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lunedì 5 agosto 2019

Una recensione di Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed di R. G. Price

Ciò che sappiamo dalle lettere di Paolo più probabili ad essere autentiche è che (1) l'orientamento di Paolo è completamente apocalittico e che (2) Paolo celebra la possessione spirituale. Come parecchi studiosi hanno sottolineato, il cristianesimo di Paolo è fondamentalmente un culto di possessione spirituale incentrato sulla «rivelazione» di «misteri» di Paolo. Atti ricorda Paolo come un uomo guidato da esperienze «visionarie» e l'auto-resoconto (per usare un termine d'arte psichiatrico) nelle lettere di Paolo suggerisce ad alcuni, me compreso, che Paolo era o clinicamente o funzionalmente pazzo, in definitiva solo un altro pazzoide da Fine dei Tempi di un tipo familiare all'interno dell'ebraismo e del cristianesimo allora ed ora.
Se le ossessioni di Paolo possano essere ricondotte a uno storico Giosuè/Gesù di Nazaret e se Giosuè/Gesù nutrì simili illusioni è impossibile da sapere. Ciò che sappiamo dalla corrispondenza auto-esaltante di Paolo è che c'era una comunità di credenti ebrei a Gerusalemme che non condividevano il «vangelo» di Paolo e si può presumere tranquillamente che la comunità non sopravvisse alla prima guerra giudaico-romana poiché non sembriamo averne notizie dopo di allora. Ciò che sembra chiaro è che vari «vangeli» hanno gareggiato per guadagnare i credenti quasi dall'inizio del culto cristiano e quale di quelle interpretazioni, se mai qualcuna, rifletteva eventi storici, noi non lo sapremo mai.
(Robert Conner, mia traduzione da qui)

Il neoateo David Madison colpisce ancora. 

Nella suo giudizio in merito al libro altamente consigliato di R.G. Price, colpisce nel segno andando a correggere il tiro perfino meglio di quanto ha fatto il prof Robert M. Price nella sua recensione del medesimo libro, ma lascio al lettore realizzare cosa intendo, specialmente dopo la lettura della conclusione dell'articolo di Madison. Da notare come ora anche l'ateo Robert Conner (si legga la citazione sopra) è diventato dichiaratamente agnostico sull'esistenza di Gesù nel passato reale (da convinto storicista quale egli era in passato).  

Un Gesù Reale Si Nasconde Da Qualche Parte nel Nuovo Testamento?

Di David Madison, 2/8/2019 [traduzione di G. Ferri

Una recensione di Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed di R. G. Price

È prassi normale per i commercianti di arte fornire documentazione dell'autenticità delle opere che vendono; idealmente ci sarà una traccia su carta che indica la proprietà risalente all'artista originale. Alla fine dei film ci sono diversi minuti di titoli di coda, centinaia di nomi, di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del film. Alla fine di ogni biografia, il lettore può trovare le fonti utilizzate, di solito centinaia di esse: ecco da dove provengono le informazioni — e qualsiasi ricercatore curioso può trovarle a sua volta.

Un paio di centinaia di anni fa, gli studiosi della Bibbia iniziarono ad affrontare la scomoda verità che i Vangeli — quei titoli iconici, Matteo, Marco, Luca e Giovanni — non avevano tali riferimenti: nessuna documentazione, crediti alla fine, o fonti identificate. Essi sembrano presentarsi come Storia, ma quali sono le prove di ciò?

Quindi i vangeli sono stati studiati più intensamente di qualsiasi altro documento nella Storia. La ricerca ha continuato a estrapolare fatti storici — cose che possiamo sapere con certezza su Gesù — a causa del quoziente altamente imbarazzante di superstizione, fantasia, folklore e pensiero magico nei vangeli.

La quantità di informazioni solide e sicure su Gesù risulta essere impercettibilmente piccola, ma andando avanti con le loro impressioni e il loro pio desiderio —“questa storia di Gesù di sicuro suona quasi bene” — devoti studiosi hanno escogitato possibili ritratti di Gesù. Ma la “possente fortezza” dell'accademia biblica basata sulla fede è stata messa a disagio dagli studiosi secolari che non sono vincolati dalla devozione a trattenere “Gesù come Signore”. 

E in anni recenti, i cristiani sono rimasti scioccati nel profondo dal suggerimento che Gesù potrebbe non essere mai esistito affatto. Ciò non è affatto radicale, dal momento che qualsiasi reale predicatore contadino galileo di nome Gesù è stato perso agli occhi della Storia sotto gli strati di teologia tessuti dagli scrittori dei vangeli. E i cristiani non sarebbero in grado di emettere un sospiro di sollievo se all'improvviso sbucasse qualche sorta di manufatto che provi che Gesù era stato davvero una persona reale; perché ciò non cambierebbe la natura dei vangeli.

Così, senza la documentazione, alcun elenco di crediti o di fonti identificate, cosa sono di preciso i vangeli? Sì, essi sono teologia, ma se il vangelo di Marco — che tutti gli altri hanno copiato, riferito e modificato — non fosse mai stato neppure inteso come Storia? Il libro di R. G. Price del 2018, Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed, illustra il caso a supporto di ciò. Price, un ingegnere informatico e un analista di dati, dimostra le sue abilità di investigatore, guardando dietro la facciata dei Vangeli per capire cosa è realmente successo. Il suo libro è altamente leggibile, e può aiutare i laici a capire perché un Gesù reale è soggetto a dubbi. 

Dichiara la sua premessa all'inizio: 

“...il fattore motivante che ha spinto l'autore a scrivere la storia che ora chiamiamo Vangelo di Marco fu la distruzione del tempio e la guerra stessa [la Prima Guerra Giudaico-Romana, 66-73 E.C.]. Gesù è solo uno strumento letterario usato in una cornice allegorica per raccontare una storia intorno a come gli ebrei recarono distruzione su sé stessi. Ecco di cosa parla la storia. La motivazione dietro la stesura della storia era commentare sulla guerra; Gesù è uno strumento per il racconto di quella storia”. (pag. 2)

E la guerra si presenta drammaticamente in Marco 13, il che ci aiuta a datare il vangelo. Marco 13 è presentato come la predizione di Gesù di ciò che stava per accadere, ma chiaramente quei versi (parafrasando molti testi veterotestamentari) sono una descrizione della catastrofe che era già avvenuta, la distruzione di Gerusalemme nel 70 E.C. da parte dei Romani. L'autore aveva assistito lui stesso alla devastazione oppure aveva sentito resoconti attendibili di quella guerra brutale: 

“…chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà”. (versi 15-19)

Gli studiosi del Nuovo Testamento sono stati bloccati nella loro ricerca del Gesù storico perché — per la cara speranza che Marco stesse cercando di scrivere Storia — le fonti dell'autore sono sconosciute. Ma, come sostiene Price, noi conosciamo davvero le sue fonti e la sua motivazione. Marco creò la sua allegoria raccogliendo testi dall'Antico Testamento, guidati dalle costanti invettive dei suoi profeti che Jahvè avrebbe reso anche per volontaria disobbedienza. Price evidenzia anche il fatto che Marco conosceva le lettere di Paolo. E qui la trama si infittisce, perché Paolo era enfatico, in Galati 1, sul fatto che non aveva ricevuto alcuna informazione su Gesù da nessuna fonte umana.

Il Capitolo 2 di Price (pag. 40-61) è cruciale e dovrebbe essere studiato attentamente:

“Ho identificato ventitré passaggi nel Vangelo chiamato Marco che appaiono basati sulle lettere di Paolo. Quei riferimenti si rapportano a sette delle tredici lettere attribuite a Paolo nella Bibbia... Accade che tutte le relazioni che ho identificato tra le lettere di Paolo e la narrativa di Marco rientrano nelle lettere che sono per lo più fortemente riconosciute come lettere autentiche di Paolo e io non ho trovato relazioni con le altre lettere, che ora sono ampiamente accettate come lettere non autentiche”. (pag. 42)

Price discute il testo più cruciale alla fine del capitolo, che definisce “... forse l'unico parallelo più importante tra il Vangelo chiamato Marco e le lettere di Paolo: l'Eucarestia”. (pag. 57) “Questo passo è forse uno dei passi più importanti di tutti gli scritti del Nuovo Testamento e uno dei più complessi da affrontare”. (pag. 58) Vale a dire, l'Eucarestia in Marco 14:22-25, e il racconto di Paolo in 1 Corinzi 11:23- 26. 

