Visualizzazione post con etichetta Apocalisse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Apocalisse. Mostra tutti i post

sabato 4 aprile 2015

Le Vere Origini del Mito Cristiano


ISTRUZIONI CRISTIANE: Consistono nel raccontare sacre favole e nel combattere la ragione dei fedeli da istruire. Queste sublimi funzioni appartengono esclusivamente al clero che gode del diritto divino di rendere i popoli sufficientemente imbecilli e pazzi per soddisfare i loro interessi. 
 (Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Il cristianesimo, pur avendo radici ebraiche, arrivò dopo, non prima, in Israele. Gesù, gli apostoli e Paolo non sono mai esistiti. Tutta la letteratura sacra cristiana, tranne il primo strato dell'Apocalisse, risale al II secolo e fu prodotta da ebrei fortemente ellenizzati della Diaspora, non dagli ebrei meno ellenizzati di Israele. Furono i primi, non i secondi, ad inventare e storicizzare gradualmente la figura non-storica nota come ''Gesù detto Cristo'' e a retrodatarla nell'Israele pre-70, sulla solida ''roccia'' ebraica. Quando il cristianesimo infine arrivò in Israele, i veri ebrei non potevano che considerarla come una religione del tutto fredda, aliena, estranea, in altre parole: soltanto l'ennesimo tentativo ellenistico di invadere e corrompere Israele.

Così, un giorno ti svegli, e cerchi di immaginare come andarono veramente le cose:

70 E.C. L'assedio, un costante, duro attacco gravato quattro anni sulla popolazione ebraica da parte degli eserciti dell'Impero Romano di stanza in Giudea (ora Israele), si conclude con l'annientamento di una nazione e di un popolo. La distruzione e il saccheggio del loro singolo, grande luogo santo, il loro tempio imponente, il loro punto di conforto, di orgoglio, una casa simbolica sulla terra per la loro strana e particolare mitologia ... in un attimo tutto è andato, svanito, evaporato; no, peggio ancora, tutto è incrinato, rotto, insanguinato, violentato, schiavizzato, mortificato, annichilito. E tutte le tribù di Israele ora ridotte alla schiavitù di un Impero che insieme disprezzavano e temevano.

 
70 E.C. Quella grande crisi sprigiona idee che fino a quel tempo si erano limitate a restare ai margini, se coltivate del tutto. Vengo a sapere da Flavio Giuseppe e da Tacito dei prodigi  testimoniati prima della Caduta del Tempio.
S'eran verificati dei prodigi; prodigi che quel popolo, schiavo della superstizione ma avverso alle pratiche religiose, non ha il potere di scongiurare, con sacrifici e preghiere. Si videro in cielo scontri di eserciti e sfolgorio di armi e, per improvviso ardere di nubi, illuminarsi il tempio. S'aprirono di colpo le porte del santuario e fu udita una voce sovrumana annunciare: «Gli dèi se ne vanno!» e intanto s'avvertì un gran movimento, come di esseri che partono. Ma pochi ricavavano motivi di paura; valeva per i più la convinzione profonda di quanto contenuto negli antichi scritti dei sacerdoti, che proprio in quel tempo l'Oriente avrebbe mostrato la sua forza e uomini venuti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del mondo. Questa oscura profezia annunciava Vespasiano e Tito, ma il volgo, come sempre sollecitato dalla propria attesa, incapace di fare i conti con la realtà anche nei momenti più difficili, interpretava a suo favore un destino così glorioso.
(Tacito, Storie, V, 13)
Non bastò la Prima Guerra Giudaica a stradicare quelle speranze apocalittiche e messianiche, tantomeno l'opportunistica attribuzione del titolo di Messia all'imperatore vincitore sul campo.
Si doveva aspettare la Seconda Guerra Giudaica per il totale annichilimento di quell'antico fervore, con la Terza Guerra Giudaica come mero effetto collaterale innescata da cause ben più prosaiche e non religiose.
Il Libro dell'Apocalisse, scritto probabilmente nel suo primo strato ebraico intorno al 95 E.C., prova l'esistenza di questo intenso fervore messianico-apocalittico e la sua inquietante evoluzione in una nuova forma. Ma prima ancora dell'Apocalisse, Flavio Giuseppe e Tacito già confermano la STESSA profonda certezza di tutti gli ebrei, dentro e fuori Israele, di quel tempo: un punto che va enfatizzato e sottolineato al massimo.

È estremamente importante comprendere che gli ebrei aspettavano con bramosa smania di vendetta il loro PROFETIZZATO Cristo esattamente nei fatidici e cruciali anni 66-70 E.C. Il Messia davidico ebraico PROFETIZZATO nelle Scritture era creduto REALMENTE VIVO dalla stragrande maggioranza degli ebrei (perfino dagli ebrei della Diaspora) durante la ribellione di Israele contro Roma avvenuta nel 66-70 E.C. E oltre che vivo, atteso da un momento all'altro, SUL PUNTO di uscire allo scoperto e di manifestarsi in tutta la sua potenza. Il messia davidico era NATO, era VIVO, era ADULTO e dunque prossimo ad uscire dall'ombra per cingere la corona che gli spettava per diritto divino. Potevano esserci divergenze qualora alcuni ebrei fossero tanto audaci da già scommettere su questo o quel candidato specifico, ma al di là delle singole preferenze sovrastava unica e sola la profonda fiducia nel fatidico, imminente realizzarsi delle profezie sul Messia Liberatore: solo ai fatti restava il compito di confermare CHI fosse veramente il Messia, TRA tutti gli ebrei di quel periodo.
Ma quello che maggiormente li incitò alla guerra fu un'ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre scritture, secondo cui in quel tempo uno proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo. Questa essi la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti sapienti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea. Tutto ciò sta a dimostrare che gli uomini non possono sfuggire al loro destino nemmeno se lo prevedono. Così i giudei alcuni presagi li interpretarono come a loro faceva piacere, altri non li considerarono, finché la rovina della patria e il loro sterminio non misero in chiaro la loro stoltezza.
(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica 6.5.4)

Lo stesso Svetonio ammise che la speranza messianica era un credo RADICATO oramai da tempo e soprattutto, per TUTTO L'ORIENTE. Dovunque c'erano due o più ebrei raccolti nell'Impero romano, quella speranza germinava nelle loro menti.
Tutto l'Oriente credeva, per antica e costante tradizione, che il destino riservasse il dominio del mondo a gente venuta dalla Giudea a quel tempo. Applicando a se stessi questa profezia, che riguardava invece un generale romano, come gli eventi successivi dimostrarono, i Giudei si ribellarono, misero a morte il loro procuratore e volsero anche in fuga, dopo essersi impossessati di un'aquila, il legato consolare di Siria che arrivava con i soccorsi.
(Svetonio, Vita di Vespasiano, 5)
Dopo la Prima Guerra Giudaica del 66-70 E.C., Il Messia NON si manifestò e il Tempio ebraico, e con esso Gerusalemme, fu distrutto dai romani.
 
Gli ebrei collaborazionisti col nemico, come Flavio Giuseppe, cercarono come potevano di persuadere i loro contemporanei, se non della quasi provocatoria identificazione del Messia con l'imperatore romano, quantomeno della realizzazione di ben'altra profezia, quella che voleva ancora una volta Dio adirato col suo Israele per avere il popolo, trascinato dagli zeloti, infierito sugli innocenti e sugli inermi.
Chi ignora ciò che fu scritto dagli antichi profeti, e l'oracolo che incombe su questa misera città e che sta ormai per avverarsi? Predissero che essa sarebbe stata espugnata quando qualcuno avesse cominciato a far strage dei suoi connazionali.
La città e il tempio intero non sono ora ricolmi dei cadaveri delle vostre vittime? E’ il Dio, è certamente il Dio in persona che insieme coi romani vi porta il fuoco purificatore e distrugge la città con il suo enorme carico di nefandezze.

(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, 6.1.2)
Due certezze si fusero tra loro, come estrema, radicale teodicea che spiegasse l'origine del MALE:

1) la certezza, fino al limite dell'inganno e dell'auto-inganno, che il Messia era VIVO durante gli anni 66-70.

2) la tragica realtà che Dio aveva punito i ribelli per via della loro crudeltà sfogata contro gli stessi ebrei.

Quindi sembra davvero probabile, alla luce del FATTO puro, semplice e definitivo che il Libro dell'Apocalisse risale al 95 E.C. (un FATTO che necessita di una spiegazione), che quelli ebrei o semi-ebrei che per qualsiasi ragione di sorta non si facevano più illusioni sulla bontà della vecchia gerarchia sacerdotale dell'establishment e d'altro canto neppure si rassegnavano di buon grado ad accettare nel loro animo la sottomissione all'arrogante vincitore pagano, avessero mostrato una piuttosto intensa riflessione spirituale, foriera dei più imprevedibili e originali risultati, al risveglio della coscienza.

Lascia allora che delle voci si diffusero di un Messia che doveva soffrire, e solo dopo trionfare.
Di un Messia che era già apparso e che tutti sentivano fosse già apparso. Di un Messia che aveva già subìto tutto quello che fu predetto dai profeti. Tutte queste voci non avrebbero riscosso un relativamente ampio seguito all'istante, dato il momento e dato il dramma e la minaccia profilatosi dell'estinzione imminente di un'intera civiltà sull'orlo del collasso più irrimediabile?


L'originario culto ''cristiano'' - che di cristiano ancora non aveva nulla - cominciò quando si diffusero le voci che volevano il Messia UCCISO dalla stessa corrotta GERUSALEMME che aveva attirato, così facendo, su di sè il Disastro del 70. Non si trattava ancora del Messia davidico. Quel Messia sarebbe dovuto arrivare da vincitore ancora nell'imminente futuro. Il Messia assassinato era il Messia bar Joseph, della cui morte, espiatrice dei peccati di Israele, proprio a ridosso del 70 si speculava.

Questo è documentato.


Sommario. L'autore rivede la frequente affermazione che la morte del Messia ben Joseph non ha significato espiatorio. Un esame della letteratura rabbinica dalla Rinascita all'epoca del tempio, e una considerazione dello sfondo concettuale della morte espiatoria nel medioriente, suggerisce che questa vista è errata, e che la morte del Messia Ben Joseph fu invero vista come un'espiazione in ogni periodo. 

 Lo stesso studioso ebreo ritiene che l'evidenza del credo in un Messia ben Joseph sofferente e distinto da un vincitore Messia ben David risalga già alla metà del I secolo.

La comunità ebraica dietro l'Apocalisse si distinse dalle altre allorchè compì un altro, cruciale passo: intravide (o eclissò) il sofferente Messia ben Joseph dietro lo stesso, ancora venturo, Messia ben David. E confermandone la ''presenza'' nelle stesse costellazioni astrali, non esitò ad elevarne la figura alle stesse celestiali e metafisiche altezze.

Quello che propongo dunque è la più radicale delle ricostruzioni miticiste, e tuttavia la più semplice e quella con meno ipotesi gratuite.

L'originario culto cristiano cominciò quando una storia si diffuse che gli EBREI DI GERUSALEMME uccisero il Figlio di Dio DOPO che scese giù dal cielo.

L'INTERO CANONE DEL NUOVO TESTAMENTO, il mito di Gesù e i culti relativi furono composti e iniziati DOPO la Caduta del Tempio ebraico nel 70 E.C. e DOPO che si affermò il mito che gli EBREI di Gerusalemme uccisero il Messia profetizzato nelle Scritture.

I primi ''giudeocristiani'' erano veri Ebrei che CREDEVANO, nella più assoluta assenza di prove, che gli Ebrei di Gerusalemme ASSASSINARONO il Messia davidico DOPO che egli discese dal cielo.

Fu dunque la Caduta del Tempio nel 70 E.C. che provocò l'invenzione del personaggio mitologico chiamato ''Gesù'' assassinato dagli ebrei.

Queste storie su Gesù erano da allora sempre esistite; e le varie sette scisse dell'ebraismo che avevano incontrato l'antica filosofia greca avevano ampliato la loro visione psicologica per includervi la nozione di uno spirito di Dio, "Logos", l'inconoscibile, che era di là di tutte le cose, che divenne tutte le cose. Altre sette flirtavano e si crogiolavano nei culti di Dioniso e Mitra, nel culto dei semidèi, uomini che vennero sulla Terra per insegnarci a vivere, per morire appesi su un albero e poi risorgere, dandoci dono del loro sangue e della loro carne, del vino e del pane, dell'uva e dell'orzo e del grano... Ogni cultura ha avuto questo mito; o quasi. Gli ebrei non lo avevano, ma finirono anch'essi per incorporarlo e farlo proprio. Ai margini.

