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venerdì 20 febbraio 2015

«Giacomo, il fratello del Signore» (Gal 1:19) È Interpolazione Proto-Ortodossa



FRODI PIE: Sante furfanterie, religiose menzogne, devote imposture di cui il clero si serve molto legittimamente per alimentare la pietà del volgo, per far valere la buona causa, per nuocere ai nemici contro i quali, come è noto, tutto è permesso.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

Quindi è sicuro.

La versione marcionita di Galati e di 1 Corinzi, come è stata ricostruita nella sua forma più ''conservatrice'' da un apprezzato accademico, manca di due passaggi a lungo interpretati prima facie come se fossero vagamente eco di evidenza di un ''Gesù storico''.

Parlando sul forum di earlywritings a proposito del libro di BeDuhn, un certo hjalti così scrive:
Could you tell us how BeDuhn recontructs the famous passage in 1Cor 15:3-11? Detering thinks it lacked v. 5-10.

Oh, and presumably BeDuhn also thinks that Paul's first visit to Jerusalem was missing in Galatians (Gal 1:18-24)? So "the brother of the lord" wasn't in Marcion's version in Gal 1:19, right?
Alla prima domanda, un certo Tenorikuma (che possiede il libro) così risponde:
BeDuhn concurs that 5–10 is unattested. He keeps verses 1, 3, 4 and 11, so that it reads:

Now I remind you, (my) colleagues, the proclamation that I proclaimed to you… that Christos died… and [that he] was entombed, and [that he] has been awoken on the third day… so we declare and so you believed.

Mentre alla seconda, risponde così:
That's right. He goes straight from 1:17 to 2:1, noting that 1:18–24 is unattested.

Quindi, uno studioso che ipotizza gratuitamente che Marcione e i proto-ortodossi collezionarono indipendentemente gli uni dagli altri i libri del poi chiamato ''Nuovo Testamento'' (senza che uno avesse messo il dito nella collezione dell'altro, per mutilare o per falsificare) - e dunque uno studioso di tal fatta che merita sicuramente di essere chiamato conservatore, alias cripto-apologeta suo malgrado - nonostante tante così gentili concessioni alla fottuta sensibilità protocattolica di allora (e dei cristiani di oggi), questo studioso, dicevo, non può arrendersi all'evidenza: il riferimento a ''Giacomo, il fratello del Signore'', non figurava nel testo di Marcione della Lettera ai Galati.

Dunque il dr. Detering aveva ragione:
Capitolo 1
15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 
16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno,  
17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 
18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 
19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. [ἕτερον δὲ τῶν ἀποστόλων οὐκ εἶδον, εἰ μὴ ἰάκωβον τὸν ἀδελφὸν τοῦ κυρίου]
20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mento.

21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia.
22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo;
23avevano soltanto sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere».
24E glorificavano Dio per causa mia.


Capitolo 2
1Quattordici anni dopo, andai di nuovo [παλιν] a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito:
2vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro
[αυτοις] il Vangelo che io annuncio tra le genti, ...


Secondo il dr. Detering, infatti, quell'
αυτοις di Gal 2:2 non si riferisce agli abitanti di Gerusalemme: non avrebbe senso infatti che Paolo volesse esporre il vangelo a tutti gli abitanti di Gerusalemme, specie quando lo stesso Gal 2:2 segue a dire che Paolo volle esporlo ai soli Pilastri in privato (a detta di Detering, anch'essa un'interpolazione, perchè lui non crede al motivo di tale segretezza da parte di Paolo, e cioè il timore di aver corso invano: ma come? Hai avuto 14 anni di tempo per trovare una conferma di ciò che vai predicando presso i pagani da parte dei tuoi superiori, e solo dopo 14 anni di tempo senti impellente il rischio di aver ''corso invano''? Il bello è che quella segretezza, perfino se assunta autentica, contrasta fortemente con l'interpretazione di αυτοις come allusione agli stessi abitanti di Gerusalemme: se Paolo volle parlare in privato, perchè rivolgersi a tutti gli abitanti di Gerusalemme, allora?)

A cosa si riferirebbe allora quell'
αυτοις? A ''coloro che erano apostoli prima di me'' menzionati nel verso 1:17 di Galati.

Ne deriva che quel ''di nuovo''
(παλιν) in Galati 2:1 non dovrebbe essere presente nel testo originale di Galati, dal momento che Paolo sta parlando come se si sta rivolgendo LA PRIMA VOLTA a ''coloro che erano apostoli prima di me'' (Gal 1:17) in Galati 2:1.

Questo mio uso del condizionale (''...non dovrebbe essere presente...'') si tramuta tosto in una netta, convinta affermazione: è lo stesso folle apologeta protocattolico a confermare che
παλιν, ''di nuovo'', non era affatto presente nel testo di Galati che leggeva Marcione:
Denique ad patrocinium Petri ceterorumque apostolorum ascendisse Hierosolymam post annos quatuordecim scribit, ...
(Tertulliano, Contro Marcione 5.3.1)

Deinde post XIIII annos ascendit Hierosolymam cum
Barnaba, adsumens et Titum

(Ireneo, Haer 3.14. 3)

Nè Ireneo nè Tertulliano leggono
παλιν in Galati 2:1.

Così le seguenti parole di McGuire, uno storico esponente dell'olandese Radikal Kritik e quotate interamente dal dr. Detering, sono confermate al 100% in virtù della sola logica e dell'evidenza:
Ireneo, nella sua tarda opera del secondo secolo Contro le Eresie, sembra citare la lettura solita di Gal. 2,:1 - ''salii di nuovo a Gerusalemme'' . ma non fa nessun riferimento specifico alla visita paolina descritta in 1:18f. Tertulliano, nelle sue Prescrizione contro gli Eretici, allude anche alla visita di Paolo a Gerusalemme per incontrarvi Pietro ma subito diventa apparente che l'autore sta semplicemente leggendo il suo personale interesse in Pietro nel resoconto dell'incontro con Pietro, Giacomo e Giovanni. Trattando Atti 9:26f come il resoconto dela prima visita di Paolo a Gerusalemme, egli sembra applicare ad entrambi Gal. 2:1-10 e un racconto simile a 1:18f alla seconda visita.
Per giunta, in questa circostanza Tertulliano sta scrivendo principalmente per la fruizione ortodossa; nel suo primo trattato anti-marcionita del terzo secolo, dove deve affrontare lettori ostili sul loro proprio terreno, lui allude a Paolo che salì (non ''di nuovo'') a Gerusalemme dopo quattordici anni ''così grande era stato il suo desiderio di essere approvato e supportato da coloro che tu [Marcione] desideri ad ogni occasione che vengano compresi come in combutta con l'ebraismo!'' Ovviamente il testo di Marcione di Galati non comprendeva il resoconto di una visita precedente ''dopo tre anni'' e Tertulliano, se veramente egli avesse mai visto una tale lettura, non fu propenso a prenderla seriamente.

Il falsario proto-cattolico dunque, desideroso di far mandare subito Paolo a prestare omaggio al primo papa Pietro (come recita quella tendenziosa propaganda proto-cattolica che risponde al nome di Atti degli Apostoli) così da ristabilire a proprio vantaggio i giusti rapporti di forza tra le icone protocattoliche e l'Apostolo di Marcione, optò per il breve ritardo di ''tre anni'' prima di questo immaginario primo viaggio di Paolo a Gerusalemme, e perfino allora avendo cura di *inchiodare* Paolo, se non all'incontro di tutti gli apostoli (l'immediato contesto originale di Galati non permetteva di contraddire così platealmente l'apologia che stava facendo Paolo presso ai Galati di non aver mai incontrato nessuno), almeno all'incontro con l'apostolo Pietro e con Giacomo, ''il fratello del Signore'', anche se solo per un periodo di 15 giorni.
Poichè per quel bastardo falsario protocattolico la persona di Giacomo non era icona del cattolicesimo ma dei giudeocristiani in odore di eresia (gli ebioniti e i troppo giudaizzanti tra i cattolici), si preoccupò addirittura di rispettare i rapporti di forza tra lui e Pietro (il primo papa proto-cattolico, ai suoi occhi): laddove Pietro era un apostolo, Giacomo era solo ''il fratello del Signore'' e non un apostolo.
Così, perfino l'osservazione di quel cripto-apologeta di Mauro Pesce (come me la ha fornita quel demente folle apologeta cattolico di Gianluigi Bastia):
"mi è sempre sembrato che Giacomo, secondo questa frase della lettera ai Galati di Paolo, non sia "apostolo", ma appunto quello che Paolo dice: "fratello del Signore". Non credo che l'inciso "se non Giacomo il fratello del Signore", debba portare alla conclusione che Giacomo fa parte degli apostoli appena citati prima. Non va preso l'inciso come se specificasse altri appartenenti al gruppo degli apostoli. " Se non" non specifica "degli apostoli" ma "non vidi nessun altro". Avendo detto "Non vidi nessun altro", Paolo si corregge dicendo che però ha visto anche Giacomo, e accorgendosi che si potrebbe equivocare intendendolo come apostolo, specifica subito che non fa parte degli apostoli, ma è il Giacomo "fratello del Signore"."
si presta ottimamente alla propaganda protocattolica del falsario cattolico all'insegna della più ostinata e pervicace Reductio ad Unum (dove l'Unum in questione sarebbe l'immaginario Pietro proto-cattolico che strinse la mano a ''Gesù'' e fu emissario, ''apostolo'', di lui). 