Supponendo che ci fosse stata un'Ultima Cena, Paolo non era là. Come faceva a sapere cosa riporta in 1 Corinzi 11? Nel verso 23 afferma di ‘averlo ricevuto dal Signore’. Price: “... l'affermazione che fa qui è fondamentalmente che si tratta di informazioni che sono unicamente sue, che ricevette da ‘rivelazione divina’, che significherebbe la sua immaginazione”. (pag. 58) Dato che Marco non era ancora stato scritto, non è qualcosa che egli avrebbe potuto ‘esaminare’, e Paolo era orgoglioso di non ottenere le sue informazioni da alcuna fonte umana.

Le comprensioni tradizionali delle origini cristiane sono così in pericolo:

“Le implicazioni qui sono davvero sorprendenti, soprattutto alla luce del fatto che Paolo stesso afferma che la sua conoscenza di Gesù e i suoi insegnamenti provenivano ‘non da origine umana’ ma piuttosto da ‘rivelazione’. Pertanto, se il Gesù di Marco è basato sugli scritti di Paolo, allora il Gesù di Marco non ha nessuna relazione con alcuna persona reale di sorta, perché secondo lo stesso Paolo, la ‘conoscenza’ di Paolo su Gesù non proveniva da nessuno”. (pag. 40-41, enfasi aggiunta)

Anche se i cristiani sono sconcertati dal suggerimento di Price che il vangelo di Marco sia un'allegoria intorno al fato di Israele — quanti conoscono persino il contesto di Marco 13? — è difficile ignorare il punto di Price secondo cui questo vangelo non fu neppure inteso come Storia. Possono essere spinti in questa direzione studiando il Capitolo 1 di Price, pagine 1-39, in cui traccia la dipendenza di Marco da molti testi dell'Antico Testamento, specialmente dalle storie di Elia ed Eliseo in 1 e 2 Re. Una tabella delle principali allusioni letterarie si trova a  pag. 3-5.

“Lo scrittore della storia chiamata il Vangelo di Marco creò una ingegnosissima narrazione a più livelli che intendeva offrire al suo pubblico perché fosse capace di decifrare e comprendere. Lo scrittore fece ampio uso delle allusioni letterarie come parte vitale della narrazione, in modo tale che l'intenzione dell'opera fosse che le persone riconoscessero le allusioni letterarie e guardassero a loro al fine di capire la storia. Apparentemente, comunque, questo non è ciò che  accadde. Ciò che accadde fu che molte persone credettero che la storia fosse letteralmente vera e riconobbero solo una porzione relativamente piccola delle allusioni letterali. Quelle che riconobbero le interpretarono come adempimento profetico anziché come allusione letteraria” (pag. 5, enfasi aggiunta).

Si veda anche Robert M. Price, The Christ Myth Theory and Its Problems, pag. 36-44, e Adam Winn, Mark and the Elijah-Elisha Narrative.

I lettori dovrebbero studiare attentamente il capitolo 9, pag. 176-235 di Price, “Trovare Gesù nelle Lettere di Paolo”. Gesù è del tutto a posto là, ma non esattamente la versione che i cristiani vorrebbero trovare. Price elenca un utile campione di testi tratti dalle epistole (Paolo, pseudo-Paolo, e altri). 

• Romani 11:25-27: “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: [Isaia 59:20] Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati”.

“Qui Paolo sembra parlare dell'arrivo di un futuro ‘Liberatore’, ma qui non fa affatto menzione di Gesù. Se Gesù fosse proprio stato qui, allora perché Paolo sta parlando di antiche scritture invece che di Gesù Cristo, che sarebbe stato appena di recente sulla terra?” (pag. 181)

• Filippesi 3:20: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo”

“Qui Paolo dice che stanno aspettando un salvatore dal cielo, che è Gesù. Non dice che si aspettano che ritorni o qualcosa del genere, ma che si aspettano per la prima volta un salvatore dal cielo”. (pag. 182)

PRESTA ACCURATA ATTENZIONE: siamo così abituati al termine ‘seconda venuta’,  e abbiamo in mente la conclusione della ‘prima venuta’ mentre leggiamo la storia dell'Ascensione in Atti 1, ma dobbiamo stare attenti a non leggere nulla del genere nel pensiero di Paolo. La gente legge i Vangeli e presume, erroneamente, che Paolo sia stato informato da loro.

• Romani 16:25-26: “A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annuncio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunciato mediante le scritture profetiche, per ordine dell'eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede...”

“Questo suona come una cosa molto strana da dire se si sta parlando di un Gesù Cristo che era appena stato di recente sulla terra, e che avesse appena proclamato il suo messaggio dalla sua stessa bocca, testimoniato da centinaia o migliaia di persone. Paolo sta dicendo che antichi misteri stanno per essere rivelati e resi noti attraverso scritti profetici, ma perché non direbbe che quelle cose furono rese note dallo stesso Gesù?” (pag. 183) 

• Romani 10:13-14: “Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunci?”

Romani 10 è un passo molto significativo. Se Gesù era appena stato sulla terra ed era stato a predicare agli ebrei e a compiere miracoli in Galilea e in Giudea e attirando grandi folle, come sostengono i Vangeli, allora perché Paolo chiede qui se gli ebrei non possono essere incolpati di non credere in Cristo perché non ne hanno sentito parlare?” (pag. 183)Da nessuna parte a questo proposito, dove avrebbe perfettamente senso affermare che Gesù si era fatto conoscere agli israeliti, Paolo dice mai qualcosa su Gesù; cita solo antiche scritture e parla di messaggeri di Cristo”. (pag. 184, enfasi aggiunta)

• 1 Corinzi 15:51, 54-56:

“Ecco io vi annuncio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: [Isaia 25:8] La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria?Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?”

Perfino questo caro testo suscita sospetto: “Così Paolo afferma che sta raccontando a quelle persone un ‘mistero’, ma perché questo sarebbe un mistero se Gesù Cristo era appena stato sulla terra qualche anno prima per portare proprio questo messaggio alla gente, un messaggio che presumibilmente proclamò più volte secondo i Vangeli? Oltre a ciò, perché Paolo dovrebbe poi riferirsi alle Scritture come supporto per la vita eterna invece di riferirsi a Gesù stesso? (pag. 185)

Si veda anche Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul.

E troviamo questo nell'Epistola di Giacomo, 2:21 e 25:

“Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? ...Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via?” 

“Se questo autore sapesse di un reale Gesù, o pensasse a Gesù come una persona reale, oppure avesse una qualche minima conoscenza dell'uomo Gesù, allora sicuramente egli avrebbe usato Gesù come un esempio dell'importanza delle opere” (pag. 231)

In questo capitolo ci sono due citazioni che colgono il segno (bene, ce ne sono altre, ma quelle dovranno aspettare per ora):

“Paolo era certamente immerso nei tipi di convinzioni che troviamo nelle storie apocalittiche del suo tempo. Quelle storie apocalittiche sono universalmente comprese dagli studiosi come completamente fittizie o mitiche, tuttavia i cristiani prendono letteralmente le dichiarazioni di Paolo. Il Gesù di Paolo è in realtà proprio tanto mitico quanto gli angeli che descrive”. (pag. 196)

 “Nulla di Paolo o di altri primi scrittori di epistole pone Gesù tra un cast di persone; ciò accade solo nei vangeli e negli scritti successivi... se mai egli discese sulla terra nella mente di Paolo, lui non lo collocò mai in alcun ambiente terreno o mai lo mise in relazione con altre persone o luoghi”. (pag. 209)

È fin troppo chiedere ai cristiani di ricordare che Paolo era fanaticamente ossessionato da un Gesù che sarebbe sceso presto attraverso le nubi? Lui voleva che i suoi convertiti si concentrassero sull'essere pronti a questo. Price segna un altro punto a suo favore: “Chi era Paolo? Non si sa nulla di lui oltre a ciò che è ricordato nei suoi scritti, ma qualsiasi valutazione obiettiva dei suoi scritti rivela che Paolo era stato essenzialmente un folle delirante”. (pag. 325)

C'è un processo per la canonizzazione dei santi... non vi è qualche modo per de-canonizzare Paolo?

