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mercoledì 7 dicembre 2016

Sul Suono del Silenzio (IV)

ZELO: Febbre sacra spesso accompagnata da sconvolgimenti e crisi cerebrali, cui devoti e devote sono molto soggetti. È una malattia endemica e contagiosa con cui il cristianesimo ha gratificato il genere umano. Da diciotto secoli i cristiani possono lodarsi moltissimo per i vantaggi che traggono dalle crisi salutari che il figlio di Dio e il suo clero hanno causato sulla Terra e che, se Dio o i principi non intervenissero, durerebbero immancabilmente fino alla fine dei secoli.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Hieronymus Bosch. Trasporto della Croce, 1515. Poteva il volto di Gesù non figurare sul Velo della Veronica ?


I folli apologeti cristiani sono così propensi ad esaltare l'unicità “storica” di Gesù (che fu chiamato Cristo). A loro avviso, tutte le persone dovrebbero meravigliarsi, fermare le loro attività, aprire la mente con la fonte rivolta verso il “Gesù storico” e gli occhi scintillanti di curiosità e di brama di bellezza.

E perchè mai le persone dovrebbero farlo? Se i diversi episodi dei vangeli avessero avuto un significato risalente ad un preciso nucleo storico, se per esempio in essi si fossero depositati ricordi reali di un reale Gesù storico, che andavano solo decodificati in modo corretto, allora un'attenzione continua a quanto narrano i vangeli sarebbe inevitabile e comprensibile. Ma non è così: le diverse scene evangeliche non significano niente di storico, l'aspetto che assumono in qualsiasi momento si basa — ieri come oggi — esclusivamente sull'interpretazione che ogni lettore sarebbe capace di dare loro, a suo totale piacimento.
Quindi se i vangeli sono la prova dell'esistenza di qualcosa, è della mancanza di significato nella sua forma più pura e perfetta.

La realtà è piena di destini terribili, e uno dei peggiori è quello che attende i cristiani di oggi (e sempre più di domani): la trasformazione del loro venerato e adorato “Gesù di Nazaret” in un manichino, un burattino o una marionetta. A questo punto i cristiani entrano di fatto in un mondo che essi pensavano fosse solo una remota, raccapricciante possibilità ben lontana dal realizzarsi: un mondo dove Gesù (che fu chiamato Cristo) non è mai esistito nel passato reale. Quanto è spiacevole
— per i cristiani — scoprire che questa possibilità del reale che, nella peggiore delle ipotesi, pensavano fosse solo un simbolo del maligno e dell'Anticristo (così 2 Giovanni 1:7: State in guardia dai falsi maestri (se ne sono presentati tanti), parlo di quelli che non credono che Gesù Cristo venne sulla terra come essere umano, con un corpo come il nostro. Qualsiasi persona così è l'ingannatore e l'anticristo.”) è in realtà non solo plausibile, ma addirittura probabile. I cristiani credono che Gesù (che fu chiamato Cristo) è sicuramente esistito nel passato reale. E che perciò i miticisti sono in grave torto nell'affermare il contrario. Sarebbe un fato troppo orribile se avessero davvero confuso — come sostengono i miticisti — un arcangelo celeste mai sceso sulla terra (il “Gesù Cristo” di Paolo l'apostolo) per un profeta ebreo itinerante vissuto “sotto Ponzio Pilato”. Sarebbe certamente più orribile scoprire che questa confusione è la realtà — che Gesù di Nazaret non è affatto vissuto nel passato reale, se non come personaggio di fantasia. E che la fede cristiana è radicata su una finzione.

Presento la quarta parte dei 200 mancati riferimenti al Gesù storico nelle epistole di Paolo. L'autore è Earl Doherty e la sua analisi in lingua originale si trova a questo indirizzo.

GALATI, EFESINI, FILIPPESI, COLOSSESI

Galati


64. - Galati 1:11-12
    11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo; 12 infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. [NASB]

Niente poteva essere dichiarato più chiaramente. Paolo è giunto alla sua conoscenza e dottrina del Cristo da lui predicato mediante una rivelazione personale. Egli nega di aver ricevuto qualcosa da altri uomini, per insegnamento, o per passata tradizione apostolica. Abbiamo il diritto, quindi, a considerare il vangelo da lui enunciato in 1 Corinzi 15:3-4, al pari delle informazioni che dà ai Corinzi circa la Cena del Signore in 1 Corinzi 11:23f, come un prodotto di rivelazione, e non una tradizione ricevuta da altri. (Egli usa lo stesso verbo, paralambano, in tutti e tre i contesti.) Questa conclusione è ben sostenuto nel mio Articolo Complementare Numero 6: La Fonte del Vangelo di Paolo.

