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lunedì 21 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — Ancora una volta il presunto socialismo

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Samuel Lublinski, «Das werdende Dogma vom Leben Jesu». Per leggere il testo precedente, segui questo link)

INDICE

Prefazione

Primo libro — Il problema di Cristo

Mito o biografia?

Le contraddizioni nel dogma e un metodo ingenuo

Argomentazioni fallaci

L’impossibilità religiosa

Manca lo storico profano

Papia e Paolo

L'impossibilità storica

Falsi indizi a favore dell'esistenza dell'uomo Gesù

Poscritto

La distruzione di Gerusalemme nel Nuovo Testamento e negli apocrifi

Il sistema copernicano della cristologia

Secondo libro — Cristo e l'Apostolo

Vita di Gesù

Pietro

Paolo

La Chiesa nascente

Ancora una volta il presunto socialismo

Ancora una volta il presunto socialismo

Il cristianesimo è nato dai culti misterici, e il culto misterico si basava su un fondamento al tempo stesso magico e morale. Un determinato dio, un particolare sacramento e specifiche iniziazioni mistiche creavano una cittadinanza comune tra gli adepti, un principio organizzativo che implicava di per sé una disciplina scrupolosa e una sorveglianza rigorosa sui neofiti da parte degli iniziati e dei più avanzati, e dunque una gerarchia ben definita. A ciò si aggiungeva l’elemento morale: chi entrava a farne parte doveva, nella sua condotta di vita esteriore, aspirare all’ideale del saggio ascetico e privo di bisogni, e naturalmente il suo avanzamento nei gradi superiori dei misteri dipendeva dal giudizio dei suoi superiori sulla sua adeguata condotta in tal senso. Tuttavia, anche con il raggiungimento dei gradi più alti, non diventava automaticamente un uomo perfetto e senza peccato, con il diritto assoluto di accedere alla massima carica nella comunità dei misteri. Questo poteva ottenerlo solo per grazia della divinità mediatrice stessa, attraverso l’imposizione magica delle mani da parte del suo predecessore, che a sua volta era giunto al suo rango solo per un’analoga grazia superiore. Questo principio organizzativo derivava naturalmente dall’essenza magico-morale del mistero e completava la struttura gerarchica fino al suo vertice. A ciò si aggiungeva la consuetudine cittadina dell’uomo antico, che cercava un senso di appartenenza, e l’esclusivismo ebraico, che compensava le concessioni inevitabili da un lato con un’intransigenza ancora maggiore dall’altro, rinnovando con ardore la lotta contro l’Impero ancora pagano. Tutti questi fattori bastano a spiegare l’organizzazione, la costituzione e la rigida struttura della Chiesa nascente, così come il motivo per cui le masse, trovando in essa una nuova patria, un senso di appartenenza e una protezione dai demoni, vi affluirono in gran numero. Certo, affluivano anche agli altri culti misterici, ma per sua natura il più esclusivo e radicale, quello che faceva il minor numero di concessioni al mondo preesistente, doveva infine prevalere. Non vi è alcuna necessità di ricorrere al socialismo per spiegare queste organizzazioni ecclesiastiche, e il moderno ha probabilmente difficoltà a liberarsi di questa idea perché per lui culto e religione, da un lato, e organizzazione razionale di uno Stato, dall’altro, sono cose completamente diverse. L’uomo antico, invece, non concepiva affatto questa separazione in teoria e la sperimentò solo per un breve periodo nella pratica. Nei secoli del cristianesimo primitivo, nessuno avrebbe compreso una tale distinzione, e in particolare il culto misterico non era solo un’istituzione di salvezza per coloro che cercavano redenzione, ma anche un sostituto dello Stato antico ormai decaduto per ebrei, romani e greci. Ciò che l’Impero e le singole comunità avevano conservato o talvolta reinventato in termini di funzioni e strutture statali venne dunque naturalmente trasferito al culto misterico, che divenne uno Stato nello Stato. Ma non vi era alcun fermento sociale delle masse nel senso moderno del termine, e persino i sostenitori della teoria sociale generalmente riconoscono questa realtà, essendo ben consapevoli della differenza tra l’aspirazione cristiana all’aldilà e l’utopia futura di Karl Marx. Tuttavia, di recente è emersa l’idea che almeno un forte odio di classe avesse pervaso gli strati popolari più bassi, rendendoli più ricettivi alla dottrina cristiana della povertà e spiegando così la rapida diffusione di questa religione. Non si può evitare di esaminare più da vicino questo argomento, che ha trovato un certo seguito.

L'odio di classe è l'odio di una classe sociale che vede i propri interessi ostacolati da un'altra e per questo inizia contro di essa una qualche forma di lotta. Così il proletariato odia la borghesia, e questa a sua volta odia sia il proletariato che l'aristocrazia terriera. Un'arma importante in tali conflitti è spesso l'indignazione morale, che talvolta è sincera, ma raramente rappresenta il fattore primario e realmente determinante. Il lavoratore si schiera per istinto di classe nelle fila del socialismo, anche se può accadere che alcuni intellettuali della borghesia passino dall'altra parte e idealizzino il proletariato come portatore di una cultura futura.  

Per questi borghesi, evidentemente, l'interesse di classe non può essere il motore della loro scelta, bensì l'indignazione etica di fronte a gravi ingiustizie sociali. Un tale sdegno morale individuale è sempre esistito, mentre i movimenti e le lotte di classe, e l'odio di classe che ne deriva, emergono solo in particolari condizioni storiche. Naturalmente, non si vuole affermare che un povero, che ha sperimentato la miseria sulla propria pelle, non possa provare indignazione morale. Ma la questione è da cosa sia principalmente ispirato: da un istinto di classe solidale o da un idealismo astratto? E su questo, nel nostro contesto attuale, non possono esserci dubbi. Tuttavia, l’esperienza del presente non ci autorizza automaticamente ad applicare lo stesso schema al passato, ogni volta che incontriamo un odio verso il lusso e l’arroganza dei ricchi o un’idealizzazione fantasiosa della povertà. Invece di un movimento di classe, la fonte di tali maledizioni potrebbe essere un’ispirazione romantica di carattere etico.

Gli ideali morali del movimento cristiano erano l'ascesi e l'umiltà, per ottenere la liberazione dai demoni dopo la morte. Nulla, però, ostacola l'ascesi più della ricchezza, e nulla predispone più facilmente al godimento della vita e talvolta all'arroganza. La ricchezza rappresentava quindi un pericolo per la salvezza dell’anima, poiché il ricco poteva dimenticare di accumulare “tesori in cielo” attraverso le virtù ascetiche. Solo un totale distacco dai beni di questo mondo sembrava poter garantire la salvezza. Ma come avrebbe potuto un ricco, abituato agli agi, trovare la forza di distribuire tutti i suoi beni ai poveri e diventare egli stesso un mendicante? Sembrava un’impresa sovrumana, e così venne diffusa una massima del Dio mediatore: era più facile che un cammello passasse per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entrasse nel regno dei cieli. Per realizzare l’ideale morale del distacco dal mondo, alcune comunità stabilirono per i loro membri un modello di povertà che poteva spingersi fino al completo comunismo. Negli Atti degli Apostoli, un fanatico racconta, a questo proposito, dell’inganno e della terribile punizione di Anania. Tuttavia, i ricchi avevano ancora una speranza: erano peccatori, sì, ma non più degli altri uomini, poiché di fronte all’ideale assoluto nessuno era veramente degno. Anche gli altri, secondo la stretta giustizia divina, avrebbero avuto la stessa difficoltà a entrare nel regno dei cieli quanto un cammello a passare per la cruna di un ago. Ma, secondo un'altra massima attribuita a Gesù, nulla è impossibile per Dio. Così, nella pratica, i mezzi magici della grazia divina dovevano purificare tanto i ricchi quanto i poveri, e da qui scaturì naturalmente un compromesso tra la realtà e l’ideale. Di conseguenza, già nella comunità cristiana primitiva il ricco aveva un suo ruolo: certamente non mancava di contribuire con donazioni alla Chiesa e, in cambio, poteva ricevere onori, cosa che scandalizzava gli idealisti più rigorosi e i fanatici. Questa tensione è evidente nella Lettera di Giacomo, dove viene criticata la presunzione dei membri ricchi della comunità. Per questo, l'autore indignato attinge all'intero arsenale di maledizioni morali contro la ricchezza e idealizza la santa povertà nei consueti termini. Tutto ciò, però, non ha nulla a che fare con il socialismo o con una lotta di classe, così come non ne ha la parabola del ricco e di Lazzaro. Il ricco non finisce all’inferno a causa della sua ricchezza, ma per la sua mancanza di misericordia: ha lasciato Lazzaro, coperto di piaghe, giacere alla sua porta senza aiutarlo, disprezzando i comandamenti morali dei profeti. Ancora una volta, dunque, si tratta di moralismo, non di socialismo o di lotta di classe.

L'argomento apparentemente più convincente dei sostenitori di un primitivo socialismo si basa sulla differente formulazione di un passaggio del Discorso della Montagna nei Vangeli di Luca e Matteo. Luca scrive: “Beati i poveri”, mentre Matteo riporta: “Beati i poveri in spirito”. Si sostiene che il terzo evangelista (Luca) abbia preservato l'antica e rigorosa formula socialista, mentre il primo (Matteo) l'abbia attenuata, poiché scriveva non più per una comunità povera, ma per una Chiesa che ormai aveva già rinnegato la lotta di classe. Questa interpretazione, però, dà per scontata un'idea che dovrebbe prima essere dimostrata: che vi fosse effettivamente una lotta di classe. Inoltre, l'attenuazione di Matteo potrebbe non essere affatto diretta contro un'ipotetica fazione socialista, bensì contro moralisti fanatici che, pur essendo forse un piccolo gruppo, si appellavano a una parola di Gesù. Tuttavia, non è nemmeno necessario fare ipotesi del genere, poiché la storia del cristianesimo primitivo nel 2° secolo offre una spiegazione molto più plausibile. In quel periodo, la Chiesa stava combattendo una dura battaglia per la sua affermazione contro gli gnostici, quegli aristocratici dello spirito che si vantavano della loro superiore “conoscenza” e che, forse, erano ancora più orgogliosi delle loro ricchezze interiori di quanto un membro benestante della comunità lo fosse dei suoi beni materiali. Gli gnostici disprezzavano i loro avversari, definendoli ignoranti e di natura inferiore, trattandoli quindi come “poveri in spirito”. Ma i loro oppositori ribaltarono l'insulto, trasformandolo in un vanto: “Beati i poveri in spirito”, ossia “Maledetti gli gnostici, questi arroganti dello spirito”. L'ideale di povertà, dunque, non viene affatto negato, ma piuttosto elevato a un livello superiore. Chi conosce la polemica di Tertulliano contro la “filosofia” gnostica troverà questa spiegazione del passo di Matteo molto verosimile. [1]

Il socialismo, nella sua grandezza così come nella sua unicità, è un movimento assolutamente moderno, che in realtà non ha affatto antenati, e men che meno nel cristianesimo primitivo. Dovrebbe rinunciare a questa pretesa di nobiltà.

