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lunedì 5 agosto 2019

Una recensione di Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed di R. G. Price

Ciò che sappiamo dalle lettere di Paolo più probabili ad essere autentiche è che (1) l'orientamento di Paolo è completamente apocalittico e che (2) Paolo celebra la possessione spirituale. Come parecchi studiosi hanno sottolineato, il cristianesimo di Paolo è fondamentalmente un culto di possessione spirituale incentrato sulla «rivelazione» di «misteri» di Paolo. Atti ricorda Paolo come un uomo guidato da esperienze «visionarie» e l'auto-resoconto (per usare un termine d'arte psichiatrico) nelle lettere di Paolo suggerisce ad alcuni, me compreso, che Paolo era o clinicamente o funzionalmente pazzo, in definitiva solo un altro pazzoide da Fine dei Tempi di un tipo familiare all'interno dell'ebraismo e del cristianesimo allora ed ora.
Se le ossessioni di Paolo possano essere ricondotte a uno storico Giosuè/Gesù di Nazaret e se Giosuè/Gesù nutrì simili illusioni è impossibile da sapere. Ciò che sappiamo dalla corrispondenza auto-esaltante di Paolo è che c'era una comunità di credenti ebrei a Gerusalemme che non condividevano il «vangelo» di Paolo e si può presumere tranquillamente che la comunità non sopravvisse alla prima guerra giudaico-romana poiché non sembriamo averne notizie dopo di allora. Ciò che sembra chiaro è che vari «vangeli» hanno gareggiato per guadagnare i credenti quasi dall'inizio del culto cristiano e quale di quelle interpretazioni, se mai qualcuna, rifletteva eventi storici, noi non lo sapremo mai.
(Robert Conner, mia traduzione da qui)

Il neoateo David Madison colpisce ancora. 

Nella suo giudizio in merito al libro altamente consigliato di R.G. Price, colpisce nel segno andando a correggere il tiro perfino meglio di quanto ha fatto il prof Robert M. Price nella sua recensione del medesimo libro, ma lascio al lettore realizzare cosa intendo, specialmente dopo la lettura della conclusione dell'articolo di Madison. Da notare come ora anche l'ateo Robert Conner (si legga la citazione sopra) è diventato dichiaratamente agnostico sull'esistenza di Gesù nel passato reale (da convinto storicista quale egli era in passato).  

Un Gesù Reale Si Nasconde Da Qualche Parte nel Nuovo Testamento?

Di David Madison, 2/8/2019 [traduzione di G. Ferri

Una recensione di Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed di R. G. Price

È prassi normale per i commercianti di arte fornire documentazione dell'autenticità delle opere che vendono; idealmente ci sarà una traccia su carta che indica la proprietà risalente all'artista originale. Alla fine dei film ci sono diversi minuti di titoli di coda, centinaia di nomi, di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del film. Alla fine di ogni biografia, il lettore può trovare le fonti utilizzate, di solito centinaia di esse: ecco da dove provengono le informazioni — e qualsiasi ricercatore curioso può trovarle a sua volta.

Un paio di centinaia di anni fa, gli studiosi della Bibbia iniziarono ad affrontare la scomoda verità che i Vangeli — quei titoli iconici, Matteo, Marco, Luca e Giovanni — non avevano tali riferimenti: nessuna documentazione, crediti alla fine, o fonti identificate. Essi sembrano presentarsi come Storia, ma quali sono le prove di ciò?

Quindi i vangeli sono stati studiati più intensamente di qualsiasi altro documento nella Storia. La ricerca ha continuato a estrapolare fatti storici — cose che possiamo sapere con certezza su Gesù — a causa del quoziente altamente imbarazzante di superstizione, fantasia, folklore e pensiero magico nei vangeli.

La quantità di informazioni solide e sicure su Gesù risulta essere impercettibilmente piccola, ma andando avanti con le loro impressioni e il loro pio desiderio —“questa storia di Gesù di sicuro suona quasi bene” — devoti studiosi hanno escogitato possibili ritratti di Gesù. Ma la “possente fortezza” dell'accademia biblica basata sulla fede è stata messa a disagio dagli studiosi secolari che non sono vincolati dalla devozione a trattenere “Gesù come Signore”. 

E in anni recenti, i cristiani sono rimasti scioccati nel profondo dal suggerimento che Gesù potrebbe non essere mai esistito affatto. Ciò non è affatto radicale, dal momento che qualsiasi reale predicatore contadino galileo di nome Gesù è stato perso agli occhi della Storia sotto gli strati di teologia tessuti dagli scrittori dei vangeli. E i cristiani non sarebbero in grado di emettere un sospiro di sollievo se all'improvviso sbucasse qualche sorta di manufatto che provi che Gesù era stato davvero una persona reale; perché ciò non cambierebbe la natura dei vangeli.

Così, senza la documentazione, alcun elenco di crediti o di fonti identificate, cosa sono di preciso i vangeli? Sì, essi sono teologia, ma se il vangelo di Marco — che tutti gli altri hanno copiato, riferito e modificato — non fosse mai stato neppure inteso come Storia? Il libro di R. G. Price del 2018, Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed, illustra il caso a supporto di ciò. Price, un ingegnere informatico e un analista di dati, dimostra le sue abilità di investigatore, guardando dietro la facciata dei Vangeli per capire cosa è realmente successo. Il suo libro è altamente leggibile, e può aiutare i laici a capire perché un Gesù reale è soggetto a dubbi. 