Come spiega l'autore del corrente ''Miglior Caso per il Gesù Storico'', sarebbe praticamente da dementi folli apologeti concludere che poichè i miticisti Doherty e Carrier si apprestano a dare un significato alternativo a quello apparente (prima facie storicista) di ''Giacomo, il fratello del Signore'' assumendo volentieri la sua autenticità, allora da questo seguirebbe ''per forza'' che ciò che perfino loro due concedono come autentico allora tutti quanti devono concederlo come autentico, fino alle estreme conseguenze (che il passo sarebbe meglio interpretabile come allusione ad un Gesù storico).
A mio modesto giudizio, vale esattamente il contrario: sulla bocca del falsario cattolico dell'originario testo di Galati, quel passo è da intendersi storicista. Ma se assunto come frutto del Paolo storico, allora quel passo assume la sua migliore spiegazione nella necessità del suo autore di garantire ai Galati che nessuno, fuorchè l'apostolo Pietro e fratello Giacomo (non-apostolo) ridotti a meri testimoni di passaggio dell'intrinseca verità della sua personale rivelazione divina, avrebbe mai potuto rivelare anzitempo all'Apostolo i segreti del vangelo che andava predicando loro.  

Ma ormai se perfino un Tertulliano tradisce da tutti i pori il bramoso desiderio di contaminare la purezza dell'indipendenza paolina non esitando a vederla sporcata dopo 14 anni dal suo PRIMO incontro coi Pilastri di Gerusalemme (che nella foga apologetica ridusse da tre al solo Pietro), allora vorrà dire che Tertulliano non leggeva di alcun altro incontro a Gerusalemme che non fosse quello dell'attuale Galati 2.

Quindi, perfino se i protocattolici avessero collezionato le epistole di Paolo indipendentemente da Marcione (ipotesi possibile ma alla quale io proprio non ci credo affatto neppure pel rotto della cuffia), ebbene perfino allora, l'ignoranza di Tertulliano di un primo incontro tra Paolo e Pietro dopo soli ''tre anni'' dimostra che i versi 18-22 sono totalmente frutto di un interpolatore protocattolico.

L'evidenza di un ''Giacomo, il fratello del Signore'', prima ancora che di un ''Gesù detto Cristo'', svanisce completamente.

domenica 7 dicembre 2014

τοῦ λεγομένου Χριστοῦ è un'interpolazione cristiana (XI)

Il folle apologeta cristiano Eusebio di Cesarea riporta questa informazione attinta da un'opera ora perduta di Egesippo:
La cura della Chiesa passò a Giacomo, il fratello del Signore, e agli apostoli. Egli era chiamato il ''Giusto'' da tutti gli uomini dal tempo del Signore fino al nostro; perchè vi erano molti con il nome di Giacomo, ma egli era stato santo sin dal grembo di sua madre. Non beveva vino né bevande forti, e non mangiava carne. Sul suo capo non passava alcun rasoio, non si ungeva mai di olio, e non andava ai bagni. Era l'unica persona cui era concesso di entrare nel santuario, poichè non indossava lana ma lino. Era uso recarsi al tempio da solo e lo si trovava inginocchiato a pregare per il perdono degli uomini, tanto che le ginocchia gli erano diventate dure come quelle di un cammello per il suo continuo inginocchiarsi, adorare Dio e implorare il perdono per gli uomini. A causa della sua grande rettitudine era chiamato Giusto e Oblias [che vuol dire in ebraico ''Difesa degli uomini'' e ''Giustizia''], secondo quanto i profeti dicono di lui. A ogni modo, alcuni delle sette sette tra la gente, che ho già descritto nei miei commentari, gli chiesero cosa fosse la ''Porta di Gesù'': Egli rispose che era il Salvatore. In base a questo alcuni furono portati a credere che Gesù fosse il Cristo. Le sette summenzionate non credevano nella resurrezione né in qualcuno che venisse a giudicare ogni uomo secondo le sue opere. Ma coloro che credettero, credettero grazie a Giacomo. Ora, poichè molti del governo erano credenti, vi fu un tumulto tra gli Ebrei, e gli scribi e i farisei dicevano che era un pericolo che tutta la gente ritenesse Gesù il Cristo. Perciò si riunirono e parlarono a Giacomo: «Facciamo appello a te», dissero, «per placare la folla, perchè essi hanno un'idea errata su Gesù e pensano che egli sia il Cristo. Facciamo appello a te perchè convinca riguardo a Gesù tutti coloro che vengono per il giorno di Pasqua; perchè noi tutti ti obbediamo. Noi e tutta la gente rechiamo testimonianza che sei giusto e imparziale. Perciò convinci la folla a non farsi un'idea errata su gesù. Poiché tutta la gente e tutti noi ti obbediamo. Mettiti in piedi sui merli del tempio, in modo da poter essere visto dal basso, e che le tue parole siano udite da tutta la gente. A causa della Pasqua tutte le tribù si sono radunate, e anche i gentili». Così i summenzionati scribi e farisei misero Giacomo in piedi sui merli del tempio e gli gridarono: «Ehilà, Giusto, noi tutti ti dobbiamo obbedienza. Poichè la gente si smarrisce dietro a Gesù che è stato crocifisso, dicci: cos'è la Porta di Gesù?». E Giacomo rispose con voce sonora: «Perchè mi chiedete del Figlio dell'Uomo? Egli siede in cielo alla destra della Grande Potenza, e verrà sulle nubi del cielo». E molte persone furono convinte e glorificarono la testimonianza di Giacomo, dicendo «Osanna al figlio di Davide». Allora gli stessi scribi e farisei si dissero l'un l'altro: «Siamo stati degli stolti a dare a Gesù questa risonanza. Saliamo e gettiamolo giù, cosicché essi si spaventino e cessino di credergli». Allora gridarono: «Oh, oh, persino il Giusto è in errore!». Ed essi adempirono alle parole di Isaia: «Rimuoviamo l'uomo giusto poichè è per noi importuno. Ma essi mangeranno il frutto delle loro opere». Essi salirono e gettarono giù il Giusto e si dissero l'un altro: «Lapidiamo Giacomo il Giusto». Essi cominciarono a lapidarlo, perchè quando era caduto non era rimasto ucciso. Ma egli si voltò e si inginocchiò, pregando: «O Signore Padre Nostro, perdonali, perchè non sanno quel che fanno». Mentre lo lapidavano, uno dei sacerdoti dei figli di Rechab figlio di Rechabim, a cui il profeta Geremia aveva recato testimonianza, gridò: «Fermatevi! Cosa fate? Il Giusto sta pregando per noi». Poi uno di loro, un lavandaio, prese il randello che usava per battere le stoffe e colpì Giacomo sul capo. Così egli subì il martirio. Lo seppellirono in un luogo vicino al tempio, e la sua pietra tombale è ancora lì vicino al tempio. Egli divenne autentica testimonianza per gli Ebrei e i Greci che Gesù è il Cristo. Subito dopo Vespasiano cominciò ad assediarli.
(Eusebio, Storia della Chiesa, 2.23.4·18)

Il folle apologeta ateo Tim O'Neill [1] riteneva, contro Richard Carrier, che la frase ''fratello di Gesù, detto Cristo, Giacomo di nome'' di Antichità Giudaiche 20:200, fosse così com'è scritta, con tanto di riferimento ad un ''detto Cristo'', autentica di Flavio Giuseppe, perchè la spiegazione più semplice, sempre secondo questo Tim O'Neill, sarebbe che dietro la leggenda di Giacomo il Giusto presente in Egesippo ci fosse un dato storico:
L'idea che morte di Giacomo fosse in qualche modo cosmicamente collegata alla caduta di Gerusalemme sembra essere stata attorno molto tempo prima di Origene ed è anche riflessa in Egesippo, che offre la sua descrizione della morte di Giacomo e poi nota ''Subito dopo Vespasiano cominciò ad assediarli''. Troviamo lo stesso tropo in Eusebio (anche se qui ovviamente seguendo Origene) e in Girolamo ed è anche implicato in alcune tradizioni gnostiche riguardo Giacomo.

In realtà, se si omette il costrutto ''detto Cristo'', l'intero passo di Flavio Giuseppe assume tutt'altro senso nella misura in cui il Gesù introdotto appena prima della menzione di Giacomo ha il solo scopo di chiarire la curiosa beffa del destino che portò alla destituzione del carnefice Anano proprio col fratello della vittima Giacomo, vale a dire ''Gesù figlio di Damneo''.