NOTE

[1] Non privo di una certa originalità è il tentativo di Maurenbrecher di interpretare un passo della Lettera ai Filippesi, dove si parla della schiavitù di Cristo, nel senso che l'uomo Gesù sarebbe stato uno “schiavo”, dal che si dovrebbe spiegare il suo risentimento sociale. Tuttavia, qui si intende una schiavitù ben peggiore di quella sociale, poiché il Figlio unigenito di Dio e primo tra gli angeli si sarebbe volontariamente sottomesso al potere del diavolo assumendo un corpo umano.

domenica 20 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — La Chiesa nascente

(segue da qui) 


La Chiesa nascente 

Al centro della predicazione etica di Gesù si trova il cosiddetto Discorso della Montagna, che rappresenta l’espressione più chiara della morale del cristianesimo primitivo. Poiché esso è composto da detti isolati e brevi insegnamenti, nei quali vibra tutto l’entusiasmo impetuoso di un movimento giovane e grandioso, alcune sue parole sono divenute, già da secoli, patrimonio comune delle nazioni civili, riscuotendo consenso unanime e accoglienza gioiosa da parte di anime elevate di ogni razza e confessione. Tanto più il compito dello storico è quello di richiamare l’attenzione sul contesto complessivo e di spiegare le sorprendenti contraddizioni che emergono mediante l’epoca di origine e la condizionata storicità di questo discorso. Nel Vangelo di Matteo, il Discorso della Montagna è presentato come il compimento supremo della legge mosaica, della quale non deve essere omesso neppure il più piccolo segno. Se Mosè ha enunciato il comando: “Non uccidere”, il nuovo profeta lo supera con l’esortazione: “Non adirarti contro tuo fratello”. L’ira viene equiparata all’omicidio, e chi non si libera di questo vizio è passibile di giudizio. Chi chiama suo fratello “buono a nulla” non potrà sfuggire al fuoco dell’inferno. Poiché in quei tempi il fuoco dell’inferno era una realtà concreta nella fede delle persone, la nuova norma morale rappresentava un inasprimento terrificante della legge mosaica. Non meno radicale fu il superamento del comandamento mosaico sull’adulterio. “Non commettere adulterio” suonava ormai innocuo rispetto alla minacciosa parola del Signore: “Chiunque guarda una donna con desiderio l’ha già violata con lei nel suo cuore”. Anche colui che non ha compiuto l’atto, ma ha soltanto provato un fugace desiderio nell’anima, non può sperare nella salvezza della propria anima dagli artigli dei demoni; lo attende il fuoco inestinguibile e quel luogo dove vi è pianto e stridore di denti. Solo attraverso un radicalismo di tipo orrendo può sperare di salvarsi chi è così disgraziatamente predisposto.

“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te. Poiché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna”. Anche la mano destra che lo scandalizza deve essere tagliata, e ancora segue la medesima motivazione: è meglio perdere una delle proprie membra, che essere precipitati con l’intero corpo nell’inferno. Una simile espressione, in tale contesto, non lascia alcun dubbio sul vero significato. Solo per delicatezza, per una sorta di pudore finale, si potrebbe dire che il giudice zelante abbia menzionato altre membra – occhio e mano – che nulla hanno a che vedere con la concupiscenza. Ma non si può eludere il significato reale che qui si manifesta: si allude alla castrazione come mezzo per preservarsi dall’inferno. Quanto più innocuo appare invece quell’altro precetto, con il quale il mosaico “occhio per occhio” viene abolito e superato. Il celebre “Non resistere al male”, con le sue altrettanto celebri conseguenze, si dispiega qui davanti a noi. A chi ti percuote sulla guancia destra, porgi anche l’altra. Se il tuo nemico vuole costringerti a fare un miglio con lui, accompagnalo per due. A chi vuole toglierti la tunica, lascia anche il mantello. E oltre questo punto non si può spingere ulteriormente il principio secondo cui non si deve opporre resistenza al male. Qui sembra prendere voce quella umiltà passiva che da ormai molti secoli viene celebrata come tratto distintivo del cristianesimo. Ma non dimentichiamo che dietro tutti questi comandamenti c’è la voragine dell’inferno che vomita fuoco contro chi li trasgredisce. Allora la bontà apparente verso gli avversari si trasforma in un’intransigenza sorprendente, persino terrificante, verso il credente che voglia assumersi il giogo della nuova legge. Egli non può mai più adirarsi, non può neppure permettersi un atto di legittima difesa, né una seppur fugace pulsione del desiderio sessuale, altrimenti è destinato a cadere preda di Satana, dei demoni e dell’inferno. Un ascetismo eroico e implacabile risuona da queste parole, e ne conosciamo bene l’origine nell’anima della tarda antichità, nell’estremizzazione stoica della vecchia morale politica e nazionale fino alla sua sublimazione nel metafisico. Ciò che era ritenuto giusto per Greci e Romani, era accettabile anche per gli ebrei, e se a ciò si aggiungeva la fede negli inferi e nei demoni, allora simili fosche conseguenze dovevano necessariamente scaturirne.

È quindi naturale che il Discorso della Montagna si concluda con parole di collera contro farisei, scribi e falsi profeti. Il Signore verrà nel giorno del giudizio e aprirà ai pii le porte del paradiso, mentre condannerà gli empi al fuoco eterno. Con questa minaccia si chiude il Discorso della Montagna, e le oscure parole d’ira riecheggiano di continuo nei Vangeli. Si parla della via ripida che conduce, attraverso una porta stretta, al Regno dei Cieli, e solo pochi vi entreranno, mentre la massa dei peccatori cammina sul largo e comodo sentiero del peccato. A tale minacciosa affermazione si può ben dare credito, se non soltanto l’omicida e l’adultero sono passibili di giudizio, ma già lo è l’ira di colui al quale sfugge una parola avventata, o l’ignaro che ha gettato uno sguardo fugace su una donna, o persino colui che si è difeso da un ladro o da un violento. La più totale disperazione doveva gravare sul mondo, poiché quasi nessuno – anzi, nessuno – sarebbe stato in grado di sfuggire agli orrori del giudizio.

Tuttavia, altre parole risplendono improvvisamente, piene di luce e di gioia, parole che non riempiono l’animo di angoscia, ma di radiosa pace. L’ideale ascetico non mostra solo il suo lato cupo, ma anche quello gioioso e privo di bisogni, si potrebbe quasi dire, il suo lato poetico. Certo, è proibito accumulare tesori e preoccuparsi dei beni terreni. Ma allora non si hanno ladri da temere, né fatiche né affanni da sopportare, e si può confidare che Dio non abbandonerà i suoi fedeli. “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, eppure il vostro Padre celeste li nutre. Non valete voi forse molto più di loro? E chi di voi, con la sua preoccupazione, può aggiungere una sola misura alla durata della sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano e non filano, eppure io vi dico: nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Se dunque Dio riveste così l’erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più non farà per voi, gente di poca fede?” Come tutto questo è avvolto dalla luce, irradiato dal sole di una gioiosa povertà! È il frate mendicante felice, che cammina per le strade cantando le sue canzoni, sentendosi parente dei fiori del campo e degli uccelli del cielo. La sua mancanza di bisogni, la sua armonia con la natura sono la sua felicità, e al tempo stesso un misterioso splendore dell’aldilà si posa sulla sua vita, conferendole uno sfondo mistico e un’armonia più profonda. Un giorno questo amabile tipo di pio cristiano troverà piena espressione poetica nella figura di un san Francesco d’Assisi. Ma a lui si contrappone, naturalmente, una più vasta schiera di zelanti, un Simone Stilita o un Domenico, la cui vita e il cui destino non furono decisi dalla lieta notizia dei gigli del campo, ma dal tonante monito del Giudizio Universale che echeggia nei Vangeli.

Ma come può proprio il Cristo parlare di giudizio e di fuoco infernale, lui, al quale è sfuggito quel sublime precetto: “Non giudicate, affinché non siate giudicati”? Come può proprio lui, in un’incomprensibile contraddizione, oltraggiare e maledire farisei e scribi, definirli razza di vipere, invocare guai su Cafarnao e su tutti coloro che non credono in lui come nel Messia – persino su coloro che lo perseguitano – se pure ha predicato un idealismo dell’amore e del perdono che, nei secoli, ha trovato un’eco imperitura in innumerevoli cuori generosi? “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. – Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”. Queste parole escono dalla stessa bocca che ha scagliato le più terribili maledizioni contro i suoi nemici. E con la stessa frequenza delle minacce, questa gioiosa promessa ritorna nei Vangeli. L’insensibilità del cuore verso il prossimo – che si dovrebbe amare come sé stessi – viene rappresentata come una grave empietà, e a Pietro Cristo ha detto: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette dovrai perdonare”. E quale grande misericordia ha mostrato questo giudice del mondo irato – lo stesso che minacciava con la fiamma eterna persino uno sguardo fugace di lussuria – verso la peccatrice pentita Maria Maddalena! Sono contraddizioni imponenti, che sin dagli inizi della critica biblica si è cercato di eliminare per epurazione. Si voleva che egli avesse davvero pronunciato le parole d’amore, ma non le altre. Questa era l’opinione della maggioranza, mentre si fece sentire anche la visione contraria, secondo la quale il vero Gesù della storia sarebbe stato proprio quello minaccioso e adirato, e l’altro – il mite e compassionevole – un’idealizzazione postuma o addirittura una falsificazione.

Ma ciò che abbiamo davanti a noi non è altro che la già nota duplice natura del Cristo, qui in una forma particolare: come simbolo della Chiesa cristiana nascente, con il suo amore e con il suo odio.

I problemi organizzativi dell’epoca protocristiana sono documentati principalmente nelle lettere apostoliche, in particolare in quelle attribuite a Paolo. Per questo motivo, occorre sempre fare riferimento a tali documenti per illuminare l’etica di Gesù, poiché fin dall’inizio Gesù fu un dio misterico, il capo divino di una comunità che, com’è naturale, lo modellò secondo la propria immagine. Così il problema dell’amore nei Vangeli si chiarisce nel modo più completo attraverso il confronto con il tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi, che si potrebbe con più ragione di molte altre opere della letteratura mondiale definire il “Cantico dell’Amore”. “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo risonante o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e se avessi tutta la fede da spostare i monti, ma non avessi l’amore, non sono nulla. L’amore non verrà mai meno. Le profezie scompariranno, le lingue cesseranno, la conoscenza svanirà. Infatti, parziale è la nostra conoscenza, parziale è la nostra profezia. Rimangono queste tre cose: fede, speranza, amore. Ma la più grande di tutte è l’amore”. Questo inno sublime è rivolto, da parte del redattore della lettera, a una comunità nella quale erano scoppiate divisioni. Gli apostoli, cioè i predicatori itineranti della nuova fede, erano entrati in contrasto con i profeti estatici e, ancor più, con quegli esaltati che parlavano in lingue – esclamazioni e suoni confusi, incomprensibili a tutti. A ciò si aggiungevano gli interventi dei “maestri”, probabilmente uomini impegnati nella costruzione intellettuale, nella nascente dogmatica. Regnava fra loro una lotta per la leadership, e si può facilmente immaginare con quale passione queste tendenze e orientamenti dell’anima così diversi siano entrati in conflitto. Già in precedenza, l’ammonitore fedele aveva richiamato, nella sua lettera, l’antichissimo paragone del corpo umano, tanto caro all’antichità, per esortare all’unità e delineare un ideale organizzativo. Il corpo è uno solo, ma ha molte membra. Il piede non può dire che non appartiene al corpo perché non è mano, e la mano non può rifiutare la sua appartenenza perché non è piede. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se uno è onorato, tutte le membra gioiscono con lui”. Così anche la comunità è un unico corpo con Cristo come capo, e le “membra” devono convivere in armonia, perché ciascuna di esse è stata integrata nel corpo secondo i doni ricevuti da Dio. Come se però non si fidasse pienamente dell’efficacia persuasiva dei suoi argomenti razionali, il fedele esortatore sente ancora il bisogno di mostrare agli animi in conflitto un’altra via, e intona quell’inno all’amore, di cui abbiamo colto alcuni echi, e che si conclude con le seguenti parole: “L’amore sopra ogni cosa! Solo dopo, cercate i doni spirituali”. Così si propone qui il principio costitutivo che deve sollevare la comunità oltre l’anarchia, edificare la Chiesa, superare le divisioni spirituali, psichiche e persino nazionali – come si è detto poco prima a proposito delle rivalità tra giudei e greci. Tutta la prima lettera ai Corinzi è pervasa e sorretta da questo pensiero fondamentale. Essa mette in guardia contro le divisioni, esorta i più progrediti alla tolleranza verso i deboli, che sono pur sempre fratelli in Cristo, e condanna l’ambizione di singoli individui che, per orgoglio e superbia, ostacolano l’unità delle comunità e disprezzano i fratelli. Paralleli a questa concezione si ritrovano anche in altre lettere apostoliche, e giungiamo così alla conclusione naturale che anche il Gesù dei Vangeli considerasse l’amore anzitutto come fondamento organizzativo della nuova comunità – sebbene, al di fuori di questo ambito, la situazione possa presentarsi in modo sostanzialmente diverso.