Paolo non era da solo, a specializzarsi in fantasie religiose; esorto i lettori ad assorbire il materiale nel Capitolo 11 di Price, “Il Cast Mitico della Antica Storia Cristiana”. Una volta che l'immaginazione cristiana era stata accesa, c'era poca moderazione, e Price fornisce dettagli abbondanti; persino i personaggi con menzioni minori nei vangeli ricevettero biografie complete.

Ma ora, che dire di quel titolo! “Decifrare i Vangeli Prova che Gesù Non È Mai Esistito”? Robert M. Price scrive nella Prefazione: “Non penso che tu possa ‘provare’ né che un Gesù storico sia esistito, né che non sia esistito. Quello che puoi fare, e quello che Price fa, è costruire le stesse vecchie evidenze, ma in un modo nuovo, che abbia un senso più naturale, meno artificioso”. (pag. ix)

Tu di certo puoi provare, tuttavia, che le prove in supporto di un reale Gesù sono deboli. Tu non puoi cambiare la natura dei vangeli. Non esiste un singolo evento nella vita di Gesù (al contrario di persone storiche, ad esempio Pilato) che può essere verificato da documenti esterni ai vangeli. Così io non ho problemi con il titolo di Price; sia una sfida per i cristiani pensare intensamente, fare i compiti, ingaggiare nei dibattiti che lui discute. Che provino loro a dimostrare che lui si sbaglia. 

Se si avventurano fuori dalla bolla della fede e danno un'occhiata al caos negli studi di Gesù, forse potrebbero vedere che il Gesù sfuggente mascherato da così tanta teologia non merita veramente la loro devozione.

David Madison è stato un pastore nella Chiesa Metodista per nove anni e ha conseguito un dottorato in studi biblici presso la Boston University. Il suo libro, Ten Tough Problems in Christian Thought and Belief: a Minister-Turned-Atheist Shows Why You Should Ditch the Faith, è stato ristampato l'anno scorso dalla Tellectual Press, con una nuova prefazione di John Loftus.

The Cure-for-Christianity Library © è qui. Una spiegazione della libreria è qui

Sull'«Argomento Più Forte» contro la storicità di Gesù detto Cristo

«Marco» (autore) come pericoloso untore suo malgrado

«Non esiste potere più grande della storia, su questa terra ... La gente pensa che siano i confini e le frontiere a costruire le nazioni. È un'assurdità, sono le parole a farlo. Credenze, dichiarazioni, costituzioni. Parole. Racconti. Miti. Bugie. Promesse. Storia».
(Libba Bray, La stella nera di New York)
Quando «Marco» si sedette a tavolino per scrivere una santa favola, non avrebbe mai potuto immaginare che, come nella diffusione di un virus,


...la sua allegoria della caduta di Gerusalemme nel 70 E.C. (memorizzate questa data) sarebbe stata presa per autentica «Storia ricordata» da tutti i suoi lettori nonché eventuali editori (come «Matteo», «Luca», «Giovanni», ecc.) al seguito. Il risultato: nel giro di una generazione, ogni cristiano che si ritrovò a leggere quella allegoria, non solo la fraintese, ma convinse altri a cadere vittima del suo medesimo equivoco. L'errore fu credere che il protagonista del racconto marciano, tale «Gesù», ebbe la bellezza di almeno quattro (sic) autori indipendenti a testimoniarne le presunte vicissitudini. Quando in realtà, come dimostra dati alla mano il miticista R.G. Price nel suo capolavoro, ogni scritto cristiano che parla di quel Gesù introdotto da «Marco», tradisce immancabilmente la conoscenza, e dunque la dipendenza (diretta o indiretta), da «Marco». Gli insegnamenti di Gesù (o meglio: ciò che passano per i suoi insegnamenti nel vangelo di «Marco») sono in realtà basati sui precetti di Paolo e non viceversa. Per farla breve, una marea di *prove* punta decisamente a supporto dello scenario tratteggiato da R.G. Price: tutti coloro — cristiani o pagani —, che capitarono a tiro della conoscenza del vangelo di «Marco» (o di chi imparò da «Marco»), «conobbero» per la prima volta che Gesù esistette sulla terra. Vale anche il contrario: tutti i cristiani (o pagani) che non ebbero in sorte di poter apprendere dallo scritto di «Marco» (o, in sua vece, da qualcun altro che aveva appreso a sua volta da «Marco»), rimasero con la concezione che già avevano dell'entità di nome «Gesù»: non l'uomo descritto da «Marco», ma un uomo in forma celeste, un arcangelo rivelatore, un «quasi deo» (per dirla con Plinio il Giovane, Epistole 10:96), mai venuto sulla terra. Per dirla tutta, un essere completamente mitologico. 

Il caso volle che tra quei cristiani assolutamente ignari di qualunque cosa scritta da «Marco» sul conto di Gesù, figurasse proprio Paolo l'apostolo. Se il Cristo di Paolo non era storico, non lo era nemmeno il Cristo predicato dagli apostoli predecessori di Paolo, nonchè reali fondatori del culto: ovvero Pietro, Giacomo, Giovanni. I miticisti hanno ragione: Gesù non è mai esistito nel passato reale.   

Di seguito la traduzione in italiano unicamente della:


Prefazione


 di Robert M. Price al libro di R.G. Price

Questo libro affascinante è, tra le altre cose, un segno positivo che il miticismo di Cristo è diventato un vero sottocampo degli studi del Nuovo Testamento, cioè non è più semplicemente una conventicola di eccentrici “disprezzati e reietti dagli uomini”, ma una vera scuola di pensiero in cui i miticisti propongono e confrontano proposte antagoniste imparando l'uno dall'altro. Il miticismo diventa un campo positivo di studi, non solo un'iniziativa della polemica anticristiana.

I nuovi libri miticisti, mentre inevitabilmente coprono un territorio molto familiare, contribuiscono a nuove variazioni sul tema, offrendo nuovi argomenti, nuove teorie, nuove prospettive su temi che solo il miticismo rende visibili. Questo è certamente vero per il presente volume.

La tesi di fondo del libro è che il vangelo di Marco sembra essere il racconto originale di Gesù, su cui tutti gli altri sono stati basati. Bruno Bauer aveva scioccato i contemporanei del diciannovesimo secolo suggerendo che “Marco” (chiunque possa essere stato) creò il personaggio di Gesù di sana pianta, seguendo il consiglio di Seneca che si dovrebbe creare un amico immaginario, alla cui disapprovazione ci si potrebbe sottrarre resistendo alle tentazioni del male. “Cosa farebbe Gesù?” Quelle che possono sembrare fonti indipendenti alla base dei vangeli successivi, sono meglio intese come abbellimenti fittizi degli autori di quei vangeli. Tutto è iniziato con Marco, e questo è sospetto: se ci fosse stato un Gesù storico, non ci sarebbe, da un lato, una grande varietà di racconti cristiani e, dall'altro, un materiale biografico mondano ”neutrale” in Marco, come troviamo nelle vere biografie, non importa quanto grandi ed eroici siano i loro soggetti? Ma nada.

Price abbraccia la tesi di Earl Doherty, mia e di altri che, operando sull'assunto (dogmatico) che doveva esserci stato un Gesù storico, i primi cristiani provarono a ricostruire (in realtà a costruire, senza il “ri”) la vita e le azioni di quel Gesù, interpretando i testi biblici in modo esoterico, un po’ come la setta dei Rotoli del Mar Morto o i successivi Cabalisti. Quando dicevano che Gesù aveva fatto questo o quello “secondo le Scritture”, non intendevano dire che questi eventi, noti dalla memoria storica, erano stati promessi e previsti nell'Antico Testamento, ma piuttosto che i cristiani scoprirono che erano (presumibilmente) avvenuti leggendo le scritture dell'Antico Testamento, così come oggi i cristiani imparano ciò che Gesù (presumibilmente) ha fatto e ha detto leggendo il Nuovo Testamento. Questo paradigma dà un ottimo senso al fatto che, più e più volte, le storie del vangelo hanno una strana somiglianza con i racconti dell'Antico Testamento su Mosè, Giosuè, Elia, Eliseo, ecc. David Friedrich Strauss sostenne, molto tempo fa, che i primi cristiani dedussero semplicemente che, dal momento che il Messia promesso doveva superare le meraviglie e le avventure di tutti i precedenti eroi biblici, quando venne (o se era venuto), doveva riassumere le loro antiche imprese, però meglio. Da qui la creazione degli episodi del vangelo.