 Venuto a conoscenza della morte di Festo, l'imperatore inviò Albino quale governatore per la Giudea. Il giovane Anano, che come ho già accennato era diventato sommo sacerdote, aveva un carattere insolitamente diretto e audace. Egli seguiva la setta dei sadducei, che sono nei loro giudizi i più severi fra tutti gli Ebrei, come ho già dimostrato. Anano, visto il tipo d'uomo che era, pensò di avere un'opportunità ideale, con festo morto e Albino ancora in viaggio. Convocò un consiglio di giudici; portò al suo cospetto il fratello di Gesù, detto Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, li  accusò di trasgredire la legge e li condannò alla lapidazione. Tutti coloro che erano ritenuti i più ragionevoli della città, e coloro che erano rigorosi in questioni di legge si adirarolto per questo e in segreto inviarono n messaggio al re chiedendogli di ordinare ad Anano di non comportarsi più in tal modo; in effetti, dissero, egli aveva agito in modo illecito fin dall'inizio. Alcuni di essi si recarono addirittura da Albino in viaggio da Alessandria e gli dissero che era illegale che Anano avesse convocato un consiglio senza il suo permesso. Albino fu persuaso da ciò che dissero e scrisse una lettera adirata ada Anano, minacciando di punirlo. Fu a causa di questo che il re Erode Agrippa privò Anano del sommo sacerdozio, che aveva detenuto per tre mesi, nominando al suo posto Gesù figlio di Damneo.
(Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche 20.200)

 
La fiducia di Tim'O Neill nella presenza di un solido nucleo storico dietro la leggenda in Egesippo della morte di Giacomo il Giusto per mano dei ''giudei'' è però già seriamente incrinata dallo stesso dubbio racconto di Egesippo.
Ad esempio, così Richard:
I passaggi più importanti che  sopravvivono da Egesippo coinvolgono storie sulla famiglia di Gesù. Ma sono così ovviamente fittizie da non poter porre nessun valore in loro come Storia. 
(On the Historicity of Jesus, pag. 327, mia libera traduzione)

E ancora:
Le implausibilità storiche e narrative di questo racconto sono così numerose che possiamo essere certi che la storia è a tutti gli effetti una fabbricazione. La descrizione di Giacomo è trasparentemente mitica; l'idea che 'solo lui' avesse accesso nel sancta sanctorum del tempio è evidente sciocchezza; che le autorità ebraiche collocassero un evangelista cristiano sul pinnacolo del tempio per dissuadere la folla dall'adottare i suoi insegnamenti è ovvio mito; e che Giacomo  potesse sopravvivere ad una caduta da lì è impossibile; infatti, il comportamento di quasi tutti in tutta la narrazione non è affatto realistico (un'importante caratteristica della fiction); la morte di Giacomo come descritta non è in alcun modo legale (e sarebbe quindi stato un omicidio secondo la legge ebraica); e una sepoltura non solo all'interno delle mura della città, ma molto vicino al tempio stesso non è solo una menzogna garantita, ma tradisce la completa ignoranza dell'autore del racconto anche dei fatti più elementari del diritto e della cultura di Gerusalemme. Insomma, niente in questa storia può essere vero.
Ma ciò che è importante è che in nessun punto della storia in sé questo Giacomo ha mai detto di essere il fratello di Gesù. Egesippo lo descrive come tale quando introduce il racconto, ma l'ipotesi che questa storia, su un certo Giacomo il Giusto, è una storia di Giacomo fratello di Gesù, sembra essere un presupposto introdotto da Egesippo. Non è supportato da nulla nella storia. In effetti, questo Giacomo è descritto come se fosse un sacerdote (prestando facendo nel tempio e anche accedendo nel Santo dei Santi), non un carpentiere o un pescatore dalla lontana Galilea. Non c'è nessun riferimento ad un Gesù storico in questo racconto. Gesù è chiamato 'il crocifisso', ma Gesù era celestialmente crocifisso sul miticismo minimale, così ciò non distingue questo racconto come storicista. Al contrario, da nessuna parte è presente qualche riferimento ai testimoni o rapporti di Gesù che ha eseguito azioni o che ha fornito insegnamenti mentre era sulla terra, o dopo essere stato sulla terra. Invece, Giacomo parla solo di un Gesù nello spazio cosmico, che avrebbe dovuto discendere sulla terra nel futuro.
E la storia assume che nessuno pensava Gesù fosse il Cristo fino a che Giacomo (non Gesù, né nessun altro) iniziò a predicare che lo fosse. E questo ha portato persone a cercare Gesù e a seguire lui, ovviamente, ciò non può significare seguire il vivente Gesù  (che in questo racconto era non allora sulla terra), ma il Gesù celeste proclamato da Giacomo. La polemica al centro di questo racconto si concentra anche intorno alla domanda bizzarra, 'Qual è la porta di Gesù?' La risposta alla quale è stata era che 'egli il Salvatore' (il nome di Gesù, naturalmente, che significa 'salvatore'), il che implica che confessare che Gesù è il Cristo è la porta alla vita eterna. Il punto teologico potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con l'identità di Gesù quale celeste sommo sacerdote, che controllava l'accesso alle porte del cielo (la qual cosa anche alcuni ebrei pre-cristiani potrebbero già aver creduto: Elemento 40). Ad esempio, Ignazio dice che Gesù 'è la porta del Padre, mediante la quale entrano' i santi e fedeli nel cielo, e che lui aveva questo potere perché gli erano dati i segreti di Dio e controllava il Santo dei Santi - che deve significare quello del tempio celeste, non essendoci nessun altro quando Ignazio scriveva. Il materiale su Giacomo in Egesippo conferma la nostra conclusione da Papia, che la vera informazione storica sulla chiesa primitiva non esisteva ed era stata sostituita con assurde invenzioni di questo tipo, che erano credute senza alcun dubbio o questione da autori come questo. Ma questa narrazione si collega anche alla prima redazione dell'Ascensione di Isaia e al Racconto della Stella di Ignazio in ulteriore supporto dell'ipotesi che vi era stata una setta di cristiani che non credeva in un  Gesù galileo, ma solo in un cosmico Gesù crocifisso, e che questi cristiani avevano i loro racconti e narrazioni, che altri cristiani potevano prendere in prestito e adattare ai loro scopi.
Da un tale setta ci si può aspettare che questo racconto manchi di qualsiasi riferimento a un Gesù storico, soprattutto ogni riferimento a questo Giacomo che è suo fratello, nonostante il suo dilungarsi in gran dettaglio sulle sue qualifiche in qualità di testimone nell'essere superlativamente pio e giusto - vistosamente omettendo da quella lista delle qualifiche la sua connessione familiare e il suo status di testimone oculare. Quelle sembrano essere state sconosciute all'autore originale della storia. Tale completa assenza di un Gesù storico in questo racconto di Giacomo  potrebbe forse essere spiegato solo come una casuale omissione, assumendo che l'autore che lo fabbricò del tutto semplicemente non pensava o non vedeva la necessità di includere qualsiasi dettaglio, o forse già avendolo incluso in sezioni non citate da Egesippo. Ma tale omissione aderisce anche al miticismo minimale ancora più perfettamente. Laddove la spiegazione dello storicista richiede di ipotizzare qualcosa che è meno del 100% certo essere il caso, la spiegazione del miticista non richiede di postulare nulla (oltre il miticismo minimale stesso, e stabilita conoscenza di background, tra cui gli Elementi 21-22 e 44). Ciò significa che questo racconto in Egesippo supporta il miticismo più della storicità, almeno leggeremente. Io sarò tanto generoso alla storicità per quanto posso e pongo una probabilità del 90% che un autore storicista potesse comporre il racconto come noi l'abbiamo, contro una probabilità del 100% che un autore miticista potesse comporre la narrazione come questa,  for probabilità di 9/10. 
Anche se credo che 4 su 5 sia più vicino alla verità (a significare una probabilità dell'80% che un autore storicista potesse comporre il racconto come questo).

(On the Historicity of Jesus, pag. 329-331, mia libera traduzione, corsivo originale, mio maiuscolo)


Gli argomenti portati da Richard Carrier contro l'affidabilità del racconto di Egesippo sono chiaramente schiaccianti di loro proprio. Ma c'è dell'altro che sono venuto a sapere accidentalmente leggendo il libro del prof Markus Vinzent,
Christ's Resurrection in Early Christianity: and the Making of the New Testament (Ashgate, 2011), e precisamente a proposito della reazione antimarcionita da parte dei proto-cattolici. In merito a Egesippo, così scrive il prof Vinzent:
Egesippo, che esplicitamente scrive contro Marcione, sarebbe stato considerato dal secondo come uno di ''coloro che difendevano la fede ebraica'' e ''univano il Vangelo con la Legge e i Profeti''. Le citazioni di Egesippo ''non lasciano alcuno spazio a Paolo come autorità''.
Nella sua Storia della Chiesa dell'inizio del quarto secolo, Eusebio offre un pò di dettagli su Egesippo: egli scrisse negli anni settanta o ottanta del secondo secolo ed era un convertito dagli ebrei, probabilmente di background samaritano. Egesippo, a dire il vero, mostra qualche considerevole conoscenza samaritana, ma la combina con un'alta stima per le origini ebraiche delle chiese, specialmente di quelle da Gerusalemme. Ma egli è egualmente netto nella critica del farisaismo e sadduceismo giudaico, e anche del cristianesimo samaritano. Per di più, lui vede il cristianesimo samaritano nell'atto di preparare la strada all'insegnamento di Marcione e alla separazione tra ebraismo e cristianesimo.
Per Egesippo la divergenza delle vie tra ebraismo e cristianesimo fu una disputa tutta interna-ebraica tra un cristianesio farisaico e un cristianesimo farisaico-samaritano. In chiara contrapposizione a Marcione, il cui messaggio egli vede come un tipo di ripudio samaritano dei giudei e del loro tempio, Egesippo riconnette gli inizi della Chiesa fermamente con Gerusalemme e il Tempio, e radica la giovane comunità profondamente nella più estesa famiglia di Gesù e di suo fratello Giacomo.
Contro, ma anche parzialmente in riconoscimento di Marcione, Egesippo raffigura Giacomo come 'il giusto' che fu annunciato dai profeti, manifesta tutti gli ideali ascetici marcioniti (no vino, un vegetariano, no taglio dei capelli, no profumi, no bagno) e fa credere il popolo nella risurrezione e nel giudizio. Egli è descritto come un'alternativa giudeo-cristiana al Marcione Paolino: la famiglia terrena di Gesù conta contro l'autorità visionaria di Paolo del Cristo Risorto.