I discepoli avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande. Allora Gesù prese un bambino, lo pose accanto a sé e lo benedisse: questo piccolo è il più grande, e il Regno dei Cieli gli è assicurato! Chi non diventa come un bambino, non entrerà nel Regno dei Cieli. Una parola meravigliosa, con la quale però il Maestro non intende soltanto riferirsi all’innocenza infantile, bensì soprattutto alla piccolezza, alla debolezza e all’umiltà. Chi desidera esercitare autorità nella comunità, deve servire e obbedire a tutti, anche ai più piccoli, e solo quando sarà diventato l’ultimo, potrà essere il primo. Infatti anche Cristo è disceso, non per dominare, ma per servire, e nel quarto vangelo arriva persino a lavare i piedi ai discepoli. Per questo coloro che aspirano alla guida della comunità devono esercitarsi nell’umiltà e nella tolleranza, e non devono causare scandalo a nessuno, nemmeno al più piccolo tra i membri della comunità; altrimenti sarebbe meglio per loro essere gettati in mare con una macina da mulino legata al collo. Il Signore potrebbe infatti venire di nascosto, durante la notte, per chiedere conto al servo infedele del suo operato. Il contesto non lascia alcun dubbio: si tratta di insegnamenti sull’amore, sull’umiltà e sulla tolleranza, rivolti in modo particolare a coloro che sono chiamati a occupare posizioni di guida nella comunità.

A questo punto Giovanni lo interrompe con una domanda degna di nota. Egli e gli altri discepoli avevano visto un uomo che scacciava demoni nel nome di Gesù, e glielo avevano proibito, poiché non voleva seguirli. Ma Gesù non approva tale intolleranza. Nessuno che compia miracoli nel suo nome potrà subito dopo parlare male di lui, e ai discepoli egli dichiara esplicitamente: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Questa è una parola di ampia tolleranza, che è in armonia con i suoi precedenti insegnamenti e con quei fondamenti espressi nella prima lettera ai Corinzi. Anche quell’epistola attribuita a Paolo esorta all’unità fondata sull’amore, e respinge qualsiasi divisione secondo cui alcuni si definiscono seguaci di Paolo, altri di Cefa o di Apollo, alimentando così dissidi reciproci, mentre il fondamento comune è Cristo. Con tale concezione si accorda perfettamente quella parola di pace degli evangelisti: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Tuttavia, abbiamo già letto una formulazione del tutto opposta, con senso e tenore completamente contrari. Lo stesso Cristo ha detto infatti: “Chi non è con me, è contro di me”. In verità, è questa forse l’antitesi più drastica e ingenua che si possa trovare in tutti i vangeli, e ancora oggi sembra non esserci altra via d’uscita che considerare una delle due versioni come un’interpolazione successiva da escludere. Ma a un’analisi più attenta, si nota che Gesù non parla qui di bestemmie contro di lui, bensì di quelle contro lo Spirito Santo. “Ogni peccato e bestemmia”, dice poco dopo, “sarà perdonata agli uomini, ma non la bestemmia contro lo Spirito”. Chi è, in questo caso, lo Spirito? Che cosa intende Gesù con questa solenne dichiarazione? I farisei avevano affermato che egli scacciava i demoni con l’aiuto di Beelzebù, mentre egli sosteneva di farlo per mezzo dello Spirito Santo, che così viene gravemente oltraggiato dalla bestemmia dei farisei. Ma lo Spirito Santo fu, in alcuni vangeli del cristianesimo antico, anche designato come la madre di Gesù, e questo essere divino del cielo delle idee platoniche deve necessariamente avere il suo corrispettivo sulla terra – e lo ha: la Chiesa. Essa è infatti designata, nella simbolica teologica, come la “sposa di Cristo”, e i sistemi gnostici conoscevano tra le loro entità ipostatizzate anche la Chiesa, i cui rappresentanti, i vescovi, furono in epoca successiva ispirati nei loro concili dallo Spirito Santo, proprio come il medesimo miracolo si sarebbe già compiuto a Gerusalemme durante la settimana di Pentecoste. Così, in questo passo, Gesù non dice altro se non che ogni altra bestemmia è minore rispetto alla bestemmia contro la Chiesa, perché in essa si cela l’abbandono e la dispersione. “Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”. Qui il massimo rilievo è posto sulla raccolta, sulla coesione, sull’organizzazione. E se questa costruzione fosse distrutta, ne deriverebbero gravi conseguenze. Satana è stato sì sconfitto e incatenato, poiché uno più forte di lui è sopraggiunto. Così anche i demoni sono stati scacciati, e vagano ora per luoghi deserti in attesa di poter rientrare negli uomini. Ciò accadrebbe se la Chiesa venisse distrutta e lo Spirito Santo bestemmiato. Allora ogni demonio cacciato tornerebbe, portando con sé altri sette spiriti peggiori, e tornerebbe a dominare il nemico maligno, tornerebbe a regnare il peccato, e il sacrificio redentore del Salvatore perderebbe la sua efficacia.

La Chiesa come istituzione e dispensatrice di salvezza! – questa è la soluzione di tutte le contraddizioni finora rilevate. Chi vi entrava e si impegnava con sforzo, veniva purificato dalla materia del peccato mediante i sacramenti del battesimo e della comunione, e anche le colpe più gravi ottenevano il perdono. Questo era concepito in modo molto coerente, poiché con una morale rigorosa di tipo stoico, che non distingueva tra un uomo adirato e un assassino, in realtà nessuno poteva rimproverare nulla all’altro. “Non giudicate, affinché non siate giudicati”, aveva detto Gesù, e invitava coloro che si sentivano senza peccato a scagliare per primi la pietra contro l’adultera. La premessa di tale mitezza era però che Maria Maddalena si fosse gettata ai piedi di Cristo e si fosse riconosciuta in lui, o in altre parole, che fosse entrata a far parte della Chiesa e avesse ricevuto i sacramenti purificatori. Allora era salva e la sua anima era stata strappata ai demoni, e gli altri avevano il dovere di accoglierla come sorella, di considerare il peccatore come fratello, e di non elevarsi al di sopra di loro. Tuttavia, da quel momento in poi si esigeva una condotta di vita moralmente rigorosa, e questa richiesta non si trova solo nelle cosiddette lettere cattoliche, ma anche nelle epistole paoline. Anche questo ideale di condotta etica fu in effetti spesso realizzato dai primi cristiani, come riconoscevano persino i loro sinceri avversari. Ciononostante, una contraddizione (antinomia) rimaneva, dal momento che non era l’attività propria, ma il sacramento a redimere, e questo non poteva logicamente essere negato nemmeno ai recidivi, una volta che si fossero pentiti. Per questo motivo Gesù aveva richiesto un perdono “settanta volte sette”, e ciò comportò, nei primi secoli, l’ingresso nella Chiesa nascente di elementi spesso molto discutibili, che devono aver causato momenti assai difficili agli anziani e ai vescovi. Questo contrasto apparteneva essenzialmente alla tarda antichità e poteva essere superato soltanto in una maniera affettiva e magica, accettandolo come tale. L’amore era davvero il principio costitutivo di questa nuova comunità. Esso superava ogni inimicizia personale, e a lungo anche i più aspri contrasti teorici, fondendo i membri in un’unità di intensità intima come non si era più vista nemmeno nello Stato cittadino dell’antichità, tanto meno dopo la sua scomparsa. L’obiettivo di recuperare quest’anima perduta dell’antichità non fu soltanto raggiunto, ma addirittura superato di gran lunga, e con il nuovo amore – questo patriottismo universale – si risvegliò spontaneamente anche l’odio contro gli estranei, contro i nemici della patria divina e terrena. All’esterno stavano i demoni in agguato, attorno al cerchio murario della Chiesa, e chi voleva distruggere questo muro protettivo era un alleato di Satana e avrebbe dovuto essere colpito dal giorno del giudizio. Per quanto a noi, figli di tempi molto successivi, una simile concezione possa sembrare bizzarra, essa corrispondeva profondamente al sentire dell’uomo antico. Come il nuovo individualismo si era platonizzato e oggettivato, e dunque vincolato, come l’idea nazionale greca, ebraica e romana cercava e trovava la sua espressione e la sua essenza non nella spontaneità creativa dell’organismo culturale, ma nella stabilizzazione delle consuetudini esteriori – allo stesso modo operava anche il cosmopolitismo di questa epoca, cioè la Chiesa cristiana. La magnanimità verso il prossimo, verso il compagno di fede, poteva benissimo coesistere con un odio quasi sciovinista verso l’estraneo o l’eretico apostata. Che le esperienze di questo amore cristiano si condensassero, in alcuni spiriti elevati e potenti, in parole ed espressioni di sentimento di valore eterno, appartiene alle prove della potenza sublime del movimento, che talvolta sembrava trascendere sé stesso, come accade in ogni vero sviluppo storico a cui si accompagna un elemento eterno. Ma il principio rimaneva che l’amore operava dentro la Chiesa, o verso il penitente che vi faceva ritorno, mentre l’eretico e il nemico del Signore dovevano tremare davanti al fuoco dell’inferno e al giudizio.

La natura della Chiesa implicava necessariamente legalità e usanze stabili, e per questo anche l'opposizione tra Gesù e i farisei non presenta affatto quel carattere assolutamente radicale che, a partire dai tempi di Lutero, è stato ripetutamente letto nei Vangeli. Gesù non ha affatto rigettato la Legge, pur sottolineando, nei suoi confronti, l’interiorità del sentimento religioso. Il motto era piuttosto: “Fai una cosa senza tralasciare l’altra”. Altrimenti, si trattava solo di una modifica puramente esteriore delle forme, perché il vino dei misteri non doveva più essere versato negli otri vecchi, ma in nuovi. I farisei rimproverano ai discepoli di Gesù di non digiunare come fanno i giudei e i discepoli di Giovanni. A ciò ricevono la risposta che per i discepoli non è ancora tempo di lutto, ma di gioia, finché il Maestro è ancora con loro. Solo quando il Maestro sarà loro tolto, avranno motivo di tristezza, e solo allora verrà anche per loro il tempo di digiunare. La disputa qui verte unicamente sulla questione di quando si debba digiunare, e la Chiesa nascente rivendica il diritto di celebrare i propri giorni di festa e di lutto non secondo l’uso giudaico, ma secondo le esigenze del proprio culto misterico. Così infatti alla celebrazione del sabato si sostituì la domenica, che già da tempo, prima della rottura definitiva, era divenuta il vero giorno festivo per alcune sette giudaiche. Gesù non respinge nemmeno la santificazione del sabato in quanto tale, ma la sua collera si indirizza solo contro gli eccessi che, nel fervore del conflitto, venivano attribuiti agli scribi. “Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”. Questa affermazione costituisce una presa di distanza dagli eccessi dell'osservanza del sabato, ma non rappresenta un suo rigetto di principio. A prima vista, un atteggiamento più radicale sembra emergere nella discussione sulle rigide leggi rabbiniche di purità e alimentazione. “Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma ciò che ne esce”, si afferma nel primo vangelo. Poiché la bocca parla solo di ciò che vive nei cuori, e lì abitano cose cattive, che Gesù elenca — e sono sette in totale: innanzitutto i cattivi pensieri, poi l’omicidio, quindi adulterio, fornicazione, furto, falsa testimonianza e bestemmia. “Queste sono le cose che contaminano l’uomo. Mangiare con le mani impure non contamina l’uomo”. Per quanto autentica e vera una tale parola possa risuonare ancora oggi in un’anima contemporanea, sarebbe un errore trarne solo un principio universale e ignorare la sua condizionata contestualità storica. I sette vizi danno da pensare, perché corrispondono esattamente ai sette arconti degli gnostici, i malvagi dominatori di questo mondo. Il cristianesimo è platonismo per il popolo, come disse Nietzsche, e dunque i sette vizi non sono concetti, ma entità reali. Sono i sette demoni che hanno preso dimora nell’uomo e che vengono scacciati da Cristo — cioè dalla Chiesa, dai sacramenti, che, in fin dei conti, appartengono anch’essi ai “mezzi di purificazione”. Solo che nel giudaismo talmudico il complesso sistema di purificazione era stato sempre più privato del suo carattere magico e affettivo, venendo ridotto a un’esercizio penoso di obbedienza — contro il quale il mistero cristiano si opponeva con passione. Non si contrapponevano due principi, ma si combatteva tra la forma superiore e quella inferiore della medesima cosa, e la Chiesa era soltanto la sinagoga estesa e ringiovanita.