Dichiara la sua premessa all'inizio: 

“...il fattore motivante che ha spinto l'autore a scrivere la storia che ora chiamiamo Vangelo di Marco fu la distruzione del tempio e la guerra stessa [la Prima Guerra Giudaico-Romana, 66-73 E.C.]. Gesù è solo uno strumento letterario usato in una cornice allegorica per raccontare una storia intorno a come gli ebrei recarono distruzione su sé stessi. Ecco di cosa parla la storia. La motivazione dietro la stesura della storia era commentare sulla guerra; Gesù è uno strumento per il racconto di quella storia”. (pag. 2)

E la guerra si presenta drammaticamente in Marco 13, il che ci aiuta a datare il vangelo. Marco 13 è presentato come la predizione di Gesù di ciò che stava per accadere, ma chiaramente quei versi (parafrasando molti testi veterotestamentari) sono una descrizione della catastrofe che era già avvenuta, la distruzione di Gerusalemme nel 70 E.C. da parte dei Romani. L'autore aveva assistito lui stesso alla devastazione oppure aveva sentito resoconti attendibili di quella guerra brutale: 

“…chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà”. (versi 15-19)

Gli studiosi del Nuovo Testamento sono stati bloccati nella loro ricerca del Gesù storico perché — per la cara speranza che Marco stesse cercando di scrivere Storia — le fonti dell'autore sono sconosciute. Ma, come sostiene Price, noi conosciamo davvero le sue fonti e la sua motivazione. Marco creò la sua allegoria raccogliendo testi dall'Antico Testamento, guidati dalle costanti invettive dei suoi profeti che Jahvè avrebbe reso anche per volontaria disobbedienza. Price evidenzia anche il fatto che Marco conosceva le lettere di Paolo. E qui la trama si infittisce, perché Paolo era enfatico, in Galati 1, sul fatto che non aveva ricevuto alcuna informazione su Gesù da nessuna fonte umana.

Il Capitolo 2 di Price (pag. 40-61) è cruciale e dovrebbe essere studiato attentamente:

“Ho identificato ventitré passaggi nel Vangelo chiamato Marco che appaiono basati sulle lettere di Paolo. Quei riferimenti si rapportano a sette delle tredici lettere attribuite a Paolo nella Bibbia... Accade che tutte le relazioni che ho identificato tra le lettere di Paolo e la narrativa di Marco rientrano nelle lettere che sono per lo più fortemente riconosciute come lettere autentiche di Paolo e io non ho trovato relazioni con le altre lettere, che ora sono ampiamente accettate come lettere non autentiche”. (pag. 42)

Price discute il testo più cruciale alla fine del capitolo, che definisce “... forse l'unico parallelo più importante tra il Vangelo chiamato Marco e le lettere di Paolo: l'Eucarestia”. (pag. 57) “Questo passo è forse uno dei passi più importanti di tutti gli scritti del Nuovo Testamento e uno dei più complessi da affrontare”. (pag. 58) Vale a dire, l'Eucarestia in Marco 14:22-25, e il racconto di Paolo in 1 Corinzi 11:23- 26. 

Supponendo che ci fosse stata un'Ultima Cena, Paolo non era là. Come faceva a sapere cosa riporta in 1 Corinzi 11? Nel verso 23 afferma di ‘averlo ricevuto dal Signore’. Price: “... l'affermazione che fa qui è fondamentalmente che si tratta di informazioni che sono unicamente sue, che ricevette da ‘rivelazione divina’, che significherebbe la sua immaginazione”. (pag. 58) Dato che Marco non era ancora stato scritto, non è qualcosa che egli avrebbe potuto ‘esaminare’, e Paolo era orgoglioso di non ottenere le sue informazioni da alcuna fonte umana.

Le comprensioni tradizionali delle origini cristiane sono così in pericolo:

“Le implicazioni qui sono davvero sorprendenti, soprattutto alla luce del fatto che Paolo stesso afferma che la sua conoscenza di Gesù e i suoi insegnamenti provenivano ‘non da origine umana’ ma piuttosto da ‘rivelazione’. Pertanto, se il Gesù di Marco è basato sugli scritti di Paolo, allora il Gesù di Marco non ha nessuna relazione con alcuna persona reale di sorta, perché secondo lo stesso Paolo, la ‘conoscenza’ di Paolo su Gesù non proveniva da nessuno”. (pag. 40-41, enfasi aggiunta)

Anche se i cristiani sono sconcertati dal suggerimento di Price che il vangelo di Marco sia un'allegoria intorno al fato di Israele — quanti conoscono persino il contesto di Marco 13? — è difficile ignorare il punto di Price secondo cui questo vangelo non fu neppure inteso come Storia. Possono essere spinti in questa direzione studiando il Capitolo 1 di Price, pagine 1-39, in cui traccia la dipendenza di Marco da molti testi dell'Antico Testamento, specialmente dalle storie di Elia ed Eliseo in 1 e 2 Re. Una tabella delle principali allusioni letterarie si trova a  pag. 3-5.

“Lo scrittore della storia chiamata il Vangelo di Marco creò una ingegnosissima narrazione a più livelli che intendeva offrire al suo pubblico perché fosse capace di decifrare e comprendere. Lo scrittore fece ampio uso delle allusioni letterarie come parte vitale della narrazione, in modo tale che l'intenzione dell'opera fosse che le persone riconoscessero le allusioni letterarie e guardassero a loro al fine di capire la storia. Apparentemente, comunque, questo non è ciò che  accadde. Ciò che accadde fu che molte persone credettero che la storia fosse letteralmente vera e riconobbero solo una porzione relativamente piccola delle allusioni letterali. Quelle che riconobbero le interpretarono come adempimento profetico anziché come allusione letteraria” (pag. 5, enfasi aggiunta).

Si veda anche Robert M. Price, The Christ Myth Theory and Its Problems, pag. 36-44, e Adam Winn, Mark and the Elijah-Elisha Narrative.

I lettori dovrebbero studiare attentamente il capitolo 9, pag. 176-235 di Price, “Trovare Gesù nelle Lettere di Paolo”. Gesù è del tutto a posto là, ma non esattamente la versione che i cristiani vorrebbero trovare. Price elenca un utile campione di testi tratti dalle epistole (Paolo, pseudo-Paolo, e altri). 

• Romani 11:25-27: “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: [Isaia 59:20] Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati”.

“Qui Paolo sembra parlare dell'arrivo di un futuro ‘Liberatore’, ma qui non fa affatto menzione di Gesù. Se Gesù fosse proprio stato qui, allora perché Paolo sta parlando di antiche scritture invece che di Gesù Cristo, che sarebbe stato appena di recente sulla terra?” (pag. 181)

• Filippesi 3:20: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo”

“Qui Paolo dice che stanno aspettando un salvatore dal cielo, che è Gesù. Non dice che si aspettano che ritorni o qualcosa del genere, ma che si aspettano per la prima volta un salvatore dal cielo”. (pag. 182)

PRESTA ACCURATA ATTENZIONE: siamo così abituati al termine ‘seconda venuta’,  e abbiamo in mente la conclusione della ‘prima venuta’ mentre leggiamo la storia dell'Ascensione in Atti 1, ma dobbiamo stare attenti a non leggere nulla del genere nel pensiero di Paolo. La gente legge i Vangeli e presume, erroneamente, che Paolo sia stato informato da loro.

