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Manca lo storico profano
Due storici pressoché contemporanei, Filone e Flavio Giuseppe, non ci hanno tramandato nulla su Gesù di Nazaret, e questo silenzio ha una forza eloquente straordinaria. Tuttavia, è vero che non si deve sopravvalutare l’argumentum ex silentio, cioè il valore probante del silenzio, soprattutto per quanto riguarda la storia del cristianesimo primitivo. Infatti, molti dei fatti che in seguito si rivelarono decisivi in questa storia si svolsero per secoli in penombra, o addirittura nel buio totale, nel grembo di sette dimenticate, e solo molto più tardi ne fu compresa la profonda importanza. Non si potrà mai, dunque, concludere con piena evidenza dal silenzio degli storici che in una certa epoca non si sia verificato un certo sviluppo. Ma un simile punto di vista non può valere per la narrazione dei Vangeli, poiché lì tutto sarebbe accaduto alla luce del sole, sotto gli occhi di giudei e romani, scatenando un profondo turbamento nel popolo e nello Stato. Gesù entra a Gerusalemme ed è accolto da una folla festante. Domina la città e purifica il tempio, mentre le autorità supremi — il sommo sacerdote e il Sinedrio — tremano davanti a lui e sono costretti a ricorrere a una misura di forza segreta e brutale. Ma non solo loro devono occuparsi della questione: anche il governatore romano Ponzio Pilato, rappresentante dell’imperatore, viene coinvolto. Sebbene inizialmente si rifiuti di eseguire la condanna a morte di un individuo ritenuto innocente, egli viene infine indotto a emettere la sentenza capitala a causa della pressione esercitata da un movimento popolare di natura insurrezionale, da un'accusa strategicamente costruita secondo cui Gesù si sarebbe autoproclamato re dei giudei, e dalla minaccia di essere denunciato presso le autorità imperiali romane In breve: tutte le forze e potenze che allora governavano la Palestina sarebbero state in pieno tumulto a causa di un solo uomo, Gesù. Tutti prendono posizione, per lo più contro di lui: il governatore romano e il sommo sacerdote giudeo, il popolo e i farisei. Qualsiasi tentativo di comprendere la narrazione evangelica in senso realistico deve necessariamente portare alla conclusione che vi si rappresenta un sommovimento rivoluzionario di prim’ordine. Tutte le rivolte di cui Flavio Giuseppe ci dà notizia — quelle di Giuda il Galileo, di Teuda e dell’Egiziano — impallidiscono di fronte a questa, che non si è svolta in una provincia remota, ma nella capitale stessa e quasi l’ha conquistata. Solo con il massimo sforzo, e attraverso la forza verso il basso e verso l’alto, le classi dominanti riescono a scongiurare il pericolo, ed è ovvio che un tale avvenimento avrebbe suscitato il massimo scalpore sia dentro che fuori la Palestina. Né Filone né Flavio Giuseppe, cronista di tutta questa epoca fino alla caduta dello stato giudeo, avrebbero potuto tacere a riguardo. E l’obiezione secondo cui Giuseppe avrebbe taciuto l’episodio per odio verso i cristiani impone alla nostra ragione un’assurdità. Può forse uno storico prussiano conservatore tacere il 1848, o uno socialista il 1870? Si riderebbe di tali pretese all’interno dello stesso partito, poiché da essi non ci si aspetta il silenzio, bensì una manipolazione abile dei fatti evidenti. Flavio Giuseppe, che peraltro non può essere annoverato con leggerezza tra gli odiatori dei cristiani, anche solo per la sua simpatia verso gli Esseni, avrebbe al massimo potuto deformare l’avvenimento in modo tendenzioso e astioso, per soddisfare così il proprio livore. Ma non avrebbe potuto spingersi oltre senza rendersi ridicolo e consegnare ai suoi numerosi avversari le armi più efficaci contro la sua credibilità. In effetti, i cristiani del secondo secolo hanno preso il suo silenzio molto più sul serio di quanto facciano oggi i teologi moderni. Numerose interpolazioni furono tentate e poi rimosse, e una di esse è rimasta. Nel diciottesimo libro delle Antichità Giudaiche, il cosiddetto Pseudo-Giuseppe racconta del saggio Gesù, che era il Cristo e che il terzo giorno dopo essere stato crocifisso è risorto. Oggi solo pochi teologi strettamente ortodossi credono all’autenticità di questo passo. In verità, la vita e il destino di Flavio Giuseppe avrebbero dovuto prendere una piega del tutto diversa, se egli fosse stato consapevole che circa trent’anni prima della sua nascita il Messia era disceso sulla Terra. Come tutti gli ebrei dell’epoca, anche Flavio Giuseppe non dubitava del messianismo, e il fatto della venuta del Messia avrebbe gettato un’ombra immensa su tutti i suoi scritti, su ogni sua affermazione, su tutta la sua esistenza. Invece resta soltanto quel singolo passo, che non ha avuto alcuna conseguenza per il resto della sua opera. L’unico giudizio possibile, dunque, è questo: interpolazione.