Allo stesso punto, allo stesso momento, la Storia stava per essere ricordata da dozzine di menti e di mani per tutte le vastità dell'Impero Romano, dall'Egitto fino a Roma stessa e presso ogni principale centro ellenistico nel mezzo - e nessuno, sottolineo NESSUNO, seppe o ricordò o testimoniò anche solo la minima cosa circa un singolo, magico uomo che operò dei miracoli in terra di Giuda.

 Al contrario, brulicavano una moltitudine di notizie sulla varietà di culti misterici e dei folli e raminghi predicatori radicali, che nella sola civiltà ebraica stavano abbandonando già l'ebraismo tradizionale nella direzione sia del Logos - e per di lì, alla Gnosi - che di Dioniso, Adone, Attis e degli altri Semidèi. La maggior parte di essi scomparve semplicemente dalla Storia senza lasciare alcuna traccia di sè, perchè non ne meritavano alcuna. Alcuni altri furono messi a morte. Molti erano perfino chiamati Yeshua, che era un nome piuttosto comune tra gli ebrei dell'epoca.  Il nome di Gesù — un reale nome in Israele — era destinato al nuovo liberatore nella misura in cui rifletteva le più malsopite e recondite speranze di salvezza e di sopravvivenza in un mondo tutt'intorno ostile.

Tre titoli, ''Messia'', ''Giosuè'' e ''Figlio di Dio'', fusi quasi inconsciamente nella nostra mente dopo la tentata cancellazione totale e definitiva di un intero modo di vivere e d'essere, seguita da falsità, falsificazioni, propaganda e invenzioni durate oramai 2000 anni. Tre titoli combinati più tardi in un'allegoria che ha raccontato una storia diversa; la storia dell'estinzione legittima del Vecchio Israele, e della sua sostituzione, preordinata dal Signore, per permettere alla tribù di mutare, trapassare e sopravvivere in una nuova Identità. Che altro si rivelò in realtà se non la nichilistica negazione in marcia dell'antica.

Quando l'antica autorità irradiante i suoi raggi dal Tempio non c'era più, demolita e distrutta, fu possibile per la prima volta alle sette e circoli vari, fino ad allora condannati a debita distanza, di colmare una lacuna, nel crepuscolo delle antiche certezze. "La natura aborre il vuoto", e lo riempie con tutto ciò che è nelle vicinanze.

Un Altro Dio, un Dio Straniero, era destinato nel II secolo ad apparire all'orizzonte per supplire alle deficienze del Creatore dio degli ebrei. Gli dèi che muoiono e risorgono avrebbero presto trovato un rivale a loro straordinariamente sempre più simile, e tuttavia paradossalmente loro mortale nemico.
Le storie dell'Antica Torah sarebbero state avvolte una dopo l'altra nel nuovo testo sacro, per farlo sembrare come se il suo contenuto fosse stato tutto già "ordinato" e "profetizzato", oppure altrimenti ''smentito'' e ''confutato''.

La propaganda richiedeva una letteratura. Questa fu fornita parzialmente dall'amplificazione degli esistenti libri ebrei, come nel caso dell'Insegnamento dei Dodici Apostoli; parzialmente mediante trattati teologici in forma epistolare, come quelli attribuiti a ''Paolo''; e parzialmente convertendo il dramma rituale della crocifissione di Giosuè e resurrezione di Giosuè il Messia - Cristo - nella forma narrativa che assume nei vangeli.

Ma era solo tutto quanto un'intelligente e pervicace riscrittura di antichi miti esistenti, lentamente, attraverso decine di nuovi testi, correggendosi l'un l'altro, sostituendosi uno ogni altro, in rivalità l'un con l'altro, ed eventualmente ridotti a quattro, nella malcelata imitazione dell'unico Più Antico Vangelo, più alcune lettere e nuovo materiale aggiunto, interpolato, falsificato, inventato e venduto come la suprema Rivelazione del Cristo.

Ecco perché non ci sono autori dei ''vangeli''. È per questo che si costruiscono goffamente l'uno sull'altro, avvolgendosi tra loro nella spirale creativa della ripetizione midrashica come un eterno esercizio letterario senza fine e senza posa. Un esercizio mai terminato e a cui è condannato la nostra stessa prospettiva culturale, perchè solo così l'esistenza storica di Gesù può essere presa per garantita: senza quell'esercizio continuo di rielaborazione e riproposizione moderna dello stesso mito e delle fondamenta del mito, Gesù diventerebbe altrettanto mitico o fittizio come Robin Hood e Superman.

Ecco perché nessuno di quei vangeli ha mai convinto e convincerà davvero, perchè tutti loro sono per natura intimamente auto-contraddittori, mera propaganda, commedia religiosa, sacro dramma, non Storia e tantomeno ''Storia ricordata''.

E fino a quel punto, fino al 70 E.C., quando il loro maestoso, prezioso Tempio fu distrutto e saccheggiato, l'argento e gli oggetti religiosi saccheggiati dai soldati romani ... Fino a quel momento, non c'era mai stato nessun “Gesù Cristo.” Nessuna menzione di Pietro, Giacomo e dei 12. Nessuna “Buona Novella”. Nessun Paolo.

Non c'era mai stata nessuna saga, nessun indizio, nessuna Storia ricordata, nessun ricordo o qualcosa di simile ad un ricordo, di una figura chiamata “Gesù Cristo” autore di chissà quali ‘miracoli’ fino a quando la tribù ebraica non fu crudelmente assassinata nel mondo antico nonchè minacciata nella sua stessa esistenza.

L'INTERO Canone e il Mito di Gesù sono invenzioni post 70 E.C.

Se non ci fu nessun reale culto gesuano nel primo secolo quasi immediatamente le persone istruite che avevano accesso alle opere degli scrittori e storici del primo secolo avrebbero realizato che il culto gesuano era sprovvisto di qualsiasi Storia nel I secolo.

Contro i Galilei di Giuliano:
...dei quali se uno solo si trova ricordato fra gli illustri del tempo - queste cose avvenivano sotto Tiberio e sotto Claudio -, dite pure che anche pel resto io sono impostore.
Secondo il filosofo pagano Ierocle la storia di Gesù fu raccontata da uomini che erano BUGIARDI.
Eusebio, "Contro Ierocle", II:
Poco dopo aggiunge: «Bisogna tenere in considerazione anche questo: che le opere di Gesù sono state raccontate da Pietro e Paolo e da alcuni altri a loro vicini, bugiardi, ignoranti e ciarlatani, mentre quelle di Apollonio da Massimo di Aigai, dal filosofo Damis, suo compagno di viaggi, e da Filostrato di Atene, uomini di grande cultura e rispettosi della verità, i quali, per amore dell'umanità, non hanno voluto che fossero dimenticate le imprese di un uomo nobile e caro agli dèi». Queste sono le precise parole dette da Ierocle, che ha scritto contro di noi il trattato l'Amico della verità.
 



Questo è ciò che mangiamo. Questo è dove viviamo. Ecco perché le cose sono come appaiono. Perché abbiamo una profonda schizofrenica Idra dalle molte teste al centro di tutto ciò che possiamo chiamare la nostra matrice ''ebraico-cristiana'' e ''greco-romana''.

E così, al termine del processo, siamo tutti quanti "cattolici romani." Se qualcosa può vendere, può persuadere, può imbonire, a partire dal mercato religioso, dall'alto del pulpito dei folli apologeti proto-cattolici con le loro mani nocchiute e sporche di sangue e larvate di ipocrisia, allora è "buono". Se non può farlo, allora  è "male". Questa è la nostra moralità. Questo è dove viviamo. Questo è il cuore lacerato e contraddittorio del nostro mitico mondo moderno inquinato dal morbo cattolico che vuole essere buono, vuole essere gentile, vuole amare e preservare il mondo ... ma non ci riesce, perché deve vendere tutto, spacciandolo per ''veritiero'', ''profondo'', ''intimo'', ''essenziale''. Ma oramai, svelato il miraggio di Gesù per quello che è - solo un curioso pasticcio letterario derivato da parecchie fonti conosciute, più farsesche in realtà che uniche, tantomeno soprannaturali -, è possibile finalmente neutralizzare in anticipo i teologi cristiani sotto mentite spoglie, dileggiando e ridicolizzando i loro schifosi dogmi e articoli di fede, il loro immondo veleno intellettuale, la loro spazzatura mentale, destrutturando da ultimo le loro finora intoccabili fonti di potere, per accellerare la scristianizzazione della nostra Europa e dell'intero mondo libero. Ci sono un sacco di accademici che dubitano dell'esistenza di Gesù. Soltanto, non insegnano nei Dipartimenti di Teologia. Noi tutti dovremmo vedere nel cristianesimo una forza che impedisce, mediante un continuo indottrinamento e una costante intolleranza - oltre che il solito vittimismo cristiano tipicamente apologetico -, il vero apprendimento scientifico.
Nihil enim in speciem fallacius est quam prava religio.-Liv. xxxix. 16.

domenica 11 gennaio 2015

E venne un Mito chiamato Maria: il Mistero del «pocket gospel» nella Visione di Isaia

Una vignetta di Charlie Hebdo: la madonna denuncia di essere stuprata dai magi e dice
«erano in tre, e uno era negro».



Nel capitolo 11 dell'assai controverso testo noto come Ascensione di Isaia è presente un cosiddetto ''pocket gospel'', come oramai è dappertutto chiamato sia da miticisti che da storicisti, per distinguerlo dal resto del testo:
    « XI. E io vidi una donna, della famiglia del profeta David, dal nome Maria: ella era vergine e fidanzata a un uomo di nome Giuseppe - un artigiano, anche lui della stessa discendenza [...] Quando furono fidanzati ella si trovò incinta e Giuseppe, l'artigiano, voleva rimandarla . Ma l'angelo dello Spirito apparve in questo mondo, e allora Giuseppe non la rimandò più, ma la tenne presso di sé. Egli tuttavia non rivelò a nessuno questo fatto.  Egli non si accostò a Maria e la custodì come una santa vergine, anche se era incinta. Egli non abitò con lei per  due mesi. E dopo due mesi, Giuseppe era a casa, come pure Maria sua sposa, ma tutti e due soli. E accadde che mentre erano soli, Maria volse lo sguardo ed ecco vide un bambino, e lei ne fu turbata. E dopo che fu turbata, il suo ventre si trovò come prima del concepimento. Quando suo marito Giuseppe le chiese: "Che cosa ti ha spaventato?", i suoi occhi si aprirono e vide il bambino e glorificò il Signore perché il Signore era venuto nella sua casa. E una voce si fece udire a loro : "  Non dite a nessuno di questa visione"  [...]

    Ed essi lo presero con sé, si recarono a Nazaret di Galilea. [...]

    Ed ecco, io vidi che a Nazaret egli poppava come un bimbo, come fanno tutti, per non essere riconosciuto. E quando divenne grande egli compì grandi segni e miracoli nella terra di Israele e a Gerusalemme.
    E dopo questi fatti lo Straniero lo invidiò e gli eccitò contro i figli di Israele, poiché non sapevano chi lui fosse. »
Non sarei sorpeso se questo fosse il primo racconto della nascita di Gesù. Ma poichè io penso che GMatteo con la sua storiella della natività fu scritta nei primi anni 130, la storiella nella Visione poteva essere stata scritta e inserita nell'Ascensione di Isaia solo appena prima di quella.

Nella storiella della nascita presente nella Visione, ad ogni modo, non è chiaro se Maria è descritta come davvero incinta - come opposta a incinta solo-in-apparenza. Cioè, la storia potrebbe proprio star dicendo che una doppia trasformazione fu effettuata dal Signore. Prima, Maria è trasformata per apparire incinta. Poi, quando il bambin Gesù appare accanto a lei, lei è trasformata di nuovo nel suo aspetto ''non-incinta''.
E. Norelli scrive: 
''Se la storiella è letta letteralmente, essa non è circa una nascita. Essa è circa due processi paralleli: il grembo di Maria, che si era allargato, all'istante ritornava al suo stato precedente, e allo stesso tempo un bambino appare di fronte a lei - ma, tanto quanto si può determinare, senza alcuna relazione di causa ed effetto tra i due eventi.'' (Ascension du prophète Isaïe, pag. 52-53, mia traduzione)



Ebbene, per farla breve, il problema è il seguente:

il ''pocket gospel'' apparteneva al testo originale dell'Ascensione di Isaia?