Paolo considera, ovviamente, che la rivelazione che ha ricevuto da Dio è più valida e importante di qualsiasi altra cosa che altri uomini avrebbero potuto insegnargli. Ma è concepibile che poteva così allegramente denigrare e rifiutare il valore di tutto ciò che gli apostoli che avevano accompagnato Gesù nella sua predicazione terrena potevano aver da offrire? In effetti, non otteniamo mai un indizio che Paolo derivò qualche informazione su Gesù dagli apostoli di Gerusalemme. Questo ignorare la tradizione orale degli uomini che avevano conosciuto e ascoltato Gesù stesso avrebbe provocato una critica giustificabile, non solo dagli stessi apostoli di Gerusalemme, ma da altri predicatori cristiani nel campo, e Paolo sarebbe stato costretto a rispondere a quella critica. Un qualche indizio di quella critica e della sua ragion d'essere sarebbe affiorato nelle sue lettere, quando lui discute il valore e la validità del suo apostolato e vangelo. Nessun indizio appare.

In una tale assenza, possiamo vedere il punto di Paolo qui. L'apostolo superiore è colui che è benedetto da una diretta rivelazione da Dio. Altri avrebbero potuto insegnare Cristo, ma si affidavano ad un apprendimento su di lui da parte di quelli che godevano di un accesso privilegiato al canale di rivelazione divina.

Dovremmo balzare in piedi dalla meraviglia per questo quadro dell'apostolo leader del periodo che definisce appassionatamente la più alta misura di affidabilità e autenticità per il vangelo di un predicatore cristiano: non che avesse le sue radici nelle cose che Gesù aveva fatto e insegnato sulla terra, non nella personale delega di autorità da Gesù durante la sua predicazione, non tramite qualche canale apostolico, che risalisse ad una genesi nella vita stessa del Signore, ma mediante una rivelazione divina, lo spirito di Dio elargito singolarmente su profeti cristiani prescelti! Sorprendentemente, Paolo  sta riconoscendo che nessun vangelo di Gesù risale a Gesù. Egli non sta concedendo alcun primato ad ogni vangelo detenuto da coloro che avessero visto, ascoltato e seguito il Signore mentre era sulla terra, nessuna superiorità ad ogni apostolo che fosse stato nominato da Gesù stesso. In entrambi i casi o Paolo era colpevole della più suprema arroganza, oppure tali concetti semplicemente non esistevano per lui.


65. - Galati 1:13
 Avete infatti udito quale fu un tempo la mia condotta nel giudaismo, come perseguitavo con grande ferocia la chiesa di Dio e la devastavo. [NEB]

Una chiesa fondata dai seguaci del Gesù terreno, che aveva personalmente scelto loro come apostoli e li aveva inviati ad insegnare a tutte le nazioni—eppure Paolo la chiama “la Chiesa di Dio? D'altra parte, se la chiesa si fosse formata a seguito della rivelazione di Dio per mezzo dello Spirito (come Paolo e altri scrittori di epistole dicono più volte), con Gesù mero contenuto di quella rivelazione, il termine è perfettamente adatto.

66. - Galati 2:6
Ma quelli che godono di particolare stima [oppure, che sembrano essere importanti] (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m'imposero nulla;  [NEB]

Qui Paolo scredita l'importanza di Pietro e degli altri apostoli di Gerusalemme in quanto né di alcun interesse per lui, né per Dio per quella materia. Come poteva Paolo, per quanto si ritenesse importante, respingere con questo disprezzo gli stessi apostoli scelti da Gesù, in particolare quello sul quale si suppone che Gesù avesse “edificato la sua Chiesa” (Matteo 16:18)? Paolo passa poi (nel passo successivo) a mettere in parallelo la sua costituzione all'apostolato da parte di Dio con la costituzione di Pietro—a sua volta da parte di Dio. Paolo non solo ignora qualsiasi posizione superiore di Pietro in virtù dell'essere stato scelto ed elevato da Gesù stesso, ma addirittura la esclude!