(Christ's Resurrection, pag. 99-100, mia libera traduzione, mia enfasi)


 Lo stesso prof Vinzent sostiene che Papia di Ierapoli, pur di sommare più ''testimoni'' possibili creati ad hoc allo scopo di contrastare l'autorità gigantesca e minacciosa del Paolo di Marcione e del suo Vangelo, si serve di 1 Pietro e di 1 Giovanni.

Ed in particolare:
...1 Pietro chiama Cristo ''il Giusto'', che ha sofferto ''per l'ingiusto'', un'allusione e una sintesi di Isaia (53:1-12), ed anche una chiara istanza contro Marcione, che eguagliò il ''Giusto'' con il Dio dei Giudei per distinguerlo dal vero Dio d'Amore.
(Christ's Resurrection, pag. 98)

Dunque ecco perchè tanta così sospetta insistenza di Egesippo sul martirio di Giacomo ''il Giusto'': all'origine del suo racconto non vi era nessun nucleo storico, nessuna memoria di presunte pie virtù del pilastro Giacomo al punto da indurre a definirlo ''giusto'' per qualcosa che fosse relativo direttamente alla sua esistenza storica. Al contrario, all'origine delle pretese di Egesippo c'era, solo e soltanto, una pura necessità teologica. E per di più una POLEMICA necessità teologica. Contrastare Marcione conferendo a Giacomo, previa debita artificiale promozione da mero ''fratello del Signore'' - ovvero mero battezzato cristiano (il senso originario di Galati 1:19) - a ''fratello di Gesù'' secondo la carne, lo stesso titolo, ''Giusto'', che Marcione intese attribuire a più riprese invece al famigerato Demiurgo allo scopo di indicarne l'insensatezza perfino mentre esercitava la funzione di giudice severo del suo popolo, Israele.

Ne deriva che, in virtù di quella medesima, nuova ''regola del gioco'' instaurata da Egesippo (chiamare Giacomo ''il giusto'' per indicarne la fedeltà allo stesso Dio creatore definito ''giusto'' ma non ''buono'' da Marcione), il racconto di Egesippo è altrettanto ''affidabile'' storicamente, se non addirittura perfino meno, del racconto su Giacomo presente nella gnostica Prima Apocalisse di Giacomo, a proposito della quale il prof Vinzent ha questo da dirci:

Piuttosto diversa è la Prima Apocalisse di Giacomo, che è situata prima e dopo la Risurrezione. Prima della sua morte, Gesù annuncia la sua riapparizione e domanda a Giacomo di rinunciare sia alla sua carne che al suo nome per divenire Colui-che-è.  E, in realtà, dopo che il Signore aveva ''compiuto quel che era appropriato'', Giacomo attese in angoscia per ''molti giorni'' e ''stava camminando sul monte che è detto ''Gaugelan'', assieme ai suoi discepoli che lo ascoltavano perchè erano stati in pena, e lui era confortevole''. Poi,
le folle si dispersero e Giacomo rimase in preghiera, com'era suo costume, e il Signore apparve a lui. Egli terminò la [sua] preghiera e lo abbracciò. Egli lo baciò, dicendo, 'Rabbi, ti ho trovato! Ho udito delle tue sofferenze, che hai sopportato. E io sono stato parecchio in pena. Tu conosci la mia compassione. Perciò, per premeditazione, io stavo desiderando di non vedere questo popolo. Essi devono essere giudicati per quelle cose che hanno commesso. Infatti quelle cose che hanno commesso sono contrarie a quel che è appropriato'.
Gesù calma Giacomo ed escolpa 'questo popolo', i giudei, sottolinenando di non aver per nulla sofferto, ''e questo popolo non [gli] ha recato alcun danno''. In aggiunta, il titolo di Giacomo ''il Giusto'' indica, secondo Gesù, che Giacomo stava egli stesso servendo i poteri distruttivi tanto quanto lo stava facendo ''questo popolo''. Ma ancora, egli dà a lui speranza di venir redento, perchè sarà capace di dire ''Io sono un figlio, e io sono il Padre', o più precisamente, 'Io sono del Padre Pre-esistente, e un figlio nel Padre Pre-esistente''. Ed egli eviterà i poteri arcontici, perchè egli è desideroso di andare ''al luogo'' da cui egli è giunto.
(Christ's Resurrection, pag. 165, mia libera traduzione e mia enfasi)

Dunque è eliminata totalmente ogni seria possibilità di considerare valido il racconto di Egesippo, perfino per quanto riguarda l'origine dell'appellativo ''il Giusto''.

Quali conseguenze seguono da questa analisi?

Il Giacomo storico di Galati 1:19, chiunque sia stato, non fu mai chiamato ''il Giusto'' nè in vita nè dai suoi veri seguaci giudeocristiani dopo morto
, ma solo più di cent'anni dopo da un proto-ortodosso chiamato Egesippo in vena di strumentalizzare Giacomo in funzione anti-marcionita, in nulla di diverso da come agiva la stessa tendenziosa tattica propagandistico-pubblicitaria utilizzata dai famigerati Atti degli Apostoli. Nulla di storico. Zero. Solo punti teologici. E per giunta polemici contro altrui teologie. Eppure fu proprio quella totale invenzione di Egesippo sulla morte di Giacomo (nonchè sull'effetto che quella morte scatenò su Gerusalemme) a indurre Origene a fare l'ennesimo errore di memoria (come era solito fare in più di un'occasione), scambiando Egesippo per lo storico ebreo Flavio Giuseppe e originando per la prima volta quel costrutto tutto cristiano ''fratello di Gesù detto Cristo'' (prendendo a sua volta in prestito da Matteo quell'espressione ''detto Cristo'' che in Matteo 27:22 aveva una sottile sfumatura ironica posta in bocca ad un meravigliato Pilato). Ci pensò poi la distrazione di un anonimo scriba cristiano a far cadere accidentalmente nel testo di Giuseppe Flavio quella glossa ''detto Cristo'' confondendolo con il testo circostante dell'autore ebreo, appena in tempo prima che Eusebio si potesse accorgere dell'avvenuta duplicazione, allorchè reputò erroneamente di maneggiare due fonti indipendenti (Egesippo & Flavio Giuseppe) invece di una sola. Ma ora sappiamo che quell'unica fonte fu tutto frutto della fantasia di Egesippo.
Flavio Giuseppe non scrisse nulla su Gesù. Non accennò minimamente a lui. Mai. Da nessuna parte in tutta la sua opera.


Ecco altri frammenti di Egesippo consegnatici da Eusebio:
E oltre a questo Egesippo dice che dopo la presa di Gerusalemme, Vespasiano ordinò che si cercassero tutti coloro che erano della famiglia di Davide, cosicchè tra gli Ebrei non rimanesse nessuno della famiglia reale, e per questa ragione agli Ebrei fu inflitta un'altra grande persecuzione.


Ancora sopravvivevano della famiglia del Signore dei pronipoti di Giuda, che si diceva fosse suo fratello naturale, che furono denunciati quali membri della famiglia di Davide. L'ufficiale li portò dinanzi all'imperatore Domiziano; poichè, proprio come era stato per Erode, egli aveva paura della venuta del Cristo. Quando Domiziano chiese loro se fossero della casa di Davide, essi risposero di sì. Poi chiese loro quanti beni possedessero e quali fossero le loro finanze; essi dissero di posseedre solo novemila denari, divisi equamente tra di loro; ma non li avevano in moneta, ma stimati in soli venticinque acri, su cui pagavano le tasse e che lavoravano per sostentarsi. Poi mostrarono le loro mani e la durezza dei loro corpi come prova delle loro fatiche ei calli che spiccavano sulle loro mani come conseguenza del loro incessante lavoro. Quando fu loro chiesto di Cristo e del suo regno, come fosse e dove e quando sarebbe apparso, essi risposero che non era di questo mondo o terreno, ma celeste e angelico e che sarebbe venuto alla fine dei tempi, quando egli sarebbe giunto in gloria per giudicare i vivi e i morti e ricompensare ogni uomo secondo le sue azioni. A questo punto Domiziano non li condannò, ma li lasciò andare, disprezzandoli in quanto semplici, e ordinò che la persecuzione della Chiesa cessasse. Ma dopo che furono rilasciati, divennero i capi delle Chiese, poichè essi avevano recato testimonianza e inoltre erano della famiglia del Signore, ed essi rimasero in vita nella pace che regnò fino a Traiano.