• Romani 16:25-26: “A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annuncio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunciato mediante le scritture profetiche, per ordine dell'eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede...”

“Questo suona come una cosa molto strana da dire se si sta parlando di un Gesù Cristo che era appena stato di recente sulla terra, e che avesse appena proclamato il suo messaggio dalla sua stessa bocca, testimoniato da centinaia o migliaia di persone. Paolo sta dicendo che antichi misteri stanno per essere rivelati e resi noti attraverso scritti profetici, ma perché non direbbe che quelle cose furono rese note dallo stesso Gesù?” (pag. 183) 

• Romani 10:13-14: “Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunci?”

Romani 10 è un passo molto significativo. Se Gesù era appena stato sulla terra ed era stato a predicare agli ebrei e a compiere miracoli in Galilea e in Giudea e attirando grandi folle, come sostengono i Vangeli, allora perché Paolo chiede qui se gli ebrei non possono essere incolpati di non credere in Cristo perché non ne hanno sentito parlare?” (pag. 183)Da nessuna parte a questo proposito, dove avrebbe perfettamente senso affermare che Gesù si era fatto conoscere agli israeliti, Paolo dice mai qualcosa su Gesù; cita solo antiche scritture e parla di messaggeri di Cristo”. (pag. 184, enfasi aggiunta)

• 1 Corinzi 15:51, 54-56:

“Ecco io vi annuncio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: [Isaia 25:8] La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria?Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?”

Perfino questo caro testo suscita sospetto: “Così Paolo afferma che sta raccontando a quelle persone un ‘mistero’, ma perché questo sarebbe un mistero se Gesù Cristo era appena stato sulla terra qualche anno prima per portare proprio questo messaggio alla gente, un messaggio che presumibilmente proclamò più volte secondo i Vangeli? Oltre a ciò, perché Paolo dovrebbe poi riferirsi alle Scritture come supporto per la vita eterna invece di riferirsi a Gesù stesso? (pag. 185)

Si veda anche Tom Dykstra, Mark, Canonizer of Paul.

E troviamo questo nell'Epistola di Giacomo, 2:21 e 25:

“Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? ...Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via?” 

“Se questo autore sapesse di un reale Gesù, o pensasse a Gesù come una persona reale, oppure avesse una qualche minima conoscenza dell'uomo Gesù, allora sicuramente egli avrebbe usato Gesù come un esempio dell'importanza delle opere” (pag. 231)

In questo capitolo ci sono due citazioni che colgono il segno (bene, ce ne sono altre, ma quelle dovranno aspettare per ora):

“Paolo era certamente immerso nei tipi di convinzioni che troviamo nelle storie apocalittiche del suo tempo. Quelle storie apocalittiche sono universalmente comprese dagli studiosi come completamente fittizie o mitiche, tuttavia i cristiani prendono letteralmente le dichiarazioni di Paolo. Il Gesù di Paolo è in realtà proprio tanto mitico quanto gli angeli che descrive”. (pag. 196)

 “Nulla di Paolo o di altri primi scrittori di epistole pone Gesù tra un cast di persone; ciò accade solo nei vangeli e negli scritti successivi... se mai egli discese sulla terra nella mente di Paolo, lui non lo collocò mai in alcun ambiente terreno o mai lo mise in relazione con altre persone o luoghi”. (pag. 209)

È fin troppo chiedere ai cristiani di ricordare che Paolo era fanaticamente ossessionato da un Gesù che sarebbe sceso presto attraverso le nubi? Lui voleva che i suoi convertiti si concentrassero sull'essere pronti a questo. Price segna un altro punto a suo favore: “Chi era Paolo? Non si sa nulla di lui oltre a ciò che è ricordato nei suoi scritti, ma qualsiasi valutazione obiettiva dei suoi scritti rivela che Paolo era stato essenzialmente un folle delirante”. (pag. 325)

C'è un processo per la canonizzazione dei santi... non vi è qualche modo per de-canonizzare Paolo?

Paolo non era da solo, a specializzarsi in fantasie religiose; esorto i lettori ad assorbire il materiale nel Capitolo 11 di Price, “Il Cast Mitico della Antica Storia Cristiana”. Una volta che l'immaginazione cristiana era stata accesa, c'era poca moderazione, e Price fornisce dettagli abbondanti; persino i personaggi con menzioni minori nei vangeli ricevettero biografie complete.

Ma ora, che dire di quel titolo! “Decifrare i Vangeli Prova che Gesù Non È Mai Esistito”? Robert M. Price scrive nella Prefazione: “Non penso che tu possa ‘provare’ né che un Gesù storico sia esistito, né che non sia esistito. Quello che puoi fare, e quello che Price fa, è costruire le stesse vecchie evidenze, ma in un modo nuovo, che abbia un senso più naturale, meno artificioso”. (pag. ix)

Tu di certo puoi provare, tuttavia, che le prove in supporto di un reale Gesù sono deboli. Tu non puoi cambiare la natura dei vangeli. Non esiste un singolo evento nella vita di Gesù (al contrario di persone storiche, ad esempio Pilato) che può essere verificato da documenti esterni ai vangeli. Così io non ho problemi con il titolo di Price; sia una sfida per i cristiani pensare intensamente, fare i compiti, ingaggiare nei dibattiti che lui discute. Che provino loro a dimostrare che lui si sbaglia. 

Se si avventurano fuori dalla bolla della fede e danno un'occhiata al caos negli studi di Gesù, forse potrebbero vedere che il Gesù sfuggente mascherato da così tanta teologia non merita veramente la loro devozione.

