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domenica 3 settembre 2017

Cristo: Mito o Realtà ? (XXIV)

(continua da qui)
Cosa Dovremmo Fare Della Biografia di Gesù?
Küng respinge il dogma dell'immacolata concezione. Egli formula la sua tesi in modo cauto, in modo indiretto: “Nessuno è obbligato a credere nel fatto biologico dell'immacolata concezione oppure della nascita” di Gesù (pag. 447). La Chiesa dovrebbe riconoscere il suo errore su questo punto? No, dice Küng, al dogma dell'immacolata concezione si dovrebbe dare un'“interpretazione cristologico-teologica, non un'interpretazione biologico-ontologica” (pag. 446). Il fatto che i vangeli di Matteo e di Luca parlano dell'immacolata concezione e della nascita di Gesù non pone nessuna difficoltà qui, perché non sono l'essenza, l'idea principale dell'insegnamento evangelico. Nulla è detto circa l'immacolata concezione nei vangeli di Marco e Giovanni o nelle epistole di Paolo. Non è anche necessario mantenere il silenzio su questo punto. Si dovrebbe infatti parlare di esso, ma “onestamente e in modo differenziato”, e nello stesso tempo ricordare che abbiamo bisogno di “marcare i confini della demittizzazione” (pag. 447). E dove sono quei confini? Küng non dice nulla di definito su questa questione.

A giudicare dai vangeli, l'attività di Gesù prese due forme: egli predicò e operò miracoli. Si può, ricorrendo a mezzi sofisticati, spiegare le contraddizioni nelle prediche di Gesù e dare a quei sermoni una certa unità. Le cose sono più complicate per quanto riguarda i miracoli. Küng sottolinea più volte che il credo nei miracoli è inaccettabile per l'uomo moderno e, se la Chiesa dovesse continuare ad insistere su tale credo, corre un grave rischio: i credenti potrebbero cessare di prendere sul serio gli insegnamenti della Chiesa. Questo problema “inconveniente” e “spiacevole” dovrebbe essere affrontato in qualche modo.

Küng comincia la sua analisi del problema con una franca ammissione: uno dei paragrafi nel suo libro che tratta questo argomento si intitola “Mascherare una situazione difficile”. Il concetto stesso di “miracolo” è indefinito e vago, ma questo, dice Küng alquanto ironicamente, è una buona cosa per i teologi (compreso lui stesso). Utilizzandolo correttamente i teologi hanno “mascherato elegantemente” l'intero problema dei miracoli del Nuovo Testamento (pag. 217). Küng esamina vari approcci a questo problema e li trova tutti insoddisfacenti. Che cosa ha da dire Küng stesso sul soggetto? In realtà Küng non riesce a venire a capo del problema e non possiede alcuna soluzione specifica da offrire.

Küng formula il problema in modo abbastanza semplice. I vangeli sono abbastanza specifici circa i miracoli eseguiti da Gesù: guarire i malati, cacciare i demoni, tre casi di restaurazione dei morti alla vita, e sette miracoli “naturali” tra cui placare il vento e la tempesta e trasformare l'acqua in vino. Non c'è niente di vago intorno a loro, e l'unica domanda è se qualcuno in qualche momento potesse averli eseguiti in contrasto alle leggi di natura. Infatti tutta la verbosità di Küng e di altri, per quella materia, che hanno tentato di definire la parola “miracolo”, il problema diventa più confuso invece di essere risolto. Le narrazionie evangeliche sui miracoli eseguiti da Gesù Cristo permettono solo un'interpretazione: sono quello che essi sono detti essere, cioè, atti ed eventi che contraddicono le leggi della natura. È possibile questo?

Küng non ha nessuna risposta a questa domanda.

Alcuni dettagli riguardanti i miracoli, dice Küng, possono ben riflettere ciò che avvenne realmente. Così, quando noi consideriamo le storie di Gesù che guarisce i malati noi dovremmo tener presente la possibilità di una psicoterapia. Infatti molte malattie sono di natura psicogena e in alcuni casi una psicoterapia poteva effettivamente essere efficace. Ma cosa sui miracoli che non sono collegati alle malattie? Anche in questo caso, dice Küng, potrebbero esserci state “circostanze” che dettero origine alle leggende. Ad esempio, la storia di Gesù che calma una tempesta sul mare potrebbe essere basata su un vero incidente in cui le persone pregavano Dio per salvarle dall'annegamento e il pericolo svanì per coincidenza. Tali coincidenze potrebbero offrire  le “circostanze storiche” che dettero origine alle storie evangeliche circa i miracoli eseguiti da Gesù. Ma in quel caso non è lasciato nulla dell'insegnamento religioso secondo cui un miracolo è un evento soprannaturale che si verifica contrariamente alle leggi di natura.

