mercoledì 9 settembre 2026

Il dogma nascente della vita di Gesù — L’impossibilità religiosa

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L’impossibilità religiosa

L’uomo Gesù, il figlio del falegname, non sarebbe mai potuto diventare il “secondo Dio”, il Logos, il redentore dei peccati disceso dal cielo. La coscienza religiosa dell’epoca, che innalzava il concetto di Dio alla più alta trascendenza immaginabile, non avrebbe potuto accettarlo. Certo, in ampi circoli culturali, la divinizzazione degli uomini era una pratica comune come forse mai prima o dopo, il che potrebbe dare l’impressione che l’apoteosi di Gesù non sia stata altro che un corrispettivo dell’apoteosi dei Cesari romani o dei filosofi greci. Fin dall’epoca ellenistica, con l’ascesa di Alessandro, l’intero mondo antico era pervaso da un sentimento ben descritto dal motto preferito di Ludwig Feuerbach: homo homini deus (l’uomo è dio per l’uomo). Questo clima, unito alla crisi della conoscenza critica di quel tempo, permise agli Stoici – come già discusso in precedenza – di elaborare una divinizzazione panteistica degli elementi e delle grandi personalità umane, equiparandole agli elementi stessi. Tuttavia, non mancavano affatto correnti avverse che contrastavano la divinizzazione degli uomini prediletta dagli Stoici e, di conseguenza, il loro panteismo, riuscendo in parte a sconfiggerlo. I trascendentalisti, che consideravano indegno di un dio essere coinvolto nei destini e nelle sofferenze umane, ritenevano allo stesso modo empio e ateo cercare il divino negli elementi e nelle forze naturali. Questi idealisti radicali trovarono sostegno negli scettici, che non esitavano a fare osservazioni estremamente irriverenti sulla teologia stoica: se Elios fosse il cielo e si dovesse venerare il cielo come un dio, allora si dovrebbe riconoscere come divinità anche ogni singolo fenomeno celeste, come una nube di passaggio. Poseidone, che per gli Stoici era l’acqua, avrebbe reso sacri, secondo la logica degli scettici, ogni ruscello e ogni pozzanghera. Sebbene questo duplice attacco frontale – da parte dei pii e degli scettici – non abbia completamente distrutto il panteismo stoico, lo costrinse a una profonda trasformazione interna. Esso stesso si arricchì di una dimensione trascendente, una potente elevazione, e le entità intermediarie allora in voga non potevano più essere semplicemente esseri umani, ma divennero nel paganesimo potenti demoni e, nel giudaismo, non furono mai altro che serafini e angeli, messaggeri divini ultraterreni. Il più elevato tra tutti gli angeli, il primo creato tra loro e dunque il primogenito di tutti i figli di Dio, era Gesù Cristo. Si avverte subito che un simile “secondo Dio” era qualcosa di completamente diverso dal figlio di Zeus, Alessandro, o dal bambino di Apollo, il divino Platone. Zeus aveva fin troppi altri figli, e nemmeno Febo Apollo mancava di numerosa discendenza. Non solo i cristiani, ma anche i filosofi del tempo si indignavano di fronte a queste storie di dèi e alle loro leggendarie imprese amorose, che alcuni secoli dopo Heinrich Heine descrisse con ironia nei suoi versi:  

“Come cigno sedusse Leda,  

Danae con una pioggia d’oro comprò”. 

Anche Apollo ricevette critiche feroci per la sua relazione con Dafne, e questa epoca, sia etica che trascendentale, provava un sincero – e talvolta eccessivo – scandalo per le favole mitologiche di secoli più ingenui. Neppure la pretesa divinità di Alessandro e di Platone resistette a questa critica. Secondo Plutarco, Alessandro stesso avrebbe deriso la propria alta discendenza, e Origene liquidò la leggenda su Platone come una favola inventata solo perché Platone era un uomo straordinario. Al contrario, apologeti cristiani come Giustino e Tertulliano si opposero con tutte le loro forze all’accusa, mossa dai loro avversari pagani, di venerare in Gesù un uomo invece del Dio-uomo, il primogenito degli angeli.