Per quale motivo, tuttavia, il ventesimo capitolo delle Antichità Giudaiche, in cui si riferisce dell’esecuzione di Giacomo, il “fratello del Cristo”, potrebbe in determinate circostanze essere autentico, è stato già esposto nel primo volume di quest’opera. Un interpolatore cristiano avrebbe avuto cura di armonizzare il passo con la versione ufficiale dei rapporti tra farisei e cristiani, mentre in realtà la narrazione in Flavio Giuseppe dimostra una situazione completamente opposta. Ci troviamo di fronte a cristiani precristiani che sono in ottimi rapporti con i farisei, mentre il loro nemico comune è l’aristocrazia sacerdotale del tempio, ovvero i sadducei. Sarebbe pertanto opportuno consigliare seriamente ai teologi razionalisti di considerare proprio questo passo in Giuseppe come un’interpolazione, e anzi di farlo con ancora maggiore convinzione, poiché difficilmente si potrebbe trovare una prova più evidente contro i vangeli e a favore di un cristianesimo “pre-cristiano”. Si dovrà dunque rinunciare a Flavio Giuseppe come fonte, e va ulteriormente sottolineato che questo contemporaneo del presunto Paolo non ci tramanda neppure una singola parola sull’apostolo, il quale, stando ad altre fonti ecclesiastiche, avrebbe agitato il giudaismo in Palestina e nella diaspora in maniera ancor più dirompente dello stesso Gesù — fatto dal quale chiunque non sia condizionato da pregiudizi può trarre da sé le conclusioni necessarie. [1]
L’altro storico profano che viene talvolta citato come testimone chiave è Svetonio, e la breve annotazione contenuta al capitolo venticinque della sua Vita di Claudio merita effettivamente una certa attenzione. Se Svetonio ha riportato correttamente i fatti, allora saremmo in possesso di una nuova prova a favore di un cristianesimo “pre-cristiano”, vale a dire di matrice giudaica. I giudei provocarono disordini a Roma, “impulsore Chresto”, e per questo motivo furono espulsi dalla città per ordine dell’imperatore. “Istigati da Chrestos!”: queste sono le parole dello storico, che ammettono senz’altro la possibilità che un individuo con tale nome abbia effettivamente fomentato una rivolta significativa a Roma. Qualora però — ipotesi non da escludersi, date le circostanze — Svetonio avesse frainteso in questi termini un movimento originato dalla setta cristiana, si dovrebbe allora porre la questione del motivo per cui, in seguito a quei disordini, furono espulsi tutti i giudei e non solo i cristiani. Claudio, infatti, è l’imperatore che compare diffusamente negli Atti degli Apostoli, i quali non cessano di sottolineare l’aspra opposizione tra giudei e cristiani. Questo profondo conflitto, scaturito dalla madrepatria, non poteva non avere ripercussioni anche sulla comunità ebraica di Roma. Si potrebbe ipotizzare che tali disordini siano derivati da violente dispute tra i seguaci dell’antica e della nuova fede. In tal caso, non sarebbe stata tipica prassi romana ignorare il principio del “divide et impera” e punire indiscriminatamente entrambe le parti. Tale comportamento appare ancor meno plausibile nel caso di Claudio, noto per l’equità e il favore che mostrava verso i giudei. Secondo la ricostruzione proposta da Harnack e da altri teologi, le persecuzioni neroniane sarebbero state provocate da denunce mosse dai giudei contro i cristiani, da loro odiati. Ma in questo caso, una simile denuncia sarebbe stata ancora più plausibile. Le autorità, o lo stesso imperatore, condussero con ogni probabilità un’indagine, offrendo ai giudei l’occasione ideale per dichiarare la propria lealtà e accusare i loro oppositori di slealtà, in quanto adoratori di un altro uomo come “re”. Eppure, furono i giudei a essere espulsi, il che autorizza a supporre che essi stessi simpatizzassero almeno in parte con quel Chrestos. Del resto, i settari furono, sotto Nerone, successore di Claudio, i principali promotori della grande lotta contro l’Impero, e così come in Palestina, anche a