David Madison è stato un pastore nella Chiesa Metodista per nove anni e ha conseguito un dottorato in studi biblici presso la Boston University. Il suo libro, Ten Tough Problems in Christian Thought and Belief: a Minister-Turned-Atheist Shows Why You Should Ditch the Faith, è stato ristampato l'anno scorso dalla Tellectual Press, con una nuova prefazione di John Loftus.

The Cure-for-Christianity Library © è qui. Una spiegazione della libreria è qui

giovedì 13 giugno 2019

«La Bibbia è una zona di guerra, e i suoi autori sono i combattenti»


Voglio che i miei lettori facciano precisamente due cose:
  • prima devono leggere il seguente articolo di David Madison, che ho liberamente tradotto dal blog Debunking Christianity di John Loftus;
  • ...e poi devono leggere la mia traduzione del commento che ha riportato Robert Conner allo stesso articolo. 
Una sarcastica e nel contempo liberatoria risata contro la cosiddetta “Verità” che i folli teologi sotto mentite spoglie di storici vogliono propinarci (e non mi riferisco solo al demente credente di turno, ma precisamente a discutibili personaggi del genere), mi sembra proprio d'obbligo, ma solo al termine della seguente lettura! Ha ha ha ha ha!!!


Quella Volta che San Pietro Ricevette una Retrocessione


Di David Madison, 6/07/2019 [traduzione di G. Ferri]

“La Bibbia è una zona di guerra, e i suoi autori sono i combattenti”

È solo un dato di fatto che i libri del Nuovo Testamento non coesistono insieme. In questa disparata collezione di documenti, differenze teologiche e discrepanze nelle storie diventano ovvie... beh, per coloro che prestano attenzione. Così Randel Helms ha avvertito:
“... la Bibbia è un artefatto autodistruttivo... Ciò che i lettori disattenti chiamano l'unità della Bibbia è in realtà una grande, ed estremamente fragile, finzione culturale — o piuttosto un gruppo di fazioni concorrenti, poiché non c'è mai stato nemmeno un consenso sul numero di piccoli libri a cui la parola ‘Bibbia’ si riferisce” (Randel Helms, The Bible Against Itself: Why the Bible Seems to Contradict Itself, pag. i)

In un articolo qui di alcune settimane fa, ho fatto notare che è stato un grosso errore pubblicare i quattro vangeli fianco a fianco; i lettori attenti possono vedere gli errori e le incongruenze. Probabilmente è troppo duro dire che gli autori erano bravi bugiardi; dovremmo essere gentili e accettare solo che hanno scritto un pio romanzo. Non dovremmo nemmeno cercare frammenti di storia nei vangeli; non c'è modo di essere sicuri circa quali versi preservano autentici ricordi degli eventi di Gesù.

I problemi abbondano quando i vangeli vengono studiati contro lo sfondo delle epistole. L'apostolo Paolo, per esempio, scrisse le sue lettere molto prima che i vangeli esistettero, e sembra aver conosciuto molto poco di Gesù — e non aveva interesse a scoprirlo. Paolo andava avanti a tutta velocità, scrivendo risme di teologia, senza sospettare di star minando le storie che i successivi scrittori dei vangeli avrebbero raccontato.

Considera, ad esempio, un estratto della Lettera di Paolo ai Romani, 13:1-4:
“Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di Dio; quelli che vi si oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene”.
Le autorità governative sono dei bravi ragazzi. Per Paolo, ciò significava le autorità romane. Sembra non aver saputo che Gesù fu crocifisso dalle autorità romane, spinte a farlo dalle autorità governative religiose, almeno secondo la storia che l'autore del vangelo di Marco avrebbe resa così famosa, e sulla quale gli altri scrittori dei vangeli ci avrebbero costruito sopra.

In effetti, ci sono così tante improbabilità in Marco 15, dove troviamo la storia di Gesù interrogato da Pilato, seguita dalla crocifissione; possiamo essere sicuri di star leggendo teologia, non storia. C'è così tanta fantasia, folclore, superstizione e pensiero magico nel vangelo di Marco, che saremmo sorpresi se ci imbattessimo in Storia reale. 

Questo è un altro dei miei articoli su ciascuno dei capitoli del vangelo di Marco. L'introduzione alla serie è qui; i miei commenti su Marco 14 sono qui.

I versi iniziali del capitolo 15 dovrebbero suscitare sospetti cristiani:
“La mattina presto, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, tenuto consiglio, legarono Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù gli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose; e Pilato di nuovo lo interrogò dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!» Ma Gesù non rispose più nulla; e Pilato se ne meravigliava”.
I cristiani potrebbero voler chiedere, per cominciare,

• “Chi stava prendendo appunti?”

• E, “In che modo questo scambio è stato registrato e tramandato accuratamente per diversi decenni, fino a quando non è finito nel vangelo di Marco?”
• O addirittura: “È plausibile che Pilato avrebbe intervistato un delirante predicatore contadino che aveva sconvolto i burocrati religiosi?”

Marco stava costruendo il suo eroe del culto. Sì, abbiamo il diritto di essere scettici, specialmente dal momento che il resto di questo episodio di Pilato — il rilascio di Barabba al posto di Gesù (versi 8-15) — fallisce nel qualificarsi come Storia.

C.F.D. Moule, nel suo commentario del 1965 su Marco, mostrò un misurato scetticismo:

“Sembra altamente improbabile che la gente possa davvero richiedere un rilascio e scegliere il proprio uomo, e non ci sono prove esterne di questa usanza” (pag. 124, enfasi aggiunta) Questo ci porta al cuore del problema — per coloro che desiderano che Marco sia storia: non conosciamo le fonti di Marco e, in mancanza di ciò, non stiamo trattando di storia.

Richard Carrier definisce la storia di Barabba “un buon esempio” di Marco “che crea finzione”:
“Questo è sicuramente un mito, non un fatto. Nessun magistrato romano (meno di tutti il ​​famigerato Pilato), lascerebbe libero un ribelle omicida, e nessuna cerimonia romana del genere è mai attestata come esistita; né è del tutto plausibile” (On the Historicity of Jesus: Why We Might Have Reason for Doubt, pag. 403).
Marco vorrebbe farci credere, a quanto pare, che il suo Re dei Giudei fosse stato crocifisso per errore e malvagità. Lui è costretto a spiegarlo in qualche modo, dal momento che, secondo la sua sceneggiatura, Gesù aveva predetto quelli eventi per tre volte (e tuttavia i suoi discepoli erano troppo ottusi per ‘comprenderlo’).