Questo stabilisce la relazione definitiva di Cristo con il giudaismo. Egli era e doveva essere un avversario del giudaismo che si era cristallizzato e che aveva preso forma talmudica, ma allo stesso tempo era un ebreo profondamente ellenistico, che rappresentava il culmine degli sviluppi della diaspora di centinaia di anni. Per questo motivo, non poteva essere nemico della nazione ebraica, per la quale, anzi, doveva attrarre proseliti e lo aveva fatto. Fu solo per colpa degli ebrei stessi che venne da loro estraniato, poiché essi abbandonarono il terreno di uno sviluppo universale e si rinchiusero su sé stessi. All'inizio li aveva preferiti, si era rivolto continuamente a loro, e a causa loro aveva trascurato e quasi respinto i pagani e i proseliti. Comandò agli apostoli di non andare dai samaritani e dai pagani, ma dalle perdute pecore della casa di Israele. Ma Israele perseguitò e uccise i credenti, che dovevano fuggire di città in città, scuotendo la polvere del suolo non giusto dai loro piedi. La donna cananea rifiutò inizialmente Cristo nel suo pregiudizio per il giudaismo. Ma gli rivelò una umiltà e una fede che non aveva trovato in Israele, tanto che lo accettò e si fece misericordioso con lei. Non meno il centurione di Cafarnao superò gli ebrei nella fede, così come fecero gli esuli di Samaria, tanto che alla fine il Vangelo doveva arrivare ai pagani. Ma questi pagani, grazie alla loro fede, vennero accolti nella comunità di Abramo, il profondo credente antenato del popolo ebraico, diventando così giudei nello spirito. Infatti, nel secondo secolo, la Chiesa ufficiale trionfò contro la Gnosi anti-giudaica, e per questo il Nuovo Testamento si costruì sull'Antico. Quindi, anche qui, dal punto di vista storico, non c'è contraddizione tra i discorsi di ira di Cristo contro il giudaismo ufficiale e la sua affermazione che non ha annullato la Legge di Mosè, ma l'ha adempiuta. Si trattava semplicemente di una formula teologica messa in bocca al Dio dei Misteri per una realtà storico-universale. Il giudaismo si era esteso nel cristianesimo, la sinagoga si era estesa nella Chiesa.

Questa Chiesa era la città-stato dell'antichità, rinata e trascesa nella dimensione metafisica che poi più tardi Agostino ha definito correttamente come: civitas dei. Anche le tradizioni repubblicane della polis, che già da secoli erano in conflitto con i Cesari, furono integrate in questa nuova struttura. Ai discepoli che litigano tra loro per il primato, Cristo risponde dicendo che i re della terra violentano e schiavizzano i loro popoli. Nella sua comunità, solo chi è il più umile e serve tutti può pretendere di diventare il capo della comunità. In principio, infatti, la Chiesa era stata costruita su una solida base democratica, dalla quale però presto dovette deviare, per necessità organizzative e ancor di più per motivi interni. La comunità aveva bisogno di un mediatore, il più degno e puro, che fosse in grado di mediare tra essa e uno degli apostoli, i quali a loro volta elevavano la preghiera a Cristo. Ma in realtà, nessuno da solo era così eccellente da potersi innalzare alla più alta condizione tramite perfezioni morali, se non era stato insignito da una forza ultraterrena. Così nacque la finzione che Cristo, imponendo le mani, avesse trasmesso agli apostoli il suo potere divino, che essi a loro volta trasmettevano ai successori nei loro uffici ecclesiastici mediante l'imposizione delle mani. In questo modo, il diritto di elezione democratica veniva sempre più limitato, poiché la comunità non poteva competere con quella consacrazione cristica che veniva dall'alto. Tuttavia, c'era una differenza tra il precedente regime di potere dei Cesari e il potere magico-morale del vescovo o, più tardi, del papa, il quale, per la sua posizione di successore di Cristo, si sentiva almeno obbligato a vivere secondo un comportamento che riflettesse tale successione. Quella riconciliazione tra la tradizione repubblicana e il nuovo cesarismo, che gli imperatori non riuscirono mai a portare a termine, fu realizzata sul terreno della metafisica, dell'irrazionalità e del sentimento. Non fu un caso, ma una logica evoluzione, che la Chiesa nel Medioevo divenne portatrice dell'impero e riassorbì in sé le tradizioni dell'antichità, laddove esse sembravano ancora vitali, sviluppandole fino a formare la possente struttura del 18° secolo. Non fu neppure un caso che la Chiesa tornasse al suo punto di origine, e che il Rinascimento trovasse accoglienza nella corte dei papi. L'ultimo messaggio dell'antichità per le epoche future e uno dei suoi risultati più duraturi è stato il cristianesimo e, con esso, la Chiesa cristiana, la più monumentale espressione dell'idea di città-stato.

sabato 19 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — Paolo

(segue da qui) 


Paolo 

Come Pietro, l'uomo di roccia, appare di fronte a Gesù, il misericordioso per eccellenza, come il rappresentante della legge, così doveva sorgere contro di lui un altro Gesù, per così dire, che all'interno dell'organizzazione più terrena rappresentasse lo spirito entusiasta e fervidamente credente della Chiesa nascente. Per questo Paolo divenne il contrappeso e il complemento di Pietro, e negli ambienti della scuola di Tubinga teologi e storici perspicaci distinguevano un cristianesimo petrino e uno paolino, che si sarebbero affrontati in un duro conflitto nella Chiesa nascente. Alla fine prevalse Paolo, il grande apostolo dei pagani, e il cristianesimo petrino-giudaico dovette lentamente appassire. Questa costruzione della scuola di Tubinga corrisponde in certa misura alla verità, poiché nel secondo secolo il nome di Paolo fu effettivamente usato da gnostici estremi come Marcione per imporre alla nascente religione una dottrina avversa alla legge e ostile all'ebraismo, basata sulla pura fede. Gli avversari, in risposta, sembrano aver elevato Pietro come loro campione, e tracce quasi cancellate di tali conflitti possono ancora essere individuate nell'Epistola ai Galati, nelle due Lettere di Pietro e anche nella Lettera di Giacomo. Tuttavia, questo violento episodio non si concluse con la vittoria degli gnostici, ma con quella dei loro avversari, i quali, pur separandosi definitivamente dall'ebraismo ufficiale, ormai divenuto nazionalista e talmudico, rimasero fermamente ancorati alla tradizione veterotestamentaria ebraica. Se, nonostante questa completa vittoria, Paolo fu accolto dalla Chiesa, ciò significa che egli vi appartenne sin dall'inizio. La necessità di integrare il Pietro legalista con il Paolo credente era insita nella natura stessa della Chiesa, che racchiudeva in sé queste due anime della tarda antichità e cercava di fonderle in una sintesi. Con Pietro nacque simultaneamente anche Paolo, e questi due apostoli furono gemelli come Romolo e Remo. Per questo, nella testimonianza canonica degli Atti degli Apostoli, essi non sono affatto avversari, bensì doppi. Finché Paolo non entra in scena, al centro degli eventi si trova Pietro, che appare quasi come il precursore del suo più giovane compagno. Pietro deve vivere quel sogno mistico che lo porta a battezzare il centurione pagano Cornelio e la sua famiglia e a sedersi a tavola con loro, nonostante non osservino le leggi di purificazione ebraiche e non siano circoncisi. Per questo Pietro deve subire dai suoi compagni a Gerusalemme rimproveri simili a quelli che più tardi saranno rivolti a Paolo. Quando poi Paolo ad Antiochia rinuncia alla circoncisione per i convertiti greci, è proprio Pietro, in virtù di quel sogno, a sostenerlo, tanto che la comunità madre approva la sua politica di apertura. Finché si riteneva che il contrasto tra Pietro e Paolo fosse un dogma, questa evidente concordia poteva essere spiegata solo come una falsificazione storica successiva, operata dal paolinismo vittorioso per giustificare le sue radicali riforme attraverso il legame con Pietro e la comunità madre. In realtà, però, fu il petrinismo a vincere, e la Chiesa nascente era impegnata in una lotta troppo intensa con l'ebraismo ufficiale per poter tornare indietro rispetto alla sua precedente apertura e rifiutare l'alleanza con i proseliti. Ebrei e greci, circoncisi e non circoncisi, si ritrovarono dunque in un compromesso senza forzature, e Pietro e Paolo erano realmente concordi su questi temi. L'intento degli Atti degli Apostoli è diretto esclusivamente contro il talmudismo ormai consolidato, che voleva escludere definitivamente i pagani. Se quindi i due apostoli in questo racconto appaiono quasi come sosia, tanto che Pietro scompare dalla scena non appena Paolo entra in azione, ciò non si deve a ragioni storiche, ma mitologiche. Paolo è in realtà Pietro, e così alla fine anche Gesù in una particolare trasfigurazione; questa origine trascendente non poté essere cancellata dagli Atti degli Apostoli, nonostante tutti i tentativi di razionalizzazione.

Quando Paolo soggiornava a Efeso, guarì numerosi malati ed esorcizzò demoni, tanto che la sua fama si diffuse ampiamente. La gente gli strappava quasi di dosso fazzoletti e grembiuli per portarli ai malati, i quali guarivano immediatamente. Ma alcuni esorcisti ebrei itineranti cercarono di competere con lui e tentarono anch’essi di scacciare un demone da un posseduto pronunciando le parole: “Ti scongiuro per Gesù, colui che Paolo predica”. Allora lo spirito maligno rispose loro in modo piuttosto sgradito: “Gesù lo conosco, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?”. A quel punto, l’uomo posseduto si scagliò contro di loro e li malmenò, costringendoli a fuggire nudi e feriti. Questa piccola storia parla chiaro a chi sa leggere tra le righe, poiché qui emerge con straordinaria evidenza l’equivalenza tra Gesù e Paolo. I demoni venivano esorcizzati grazie al nome di uno spirito più potente di loro. Secondo la concezione platonizzante della magia, il nome era legato all’essenza stessa dell’essere e, quando veniva invocato il nome di Gesù, egli entrava nel posseduto e cacciava via lo spirito maligno, che fuggiva senza opporre resistenza. La persona terrena dell'esorcista che pronunciava la formula non aveva alcuna importanza di per sé, bensì era soltanto il recipiente attraverso cui Gesù comunicava la sua potenza. Gli esorcisti avrebbero dunque dovuto dire solo: “Ti scongiuro per Gesù”, mentre il nome di Paolo sarebbe stato del tutto irrilevante, sia per loro che per il demone stesso. La risposta corretta sarebbe dovuta essere: “Gesù lo conosco; ma voi chi siete?”, il che avrebbe espresso chiaramente che quei due esorcisti ebrei non erano strumenti eletti del Figlio di Dio. Questo, di per sé, sarebbe già stato sufficiente per glorificare indirettamente Paolo. Ma poiché, invece, il nome di Paolo viene citato solennemente sia dagli esorcisti che dallo spirito maligno, accanto a quello di Gesù, sorge spontanea l’ipotesi che, un tempo, anche Paolo fosse considerato una divinità, davanti alla quale i demoni avevano tutte le ragioni di tremare. I successivi eventi della biografia di Paolo confermano sempre più questa supposizione, fino a renderla una piena evidenza.