 Küng rifiuta praticamente anche l'insegnamento circa il miracolo più importante della vita di Gesù: la sua resurrezione. Il credo in questo miracolo è fondamentale alla fede cristiana, perché San Paolo disse:
Ma se Cristo non è risuscitato, è dunque vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede (1 Corinzi 15:14). Come affronta Küng la difficoltà sollevata da questa dichiarazione?

Qui abbiamo un esempio classico di discorso teologico casistico che è quasi privo di ogni significato ma che ha una parvenza non solo di devozione ma anche di un pensiero profondo. Ci fu una resurrezione, tuttavia non ci fu nessuna resurrezione. E viceversa: una resurrezione non avvenne, tuttavia avvenne. Ciò che è asserito in una pagina è confutato nella successiva, e l'intero esercizio continua per decine di pagine.

Nella letteratura teologica tedesca gli eventi connessi alla resurrezione e all'ascensione di Cristo sono indicati dalla parola Ostergeschichte, o “racconto pasquale”, e il credo nella resurrezione di Cristo è legato all'idea del “sepolcro vuoto”. Küng gioca su queste nozioni, ma in modo tale che siano spogliate da ogni significato. E sarebbe piuttosto corretto dire che lui le ha escluse dal dogma cristiano. Lui fa questo, comunque, in un modo estremamente “elegante”, per usare la sua stessa espressione. Egli comincia sostituendo il concetto di resurrezione dai morti col concetto di resurrezione. Cristo non fu resuscitato per suo mezzo; egli fu resuscitato dai morti  da parte di Dio. Ma è un fatto storico la “resurrezione dai morti”? La risposta di Küng a questa domanda si potrebbe vedere nel seguente passo: “Se consideriamo la resurrezione dai morti un atto di Dio, non si può dubitare del suo possesso di un significato rigorosamente storico e della possibilità di stabilire questo significato con l'aiuto della scienza storica e di metodi storici. La resurrezione dai morti non è un miracolo che contraddice le leggi di natura ed è verificato dal mondo interiore, che può essere localizzato e datato come un'intrusione soprannaturale nello spazio e nel tempo” (pag. 338). Poi segue un attacco alle scienze (storia, biologia e così via, inclusa la teologia) che “vedono solo un aspetto di una realtà multiforme”. Ma se guardiamo tutti gli aspetti del racconto della resurrezione, troviamo che in entrambi i casi  della resurrezione e della resurrezione dai morti “è una materia di termini metaforici, figurativi” (pag. 339). L'immagine della resurrezione è basata sull'idea di risorgere, risvegliare dal sonno e ritornare ad uno stato precedente, a una vita terrena e mortale. Nel caso di Gesù, tuttavia, è un Gesù risorto che entra in uno stato completamente diverso, che non è la vita terrena e mortale, ma qualcos'altro del tutto. Per rendere il suo punto Küng usa anche una frase latina — totaliter aliter — completamente diverso. Ma che cos'è esattamente? 

Di nuovo Küng ricorre al suo metodo preferito: la resurrezione di Cristo non è questo o quello, ma è questo e quello. Essa è “non un fantasma e tuttavia non è tangibile; è visibile e invisibile, è materiale e immateriale, è su questo lato di tempo e spazio e al di là di loro” (pag. 340). Dato questo, non è sorprendente apprendere che la resurrezione di Cristo è sia di natura corporea che incorporea. La resurrezione non accadde se il corpo (der Leib) è “rozzamente interpretato” come identico al corpo (der Korper) (pag. 340). 

Se vogliamo trarre senso da questo, è che la resurrezione di Cristo come la compresero gli evangelisti non avvenne.
 