Se la risposta è , allora prima della stesura dei vangeli già si parlava della nascita di Gesù sulla terra, seppure in forma docetica (la qual cosa aprirebbe tutto un altro discorso sulla reale natura ''miticista'' o ''storicista'' di questo concepimento docetico del Figlio via Maria).

Se la risposta è no, allora ha ragione Parvus. Basta leggere il testo seguente per farsi un'idea di che ampi e vasti orizzonti ci apre l'Ascensione di Isaia a tutto il più antico mito cristiano:
E così la sua discesa,
come tu vedrai,
anche nei cieli sarà nascosta,
di modo che non si conosca chi egli è.

E quando avrà depredato l'angelo della morte,

ascenderà al terzo giorno
e rimarrà in quel mondo 545 giorni.


E allora
ascenderanno dei giusti molti con lui,
i cui spiriti non ricevono le vesti
finchè ascenderà il Signore
e ascenderanno con lui.

Allora dunque riceveranno
le loro vesti
e i loro troni
e le loro corone,
quando egli ascenderà
nel settimo cielo.

(9:15-18)


Ma non è finita.

G. T. Zervos, un accademico d'oltreoceano, raccogliendo la ricerca di Norelli, è dell'idea che anteriore allo stesso Ascensione di Isaia e motivo ispiratore del suo racconto della nascita di Gesù via Maria, è nientemeno che Genesis Marias, una descrizione della nascita DOCETICA del bambin Gesù, presente nel Protovangelo di Giacomo.
11
[11, 1] Presa la brocca, uscì a attingere acqua. Ed ecco una voce che diceva: "Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu tra le donne". Essa guardava intorno, a destra e a sinistra, donde venisse la voce. Tutta tremante se ne andò a casa, posò la brocca e, presa la porpora, si sedette sul suo scanno e filava. [2] Ed ecco un angelo del Signore si presentò dinanzi a lei, dicendo: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Padrone di tutte le cose, e concepirai per la sua parola". Ma essa, all'udire ciò rimase perplessa, pensando: "Dovrò io concepire per opera del Signore Iddio vivente, e partorire poi come ogni donna partorisce?". [3] L'angelo del Signore, disse: "Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra, la potenza del Signore. Perciò l'essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell'Altissimo. Gli imporrai il nome Gesù, poiché salverà il suo popolo dai suoi peccati". Maria rispose: "Ecco l'ancella del Signore davanti a lui. Mi avvenga secondo la tua parola".

12
[12, 1] Lavorò la porpora e lo scarlatto, e li portò al sacerdote. E il sacerdote la benedisse, dicendo: "Il Signore Iddio ha magnificato il tuo nome, Maria, e sarai benedetta in tutte le generazioni della terra". [2] Maria si rallegrò e andò da Elisabetta sua parente: picchiò all'uscio. Udito che ebbe, Elisabetta gettò via lo scarlatto, corse alla porta e aprì: veduta Maria, la benedisse, dicendo: "Donde a me questo dono, che venga da me la madre del mio Signore? Ecco, infatti, che colui che è in me ha saltellato e ti ha benedetta". Ora Maria aveva dimenticato i misteri dei quali le aveva parlato l'arcangelo Gabriele, e guardò fisso in cielo esclamando: "Chi sono io, Signore, che tutte le generazioni della terra mi benedicano?". Passò tre mesi presso Elisabetta, e di giorno in giorno il suo ventre ingrossava; Maria, allora, impauritasi, tornò a casa sua e si nascose dai figli di Israele. Quando avvennero questi misteri, lei aveva sedici anni.

13
[13, 1] Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo: "Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L'ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l'ho custodita. Chi è che mi ha insidiato? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia, contaminando la vergine? Si è forse ripetuta per me la storia di Adamo? Quando, infatti, Adamo era nell'ora della dossologia, venne il serpente, trovò Eva da sola e la sedusse: così è accaduto anche a me". [2] Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: "Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore, tuo Dio? Perché hai avvilito l'anima tua, tu che sei stata allevata nel santo dei santi e ricevevi il cibo dalla mano d'un angelo?". [3] Essa pianse amaramente, dicendo: "Io sono pura e non conosco uomo". Giuseppe le domandò: "Donde viene dunque ciò che è nel tuo ventre?". Essa rispose: "(Come è vero che) vive il Signore, mio Dio, questo che è in me non so d'onde sia".

14
[14, 1] Giuseppe ebbe molta paura. Si appartò da lei riflettendo che cosa dovesse farne di lei. Giuseppe pensava: "Se nasconderò il suo errore, mi troverò a combattere con la legge del Signore; la denunzierei ai figli di Israele, ma temo che quello che è in lei provenga da un angelo, e in questo caso mi troverei a avere consegnato a giudizio di morte un sangue innocente. Dunque, che farò di lei? La rimanderò via di nascosto". E così lo sorprese la notte. [2] Ed ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore, dicendo: "Non temere per questa fanciulla. Quello, infatti, che è in lei proviene dallo Spirito santo. Partorirà un figlio al quale imporrai il nome Gesù, poiché salverà il suo popolo dai suoi peccati". Giuseppe si levò dal sonno, glorificò il Dio di Israele che gli aveva concesso questo privilegio, e la custodì.

[...]

19
[19, 1] Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: "Dove vai, uomo?". Risposi: "Cerco una ostetrica ebrea". E lei: "Sei di Israele?". "Sì" le risposi. E lei proseguì: "E chi è che partorisce nella grotta?". "La mia promessa sposa" le risposi. Mi domandò: "Non è tua moglie?". Risposi: "E' Maria, allevata nel tempio del Signore. Io l'ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito santo". La ostetrica gli domandò: "E' vero questo?". Giuseppe rispose: "Vieni e vedi". E la ostetrica andò con lui. [2] Si fermarono al luogo della grotta ed ecco che una nube splendente copriva la grotta. La ostetrica disse: "Oggi è stata magnificata l'anima mia, perché i miei occhi hanno visto delle meraviglie e perché è nata la salvezza per Israele". Subito dopo la nube si ritrasse dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre. L'ostetrica esclamò: "Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo". [3] Uscita dalla grotta l'ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: "Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura". Rispose Salome: "(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito".

Fosse per me, io tenderei a concordare parzialmente con Parvus. Ma diversamente da lui, Tutto quanto puzza di nascita, seppur docetica o con tratti docetici, sembra per natura una reazione e contro-reazione a Marcione e al suo vangelo (non necessariamente da protocattolici, ma anche da valentiniani e altri gnostici di tal fatta).  Perfino come reazione a Marcione infatti, tradisce inequivocabilmente l'influenza del pensiero di quel grand'uomo: elementi marcioniti come ad esempio le metafore della luce, gli angeli, e la gloria e la luminosità del Risorto. Comunque, in opposizione a Marcione, questo testo mostra anche una chiara enfasi sul realismo e sulla fattualità della Resurrezione. Non si tratterebbe di un mistero nascosto fuori dal tempo, neppure di un'esperienza interiore veicolabile solo a perfetti insiders, ma un evento conoscibile

Dunque non scommetterei tanto sulla presenza del ''pocket gospel'' nel testo originario dell'Ascensione di Isaia. Ma nemmeno lo escluderei.

Così ad esempio commenta R. G. Price il risultato della ricerca di Enrico Norelli:
Davvero interessante. Io non penso che la prova che Gesù non è mai esistito dipenda dalla prova che la più antica forma di adorazione cristiana esponeva una crocifissione celeste, ma una crocifissione celeste di sicuro rende il caso più facile da fare.
Ancora io penso che Gesù sia diverso da Isaia in questa misura. Perchè il ruolo di Isaia era di confrontarsi coi seguaci di Beliar, ma il ruolo di Gesù era di distruggere il mondo materiale e di creare un nuovo mondo immateriale nel cielo.
 Questo significa che l'attività di Isaia doveva essere fatta sulla Terra, dove c'erano i seguaci di Beliar, ma il compito di Gesù è diverso. IL compito di Gesù è di distruggere il mondo materiale.
 Quindi, esistono ragioni che Isaia sarebbe venuto sulla Terra che sono diverse dai motivi per le azioni di Gesù.

 La mia opinione sul Gesù terreno è O che il Gesù terreno non poteva mai essere figurato materiale o giunto sulla Terra, perchè Gesù doveva essere un superiore messia immateriale che era incorrotto dal malefico mondo materiale, OPPURE che Gesù doveva essere giunto sulla Terra e diventare materiale e avere la sua carne materiale distrutta per riflettere così la sua distruzione del mondo materiale.
 
In altre parole, tanto lontano quanto va l'antica teologia, io posso figurarmi come possa fare senso un Gesù che diventa materiale, se il suo divenire materiale, venire ucciso, e poi essere resuscitato immateriale fosse supposto riflettere il suo compito di eliminare il mondo materiale e dar luce ad un nuovo mondo immateriale.

 Ma si può anche sostenere che il compito di creare un perfetto mondo immateriale poteva solamente essere intrapreso da un messia che non era mai stato corrotto dal diventare egli stesso di carne.
 
Ad ogni modo, comunque, noi stiamo ancora alle prese con un mito, e io non penso che qualcuno sosterrebbe che l'Isaia del racconto dell'Ascensione fosse una persona reale. In verità io direi che il caso per un Gesù che si fosse avventurato sulla Terra via Maria che è originale ulteriormente favorisce il miticismo, perchè fornisce un modello per un Gesù mitico terreno.

 Il problema ora è che noi abbiamo in qualche modo messo in gioco la posizione miticista sull'idea che la prima concezione di Gesù fosse che egli era totalmente celeste e mai si avventurò sulla Terra.

Quel che questa interpretazione di AOI fa è fornire un modello per un mitico salvatore terreno.

 Posso essere d'accordo con R. G. Price nella misura in cui, leggendo nel libro dell'Apocalisse (fine I secolo) di

Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua
coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

(Apocalisse 12:1-6)

certamente non riesco a immaginare altro che non appartenga al mondo del puro mito (senza trascurare il fatto che nell'Apocalisse tutto è in forma allegorica oltre, e soprattutto, che mitologica). Quindi sorge la domanda: se il racconto della nascita di Gesù da una donna appartiene al mito originario, perchè Paolo non vi fa menzione?

Io credo che Galati 4:4 (''nato da donna, nato sotto la legge'') sia probabilmente un'interpolazione protocattolica anti-marcionita, tuttavia, perfino concedendo la sua autenticità, è lo stesso Paolo a ricordare che quando parla di donne e di leggi ''queste cose hanno un significato allegorico'' (Galati 4:24) dunque niente di storico.

Provo a immaginare come sarebbe il mito originario se soltanto prevedesse pure una nascita docetica di Gesù sulla Terra: il Figlio appare - senza in realtà mai esserlo - partorito da una donna, e nascosto alla vista dei demoni e dei loro scherani terrestri per tutto il tempo in cui doveva rimanere celato, fino a quando sarebbe giunto il momento del suo martirio da adulto per mano degli stessi demoni sulla Terra, ingannando gli arconti mediante la sua morte vergognosa sulla croce al pari di un qualsiasi ladro o fuorilegge, per poi ascendere al cielo nella gloria avendo solo così finalmente ''depredato l'angelo della morte''.

Trovo davvero curioso che anche Epifanio attribuisce agli ebioniti una dottrina, che rimonta anch'essa all'indietro, fino al II secolo, se non ancora prima, fino a Paolo e ai Pilastri prima di lui:

Costoro affermano, come ho già detto, che esistono due personaggi costituiti da Dio, uno il Cristo e l'altro il diavolo; e dicono che il Cristo ha ottenuto il dominio dell'eone futuro, al diavolo, invece, è stato affidato questo eone, per comando, si intende, dell'Onnipotente, secondo la domanda di ciascuno dei due. Per questo dicono che Gesù è nato da seme umano, è stato eletto e così per elezione è chiamato figlio
di Dio a causa del Cristo disceso su di lui dall'alto in forma di colomba.
Non dicono che egli (il Cristo) è stato generato da Dio Padre, ma che è stato creato come uno degli arcangeli, e però nel grado più alto; egli esercita la signoria sugli angeli e su tutte le cose fatte dall'Onnipotente, ed è venuto ed ha insegnato, come si legge nel vangelo che riceve da loro il nome:«Io sono venuto per abolire i sacrifici, e se non cesserete dall'offrire sacrifici, non cesserà l'ira (di Dio) contro di voi»

(Epifanio,. Panarion 30, 16, 2-4)

La nascita docetica di Gesù nel mito originario, ma lo stesso pure la sua apparizione docetica sulla Terra già da adulto, rappresenterebbe il punto di contatto fra il mondo superiore, a cui il Figlio appartiene, e il mondo inferiore, in cui egli entra per adempiere la missione ricevuta da Dio: perciò l'Ascensione di Isaia ricorre a una rappresentazione che rimarca l'appartenenza di colui che nasce al mondo superiore e, cionondimeno, il suo reale ingresso nel mondo di quaggiù. Il docetismo assicura ad un tempo la presenza del Figlio nel mondo inferiore arcontico e demiurgico, e contemporaneamente la sua essenziale assenza ed estraneità ontologica a quel mondo in quanto non solo ad esso naturalmente superiore ma anche e soprattutto perchè mai esistito storicamente.