Già all'inizio della sua missione, Paolo fu scambiato per un dio in un’occasione piuttosto singolare. Insieme a Barnaba (che sembra essere un suo sosia e scompare presto dal racconto), egli guarì miracolosamente a Listra un uomo paralizzato ai piedi. Rispetto ad altre sue imprese in questo campo, si trattava di un miracolo piuttosto modesto, ma bastò per gettare gli abitanti della città dell'Asia Minore in un vero e proprio delirio. Lo considerarono una divinità discesa dal cielo, identificandolo con Ermes e Barnaba con Zeus. I sacerdoti stavano già preparando i sacrifici, e solo con grande fatica Paolo riuscì a convincerli che era un semplice mortale come loro. Ma subito dopo sperimentò quanto possa essere breve il passo dal Campidoglio alla Rupe Tarpea, se vogliamo applicare qui il proverbio romano: Improvvisamente, giunsero alcuni Giudei da Antiochia e da Iconio, i quali lo accerchiarono, lo lapidarono e lo trascinarono fuori dalla città, lasciandolo a terra “come morto”. Tuttavia, i suoi discepoli si radunarono attorno a lui, ed egli si rialzò, come se nulla fosse accaduto, per poi rientrare in città con loro. È evidente che a un episodio relativamente semplice, come la guarigione di un paralitico, si siano intrecciati avvenimenti di grande significato.  A questo punto, vale la pena ricordare che anche Gesù guarisce un paralitico, e che questo evento, nei Vangeli, assume una luce particolarmente solenne. A quel malato disteso sulla barella, Gesù dice: “Coraggio, i tuoi peccati ti sono perdonati”. Queste parole scandalizzano i farisei, impregnati della dottrina della peccaminosità della natura umana al punto da considerarle una bestemmia. Ma Gesù risponde loro con una domanda carica di significato: “Che cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, oppure dire: alzati e cammina?” E per dimostrare loro che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra, si volge al paralitico e gli ordina: “Alzati, prendi il tuo letto e cammina”. Il paralitico si alza, prende il suo letto e torna a casa, mentre i presenti rimangono stupefatti di fronte al potere concesso a quell’“uomo”. In altre parole, attraverso questo miracolo, Gesù si legittima come Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Redentore dal peccato. La paralisi rappresenta qui non solo una malattia reale, ma anche la condizione di prigionia dell’uomo terreno nel peccato. Questo simbolismo sembra aver avuto grande popolarità nella Chiesa primitiva, dato che anche Pietro – il sosia di Gesù e di Paolo – guarisce un paralitico, e in generale questa tipologia di guarigione si ripete frequentemente nei Vangeli. Dunque, con il suo miracolo simile, anche Paolo si manifesta come Figlio di Dio, ed è significativo che venga identificato proprio con Ermes, il figlio di Zeus. Nella tarda antichità, Ermes era spesso considerato il mediatore tra l’essere supremo e il genere umano. Possiamo quindi vedere in questo racconto una sorta di mistero ermetico cristianizzato, e non mancano nemmeno i temi della morte e della resurrezione del dio: Paolo viene lapidato dai giudei e trascinato fuori dalle mura, dove rimane “come morto”, ma subito dopo si rialza e ritorna in città. Come minimo, qui si parla di una guarigione straordinariamente rapida. Ma possiamo anche ipotizzare che, nella versione originaria della storia, si intendesse un vero e proprio decesso per lapidazione, seguito da una resurrezione.

Proprio come in questo episodio traspare una certa somiglianza con Gesù, allo stesso modo l'esperienza di Paolo a Filippi ricorda la liberazione di Pietro dalla prigione. Se Pietro viene imprigionato da un re giudeo e Paolo, invece, da un magistrato romano, questa è quasi l’unica differenza tra le due vicende. Infatti, in entrambi i casi, una forza divina interviene per liberarli: per Pietro è un angelo, mentre per Paolo è un terremoto che spacca le mura della prigione. A Gerusalemme come a Filippi, il miracolo avviene dopo ferventi preghiere, e le catene del prigioniero cadono improvvisamente. Tuttavia, nel caso di Paolo emergono alcuni tratti particolari che rivelano più chiaramente la natura misterica della narrazione. Già la presenza della serva indovina, dalla quale Paolo scaccia uno spirito maligno, e della venditrice di porpora Lidia, lascia intendere che ci troviamo di fronte a quelle figure mitiche femminili che abbiamo incontrato più volte. Ancora più significativo è il fatto che il magistrato romano fa frustare Paolo con bastonate, causandogli delle ferite, nonostante un cittadino romano non potesse essere colpito in quel modo. Più avanti, a Gerusalemme, Paolo invocherà il proprio diritto di cittadinanza per evitare la flagellazione, quindi ci si chiede perché non lo abbia fatto anche a Filippi. Ma la risposta è chiara: egli deve trattenersi fino al momento giusto, perché la storia è costruita appositamente per culminare in un momento drammatico. Mentre si trova in prigione, avviene il miracolo del terremoto, che sveglia la guardia della prigione. Vedendo le porte del carcere spalancate, il carceriere, credendo che i prigionieri siano fuggiti, è preso dalla disperazione e sta per trafiggersi con la spada, temendo la punizione per la loro fuga.  Ma Paolo lo ferma e lo rassicura. Il carceriere, tremante, si getta ai suoi piedi e chiede: “Cosa devo fare per essere salvato?” Egli prende allora Paolo e il suo compagno Sila nella propria casa, lava loro le ferite e si fa battezzare con tutta la sua famiglia. Nel frattempo, il pretore (curiosamente, nel testo degli Atti compare al plurale, “pretori”) sembra aver riconosciuto l'innocenza dei prigionieri e ordina il loro rilascio la mattina seguente. Ma Paolo rifiuta di essere liberato in modo così discreto e pretende che i pretori vengano di persona a scusarsi, perché hanno fatto bastonare dei cittadini romani senza alcun motivo legale. Ed ecco che, improvvisamente, in un punto del racconto del tutto inaspettato, appare la frase: “Civis Romanus sum”. I pretori si spaventano enormemente, si affrettano a recarsi da Paolo e Sila, li pregano di non creare problemi e li supplicano di lasciare la città. Curiosamente, Paolo accetta di andarsene, anche se, dopo un tale trionfo – ottenuto grazie al miracolo e al riconoscimento da parte dell’autorità romana – avrebbe potuto sfruttare la situazione per far avanzare ulteriormente la sua missione. Ma la verità è che Paolo non è stato realmente in una prigione romana, bensì nel regno dei morti, dal quale ha liberato un’anima: proprio quella del carceriere, che custodiva l'ingresso e l'uscita, così come, ai tempi di Gesù, l'indemoniato posseduto dalla legione di spiriti maligni faceva la guardia all’accesso del territorio dei Geraseni. E proprio come i Geraseni si rivolsero a Gesù supplicandolo di lasciare il loro territorio, allo stesso modo i pretori pregano Paolo di andarsene. Ora comprendiamo perché egli doveva trattenersi così a lungo dal far valere la sua cittadinanza romana: se lo avesse fatto subito, questa narrazione – una storia pseudo-storica con una forte connotazione mitologica – non avrebbe avuto alcun senso, né si sarebbe potuto giustificare l'atteggiamento umilmente ossequioso dei magistrati romani nei confronti di un ebreo di Tarso.

La decisione definitiva sull’identità tra Paolo e Gesù è confermata dal fatto che anche Paolo, all'improvviso, parte per Gerusalemme per subire lì il sacrificio della propria vita. I passi corrispondenti negli Atti degli Apostoli rivelano, nel tono stesso della narrazione, che originariamente la storia si concludeva in questo modo. A Mileto, l'apostolo si congeda dai suoi fedeli, sapendo che non rivedrà mai più i loro volti. Egli sente il cuore appesantito per l'imminente partenza verso Gerusalemme e dice: “Ma la mia vita non ha per me alcun valore, se non per compiere la mia corsa e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù: rendere testimonianza al lieto annuncio della grazia di Dio”. Qui Paolo parla chiaramente della conclusione della sua vita e della sua imminente esecuzione a Gerusalemme, attraverso cui intende rendere testimonianza al Vangelo. Per questo comprendiamo bene perché i suoi seguaci scoppino in un pianto disperato, lo abbraccino e lo bacino, e soprattutto perché si rattristino così tanto alle sue parole, quando afferma che non rivedranno mai più il suo volto. A Tiro, Paolo incontra lo stesso dolore e le stesse suppliche: i discepoli lo scongiurano di non andare a Gerusalemme. Ma poiché egli rimane irremovibile, lo accompagnano al porto con le loro mogli e i loro figli, si inginocchiano sulla riva per pregare, e si congedano da lui tra gli abbracci. Tutto questo dimostra che ci si aspetta con certezza la sua morte, anche se la narrazione successiva degli Atti degli Apostoli sostiene che un cittadino romano di Tarso non avrebbe potuto essere condannato così facilmente da un Sinedrio. A Cesarea, poi, la tensione si intensifica con l’apparizione di un “profeta della Giudea” di nome Agabo, che, preso dallo Spirito, si lega mani e piedi con la cintura di Paolo e proclama: “L’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato dai Giudei e consegnato nelle mani dei pagani”. Ma Agabo, originariamente, avrebbe probabilmente detto: “Nelle mani dei carnefici, nelle mani degli assassini”. Infatti, un cittadino romano di Tarso non aveva nulla da temere dai Romani, almeno finché non iniziarono le persecuzioni contro i cristiani. E Paolo, più tardi, farà proprio appello all’imperatore per sfuggire alle insidie dei suoi nemici giudei. Dopo la profezia di Agabo, i discepoli supplicano nuovamente Paolo di non andare a Gerusalemme, e le loro lacrime quasi lo fanno cedere. Ma ascoltiamo il passo chiave di questo episodio negli Atti: “Perché fate così? Perché piangete e mi spezzate il cuore? Io sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. E poiché egli non volle lasciarsi persuadere, i discepoli si rassegnarono e dissero: “Sia fatta la volontà del Signore!” Dunque, Paolo sarebbe morto a Gerusalemme, proprio come Gesù e come Stefano, fino a quando il suo culto e, di conseguenza, la sua morte non furono trasferiti a Roma. Tuttavia, egli dovette comunque subire numerose persecuzioni e torture, e la morte lo sfiorò più volte. Ma vi fu un tempo in cui egli, come Gesù, andò volontariamente a Gerusalemme e lì rese testimonianza con il sangue. Il padre della Chiesa Girolamo, attento custode delle più antiche tradizioni, ha tramandato una nota perduta secondo cui Paolo non sarebbe originario di Tarso, bensì della Galilea. Se ciò fosse vero, l'identità tra Paolo e Gesù sarebbe completa.

Paolo e i suoi compagni devono affrontare pericoli molto strani durante la traversata verso Roma, e un viaggio per mare così singolare non era forse mai stato compiuto nel Mediterraneo. I marinai esperti vogliono proseguire, mentre Paolo li mette in guardia e prevede una tempesta terribile. Questa tempesta infuria poi per quattordici giorni interi, e per alleggerire la nave vengono gettati in mare tutti gli strumenti e persino i viveri, tanto che l’equipaggio non può godere di nulla per tutto questo tempo – il che sarebbe stato difficilmente possibile per esseri umani in carne e ossa in una simile situazione. I marinai ora vogliono abbandonare soldati e prigionieri e fuggire su una scialuppa. Sarebbero riusciti anche nel loro intento, se Paolo non avesse messo in guardia i soldati ignari. Infine, egli annuncia la salvezza imminente, che però dovrà essere pagata con la perdita della nave. Come fa Paolo a saperlo? Dalla fonte più sicura possibile: glielo ha detto un angelo. Poi spezza il pane, pronuncia su di esso la benedizione e – come dobbiamo integrare – lo distribuisce alle duecentosettantasei anime a bordo, che vengono tutte saziate. È il pane miracoloso, il sacramento che garantisce l’immortalità e che, quindi, viene consumato appropriatamente dopo un pericolo mortale superato. Quando però la nave si sfracella contro una lingua di terra, i soldati non pensano subito a mettersi in salvo a terra, bensì – questa ferrea disciplina romana, questa scrupolosità! – vogliono prima uccidere i prigionieri, affinché non possano approfittare dell’occasione per fuggire. Paolo si trova dunque in estremo pericolo, che il nobile centurione riesce a malapena a scongiurare. Sull’isola stessa, la morte lo minaccia ancora una volta, poiché viene morso da una vipera velenosa. I “barbari”, gli abitanti di quest’isola remota, credono allora che lo straniero debba morire. Ma poiché non gli accade nulla, restano stupefatti e dicono: “È un dio!” I barbari hanno ragione. Paolo vive in questo viaggio il destino del dio sole, che ogni notte scende a occidente nel regno dei morti e quindi “muore”, o meglio, affronta pericoli mortali nel suo viaggio di ritorno, mentre i demoni dell’oltretomba cercano di trattenerlo: egli è nelle loro mani. Altre varianti di questo mito vedevano il dio approdare nel lontano occidente, sull’Isola dei Beati, e lì condurre una vita immortale, mentre suo figlio, il giovane sole, sorgeva a oriente per compiere a sua volta lo stesso percorso. Paolo invece sarebbe morto a Roma ed entrato lì nella beatitudine, quindi a occidente rispetto a Tarso e Gerusalemme. Secondo altri racconti, che hanno lasciato la loro eco fino alle lettere paoline, egli sarebbe giunto addirittura in Spagna, e ciò è coerente, poiché oltre le Colonne d’Ercole si supponeva si trovasse l’isola del dio sole. Si dice che sia sbarcato sull’isola di Malta dopo il viaggio pericoloso sopra menzionato. Ma quest’isola, che si trovava nel cuore del mondo culturale greco-romano, non poteva essere abitata da “barbari”: egli approda su un’isola mitologica, situata in un mare altrettanto mitologico. Se egli è il dio sole, allora comprendiamo l’apparizione che ebbe sulla via di Damasco. La luce dal cielo, dalla quale Cristo gli parlò, era “più forte del sole”, più forte di lui stesso. Egli perse il suo splendore; divenne cieco e riacquistò la vista, la luce, solo per grazia di un essere superiore. I misteri ebraici non erano estranei al culto solare, come dimostra l’esempio degli Esseni, per i quali il sole rappresentava direttamente il mediatore, cioè il Cristo. Con un accresciuto impulso trascendentale, Cristo doveva ovviamente elevarsi al di sopra del sole, e dobbiamo probabilmente immaginare un tale contrasto, una tale differenziazione all’interno del culto cristiano come origine della leggenda di Damasco. La natura solare di Paolo spiega infine anche il suo rapporto con Pietro, il portiere celeste, che gli apre le porte del cielo dopo il viaggio notturno o che forse lo salva anche dal ventre del pesce, dalle profondità del mare. [1] 