Ma Price offre nuovi dati in tal senso. Price fornisce molti esempi di scene derivate da riferimenti letterari, osservando che molti di questi esempi si riferiscono a passi sulla disapprovazione di Dio nei confronti del suo popolo. John Dominic Crossan argomenta in modo simile nel suo brillante libro The Cross That Spoke, in cui espone la tesi secondo cui tutti i vangeli canonici sono basati su un originale “vangelo della croce”, una raccolta di brani dell'Antico Testamento che sono stati storicizzati nelle storie evangeliche, ma non riesce a seguire la logica fino alla sua naturale conclusione. Price, d'altra parte, sa quanto fa due più due.

L’accento sull’imminente giudizio divino sul popolo ebraico per aver rifiutato Gesù, il punto di molti dei riferimenti letterari, non è un problema secondario, secondo Price. Riflettendoci, la prominenza del tema non deve forse suggerire che esso in realtà è la ragione principale per cui venne scritto Marco? Tutta la teologia deuteronomica dell'Antico Testamento fu progettata perché Dio avesse una via d’uscita dalle sconfitte e dalle sottomissioni di Israele e Giuda da parte degli imperi pagani. Jahvè non era obbligato a proteggere il suo popolo? Beh, evidentemente no, perciò gli ebrei si trovarono di fronte a due opzioni: o l'alleanza con Dio era, secondo le parole di Woody Allen, “solo un mare di chiacchiere”, o Dio gettò ai lupi il suo popolo dell'alleanza, perché [il popolo] rinnegò l'alleanza, non lui. I pensatori ebrei scelsero la seconda opzione. Sarebbe stato ancora peggio dire ”Ok, abbiamo preso un granchio, immagino. Siamo soli.” (Richard L. Rubenstein ha avuto il coraggio di trarre proprio questa conclusione nel suo libro After Auschwitz.)

A questo riguardo, la teoria di Price ricorda quella di William Benjamin Smith, che intese la storia di Gesù come un'allegoria del destino della Giudea per mano dei Romani.

Torniamo all’affermazione di Price secondo cui tutte le versioni evangeliche derivano in ultima analisi da Marco, qualcosa che sembrerebbe molto improbabile se Gesù fosse stato un vero individuo storico che avrebbe lasciato diverse “impronte”, non solo una. E la fonte Q? Questa non conterebbe, come molti pensano, come una seconda fonte indipendente per un Gesù storico? Ma Q è solo una supposizione. Diversi studiosi, tra cui Michael Goulder e il sottoscritto, hanno sostenuto in modo convincente che l'autore di Luca si è servito di Matteo, eliminando Q dall'equazione. Price offre anche altre alternative e mostra quanto sia implausibile che sia Matteo che Luca abbiano inserito del materiale da una seconda fonte indipendente.

La sezione di Price sulla concezione di Paolo di Cristo come essere celeste che non si è mai incarnato sulla terra come Gesù storico è piuttosto efficace. Non si accontenta di citare solo Colossesi 2:15 e 1 Corinzi 2:6-8 come attestazione di una crocifissione invisibile da parte degli arconti in cielo. Fa un buon lavoro invocando la stranezza del fatto che Paolo non parla mai di un “ritorno” o di una “seconda venuta” di Cristo, ma solo di una “venuta”, come se Cristo non fosse ancora atterrato tra gli uomini, e la stranezza di quando dice che il vangelo gli fu rivelato direttamente (e/o rivelato dall'esegesi carismatica delle Scritture come in Romani 16:25-26), non da un resoconto di tradizioni orali delle presunte parole e azioni di un Gesù storico recente. E lungi da Paolo il citare gli insegnamenti di un Gesù storico, Price vede che la trasmissione va nella direzione opposta, proprio come fa David Oliver Smith (Matthew, Mark, Luke, and Paul): Marco riprese i testi paolini dalle epistole e li accreditò a Gesù, proprio come, d’altra parte, qualche redattore sminuzzò una copia di Eugnosto il Benedetto e trasformò le proposizioni in risposte di Gesù per impostare le domande dei discepoli.

Infine, il libro giustifica il suo sottotitolo? Davvero “prova” che Gesù non è mai esistito? Non penso che si possa “provare” né che un Gesù storico sia esistito, né che non sia esistito. Quello che si può fare, e quello che Price fa, è costruire le stesse vecchie evidenze, ma in un modo nuovo, che abbia un senso più naturale, meno artificioso. Questo, lui l’ha fatto, e l’ha fatto potentemente. Ho trovato che la sua argomentazione è impressionante, anche se ho già familiarità con il miticismo di Cristo.

Ma voglio sottolineare un punto cruciale: solo perché la questione non può essere risolta in modo definitivo con certezza matematica, questo non dà ad una persona imparziale il diritto di dire: “Caso non provato? Allora posso tornare ad assumere che la visione tradizionale sia corretta”. Il giudizio storico non funziona in questo modo. Bisogna accompagnarsi con l’argomento più forte, e anche allora non si deve fingere di aver risolto la domanda. E, per quello che vale, penso che Price abbia esposto l'argomento più forte.

Robert M. Price

domenica 4 marzo 2018

Marcione (di Georges Ory) — Cerdone

(séguita da qui)

Cerdone:

Si è detto che Marcione sarebbe stato il discepolo di Cerdone; non è impossibile ma non è stabilito ed è probabile che ci fosse abbastanza confusione tra i due personaggi e le loro dottrine.

Cerdone, nativo della Siria, arrivò a Roma qualche anno prima di Marcione (135 circa); non aveva intenzione di fondare una setta; frequentò la Chiesa, si spinse fino a confessarsi in pubblico, mentre allo stesso tempo dispensava istruzioni segrete ad alcuni dei fedeli. Non lasciò scritti. Marcione dovette unirsi con lui, ereditare i suoi discepoli e assumere la guida in questo movimento di idee che dovevano essere molto vicine alle sue opinioni personali.

I pensieri di Cerdone sono noti solo ai suoi successori marcioniti, che è poco istruttivo quando si conoscono le rapide evoluzioni delle sette religiose durante un periodo di sincretismo. Più tardi, Ippolito dovrà distinguere tra l'insegnamento di Marcione e quello dei marcioniti del suo tempo.

Per Cerdone, come per Marcione, il dio di Cristo, il dio buono e sconosciuto, non era quello della Legge e dei Profeti, che era giusto e conosciuto: — Cristo non nacque da una vergine, e non aveva che la parvenza di un corpo — c'era la resurrezione solo dell'anima e non del corpo. Tertulliano (Contro le eresie, 6) aggiunge che Cerdone accettò solo parzialmente il vangelo di Luca e non accettò tutte le epistole di Paolo, né tutto il loro testo. Marcione fu poi rimproverato con le stesse accuse. Ciò dimostra che prima di Marcione, l'Evangelion non conteneva i supplementi aggiunti a “Luca”, che Marcione non soppresse niente, che Luca venne dopo di lui, e che Marcione preservò le epistole autentiche di Paolo.

Allo stesso modo, secondo Tertulliano, Cerdone respinse gli Atti degli Apostoli e l'Apocalisse come documenti falsi, ma è dubbio se egli avesse conosciuto gli Atti.

martedì 17 maggio 2016

Una recensione al libro A Shift in Time di Lena Einhorn


TEMPO: Il tempo, tanto prezioso per i profani, non conta niente nella religione. I suoi santi ministri si fanno un dovere di perderlo santamente. Difatti che cos'è il tempo messo a confronto con l'eternità! Vedi Contemplazione, Meditazione, Esercizi di pietà e Feste.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)

Il libro di Lena Einhorn, A Shift in Time: How Historical Documents Reveal the Surprising Truth about Jesus, si legge tutto d'un fiato. È semplicemente una riproposizione elegante, per niente affatto noiosa, degli stessi parallelismi tra il Gesù evangelico e la figura storica del “Profeta Egiziano” commentati in un articolo precedente.
È certamente da apprezzare la sua saggia cautela nell'esporre la sua teoria come nient'altro che una semplice ipotesi giusta da considerare.