L'unica cosa certa sul ''pocket gospel'' è che, al di là della sua vera datazione, la fonte primaria d'origine alla base del Protovangelo di Giacomo, come pure del ''pocket gospel'' (se fa parte o meno dell'Ascensione di Isaia originaria) e successivamente del racconto della nascita presente nel vangelo di Matteo e da qui in Luca, insomma l'origine del Mito di Maria, è proprio la porzione di testo chiamato Genesis Marias a cui ho sopra accennato. Un documento docetico e giudeocristiano insieme di cui però non so con certezza se fu una risposta a Marcione oppure lo precedeva.

Neil Godfrey vuole esaminare personalmente più da vicino il libro di Norelli per vederci chiaro nella sua ricerca e vedere se ha ragione o meno. Personalmente, sapendo che Norelli la pensa come Pesce, non riesco a fidarmi dei suoi risultati.

giovedì 4 dicembre 2014

Elaine Pagels sul più colossale furto d'identità di tutti i tempi

Traduco liberamente dal libro di Elaine Pagels, Revelations: Visions, Prophecy, and Politics in the Book of Revelation (2012, Viking Adult)
le parti che mi interessano perchè riguardano il rapporto tra l'autore dell'Apocalisse e il paolinismo (corsivo originale):


Giovanni di Patmos non cita mai il nome di Paolo - forse come vedremo, perché rimase scettico sull'insegnamento di Paolo e prese le distanze da coloro che l'accettarono. Giovanni dice che Gesù gli disse di mettere in guardia "i santi" di Efeso del fatto che, anche se Dio li ha chiamati ad essere una nazione santa, un "regno di sacerdoti" come Israele,  Satana sta lavorando attivamente con alcuni di loro. Giovanni dice che anche se la gente è stata imbrogliata da "cattivi" che essi venerano come profeti e apostoli, Gesù loda coloro che si rendono conto che alcuni aspiranti leader sono in realtà agenti di Satana: "Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova - quelli che si dicono apostoli e non lo sono - e li hai trovati bugiardi''.
...
Infatti, quando Giovanni accusa che certi profeti e maestri stanno incoraggiando il popolo di Dio a mangiare cibo "impuro", e a impegnarsi in matrimonio "impuro", sta toccando argomenti che erano scoppiati tra Paolo e i seguaci di Giacomo e Pietro circa quaranta anni prima, un argomento che Giovanni di Patmos continua con una seconda generazione di seguaci di Paolo.  Infatti quando ci chiediamo, chi sono i "cattivi" contro cui mette in guardia Giovanni? potremmo essere sorpresi dalla risposta. Quelli che Giovanni dice che Gesù "odia" assomigliano molto ai seguaci gentili di Gesù convertiti attraverso l'insegnamento di Paolo. Molti commentatori hanno fatto notare che, quando facciamo un passo indietro dalla retorica arrabbiata di Giovanni, possiamo vedere che le pratiche che Giovanni così tanto denuncia sono quelle che Paolo aveva raccomandato. Da quando Paolo aveva predicato come "apostolo delle genti", intorno al 50-66 EC nelle città in tutta l'Asia Minore, in Grecia, e in Siria, lui e i suoi seguaci avevano sostenuto pratiche molto diverse da Giovanni. Quando i convertiti nella città greca di Corinto avevano chiesto a Paolo riguardo alle carni offerte in sacrificio nei templi pagani, per esempio, Paolo scrisse che, poiché "noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo", mangiare carne sacrificale non poteva fare alcun danno. Forse come un ripensamento, aggiunse che l'unico danno possibile potrebbe essere quello di offendere "i deboli", cioè, le persone che non capiscono che le divinità pagane non esistono e quindi considerano tale carne come "impura" - apparentemente comprendendo i rigorosi ebrei osservanti come Giovanni. Cosa circa i rapporti sessuali "impuri", come i matrimoni tra credenti e stranieri? Quando i convertiti di Paolo avevano sollevato la questione, lui consigliò loro di non chiedere il divorzio, in quanto Gesù l'aveva proibito, aggiungendo che tali matrimoni potrebbero beneficiare i partner infedeli, forse anche attirare mariti pagani. Poiché i gruppi a cui Paolo si rivolgeva erano costituiti principalmente da gentili, ebrei rigorosamente osservanti come Giovanni avrebbero potuto dedurre che sanciva i matrimoni misti, che alcuni di loro chiamavano "impurità". I profeti che Giovanni chiama in tono derisorio con i nomi biblici dei disprezzati stranieri gentili - Balaam e Gezebele -, sono probabilmente gentili convertiti all'insegnamento di Paolo. Quel che apparentemente sconvolse Giovanni di Patmos, allora, è che 40 anni dopo la morte di Paolo, egli aveva ancora sentito parlare di quelli che chiamava "falsi profeti" che davano consigli che suonavano sospettosamente simili a quelli di Paolo - dire ai seguaci di Gesù che non importa se hanno mangiato carne sacrificale o si sono impegnati in matrimoni misti. E anche se in realtà Paolo ha diretto questo rilassato insegnamento sull'osservanza della Torah principalmente verso gentili convertiti, le sue lettere mostrano che intense - a volte amare - controversie in materia avevano diviso i seguaci di Gesù fin dall'inizio.
...
Come vide Giovanni, i convertiti di Paolo non erano come i pagani che gli ebrei avevano chiamato "coloro che mostrano timor di Dio" e che avevano a lungo cercato di unirsi a loro per adorare il loro Dio. Quei gentili vecchio stile avevano saputo stare al loro posto, mantenendo una rispettosa distanza da quelli nati ebrei, in quanto si sono resi conto che ottenere l'accesso completo alla comunità ebraica richiederebbe loro di cambiare il loro intero modo di vita. Gli uomini avrebbero dovuto subire un intervento chirurgico per diventare circoncisi; entrambi gli uomini e le donne avrebbero dovuto adottare pratiche sessuali, sociali, e alimentari che li avrebbero separati dalle loro ex famiglie e amici prima di poter beneficiare di unirsi al popolo santo di Dio. Per contro, alcuni dei convertiti di Paolo dicevano che, dopo essere stati "battezzati in Gesù Cristo,"  erano buoni come quelli nati ebrei, forse anche meglio. Giovanni, che vede il privilegio di Israele legato all'obbligo di rimanere "santo", è adirato del fatto che dicono di appartenere a Israele, ignorando ciò che richiede la Torah. Per giustificare tale negligenza, questi "aspiranti ebrei" invocano l'autorità del famoso - oppure, Giovanni potrebbe aver pensato, famigerato - missionario Paolo, auto-professatosi "apostolo delle genti".

Sdoganando ufficialmente l'ovvio, ovvero l'evidente insanabile contrasto tra Paolo e i veri giudeocristiani (non quelli sedicenti tali che scrissero il protocattolico vangelo di Matteo), merito della Pagels è di dare con le sue parole preziosa conferma  alle seguenti parole del formidabile Roger Parvus, dal momento che  approfondisce, invece di eliminare, l'ostilità venutasi a creare tra Paolo e i Pilastri dopo l'incidente pretestuoso di Antiochia per provocare lo scisma dei seguaci del primo dalla comunità dei secondi a Gerusalemme.


Ho il sospetto che ciò che l'autore dell'Apocalisse vedeva come persecuzione era diverso da ciò che Paolo intende con quella parola. Per l'Apocalisse, la persecuzione era qualcosa di essenzialmente fisico e vi era lo Stato dietro la persecuzione. Ho il forte sospetto che ciò non era il caso per Paolo,In Galati 5:11 l'Apostolo dice: "Ma se io, fratelli, predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? In tal caso l'ostacolo della croce sarebbe rimosso."

Qui vede la sua "persecuzione", come in qualche modo causata dal suo rifiuto di predicare mai più la circoncisione. E lui collega questo con la "pietra d'inciampo della croce." Nel contesto di Galati, sembra che la persecuzione di cui sta parlando è opposizione da parte dei giudei cristiani che stavano mandando in rovina il suo lavoro in Galazia. Essi stavano mentendo su di lui e deviando il suo gregge lontano dal suo vangelo di Cristo crocifisso in quello che era osservante-della-Legge.

In 1 Corinzi 4:10-13 e 16 c'è questo:


Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
... Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!


Qui "perseguitati" si trova con "insultati" da un lato e con "calunniati" dall'altro. L'Apostolo si considera l'oggetto di insulti e menzogne. Così appare di nuovo che la persecuzione era verbale. Se Paolo, come sospetto, era Simone di Samaria, la gente poteva andar dicendo che era un megalomane, o un pazzo, o un imbroglione, o un nemico della vera chiesa. Ma non vi è alcuna indicazione che lo Stato fosse quello che gli stava procurando questo. In Corinzi la persecuzione sembra essergli venuta da ebrei cristiani legati alla chiesa di Gerusalemme.
In 2 Corinzi 4:8-11 abbiamo questo: Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte del Signore Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Infatti noi che viviamo siamo sempre liberati dalla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale.

Qui la persecuzione viene immediatamente circondata da sofferenza che è mentale ("perplessi") da un lato e, eventualmente, fisica ("colpiti, ma non uccisi") dall'altro. Ma non vi è ancora neppure alcuna indicazione che l'autorità civile vi sia dietro. Quindi potrebbe essere che per l'Apostolo, la persecuzione è qualcuno o qualcosa che si oppone a lui o al suo vangelo. Corollario all'opposizione è quello che vede come il prendere la croce di Gesù, vale a dire, "che porta nel nostro corpo il morire del Signore Gesù ... sempre per essere consegnati alla morte a causa di Gesù '." Lui e i suoi seguaci non avevano alcun'aspettativa che lo Stato potesse desiderare di crocifiggerli letteralmente.

In breve: la persecuzione degli ebrei cristiani in Giudea potrebbe essere stata diversa da quella delle chiese paoline. In effetti, gli ebrei cristiani possono essere stati i principali persecutori di Paolo e dei suoi seguaci.

E, come la vedo io, se proto-Marco era Simoniano, il tipo di persecuzione che il Gesù di Marco preparava per i suoi seguaci era persecuzione da ebrei e dagli ebrei cristiani. Ciò ha ricevuto una modifica quando proto-Marco è stato trasformato in Marco canonico da un interpolatore proto-ortodosso. Ho il sospetto che il passaggio è stato in gran parte realizzato con l'inserimento del materiale di Giovanni il Battista in esso, tra cui la grande profezia nel suo 13° capitolo. Se la profezia era originariamente emessa da un uomo che fu "un profeta e più che un profeta", la persecuzione di cui parla è fisica ed è proveniente dallo Stato e dagli ebrei che hanno collaborato con esso.

È praticamente impossibile per i folli apologeti cristiani smentire la concreta possibilità che quello così vividamente descritto da Parvus fosse stato esattamente il caso.