I lettori curiosi e scettici dovrebbero anche soffermarsi a considerare il verso 21: “Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là, tornando dai campi”. Coloro che afferrano come è scritta la storia reale vogliono sapere: 

• Ci fu un reporter a portata di mano che chiese a Simone il suo nome, da dove veniva, e il nome dei suoi figli, Alessandro e Rufo?

• Quando Matteo e Luca hanno copiato la storia di Marco, perché hanno omesso i nomi dei figli?

• Perché l'autore del vangelo di Giovanni manca di menzionare del tutto Simone (per non parlare dei suoi figli)? Riferisce che Gesù portò la “sua” croce. Il suo Gesù, dopo tutto, era “uno con il Padre” e Giovanni non avrebbe avuto nulla a che fare con l'idea che Gesù fosse troppo debole per portare la sua croce.

Ma scaviamo un po' più a fondo. Cosa sta succedendo davvero qui? Ricorda che il nostro famoso discepolo Simon Pietro è praticamente un fallimento nel vangelo di Marco. Egli meritò il rimprovero “Va' dietro a me, Satana!” e, quando arrivò il momento della prova, rinnegò Gesù. Ci sono state infinite e infruttuose speculazioni su chi ha scritto il vangelo di Marco, ma R. G. Price ha escluso qualsiasi amico di Pietro:
“Che il Vangelo di Marco sarebbe stato scritto da un confidente di Pietro sembra assurdo, dal momento che il Vangelo chiamato Marco descrive molto male Pietro. Pietro è raffigurato come un pazzo e fondamentalmente come un traditore di Gesù” (pag. 89, Deciphering the Gospels Proves Jesus Never Existed).
Ricordiamo che la sceneggiatura di Gesù da parte di Marco includeva quelle parole in 8:34, indirizzate alle folle e ai discepoli — e subito dopo il suo rimprovero di Pietro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Richard Carrier ha identificato il senso dell'ironia di Marco:
“Così questo è ciò che Pietro è stato incaricato di fare. Ma le nostre aspettative sono invertite: invece di essere Simon Pietro ‘a prendere la sua croce e a seguire Gesù’, a farlo è Simone il Cirenaico. Questo è un completo sconosciuto, mai menzionato prima o mai di nuovo. Appare proprio in questo singolo verso. Nel frattempo, Simon Pietro non solo abbandona Gesù, ma lo nega.

“Questo è il senso del motivo per cui Marco ha inventato un secondo Simone che figurasse al posto di Simon Pietro, non solo come estraneo (a differenza di Pietro che è il discepolo numero uno di Gesù) ma anche come straniero (dalla lontana terra di Cirene, una provincia dall'altro lato dell'Egitto e quindi nemmeno al confine con la Palestina), una perfetta rappresentazione del fatto che ‘gli ultimi saranno i primi’. Contrariamente alle aspettative, è Simone di Cirene, tra tutte le persone che si possano immaginare, ad essere il primo a prendere la sua croce e a seguire. Un potente messaggio in effetti” (OHJ, pag. 446).
E che dire di quei due figli? Rimando i lettori all'estesa analisi di Richard Carrier (OHJ, pag. 447-451), ma questo è un assaggio della creatività di Marco — come mitografo, non come storico; intendeva questo riferimento come un simbolo di potenza e di sapienza asservite a Gesù:
“Ho il sospetto che siano intesi riferirsi agli uomini più famosi di tutti i tempi che possedettero quei nomi: Alessandro Magno e Musonio Rufo. Alessandro Magno fu il conquistatore divinizzato più famoso del mondo, l'esempio della vittoria militare e dell'uso della violenza per ottenere il potere, l'ideale che qualsiasi messia militarista avrebbe voluto emulare. Musonio Rufo fu il pacifista più famoso del mondo, un filosofo di grande fama, secondo solo a Socrate...” (OHJ, pag. 447).
Sembrerebbe che l'autore del vangelo di Matteo sia stato infastidito dalla negatività di Marco circa Simon Pietro, così se ne venne con questa sceneggiatura (Matteo 16:18-19):  
“...tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Wow! Cosa potrebbe volere più di così Pietro? Matteo  si impegnò a promuovere Pietro, dopo averne letto la retrocessione di Marco. Ad ogni modo, questo testo non si trova da nessun'altra parte. Manca a Marco (nessuna sorpresa), a Luca e a Giovanni. E quelle parole sono un chiaro indizio che questa sceneggiatura è stata inventata: “su questa pietra edificherò la mia chiesa. Matteo scrisse dopo che la chiesa era stata creata, ma il Gesù di Marco non stava pensando ad una “chiesa”. Marco raffigura Gesù che anticipa ardentemente un Regno di Dio che era prossimo ad accadere. Interrogato dal sommo sacerdote in Marco 14, Gesù afferma di essere il messia e...
“...vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (verso 62)
La storia sarebbe arrivata a finire — non più governi e autorità terrene. E nessuna chiesa: il Regno sarebbe presto arrivato di corsa.

Sembra chiaro che Matteo scrisse per una comunità che aveva le sue radici nella fazione ebraica più conservatrice della chiesa primitiva che teneva in grande considerazione Simon Pietro. Quindi sospettiamo che questa sia più politica che religione, una fazione della chiesa che gareggia con un'altra: “A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
“...a Matteo non interessa ricavare i corretti fatti storici. Fabbrica solo ciò che vuole o sente necessario” (Carrier, OHJ, pag. 460).
Marco ha usato citazioni dell'Antico Testamento per creare la sua storia della crocifissione:

Marco 15:24: “Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere”.

... si basa sul Salmo 22:18: Spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica.

Marco 15:31: “Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: Ha salvato altri, non può salvare se stesso!”

...si basa sul Salmo 22:7-8: “Tutti quelli che mi vedono si fanno beffe di me, allungano il labbro e scuotono il capo, dicendo: «Egli si è affidato all'Eterno; lo liberi dunque, lo soccorra, poiché lo gradisce»”.