Ma provvede stavolta Richard Carrier, qualora vi fossero ancora dubbi, ad eliminare radicalmente ogni ulteriore dubbio su queste ridicole false pretese del protocattolico Egesippo, stroncandole alla radice. E Richard è crudele:
Egesippo registrò almeno un altro racconto apocrifo sulla famiglia di Gesù, che non può confermare né la storicità né il mito: la storia che i nipoti di suo fratello Giuda (il quale solo 'alcuni dicevano' era stato il fratello di Gesù) fu condotto alla corte di Domiziano (negli anni 80 o  90 EC), perché Domiziano aveva paura della seconda venuta di Cristo (storicamente, un motivo del tutto implausibile) e aveva comandato che tutti gli eredi davidici fossero uccisi (anche se l'idea stessa che qualcuno pensava ci sarebbero eredi davidici da uccidere per allora non è credibile). Questa storia contiene un numero di implausibilità e non sembra qualcosa a cui noi daremmo credito come vero. Sembra anche che non fosse in origine una storia di cristiani, ma degli ebrei messianici. Nel nucleo del racconto in sé, nessun Gesù è mai menzionato, e i 'Giudei' condotti a corte non sono mai detti di essere altro che gli ebrei in attesa di un messia a venire alla fine del mondo. Ciò è stato apparentemente trasformato in una storia di Domiziano persecutore, e poi che mette fine alla persecuzione, dei cristiani. Ma da altre fonti sappiamo solo di Domiziano che perseguita gli ebrei, e solo quelli nella sua casa. Qualunque sia il caso, Egesippo rivela la sua mano quando apprendiamo da Eusebio che ha detto tutti questi racconti al fine di 'dimostrare' che non vi era stata alcuna eresia prima del regno di Traiano, perché fino ad allora la famiglia di Gesù con i suoi discepoli aveva ovunque garantito una fedele adesione al vangelo 'vergine', e solo dopo la loro dipartita sorsero false sette. Tale fantasia non è solo certamente falsa (le epistole di Paolo già attestano numerose scismi, inclusa la propria, e vi erano sicuramente state innumerevoli ulteriori spaccature attraverso tutto il primo secolo), ma è anche un'ovvia ragione per inventare racconti di familiari e testimoni oculari di Gesù. E dai dettagli che troviamo nelle storie che raccontava, possiamo dire che sono non-credibili. Né c'è qualche fonte data per loro. Quindi nessun supporto affidabile per la storicità si può avere qui. La probabilità della presenza di tali storie è la stesso su ciascuna teoria.
(On the Historicity of Jesus, pag. 331, mia libera traduzione e mia enfasi)

[1] Per una stroncatura del folle apologeta O' Neill su altri punti si veda il mio post e quest'intera serie di Vridar.

martedì 7 ottobre 2014

Respondens Petrus ait ei: Tu es Christus. (Marco 8:29)

AVVERTENZE PER L'USO: quanto dirò in questo post riflette solo la mia opinione personale, e dunque andrebbe considerato al livello del solo possibile e non del più probabile, qual è invece il modello delle origini cristiane proposto da Carrier/Doherty (per quanto riconosco di essere profondamente influenzato da quel modello).

  

Mi è sorto all'inizio un innocuo interrogativo, poi tramutatosi repentinamente in un più attento scrutinio, per terminare infine in un forte sospetto.

Se la parola Messia, Χρίστος in greco (che significa ''unto''),  designa il singolo uomo nato dal seme di Davide scelto da Dio per instaurare il dominio millenario di Israele sulla Terra, allora perchè tanta riluttanza all'idea che quando nelle più antiche fonti compare ''Cristo'' si debba per forza deviare dal più semplice significato ebraico di quel titolo?

La risposta scontata solita ovviamente non si fa attendere: i cristiani, perfino se non erano ancora chiamati tali ma ''fratelli del Signore'', avrebbero di certo ridefinito il termine Cristo a significare l'angelo celeste Gesù che muore e risorge.

Tuttavia osservo un fatto curioso nel vangelo considerato più antico, Marco. In quel vangelo Pietro e gli altri discepoli sperano fino all'ultimo che Gesù sia il Cristo atteso e si ''comporti'' da Cristo una buona volta: sbaragliando i romani una volta per tutte, fosse pure in extremis all'ultimo momento, quando non avrebbe potuto fare altrimenti, al Monte degli Ulivi, al suo arresto. Questa è la funzione dei 12 sostanzialmente nell'allegoria di Marco: ritrovarsi colpevoli, perfino se designati apostoli da Gesù in persona, di credere e sperare nel significato prettamente ebraico e tradizionale di ''Cristo'', del Messia. Credevano che il Messia non doveva morire e invece è morto nel più umiliante dei modi, dunque a vederlo risorto merita solo l'apostolo che precede Cristo nella Galilea dei gentili, ovvero Paolo. Punto. Stop. Fine della favola.

Questo fatto ha indotto parecchi studiosi storicisti fondamentalmente onesti (anche se vittima di concezioni errate poichè costretti loro malgrado a schiaffare per forza a priori nel quadro un Gesù storico)  a immaginare forzatamente che il Gesù storico fosse un sedizioso aspirante Messia-Re, e che tale lo ritenessero i suoi veri seguaci storici della prima ora (come pure i suoi più acerrimi nemici), salvo poi eclissarne i tratti scomodi dietro la maschera rassicurante dell'angelo Gesù che muore e risorge nei cieli inferiori.

Ma se non commetto il loro banale errore di contaminare in anticipo a priori il quadro offerto dall'evidenza con errati colori storicisti, cosa dovrei inevitabilmente concludere?

Solo una cosa.

Che i primi originali apostoli, compresi i Pilastri Pietro, Giacomo e Giovanni, fossero in tutta probabilità solo banali visionari, profeti e predicatori di un futuro Messia-Re Salvatore venturo che avrebbe spazzato via i romani liberando Israele (tanto per cambiare).

In fondo l'allegoria del primo vangelo riporta questo fatto storico a proposito di Paolo e dei Pilastri ''figli di Zebedeo'': secondo l'allegoria, non avevano vedute originali sul Messia, anzi si aspettavano che non solo reagisse al suo arresto, ma addirittura rivelasse ad amici e nemici i suoi super-poteri datogli da Dio da un momento all'altro.

In fondo quello è il significato allegorico dell'episodio evangelico seguente:
Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quello, alzando gli occhi, diceva: «Scorgo gli uomini, perchè vedo come alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».
(Marco 8: 22-26)

che fa da parallelo e da correttivo allo stentato riconoscimento della vera identità di Gesù subito dopo (si veda Marco 8:27-30) con la non trascurabile differenza che oltre ad essere stentato, quel riconoscimento fu pure mancato, con tanto di severo rimprovero di Gesù a seguirlo (culminato nel famoso VADE RETRO SATANA di Marco 8:33): gli uomini ''come alberi che camminano'' visti dal cieco di Betsaida dopo il primo fallito tentativo di risanarne la vista ne denotano l'ignoranza sul vero significato di Messia, alla luce di quali ambizioni quelli stessi uomini-albero, novelli Ent, erano portatori, in Giudici 9. Ovvero di volere un Re-Messia per sé stessi, esattamente come Pietro e i 12. [1]





Ma Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommita del monte Garizim e, alzando la voce, gridò: Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi!

Si misero in cammino gli alberi
per ungere un re su di essi.

Dissero all'ulivo:
regna su di noi.
Rispose loro l'ulivo:
Rinuncerò al mio olio,
grazie al quale
si onorano dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi al fico:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro il fico:
Rinuncerò alla mia dolcezza
e al mio frutto squisito,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi alla vite:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro la vite:
Rinuncerò al mio mosto
che allieta dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero tutti gli alberi al rovo:
Vieni tu, regna su di noi,
Rispose il rovo agli alberi;
Se in verità ungete
me re su di voi,
venite, rifugiatevi alla mia ombra;
se no, esca un fuoco dal rovo
e divori i cedri del Libano.

Ora voi non avete agito con lealtà e onestà proclamando re Abimèlech, non avete operato bene verso Ierub-Baal e la sua casa, non lo avete trattato secondo il merito delle sue azioni... Perchè mio padre ha combattuto per voi, ha esposto al pericolo la vita e vi ha liberati dalle mani di Madian. Voi invece oggi siete insorti contro la casa di mio padre, avete ucciso i suoi figli, settanta uomini, sopra una stessa pietra e avete proclamato re dei signori di Sichem Abimèlech, figlio della sua schiava, perchè è vostro fratello. Se dunque avete operato oggi con sincerità e con integrità verso Ierub-Baal e la sua casa, godetevi Abimèlech ed egli si goda voi! Ma se non è così, esca da Abimèlech un fuoco che divori i signori di Sichem e Bet-Millo; esca dai signori di Sichem e da Bet-Millo un fuoco che divori Abimèlech!» Iotam corse via, si mise in salvo e andò a stabilirsi a Beer, lontano da Abimèlech suo fratello.

(Giudici 9:7-21)


Dunque nessuna ultima cena. Nessun arresto. Nessuna crocifissione. Nessuna resurrezione. Il Messia-Re predicato dai Pilastri non era ancora venuto sulla Terra, ma già comunicava ai suoi prescelti - nonchè veri ''fratelli del Signore'' - i suoi grandiosi piani di battaglia e le sue promesse di un Regno millenario sulla Terra, con i pagani assogettati finalmente al culto dell'unico, vero Dio.

Poi, ad un certo punto, sbuca fuori Paolo.

Costui odia gli zeloti e i filozeloti e sospetta evidentemente i primi ''cristiani'' di covare e diffondere sentimenti anti-romani e dunque di mettere in forse in questo modo i rapporti già difficili degli ebrei con la Pax Romana.
Per questo Paolo perseguita questi pii seguaci del venturo Re-Messia Salvatore. Ma ad un certo punto qualcosa succede: Paolo si sente predestinato a trasformare il concetto stesso di Messia perchè il Messia stesso glielo ha rivelato. Inizia a farsi un nome pure lui come apostolo di Cristo. Dopodichè, ritenendolo ormai maturo, decide di incontrare proprio coloro che perseguitava in passato. Ovvero Pietro, rappresentante dei primi apostoli del Messia venturo nonchè Pilastro della chiesa di Gerusalemme.

E gli altri credenti nel Cristo venturo, ascoltando di quell'incontro,
...sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». (Galati 1:23)

Soddisfatto di condividere con Paolo la fede e la speranza nel Cristo venturo, Pietro gli dà carta bianca circa la predicazione ai pagani, purchè si mantengano timorati di Dio. E così Paolo cancella d'un colpo il proprio scomodo passato di persecutore e si dimostra anche lui profeta apocalittico di ''colui che deve venire'', come Giovanni il Battista, come Pietro, gli apostoli e i Pilastri.