Le cose non funzionano così bene con l'idea del “sepolcro vuoto”: Küng dedica molte pagine al soggetto, ma non lo affronta mai direttamente. Risulta che l'insegnamento sul sepolcro vuoto non è così importante dopotutto: “Non è né un dogma della religione cristiana, un principio fondamentale, né un oggetto di fede nella Pasqua” (pag. 355), qui Küng deve riconoscere che “la critica storica e le scienze naturali”, che egli attaccò in precedenza, guardano criticamente all'idea di un “sepolcro vuoto”. E decide che non c'è bisogno di impegnarsi ad “accettare la concezione fisiologica della  resurrezione”. 

Küng tratta con altre parti del raconto pasquale in una maniera simile, in particolare con l'ascensione di Cristo dopo quaranta giorni di permanenza sulla terra. Ancora una volta Küng trova spazio di manovra. Che cos'è veramente il cielo? Naturalmente non può essere un edificio a sette piani dove Gesù Cristo è seduto sul trono alla destra di Dio-Padre. “Il cielo della fede non è il cielo degli astronauti”, dice Küng. Non è un firmamento, né è in generale un concetto spaziale. È “non un luogo, ma una forma di esistenza”. Così, “è ragionevole che Gesù non intraprese alcun viaggio nello spazio”. Egli si recò semplicemente in “un misterioso Regno invisibile di Dio che è al di là di comprensione”, per cui è diventato “parte della magnificenza del Padre” (pag. 342). E se non accettiamo l'idea che il cielo su cui si recò Gesù sia un luogo misterioso, invisibile e insondabile, allora avremo qualcosa di cui ci sono molti precedenti nella storia della religione e della mitologia. Quando parla dell'ascensione di Cristo, Küng ricorda Elia ed Enoc dell'Antico Testamento ed Eracle, Empedocle, Alessandro Magno e Apollonio di Tiana. Voi come cristiani, Küng sembra domandare, credete anche in quelle divinità? 

Ma se scartiamo tutto dal raconto neotestamentario della vita di Gesù salvo che una nebbia di qualcosa di astratto, elusivo e mistico, cos'è che nutre la fede dei cristiani comuni, non sofisticati? Perché la loro fede si basa su un'immagine concreta di Cristo, una che è comprensibile per loro. Tutto ciò che Küng ha da offrire è: Gesù visse e, ciò che è più importante, fu crocifisso. In un riassunto Küng evita di menzionare la resurrezione e altre cose fantastiche, e pone l'enfasi principale sul fatto della crocifissione. 

Quindi, niente è rimasto del Gesù del Nuovo Testamento, del dogma della Chiesa, del Primo Concilio di Nicea e del Primo Concilio di Costantinopoli. Ed è chiaro che Küng procede attraverso un'impresa così dolorosa non a partire da qualche impegno appassionato alla sincerità, ma solo perché “la fede nella Pasqua” sta diventando sempre più insostenibile.

Sarebbe possibile, pensa Küng, ignorare i miracoli e tentare di ricostruire la biografia dell'uomo Gesù. Ci sono stati parecchi di tentativi simili, ma sono tutti falliti. Perché “è impossibile scrivere una vita di Gesù di Nazaret” (pag. 142) principalmente a causa della scarsità delle fonti originarie. L'unica fonte è i vangeli, e si dimostra una fonte non affidabile. Küng parla rispettosamente degli evangelisti come “teologi originali” ciascuno dei quali aveva la propria concezione e non aveva intenzione di compilare “un ricordo stenografico”. Ma questo è ciò che rende inaffidabile la loro informazione. Gli evangelisti furono testimoni “impegnati” che “dall'inizio alla fine tentarono di rappresentare Gesù alla luce della sua resurrezione come il Messia, Cristo, il Signore, il Figlio di Dio” (pag. 145). La loro informazione non può servire da base per la scrittura di una biografia di Gesù, né addirittura per costruire “un'immagine generalmente limitata di lui, se tradizionale, speculative, liberale o coerentemente escatologica” (pag. 151). 