Anche l’opposizione parziale tra i due apostoli nasce da questa situazione, poiché Pietro, il portiere collerico e uomo di roccia, si presta naturalmente meglio come rappresentante della legge rispetto al dio sole, al quale potevano collegarsi l’entusiasmo e l’estasi mistica. Questo sfondo mitologico è però così completamente arretrato in Paolo, di fronte alla spiritualizzazione della tarda antichità, che egli poteva essere considerato ancor più di Cristo e Pietro come un essere umano — come l’autore di quelle lettere paoline che rappresentano l’apice intellettuale nello sviluppo del cristianesimo primitivo. Per questo motivo, ogni evoluzione storica universale della nuova religione — da Marcione e Agostino fino a Lutero — si è sempre ricollegata al nome di questo apostolo. In realtà, anche lui è stato un dio, il cui mito è stato approfondito e umanizzato da questo nuovo, immenso movimento spirituale.

NOTE

[1] Nel capitolo undicesimo della seconda lettera ai Corinzi, Paolo enumera in un modo e con una tale insistenza da lasciar intravedere chiaramente un retroterra mitico, tutti i pericoli e le situazioni di morte che ha superato al servizio del Vangelo. Tra questi si trova anche l’espressione singolare: “Un giorno e una notte sono stato nelle profondità”. Il termine greco usato ha sia il significato generale di "profondità" sia quello specifico di "profondità del mare". Solo quest’ultimo può essere inteso qui, poiché poco prima si parla di naufragi. Così infatti è stato sempre tradotto, sin da Lutero: “rimasi un giorno e una notte nelle profondità marine”. Di ciò non si trova più nulla negli Atti degli Apostoli, che cercano di trasformare il miracolo in un apparente processo naturale di un viaggio per mare. Paolo deve essere stato inghiottito dal mare e da esso salvato, forse dal pescatore Pietro. Nella traduzione di Karl Weizsäcker, l’abisso marino è diventato un “gioco delle onde”, con il che il processo di razionalizzazione sembra giunto a compimento.

venerdì 18 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — Pietro

(segue da qui) 


 Pietro

Cristo, il secondo Dio, fu creato dal bisogno dell’anima di trovare un mediatore che potesse colmare l’enorme abisso tra essa e il Dio trascendente e ultraterreno. Questa trascendenza era sorta a causa di un’intensa tensione etica e romantica, che voleva spogliare l’ideale divino da tutto ciò che è terreno e mortale, elevandolo sempre più in alto, fino a quando il contrasto tra esso e gli uomini legati alla terra apparve come un abisso profondo. La particolarità di questo processo era che, per sua natura, non poteva mai giungere a riposo. Anche Cristo, naturalmente, doveva essere concepito come un ideale perfetto, cosicché la differenza tra gli uomini e lui non sembrava affatto minore rispetto a quella tra loro e il Padre eterno. E se egli mediava il rapporto con Dio, restava aperta un’altra domanda: e chi media il rapporto con Cristo?

Tanto più che il Redentore non si trovava più sulla terra, ma doveva scendere solo alla fine dei tempi, mentre l’anima, ancora oppressa dal timore della morte, continuava ad avere bisogno di mezzi di grazia. Sul pane e sul vino doveva essere pronunciata una benedizione magica, affinché si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, e solo la parola benedicente di un uomo santo e puro possedeva tale potere consacrante. Ma anche costui era un uomo debole, che non sarebbe riuscito a diventare senza peccato con il solo ardente sforzo, se non avesse già prima ricevuto da un altro tali consacrazioni e mezzi di grazia. Così il sistema sviluppò una scala di mediazioni infinita, che poteva arrestarsi solo presso Cristo stesso e il mediatore tra lui e gli uomini. Il Redentore, nel momento del suo commiato, doveva necessariamente aver incaricato un altro di elargire, in sua vece, la sostanza dell’immortalità liberatrice dal peccato. E nei Vangeli troviamo varie tracce, sebbene sbiadite, che indicano chiaramente un tale vicario di Cristo. Si parla di un Paraclito (dal greco, che significa “avvocato”) che Cristo avrebbe mandato sulla terra affinché stesse accanto ai suoi fedeli nelle difficoltà della vita. Nel quarto vangelo sentiamo spesso parlare del discepolo che il Signore amava, che riposava sul suo petto, e al quale si rivolgevano gli altri discepoli quando volevano chiedere qualcosa al Maestro, e a cui infine Cristo stesso, dalla croce, affida sua madre. La tradizione della Chiesa identificò questo discepolo prediletto con l’evangelista Giovanni stesso, e l’apocalittico e il presbitero Giovanni sono probabilmente solo proiezioni di questa stessa figura. Forse non è senza motivo che il quarto vangelo non nomini mai questo prediletto del Signore. Solo dopo che Giovanni il Battista fu generalmente accettato come il precursore del Cristo, profetizzato dai profeti, [1] anche il discepolo prediletto venne chiamato Giovanni. È possibile che in precedenza si chiamasse Lazzaro. Al minimo, il Lazzaro del quarto vangelo appare come il doppio e l’amico più intimo, si potrebbe quasi dire il fratello di Cristo. Egli ha due sorelle, Maria e Marta, e questi due nomi dicevano tutto il necessario al cristiano gnostico primitivo. Maria o Miriam è da tempo nota come lo Spirito Santo, la madre, l’amata e la sorella del Figlio dell’uomo, mentre Marta è la parola semitica per “signora” e rappresenta il medesimo principio femminile. Esistevano infatti sette (sette religiose) che veneravano la madre di Dio come Marta, e altre che la veneravano come Maria; da ciò nacquero, secondo antiche analogie storiche religiose, due figure distinte nel pantheon cristiano, che il brillante Lucius utilizzò come simboli delle due nature della Chiesa: Marta rappresenta il lato attivo, etico e organizzativo della nuova religione, e Maria il suo entusiasmo, la sua dedizione e il suo fervore. Tuttavia, in Giovanni tali differenze tra le due sorelle non sono affatto percepibili, e entrambe piangono la morte di Lazzaro con una passione che difficilmente si spiega solo con l’amore fraterno e senza uno sfondo mitologico. Ma anche Cristo è colpito in modo terribile da questa perdita e si lamenta e prega il Padre con un’ardente intensità e angoscia che non manifesta in nessun altro risveglio dei morti. Questo miracolo è trattato quasi come una prova divina di primo ordine, per verificare se Cristo sia davvero il Messia, come una sorta di prova generale per la futura resurrezione dello stesso Cristo. Il morto Lazzaro è deposto in una caverna di roccia e una pietra è rotolata sopra di essa, proprio come accadrà in seguito con il Cristo morto. Lazzaro è rimasto per tre giorni nella tomba, e al quarto è risorto. Questo non coincide esattamente con Gesù, che risorge già al terzo giorno. Ma la leggenda di Lazzaro ha conservato per noi una versione più antica. Anche Giona fu tre giorni nel ventre del pesce, e fu proprio al “segno di Giona” che Gesù faceva costantemente riferimento per alludere alla sua futura resurrezione. Lazzaro è quindi un doppio di Cristo, è il discepolo che il Signore ama, e può darsi che una volta, accanto ad altri, sia stato considerato suo vicario sulla terra. E come si addiceva al rappresentante e successore del Signore, probabilmente anche Lazzaro subì il martirio della morte sacrificale e poi la resurrezione. Tuttavia, dovette infine cedere il passo – come Giovanni, come il Paraclito, come Stefano degli Atti degli Apostoli – a Simon Pietro, che fino ad oggi ha mantenuto questa funzione di vicario.

Pietro è considerato il guardiano della porta del cielo, colui che tiene le chiavi in mano. Di questo incarico di portiere si parla già nel primo vangelo, quando Cristo gli dice: “Le porte degli inferi non prevarranno su di te”. La comprensione di questo passo diventa molto più chiara se ci avvaliamo della mitologia greca. Quando i Titani, così leggiamo già in Esiodo, furono sconfitti dagli dei dell’Olimpo dopo aspre battaglie, Zeus li scagliò nel Tartaro, che si trovava tanto in profondità sotto la terra quanto la terra stessa lo è sotto il cielo. Il fratello di Zeus, il dio del mare Poseidone, sbarrò le porte del Tartaro e vi pose davanti dei custodi feroci, gli Ecatonchiri (i Centimani), per impedire ai Titani ogni tentativo di evasione. Fu proprio il dio del mare a prendere questa misura, poiché il Tartaro si trovava direttamente sotto il fondale marino. Che fossero i servi o il dio stesso a custodirle, in sistemi mitologici che tendono a ramificazioni infinite, fa ben poca differenza. Poseidone stesso fa da guardiano alle porte del Tartaro, che rappresenta l’inferno per i Greci, e i Titani non lo soprafferanno. Quelle porte che chiudono il Tartaro sono fatte di roccia. Secondo la credenza greca, mare e terra poggiano su un fondamento roccioso, e Poseidone è colui che erige tali rocce o le spacca, provocando così i terremoti. Egli è allo stesso tempo lo scotitore e il costruttore della terra, e per questo portava spesso, ad esempio in Tessaglia, il soprannome di “il Roccioso” o “Costruttore di Rocce” — in greco, Petraios. Da qui, non è difficile arrivare a Pietro, che sta come guardiano alle porte dell’inferno o del cielo e protegge il mondo superiore dall’invasione degli spiriti infernali. Secondo la concezione orientale, in particolare egizia, che già da tempo influenzava l’Occidente in quell’epoca, l’oltretomba non era affatto separato dal cielo da abissi infiniti, bensì entrambi si toccavano. Quando il dio sole, imprigionato, completava il suo viaggio pericoloso e lasciava dietro di sé le porte del regno inferiore, allora sorgeva vittorioso all’orizzonte, cioè nel cielo. In tal modo Pietro può essere contemporaneamente custode del cielo e, nel suo posto di guardia, anche alle porte dell’inferno. È esattamente il ruolo di Poseidone, che protegge gli dei dai Titani. Comprendiamo ora, una volta chiarita questa origine, anche il legame di Pietro con il mare (il lago di Genezaret) e con i pesci. E comprendiamo inoltre perché egli fu lodato come la roccia su cui poggia la Chiesa di Cristo.