Continua Pagels:


Peggio ancora, dal punto di vista di Giovanni, è che invece di rispettare la priorità di Israele, questi nuovi arrivati parlano di sé stessi - e dei gentili di ogni genere -, come se fossero essi stessi ebrei, reclamando sia il nome di Israele sia le sue prerogative. Giovanni sembra avere queste persone in mente quando dice che Gesù gli ha detto di dire al suo popolo di Filadelfia che "coloro che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma mentono," non sono nient'altro che una "sinagoga di Satana".  Giovanni aggiunge che Gesù assicura i suoi veri seguaci di Smirne di conoscere  che calunnie questa gente sta lanciando loro: "conosco la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana."  ma, alcuni lettori potrebbero chiedere, quando Giovanni attacca la "sinagoga di Satana", non sta parlando di ebrei reali, cioè, dei membri di sinagoghe locali che sono ostili ai cristiani? Quando avverte "coloro che dicono di essere Giudei e non lo sono," non voleva dire il contrario di quello che dice, che in realtà sono ebrei, ma ebrei che non meritano di essere chiamati con quel nome? Molti - forse la maggior parte - studiosi accettarono questa distorta  interpretazione in passato, dal momento che solo questa lettura poteva andare bene a quello che la maggior parte di loro prendeva per scontato e cioè che Giovanni, anche se probabilmente ebreo di nascita, era diventato cristiano al momento in cui scrisse questo libro. Molti hanno anche assunto ciò che un ben informato studioso ha recentemente ripetuto: che "l'ebraismo e il cristianesimo probabilmente sono stati separati da questo momento," che è circa il 90 EC. Gli studiosi cristiani hanno a lungo dato per scontato il luogo comune - il più delle volte non detto - presupposto a priori che "l'ebraismo", come un'entità viente, perdurante, e potente tradizione, effettivamente giunse ad una fine attorno al 70 CE, quando il Tempio di Gerusalemme fu distrutto. Poiché i cristiani tendono a pensare che l'ebraismo era solo una preparazione per il cristianesimo, molti erano soliti datare l'inizio di quello che chiamavano "l'Era Cristiana" dalla distruzione del tempio. L'influente studioso David Aune, che ha scritto tre volumi enormemente dotti come commento al Libro dell'Apocalisse, è consapevole che il linguaggio e i temi di Giovanni indicano che egli è ebreo, eppure lo considera innegabilmente cristiano.
Aune tenta di risolvere l'apparente contraddizione osservando che la vita di Giovanni attraversò quest'apparente transizione. Così egli suggerisce che Giovanni era "un profeta ebraico-cristiano che si era mosso dal giudaismo al cristianesimo a un certo punto della sua carriera."  Oggi, tuttavia, alcuni studiosi mettono in discussione ipotesi come queste, che sporgono nella biografia di Giovanni ciò che molti cristiani avrebbero più tardi immaginato come il corso divinamente guidato della storia, che si figurano "progredire", (come Aune dice che lo stesso Giovanni "progredì") dall'ebraismo al cristianesimo. Ma una volta che facciamo un passo indietro da questa interpretazione per riflettere sul fatto che Giovanni stava scrivendo nel primo secolo - prima dell'invenzione del "cristianesimo", per così dire - possiamo vedere che ciò che scrive non supporta questa visione. Giovanni si vede non solo come un Ebreo, ma considera l'essere ebreo come un onore che coloro che non rispettano il patto di Dio - soprattutto i non-ebrei - non meritano. Infatti, se Giovanni conosce il termine "cristiano", egli non lo menziona mai, tanto meno lo applica a se stesso. Invece, come abbiamo visto, Giovanni, come Pietro, Giacomo, e praticamente tutti i primi seguaci di Gesù, del resto, sempre vede se stesso come un Ebreo che riconosce Gesù come Messia di Israele - non qualcuno che si è convertito ad una nuova "religione''.
...
Ma, potremmo chiederci, si sarebbe Giovanni pronunciato così aspramente - o dire che Gesù l'avesse fatto al suo posto -, sui convertiti al "vangelo" di Paolo da poter chiamare alcuni di loro una "sinagoga di Satana"? Molti dei lettori di Giovanni trovano questo difficile da immaginare. In primo luogo, molti cristiani oggi pensano dell'insegnamento di Paolo semplicemente come ciò che il cristianesimo è. Molti ritengono inoltre che, poiché Paolo e Giovanni sono entrambi seguaci di Gesù, essi sicuramente sarebbero stati d'accordo l'un con l'altro. E molti hanno accettato il racconto di Luca, il che suggerisce che anche se Giacomo e Pietro avessero trovato il messaggio di Paolo sorprendentemente radicale,  avrebbero in effetti concordato sul rifiuto oppure, almeno, sull'accettazione della sua predicazione ai non ebrei. Eppure, anche se Luca muta la storia come fa nel libro degli Atti, dice che il consiglio apostolico guidato da Pietro e Giacomo aveva concluso che i convertiti gentili dovevano osservare almeno alcune linee guida tradizionali - per esempio, dovevano mangiare solo carne macellata in un modo tradizionalmente ebraico ed "evitare la fornicazione."
Paolo stesso non aveva posto nessuna di tali condizioni, scrivendo invece ai suoi seguaci a Roma che i gentili potevano essere "innestati nel"  popolo di Dio semplicemente professando la fede in Gesù e ricevendo il battesimo. Allora Paolo incoraggiò realmente i convertiti gentili a pensare a se stessi come ebrei, come suggerisce Giovanni, o addirittura meglio degli ebrei? Quasi certamente no. Al contrario, le sue lettere mostrano che spesso avvertiva i gentili di non "vantarsi".  Ma il fatto che doveva ripetere questo avvertimento così spesso mostra che trovava molti gentili che si vantavano di essere superiori agli ebrei. Frustrato come era con loro, Paolo potrebbe aver capito che le sue parole avevano incoraggiato i gentili a pensare a se stessi come, spiritualmente parlando, i veri ebrei. Nella sua Lettera ampiamente diffusa ai Romani, per esempio, Paolo aveva scritto che
una persona non è un Ebreo che è tale all'esterno, né è la vera circoncisione qualcosa di esterno e fisico. Piuttosto, una persona è un Ebreo che è interiormente e la circoncisione è una questione del cuore - spirituale, non letterale. Tale persona riceve lode non dagli esseri umani, ma da Dio.
Molto di ciò che Paolo scrisse, infatti, poteva essere letto - ed è da allora stato letto - a significare che Dio aveva diseredato il popolo ebraico in favore dei credenti gentili, che Paolo chiama l'"Israele spirituale", a differenza di coloro che egli chiama "il mio gruppo di affini secondo la carne, che sono Israeliti,"  che appartengono "a Israele secondo la carne".
Nella sua lettera ai Romani, Paolo scrive che "non tutti coloro che sono da Israele sono Israele; Non tutti coloro che sono il seme di Abramo sono i suoi figli" dal momento che "non sono i figli della carne quelli che sono figli di Dio, ma i figli della promessa.''  Scrivendo ai credenti gentili della Galazia, Paolo li rassicura che, anche se non sono nati ebrei, ora che "siete di Cristo, siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa" -  figli di Abramo "nati secondo lo spirito ... come Isacco." Paolo conclude questa lettera benedicendo tutti coloro che appartengono all'"Israele spirituale", che egli chiama "l'Israele di Dio." Al tempo in cui Giovanni di Patmos viaggiò in Asia Minore, allora, egli trovò molti seguaci di Paolo che apparentemente davano per scontato che anche i gruppi costituiti in gran parte da convertiti gentili erano ora diventati, in effetti, Israele. Non c'è da stupirsi, quindi, che quando Giovanni sentì parlare di queste persone che "dicono di essere ebrei, e non sono, ma mentono," trovò oltraggiose le loro pretese.  Anche se non nega il loro rapporto con Gesù, suggerisce derisoriamente che appartengono alla "sinagoga di Satana" e anela al giorno in cui Gesù tornerà per punirli. Infatti Giovanni rassicura coloro che realmente sono ebrei che Gesù ha promesso che al suo ritorno,
''Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana - di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono -: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato.''
Deluso com'era da tali persone, Giovanni difficilmente avrebbe potuto immaginare quello che egli poteva aver visto come il più grande furto di identità di tutti i tempi: che alla fine i credenti gentili non solo avrebbero chiamato sé stessi Israele, ma avrebbero anche preteso di essere gli unici eredi legittimi dell'eredità del popolo eletto di Dio. Né Giovanni previde che il "vangelo" di Paolo, che aveva adattato il messaggio di Gesù ai Gentili, avrebbe presto fatto traboccare il movimento per creare, in effetti, una nuova religione.
...
Quando Giovanni sente di alcune persone ancora in vita che si stanno promuovendo come "apostoli" di Efeso, lui risponde con allarme. Si congratula con i seguaci di Gesù  a Efeso per averli incontrati con sospetto, testandoli prima, respingendoli poi come bugiardi e "cattivi": Conosco che tu non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova - quelli che si dicono apostoli e non lo sono - e li hai trovati bugiardi. Giovanni potrebbe aver sospettato che tali aspiranti apostoli stavano giungendo da circoli paolini, dove credenti chiamati apostoli spesso presiedevano, cercando di penetrare gruppi affermati e di guadagnarli alla loro causa.

Sulla natura non cristiana ma ebraica dell'Apocalisse si era già espresso l'accademico John W. Marshall (qui la mia recensione).

Infine la studiosa Elaine Pagels si chiede:


Le rivelazioni di chi, allora, sono genuine - quelle di Paolo o quelle di Giovanni di Patmos? Il futuro del movimento si volgerà a questa domanda - o, più precisamente, su chi si sarebbe fatto accettare come "canonico". Come vedremo, 200 anni più tardi, i leader cristiani influenti scelsero entrambi e li ficcarono nello stesso canone del Nuovo Testamento.

Di nuovo e ancora di nuovo, dunque, si riconferma il ruolo storico del proto-cattolicesimo nella sua proverbiale Reductio ad Unum degli opposti inconciliabili, nel caso specifico: Paolo e l'autore dell'Apocalisse.


"Il cattolicesimo ... cerca di afferrare tutti i gettoni da poker sul tavolo, sbatte tutti fuori dal gioco, e poi pretende  che non sono mai stati lì fino a che il gioco era effettivamente finito. È solo una ridicola, ovvia storia revisionista. "
- Robert M. Price


Aver trasformato illegittimamente un testo di un'altra cultura e di una setta diversa dalla propria in una sorta di Malleus Maleficarum ad uso e consumo della Chiesa Cattolica in ogni occasione contro qualunque genere di eretici ed infedeli costituisce certamente il più grande crimine di origine del protocattolicesimo. E quel crimine continua ancor oggi, ogni volta che un cristiano si appella all'Apocalisse per tuonare contro i segni dei tempi in preda al suo delirio più apologetico.

L'aspetto davvero più importante che devo a questo libro di Elaine Pagels è la sua acuta realizzazione delle gigantesche proporzioni della strumentalizzazione protocattolica dell'Apocalisse, all'incombere del nascente potere politico ecclesiastico ed in soccorso della sua sempre più violenta scomunica e condanna estesa indiscriminatamente a tutti i nemici della Chiesa, che siano pagani, ebrei, gnostici, marcioniti o i seguaci di qualsiasi altra forma di cristianesimo col solo torto di essere considerata eretica dalla Grande Chiesa.
Davvero impressionante come Pagels spiega il processo mediante cui Babilonia divenne il simbolo di tutti gli eretici una volta che Costantino unificò la chiesa a seguito della sua ''conversione'' propagandata con tanto di folle apologeta al guinzaglio (Eusebio di Cesarea). La Bestia era stata usata da allora per esporre gli eretici con lo stesso Marchio e lo stesso Numero e lo stesso Trionfo che l'autore originario dell'Apocalisse aveva invece inteso allegoricamente per l'imperatore romano. Il folle apologeta Atanasio figura ancor più stronzo e bastardo di qualunque altro folle apologeta cristiano, dal momento che l'accettazione dell'Apocalisse nel canone cattolico da parte sua aveva fino ad allora trovato una veemente opposizione pure da un falsario per eccellenza come Eusebio (che interpolò tutto il Testimonium Flavianum nell'opera di Giuseppe Flavio).

Se questo è l'esempio classico per antonomasia del procedimento mediante cui fu attuata l'invenzione della ''Traditio'' ad opera del cattolicesimo nascente, e cioè cooptando tradizioni rivali per coprire sotto il proprio ombrello il maggior numero di hoi polloi allo scopo poi di brandirle contro i propri avversari di turno, allora chi mi impedisce di parlare di ovvia, perdurante e addirittura disonesta auto-invenzione del cristianesimo?