 — Galati 2:8 - Si veda i “Principali 20” #6

67. - Galati 2:14
   Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?» [NEB]

Forse nessun problema nel periodo più antico del cristianesimo si profilava più grande e aveva un effetto più divisivo di questo: in che misura i convertiti gentili alla fede dovevano necessariamente conformarsi alla legge ebraica, in particolare per quanto riguarda la circoncisione dei maschi e le pratiche alimentari? Se mai ci fosse stato un bisogno impellente di attingere all'insegnamento e all'esempio di Gesù, sarebbe nel contesto di quei dibattiti cruciali. Eppure, in passi come questo, in cui Paolo racconta come Pietro sospese la sua disponibilità a mangiare coi gentili, non otteniamo neppure un indizio di un eventuale ricorso.

Scene evangeliche, come Marco 2:15-17 e Luca 5:30-32 hanno un Gesù che si difende dalle critiche alla condivisione della sua tavola con i pubblicani e i peccatori. Poteva questo comportamento esemplare non esser servito a Paolo come un argomento contro la riluttanza di Pietro alla condizione dei pasti coi gentili? (I raccoglitori d'imposta possono essere stati per lo più ebrei locali, ma il principio era sempre lo stesso: impegnarsi alla tavola in comune con l'impuro.) Tali considerazioni smentiscono tutta la razionalizzazione che Paolo non provava alcun interesse alla vita terrena di Gesù e non avrebbe il desiderio o il bisogno di attingervi nella sua opera missionaria. La linea di apertura del passo sopra in realtà dovrebbe esser letto: “Ma quando vidi che il loro comportamento non si conformava con la stessa condotta di Gesù ... ”

[Si noti che non sarebbe un problema se Gesù si fosse pronunciato veramente o meno sulla questione in discussione. Le esigenze di queste situazioni polemiche avrebbero inevitabilmente condotto allo sviluppo di una tradizione che egli aveva detto qualcosa. Quello che vediamo nei vangeli, ovviamente, è questo processo nel senso inverso. Sviluppi generali da circoli settari riformisti (qui, il rilassamento delle regole di purezza per consentire una condivisione mista dei pasti) divennero concentrati e personificati in una figura fondativa che aveva realmente insegnato queste cose e al quale un appello per autorità si poteva ora fare. Questo fu uno degli scopi principali  serviti dai vangeli. ]

68. - Galati 3:23-25
23 Ora, prima che venisse la fede noi eravamo custoditi sotto la legge, come rinchiusi, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24 Così la legge è stata nostro precettore finchè venne Cristo [oppure, precettore per portarci a Cristo], affinché fossimo giustificati per mezzo della fede. 25 Ma, venuta la fede, non siamo più sotto un precettore. [NEB]

Nel passo che porta a quei versi, Paolo sta spiegando e giustificando la sua sospensione della legge ebraica come requisito di salvezza. Al suo posto si trova solo “la fede in Gesù Cristo” (verso 22). E che cos'è che segna la grande svolta, la scomparsa del termine di effetto ed utilità della legge? Non l'arrivo di Cristo stesso, non la sua carriera sulla terra, ma l'inizio della fede in lui, cioè la risposta dei fedeli al vangelo, rivelato e predicato da apostoli come Paolo.

Il “finchè venne Cristo” del verso 24 (NEB e pochi altri) è un'interessata traduzione di un semplice eis Christon (a Cristo), che anche se in teoria traducibile come “fino al tempo di Cristo”, gode della traduzione più comune di “condurre qualcuno a Cristo”, cioè alla fede in lui; in alternativa, potrebbe significare fino al tempo della rivelazione di Cristo. Ciascun caso si adatta al pensiero espresso in entrambi i versi di contorno che parlano dell'arrivo della fede, non di Cristo stesso. Si noti che nel verso 23 Paolo parla della “rivelazione” di una fede, oppure della “fede che sta per essere rivelata”. Tale espressione ha un senso solo nel contesto di ciò che le lettere stanno dicendo in continuazione: che la dottrina del Cristo, l'esistenza stessa del Figlio, è qualcosa che è stata rivelata da Dio nel tempo presente ad apostoli come Paolo (Romani 16:25-27, 1 Pietro 1:20, ecc.).

69. - Galati 4:4-6
    4 Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, 5 per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. 6 E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! [NASB]

Molti indicano questo passo come “prova” che Paolo conosce e sta parlando di un Gesù storico, umano. Mi occupo ampiamente di questo passo nel mio Articolo  Complementare Numero 8: Cristo come “Uomo”, e sarà anche discusso in Appendice da questo aspetto. Qui mi limiterò a sottolineare le difficoltà di base nel fare così affidamento su questo passo.