Ci conduce ancora più a fondo nella natura mitica di Pietro l’appellativo che Gesù gli rivolge nel Vangelo di Matteo: “Beato te, Simone Bar Jona” — cioè: Simone, figlio di Giona. Chi crede in un Pietro umano potrebbe semplicemente pensare che suo padre fosse un certo Giona, un pescatore galileo. Ma in quei tempi pieni di misteri, espressioni come “figlio” e “fratello” indicavano spesso l’appartenenza a una setta, e persino nei Vangeli troviamo chiari indizi che in passato dovette esistere un culto segreto, il cui mediatore era il profeta Giona. I tre giorni che Giona trascorre nel ventre del pesce vengono paragonati al soggiorno di Cristo sottoterra, cioè nell’oltretomba, e la sua liberazione dal ventre del pesce è coerentemente un’allegoria della resurrezione. Pietro, in quanto figlio di Giona, è dunque legato a una setta in cui un pesce, come creatura dell’oltretomba, svolge un ruolo significativo. Gesù lo chiama al suo servizio con la motivazione che, essendo stato finora un comune pescatore, sarebbe ora diventato pescatore di uomini. Faremmo bene a non intendere questa bella espressione solo come una metafora poetica, ma a ricordare che respiriamo l’aria del platonismo, dove astrazione e concretezza, simbolo e realtà si fondono nella maniera più meravigliosa e misteriosa. Nella Bibbia conosciamo solo la versione del racconto di Giona secondo cui il profeta viene rigettato dal pesce per volontà divina. Ma se volessimo immaginare che questo Leviatano finisca per essere catturato dalle reti di un pescatore, il quale lo tira su e lo squarta, liberando così il profeta — avremmo semplicemente ricostruito un mito che, in numerose varianti, si ritrova in tutto il mondo: dall’India all’Islanda, fino a riapparire persino nell’epica medievale dell’Orendel. Un tale racconto poteva benissimo essere diffuso tra le sette giudaiche dell’epoca, quando tutto il materiale mitologico di ogni tempo ribolliva nel calderone dei misteri e del platonismo. In questo caso, il “pescatore di uomini” Pietro sarebbe tale in senso letterale: egli cattura il pesce che ha inghiottito l’uomo e ne libera il prigioniero. [2] Poiché il pesce simboleggia l’oltretomba, Pietro sarebbe quindi né più né meno che un salvatore dell’anima dalla morte, un vincitore dell’inferno — che non può prevalere su di lui. Un curioso episodio di pesca, che ha l’aspetto di un mito razionalizzato, è effettivamente raccontato nei Vangeli: sebbene Gesù non si senta obbligato a pagare le tasse alle autorità, vuole comunque mostrare la sua buona volontà e ordina a Pietro di pescare un pesce, nella cui bocca si trova una moneta, da usare per il tributo. Un meccanismo alquanto complesso per una faccenda semplice come pagare una tassa. Questo non può essere stato il significato originario. Forse Pietro trovò una moneta d’oro nel pesce, o un anello d’oro — come un tempo accadde a Policrate — e questo simbolo così trasparente del sole imprigionato e affondato nel mare rimanderebbe chiaramente al dio solare, a Helios o a Osiride, e infine a Cristo stesso, al Figlio dell’Uomo e Uomo Primordiale. E da qui il termine pescatore di uomini acquisterebbe un’eco ben più profonda. Anche il simbolo del pesce, con cui Cristo è spesso rappresentato tanto quanto con quello dell’agnello, si adatterebbe perfettamente a Pietro. Al pesce malvagio, il Leviatano, può contrapporsi il pesce buono, per esempio il delfino, sacro al sosia di Pietro: Poseidone. È molto probabile che in un mistero su Giona, il pesce abbia avuto lo stesso ruolo che altrove spettava al toro o all’agnello. Siamo ancora, è vero, nel campo dell’ipotesi — ma si tratta di un’ipotesi assai plausibile — e il pesce Pietro sarebbe allora il più perfetto doppio del pesce Cristo.

Perché soffermarsi qui? Egli è davvero il doppio del Signore: colui che tiene prigionieri i demoni nell’inferno, che libera le anime e apre loro la porta del cielo, della vita eterna. Anche lui è stato crocifisso — secondo la tradizione, a testa in giù, per distinguersi dal Redentore: una versione in cui si avverte chiaramente il gusto discutibile di un’invenzione posteriore per motivi teologici. La sua liberazione dal carcere da parte di un angelo, raccontata edificantemente negli Atti degli Apostoli, non è altro che la storia della resurrezione razionalizzata. Erode Agrippa fece condurre Pietro in prigione nel giorno degli Azzimi, con l’intenzione di giustiziarlo davanti al popolo dopo la Pasqua. Proprio come l’agnello pasquale, Gesù, che fu crocifisso anch’egli solo dopo la fine della festa. Ci vengono descritti con minuzia i preparativi per sorvegliare Pietro, e come poi un angelo fece cadere i custodi in un sonno profondo e liberò l’apostolo. Anche i soldati presso il sepolcro furono, come è noto, immersi nel sonno prima che l’angelo facesse rotolare via la pietra. Ancora più convincente è ciò che accadde dopo, e lì l’analogia sconcertante non può più essere ignorata. Pietro — racconta il testo — si presentò alla casa dove gli altri apostoli erano riuniti presso una certa Maria (quanto mai significativo) e bussò alla porta. Una serva scese per aprire. Udì la sua voce e, seguendo la logica, avrebbe dovuto pensare che fosse evaso e quindi aprirgli subito per metterlo al sicuro. Ma fu sopraffatta dalla gioia, dimenticò di aprire e corse dentro ad annunciare che Pietro stava davanti alla porta. Incontrò uno scetticismo generale: i presenti pensavano piuttosto che fosse solo il suo spirito. Quando infine aprirono la porta al bussare insistente, Pietro fece loro cenno di tacere, chiaramente per evitare domande concitate e stupite. Tutta questa scena — in particolare il comportamento dei discepoli e la loro incredula sorpresa — sarebbe assolutamente incomprensibile se si trattasse solo di un’evasione fortunata dalla prigione, cosa non poi così rara in quei tempi. Ma la prigione era uno dei tanti simboli dell’oltretomba, della tomba stessa, e il Pietro risorto dalla morte doveva, naturalmente, suscitare nei discepoli stupore e persino paura. Questa scena ricorda episodi simili nei Vangeli: per esempio, l’incredulità dei discepoli quando Maria Maddalena annunciò la resurrezione, o il loro turbamento quando Gesù entrò improvvisamente nella loro assemblea e mostrò loro le ferite per convincerli che era tornato in carne e ossa, e non solo come spirito. Pietro il pesce, Pietro il crocifisso e infine Pietro il risorto: sotto ogni aspetto egli appare come il doppio di Cristo. E il quadro si completa pienamente se, nel capitolo decimo della Prima Lettera ai Corinzi, troviamo che Cristo stesso viene descritto come la roccia errante che accompagnava gli Israeliti nel deserto e dalla quale Mosè fece scaturire “la bevanda spirituale”, l’acqua della vita. Nell’Apocalisse di Giovanni si parla inoltre di un Santo che apre e chiude con le chiavi di Davide, e questo Santo appare chiaramente come il Messia della stirpe di Davide, cioè Cristo stesso, che dunque è un dio della roccia e tiene in mano le chiavi — proprio come Pietro.

Il decimo capitolo della prima lettera ai Corinzi lascia quasi supporre l’esistenza di un mistero di Mosè. Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia, e non era poi così lontano l’idea di dichiararlo lui stesso come quella roccia generatrice; in questo senso mistico egli avrebbe potuto benissimo essere venerato come Cristo, come Unto, dalle sette proto-cristiane, anche perché le pietre sacre venivano unte con olio, e quindi consacrate. L’Antico Testamento gli mette in bocca un canto che, secondo la tradizione, egli avrebbe intonato subito prima della morte, e in cui Dio è lodato come la roccia generatrice, che ha generato il popolo d’Israele. Da questa roccia feconda sgorgavano olio e miele, per nutrire coloro che stavano per perire. Se confrontiamo questo curioso canto con il passo della Lettera ai Corinzi, è piuttosto naturale supporre che la roccia divina e generatrice da cui il profeta fece scaturire l’acqua si sia trasformata, per le sette, prima o poi, nello stesso Mosè. Secondo l’antica concezione animista, la roccia non era altro che Dio stesso, che accompagnava il suo popolo come pietra errante e lo dissetava con miele. Quando poi il monoteismo spazzò via tale immaginario, essa divenne un miracolo compiuto da un profeta ispirato da Dio ma umano. Più tardi, con la nascita di una nuova mitologia della natura fortemente spiritualizzata, e con la necessità di un mediatore, Mosè, ora umanizzato, venne nuovamente divinizzato e trasformato in uomo-roccia. Questa ipotesi spiegherebbe perché nella simbologia protocristiana e nelle arti figurative Mosè che colpisce la roccia con il bastone per farne uscire l’acqua sia uno dei motivi più diffusi, e perché tale gesto appaia nelle catacombe cristiane come vero e proprio contraltare della resurrezione di Lazzaro. La roccia di Mosè ridà vita al popolo d’Israele morente o già morto nel deserto tramite la sua acqua: e sotto questa immagine, nei misteri, si celava l’anima umana e il sacramento, l’acqua della vita. Certamente bisogna ammettere che tutto ciò resta nel campo delle ipotesi, perché i misteri di Mosè, come molti altri, sono sepolti sotto le macerie del tempo, e nemmeno la più faticosa opera di scavo potrà forse rivelarne molto di più. Ma un altro culto misterico ci è ancora abbastanza noto da poterci mostrare, tra i Persiani e gli abitanti dell’Asia Minore, una venerazione della roccia generatrice in relazione alle idee sulla morte e il viaggio dell’anima. Mitra è il nato dalla roccia, poiché è emerso dalla pietra sacra. Mitra scaglia frecce contro la roccia, e da essa zampilla l’acqua; gli assetati accorrono per dissetarsi. Mitra è il dio dei misteri che guida l’anima dopo la morte verso l’alto, e i suoi fedeli bevono durante il banchetto il sacro nettare dell’immortalità. Tutto ciò è di un’evidenza stringente, e considerando i secoli di rapporti tra gli ebrei e l’Impero Persiano, sarebbe strano se Mitra non avesse fatto proseliti in Palestina. Naturalmente egli dovette essere adattato alla fede ebraica, e Mosè uomo-roccia prese il suo posto. I fatti evidenti del mistero di Mitra ci spiegano quel mistero di Mosè che traspare piuttosto chiaramente, sotto la coltre cristianizzata, nella prima lettera ai Corinzi. Dato che subito dopo si collega anche l’interpretazione simbolica del battesimo nel Mar Rosso, possiamo dire che nel giudaismo posteriore esisteva una predisposizione ideale sufficiente per accogliere l’identificazione greca e anche egiziana del dio della roccia e del dio del mare. Così Pietro non è solo Poseidone, né solo Giona, né solo Cristo, ma è anche il Mosè dei misteri.

Mosè era considerato soprattutto come l’uomo della Legge, e la Legge si fondava sulla giustizia, mentre il mezzo di salvezza dei misteri derivava dalla misericordia. Proprio come l’etica elevata di quei secoli culminava in un senso di debolezza, in un bisogno di amore e di aiuto, anche l’ideale divino si era diviso: al di sopra del giusto dominatore di questo mondo si elevava il Dio trascendente della misericordia. Di conseguenza, Cristo veniva spesso contrapposto a Mosè, e anche il successore neotestamentario dell’antico profeta si trovò così coinvolto in una posizione per lo meno ambivalente, quasi ostile, nei confronti del suo Signore e Maestro. Che in questo contesto la giustizia della Legge fosse in conflitto con la misericordia, si può riconoscere soltanto in due passi dei Vangeli, ma lì in modo molto chiaro. Gesù predicava che bisognava perdonare sempre al prossimo che avesse peccato, se si fosse pentito. Pietro non è del tutto d’accordo, e formula una domanda in cui suggerisce che sarebbe sufficiente perdonare sette volte. Gesù gli risponde: non ti dico sette volte, ma settanta volte sette. E quando poi gli sgherri giungono al Getsemani, Pietro estrae la spada e taglia l’orecchio a uno dei servi. Gesù tocca l’orecchio sanguinante e guarisce il servo, rimproverando Pietro per la sua impulsività. Egli è infatti il Figlio di Dio e potrebbe chiamare a sé legioni di angeli per difendersi dai servi del sommo sacerdote. Ma deve offrirsi in sacrificio, un sacrificio d’amore, per redimere gli uomini dal potere del nemico malvagio. Anche qui si manifesta la misericordia amorevole in contrasto con la giustizia punitiva e vendicativa, che sa colpire il trasgressore con la spada. Inoltre, Pietro, che in un certo senso cerca di impedire il compimento del sacrificio d’amore, appare in una luce quasi ambigua. E ci ricordiamo come Gesù gli si fosse rivolto in precedenza, quando l’apostolo lo aveva rimproverato per l’annuncio della sua morte: vade retro, Satana. Secondo la fede della gnosi radicale, infatti, il Dio ebraico era il principe di questo mondo, cioè Satana, e il suo profeta e mediatore, Mosè, doveva necessariamente partecipare di questo tratto meno edificante. Una traccia sottile di tale concezione si è insinuata, come mostra questo passo, fino nei Vangeli canonici.