Le osservazioni sprezzanti di Küng sulla veracità storica non sono altro che l'uva acerba della nota favola. “Restaurazione, ricostruzione [della verità storica — I. K.] sono le parole sbagliate. Per la storiografia positivista è necessario stabilire fatti” (pag. 151), laddove per la fede cristiana è necessario avere ... fede.

sabato 2 settembre 2017

Cristo: Mito o Realtà ? (XXIII)

(continua da qui)
Hans Küng sul Problema di Cristo
Padre Hans Küng è una figura degna di nota nel campo della teologia cattolica. All'età di trentacinque anni gli fu chiesto dal pontefice Giovanni XXIII di partecipare all'opera del Concilio Ecumenico del Vaticano Secondo come esperto e consulente personale del pontefice in materia teologica. Dopo il Concilio Küng ha pubblicato parecchi libri voluminosi. Nelle sue concezioni teologiche Küng, un prete cattolico e professore presso la ben nota Università di Tubinga, è abbastanza coerente: chiede un rinnovamento radicale di entrambe la dottrina teologica del cattolicesimo e l'organizzazione cella Chiesa. A causa delle sue visioni non ortodosse a Küng venne proibito dal Vaticano, sotto il Papa Giovanni Paolo II, l'insegnamento della teologia all'università di Tubinga.
 
In un'indagine sulla storia del cristianesimo (nel suo libro Christ sein) Küng vi ritrova un gran numero di diversi fenomeni religiosi, socio-politici ed ideologici: “Secoli di minuscole comunità seguite da secoli di vaste organizzazioni. I perseguitati divennero i dominatori e viceversa. La chiesa sotterranea diventò la chiesa di stato; dopo i martiri sotto Nerone subentrarono i vescovi di corte sotto Costantino. Periodi di amicizia tra monaci e studiosi si alternarono a periodi di ostilità tra loro — quelli furono i politici ecclesiastici.... Secoli di sinodi papali e secoli di concili riformisti intesi contro il Papato. L'età d'oro di umanisti cristiani come persone secolarizzate del Rinascimento e riformatori dell'ortodossia ecclesiastica. Secoli di ortodossia cattolica e protestante e secoli di risveglio evangelico. Un tempo di adattamento e un tempo di resistenza. Secoli di innovazione e secoli di restaurazione, di dubbio e di speranza ....” [28] Come dovremmo trovare le nostre conclusioni in questo caleidoscopio di eventi nella storia di 2000 anni della Chiesa? Qual è la cosa più importante, il suo fattore determinante?

 
Fino a poco tempo fa, come ha mostrato la nostra discussione in materia, non esiste una risposta chiara a questa domanda sia negli insegnamenti della Chiesa che nella letteratura teologica. Ora una risposta è data nel libro di Küng.

 
Il fattore decisivo nel cristianesimo è la personalità di Gesù Cristo e nient'altro. Abbiamo solo bisogno di spiegare in cosa consiste quest'immagine e sapremo cosa significa essere cristiani. Ma questo si rivela essere un compito difficile, se non impossibile.

 
Küng prende in considerazione con attenzione tutte le possibili soluzioni alla questione dell'immagine di Gesù. Dovremmo considerare Cristo come pietà personificata? Come un dogma personificato? Come lo avrebbero immaginato
sognatori oppure uomini di lettere ? Vi sono innumerevoli varianti di quelle immagini; perfino l'immagine canonica è così varia che diventa estremamente vaga. Apparentemente è più facile dire che cosa Cristo non fu piuttosto che dire che cosa egli fu. E Küng dimostra di essere un maestro della definizione negativa. Così, Gesù non fu né un prete, un teologo, un rivoluzionario, un monaco, un membro di un ordine, un asceta, né un avvocato; non si ritirò dal mondo, né divise il mondo in due parti come facevano i qumraniti; non riconosceva l'ordine gerarchico. Küng nega fortemente che Cristo avesse avuto qualche interesse nella rivoluzione sociale. È vero, Cristo aspettò l'imminente fine del mondo, ma non considerò mai possibile che il mondo sarebbe stato distrutto con mezzi umani. Egli “predicò una rivoluzione di non-violenza”, e come suo parallelo si può considerare, non Che Guevara o Camillo Torres, ma Gandhi e Martin Luther King (pag. 181-182). A questo punto il lettore si aspetta che Küng dica finalmente  chi fosse Cristo. Ma no, Küng continua nella sua vena precedente: “Cristo non fu né un filosofo né un politico, nè un prete nè un riformatore sociale. Fu un genio, un eroe, un santo o un riformatore? Ma non fu il più radicale dei riformatori?” (pag. 198-199). Egli fu più morale dei moralisti, più rivoluzionaro dei rivoluzionari. “Una cosa è chiara: Gesù fu qualcos'altro! ... Egli non poteva essere paragonato a nulla, allora come ora” (pag. 203).
 