I due verbi “inviò” dei versi 4 e 6 sono esattamente gli stessi, ma quest'ultimo precisa che è lo spirito del Figlio che Dio manda, non la sua persona fisica. E quand'è che Dio “mandò suo figlio”? Quando “eravamo bambini” (4:1), al fine di conferire i diritti di figli, che avviene quando Dio manda lo spirito del Figlio, tutto di cui avviene nel  presente paolino. Cosa più sconcertante di tutte, perché nella frase “per riscattare coloro sotto la legge” è, grammaticalmente parlando, Dio che sta facendo la redenzione e non lo stesso Gesù? La stessa stranezza si verifica nel verso 7. Come il NEB lo rende: “Sei. . . anche per volontà di Dio un erede”. Perché Paolo è incapace di concentrarsi su Gesù, alla sua recente incarnazione e atti storici di redenzione, come la fonte di tutti quei benefici?

[Mi capita spesso di citare un'osservazione di Burton (International Critical Commentary, Galatians, pag. 218-19) che, grammaticalmente parlando, le frasi “nato da donna [Burton la preferisce senza l'articolo], nato sotto la legge” non sono necessariamente collegate temporalmente con il “Dio mandò suo Figlio”, ma sono semplicemente dichiarate caratteristiche del Figlio. E perché Paolo si preoccupa di dire a tutti che Gesù è nato da (una) donna? Non sarebbe questo auto-evidente se lui fosse un uomo storico? Piuttosto, egli ha bisogno di fare un parallelo paradigmatico con quelli in via di redenzione, i quali erano essi stessi nati da donna e nati sotto la legge. Figure controparti celesti potevano garantire certi effetti ai loro iniziati proprio perché riflettevano, o subivano, gli stessi aspetti ed esperienze al pari delle loro controparti terrestri. Può una deità del mondo spirituale essere “nato da donna”? Egli può in senso mitico (come col dio salvatore Dioniso), e lo può se la Scrittura dice che lo era. Il famoso Isaia 7:14, “Una giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” era un importante testo messianico che i primi cristiani non potevano ignorare. Anche il “nato sotto la legge” avrebbe potuto, nell'uso molto fantasioso che fa Paolo della scrittura, essere derivato da una sua interpretazione di Cristo come “seme” di Abramo in Galati 3:16. ]

70. - Galati 4: 22-31
    Poiché sta scritto che Abramo ebbe due figli. . . (eccetera.)

In Galati 4:22-31, Paolo fa la sua personale interpretazione della storia di Abramo e dei due figli che ebbe dalle sue due donne. La prima donna è concubina di Abramo, la schiava Agar; partorisce Ismaele, che sta per la razza ebraica che ancora esiste in stato di schiavitù sotto la Legge e il vecchio patto. Quella razza e quel patto è rappresentato dal monte Sinai. E qual è l'altra metà del parallelo? La seconda donna è la moglie legittima di Abramo, la nata libera Sara; lei è la madre di Isacco, il vero erede della promessa di Dio, erede spirituale di Abramo. In un modo non specificato, Paolo collega i suoi lettori gentili con Isacco; anche loro sono figli della promessa, figli di Sara, che è simboleggiata dalla Gerusalemme celeste. Questa rappresenta la fonte del nuovo patto.

Paolo rende un pò forzata questa allegoria, ma in superficie poteva sembrare che il tutto potesse reggere assieme. Eppure qualcosa sembra mancare qui, qualcosa che ci si aspetterebbe di trovare, soprattutto poichè un Cristo “nato da donna” è ancora fresco nella mente di Paolo. Si sta parlando di madri e figli. Perché Maria non ha operato in quest'analogia, anche se solo come una parte secondaria dell'interpretazione? Lei fu dopo tutto la madre dello stesso Gesù, che stabilì il nuovo patto. Lei è sicuramente un tipo di archetipo per Sara (che significa una rappresentazione successiva di qualche figura archetipa nella scrittura, o per dirla in altro modo, la figura o elemento scritturale prefigura la figura o elemento scritturale più tardo). Così lo è Gesù stesso per Isacco, entrambi simboli di vittime sacrificate. (Anche se Isacco non fu effettivamente ucciso, egli assunse questo significato nel pensiero ebraico.)