Non solo la teologia, ma anche l’etica degli Stoici dovette subire una trasformazione ancora più radicale a causa degli attacchi dei suoi oppositori. In origine, la Stoà aveva vissuto con l’orgogliosa convinzione che l’uomo, con le proprie forze, potesse realizzare i più alti ideali morali e diventare così pari agli dèi. Tuttavia, gli ideali della scuola erano stati formulati in modo così elevato da provocare inevitabilmente una forte reazione, che in alcuni casi sfociò nello scetticismo e nel nichilismo. Le nature più ferventi e credenti seguirono invece un’altra via per cercare di salvare l’etica stoica nonostante il loro dubbio. Nella stessa filosofia stoica era stato sviluppato un principio rigoroso secondo cui non esistevano vie di mezzo tra il saggio e il malvagio: si era o un perfetto saggio o un folle patologico. In seguito, la vita reale e le esigenze dell’etica pratica costrinsero ad ammettere, sotto altri nomi, le tanto disprezzate categorie intermedie. Ciononostante, idealisti trascendentali come il filosofo ebreo alessandrino Filone adottarono questo rigido dualismo stoico per i propri scopi. Sì, esisteva solo l’assolutamente perfetto e l’assolutamente malvagio, e dunque tutti gli uomini erano assolutamente malvagi. Nessuno poteva sperare di redimersi dal peccato con le proprie forze. Per questo era necessaria la grazia sovrabbondante di Dio e, in alcuni casi, anche interventi magici dall’esterno, come i sacramenti e i misteri. Questo profondo senso della corruzione universale dell’umanità dominava le cerchie religiose più ferventi tra giudei e greci in misura ancora maggiore rispetto alle scuole filosofiche. Proprio da questa premessa nacque la fede cristiana: Cristo è il senza peccato, l’assolutamente perfetto, l’intangibilmente puro, colui che ha offerto sé stesso come sacrificio per redimere un’umanità profondamente corrotta. Non è molto probabile che una fede così ardente e disperata nell’imperfezione umana – che includeva anche i migliori tra gli uomini – abbia potuto attribuire proprio a un essere umano la caratteristica dell’assenza di peccato, considerata come qualcosa di assolutamente trascendente. E ciò diventa un’impossibilità totale nel contesto del monoteismo ebraico dell’epoca.

Sappiamo già che nemmeno la religione ebraica poté sottrarsi al grande processo di trasformazione che caratterizzò quei secoli turbolenti. Anche Jahvé fu sempre più innalzato nella sfera della trascendenza, al punto che finì per somigliare ben poco al Dio collerico, antropomorfo e fin troppo umano dell’Antico Testamento. La misericordia prevalse sulla giustizia e, allo stesso tempo, Dio non aveva più alcun mezzo per dimostrare direttamente la sua compassione verso le creature sofferenti. Un intervento diretto sarebbe stato indegno della sua natura divina, contrario alla sua assoluta trascendenza. Scendere sulla terra avrebbe significato contaminarsi con la materia, con il peccato. Eppure, le tradizioni dell’Antico Testamento dovevano essere mantenute, mentre l’anima umana anelava più che mai a un contatto diretto con la divinità. In queste condizioni, anche il giudaismo si trovò costretto a introdurre esseri intermedi ultraterreni: un numero incalcolabile di angeli, con Michele alla loro testa. Questo, in un certo senso, finì per compromettere quel monoteismo assoluto che era stato appena elevato fino alla più alta trascendenza. In un simile contesto, una certa forma di divinizzazione degli esseri umani divenne inevitabile, specialmente nella Diaspora e persino nel nord della Palestina. Nel nome di Abramo, Isacco, Mosè e Salomone, esorcisti ed estatici scacciavano gli spiriti, un chiaro segno di un culto dedicato a queste figure in un’epoca in cui magia e religione si fondevano. Anche personaggi come Isaia, Geremia, Elia ed Enoc furono trasformati in figure sacre e magiche, protettori dell’anima nel viaggio dopo la morte. Abbiamo già accennato alla forte probabilità dell’esistenza di un culto dedicato a Miriam, la sorella di Mosè. Tuttavia, questi uomini divinizzati appartenevano a un passato remoto, mentre anche i più grandi contemporanei dovettero rinunciare a simili onori. Non troviamo nessun leader o combattente di quegli anni che sia stato canonizzato, nonostante la fervida leggenda popolare non fosse affatto avara di racconti edificanti ed esagerati. Un rabbino come Akiba non ricevette onori divini, né tantomeno Yohanan ben Zakkai, il fondatore del giudaismo talmudico dopo la distruzione di Gerusalemme. Di quest’ultimo si racconta addirittura che, in punto di morte, abbia quasi ceduto alla disperazione, temendo per la sorte della propria anima, tanto era profondo il suo senso della colpa umana. La consapevolezza del divario tra il divino e l’umano attraversava tutti gli animi come una dolorosa frattura. Anche i più venerati maestri delle scuole rabbiniche, pur impartendo ai loro discepoli benedizioni magiche attraverso l’imposizione delle mani, apparivano insignificanti di fronte all’Onnipotente, inferiori agli angeli e persino a Mosè ed Elia. Il monoteismo, dunque, continuava a esercitare la sua influenza, ed è proprio da questa prospettiva che si può comprendere la sempre più violenta polemica del giudaismo contro le immagini pagane e contro il culto imperiale. Com’è noto, il cristianesimo nascente seguì esattamente la stessa direzione, con una determinazione probabilmente ancora maggiore.