Laddove un Bermejo-Rubio deve fantasticare parecchio per immaginare chissà quale sorta di originario Testimonium Flavianum decisamente più ostile a Gesù di tutte le “ricostruzioni” finora fatte (sfiorando decisamente il ridicolo quando sposa acriticamente l'autenticità della famigerata interpolazione “detto Cristo” di Antichità 20:200), Einhorn non ha affatto di questi problemi: dal momento che Flavio Giuseppe, nella sua teoria, parla di Gesù, solo che lo etichetta
“un profeta egiziano”.

Quindi alla fine, dove lo storicista Bermejo-Rubio avrebbe un serio problema con l'evidenza in Flavio Giuseppe, la semi-miticista Einhorn (in fin dei conti proponente del  Gesù sedizioso al pari del professore iberico) presenta un caso se non altro più forte a favore di un reale “Gesù” dietro i vangeli, e di  un “Gesù” sedizioso antiromano, a giudicare dalle azioni dell'“Egiziano”.

È convincente la sua tesi? Io penso che sia degna di essere valutata (se non addirittura accettata) da chiunque ritiene che il Criterio di Imbarazzo risulti efficace quando applicato alle presunte disiepta membra di sedizione sparse nei vangeli, specie alla luce della probabile fabbricazione di Giuda il Galileo da parte di Flavio Giuseppe (un fatto che riduce a zero le pretese di chi aveva cercato piuttosto goffamente in Italia di tentare col fittizio fondatore della “quarta filosofia” lo stesso argomento fatto da Einhorn con l'“Egiziano”).

Di certo il punto debole di Einhorn è la sua interpretazione di Paolo, la cui cronologia come manifesta nelle lettere lei cerca invano e a fatica di far quadrare con i tempi dell'“Egiziano”, ma perfino quel problema sarebbe relativamente superabile, se si considera chi poteva essere stato “Paolo” ai tempi del governatore Felice:

Simone il Mago

Nel tempo in cui Felice era procuratore della Giudea, la osservò: era infatti più bella di tutte le donne e nacque una passione per lei. Le mandò uno dei suoi amici, un Giudeo cipriota Simone detto Atomo, che si faceva passare per mago, per convincerla ad abbandonare il marito e sposare Felice. Felice le prometteva di renderla estremamente felice, purché lei non lo respingesse. (Antichità Giudaiche 20:142)


Anche se Einhorn non menziona Simon Mago nel suo libro, è altrettanto seria (forse più seria della stessa equazione Gesù = l'Egiziano) la concreta possibilità che il Paolo storico fosse il Mago, visto che perfino un documento cristiano come le Omelie PseudoClementine azzarda il paragone (e sto parlando di solo un indizio tra innumerevoli che portano in quella direzione, e che non starò qui ad elencare perchè lo hanno già fatto altri ben più avveduti di me). Perciò, sotto l'ipotesi che l'Egiziano fosse il vero leader dei futuri cristiani, è facile identificare in Simone di Samaria (nientemeno che consigliere dello stesso governatore romano che sgominò l'Egiziano dal Monte degli Ulivi!) colui che intraprese l'azione di edulcorare in senso più filo-romano il lascito spirituale del profeta tra i suoi seguaci (col beneplacito delle autorità romane), e non c'è dubbio di quale fosse il metodo che avrebbe applicato in tal senso: allucinazioni, visioni, rivelazioni, sogni, mistiche allusioni alle scritture, nonchè spudorate menzogne, per far passare a poco a poco l'idea che l'uomo conosciuto come “l'Egiziano” era solo il Messia kata sarka, “secondo la carne”, immagine flebile ed effimera del glorioso cosmico Cristo risorto, ora vivente nello stesso Simone...


Così la teoria di Einhorn potrebbe supportare non solo le teorie del prof Bermejo-Rubio sulle tracce di sedizione sparse nei vangeli, ma anche le teorie del prof Hyam Maccoby (anch'egli teorico di un Gesù insurrezionista) sulla reale identità di Paolo. Davvero mi meraviglia che Einhorn non abbia sottolineato anche quella possibile evidenza nel suo libro.

 Tuttavia il fatto piuttosto illuminante nel libro che mi pregio di riportare su questo blog, è l'aver trovato una spiegazione piuttosto ragionevole dietro l'apparente brusca divergenza tra un Gesù evangelico che muore crocifisso nella storiella e le sorti dell'“Egiziano” che riesce invece a dileguarsi dopo la disfatta sul Monte degli Ulivi:
Così che cosa circa la crocifissione? C'è nelle cronache di Flavio Giuseppe qualche menzione dell'“Egiziano” che è crocifisso? No, non c'è. E se assumiamo che Flavio Giuseppe non fallì semplicemente di menzionare questo, oppure fu ignaro di esso, questo poteva essere una decisiva differenza tra i fati di quei due uomini. In realtà l'unica rimanente differenza non-cronologica. Ma prima di lasciare la questione della crocifissione, potrebbe valer la pena di evidenziare un altro evento descritto nei vangeli: il rilascio di Barabba. Barabba è un curioso personaggio nella narrazione del Nuovo Testamento.  Appare in tutti i quattro vangeli, dove è variamente descritto come un “brigante”, “un famigerato prigioniero”, e qualcuno che “era in prigione coi ribelli che avevano commesso un assassinio durante l'insurrezione”. Barabba era stato condannato al supplizio capitale in simultanea con Gesù. Egli era comunque, lasciato andare, laddove Gesù fu crocifisso (tra due altri “ladri”, che erano apparentemente associati a Barabba). Ciò che rende curioso Barabba, comunque, è non solo che conduce un'“insurrezione” allo stesso momento in cui Gesù provoca le autorità - in aggiunta a questo è il suo intrigante nome. Barabba significa “Figlio del Padre”, un nome apparentemente più appropriato per Gesù (che spesso riferiva a Dio con Abba, “Padre”). Ma veramente, Barabba non è l'intero nome dell'uomo. In Matteo 27:16-17 ci è detto che il suo nome è “Gesù Barabba”, che significa “Gesù Figlio del Padre” ! Potevano Gesù di Nazaret e Gesù “Figlio del Padre” realmente essere due persone diverse? E perchè uno di loro sarebbe crocifisso tra i seguaci dell'altro?  
Che Gesù di Nazaret e Gesù Barabba sia una e la stessa persona è una proposizione che è stata fatta prima, da studiosi come pure in racconti romanzati. La caratteristica rassomiglianza dei nomi, come pure un fallimento nel trovare un precedente o biblico oppure non-biblico al costume descritto di rilasciare un prigioniero alla festa, sono generalmente citate come ragioni per l'ipotesi. I vari proponenti di questa teoria, che Gesù e Barabba sono lo stesso uomo, suggeriscono diverse spiegazioni del perchè un leader ribelle Galileo sarebbe più tardi ricordato come due diversi individui, che vanno da un semplice errore ad un deliberato gioco di parole - quasi come una parabola. Forse l'obiettivo sarebbe di creare una scelta al lettore: vuoi la violenza oppure vuoi porgere l'altra guancia? H. A. Rigg, nel suo articolo del 1945, suggerisce che la divisione fu necessaria: “Era Gesù, il Cristo della grande storia della Passione, che fu vividamente ricordato e su cui i Gentili edificarono il cristianesimo della Storia. Per loro Barabba divenne semplicemente uno di quelli presi in una rivolta e Cristo il crocifisso Signore e Salvatore.”  
Aggiungere Barabba al nostro mix potrebbe confondere le acque. Ma è difficile trascurare del tutto l'intrigante racconto evangelico di un leader ribelle catturato allo stesso momento di Gesù, che porta lo stesso nome di Gesù - eventualmente che è identico a Gesù - ma che sfugge alla crocifissione.  