Paolo ha speso gran parte di Galati 3 nel collegare i pagani ad Abramo mediante Cristo come suo “seme”: perché non raddoppiare tale collegamento mediante Maria e Sara? Maria non poteva essere allegorizzata come la madre dei cristiani? Dov'è, del resto, la cosa che avrebbe dovuto essere evidente come simbolo della nuova alleanza, in parallelo al Monte Sinai come simbolo di quella vecchia: non la Gerusalemme celeste, ma il Monte del Calvario dove fu crocifisso Gesù, sede del sacrificio di sangue che aveva stabilito quel nuovo patto?

Paolo si dimostra ancora una volta totalmente immune nel suo pensiero ed espressione a tutti gli aspetti della vita terrena di Gesù di Nazaret.

71. - Galati 5:14
    Tutta la legge può essere riassunta in un unico comandamento: 'Ama il prossimo tuo come te stesso.' [NEB]

Questa è la seconda volta (si veda Romani 13:8) che Paolo si esprime esattamente come  fa il Gesù evangelico laddove parla di tutta la Legge riassunta in quest'unica prescrizione del Levitico. Da nessuna parte egli mostra la consapevolezza di qualche tradizione che Gesù avesse fatto di questo un elemento centrale del suo insegnamento (ad esempio, Matteo 22:39). Paolo potrebbe, se dobbiamo credere alla solita razionalizzazione, non aver avuto “alcun interesse” alla predicazione di Gesù e alle cose da lui fatte sulla terra, ma se avesse saputo il fatto puro e semplice che Gesù aveva insegnato (e come poteva non saperlo?), dovrebbe aver sentito che il comandamento dell'amore aveva figurato in modo prominente in quell'insegnamento. È difficile credere che la sua mancanza di interesse fosse stata così profonda, anzi così patologica, che avrebbe parlato in più punti nelle sue lettere dell'etica dell'amore cristiano e ancora si sarebbe rifiutato perfino di suggerire che un tale insegnamento avesse a che fare con lo storico predicatore Figlio di Dio.


Efesini

72. - Efesini 1:7-10
    (Dopo aver parlato della redenzione e il perdono dei peccati acquisiti attraverso il sangue del Figlio) 7. . . secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli  [Dio] l'ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito 10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. [NEB / KJ]

Un passo un pò contorto e ambiguo in greco, ma una cosa è chiara: l'assenza di qualsiasi Gesù storico nel pensiero di questo scrittore pseudo-paolino. Se il “sangue” di Cristo è considerato spirituale e riversato nel regno mitico, il resto della frase parla della rivelazione di Dio ai tempi di Paolo, del mistero che l'universo frammentato (era uno dei concetti dell'epoca che gli spiriti maligni avessero diviso il cielo dalla terra) doveva tornare ad essere un'unità attraverso il sacrificio spirituale del Figlio. La “pienezza del tempo” (verso 10) è segnata, non dal sacrificio in sé, tantomeno da qualche vita e predicazione del Figlio, ma dalla rivelazione delle intenzioni di Dio a persone come Paolo, e dalla riunificazione di cose terrene e celesti. Quest'ultimo è un evento interamente mitologico che era difficilmente verificabile tramite l'osservazione storica o materiale del mondo. Si noti inoltre che i versi 7 e 8 parlano della grazia di Dio che spande su di noi, ma è quella grazia la persona e l'evento di Gesù di Nazaret? No, è la “sapienza e intelligenza”, che Dio ha concesso, di nuovo in modo coerente col contesto di rivelazione. (Questo è seguito nel verso 9 da una parola di rivelazione, gnoridzo.) La rivelazione circa il Figlio, non l'arrivo del Figlio stesso.

Ci sono molti usi di “in Cristo” in questo passo (si veda 1:3f), ma tutti loro si inseriscono nel contesto di un Cristo inteso come canale spirituale e agente divino operante in un ambiente mitico; ciò che non troviamo è la frase associata a qualsiasi menzione di un evento storico.