Passano quattordici lunghi anni.

Ma dalle comunità da lui fondate nella Diaspora, delle strane voci giungono a Gerusalemme attraverso le spie dei Pilastri.
A quanto pare, Paolo stava predicando un Cristo crocifisso e risorto.
 
Ma se il Messia degli ebrei deve ancora venire, come poteva essere stato crocifisso?

Paolo affermava che il Messia-Salvatore stesso, ossia ''Cristo Gesù'', gli aveva rivelato direttamente che il Figlio di Dio era stato crocifisso ad opera di malvagi, invisibili ''arconti di questo eone'' (qualunque cosa fossero) ed era risorto come Signore della Gloria, oramai prossimo a devastare la Terra e a rapire i suoi veri ''fratelli del Signore'' in cielo.

Un uomo del genere, che traeva così tanta sicurezza dalle sue rivelazioni personali al punto da credersi l'agente di Dio in Terra (e che proprio a causa di questo ''dono'' era riverito e rispettato presso le comunità di ''fratelli del Signore'' da lui fondate) non poteva che essere incontrollabile.

Al secondo incontro con i Pilastri, al quale Paolo partecipò per sua spontanea volontà rimarcandone la ragione tutta personale al fine di sottolineare la sua indipendenza dai Pilastri (''...in seguito a una rivelazione...''), espose loro il contenuto del vangelo che predicava ma ''privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano'' (Galati 2:2).

Durante quell'incontro in gran segreto, i Pilastri non potevano a quel punto che constatare l'evidenza: quell'uomo loro di fronte si sentiva predestinato da Dio a fare quello che faceva e non avrebbero mai potuto persuaderlo a fare il contrario. Nè lui e ''neppure Tito, che era non me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere'' (Galati 2:3). Accettarono la sua offerta di denaro (che comportava evidentemente qualcosa in cambio: forse un qualche compromesso di sorta) e lo congedarono, con l'apparente riconoscimento dello status-quo.

Quando Paolo afferma che ''quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi (perchè colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), riconoscendo la grazia che mi era stata accordata...'' (Galati 2:8-9), Paolo intende che il suo  ''vangelo per gli incirconcisi'' come pure ''la grazia'' che gli ''era stata accordata'' sono entrambi di provenienza divina e non frutto di mere decisioni umane: un puro e semplice fatto che non sfuggì ai Pilastri e che faceva di Paolo totalmente indipendente dalla loro sfera d'influenza. In altre parole, i Pilastri ''diedero la mano destra'' a Paolo e a Barnaba (che era con lui) ma non sappiamo quanto fossero sinceri in tale apparente amicizia. Infatti un piccolo indizio che il loro tradimento di quell'apparente amicizia fosse oramai alle porte (al punto che lo stesso Paolo non si stava facendo illusioni al riguardo) era che viene citato proprio Barnaba, il cui nome farà di nuovo Paolo ma in tutt'altro, più polemico contesto.

Ma oramai il dissidio era nell'aria e doveva manifestarsi prima o poi in tutta la sua virulenza all'esterno.
Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia, perchè era da condannare...''
(Galati 6:11)

È Paolo a riprendere l'offensiva, stavolta. Attacca pubblicamente il Pilastro Pietro di fronte a tutti ad Antiochia, in un ambiente più favorevole a lui (non era in fondo Gerusalemme), invitando così ciascuno dei presenti a prendere posizione: o con lui o contro di lui.
La brusca reazione di Paolo è il segnale che l'apostolo da lungo tempo stava subodorando puzza di tradimento da parte degli stessi Pilastri che qualche tempo prima, a Gerusalemme e in un incontro segreto, gli avevano dato ''la mano destra'' a lui e a Barnaba. E quest'ultimo era uscito allo scoperto rivelando di essere un traditore al pari di Pietro.

E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui. A tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia.
(Galati 2:13)

Il ruolo di Barnaba sembra quello di Giuda mentre il ruolo dei Pilastri sembra il ruolo dei farisei che pagarono Giuda per tradire Gesù. Non mi stupirei se Marco si fosse in parte ispirato a quell'incontro SEGRETO quando si inventò l'episodio della corruzione di Giuda coi famosi trenta denari.


Tutto quello che sappiamo dalla lettera di Galati di cosa avvenne in seguito si interrompe bruscamente al passo 2:15, proprio al culmine dello scontro, quando ci saremmo dovuti attendere un'autodifesa (seguito da un rapido contrattacco) di Pietro di fronte a Paolo. Forse era proprio Paolo a voler ignorare deliberatamente l'apologia di Pietro oppure la lettera ai Galati attuale è formata dall'unione di due lettere più piccole precedenti, ipotesi non da escludere a priori.

Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei
(Galati 2:15)

Tre volte si ripete la parola ''Giudei'' (e gli antichi mai ripetevano le parole per puro caso ma per dare loro la giusta enfasi), al punto che probabilmente Marco prese da qui l'ispirazione per dare all'apostolo traditore il famigerato nome per antonomasia di GIUDA.

Come Paolo aveva tradito Pietro dopo il primo incontro, fingendosi seguace del Messia venturo, così Pietro tradì Paolo dopo il secondo incontro, fingendosi seguace dello stesso Messia crocifisso di Paolo. E ad Antiochia ci fu la finale resa dei conti: non più in privato, ma in pubblico, Paolo mostra la sua aperta opposizione a Pietro, e viceversa. Ci fu uno scisma non più sanabile.


Dopodichè Paolo si mette a fare una lunga digressione sulla Legge, ecc.

Però le mai sopite tracce dell'antico conflitto perdurano perfino nella parte finale della Lettera ai Galati:
Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente. Ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perchè sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!
(Galati 5:11-12)

''Chiunque egli sia'' che turba i seguaci di Paolo è un sinistro monito a Pietro e ai Pilastri: Paolo non ha mai riconosciuto, neppure per un momento, la loro autorità ma al più li ha trattati da pari a pari, nei momenti migliori, e con supponenza, nei momenti peggiori.

Io credevo che quello che scandalizzava i Pilastri fosse non tanto la crocifissione (pensavo infatti: ''in fondo i Pilastri predicavano pure loro un Cristo crocifisso!'') quanto il significato di cui Paolo ha rivestito la sua predicazione della croce: l'implicita cessazione di ogni rispetto per la Torah degli ebrei, che suonava come un pericoloso rinnegamento della propria identità etnica.

E invece no.
La fine della Legge era certamente un corollario del ''Cristo crocifisso'' di Paolo, ma non era la negazione della Torah quello che turbava principalmente i Pilastri, seppure anche quella negazione non faceva dormire loro notti tranquille.

I Pilastri erano turbati soprattutto perchè Paolo predicava ''Cristo crocifisso'' e solo in secondo piano per le conseguenze di quella predicazione. Paolo è chiaro in proposito:

se io predico ancora la circoncisione, perchè sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via.
Associamo lettere a proposizioni così da rischiarare la logica sottesa alla domanda retorica di Paolo.

A: predicare la circoncisione.

B: essere perseguitato.


Se A allora ¬B eppure accade B. Dunque neppure la negazione di A non implica B. Per avere la negazione di B, occorre che si neghi la croce. Occorre che Paolo la smetta di predicare un Messia crocifisso. 

In altre parole:

se Paolo predica la circoncisione, si aspetta di non subire persecuzioni eppure sospetta che verrà comunque perseguitato. Dunque per non subire più minacce e ostilità non è abbastanza che predichi la circoncisione.  Per non subire persecuzioni l'unico requisito richiesto a Paolo è che rinneghi il suo Messia crocifisso. Che predicasse, come gli altri Pilastri, un Messia che deve ancora venire e che non verrà mai sconfitto.


In piena coerenza a questo ragionamento, Paolo afferma:
Tutti coloro che vogliono fare bella figura nella carne vi costringono a farvi circoncidere, e ciò al solo fine di non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. Poichè neppure loro, che sono circoncisi, osservano la legge. Ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare della vostra carne.
(Galati 6:12-13)

Sembrerebbe che la circoncisione fosse un requisito minimo per non subire più persecuzioni a causa del pericoloso connubio instaurato da Paolo tra la ''croce di Cristo'' e la fine della Torah. Ma non è così. Paolo era stato chiaro in precedenza (Galati 5:11-12) quando aveva smentito che il rispetto della Torah costituisse una possibilità di riconciliazione. Perfino se predicasse la circoncisione, non cesserebbero, lui e i suoi seguaci, di essere bersaglio dell'ostilità dei Pilastri per via di quello che predicava: la ''croce di Cristo''.
 
Era la Croce lo scandalo. La Croce di Cristo era in sè più scandalosa dei suoi stessi effetti nella visione teologica di Paolo (la cessazione della Torah). Perchè i Pilastri non tolleravano a priori un Cristo crocifisso e risorto. Loro predicavano l'arrivo di un Cristo vittorioso e mai morto. Loro ''vedevano'' già in visioni il Messia il cui imminente arrivo sulla Terra attendevano ansiosamente come Giovanni il Battista, senza che mai quel Messia da loro tanto atteso fosse già venuto sulla Terra, tantomeno per morirvi nel più umiliante dei modi.