(pag. 112-114, mia libera traduzione)



Cosa concluderne?
Un sano agnosticismo è d'obbligo, ma di certo la teoria di Einhorn calza sicuramente a pennello con un perspicace commento del miticista RG Price (non Robert Price) rilasciato su Vridar in un diverso contesto:



Come ho detto nel mio articolo, il problema con la linea di Carrier a proposito di "forse c'era ancora qualche minore Gesù", è che a quel punto diventa del tutto irrilevante.             Se ogni singola cosa detta a proposito di Gesù nei Vangeli è totalmente fabbricata allora il Gesù del cristianesimo non è mai esistito, punto, perché il Gesù del cristianesimo è il personaggio nei Vangeli.Questo è il punto numero 1. È come se dicessi, James Price è un ragazzo che nasce da un branco di lupi, ha combattuto contro i giganti e li uccise, e ha fondato un paese in Africa chiamato Mobutu e ha vissuto fino a 300 anni. Ok, probabilmente c'era un tizio di nome James Price che visse ad un certo punto nel tempo, ma se non ha fatto nessuna di queste cose che ho detto allora non è davvero rilevante, non è vero?

Ma #2, il mio punto più grande che cerco di fare è che il fatto che si possa dimostrare che il vangelo di Marco è finzione, e che OGNI SINGOLA narrazione su Gesù può essere provata discendere da esso, questa è davvero forte evidenza che Gesù mai esistette.

In effetti il ​​mio punto è che l'esistenza stessa dei vangeli come li abbiamo è la più forte evidenza contro l'esistenza di qualunque Gesù. Perché ciò che i vangeli provano è che nel 1° secolo, quando c'era un interesse a scrivere di Gesù, quel che i vangeli dimostrano è che non c'era nessuna informazione su alcun Gesù di sorta con la quale procedere. I vangeli dimostrano ciò perché sono tutti semplicemente copiati da una singola storia.

Se la reale crocifissione di Gesù fosse stato un evento così potente da ispirare la nascita di questa religione, allora come può essere possibile che OGNI SINGOLO suo resoconto fosse derivato da una singola storia di fantasia? Dato che Paolo stava già parlando della crocifissione, chiaramente esso era, fin dall'inizio, un elemento critico della religione. Se questo elemento critico si sviluppò basato su eventi del mondo reale, allora sicuramente QUALCUNO sarebbe stato in grado di registrare almeno un singolo dettaglio reale da essi. Eppure, chiaramente non abbiamo niente di niente. Chiaramente quello che abbiamo è un singolo racconto che si basa su un'allusione letteraria ambientata in un tempo che è simbolico, ma che non avrebbe mai potuto realmente accadere (Pasqua), e OGNUNO ripete quel racconto fittizio. Se fosse stato così importante da ispirare la nascita della religione, allora come mai non un singolo racconto dell'evento reale fu mai ricordato?

È chiaro che nulla fu scritto della persona Gesù fino a dopo il vangelo di Marco e che tutto l'interesse su Gesù come persona deriva da Marco. Marco è chiaramente la sorgente da cui la persona Gesù fluisce, e soltanto una storia di fantasia sarebbe l'unica fonte di informazioni su una persona se quella persona mai veramente esistette al principio.

Il problema che le persone che pensano al "Gesù reale" devono affrontare per quanto riguarda la mia tesi è che essi devono sostenere contemporaneamente che un "Gesù reale" contemporaneamente ispirò la religione E che il Gesù reale fu così insignificante che non un solo suo insegnamento fu tramandato e nessun dettaglio della sua vita o morte fu mai conosciuto del tutto. Questa è solo una chiara contraddizione incoerente.

Chiaramente Paolo non presenta i suoi insegnamenti come "gli insegnamenti di Gesù". Chiaramente l'autore di Marco presenta gli insegnamenti di Paolo come gli insegnamenti di Gesù. Paolo è il Gesù dei vangeli, in sostanza.

Allo stesso modo, i miei commenti sulle origini apocalittiche della cristologia affrontano anche questo problema teologicamente. Chiaramente il cristianesimo ha sempre contenuto al suo interno una contraddizione tra l'idea che Gesù fosse una persona reale (che risale al vangelo), e l'idea che il mondo materiale, e la carne, sono irrimediabilmente corrotti e devono essere distrutti.
È ovvio per me che ciò che ha reso presto la teologia "Gesù" speciale e potente era l'idea che l'ebraico "Regno di Dio", a differenza di quanto altri ebrei hanno sostenuto, non può essere creato dal Messia sulla terra, ma piuttosto doveva essere creato in cielo. Questo è il concetto chiave nell'origine di questa teologia, l'idea che il mondo materiale era irrimediabilmente corrotto e doveva essere distrutto e che il Messia avrebbe realizzato un nuovo immateriale Regno di Dio in cielo. Questa è l'origine della religione. Questo è il punto di partenza.

Con questa idea come punto di partenza, naturalmente, il Messia, che queste persone sarebbero state ad adorare non sarebbe un Messia terreno che era stato fatto carne, doveva essere stato un Messia celeste che era incorrotto dal mondo materiale. Questo è il motivo per cui tutto questo ha un senso e in realtà rende la teologia cristiana "coerente".

La teologia cristiana come l'abbiamo oggi è in totale contraddizione perché contiene al suo interno ancora questo concetto originale della corruzione del mondo materiale schiacciato assieme all'idea posteriore che Gesù era una persona reale, la qual cosa tutto avvenne a causa di una storia di fantasia. Così ora abbiamo questa teologia cristiana incoerente che ha concetti totalmente illogici come la Trinità e contraddittorie argomentazioni prodotte dal quarto al sesto secolo che cercano di conciliare sia l'idea che il Messia si è fatto carne e sia l'idea che il mondo materiale e la carne sono irrimediabilmente corrotti e devono essere distrutti.

No, tutto è cominciato con una sola idea coerente, cioè che il mondo materiale era irrimediabilmente corrotto e doveva essere distrutto e che questo sarebbe stato causato da un Messia celeste che era incorrotto dal mondo materiale, perché non era mai divenuto carne.

E questo è il motivo per cui, nel 2° e 3° secolo, come l'idea che Gesù si era "fatto carne" ha cominciato a prendere piede, c'era così tanta polemica sull'idea e c'erano persone che erano chiaramente contro di essa. Non ha senso infatti che l'idea che Gesù non era mai stato carne sorgesse DOPO che fosse ovvio che lui era una persona reale. Questo concetto esisteva prima, e poi entrò in conflitto con l'idea che Gesù fosse carne che si originò dalla convinzione che i vangeli fossero "vera storia", che descrive la vita di una persona reale.

Voglio dire, questa è l'unica cosa che ha veramente senso.


Bravo! Ottimo punto. Perfino se Lena Einhorn avesse ragione nell'identificazione del vero Gesù storico coll'Egiziano, non avremmo alcun modo di saperlo, ma se anche fosse, non avremmo niente di che concluderne, se non sancire definitivamente la totale discontinuità tra ogni ipotetico Gesù storico e la storia di fantasia nota come vangelo. Una discontinuità così forte e così radicale da rammentare giustamente le altrettanto sagge parole di Tom Dykstra:


Quanto alla questione se Gesù   esistette, la miglior risposta è che  ogni tentativo di trovare un Gesù  storico è una perdita di tempo.   Non può essere fatto, non spiega   nulla, e non prova nulla.


Perfino da quella premessa, l'implicazione più logica rimane la stessa: un “Gesù storico” non è mai esistito nel passato reale.

domenica 11 gennaio 2015

E venne un Mito chiamato Maria: il Mistero del «pocket gospel» nella Visione di Isaia

Una vignetta di Charlie Hebdo: la madonna denuncia di essere stuprata dai magi e dice
«erano in tre, e uno era negro».