73. - Efesini 1:19-23
    19 ...e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l'efficacia della sua forza 20 che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21 al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. 22 Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, 23 la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose. [NEB]

Cito questo passo per fare un punto su uno dei silenzi vasti e fondamentali trovati nelle epistole, nella loro frequente rappresentazione (si veda Colossesi 1:15-20, Ebrei 1:2-3, ecc.) di Cristo in questi termini elevati. Non c'è mai menzione che questo cosmico Figlio di Dio, al quale viene conferito piena divinità e il potere su tutte le cose, il compimento e sostegno dell'intero universo, al quale l'umanità credente è misticamente unita, fosse stato precedentemente sulla terra come umile predicatore ebreo noto come Gesù di Nazaret. Da nessuna parte si tratta il fenomeno bizzarro e blasfemo che un criminale crocifisso, ignominiosamente condannato a morte su una collina fuori Gerusalemme, fosse stato sollevato — tra gli ebrei, nientemeno — ad uno status così esaltato e senza precedenti, alla pari di Dio stesso. Nessuno mai parla o difende la necessità che i cristiani credano in questa sorprendente trasformazione di un uomo umano. Questo è senza dubbio il più grande singolo silenzio che risuona per tutta l'antica documentazione cristiana.

74. - Efesini 2:17-18
    17 Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; 18 perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito. [NASB]

È il verso 17 un riferimento al ministero di predicazione di Gesù sulla terra? Invece di afferrare l'occasione di riferirsi ad alcuni di quegli insegnamenti (come ad esempio Matteo 5:23 che parla di “pace” con i fratelli, oppure il messaggio che deve essere portato a “tutte le nazioni”), lo scrittore recita Isaia 57:19, che presumibilmente parla di una riconciliazione alla fine dei tempi tra i popoli. Anche le parole preliminari circa la buona notizia di predicazione si basano su Isaia 52:7.

Questo passo non è un riferimento ad un evento storico, ma un'interpretazione della scrittura, un'espressione dell'antica idea cristiana (che si trova in particolare in Ebrei) che il Figlio abitava il mondo spirituale delle scritture e comunicava da lì. Un'altra idea comune era che Cristo fosse “venuto” mediante la sua rivelazione da parte di Dio ai profeti cristiani. Era ora attivo in tutto il mondo e comunicante attraverso i profeti (il verbo euangelidzo, annunciare una buona notizia, è usato per descrivere l'opera di apostoli come Paolo). Il verso 18 riflette anche il ruolo del Cristo spirituale nel fornire un canale al Padre.

A questo proposito ci si potrebbe chiedere perché lo scrittore non avrebbe passato detti evangelici di Gesù su sé stesso come colui che offre l'accesso a Dio, come ad esempio Giovanni 10:7, “Io sono la porta”, oppure 14:16, “Nessuno viene al Padre se non per me
, o Luca 10:22, “Nessuno sa chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo”.

(Questo passo sarà trattato di nuovo in Appendice.)

75. - Efesini 2:20-21
    State edificati sopra il fondamento posto dagli apostoli e dei profeti, e Cristo Gesù stesso è la prima pietra. In lui l'intero edificio è legato insieme e cresce in un tempio santo nel Signore. [NEB]

Un'illuminante omissione qui. Il fondamento della fede cristiana e il movimento stesso è opera di apostoli e di profeti come Paolo. Questo ignora del tutto la carriera di Gesù stesso. Cristo Gesù come la “prima pietra” è semplicemente l'oggetto della fede esposta dagli apostoli. Se Gesù di Nazaret fosse vissuto e avesse cominciato il movimento nel suo nome, nessuno scrittore cristiano avrebbe potuto mancare di designare Gesù come l'iniziale costruttore principale della chiesa. E dov'è la stessa citazione di Gesù del Salmo 118:22, in riferimento a sé stesso: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo principale”, come ricordato in Marco 12:10?

C. L. Mitton (Ephesians, pag.113) suggerisce che il significato di akrogoniaios (testata d'angolo) in LXX Isaia 28:16 determina il suo significato in Efesini, ma questo non fa altro che dimostrare che l'idea è stata derivata non dalla tradizione storica ma dall'esegesi scritturale. Mitton suggerisce inoltre che gli apostoli e i profeti sono pure da considerarsi come parte della fondazione, al fianco di Cristo, ma non vi è alcuna giustificazione di questo nel testo.