Roma potevano emergere fanatici messianici pronti a proclamare la fine della “meretrice di Babilonia”. Se dunque un simile visionario fu un cristiano precristiano che, in nome del proprio dio mediatore, prese le armi e trascinò temporaneamente con sé alcune comunità, persino un imperatore di norma benevolo verso i giudei avrebbe avuto validi motivi per adottare una misura drastica. Naturalmente, interpretare in questo modo la breve notizia di Svetonio è un’operazione ardita — ma ancor più ardito è interpretarla secondo la concezione teologica dominante, giacché in tal caso risulterebbe inspiegabile perché l’espulsione colpì anche i giudei e non solo i cristiani. In ogni caso, il passo in questione, che si riferisce a eventi accaduti a Roma, non dice assolutamente nulla su ciò che avvenne in Palestina, e non contiene il minimo accenno a un uomo di nome Gesù.
Rimane dunque soltanto il noto resoconto di Tacito sulla persecuzione della comunità cristiana a Roma sotto Nerone. A questo si aggrappano con particolare tenacia tutti i sostenitori dell’esistenza storica di Gesù, dal momento che vi si parla anche della crocifissione sotto Ponzio Pilato. In realtà, tuttavia, ciò che ne risulterebbe dimostrato non sarebbe altro che, all’epoca di Adriano o alla fine del regno di Traiano, il mistero di Gesù era già stato storicizzato e che anche Tacito era venuto a conoscenza della leggenda. Oltre a ciò, l’intero resoconto soffre di una contraddizione dalla quale è difficile uscire. Si riferisce infatti che Nerone, per confutare le voci secondo cui egli stesso avrebbe appiccato l’incendio di Roma, cercò di distogliere i sospetti su altri colpevoli: i cristiani, odiati da tutti e seguaci di un fondatore di setta crocifisso sotto Ponzio Pilato. Molti furono accusati, fecero delle confessioni e, sulla base delle loro denunce, moltissimi altri furono arrestati. Tuttavia, non si riuscì a provare la loro responsabilità nell’incendio. La condanna avvenne solo per “odio verso il genere umano”, e si può leggere in Tacito la successiva e raccapricciante descrizione di come questi infelici vennero arsi vivi per illuminare i festeggiamenti notturni nei giardini di Nerone. Essi subirono dunque una pena che era chiaramente concepita come ritorsione per il crimine commesso: gli incendiari furono arsi vivi! Eppure non sarebbero stati condannati per incendio doloso, bensì soltanto per odio verso il genere umano. In modo paradossale, non si riuscì a dimostrare il loro coinvolgimento nell’incendio, benché avessero “confessato”! Alcuni commentatori hanno cercato di spiegare questa espressione affermando che gli imputati avrebbero confessato di essere cristiani. Ma ciò rappresenta una forzatura del testo, il cui contesto complessivo fa riferimento chiaramente a un’accusa per incendio doloso, il che implica che anche la confessione debba essere stata relativa a tale accusa. Di conseguenza, si avrebbe una situazione in cui degli individui si dichiarano colpevoli di aver appiccato l’incendio, ma nonostante ciò non si riesce a provarlo, e vengono comunque messi a morte come incendiari, al fine di punire simbolicamente il loro presunto odio contro il genere umano. È possibile raccontare i fatti in maniera più confusa e contraddittoria? In effetti, Tacito, per sua natura più profonda, è meno storico che romanziere, interessato soprattutto a creare atmosfere cupe e situazioni sensazionali. In questo caso, tuttavia, avrebbe impiegato mezzi particolarmente grossolani, che poco si accordano con la sua consueta raffinatezza culturale. Potrebbe comunque trattarsi di una sua caduta di stile, e il resoconto confuso potrebbe essere autentico; ciò non implica tuttavia che si debba credere alla veridicità del fatto riportato. Tacito potrebbe essere stato ingannato da un fabbricatore cristiano di atti dei martiri, la cui fervida immaginazione non mancò di colpire la sensibilità estetica dello storico. Il cristiano avrebbe sostenuto