Chi crederà veramente ad una religione così esplicitamente fabbricata dall'inizio alla fine? Solo i dementi folli apologeti cristiani riusciranno a escogitare ''scuse'' e vie di fuga pur di continuare a proclamarsi ''razionali'' pure di fronte ad indegnità del genere, non da ultimo continuando a difendere la propria edulcorata Traditio precisamente al modo tipico di un Eusebio e di un Atanasio, ovvero mediante la medesima, perenne falsificazione della Storia, mentendo e diffamando nel nome di ''Gesù''.

domenica 23 novembre 2014

Sul solo testo ebraico di tutto il Nuovo Testamento: l'Apocalisse





Il titolo vuol essere volutamente provocatorio, ma coglie bene l'idea che voglio esprimere in questo post. Io so benissimo che Paolo ''disse'' di essere un fariseo, che Marco non è un vangelo anti-ebraico, che Matteo sarebbe ''giudeocristiano'', che Luca-Atti intendeva presentare ''continuità'' con l'ebraismo, che infine il protocattolicesimo ''derivò'' dall'ebraismo...

Ma è davvero così? Così può essere solo se smercifico a basso prezzo il concetto di ebraicità di un testo al punto da ritenere ebreo ogni testo cristiano per il solo fatto che si richiama alle Scritture sacre dell'Antico Testamento.

Ma come posso veramente ritenere un ebreo l'autore del vangelo di Matteo - il vangelo considerato più ''giudeocristiano'' di tutti - quando, nonostante tutto il suo dichiarato amore e utilizzo delle Sacre Scritture ebraiche, non è mai riuscito a spiegarmi perchè ha abbandonato del tutto le pratiche ebraiche? Ma al contrario tradisce da tutti i pori il desiderio di convergere a sempre più indipendenza dall'ebraismo, perfino quando vuole dichiararsi indipendente all'interno di esso?

Come posso ritenere l'uomo chiamato Paolo un ebreo quando dichiarava esplicitamente che a dare a Mosè la Legge furono angeli inferiori, non Dio, e che per giunta quelli angeli inferiori non erano affatto buoni, ma erano i famigerati demoniaci
τά στοιχεία του κόσµου? Un vero ebreo si sarebbe spinto così audacemente in territorio ''eretico'' al di là del rispetto della Torah che accomunava e accomuna tuttora da che mondo e mondo ogni ebreo del globo? E non sto neppure ricordando, per puro amore di discussione con un decadente consensus, il mero sospetto che insinua dubbi sulla vera fedeltà dell'uomo chiamato Paolo allo stesso dio dei giudei...

Ma in realtà, se davvero trascuriamo le lettere di Paolo e qualche altra epistola del I secolo, se davvero il prof Markus Vinzent riuscirà a convincermi definitivamente che tutti i quattro vangeli canonici non sono del I secolo ma furono scritti nel II secolo in risposta a Marcione e al suo Vangelo, allora i loro autori di ebraico potrebbero avere solo un generico rispetto per le Scritture ebraiche e la morale ebraica, potrebbero pure avere genitori ebrei ed essere nati in quel di Israele, ma chiaramente non potrò considerarli veramente ebrei senza far torto a chi Ebreo lo è veramente nel sangue e nello spirito. Nel presente come nel passato come nel futuro.


Quando una religione come quella ebraica coincide così tanto con l'appartenenza etnica ad un popolo, ogni tentativo di dichiararsi partecipe e/o continuatore di quella gelosa esclusività etnica non può che essere interessata, e dunque tradire una sottile volontà politica di cooptazione. E i protocattolici erano maestri in questo. La loro Reductio ad Judaeum - espressione col quale indico la loro apparente infatuazione pubblicitaria per l'ebraismo - celava in realtà da sempre, come tuttora, una spregevole e ideologica Reductio ad Unum. Il mito dell'unica, ''legittima'' origine: Gesù detto Cristo.

E questa loro mossa dettata da ragioni ideologiche, perchè l'amore per la verità trionfi, deve meritare lo stesso disgusto e lo stesso scandalo che provocano alle nostre orecchie le sedicenti pretese di un Giustino Martire, il folle apologeta del II secolo:

La famosa affermazione di Giustino Martire che Socrate era un cristiano illumina il problema di chiamare la comunità dell'Apocalisse "cristiana". Giustino scrive: "Coloro che hanno vissuto ragionevolmente sono cristiani, anche se sono stati ritenuti atei, come tra i greci, Socrate, Eraclito, e uomini come loro" (Prima Apologia 46). Il problema è evidente. Il passo presenta un vicolo cieco, un'aporia, per l'interpretazione all'interno di una tradizione storico-critica, piuttosto che teologica: Socrate ed Eraclito non sono cristiani.
(John W. Marshall, Parables of War Reading John's Jewish Apocalypse, pag. 19, mia libera traduzione e mia enfasi)

Il libro le cui parole ho appena citato, Parables of War Reading John's Jewish Apocalypse, di John W. Marshall, dichiara senza mezzi termini quella allora che è un'ovvia verità, in un mondo dove niente è come appare:

Per metterla senza mezzi termini, io sostengo che l'Apocalisse è un documento ebraico e non cristiano.
(pag. 2, mia libera traduzione e mia enfasi)

Ci tiene subito dopo a non voler essere affatto contraddetto, pena il rischio di semplificazioni e travisamenti sempre in agguato:
Il mio argomento non è affatto qualcosa di simile a "tutti i cristianesimi prima del 70 CE devono essere intesi come giudaismi." Né sto derivando da una distinzione che vede in Giovanni un "Ebreo per nascita, Cristiano per fede" e quindi intende il suo documento etnicamente ebraico.
(pag. 5, mia libera traduzione)


E come effetto collaterale, viene a cadere l'aggettivo che così spesso si è abusato nei riguardi del vangelo di Matteo, per accomunarlo in qualche modo al testo dell'Apocalisse:
La categoria "giudeocristiano" .... funziona, come fa spesso, come marcatore di un cristianesimo derivato, come l'etichetta di un terreno torbido tra due alternative ben scolpite, come un ibrido che è improbabile esser in grado di riprodurre.
(pag. 7-8, mia libera traduzione e mia enfasi)


Ma qual è allora il problema?

Semplice. Il cosiddetto autore ''giudeocristiano'' del vangelo di Matteo aveva pronunciato quelle agghiaccianti parole:
E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli»
(Matteo 27:25)

...dove l'ironia implicita è che, pur rovesciando sul popolo ebraico la collera divina per il tentato deicidio dietro un'improbabile parvenza ebraica di facciata, comunque il sangue di Gesù sulla croce ha scopo espiatorio dal momento che salverà nominalmente, lavando paradossalmente i suoi peccati, di quel popolo minacciato nella sua stessa esistenza (con le guerre giudaiche del I e del II secolo) perchè reo di invocare su di sé la sua stessa distruzione, almeno le credenziali, preservandole nel Novus Israel che è la nascente chiesa proto-ortodossa. Come teologia della sostituzione, questa non può e non potrà mai essere considerata qualcosa di ebraico, qualcosa che un vero ebreo potrà mai rischiarare. Perchè si tratta della sottile negazione nichilistica della propria identità.  L'antigiudaica teologia della sostituzione, perciò, è l'essenza del proto-cattolicesimo.


Ecco invece quali sono le parole di un vero ebreo sicuro di essere tale senza nessun'obiezione di sorta:
Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – eppure sei ricco – e la bestemmia da parte di quelli che si dicono Giudei e non lo sono, ma sono sinagoga di Satana.
(Apocalisse 2:9)

Un vero ebreo non sente la necessità di rinnegare l'ebraicità di altri ebrei, se davvero quelli altri ebrei sono di diritto membri di Israele. Un vero ebreo, se impugna quelle parole, lo farà con fondato motivo: i suoi nemici non sono ebrei.

Eppure, a detta di un consensus che non è più tale, i suoi nemici sarebbero ''ebrei'':
.... una tendenza che continua per quasi diciassette secoli: tutto di nascosto, trasforma "quelli che si dicono giudei" in "i giudei che si dicono giudei e non lo sono''.
(pag. 13, mia libera traduzione e mia enfasi)

Il prof Marshall si riferisce al vizio diffuso di considerare cristiano l'autore del libro dell'Apocalisse.

Per Yarbro Collins, Cristo funziona qui come conditio sine qua non del cristianesimo nell'Apocalisse. Senza riferimenti a Cristo, non è cristiana; con i riferimenti, lo è.
(pag. 49, mia libera traduzione e mia enfasi)

Qual è la differenza, allora?
Gli studiosi sono pronti a dire che l'Apocalisse procede da una matrice ebraica; io sostengo che si muove all'interno di una matrice ebraica. La differenza è piena di significato.
(pag. 69, mia libera traduzione e mia enfasi)


Dunque siamo in presenza di un documento ebraico. Perciò quel documento dev'essere piuttosto antico:
L'interpretazione delle sette teste come sette re e la gematria di 666, però, puntano a Nerone e al mito di Nerone redivivis/redux, come la stessa Yarbro Collins riconosce (1984a: 59, 100). L'episodio dei due testimoni o profeti sottolinea anche il contesto della guerra giudaica. L'evidenza esterna, soprattutto la testimonianza di Ireneo, non è abbastanza affidabile per ribaltare questi indicatori. I risultati di queste indagini suggeriscono che l'Apocalisse è stato scritta nel 69 o 70 CE con echi risalenti al regno di Nerone che ha fissato la cornice della narrazione ("Ero a Patmos...") in quel tempo.
(pag. 89, mia libera traduzione e mia enfasi)

Saruman? No: l'autore dell'Apocalisse!

Ecco la vivida descrizione del Sitz im Leben di quei tempi drammatici:

...(1) all'interno della diaspora, durante la guerra in Giudea, ci sono stati vari modelli di rapporti tra ebrei e gentili, che vanno dall'indifferenza passando per la condanna congiunta dei ribelli alle rivolte contro gli ebrei della Diaspora; (2) i vari modelli di interazione implicano una serie di atteggiamenti e disposizioni da parte degli ebrei della diaspora, per esempio, l'assimilazione confortevole, distinzioni sofisticate tra gli ebrei, e la resistenza al grande complesso culturale greco-romano; (3) nella parte occidentale dell'Asia Minore, l'Apocalisse di Giovanni testimonia di un gruppo di ebrei che intraprendono un modello di resistenza al più ampio complesso culturale greco-romano.
(pag.98, mia libera traduzione e mia enfasi)


Si preferì la terza opzione: una resistenza non violenta, ma pur sempre riluttante ad ogni compromesso col nemico esterno, e perciò fatalmente condannata all'estinzione.
 
Nel caso dei passi sulla "sinagoga di Satana", suggerisco che l'asse di differenziazione lungo il quale Giovanni divide la sua comunità da quella dei suoi nemici non è fede in Gesù, ma disposizioni verso l'impero romano e il più vasto complesso culturale greco-romano, soprattutto per quanto riguarda il consumo di cibo offerto agli idoli. Nel caso dei testi sui "comandamenti di Dio",  rendo il semplice suggerimento che la frase ha tenuto tutto il suo significato comune (e polemico) nell'ebraismo del primo secolo e che il valore di un nuovo orientamento durante la lettura di questi testi è quello di riconoscere questo e, per di più, di capire le frasi "testimonianza di Gesù" e "la fede di Gesù" a sostegno di questa semplice comprensione dei "comandamenti di Dio."
(pag. 124, mia libera traduzione)


Dunque i nemici dell'autore dell'Apocalisse non sono gli ebrei che non credono in Gesù, ma sono ebrei che, credendo o meno a Gesù, hanno deciso di scendere a patti col regno di questo mondo, Roma.