Nel capitolo 11 dell'assai controverso testo noto come Ascensione di Isaia è presente un cosiddetto ''pocket gospel'', come oramai è dappertutto chiamato sia da miticisti che da storicisti, per distinguerlo dal resto del testo:
    « XI. E io vidi una donna, della famiglia del profeta David, dal nome Maria: ella era vergine e fidanzata a un uomo di nome Giuseppe - un artigiano, anche lui della stessa discendenza [...] Quando furono fidanzati ella si trovò incinta e Giuseppe, l'artigiano, voleva rimandarla . Ma l'angelo dello Spirito apparve in questo mondo, e allora Giuseppe non la rimandò più, ma la tenne presso di sé. Egli tuttavia non rivelò a nessuno questo fatto.  Egli non si accostò a Maria e la custodì come una santa vergine, anche se era incinta. Egli non abitò con lei per  due mesi. E dopo due mesi, Giuseppe era a casa, come pure Maria sua sposa, ma tutti e due soli. E accadde che mentre erano soli, Maria volse lo sguardo ed ecco vide un bambino, e lei ne fu turbata. E dopo che fu turbata, il suo ventre si trovò come prima del concepimento. Quando suo marito Giuseppe le chiese: "Che cosa ti ha spaventato?", i suoi occhi si aprirono e vide il bambino e glorificò il Signore perché il Signore era venuto nella sua casa. E una voce si fece udire a loro : "  Non dite a nessuno di questa visione"  [...]

    Ed essi lo presero con sé, si recarono a Nazaret di Galilea. [...]

    Ed ecco, io vidi che a Nazaret egli poppava come un bimbo, come fanno tutti, per non essere riconosciuto. E quando divenne grande egli compì grandi segni e miracoli nella terra di Israele e a Gerusalemme.
    E dopo questi fatti lo Straniero lo invidiò e gli eccitò contro i figli di Israele, poiché non sapevano chi lui fosse. »
Non sarei sorpeso se questo fosse il primo racconto della nascita di Gesù. Ma poichè io penso che GMatteo con la sua storiella della natività fu scritta nei primi anni 130, la storiella nella Visione poteva essere stata scritta e inserita nell'Ascensione di Isaia solo appena prima di quella.

Nella storiella della nascita presente nella Visione, ad ogni modo, non è chiaro se Maria è descritta come davvero incinta - come opposta a incinta solo-in-apparenza. Cioè, la storia potrebbe proprio star dicendo che una doppia trasformazione fu effettuata dal Signore. Prima, Maria è trasformata per apparire incinta. Poi, quando il bambin Gesù appare accanto a lei, lei è trasformata di nuovo nel suo aspetto ''non-incinta''.
E. Norelli scrive: 
''Se la storiella è letta letteralmente, essa non è circa una nascita. Essa è circa due processi paralleli: il grembo di Maria, che si era allargato, all'istante ritornava al suo stato precedente, e allo stesso tempo un bambino appare di fronte a lei - ma, tanto quanto si può determinare, senza alcuna relazione di causa ed effetto tra i due eventi.'' (Ascension du prophète Isaïe, pag. 52-53, mia traduzione)



Ebbene, per farla breve, il problema è il seguente:

il ''pocket gospel'' apparteneva al testo originale dell'Ascensione di Isaia?

Se la risposta è , allora prima della stesura dei vangeli già si parlava della nascita di Gesù sulla terra, seppure in forma docetica (la qual cosa aprirebbe tutto un altro discorso sulla reale natura ''miticista'' o ''storicista'' di questo concepimento docetico del Figlio via Maria).

Se la risposta è no, allora ha ragione Parvus. Basta leggere il testo seguente per farsi un'idea di che ampi e vasti orizzonti ci apre l'Ascensione di Isaia a tutto il più antico mito cristiano:
E così la sua discesa,
come tu vedrai,
anche nei cieli sarà nascosta,
di modo che non si conosca chi egli è.

E quando avrà depredato l'angelo della morte,

ascenderà al terzo giorno
e rimarrà in quel mondo 545 giorni.


E allora
ascenderanno dei giusti molti con lui,
i cui spiriti non ricevono le vesti
finchè ascenderà il Signore
e ascenderanno con lui.

Allora dunque riceveranno
le loro vesti
e i loro troni
e le loro corone,
quando egli ascenderà
nel settimo cielo.

(9:15-18)


Ma non è finita.

G. T. Zervos, un accademico d'oltreoceano, raccogliendo la ricerca di Norelli, è dell'idea che anteriore allo stesso Ascensione di Isaia e motivo ispiratore del suo racconto della nascita di Gesù via Maria, è nientemeno che Genesis Marias, una descrizione della nascita DOCETICA del bambin Gesù, presente nel Protovangelo di Giacomo.
11
[11, 1] Presa la brocca, uscì a attingere acqua. Ed ecco una voce che diceva: "Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu tra le donne". Essa guardava intorno, a destra e a sinistra, donde venisse la voce. Tutta tremante se ne andò a casa, posò la brocca e, presa la porpora, si sedette sul suo scanno e filava. [2] Ed ecco un angelo del Signore si presentò dinanzi a lei, dicendo: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Padrone di tutte le cose, e concepirai per la sua parola". Ma essa, all'udire ciò rimase perplessa, pensando: "Dovrò io concepire per opera del Signore Iddio vivente, e partorire poi come ogni donna partorisce?". [3] L'angelo del Signore, disse: "Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra, la potenza del Signore. Perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell'Altissimo. Gli imporrai il nome Gesù, poiché salverà il suo popolo dai suoi peccati". Maria rispose: "Ecco l'ancella del Signore davanti a lui. Mi avvenga secondo la tua parola".

12
[12, 1] Lavorò la porpora e lo scarlatto, e li portò al sacerdote. E il sacerdote la benedisse, dicendo: "Il Signore Iddio ha magnificato il tuo nome, Maria, e sarai benedetta in tutte le generazioni della terra". [2] Maria si rallegrò e andò da Elisabetta sua parente: picchiò all'uscio. Udito che ebbe, Elisabetta gettò via lo scarlatto, corse alla porta e aprì: veduta Maria, la benedisse, dicendo: "Donde a me questo dono, che venga da me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, che colui che è in me ha saltellato e ti ha benedetta". Ora Maria aveva dimenticato i misteri dei quali le aveva parlato l'arcangelo Gabriele, e guardò fisso in cielo esclamando: "Chi sono io, Signore, che tutte le generazioni della terra mi benedicano?". Passò tre mesi presso Elisabetta, e di giorno in giorno il suo ventre ingrossava; Maria, allora, impauritasi, tornò a casa sua e si nascose dai figli di Israele. Quando avvennero questi misteri, lei aveva sedici anni.

13
[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo: "Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L'ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l'ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell'ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me". [2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: "Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l'anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d'un angelo?". [3] Essa pianse amaramente, dicendo: "Io sono pura e non conosco uomo". Giuseppe le domandò: "Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?". Essa rispose: "(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d'onde sia".

14
[14, 1] Giuseppe ebbe molta paura. Si appartò da lei riflettendo che cosa dovesse farne di lei. Giuseppe pensava: "Se nasconderò il suo errore, mi troverò a combattere con la legge del Signore; la denunzierei ai figli di Israele, ma temo che quello che è in lei provenga da un angelo, e in questo caso mi troverei a avere consegnato a giudizio di morte un sangue innocente. Dunque, che farò di lei? La rimanderò via di nascosto". E così lo sorprese la notte. [2] Ed ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore, dicendo: "Non temere per questa fanciulla. Quello, infatti, che è in lei proviene dallo Spirito santo. Partorirà un figlio al quale imporrai il nome Gesù, poiché salverà il suo popolo dai suoi peccati". Giuseppe si levò dal sonno, glorificò il Dio di Israele che gli aveva concesso questo privilegio, e la custodì.

[...]

19
[19, 1] Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: "Dove vai, uomo?". Risposi: "Cerco una ostetrica ebrea". E lei: "Sei di Israele?". "Sì" le risposi. E lei proseguì: "E chi è che partorisce nella grotta?". "La mia promessa sposa" le risposi. Mi domandò: "Non è tua moglie?". Risposi: "E' Maria, allevata nel tempio del Signore. Io l'ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito santo". La ostetrica gli domandò: "E' vero questo?". Giuseppe rispose: "Vieni e vedi". E la ostetrica andò con lui. [2] Si fermarono al luogo della grotta ed ecco che una nube splendente copriva la grotta. La ostetrica disse: "Oggi è stata magnificata l'anima mia, perché i miei occhi hanno visto delle meraviglie e perché è nata la salvezza per Israele". Subito dopo la nube si ritrasse dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre. L'ostetrica esclamò: "Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo". [3] Uscita dalla grotta l'ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: "Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura". Rispose Salome: "(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito".