Marco 15:34: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

... si basa sul Salmo 22:1: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

[Per ulteriori informazioni sull'uso di questa tecnica nel creare la storia di Gesù, si veda  Jesus Eclipsed: How Searching the Scriptures Got in the Way of Recounting the Facts di David Chumney]

Il caso è stato fatto anche che l'autore di Marco era ben versato nei classici greci. Un'opera cruciale per comprendere il Vangelo di Marco nel suo antico contesto è The Homeric Epics and the Gospel of Mark di Dennis MacDonald. Richard Carrier fa riferimento a un'altra delle opere di MacDonald, ‘Imitations of Greek Epic’, in questo passo di OHJ:
“Nel costruire il suo vangelo, il primo a nostra conoscenza ad essere stato scritto, Marco unì Omero con la mitologia biblica per creare qualcosa di nuovo, un sincretismo mitico, centrato attorno al dio salvatore del suo culto, il Signore Gesù Cristo... Abbiamo già osservato come Marco ha creato la crocifissione narrativa a partire dalla Bibbia ebraica, per esempio; come la abbia anche perfezionata attingendo da aspetti dell'epica di Omero è ciò che ha mostrato Dennis MacDonald...” (OHJ, pag. 437).
MacDonald: “... praticamente tutto di Marco 15:22-46 sembra essere stato generato da testi biblici e da Iliade 22 e 24...” e quindi “non ha bisogno di aver conosciuto una coerente narrazione orale della morte di Gesù... si possono far risalire tutte le storie nel Nuovo Testamento riguardanti la morte di Gesù alla creatività letteraria di Marco” (OHJ, pag. 437, enfasi aggiunta).

Sembra che abbiamo un altro personaggio inventato in Marco 15, oltre a Simone di Cirene. Gli studiosi sono stati a lungo disorientati da Giuseppe di Arimatea, che emerge dal nulla per seppellire Gesù nella sua stessa tomba (ancora una volta la famiglia e i discepoli di Gesù non si fanno vedere):
“... Giuseppe d'Arimatea non è solo una ricreazione fittizia di Priamo, che in Omero cerca il corpo di Ettore (come mostra MacDonald), ma anche un tipo di Giuseppe il Patriarca, che in Genesi 50 4-6 chiede al Faraone il permesso di seppellire Giacobbe (cioè, Israele), e metterlo in un sepolcro vuoto che Giacobbe aveva scavato, proprio come la tomba in cui il parallelo Giuseppe depone Gesù. Così, Marco ha derivato il nome del seppellitore come “Giuseppe”. Il resto della sua descrizione deriva dall'uso di Omero da parte di Marco e dalla sua propria immaginazione simbolica” (OHJ, pag. 438-439, enfasi aggiunta).
E, non a caso, gli altri tre scrittori dei vangeli che hanno copiato la storia di Giuseppe di Arimatea hanno estratto dettagli dalla loro propria immaginazione per renderla più plausibile. Devo ripeterlo? Non c'è documentazione contemporanea per nessuno dei loro accrescimenti alla favola essenziale di Marco. Come sottolinea Carrier, “... ciascuno dei vangeli che abbiamo è in diretta competizione con gli altri, ciascun autore non è d'accordo con il suo predecessore e riscrive la narrazione... ” (OHJ, pag. 437).

Come ha sottolineato Randel Helms, i lettori disattenti della Bibbia sentono la mancanza di tutto questo. In realtà è piuttosto fatale che i vangeli siano finiti legati assieme. I loro autori avevano diversi destinatari e diversi programmi teologici —  e un gran casino rimane nella loro scia.

È per questo che gli studiosi del Nuovo Testamento non sono assolutamente riusciti a concordare su chi fosse Gesù e su cosa ha detto e ha fatto. Non sorprendentemente, ovviamente, i lettori disattenti della Bibbia rimangono inconsapevoli di questa confusione negli studi di Gesù. Quindi non hanno modo di cogliere un'altra frecciatina di Helms, “La Bibbia è una zona di guerra, e i suoi autori sono i combattenti”.

David Madison è stato un pastore nella Chiesa Metodista per nove anni e ha conseguito un dottorato in studi biblici presso la Boston University. Il suo libro, Ten Tough Problems in Christian Thought and Belief: a Minister-Turned-Atheist Shows Why You Should Ditch the Faith, è stato ristampato l'anno scorso dalla Tellectual Press, con una nuova prefazione di John Loftus.

The Cure-for-Christianity Library © è qui.

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Il commento di Robert Conner:
“... le discrepanze nelle storie diventano ovvie ... beh, per coloro che prestano attenzione”.

L'attenzione selettiva è cruciale per la fede e difficilmente si limita ai credenti praticanti che non leggono criticamente il Nuovo Testamento. Chiedete a dieci “esperti” del Nuovo Testamento ciò che Gesù “ha insegnato” e probabilmente otterrete almeno una dozzina di risposte incompatibili, una caratteristica ben nota della “ricerca scientifica” del Nuovo Testamento. Perché tutto in virgolette, chiedete? Non solo gli “esperti” non possono essere d'accordo su ciò che Gesù “ha insegnato”, ma non possono neppure concordare sul fatto che sia esistito. Ho paragonato questa ricerca del Gesù “autentico” alla ricerca di un fantasma nebbioso attraverso una nebbia fitta.

Spacchettiamo brevemente questo. Innanzitutto le prove per Gesù sono documentarie: [1] alcune lettere occasionali di Paolo, solo sette delle quali sono ampiamente considerate come autentiche ma che potrebbero/probabilmente/possibilmente (a seconda di chi interrogate) contenere corruzioni testuali e [2] vangeli che quasi certamente non contengono testimonianze dirette oculari e si contraddicono ripetutamente anche sui “fatti” più basilari. Se le lettere di Paolo contraddicono i vangeli e i vangeli si contraddicono, su quale base ci si forma un'opinione “esperta” su ciò che Gesù “ha insegnato”?