È impossibile estrarre qualcosa da tutto questo che aiuti a risolvere la questione di cosa significa essere cristiani. Lo stesso Küng se ne rende conto: “Tutto quello che è stato detto finora delinea l'immagine di Gesù più in un modo negativo” (pag. 205). Nel prossimo capitolo del suo libro Küng si rivolge al problema di come definire l'essenza, il centro (die Mitte), dell'insegnamento di Cristo.
 
Questo “centro” è la predizione di Cristo circa l'imminente Regno di Dio. Non è chiaro se questo regno sarà stabilito in cielo o sulla terra. Ad ogni misura, “non è un territorio oppure un dominio della legge . . . esso è il potere di Dio” (pag. 205). Ricorrendo ancora una volta alla definizione negativa, Küng dice che cosa il Regno di Dio non è. “Non è una sovranità temporanea che Dio all'inizio della creazione fornì ai sacerdoti di Gerusalemme.... Non è una teocrazia politico-religiosa oppure una democrazia creata da rivoluzionari zeloti con mezzi violenti.... Non è un tribunale di vendetta a favore di un'elitè di persone perfette come gli esseni e i monaci qumraniti...” e così via. Ciascuna di quelle formule contiene un'antitesi positiva,  ma non si dice nulla di ben definito. L'intero punto sembra essere circa  “il Regno di Dio veniente alla fine del tempo”. Ancora non è chiaro se questo regno sarà nel cielo o sulla terra. In ogni caso, in questo regno, la sovranità di Dio sarà diretta, illimitata e universale (pag 206). Questa è una dichiarazione piuttosto enigmatica, poichè nessuna religione ha mai posto limiti alla sovranità di Dio nel mondo. Altri punti “positivi” menzionati da Küng sono altrettanto privi di sostanza: “La gioiosa annunciazione di un bene illimitato e della infinita misericordia di Dio. Un regno dove, grazie alla preghiera di Gesù Cristo, il nome di Dio sarà veramente santificato, la sua volontà sarà davvero manifestata anche sulla terra, la gente sarà pienamente ricompensata secondo il proprio merito, tutte le mancanze perdonate e tutto il male superato...” (pag. 206). 


E da ultimo in questo deserto verbale appare un'oasi di contenuto sociale: “Un regno dove, secondo le promesse di Gesù, i poveri, gli affamati, i sofferenti e gli oppressi saranno finalmente soddisfatti, dove le sofferenze e la morte scompariranno” (pag. 206). Tuttavia Küng non dice in quale modo concreto gli affamati e oppressi saranno soddisfatti. Così l'oasi si rivela un miraggio. 
 
Küng stesso si rende conto che la sua descrizione del Regno di Dio non è molto intelligibile. Mentre si lancia in un'altra discussione di concetti astratti (“giustizia completa, libertà senza limiti, amore indistruttibile, conciliazione universale,  pace eterna”) ammette che “il concetto non può essere descritto, ma solo rappresentato in immagini”. E le immagini sono: “Una nuova unione, messe che sta arrivando, un raccolto maturo, un grande banchetto, una festa regale” (pag. 206). Qui il confine tra il positivo e il negativo svanisce, perché né l'uno né l'altro hanno qualche significato reale. 

 
L'interrogativo più difficile per Küng è quando potremo aspettare che appaia questo desiderabile, seppure alquanto misterioso, Regno di Dio. All'inizio abbiamo una risposta laconica ed enigmatica: “Nel futuro assoluto” (pag. 208). In altre parole, può trascorrere un tempo indefinito prima che il Regno di Dio sarà stabilito. Ma Gesù aveva predetto che si sarebbe stabilito durante il tempo della sua generazione. Questa previsione non si rivelò vera ed è rimasta incompiuta per tutti i duemila anni successivi.   Gesù si era sbagliato? Con sorprendente franchezza Küng ammette che la situazione era una situazione confusa, ma poi procede subito in una discussione di argomenti astratti da cui si potrebbe capire che i pii cristiani non hanno niente da temere. Errare è umano e “se Gesù di Nazareth fu davvero un essere umano, egli poteva anche compiere errori”. Ciò è seguito da attacchi a quei teologi che “hanno più paura degli errori che del peccato, della morte e del Diavolo” (pag. 208).