Così si manifestò quel latente dualismo che è così caratteristico della tarda antichità e della Chiesa nascente, attraverso le figure di Cristo e del suo più eminente apostolo. Probabilmente in origine esistevano due misteri, che poi si fusero in uno solo, e deve esserci stato, tra queste due entità divine, un conflitto, che peraltro è trasmesso dai Vangeli con sufficiente fedeltà. Pietro deve riconoscere, fin dal primo apparire di Gesù, il Signore superiore al quale deve seguire. Le sue reti improvvisamente non si riempiono più, tanto che le tira su senza alcuna preda. Sappiamo bene quali legami egli abbia con il dio del mare. In realtà egli è anche signore di tutte le creature dell’acqua, e possiamo supporre che la sua pesca sia da intendersi come una pesca di anime, una sorta di salvezza delle anime dall’oltretomba. Ora però il suo potere viene meno, il suo diritto di dominio sul proprio elemento gli è tolto, perché uno più grande si trova nelle vicinanze e lo ostacola. Allora arriva questo più grande e ordina a lui e a suo fratello di gettare di nuovo le reti: ne segue quella pesca miracolosa, che riempie di stupore gli uomini, tanto che Pietro cade ai suoi piedi dicendo: “Signore, allontanati da me, perché sono un uomo peccatore!” Poiché è peccatore, non può salvare le anime dalle profondità dell’oltretomba, questo può farlo solo Gesù, che è senza peccato. Pietro dunque rinuncia in favore del suo Maestro, senza il quale non può più nemmeno camminare sul suo elemento, l’acqua. Gesù cammina sul lago e invita Pietro a scendere dalla barca e a fare altrettanto. Pietro osa farlo, ma affonderebbe se il Signore non gli porgesse la mano dicendogli: “Uomo di poca fede”. Il conflitto tra Pietro e Cristo si è qui già dissolto e spiritualizzato, ma si può ancora intuire. Soprattutto, però, questo contrasto ci spiega finalmente la misteriosa suocera di Pietro, la cui guarigione per opera di un miracolo di Gesù viene raccontata con una tale insistenza da apparire sproporzionata rispetto alla banalità del fatto. Ella giace a letto con la febbre, e Gesù la prende per mano, affinché si alzi dal letto guarita e gli serva da allora in poi. Dato che Gesù era solito resuscitare i morti, ridare la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, purificare i lebbrosi con un tocco, far camminare i paralitici e scacciare demoni, non doveva certo risultargli difficile guarire una donna febbricitante, e non si capisce affatto perché i Vangeli menzionino un fatto così insignificante. Tutto diventa chiaro, non appena riconosciamo in Pietro un doppio, una figura più antica di Cristo, e in questo racconto apparentemente secondario l’ultima traccia di una lotta ormai conclusa tra le due potenze divine. La suocera di Pietro? Allora significa che egli è sposato con sua figlia, e ci siamo già imbattuti spesso in questo ambito mitico della sposa che è anche madre, e la suocera appare come una di quelle numerose costruzioni razionalistiche volte a cancellare, per quanto possibile, ciò che nel vecchio mito naturale era considerato sconveniente. Pietro non è in grado di proteggere la madre e sposa dalle forze ostili, dai demoni che portano le malattie. Deve venire il più potente, ed ella da allora in poi lo serve.

Tutti questi conflitti culminano in uno solo e decisivo, in cui Pietro viene definitivamente sconfitto, purificato e reso degno del suo alto ufficio. “E quando il gallo cantò, Pietro uscì fuori e pianse amaramente” – dopo aver rinnegato tre volte il suo Signore e Maestro. In questo racconto meraviglioso e carico di pathos si possono ancora scorgere resti di un mito naturale. Con il canto del gallo arriva il mattino, e solo allora Pietro è colto dal pentimento e si sente vinto. Prima, nella notte, era ancora un rinnegatore ostinato, mentre Gesù sopportava davanti al Sinedrio le sofferenze del tradimento e dei maltrattamenti. Questo è un'eco lontana del mito del dio solare prigioniero, che solo con l’arrivo del giorno risorge vittorioso e trionfa sui suoi nemici notturni. Tuttavia, un'etica della più alta sublimazione ha completamente spiritualizzato e trasformato l’antico materiale mitico: Pietro, il vinto, può ora sperare nella misericordia grazie al suo pentimento, e diventa il successore del Signore, il vicario di Cristo sulla terra.

Ma come mai Pietro assunse il nome di Simone, e come avvenne che la sua leggenda sacra si fuse, fin dai tempi più antichi, proprio con Roma?  È perché egli camminava sulla terra già prima di diventare il compagno di Gesù e il principe degli apostoli, ma in un’altra forma, e già allora si decise la sua relazione con Roma. Certo, in quell’epoca primordiale non si poteva ancora definirlo un galileo, poiché era piuttosto un samaritano. A Samaria era venerato come il miracoloso Simone, come la Grande Potenza, discesa sulla terra per liberare Elena, la figlia di Dio, che era stata fatta prigioniera dalle potenze del mondo inferiore. Ai suoi seguaci prometteva immortalità e liberazione – il che indica chiaramente la presenza di un mistero iniziatico. Si tratta del consueto mito gnostico che ci troviamo davanti, e si potrebbe anche dire, al posto di Simone ed Elena: Cristo e Sofia. Poiché questo culto nacque in terra samaritana, assunse presto un atteggiamento ostile nei confronti di Gerusalemme e del giudaismo ufficiale. Quando poi ebbe luogo la grande frattura, una fazione estremamente anti-giudaica della giovane religione impiegò il dio misterico samaritano quasi come un ariete contro il giudaismo e l’Antico Testamento. Tuttavia, poiché nelle comunità protocristiane prevaleva largamente l’elemento giudeo-ellenistico, Simone il Samaritano dovette inevitabilmente soccombere, e fu sconfitto da Simon Pietro, da Simone il Galileo. Secondo uno degli apocrifi del secondo secolo, si giunse proprio a Roma a una serie di miracoli in competizione tra i due rivali, in cui Pietro si dimostrò il più potente. Quando poi Simone tentò di compiere il suo più celebre prodigio – l’ascesa al cielo, con cui fino ad allora aveva avuto i maggiori successi – Pietro riuscì a impedirgli il miracolo, e Simone cadde miseramente e morì.

 Più nota ancora è la disputa tra loro, così come viene raccontata negli Atti degli Apostoli, e in entrambe le occasioni Pietro appare come il chiamato, il designato, a sconfiggere il mago. Da ciò si può con ogni ragione supporre che egli stesso non sia altro che il Simone cristianizzato e giudaizzato, e il suo nome proprio si spiegherebbe nel modo più semplice.

Purtroppo non sappiamo molto di più sulla natura mitica del mago, poiché la polemica dei Padri della Chiesa si è compiaciuta di sottolineare unicamente il suo rapporto con Elena e di trasformarlo in un locandiere da bordello. Era forse anche una roccia, un dio della roccia? Non lo sappiamo. Tuttavia, il suo epiteto costante, “il Sempre Stante”, sembra alludere proprio a questo, poiché per una roccia – su cui si fonda la comunità – difficilmente si potrebbe pensare a un appellativo più adatto. Ad ogni modo: Simon Pietro, il vincitore di Simon mago, non solo lo ha spogliato della “Grande Potenza”, ma persino del nome.

Giustino e i successivi Padri della Chiesa raccontano che il mago arrivò a Roma durante il regno dell’imperatore Claudio e vi compì tali miracoli che i Romani gli eressero un’immagine sull’Isola Tiberina con la scritta: “Al santo Dio Simone”, Simoni Deo Sancto, e lo adoravano. In effetti, nel corso del 19° secolo, sull'Isola Tiberina fu trovato una pietra con l'iscrizione Semoni Deo Sanco, che, però, non significa “al santo Dio Simone”, bensì “al Dio Semo Sanco”.  

Giustino ha letto erroneamente una “E” al posto di una “I” e non si è accorto che mancava una “T”, il che spiega il suo errore, poiché, essendo samaritano, non poteva conoscere un dio agricolo dell'Italia centrale, Semo Sanco. Ma come può un dio agricolo trovarsi sull'Isola Tiberina, dove difficilmente cresceva il suo grano? Per un dio fluviale o un dio dei pescatori, però, questo luogo sarebbe stato più appropriato, e, nella religiosissima mescolanza dell'epoca, le più casuali assonanze di nomi venivano usate per assimilare divinità orientali e occidentali. Dall’altra parte dell'Isola Tiberina, nell’attuale Trastevere, c’era il quartiere giudaico e orientale, e tutti questi popoli avevano trasferito le loro divinità e misteri nella capitale del mondo, facendo attiva e fortunata propaganda per esse. Pertanto, non è affatto impossibile che sull'Isola Tiberina fosse venerato il dio misterico orientale-samaritano Simone, e che fosse assimilato a una divinità italica con un nome simile. Questo deve essere stato sicuramente il caso, poiché Giustino, che è detto essere stato a Roma, difficilmente avrebbe osato inviare agli imperatori romani una dichiarazione in cui un culto puramente italico fosse descritto come un culto samaritano-orientale. Si deve quindi dedurre che Simon Mago fosse stato introdotto a Roma precocemente da ebrei o samaritani, e che Pietro lo seguì, alla fine sostituendolo. Forse, per evitare confusioni, il Simone galileo stabilì il suo santuario sul Vaticano, [3] invece che sull'Isola Tiberina, e il pretesto per questa occupazione furono le leggende sui martiri cristiani di Nerone, che, essendo anch'egli un ottimo simbolo del Satana, possedeva splendidi giardini sul Vaticano. Su questa collina, Simon Pietro si insediò come vicario di Cristo sulla Terra, e lì regna ancora oggi.  [4]


 NOTE

[1] Originariamente sembra che esistesse piuttosto un contrasto, una competizione tra il mistero del Battezzatore e quello del Crocifisso. 

[2] Anche il battezzato veniva chiamato pesce, che rinasceva dal “laghetto del pesce”, dalla vasca del battesimo, dopo esservi stato precedentemente “annegato”, cioè inghiottito dall'acqua o dai mostri marini.

[3] Dove si trovava inoltre un santuario di Attis e di Mitra, al quale il cristianesimo nascente naturalmente voleva fare concorrenza. 

[4] Questo saggio su Pietro era già stato scritto quando mi furono consegnati i “Miti evangelici” di John M. Robertson e la “Leggenda di Pietro” di Arthur Drews. Questi due autori hanno soprattutto messo in evidenza le relazioni tra Pietro e il dio cittadino di Roma, Giano, facendo riferimento come si deve ai loro predecessori del 18° secolo, i francesi Dupuis e Volney. Giano chiude e apre il cielo, media il traffico tra gli dèi e gli uomini, le cui preghiere fa entrare attraverso le porte del cielo. Egli vede con le ore alla porta del cielo, e anche Giove non può uscire o entrare senza il suo consenso. Ma Giano è anche un dio dell’acqua e la “nave di Giano”, raffigurata sulle monete, ricorda esattamente la “piccola barca di Pietro”, così come il suo ufficio si collega allo stesso apostolo come portiere del cielo. Giano stava proprio accanto a Poseidone-Nettuno, che ha così molte relazioni con Pietro. Giano era anche venerato come protettore degli ingressi del porto (come Portomnus) ed era originariamente un dio del sole. In un'epoca che faceva rinascere antiche figure divine, deve essere stato senza dubbio onorato di nuovo a Roma. Come dio del porto, è molto probabile che sia stato venerato sull'Isola Tiberina, e se lì veniva chiamato Semo Sancus, allora, accanto alla tendenza a nomi antichi, si deve aver preso in considerazione anche la necessità di facilitare l’identificazione degli orientali, che abitavano vicino a Trastevere, con i loro dèi del sole e della roccia, come Shamas o Semech (Simone).