C'è un altro problema con le prove documentarie di Gesù: il conto delle parole in tutto il corpo del Nuovo Testamento è più o meno lo stesso di quello in Harry Potter e il Calice di Fuoco, ma a differenza di HPATGOF, il Nuovo Testamento non ha un solo autore — se “Dio” era l'autore, allora “Dio” ha un grave caso di disturbo di personalità multipla e alcune di quelle personalità stanno vedendo cazzate che non ci sono. In realtà, nessuno sa quanti “autori” ha avuto il Nuovo Testamento; l'astratta “tradizione orale” conta come un “autore” o come più autori? Ora, ovviamente, imparare il greco, l'aramaico e i frammenti di storia comporta studio scientifico, studio della lingua ad essere precisi, e qui vado sullo specifico. Ma al di là della linguistica, che cosa significa precisamente “studioso”? Gli “esperti” si appellano a Flavio Giuseppe, altri scritti antichi — “Non dar calci contro i pungoli” è una citazione quasi parola per parola delle “Baccanti” di Euripide — ma nessuno di quelli appelli sembrano rispondere ad alcun interrogativo a completa soddisfazione di ciascuno (o di chiunque altro).

Ora molte discipline hanno quesiti irrisolti, ma nelle discipline reali, anche nelle discipline “soft” come gli studi sociali, c'è una chiara aspettativa che nuove ricerche, nuove scoperte, risolveranno almeno alcuni di questi quesiti. In breve, una disciplina accademica, ad esempio l'archeologia, ha una base di dati in costante espansione. Gli studi del Nuovo Testamento hanno davvero una tale base di dati? Direi che la risposta breve è no. La scoperta del Vangelo di Giuda, ad esempio, illustra l'accrescimento della leggenda in un particolare filone del cristianesimo primitivo, ma il consenso di coloro che sanno leggere il Vangelo di Giuda (in copto/greco) è che ci dice zero circa lo “storico” Giuda o circa Gesù. I famosi Rotoli del Mar Morto ci danno uno sguardo sul pensiero religioso di una setta ebraica particolare, ma ci dice qualcosa su Gesù oppure è un pio desiderio, cioè, disperato? Allora, cosa sono gli studi sul Nuovo Testamento alla fine della giornata? È davvero un'indagine del Nuovo Testamento oppure è qualcosa di più nell'ordine di “A ha creduto Z, ma B ha contrastato con Y, e poi C ha proposto X invece, e poi D è arrivato e ha riassunto tutto brillantemente” e così via ad nauseam, in breve, una litania di opinioni e opinioni circa opinioni e opinioni circa le opinioni circa le opinioni che rischiano di girare per l'eternità ma che in realtà non vanno da nessuna parte?

Quindi, come sottolinea David, che cosa deve fare in definitiva il credente? In pratica, il credente sceglie un testo che sembra adatto all'occasione/ al problema/bla bla e propone un'interpretazione ad hoc che trascura convenientemente le molteplici contraddizioni testuali, ipotesi illogiche, assunzioni culturali e opinioni contrarie e “ci crede”. Ti gira la testa? Ti senti un po' di mal di mare? Disorientato forse? Allora potresti fare “ricerca accademica del Nuovo Testamento”! Benvenuto a bordo! Spero che tu abbia portato il tuo Dimenidrato e, a proposito, gentilmente vomita dal fianco della nave e non sul capitano.

domenica 9 aprile 2017

Sulla follia, scemenza e demenza di Paolo l'apostolo

“Fu l'apostolo Paolo realmente un truffatore? La maggior parte dei truffatori sanno di star vendendo panzane, ma non c'è il minimo dubbio che Paolo credette alla spazzatura che vendeva su come guadagnare la vita eterna. Paolo fu un fanatico di un culto delirante.”
Le religioni sono come le lucciole: per risplendere esse hanno bisogno dell'oscurità.
(Arthur Schopenhauer)
Questo mondo è pieno di gente che non esita a farsi esplodere in aria pur di meritarsi il paradiso. Altrettanta gente, forse anche di più, preferisce chiedere la salvezza ai “vecchi e rispettabili” (si fa per dire) sistemi di credenze, con le loro ridicole derivazioni settarie. E allora crede nella storicità (!) di Gesù di Nazaret e in qualsiasi cosa possa “provare” (si fa per dire) la sua impossibile esistenza sulla Terra nel I secolo dell'Era Comune. Quel Gesù di Nazaret da loro puramente immaginato e — udite, udite — “ricostruito come figura storica” (!!!) sarà pure incerto nelle loro fantasie e poco chiaro alla loro realizzazione, ma rimane pur sempre un ente chimerico, una colossale montatura, un'invenzione puramente umana. 
Per accorgersi che qualcosa di storto è accaduto nelle origini cristiane è sufficiente realizzare chi fu veramente l'uomo chiamato Paolo. E penso che David Madison su Debunking Christianity, a parte il grossolano errore di citare “la via per Damasco” (ivi perciò lasciandosi buggerare parzialmente dalla tendenziosa bastarda propaganda proto-cattolica di Atti degli Apostoli), colga esattamente la vera natura di quell'uomo (e per estensione degli apostoli prima di lui):
“No, io credo che Paolo non fu il truffatore. Egli fu il folle.”

Dal Blog Debunking Christianity (mia libera traduzione)
Il Nuovo Testamento Spaccia un Antico Espediente
Di David Madison (7 aprile 2017)

Una vecchia tradizione di vendere un prodotto di cui non si dispone


Sono cresciuto nella prateria dell'Indiana settentrionale nel 1950, in un piccolo villaggio, dove poteva pure esserci stato un muro tra i cattolici e i protestanti; le persone andavano d'accordo, ovviamente, ma eravamo così consci delle profonde divisioni di fede. Una donna si rifiutò di partecipare al matrimonio di suo nipote nella Chiesa cattolica perché non aveva alcuna intenzione di “metter piede in quel tempio pagano.” Sono cresciuto nella suddivisione metodista dal lato protestante.

Una delle pratiche nel tempio pagano che attirava il ridicolo protestante era “confessarsi”. Sapevamo che i cattolici sussurravano i loro peccati all'orecchio del sacerdote, e le loro lavagne venivano lucidate perfettamente  — posto che venisse eseguita la penitenza richiesta, magari dicendo 10, 20 o più Ave Maria, a seconda della gravità del reato. Ridicolizzavamo pure il rosario, l'attrezzo per tener la conta di tutti quelli Ave Maria.