La sua descrizione dei suoi nemici in termini di idolatria e come figure al di là del recinto del legittimo ebraismo chiarisce che gli avversari da lui caratterizzati come seguaci di Balaam, Gezebele, o Nicolaiti non sono definiti dall'essere ebrei, ma dalle loro relazioni con non-ebrei e con una pratica non-ebraica.
(pag. 130-131, mia libera traduzione e mia enfasi)
Non stupisce allora che il mondo fintamente ebraico condannato dall'autore ebreo dell'Apocalisse sembra molto simile allo stesso mondo dove trovò terreno fertile a suo tempo non solo il vangelo di Paolo, ma dove germogliarono anche, nel II secolo, il protocattolicesimo e lo gnosticismo cristiano.
 ...sembra che le preoccupazioni di Giovanni riguardo l'integrazione con la religione e la cultura greco-romana così come le sue preoccupazioni nell'utilizzo del termine "Ebreo" suggeriscono che il gruppo da lui opposto consiste di una fusione di pagani timorati di Dio ed ebrei comodamente ellenizzati che accolgono i timorati di Dio senza richiedere a sé o ai loro adepti una sostanziale (agli occhi di Giovanni) separazione dalla cultura greco-romana.
(pag. 134, mia libera traduzione e mia enfasi)

 

La parabola dell'Apocalisse non può che presentarsi pertanto nei tratti di una vera e propria parabola di guerra.
Interpreto la parabola di Apocalisse 12, quindi: Israele come entità celeste lavora per portare alla luce il Messia, e l'avversario di Israele si sforza di contrastare la venuta del Messia. Il Messia è nato e poi ripreso a Dio, mentre la donna lotta con il suo destino sulla terra sotto la protezione di Dio. Cioè, la venuta di Gesù funziona come un evento che inaugura il culmine della lotta tra il bene e il male. Questa lotta avviene sia tra le  potenze del cielo che tra i seguaci dell'agnello sulla terra, che conquistano attraverso il sangue dell'agnello (12.11).
...
Con la nascita e l'ascensione del Messia, Israele entra in un tempo provvisorio di persecuzione mista e protezione. Con la nascita e l'ascensione del Messia, il conflitto in cielo si risolve nel cielo dalla potenza dell'angelo Michele e deve solo essere elaborato sulla terra con la testimonianza costante dei seguaci del agnello.

(pag. 137-138, mia libera traduzione)


Ne deriva che l'Apocalisse è preziosa per sapere quali contrastanti sentimenti serpeggiavano intorno al 70 presso la Diaspora ebraica:
 Entrambi gli elementi del commento di Giovanni - sopportazione e rispetto dei comandamenti -, sono presenti nella descrizione dei 144.000. In primo luogo, i 144.000 non fanno altro che stare in piedi e cantare, cioè, sopportano la situazione specifica e la posizione dei guerrieri di Sion è anche importante alla luce della situazione dei difensori di Gerusalemme. Con diverse legioni romane che circondano la città, i suoi difensori potevano fare poco più che adorare Dio e sperare nell'aiuto divino. In secondo luogo, la caratterizzazione della condotta morale dei guerrieri (Apocalisse 14:4-5) specifica (ma di poco) cosa potrebbe significare l'osservanza dei comandamenti. In un certo modo, le testimonianze di Giovanni e Flavio Giuseppe concordano qui: la diaspora non ha fatto nulla per togliere l'assedio di Gerusalemme. La differenza è che Giovanni intende chiamare la sua comunità alla resistenza, alla fedeltà e all'obbedienza come mezzi attivi di partecipazione nella comunità delle creature di Dio come in cielo così sulla terra, mentre Flavio Giuseppe cercava di ritrarre una diaspora pacifica colma di un ragionevole disgusto per la ribellione.
(pag. 141, mia libera traduzione e mia enfasi)

Di nuovo e ancora di nuovo mi rendo conto di quanto fosse meramente propagandistica e pubblicitaria l'opera di Flavio Giuseppe, al confronto con le più sincere note dolenti ascoltate nell'Apocalisse:

Nel loro insieme, con le sue accuse che i suoi nemici sono una "sinagoga di Satana" (e la sua chiara polemica contro l'idolatria), l'affermazione di Giovanni che la sua comunità fa (e dovrebbe) obbedire ai comandamenti di Dio articola la sua preoccupazione per la loro condotta nel contesto della Guerra Giudaica. Essi devono allontanarsi dal più ampio complesso culturale greco-romano e attenersi alle pratiche specifiche derivanti dall'alleanza di Dio con il suo popolo. Si tratta di una nuova immagine della Diaspora ebraica durante la guerra giudaica - anche se non erano di alcuna rilevanza militare per gli atti di guerra, ne erano, in un certo senso, i sostenitori. L'invito di Giovanni a tener duro fra le nazioni smentisce l'omogeneità del disprezzo per la guerra che Giuseppe Flavio descrive nella diaspora.
(pag. 148, mia libera traduzione e mia enfasi)

L'autore dell'Apocalisse raggiungeva forse punte quasi di schizofrenia nel suo odio xenofobo e fondamentalista, ma non si può certo negare che era libero, principalmente libero di vendere quello che voleva come frutto della sua pretesa allucinazione spacciata per rivelazione divina, nonchè di fare quello che voleva col mito di Gesù (in questo non diverso dagli altri): 
In Apocalisse 11:1, Giovanni riceve il comando di misurare il tempio di Dio nella città santa. In Apocalisse 11:8, i due testimoni di Dio giacciono morti per la strada della grande città, che è spiritualmente chiamata Sodoma ed Egitto. Il mio scopo è quello di presentare la tesi che la città santa "è" Gerusalemme e la grande città "è" Roma, senza ricorrere a speculazioni su fonti poco associate. Inoltre, è mio compito sostenere l'ambiente storico di questa interpretazione all'interno della guerra giudaica.
...
Sulla base dell'impiego di Giovanni del termine "città" e la coerenza con cui le altre occorrenze del termine si modificano negativamente o positivamente per fare riferimento a Roma o Gerusalemme, non è non-problematico identificare la città santa e la grande città in Apocalisse 11 . Gli usi di primo-ordine delle designazioni "città santa" e "grande città" sono Gerusalemme e Roma, rispettivamente. Diverse ipotesi tradizionali, i quali mi sforzo di sovvertire, sottendono l'identificazione della città santa e della grande città in Apocalisse 11. La prima ipotesi, che ho contestato nel corso di questo studio, è che l'Apocalisse di Giovanni è un documento cristiano ed è quindi suscettibile di avere una visione negativa di Gerusalemme come quello che Apocalisse 11: 3-13 implica della ''grande città''. Non è necessario, a questo punto, entrare in una critica dettagliata della prima parte di questa vista. La seconda parte - l'ipotesi che un documento cristiano potrebbe liberamente denigrare Gerusalemme - è problematica, e secondaria ricerca, che non è direttamente interessata con l'Apocalisse di Giovanni, argomenta contro tale idea. Esaminando più specificamente l'Apocalisse di Giovanni, molti commentatori suggeriscono che l'autore valorizza una "celeste" o una "nuova" Gerusalemme ma svaluta una "terrena" o "vecchia" Gerusalemme. Qui, i commentatori spesso confondono distinzione e opposizione. Giovanni distingue tra i fenomeni celesti e terrestri, ma, allo stesso tempo, li intende analoghi. Così vede in Roma l'analogo terreno dell'entità cosmica Babilonia; nei santi per i quali egli scrive, l'analogo terrena dei santi che sono sotto l'altare del tempio celeste; nei figli della donna vestita di sole, l'analogo terrena dell'esercito di Michele che sconfigge il drago in cielo. In Gerusalemme - la Gerusalemme terrena, Giovanni vede l'analogo terreno della città celeste che considera i suoi compagni sulla terra già cittadini. Ci sono diversi modi di ritrarre il conflitto che è fondamentale per l'Apocalisse di Giovanni: Satana contro Dio, la bestia contro i santi, Roma contro Gerusalemme. È sempre un atto di scelta, di selezione, e anche di riduzione distillare un'opera letteraria e precisare cos'è in merito all'utilizzo personale di Giovanni, tuttavia, suggerisce che il conflitto di città, Roma /Babilonia contro Gerusalemme, è una prospettiva sull'Apocalisse a cui l'autore sembra desideroso di portarci. Così, è possibile e vantaggioso capire l'Apocalisse di Giovanni come una narrazione sul conflitto di due città: Gerusalemme e Roma. Il progetto persuasivodell'Apocalisse può essere inteso nel rivelare Roma - centro di  potere economico, politico, e rituale - negativa in tutti i sensi e nel sostituire l'orientamento a quel centro con l'orientamento alla Nuova Gerusalemme.  Formulata in termini più antropologici, la domanda in questione nell'Apocalisse di Giovanni è il rapporto del pubblico con la cultura romana/ellenistica dominante. Il progetto di Giovanni è quello di garantire che la relazione sia controculturale piuttosto che sottoculturale (con la promessa che il pubblico sarà la cultura dominante nell'eschaton, se mantengono la loro relazione controculturale). I suoi principali mezzi per realizzare questo è la metafora della città e della cittadinanza. La mia proposta è che Apocalisse 11:1-13 è da leggersi come una parabola sulla guerra giudaica posta in due scene: la prima è posta a Gerusalemme durante la guerra giudaica, la seconda a Roma, allo stesso tempo. In questa parabola della guerra, Giovanni ammette la terribile situazione di Gerusalemme, ma promette che la sua vulnerabilità è solo parziale e temporanea e offre una visione della distruzione di Roma come punizione per il suo rifiuto del messaggio di Dio e, più sorprendentemente, per la sua crocifissione di Gesù a Roma (intesa "spiritualmente"; si veda Apocalisse 11:8).

(pag. 163-165, mia libera traduzione e mia enfasi)

Con le mani così libere, l'autore dell'Apocalisse decise per la prima volta nella Storia di istanziare, seppure ancora in forma rozzamente allegorica (al pari della sua cristologia), la crocifissione dell'agnello Gesù sulla Terra. E quale luogo scelse come sede di un tale così nefando atto? ''Sodoma ed Egitto'', cioè: Roma.

 E i loro cadaveri giaceranno sulla piazza della grande città, che spiritualmente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il nostro Signore è stato crocifisso.
(Apocalisse 11:8)

La sua logica era la seguente, ed era impeccabile:

1) secondo il mito, il Gesù mitico doveva soffrire e morire nel luogo più malefico dell'intero universo, che non fosse l'Ade o Sheol dal quale non c'era via di ritorno.

2) per l'autore ebreo dell'Apocalisse, il luogo più malefico dell'universo è Roma,
''Sodoma ed Egitto''.

3) perciò: il Gesù mitico doveva soffrire e morire a Roma.

 
Tutto questo è straordinariamente atteso sotto l'ipotesi del Mito di Cristo.
Al contrario, è ''sorprendente'', come lo stesso storicista Marshall riconosce, che ciò accada sotto l'ipotesi della storicità. Ma ''sorprendente'', docet Richard Carrier e il suo oramai classico On the Historicity of Jesus, significa insolito, inatteso, inspiegabile, in una parola: improbabile. 
 
Il dr Carrier non fa il medesimo punto perchè pur di dialogare con un fasullo consensus ritiene l'Apocalisse del 95 EC, ma Marshall ha dimostrato efficacemente, a mio parere, che quel documento è molto più antico. Più antico certamente della Lettera agli Ebrei.


Ecco in sintesi la visione del prof Marshall:
Nel loro insieme, i quattro complessi di testo che ho discusso come parabole della guerra sostengono un programma completo di resistenza al complesso culturale greco-romano all'interno del quale la comunità di  di ebrei asiatici di Giovanni vivevano le loro vite. La sua accusa che coloro che mangiavano cibo offerto agli idoli erano "una sinagoga di Satana" costituisce la più dura condanna di integrazione culturale. La sua esortazione ripetuta a "osservare i comandamenti di Dio" ribadisce le basi per la condotta che ritiene adeguata e gli standard a cui vuole che aderisca il suo pubblico. È particolarmente degno di nota che mantenere "la testimonianza di Gesù" e "la fede di Gesù" ha molto senso in questo contesto; queste frasi supportano l'esortazione a osservare i comandamenti di Dio, e non vi è alcuna giustificazione per diluire il significato di "comandamenti" da quello che qualsiasi altro Ebreo del I secolo avrebbe capito. Questa accusa e questa esortazione sono parabole di Giovanni che istruiscono il suo pubblico a mantenere la loro purezza di fronte alle nazioni. Per quanto riguarda l'andamento della guerra in Giudea, Giovanni rappresenta, con le sue visioni dei 144.000 tratti dalle tribù d'Israele e  raccolte a Sion, una forza di guerrieri puri guidati dall'agnello. E nella parabola della città santa e della grande città, Giovanni promette che la distruzione che appare imminente su Gerusalemme sarà effettivamente realizzata su Roma. Anche se Giovanni intravede l'agnello e il Signore crocifisso come forze centrali nella risoluzione dei conflitti che affronta, egli parla in queste parabole come un Ebreo che si muove all'interno dell'ebraismo e completamente fedele all'ebraismo.
(pag. 172-173, mia libera traduzione e mia enfasi)