Immaginiamoci ora la seguente situazione: degli ebrei, dei giudeocristiani della prima ora, uomini che erano ancora più profondamente convinti della corruzione e perfino della perdizione dell’umanità rispetto ai farisei, avrebbero dovuto non solo venerare un saggio e pio rabbino come martire e santo, ma addirittura riconoscerlo come il “secondo Dio”. Questo avrebbe significato attribuirgli uno statuto ben superiore a quello di Elia, di Mosè e di tutti i profeti, persino maggiore di quello di tutti gli angeli e dello stesso Michele. Alcuni storici, però, esitano ad attribuire ai discepoli immediati di Gesù un’esaltazione così smisurata. Non sarebbero stati coloro che avevano mangiato e bevuto con lui, che lo avevano conosciuto di persona, a compiere un simile passo. Si dice piuttosto che fu Paolo, che non lo aveva mai incontrato direttamente, ma che lo aveva visto solo in visioni, a elevarlo a questa dignità. Tuttavia, anche per Paolo – supponendo l’autenticità delle sue lettere e della sua figura – vi erano enormi ostacoli. Egli avrebbe potuto venerare il Gesù crocifisso come martire e santo, ma mai e poi mai come il Figlio unigenito di Dio, senza abbandonare completamente il fondamento della sua religione: la trascendenza, il monoteismo e il sentimento del peccato. Inoltre, una simile elevazione lo avrebbe posto sullo stesso piano di coloro che promuovevano il culto dell'imperatore romano. [1] Ma il leggendario Paolo non fece questo, e nemmeno il cristianesimo primitivo, che considerava il culto degli uomini – e ancor più quello dei demoni – come l’abominio per eccellenza, da combattere con la massima determinazione. Certamente, la nuova religione era figlia del suo tempo e per questo non poteva separare completamente la trascendenza concettuale dalla rappresentazione sensibile, soprattutto quando il confronto con il giudaismo e, in seguito, la lotta contro gli gnostici resero necessaria una storicizzazione della leggenda di Cristo. Per questo, il “secondo Dio”, Cristo, dovette infine diventare l’uomo Gesù. Il processo inverso, ovvero l’esaltazione di un mortale alla dimensione trascendente, era invece assolutamente impossibile in quel contesto e con quella sensibilità religiosa. Si consideri, ad esempio, quanto già il mito storicizzato di Cristo fosse criticato e combattuto dagli ebrei più conservatori e dai filosofi. Si parlava infatti del “furto del cadavere” da parte dei discepoli e della nascita illegittima del Redentore! E questo avveniva secoli dopo, influenzando profondamente gli animi più inclini alla trascendenza. Se si fosse trattato di un reale tentativo da parte dei discepoli esaltati di glorificare l’uomo Gesù, tali critiche sarebbero state ancora più efficaci e avrebbero avuto una forza distruttiva totale. Il sentimento della trascendenza, così radicato negli ebrei e nei primi cristiani, avrebbe immediatamente sollevato un’ondata di protesta unanime e inconfondibile, che non sarebbe passata sotto silenzio.

I teologi moderni parlano spesso della straordinaria influenza della personalità di Gesù, sostenendo che questa avrebbe inevitabilmente portato alla sua divinizzazione, secondo lo spirito del tempo. Tuttavia, a questa argomentazione ha già dato una risposta chiara e decisiva l’antico Tertulliano. Nella sua opera apologetica, egli polemizza contro l’idea che gli dèi fossero in realtà grandi uomini del passato e pone una domanda provocatoria: perché allora Socrate non è stato divinizzato? Perché non lo è stato Temistocle? Se Dioniso è venerato perché fu il primo a piantare la vite, allora anche Lucullo, che introdusse il ciliegio in Italia, avrebbe meritato gli stessi onori. Ora, uomini di genio religioso e morale straordinario non sono certo mancati in quei secoli, né tra i romani e i greci, né tra gli ebrei e gli orientali. Il cristianesimo primitivo avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta. La domanda, quindi, rimane: perché proprio lui? E perché mai i primi apologeti cristiani negarono con tanta fermezza di venerare un uomo? Perché il loro odio ardente contro qualsiasi forma di culto umano? Se non avessero conosciuto nulla di diverso, se non avessero avuto questa convinzione radicata, non avrebbero potuto adottare un atteggiamento tanto risoluto. La verità è che, per la loro coscienza religiosa, il figlio del falegname Gesù era sempre stato il figlio trascendente di Dio, il Cristo.

NOTE

[1] Arthur Drews ha fatto riferimento a questo scenario di un “Paolo storico” anche nel suo libro Il mito di Cristo.

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