76. - Efesini 3:4-6 (+ 7-11)
   4 Leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, . . [NIV]

Qui vediamo il solo meccanismo di rivelazione all'opera nella predicazione di apostoli come Paolo, la rivelazione del mistero, del segreto, di Cristo. Non è sulla passata tradizione, risalente allo stesso Gesù e ai suoi immediati seguaci che apostoli cristiani basano la loro conoscenza e autorità, ma sull'azione dello spirito mandato da Dio. È vero che, mentre altri passi, come Colossesi 2:2, parlano di Cristo stesso come il mistero a lungo nascosto da Dio, ma qui (e lo si confronti con Colossesi 1:27) il segreto è ridotto a qualcosa di specifico, vale a dire all'inclusione dei Gentili negli effetti salvifici della salvezza di Dio tramite Cristo. A questa specificità spesso si fa appello per renderne valido il pensiero nel contesto di un Gesù storico, partendo dal presupposto che l'inclusione dei gentili non fosse un marchio identificabile della predicazione personale di Gesù.

Ma è davvero una legittima “conclusione”? Apostoli che predicano una simile dottrina non cercherebbero di trovare la sua legittimità e il suo precedente nella predicazione di Gesù, per ancorarla all'esempio di un Gesù che accoglie i peccatori, che ha contatto con i non-ebrei, ecc. ? È praticamente impossibile che non avrebbero fatto così, poichè gli impulsi settari sono sempre tesi a dare alle dottrine importanti della setta le più forti fondamenta e autorità possibili.  Infatti, non è pensabile che in tutti i riferimenti alla rivelazione del segreto di Cristo, qualunque fosse la sua natura, nessuno scrittore cristiano avrebbe mai espresso il pensiero che il primo e principale rivelatore di questi segreti fosse stato Cristo stesso durante la sua predicazione sulla terra. Questo silenzio è un silenzio devastante.

E poi, che cosa delle direttive di Gesù (Matteo 28:19, Atti 1:8) ad andare a predicare a tutte le nazioni, un'istruzione che avrebbe automaticamente compreso l'idea di Efesini che i Gentili dovevano essere inclusi nella promessa di redenzione? Come poteva questo scrittore non possedere alcuna tradizione di una tale direttiva (perfino se non fosse una direttiva storica) da parte di Gesù? Mitton (pag. 123) dichiara (sulla base dei vangeli) che “questo abbattimento delle barriere (tra Ebreo e Gentile) era stato il segno di Gesù nella sua vita ed insegnamenti”, ma se gli studiosi moderni possono riconoscere l'ovvio, possiamo credere che Paolo e gli altri antichi scrittori non furono capaci di riconoscere l'ovvio, oppure scelsero di ignorarlo?

[Si consideri i versi 10-11:
(il piano segreto di Dio fu nascosto per lunghe età) 10 affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio, 11 secondo il disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù. Anche in questo caso, la sapienza a lungo nascosta di Dio in tutte le sue forme si rivela non mediante un Gesù storico nella sua vita e predicazione, ma solo ora, nel tempo di Paolo, tramite apostoli come lui e “la chiesa”. Il ruolo di Cristo nel verso 11 si riferisce a quel “disegno eterno” e non nello specifico al tempo presente, in cui (come nel verso 10) Cristo non svolge alcun ruolo a fianco della chiesa che rivela la sapienza di Dio. Mitton (pag. 128) insiste sull'interpretare “in Cristo” come un riferimento alle azioni oppure all'esempio di Gesù di Nazaret nella sua vita terrena, ma è più consistente col significato generale di questo tipo di frase come viene usata in tutte le epistole: Dio è l'agente, Cristo è la “forza abilitante” da lui impiegata sia per la redenzione che per la comunicazione intermediaria, tutto questo in un contesto mitologico e spirituale in linea con la filosofia del tempo.

E chi, in quei versi, è il destinatario di quella sapienza a lungo nascosta di Dio? Se c'è un passo a portata di mano che indica che lo scrittore sta operando in un regno del pensiero diverso dal nostro, è questo. La rivelazione della sapienza di Dio è sul punto di venir rivolta ai dominatori e alle autorità nei regni del cielo, in modo che possano venire a conoscenza del piano di Dio e del destino del mondo! In altre parole, gli spiriti ostili e i poteri malvagi sono reali elementi chiave nella visione del mondo e nella teologia degli scrittori del Nuovo Testamento. (il “piuttosto sorprendentemente” di Mitton è un eufemismo, e il suo suggerimento che “questo potrebbe significare poco più allo scrittore di quanto possa significare per noi, se non come ornamento retorico”, riflette l'incapacità di molti commentatori moderni a percepire ed accettare il divario che esiste tra la mentalità antica e la nostra, e pure come sono traballanti tutti i presupposti e i pregiudizi da noi addossati sui creatori della fede del mondo occidentale. Si veda anche Efesini 6:11-12, #85.)]


