteri del Regno, ecco che il misterioso esprime il proprio massimo potenziale sulla soglia della presa di coscienza. Fosse rivelato ai sempliciotti outsiders, ai meri “fratelli del Signore” nutriti ancora di “latte”, il mistero si sbriciolerebbe e andrebbe in pezzi perchè non sarebbe più tale. Dopodichè un'incursione di vangeli, attribuizione di “detti”, racconti favolosi quanto improbabili sopraggiunge a caratterizzare il misterioso dell'esperienza mistica originaria come mero oggetto, come innocuo “dato di fatto”, ad uso e consumo degli stupidi hoi polloi.

Dire che l'angelo Gesù Cristo potrebbe essere esperito misticamente solo da pochi prescelti (o “apostoli”) significa rivilitalizzarne l'essenza di nuovo e ancora di nuovo tramite la sua intima e propria fusione con il mistero.
Ma definire l'esperienza di quell'angelo nella forma edulcorata di un incontro “storicamente” avvenuto con un uomo inventato — il fittizio “Gesù di Nazaret” — perchè solo così parrebbe accontentata la brama spirituale degli outsiders, dei meri “fratelli del Signore” (i cristiani appena battezzati), di partecipare della stessa conoscenza altrimenti goduta soltanto da pochi, privilegiati iniziati o “apostoli”, equivale di fatto a uccidere quell'angelo, a privare quell'angelo della sua essenza costitutiva — il mistero, l'imminenza del mistero — trasformandolo in idolo taroccato, per l'appunto “Gesù di Nazaret”, spalleggiato da una squadra di teologi, spesso rozzi, spesso pochi di buono, spesso privi di scrupoli, a fargli da propagandisti.

Questo spiegherebbe perchè il cristianesimo originario — quello che ruotava attorno a sogni, visioni, rivelazioni e interpretazioni esoteriche delle scritture come i soli unici canali di comunicazione con l'angelo Gesù — crollò e si estinse rapidamente senza lasciare che qualche sporadica traccia (in testi come le Odi di Salomone, l'Ascensione di Isaia, l'Epistola agli Ebrei, la prima epistola a Clemente) ogni tanto riemergente nella forma dell'eresia più odiata: sopraggiunge inevitabile il momento in cui il rarefatto “Signore della gloria”, il Cristo cosmico, il Gesù umanoide di Paolo, perde il proprio mistero. Perchè, ridotto a mera fittizia icona letteraria, il chimerico “Gesù Nazareno”, diventa, al limite del favolosamente ridicolo, troppo qualificato per le mansioni che svolge. Sparito il mistero del Cristo arcangelico (“quasi deo” per il pagano Plinio il Giovane), si comincia a discutere della sua (presunta) realtà storica. Entrano in scena la propaganda, la finzione, la leggenda, l'allegoria, il sentito dire, la letteratura a resuscitare invano ciò che è rimasto della sana vaghezza delle antiche apparizioni di un angelo che muore e risorge, dopo il dissanguamento inevitabile dell'entusiasmo mistico originario, unico e solo impulso del cristianesimo primitivo.

Alla fine, un altro antico dio che muore e risorge viene consegnato all'obitorio degli studiosi, mentre quel che resta, o restava, del mirabile antico incanto, del misticismo originario, è diventato nel frattempo una visione sociale, il sogno e la mistica comune di una nuova setta religiosa, separata definitivamente e per sempre dall'ebraismo. Ma in quel nuovo sogno riflesso nei vangeli, l'eroe Gesù è solo un pupazzetto letterario, una marionetta priva di personalità o carattere, che usa il suo corpo per la mera esecuzione di una performance teologica/profetica.  È un semplice megafono o burattino utile a presentare certe lezioni e certi punti teologici ai lettori. I folli apologeti cristiani, come Mauro Pesce che stoltamente ritiene “storica” la riluttanza di Gesù a morire sulla croce, cercano di dire che dove Gesù ostenta troppa umiltà in Marco fa di lui un personaggio dalla personalità ben precisa. Naturalmente la loro interpretazione è molto meccanica e privo di qualsiasi apprezzamento per ciò che si intende per autentico “personaggio” di una storia — Gesù non è “un personaggio”. Gesù è puramente un simbolo letterario in Marco. 

A nulla gli vale ostentare ad esempio un'agonia sul Getsemani: nell'invocazioneAbbà, Padre, ... allontana da me questo calice” (Marco 14:36) la presenza di “Abbà” non è casuale nè banale, ma funge da ironico indizio anticipatore di
Gesù Bar-Abbà-s che guardacaso ha davvero allontanato da sè il “calice” di sofferenze bevuto invece da Gesù come promesso in Marco 10:38,  e non poteva che essere così, visto che il non-crocifisso Gesù Barabba merita senz'altro di figurare come un “altro Gesù” (2 Corinzi 11:4) diverso da quello predicato da Paolo, un “Cristo crocifisso (1 Corinzi 1:23). A nulla gli vale avere sulle labbra “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” (Marco 15:34) e non solo perchè son parole copiate dal Salmo, ma per la ragione ben più profonda che il Gesù dei vangeli è un mero personaggio bidimensionale, senza genuino spessore umano, un mero cartone animato che parla e agisce soltanto in base alle esigenze teologiche dei suoi inventori, non a seconda di effettive memorie storiche di un uomo.

Si può dimostrare che quasi ogni pericope del vangelo è tratta dalla Septuaginta e da altre scritture ebraiche e greco-romane precedenti. Gli elementi complessivi della trama sono presi a loro volta da tropi comuni biblici e classici (Giuseppe, Davide, Saul, Mosè, Elia, Eliseo, Esopo, Odisseo...) e dalle lettere di Paolo.

Nulla rimane del racconto se non una vuota dottrina, una mera teologia in competizione con le altre, e ciascuna rappresentata da un proprio “Gesù” opportunamente evemerizzato sulla Terra.