Paolo dice:
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri.
(Galati 5:14)

Ne deriva che i Pilastri, non appartenendo a Cristo Gesù perchè ne negano la crocifissione, sono colpevoli di vivere ancora κατα σαρκα, nella carne. Come i peggiori degli zeloti. Perfino se, contrariamente agli zeloti, non ostentano atti di belligeranza antiromana apertamente ma si limitano a covare l'odio contro Roma dentro di loro (in questo simili agli esseni), pronti a sprigionarlo esternamente quando arriverà il Messia.
Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo. Infatti, tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla. Quello che importa è essere una nuova creatura.
(Galati 6:14)

Paolo è esplicito nel proclamare apertamente quello che più fa orrore ai Pilastri, al di là se preserva o meno il rispetto della Torah: la croce di Gesù.

La persecuzione di Paolo cesserà, perchè Paolo giunge, rasentando pericolosamente l'idolatria di sé, a rivestirsi della stessa aura di sacralità e intoccabilità del suo Messia Crocifisso Gesù, al limite di una criptica ed enigmatica auto-identificazione con lui.
Da ora in poi nessuno mi dia molestia, perchè io porto nel mio corpo il marchio di Gesù.
(Galati 6:17)

 La conclusione da prendere per i Pilastri con un uomo simile è inevitabile:


Il nostro Signore e Profeta, che ci ha inviati, ci ha detto
che il Maligno, dopo aver lottato con lui per quaranta giorni,
ma senza prevalere, ha promesso che avrebbe mandato
degli apostoli, scelti tra i suoi adepti, per ingannarci.
Pertanto, ricordate innanzitutto di evitare
qualsiasi apostolo, maestro o profeta
che non confronti scrupolosamente il suo insegnamento
con quello di Giacomo ... il fratello del Signore ...
e questo anche qualora venga a voi con raccomandazioni.

Omelie pseudoclementine 11, 35
(Predica di Pietro a Tripoli)


Ma il destino dei Pilastri e dei loro seguaci, come di tutti coloro che speravano nell'arrivo imminente di un Messia militare, era segnato.

Nel 70 EC i romani espugnarono Gerusalemme, roccaforte degli ultimi zeloti, e rasero completamente al suolo il Tempio di Gerusalemme.


In conseguenza di ciò, gli ultimi superstiti giudeocristiani furono costretti, privi del Tempio ma non della speranza nel Messia futuro, ora tramutatosi in aperto spirito di vendetta, a credere anche loro in un Figlio di Dio immolato come Agnello celeste ed espiatore finale dei peccati di Israele in sostituzione di tutti gli inefficaci sacrifici pasquali fino ad allora offerti nel Tempio di Gerusalemme. Produssero il libro dell'Apocalisse, spirante odio e vendetta contro i romani e contro i seguaci di Paolo.

A quel punto avrebbero forse fatto coincidere il loro Messia-Agnello con un messia crocifisso, uno dei tanti, durante la rivolta antiromana a Gerusalemme, oppure avrebbero preso da Paolo stesso l'idea di un Messia crocifisso nei cieli inferiori: non posso dirlo con certezza. Quello che posso dire è che se giunsero ad accettare l'idea di un Messia crocifisso o immolato (non importa sapere da chi e dove e quando), lo fecero perchè privi del Tempio e dunque in stato di necessità di un sostituto celeste per i sacrifici materiali ivi svoltosi fino ad allora. I Pilastri storici infatti proseguivano a fare sacrifici al Tempio come tutti gli altri ebrei. Si diffuse infatti ben presto la fama del Pilastro Giacomo e del suo servizio costante nel Tempio stesso, al punto che la caduta di Gerusalemme fu attribuita leggendariamente alla sua morte per mano dei suoi nemici (forse filoromani nella misura in cui lui, aspettando l'imminente venuta di un Messia antiromano, era nemico di Roma).

Quella teologia della sostituzione da essi inaugurata (un Gesù-Agnello che si sacrifica per l'eternità sull'altare celeste al posto dei transeunti sacrifici animali di un Tempio per di più distrutto) attirò anche l'attenzione di ebrei e/o timorati di Dio ellenisti amanti dell'etica ebraica e delle Scritture ebraiche e adoratori di YHWH. Costoro produssero la Lettera agli Ebrei dove dimostrano di credere in un Messia-Sacerdote immolato ''fuori della porta della città'' (ovviamente fuori della Gerusalemme celeste, si intende [2]) ''per santificare il popolo'' (della Gerusalemme celeste) ''con il proprio sangue'' (Ebrei 13:12).  
 
Il Gesù della Lettera agli Ebrei è interamente mitico e spirituale, mai sceso sulla Terra e privo del benchè minimo indizio in tal senso.

Infine fu data al Messia Gesù una Non-Vita sulla Terra. Non so da chi e non so quando, ma so solo che nel primo vangelo che fu scritto gli originali profeti del Messia ebraico fanno la figura degli idioti. Non certo una bella figura.

 


[1] fu solo una coincidenza che J. R. R.Tolkien, alla prima bozza del Signore degli Anelli, prevedeva il ruolo dei cattivi alleati di Saruman per i suoi Ent?

[2] Scrive Carrier:
Gesù doveva passare attraverso le molte porte del cielo per raggiungere il firmamento ed essere ucciso da Satana e dai suoi demoni. Egli quindi doveva sacrificare sé stesso 'fuori dalla porta' del tempio celeste e trasportare indietro il suo sangue per effettuare la nuova alleanza...
(On the Historicity of Jesus, pag. 545, mia libera traduzione)

sabato 6 settembre 2014

Del perchè l'autore di Marco considera Giacomo il falso “fratello del Signore” per antonomasia

Così si esprime Robert Price a proposito dell'esorcista indipendente:

Credenziali apostoliche sono una volta di nuovo in gioco in una vicenda che fa di Giovanni il campione dell'esclusivismo nel nome dei Dodici, con Gesù che rinuncia ad esso a favore di outsiders (come Paolo) - Marco 9:38-40, una storia chiaramente riscritta dalla conseguenza dell'unzione dei settanta anziani in Num. 11:26-29, "Intanto, due uomini, l’uno chiamato Eldad e l’altro Medad, erano rimasti nel campo, e lo spirito si posò su loro; erano fra gl’iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda; e profetizzarono nel campo. Un giovine corse a riferire la cosa a Mosè, e disse: "Eldad e Medad profetizzano nel campo". Allora Giosuè, figliuolo di Nun, servo di Mosè dalla sua giovinezza, prese a dire: "Mosè, signor mio, non glielo permettere!" Ma Mosè gli rispose: "Sei tu geloso per me? Oh! fossero pur tutti profeti nel popolo dell’Eterno, e volesse l’Eterno metter su loro lo spirito suo!"'' Non è una coincidenza che Giovanni è presente in una scena (Gal. 2:1-9) dove la questione della legittimazione apostolica di Paolo dev'essere insistita. Forse Giovanni era inizialmente in opposizione, e questa storia sorse basata sul fatto. Un altro avvertimento al carattere post-Gesù della storia, come Bultmann, seguendo Wellhausen, sottolineò, è che l'esorcista freelance non è criticato per non seguire Gesù, ma piuttosto per non seguire ''noi'', un gruppo di antichi cristiani. 
(Robert Price, The Incredible Shrinking Son of Man, mia libera traduzione e mia enfasi)




Dunque la cosa è molto più semplice di quanto pensavo:
In Marco leggiamo circa la madre e i fratelli di Gesù; in Galati leggiamo circa Giacomo fratello di Gesù. In Marco troviamo un'allusione allo status speciale di relazione familiare; in Galati troviamo un'allusione allo status speciale di Pietro, Giacomo e Giovanni che sono ''reputati pilastri''. In Marco udiamo quello status speciale rigettato; in Galati udiamo quello status speciale rigettato. Le parole di Gesù in Marco sono funzionalmente identiche all'asserzione di Paolo in Galati che ''quel che loro [i cosiddetti Pilastri] erano non fa alcuna differenza a me; Dio non mostra parzialità'':
 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
(Marco 3:33-35)

Come la parte interna del sandwich in Marco, anche questa parte esterna veicola lo stesso tema degli accusatori che sono essi stessi colpevoli. Nella prima parte, la parola che implica che i parenti di Gesù pensano che sia uscito di senno è ἐξέστη, che letteralmente significa ''stare fuori''. Poi quando arrivano, sono loro quelli che stanno ''fuori'' (ἔξω) chiedendo di Gesù. Come ho spiegato in precedenza, l'intera idea dell'essere ''fuori'' veicola un significato speciale in quanto un cattivo luogo in cui trovarsi in questa parte di Marco, dal momento che emerge di nuovo appena pochi versi più tardi nella famosa conclusione alla parabola del seminatore:

Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori (ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω) invece tutto avviene in parabole, affinché 
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano
e non venga loro perdonato».

(Marco 4:11-12)

In Galati, persone che vogliono forzare i gentili a obbedire alla Legge ebraica accusano Paolo di ipocrisia e considerano i gentili non-osservanti-della-Torah al di fuori del recinto della comunità messianica. Il loro lato è guidato da Giacomo il fratello del Signore, che in un incontro faccia-a-faccia riconosce l'autorità di Paolo ma più tardi ostacola Paolo inducendo Pietro a disassociare sé stesso dai gentili non-osservanti-della-Torah. In Galati, Paolo proclama il terrificante verdetto che ognuno che prende questa posizione è al di fuori del recinto della comunità messianica, al di fuori della grazia, separato da Cristo. Anche qui il racconto di Marco parallela Galati. La madre e i fratelli del Signore credono che egli ''stia fuori'' del recinto della comunità ebraica e vengono a prendere le corrette misure. Nel fare così risulta che sono loro realmente a stare ''fuori''. E in 4:11-12, risulta che quelli che stanno ''fuori'' sono destinati ad essere sordi e ciechi alla parola del vangelo, con il terrificante verdetto che essi non saranno perdonati. Quel verdetto suona davvero molto simile al sinistro ammonimento di Paolo, ''Voi non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella Legge; voi siete decaduti dalla grazia'' (Gal 5:4).