Il grande vantaggio per i fedeli cattolici naturalmente, era che se commettevi più peccati (destinati ad accadere), potevi  ottenere che la lavagna venisse pulita di nuovo. Sembrava tutto così facile, troppo facile; non si minimizzava così il peccato? L'apostolo Paolo potrebbe essere stato uno dei primi a intuire che un “facile perdono” avrebbe potuto avere un aspetto negativo. Egli predicò l'abbondanza della grazia di Dio per coloro che accettavano Cristo: “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Romani 10:9).

Così troviamo Paolo, nel capitolo 6 della Lettera ai Romani, che cautela i suoi lettori a non affidarsi troppo alla grazia di Dio: “Dobbiamo continuare nel peccato, affinché abbondi la grazia? In nessun modo!”(verso 1) Egli è spinto a dare questo consiglio dalla logica della sua teologia, ma il caso può essere fatto che Romani è un grande concentrato di cattiva teologia e che Paolo fu un mediocre pensatore. La sua Lettera ai Romani è una dei tanti candidati da esibire al primo posto per dimostrare che la Bibbia è molto lontana dall'essere la ‘parola’ di un dio. Il biblista Hector Avalos sostiene che il 99 per cento della Bibbia non ci mancherebbe —, e io sono abbastanza sicuro che al 99 per cento dei laici non mancherebbe mai Romani se in qualche modo venisse omessa dal canone.

Sto dando un'occhiata a Romani per portare a casa questo punto, e in questo post faremo riferimento al Capitolo 6. Tratterò tutti i capitoli nei post ogni due settimane o giù di lì. Se leggi Romani, troverai quant'è noioso perlustrare il mondo di fantasia da capogiro di Paolo, ma procediamo lo stesso.

Nel verso 15 troviamo che Paolo fa il punto ancora una volta che essere “sotto la grazia” non concede alcuna licenza al peccato. Ricorda che Paolo aveva consigliato ai convertiti al cristianesimo che, anche se potevano usare la legge dell'Antico Testamento come guida del comportamento, loro sono liberi da essa come un mezzo di salvezza: “Dovremmo peccare perché non siamo più sotto la legge? In alcun modo!”.

Ma la motivazione principale di questo capitolo è la ricerca di Paolo dell'espediente (“voi non dovrete morire”), che ha sempre spinto i sacerdoti a commercializzare un prodotto che non possiedono. Il suo approccio in questo caso è complicato; egli confonde il battesimo con la morte, versi 3-5: “O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione”. Quanti lettori nel corso dei secoli si sono lasciati sconcertare da questo balbettìo teologico?

Paolo aveva tutto elaborato ciò, naturalmente, e desiderò così per dare un senso ad altre cose, versi 8-11: “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.”

L'espediente è dichiarato con piena forza nei versi 22-23: “Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore.”

Secondo un ingegnoso anonimo, “La religione fu inventata quando il primo truffatore incontrò il primo folle.” Suona troppo cinico, troppo semplice? Anche HL Mencken presuppose che non tutti ingoiavano quello che vendettero i primi truffatori: “Devono esserci stati degli scettici in prima fila, quando il primo prete effettuò il suo gioco di prestigio, e senza dubbio alcuni di loro, in rivolta contro la sua trasparente fraudolenza, si accinsero a trovare un modo migliore per affrontare inondazioni, incendi e carestia”. (Treatise on the Gods, 1930). Perfino così, ci furono un sacco di compratori.

Tra i primi truffatori ci furono quelli che capirono che promettere la vita eterna costituiva una formula vincente, e i preti son stati a vendere il prodotto fin da allora. Io davvero non penso che Paolo fosse un truffatore — non c'è nessun indizio che egli non credesse a ciò che spacciava così alacremente — ma lui certamente padroneggiò il ruolo.

Per capire Paolo dobbiamo capire veramente  quanto il concetto di Cristo avesse fatto presa sulla sua vita; quell'esplosione in testa sulla via di Damasco gli causò alcune bizzare allucinazioni — come pure cecità, secondo Atti. E, com'è così comune coi fanatici religiosi, lui si aspettava che altri fossero altrettanto ossessionati. Cristo deve prendere presa anche sulla tua vita, versi 12-14: “Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia”.

Questa è una variazione del suo tema in Galati 5:24: “Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri”. Non dimenticare che Paolo aspettava la venuta di Gesù tra le nuvole ogni giorno: era urgente che la gente si organizzasse e si concentrasse soltanto sulla preparazione a quell'evento: “... d'ora in poi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che sono felici come se non lo fossero...” (I Corinzi 7:29-30). Come si può seguire un tizio che vuole distoglierti dalla felicità? Egli dette assenso malvolentieri al sesso di coppia, ma non del tutto: “È bene per l'uomo non toccare donna” (I Corinzi 7:1).

C'è un elevatissimo numero di cristiani oggi che lavorano duramente nel loro lavoro, sono dediti alla famiglia e agli amici, godono di passione e sesso, perseguono lo sport e gli hobby e non vedono l'ora delle vacanze. Spegnere la felicità? No grazie. E in questo contesto loro credono in Gesù e cercano di essere brave persone. Vale a dire che loro non sono il tipo di cristiani di Paolo; non hanno alcun desiderio di essere spaventati dalle sue sante farneticazioni in estrema pietà.

Perché i teologi cristiani hanno adulato all'infinito Paolo e la sua stridula teologia? Non è la sua zelante fiducia che Gesù sarebbe presto disceso tra le nuvole un grande avvertimento che si trattava di una stramberia? Rimuovi quell'aspettativa, comunque, e la sua teologia si disfa. No, io credo che Paolo non fu il truffatore. Egli fu il folle. 

David Madison fu un pastore della Chiesa Metodista per nove anni e ha un dottorato di ricerca in Studi Biblici presso la Boston University. Il suo libro, Ten Tough Problems in Christian Thought and Belief: a Minister-Turned-Atheist Shows Why You Should Ditch the Faith, fu pubblicato lo scorso anno da Tellectual Press.