l’innocenza dei martiri e accusato Nerone, il che avrebbe fatto comodo a Tacito, che odiava profondamente l’ultimo dei Giulio-Claudii. Tuttavia, poiché disprezzava ancor più la “nuova superstizione” dei cristiani, potrebbe aver cercato un compromesso tra i suoi sentimenti contrastanti. Così concesse ai settari una punizione esemplare per la loro religiosità, ma ritenne comunque un’infamia da parte di Nerone farli massacrare come incendiari, dal momento che colpevole del crimine era in realtà lo stesso imperatore. Questa ipotesi potrebbe forse risolvere le difficoltà contenute nel passo, ma al contempo ne minerebbe radicalmente l’affidabilità storica. Se Tacito si è lasciato convincere da un fabbricatore di atti di martirio, ciò non dimostrerebbe certo acume critico. Da Tertulliano — indipendentemente dal fatto che il passo in questione del suo Apologetico sia autentico o interpolato — emerge chiaramente che l’apologetica cristiana primitiva aveva interesse a presentare il detestato Nerone come il primo persecutore, per ricavare da ciò l’argomento che solo una causa buona poteva attirare su di sé l’odio di un tale nemico del genere umano. Quando, sotto Traiano e Adriano, la condizione dei cristiani si fece critica, questa versione potrebbe essere apparsa per la prima volta — forse proprio nella capitale — e Tacito potrebbe aver letto un opuscolo propagandistico in tal senso. Tale ipotesi spiegherebbe il contenuto del passo e, al tempo stesso, ne comprometterebbe il valore come fonte storica. Sussistono inoltre altre difficoltà che mettono in dubbio l’autenticità stessa del passo, tanto che già si comincia a parlare di interpolazione.
Nessuno degli scrittori ecclesiastici che erano convinti della veridicità della leggendaria persecuzione neroniana [2] si appella a Tacito né riprende i suoi racconti raccapriccianti sulle torce umane o sul legame con l’incendio. Questo fatto non può non colpire, dato che normalmente gli autori cristiani erano ben lieti di poter citare come testimone un pagano famoso. Solo nel 5° secolo, quasi quattrocento anni dopo Tacito, il gallo-romano Sulpicio Severo ha descritto la persecuzione neroniana nel modo in cui oggi la leggiamo negli Annali. Ci troviamo dunque di fronte a un falso del 5° secolo, come sostengono il francese Hochard e il tedesco Arthur Drews? Forse non tutto è stato falsificato, poiché la dizione sembra tacitiana. Tuttavia, è certo che mani estranee vi hanno messo mano, e così anche questo storico profano risulta inaffidabile per noi. Resta dunque il fatto che non esiste alcun autore profano che riferisca qualcosa sulla vita di un uomo chiamato Gesù. [3]
NOTE
[1] Oltre alla teoria del silenzio deliberato, il professor Soden indica un altro motivo per la reticenza di Flavio Giuseppe: il cristianesimo, sostiene, sarebbe del tutto scomparso in Palestina dopo la distruzione di Gerusalemme. Ma ciò non può essere accettato da chi conosce il ruolo ancora rilevante che esso ebbe al tempo di Bar-Kokhba. Inoltre, tale argomentazione non costituirebbe comunque una giustificazione sufficiente. Le sette fondate da Teuda e dall’Egiziano erano certamente scomparse del tutto, e tuttavia, proprio in quei casi, lo storico avrebbe avuto molto più motivo per tacere che non per la catastrofe di Gerusalemme.
[2] Il contemporaneo Flavio Giuseppe non sa nulla di essa, sebbene nella persecuzione anche i giudei di Roma debbano necessariamente essere stati coinvolti, poiché i Romani dell’epoca — del resto, a ragione — non facevano ancora alcuna distinzione tra giudei e cristiani.
[3] La famosa lettera di Clemente non può essere utilizzata come prova della persecuzione neroniana e dell'esistenza di Gesù senza una petitio principii. Se, come si dubita, la persecuzione neroniana avesse avuto luogo, quel documento con le sue vaghe informazioni potrebbe essere incluso qui. Altrimenti rimane privo di datazione.

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