Tutto questa evidenza fa un caso davvero forte che Marco derivava dallo scenario descritto in Galati 2:1-12. In altre istanze evidenza simile è presente ma meno schiacciante.

(Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul, pag. 154-155, mia libera traduzione e mia enfasi)

L'autore di Marco è soltanto uno che semplicemente legge le lettere di Paolo, come legge le Scritture dell'Antico Testamento, come legge i poemi di Omero per inventare ogni episodio del suo vangelo mediante la sua immaginazione, secondo Dykstra, ed in questo mi ha totalmente convinto. Nella recensione dei capitoli finali del libro di Dykstra spiegherò quali erano i suoi motivi nel fare questo.

Dunque questo significa che, dati Paolo, Omero e l'Antico Testamento, chiunque poteva fare quello che stava facendo Marco con la giusta dose di fantasia: inventare di sana pianta una Non-Vita di Gesù.


Ma se quello che stai prospettando, direbbe a questo punto il lettore, è che Marco apprende di un Giacomo fratello di Gesù perchè lo legge da Galati 1:19 e non da altre fonti, allora il vangelo di Marco si può usare come evidenza, se non della storicità di Gesù, almeno di una lettura storicista di Galati 1:19 ???
oltre agli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.


Difficilmente. Perchè non sappiamo se quella fu una lettura dettata da Marco nella sua solita abitudine di portare all'estremo paradosso uno specifico punto contingente presente in Paolo (mediante apposite vignette non-storiche del vangelo) oppure se Marco non poteva prescindere dalla realtà indipendente di un vero e proprio fratello carnale di Gesù di nome Giacomo.

Se in sostanza il puro e semplice Fatto è che Marco vuole veicolare questo messaggio:
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

allora il lettore (io, e anche chi sta leggendo queste mie parole) non saprà mai se quel ''perfino'' è solo un rafforzativo iperbolico, che rimanda cioè ad una metafora volutamente alterata & esagerata, sul piano della quantità, della reale identità del Giacomo delle epistole (un mero cristiano rinomato), oppure se l'essere Giacomo un fratello di Gesù fosse un fatto reale di fronte al quale Marco doveva fare buon viso a cattivo gioco.

Per fare un esempio, quando dico un'iperbole del genere:

è un secolo che aspetto

nessuno crede che io sia vissuto un secolo non facendo nient'altro che attendere, per di più, per quanto nessuno dubiterà parimenti della mia conoscenza del termine ''secolo''.

Oppure quando dico:

berrei volentieri un goccio di vino

non intendo dichiarare che nel bicchiere dev'esserci letteralmente solo una ed esattamente una mera goccia di vino, ma d'altro canto neppure voglio insinuare l'idea assurda che non sappia cos'è una ''goccia''.

Allo stesso modo, se Marco trasforma Giacomo ''il fratello del Signore'' in un Giacomo ''fratello di Gesù'', non sappiamo se quella trasformazione dell'espressione non sia a sua volta un'iperbole, volta ad esagerare convenientemente la ben più umile identità di Giacomo (nella Storia solo un cristiano di una certa fama) al punto da farlo ''fratello di Gesù'' per poi ribadire subito dopo, all'interno dello stesso ''episodio'', che quello che conta davvero è essere vero ''fratello del Signore'', ossia vero cristiano.

D'altro canto, quando vediamo che Marco sdoppia lo stesso Giacomo Pilastro delle epistole nell'altro suo clone letterario Giacomo ''figlio di Zebedeo'' (e non fratello di Gesù ma di Giovanni), si tratta chiaramente di un'iperbole letteraria: quel Giacomo è così sospetto per la sua storica opposizione al vero apostolo Paolo, che suo padre diventa lo stesso Zebedeo padre di quel profittatore di Achar di Antichità Giudaiche  V:33-44. Marco non credeva veramente che Zebedeo fosse padre di Giacomo ''il fratello del Signore'', tuttavia per lui quell'iperbole letteraria serviva a veicolare della sana diffidenza verso l'oppositore storico di Paolo.

Cosa mi impedisce allora di nutrire lo stesso sospetto nei confronti di Giacomo ''il fratello di Gesù''?

Marco non credeva veramente che Gesù fosse il reale fratello carnale di Giacomo ''il fratello del Signore'' perchè per lui quell'iperbole letteraria serviva solo a sottolineare l'enorme divario che passa tra la presunzione di importanza (essere perfino un parente di Gesù ''secondo la carne'', e dunque la condivisione in altra forma dello stesso onore di Davide antenato di Gesù ''secondo la carne'') e la reale insignificanza (non essere che un falso ''fratello del Signore'' giunto in posizione di leadership) del Pilastro Giacomo agli occhi di un Dio che ama solo veri fratelli del Signore.   

Dunque questo messaggio di Marco
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

sembra davvero implicare addirittura l'opposto di quanto desiderano i folli apologeti: ossia che Giacomo in realtà non fu affatto fratello carnale di Gesù in quanto il ruolo di fratello biologico di Gesù svolge solo una funzione iperbolica: esagerare apposta quello che potrebbe essere stato Giacomo (perfino essere fratello carnale di Gesù) per ribadire in sostanza che Giacomo non è stato un autentico ''fratello del Signore'' perchè è stato solo (e soltanto) un falso cristiano rivale di Paolo. 

In questo grottesco film di fantascienza ci si inventa il più iperbolico ruolo inimagginabile per il cattivo nazista di turno (addirittura il possesso di potenti armi spaziali) ma solo per ribadire in ultima istanza che, qualunque cosa potevano e potranno (perfino essere di nuovo ad un passo dal conquistare il mondo), i nazi sono sempre alla fine ed in ogni caso sconfitti. Quindi in quel caso si allude alla realtà storica (che i nazisti hanno perso la guerra)  ma si tende ad esagerare apposta a scopi di fiction la reale misura della loro minaccia (inventandosi che sono entrati in possesso di armi spaziali estremamente potenti e che quella minaccia giunge addirittura ''dallo spazio'').

Allo stesso modo Marco poteva alludere alla realtà storica (che Paolo chiamò effettivamente Giacomo il ''fratello del Signore'') ma volle esagerare apposta, a scopi di fiction, il reale significato di quella fratellanza: non mero sinonimo di cristiano ma addirittura fratello carnale di Gesù!

Per ribadire che cosa, da ultimo? Che ''fratello del Signore'' diventa un'espressione VERA se con quella ci si riferisce unicamente ad un VERO CRISTIANO, ovvero al seguace di Paolo.

Quindi sono propenso a pensare che il fatto più che evidente che Marco abbia voluto veicolare questo messaggio:
tu Giacomo potevi essere perfino il fratello carnale di Gesù ma se non hai fatto la volontà di Paolo non sei veramente il vero fratello del Signore

sottintende piuttosto chiaramente che Marco partiva dall'originario significato paolino di ''fratello del Signore'' come sinonimo di generico cristiano, per introdurre un'iperbole letteraria (''fratello di Gesù'') esplicitamente estranea al significato solito di ''fratello del Signore'' trovato in Paolo, in ordine di attribuire a Giacomo un motivo più che sufficiente per vantarsi agli occhi degli uomini ma non abbastanza sufficiente per gloriarsi agli occhi di Dio.


Esagerare il valore presunto dell'identità di Giacomo in apparenza, fino al limite massimo consentito immaginabile in una fiction (fratello di Gesù ''secondo la carne''), per in realtà abbassarlo ancora di più agli occhi dell'unico giudizio che veramente conta: il giudizio divino. Ecco cosa sta facendo davvero Marco.

C'è chiaramente dell'ironia qui, se l'imbarazzo del falso fratello del Signore per antonomasia è attribuita tutta proprio al fratello carnale di Gesù!


Si tratta di una punizione maggiore di quella ricevuta da Pietro, la sorte del quale, al termine del vangelo, è invece la seguente:
...un finale potrebbe introdurre qualcosa di nuovo, e questo finale lo fa. Il fallimento è non necessariamente finale: il testo dà a Pietro e agli altri un'opportunità di rispondere fuori dal testo di Marco all'invito a seguire Gesù in Galilea. La Galilea in Marco simboleggia l'integrata comunità giudeo-gentile. Così l'implicazione è che i leaders cristiani al giorno di Marco che ''seguono Gesù in Galilea'' sono coloro che approvano la visione di Paolo di una comunità unita giudeo-gentile. Se Pietro o qualcun altro degli altri uomini che Paolo chiama ''gli apostoli prima di me'' accettano la visione di Paolo del vangelo, avranno mostrato la loro fedeltà a Gesù. Coloro che oppongono Paolo si stanno rifiutando di ''seguire Gesù in Galilea'' e nel fare così hanno rinunciato alla loro autorità apostolica.

L'originaria audience di Marco all'interno delle comunità paoline potrebbe non aver saputo chi dei ''dodici'' in ultima istanza risultò fedele e chi no, ma essi sapevano chi seguì questo progetto perfettamente: Paolo stesso.

(pag. 138-139, mia libera traduzione, corsivo originale, mio grassetto)