Fosse per me, io tenderei a concordare parzialmente con Parvus. Ma diversamente da lui, Tutto quanto puzza di nascita, seppur docetica o con tratti docetici, sembra per natura una reazione e contro-reazione a Marcione e al suo vangelo (non necessariamente da protocattolici, ma anche da valentiniani e altri gnostici di tal fatta).  Perfino come reazione a Marcione infatti, tradisce inequivocabilmente l'influenza del pensiero di quel grand'uomo: elementi marcioniti come ad esempio le metafore della luce, gli angeli, e la gloria e la luminosità del Risorto. Comunque, in opposizione a Marcione, questo testo mostra anche una chiara enfasi sul realismo e sulla fattualità della Resurrezione. Non si tratterebbe di un mistero nascosto fuori dal tempo, neppure di un'esperienza interiore veicolabile solo a perfetti insiders, ma un evento conoscibile

Dunque non scommetterei tanto sulla presenza del ''pocket gospel'' nel testo originario dell'Ascensione di Isaia. Ma nemmeno lo escluderei.

Così ad esempio commenta R. G. Price il risultato della ricerca di Enrico Norelli:
Davvero interessante. Io non penso che la prova che Gesù non è mai esistito dipenda dalla prova che la più antica forma di adorazione cristiana esponeva una crocifissione celeste, ma una crocifissione celeste di sicuro rende il caso più facile da fare.
Ancora io penso che Gesù sia diverso da Isaia in questa misura. Perchè il ruolo di Isaia era di confrontarsi coi seguaci di Beliar, ma il ruolo di Gesù era di distruggere il mondo materiale e di creare un nuovo mondo immateriale nel cielo.
 Questo significa che l'attività di Isaia doveva essere fatta sulla Terra, dove c'erano i seguaci di Beliar, ma il compito di Gesù è diverso. IL compito di Gesù è di distruggere il mondo materiale.
 Quindi, esistono ragioni che Isaia sarebbe venuto sulla Terra che sono diverse dai motivi per le azioni di Gesù.

 La mia opinione sul Gesù terreno è O che il Gesù terreno non poteva mai essere figurato materiale o giunto sulla Terra, perchè Gesù doveva essere un superiore messia immateriale che era incorrotto dal malefico mondo materiale, OPPURE che Gesù doveva essere giunto sulla Terra e diventare materiale e avere la sua carne materiale distrutta per riflettere così la sua distruzione del mondo materiale.
 
In altre parole, tanto lontano quanto va l'antica teologia, io posso figurarmi come possa fare senso un Gesù che diventa materiale, se il suo divenire materiale, venire ucciso, e poi essere resuscitato immateriale fosse supposto riflettere il suo compito di eliminare il mondo materiale e dar luce ad un nuovo mondo immateriale.

 Ma si può anche sostenere che il compito di creare un perfetto mondo immateriale poteva solamente essere intrapreso da un messia che non era mai stato corrotto dal diventare egli stesso di carne.
 
Ad ogni modo, comunque, noi stiamo ancora alle prese con un mito, e io non penso che qualcuno sosterrebbe che l'Isaia del racconto dell'Ascensione fosse una persona reale. In verità io direi che il caso per un Gesù che si fosse avventurato sulla Terra via Maria che è originale ulteriormente favorisce il miticismo, perchè fornisce un modello per un Gesù mitico terreno.

 Il problema ora è che noi abbiamo in qualche modo messo in gioco la posizione miticista sull'idea che la prima concezione di Gesù fosse che egli era totalmente celeste e mai si avventurò sulla Terra.

Quel che questa interpretazione di AOI fa è fornire un modello per un mitico salvatore terreno.

 Posso essere d'accordo con R. G. Price nella misura in cui, leggendo nel libro dell'Apocalisse (fine I secolo) di

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua
coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

(Apocalisse 12:1-6)

certamente non riesco a immaginare altro che non appartenga al mondo del puro mito (senza trascurare il fatto che nell'Apocalisse tutto è in forma allegorica oltre, e soprattutto, che mitologica). Quindi sorge la domanda: se il racconto della nascita di Gesù da una donna appartiene al mito originario, perchè Paolo non vi fa menzione?

Io credo che Galati 4:4 (''nato da donna, nato sotto la legge'') sia probabilmente un'interpolazione protocattolica anti-marcionita, tuttavia, perfino concedendo la sua autenticità, è lo stesso Paolo a ricordare che quando parla di donne e di leggi ''queste cose hanno un significato allegorico'' (Galati 4:24) dunque niente di storico.

Provo a immaginare come sarebbe il mito originario se soltanto prevedesse pure una nascita docetica di Gesù sulla Terra: il Figlio appare - senza in realtà mai esserlo - partorito da una donna, e nascosto alla vista dei demoni e dei loro scherani terrestri per tutto il tempo in cui doveva rimanere celato, fino a quando sarebbe giunto il momento del suo martirio da adulto per mano degli stessi demoni sulla Terra, ingannando gli arconti mediante la sua morte vergognosa sulla croce al pari di un qualsiasi ladro o fuorilegge, per poi ascendere al cielo nella gloria avendo solo così finalmente ''depredato l'angelo della morte''.

Trovo davvero curioso che anche Epifanio attribuisce agli ebioniti una dottrina, che rimonta anch'essa all'indietro, fino al II secolo, se non ancora prima, fino a Paolo e ai Pilastri prima di lui:

Costoro affermano, come ho già detto, che esistono due personaggi costituiti da Dio, uno il Cristo e l'altro il diavolo; e dicono che il Cristo ha ottenuto il dominio dell'eone futuro, al diavolo, invece, è stato affidato questo eone, per comando, si intende, dell'Onnipotente, secondo la domanda di ciascuno dei due. Per questo dicono che Gesù è nato da seme umano, è stato eletto e così per elezione è chiamato figlio
di Dio a causa del Cristo disceso su di lui dall'alto in forma di colomba.
Non dicono che egli (il Cristo) è stato generato da Dio Padre, ma che è stato creato come uno degli arcangeli, e però nel grado più alto; egli esercita la signoria sugli angeli e su tutte le cose fatte dall'Onnipotente, ed è venuto ed ha insegnato, come si legge nel vangelo che riceve da loro il nome:«Io sono venuto per abolire i sacrifici, e se non cesserete dall'offrire sacrifici, non cesserà l'ira (di Dio) contro di voi»

(Epifanio,. Panarion 30, 16, 2-4)

La nascita docetica di Gesù nel mito originario, ma lo stesso pure la sua apparizione docetica sulla Terra già da adulto, rappresenterebbe il punto di contatto fra il mondo superiore, a cui il Figlio appartiene, e il mondo inferiore, in cui egli entra per adempiere la missione ricevuta da Dio: perciò l'Ascensione di Isaia ricorre a una rappresentazione che rimarca l'appartenenza di colui che nasce al mondo superiore e, cionondimeno, il suo reale ingresso nel mondo di quaggiù. Il docetismo assicura ad un tempo la presenza del Figlio nel mondo inferiore arcontico e demiurgico, e contemporaneamente la sua essenziale assenza ed estraneità ontologica a quel mondo in quanto non solo ad esso naturalmente superiore ma anche e soprattutto perchè mai esistito storicamente.


L'unica cosa certa sul ''pocket gospel'' è che, al di là della sua vera datazione, la fonte primaria d'origine alla base del Protovangelo di Giacomo, come pure del ''pocket gospel'' (se fa parte o meno dell'Ascensione di Isaia originaria) e successivamente del racconto della nascita presente nel vangelo di Matteo e da qui in Luca, insomma l'origine del Mito di Maria, è proprio la porzione di testo chiamato Genesis Marias a cui ho sopra accennato. Un documento docetico e giudeocristiano insieme di cui però non so con certezza se fu una risposta a Marcione oppure lo precedeva.

Neil Godfrey vuole esaminare personalmente più da vicino il libro di Norelli per vederci chiaro nella sua ricerca e vedere se ha ragione o meno. Personalmente, sapendo che Norelli la pensa come Pesce, non riesco a fidarmi dei suoi risultati.