Anche se Vero Ebreo, l'autore dell'Apocalisse, lui , e lui solo, vero ''giudeocristiano'', cerca per quanto solo parzialmente, di rompere lui stesso la dura dicotomia ''noi''/''loro'', e lo fa in questo modo:
Il terzo punto importante dell'agenda di persuasione di Giovanni è forse il più peculiare: prevede una trasformazione del popolo di Dio, per mezzo di una massiccia infusione di gentili. Nell'ambito del programma narrativo dell'Apocalisse, questa trasformazione può essere intesa come il movimento tra le categorie antropologiche iniziali e finali. Le categorie di partenza sono (a) gli ebrei o Israele e (b) le tribù, lingue, popoli e nazioni. Le categorie finali sono (a) coloro che abitano nel cielo e (b) quelli che abitano sulla terra. Tra queste categorie iniziali e finali, quattro movimenti sono logicamente possibili:

Figura 1. Categorie e Trasformazioni dell'Apocalisse
Il primo e il quarto movimento ricevono una certa attenzione, ma non sono trattati come problemi. Gli ebrei si spostano, o più propriamente mantengono il loro status all'interno, nel popolo di Dio in virtù del loro patto di elezione con Dio e della loro partecipazione a tale patto; con questi mezzi, essi dimorano nel cielo. I gentili confermano il loro status di coloro che abitano sulla terra mediante la loro caratteristica (da molti punti di vista ebrei) empietà e immoralità, cioè, mediante idolatria, promiscuità sessuale, disonestà,  pratica della magia, omicidio, impurità (si veda Apocalisse 21:8). Il movimento interessante è l'ingresso dei gentili nel popolo di Dio, il popolo che vive in cielo; e il movimento assente è l'ingresso degli ebrei nelle persone che sperimentano la "seconda morte", le persone che vivono sulla terra.
(pag. 185-186, mia libera traduzione e mia enfasi)



E finalmente, il prof Marshall si rende conto dell'ampio ventaglio di possibilità e di implicazioni che la sua tesi si porta inevitabilmente seco: primo tra tutti la riconsiderazione del rapporto di Paolo con l'ebraismo.
Ecco la sua idea:
  La metafora di un espatriato può descrivere in modo appropriato Paolo:  è un Ebreo che vive al di fuori del del giudaismo per il bene dei Gentili e, in una prospettiva più lunga, per il bene degli ebrei. Giovanni, d'altra parte, vive all'interno del giudaismo, anche se è all'interno di un ebraismo della Diaspora, e si sforza di separare sé e la sua comunità dal complesso culturale più ampio greco-romano, convinto che i Gentili si uniranno in un tale ritiro.
(pag. 196, mia libera traduzione e mia enfasi)


Molto più evidente della presunta ebraicità di Paolo è la grande differenza rilevata dall'acuto studioso Roger Parvus in merito al responsabile delle persecuzioni rispettivamente per Paolo e per l'autore dell'Apocalisse. E sono sicuramente convinto che le parole di Parvus possiedono una grande verità al di là della sua tentata identificazione dell'uomo chiamato Paolo con Simone di Samaria:
Ho il sospetto che ciò che l'autore dell'Apocalisse vedeva come persecuzione era diverso da ciò che Paolo intende con quella parola. Per l'Apocalisse, la persecuzione era qualcosa di essenzialmente fisico e vi era lo Stato dietro la persecuzione. Ho il forte sospetto che ciò non era il caso per Paolo,
In Galati 5:11 l'Apostolo dice: "Ma se io, fratelli, predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? In tal caso l'ostacolo della croce sarebbe rimosso."

Qui vede la sua "persecuzione", come in qualche modo causata dal suo rifiuto di predicare mai più la circoncisione. E lui collega questo con la "pietra d'inciampo della croce." Nel contesto di Galati, sembra che la persecuzione di cui sta parlando è opposizione da parte dei giudei cristiani che stavano mandando in rovina il suo lavoro in Galazia. Essi stavano mentendo su di lui e deviando il suo gregge lontano dal suo vangelo di Cristo crocifisso in quello che era osservante-della-Legge.

In 1 Corinzi 4:10-13 e 16 c'è questo:


Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
... Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!


Qui "perseguitati" si trova con "insultati" da un lato e con "calunniati" dall'altro. L'Apostolo si considera l'oggetto di insulti e menzogne. Così appare di nuovo che la persecuzione era verbale. Se Paolo, come sospetto, era Simone di Samaria, la gente poteva andar dicendo che era un megalomane, o un pazzo, o un imbroglione, o un nemico della vera chiesa. Ma non vi è alcuna indicazione che lo Stato fosse quello che gli stava procurando questo. In Corinzi la persecuzione sembra essergli venuta da ebrei cristiani legati alla chiesa di Gerusalemme.
In 2 Corinzi 4:8-11 abbiamo questo: Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte del Signore Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Infatti noi che viviamo siamo sempre liberati dalla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale.

Qui la persecuzione viene immediatamente circondata da sofferenza che è mentale ("perplessi") da un lato e, eventualmente, fisica ("colpiti, ma non uccisi") dall'altro. Ma non vi è ancora neppure alcuna indicazione che l'autorità civile vi sia dietro. Quindi potrebbe essere che per l'Apostolo, la persecuzione è qualcuno o qualcosa che si oppone a lui o al suo vangelo. Corollario all'opposizione è quello che vede come il prendere la croce di Gesù, vale a dire, "che porta nel nostro corpo il morire del Signore Gesù ... sempre per essere consegnati alla morte a causa di Gesù '." Lui e i suoi seguaci non avevano alcun'aspettativa che lo Stato potesse desiderare di crocifiggerli letteralmente.

In breve: la persecuzione degli ebrei cristiani in Giudea potrebbe essere stata diversa da quella delle chiese paoline. In effetti, gli ebrei cristiani possono essere stati i principali persecutori di Paolo e dei suoi seguaci.

E, come la vedo io, se proto-Marco era Simoniano, il tipo di persecuzione che il Gesù di Marco preparava per i suoi seguaci era persecuzione da ebrei e dagli ebrei cristiani. Ciò ha ricevuto una modifica quando proto-Marco è stato trasformato in Marco canonico da un interpolatore proto-ortodosso. Ho il sospetto che il passaggio è stato in gran parte realizzato con l'inserimento del materiale di Giovanni il Battista in esso, tra cui la grande profezia nel suo 13° capitolo. Se la profezia era originariamente emessa da un uomo che fu "un profeta e più che un profeta", la persecuzione di cui parla è fisica ed è proveniente dallo Stato e dagli ebrei che hanno collaborato con esso.
Ma lasciando da parte Paolo, condannato a rimanere per sempre un enigma nel suo rapporto con l'ebraismo e soprattutto con il dio dei giudei, trovo più suggestive e più utili, a tutti gli scopi pratici, queste parole del prof Marshall:


In un certo modo, la semplice affermazione che l'Apocalisse di Giovanni è un documento ebraico fa poco per distinguerlo da, per esempio, il vangelo di Matteo, ma il compito di questo studio è stato proprio quello di prendere quella proposta e capire le sue implicazioni, con il risultato che i particolari contorni del giudaismo di Giovanni e il loro valore nell'illuminare alcuni dei passaggi più aporetici del documento diventano chiari. Argomentazioni accademiche sono state fatte per cui i vangeli di Matteo, Marco e Giovanni possono proficuamente essere intesi come documenti ebraici. Il mio compito è quello di differenziare l'ebraicità dell'Apocalisse da quello che potrebbe caratterizzare ciascuno di questi vangeli. Trovo tale differenza tra l'Apocalisse e il vangelo soprattutto nei loro diversi orizzonti del discorso o assi di solidarietà.
(pag. 197, mia libera traduzione e mia enfasi)


Qual è perciò la differenza che ai miei occhi rende solo (ipocritamente) di facciata l'ebraicità tanto ostentata dagli autori dei vangeli canonici rispetto alla genuina ebraicità dell'Apocalisse?
  La differenza decisiva tra i due documenti può essere la loro posizione relativa al risultato della guerra. L'autore del vangelo di Marco scrive dopo il fallimento della rivolta e intende che la guerra segnala la scomparsa delle strutture di base della pietà ebraica. Giovanni, d'altro canto, scrive prima della conclusione disastrosa della guerra, non impegna la strategia vista in Marco di differenziare tra i leader ebrei e il  popolo. L'identità di gruppo emergente che il vangelo di Marco nutre (anche se le aspettative escatologiche abbreviano la visione dell'autore del futuro di quella comunità) dipende in misura significativa sulla critica di e sulla differenziazione da (un'altra?) pietà e pratica ebraica e sulla comprensione della guerra giudaica e del suo esito come un giudizio di Dio a sostegno di tali critiche e differenziazione.
Il vangelo di Matteo, molto più del vangelo di Marco, è profondamente preoccupato per lo stato della sua comunità all'interno del giudaismo, anche se è sul punto di rifiutare l'ebraismo. Questa preoccupazione si traduce direttamente in una preoccupazione con lo status di Gesù nella tradizione ebraica. Naturalmente, queste preoccupazioni e questo approccio verso il precipizio del rifiuto possono essere provocati da un ripudio attivo da parte degli altri ebrei. Come suggerisce Wilson, "l'impressione costante del vangelo [di Matteo] è che i colpi sono stati scagliati dal lato opposto" (1995: 56; cfr Stanton 1991: 157). Anthony Saldarini sostiene che una sociologia della devianza è necessaria per capire la posizione della comunità di Matteo all'interno del giudaismo (Saldarini 1994; 1995). È importante, comunque, riconoscere che la comunità di Matteo sembra consapevole della propria marginalità, e che i suoi sforzi sono rivolti  a ritagliarsi un posto all'interno del giudaismo.
...
Con il vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli, il movimento al di fuori del giudaismo è ben definito. Piuttosto che cercare di guadagnare lo status di corretto ebraismo (come il vangelo di Matteo), Luca-Atti si sforza di presentare il cristianesimo come il legittimo successore dell'ebraismo. Nessuna delle varie prospettive che si evince dai vangeli - lotta contro un partito nell'ebraismo, competizione per essere il corretto ebraismo, rifiuto ossessivo degli "ebrei", e lotta per succedere all'ebraismo - descrivono utilmente la situazione dell'Apocalisse. Tenta di parlare dall'interno del giudaismo e sul tema della relazione con il mondo pagano. Non condivide le ansie dei vangeli con (ed entro) l'ebraismo.

(pag. 198-200, mia libera traduzione e mia enfasi)

Quelle stesse ''ansie dei vangeli'' che suonano ai miei occhi così sospette sui volti di veri ebrei. Se la sola forma legittima di continuità con l'ebraismo del 70 EC, DOPO LA DISTRUZIONE DEL TEMPIO, era il rabbinismo talmudico, allora non posso ritenere ''ebrei'' coloro che a quel rabbinismo talmudico si opposero violentemente ricorrendo alle più infamanti tra le accuse e venendo parimenti contraccambiato con altrettanto disprezzo. Al contrario, per tutto il tempo in cui Gerusalemme resistette e anche dopo, l'Apocalisse non fa distinzione alcuna all'interno dell'ebraismo, quasi che fosse esso IL Problema scomodo, e non piuttosto un mondo greco-romano dappertutto percepito come ostile e minaccioso alla sopravvivenza di Israele tutto.


  [Yarbro Collins] ... capisce l'Apocalisse di Giovanni come un ebraismo contro il giudaismo; cioè intende gran parte della sua energia diretta verso la denigrazione e la polemica intro-ebraica. La posizione che ho sostenuto intende invece che l'energia dell'Apocalisse di Giovanni dirige la sua energia e la sua polemica al di là del confine del giudaismo. Naturalmente, Giovanni vuole che altri ebrei si comportino e credano come lui, e, naturalmente, non avrebbe avuto problemi a trovare altri ebrei che non lo fanno. Tuttavia, la sua Apocalisse non è dedicata alla polemica contro di loro. Nella sua applicazione ad altri ebrei, allora, la frase "congregazione di Belial'' non è parallela alla "sinagoga di Satana". Invece di impostare l'Apocalisse di Giovanni contro gli ebraismi del suo tempo, mi sforzo di impostarlo al loro interno.
(pag. 200-201, mia libera traduzione e mia enfasi)


Laddove un autore protocattolico, che si chiami Marco, Matteo, Luca o Giovanni, mirerebbe per definizione a sentirsi a casa sua in tutta l'ecumene, in tutti gli angoli della terra - e possibilmente da padrone -,
  ...lo scrittore dell'Apocalisse ammonisce i suoi lettori a non sentirsi a casa in qualsiasi luogo della terra.
(pag. 202, mia libera traduzione)