 
Ancora, è necessario nascondere il fatto che il fondatore del cristianesimo potesse commettere errori. Küng comincia una lunga discussione casistica se il concetto di “errore” sia applicabile in questo caso. Poiché il soggetto qui riguarda una “conoscenza cosmica”, e un errore di questo livello non dovrebbe essere considerato un errore ordinario. Il nostro pianeta e l'umanità ebbero un inizio, che è confermato dalla scienza, e così loro devono avere una fine che senza dubbio è legata alla venuta del Regno di Dio. E se è così, “il concetto di ʻerroreʼ è indifferenziato e semplicemente inapplicabile in questo contesto” (pag. 209). Ciò è come dire che il nero può dirsi bianco, e viceversa. 

 
Così, a prescindere dal fatto che Cristo si sbagliò sul tempo in cui il Regno di Dio sarebbe venuto, il fatto importante è che esso infine verrà. Questo apparentemente significa che il male, la causa di così tante sofferenze nel mondo, scomparirà. Qui ci troviamo di fronte a un problema che era sempre stato una pietra d'inciampo per i teologi, e impedisce anche a Küng di completare la sua costruzione teologica. Il fatto che c'è sofferenza nel mondo è incompatibile con la dottrina che questo mondo fu creato da un Dio perfetto e che i peccati dell'uomo sono stati espiati e la gente salvata a seguito dell'avvento di Gesù Cristo. Ora, duemila anni dopo, la vita è diventata meno dura? Küng ammette che non lo è. 

 
“Dal tempo di Giobbe al nostro giorno” l'uomo ha chiesto: perchè soffro? È una questione che getta un dubbio sull'intera dottrina circa Dio e il suo disegno e anche sul tema della redenzione dell'uomo mediante la sofferenza di Gesù Cristo. Küng ha descritto accuratamente e acutamente la condizione dell'umanità: l'uomo “grida al cielo” — no, egli grida contro il cielo!” (pag. 419). 

 
Le cose arrivano ad un punto tale dove le persone hanno deciso che devono prendere il proprio futuro nelle proprie mani. Invece di affidarsi ad un Dio Salvatore, essi devono diventare i loro stessi salvatori e liberatori; l'uomo, non Dio, dovrebbe diventare il soggetto della storia. A Küng non piace questo. Per lui, nessuna rivoluzione tecnologica o socio-politica può salvare l'umanità. Nel suo libro dedica tantissime pagine (pag. 28-47) alla spiegazione dell'idea (che tuttavia fallisce di sostenere con argomentazioni convincenti) che sia futile per la gente cercare di porre fine ai mali sociali e agli altri. 

 
Chi dovrebbe, allora, salvare l'umanità? Secondo il dogma cristiano, è la volontà di Dio che Cristo dovesse fare questo assumendo una forma umana e sacrificandosi. Ma come accadde questo? Su questo punto Küng nutre considerevoli dubbi. 

 
Prima di tutto, non è chiaro perché questo sarebbe necessario. Küng ammette che è alquanto strano che le conseguenze del peccato originale dovrebbero essere eliminate tramite il sacrificio di Gesù. Sant'Agostino e papa Gregorio Magno considerarono la morte di Gesù il prezzo che Dio Padre pagò al Diavolo. Sant'Anselmo di Canterbury lo pose in forma giuridica: dal momento che è stato commesso un crimine, una pena deve seguire. Ciò funzionerebbe nella misura in cui sono interessati concetti giuridici antichi e medievali.  Ma allora cosa succede dell'amore, della misericordia e così via di cui si è parlato nei vangeli? Ciò che abbiamo qui non è la rivelazione di una verità divina, ma un riflesso del fatto che le idee di una persona sono storicamente limitate dall'epoca nella quale vivono. E noi viviamo in un'epoca diversa! Risulta che i cristiani del nostro tempo, secondo Küng, non sono obbligati a credere in questo. 

 
Tuttavia Küng insiste sul fatto che Gesù visse e che il rimedio della dottrina cristiana debba ricercarsi nella personalità di Cristo e nella sua predicazione. Ma a prescindere dal modo in cui dobbiamo trattare l'aspetto fattuale della questione — Küng stesso dice ripetutamente che l'aspetto fattuale significa poco per lui — il credente moderno vorbebbe sapere cosa accadde esattamente all'oggetto del suo culto.  


NOTE

[28] H. Küng, Christ sein, Monaco, 1974, pag. 113. Inoltre riferimenti e citazioni del libro di Küng sono indicati con numeri di pagina date in parentesi.