77. - Efesini 4:1-2
    Vi esorto a vivere una vita degna della vocazione che avete ricevuto. Essere completamente umile e dolce; essere paziente, tenendo uno con l'altro nell'amore. [NIV]

Nessun riferimento qui a Gesù come esempio di un comportamento simile, oppure agli insegnamenti che contenevano tali raccomandazioni. Eppure Matteo (11:29) ricorda un detto di Gesù in cui si descrive mentre utilizza proprio quelle due parole: umile e gentile. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Ci si potrebbe aspettare che questo sia un detto ben noto nella tradizione di Gesù, un detto che provocò polemiche per la sua audacia, quando fu pronunciato per la prima volta. Eppure lo scrittore sorvola la possibilità di citarlo, per rafforzare la propria esortazione tramite la sottolineatura che Gesù stesso si era descritto con queste stesse parole, fornendo l'esempio ideale. Anche se il detto in sé non fosse molto diffuso, sicuramente la tradizione che Gesù fosse “mite e dolce” avrebbe goduto di ampia notorietà.

In realtà, si tratta di un detto sapienziale, simile a quelli collocati sulla bocca della Sapienza personificata in documenti come Proverbi, e infine fu collocata sulla bocca del Gesù evangelico.

78. - Efesini 4:8-12
    8 Per questo è detto: «Salito in alto, egli ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini». 9 Ora, questo «è salito» che cosa vuol dire se non che egli era anche disceso nelle parti più basse della terra? 10 Colui che è disceso, è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa. 11 È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, 12 per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo. [NEB / NIV]

Un passo pure estremamente rivelatore. Lo scrittore usa la citazione del salmo (68:18) per due scopi. Uno è quello di 'dimostrare” che Cristo discese sulla terra, dal momento che l'atto di “ascesa” in alto implicava che avesse fatto così da un livello più basso. (Alcuni traduttori sottolineano che “le parti più basse della terra” potrebbero significare il mondo degli inferi, ma questo non è probabile dal momento che lo scrittore parla di Cristo che agisce tra gli uomini, non nello Sheol.) Ma perché avrebbe bisogno di ricorrere a tale “prova” se Cristo avesse vissuto una vita recente nella piena vista di tutti? Questo strano, perfino bizzarro, pensiero suggerisce che ciò che mancava nella mente dello scrittore fu la conoscenza storica che realmente Gesù fosse stato sulla terra.

E cosa aveva fatto, mentre era in quella località più inferiore? In effetti, lo scrittore sembra di non star cercando per nulla di implicare una “vita”, non una presenza fisica sulla terra. Di certo non esiste una descrizione di eventi fisici, e tanto meno di dettagli del vangelo. Piuttosto, egli si preoccupa del conferimento di doni da parte di Cristo, che sono di natura spirituale (e conferiti mediante canali spirituali), vale a dire la chiamata di varie persone a ruoli nella diffusione della fede, nell'edificazione del corpo di Cristo, che è un concetto completamente mistico. I doni enumerati non tradiscono nessun senso della predicazione evangelica di Gesù di Nazaret, ma sono coerenti col concetto che lo spirito di Dio o Cristo aveva seminato qualifiche di ispirazione per una chiamata al servizio della comunità cristiana. Questo è il secondo scopo della citazione del salmo, per indicare che Cristo era disceso ad elargire quei doni—anche se per farlo lo scrittore inverte il contenuto reale del verso del Salmo, dove la figura rivolta sta ricevendo doni dagli uomini. Tali erano le libertà del midrash.

Si noti che il significato per lo scrittore dei “prigionieri portati con sè” si riferisce ai poteri cosmici dei cieli, su cui Cristo è detto trionfare attraverso il suo sacrificio nel mondo spirituale. (Si confronti Colossesi 2:15 e, come sempre, 1 Corinzi 2:8.)


79. - Efesini 4:23-24
    Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. [NEB]

Qui lo scrittore non sembra essere a conoscenza dell'insegnamento di Gesù che noi dobbiamo essere “nati di nuovo”, come in Giovanni 3:3.

80. - Efesini 4:26
    Nell'ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira. [NEB]

Lo scrittore non riesce a rafforzare la sua ammonizione citando le parole di Gesù del Discorso della Montagna (Matteo 5:22): “Chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale”. Una delle ironie trovate nella maggior parte dei commentari, come quello di Mitton su Efesini, è la loro incrollabile abitudine di ricordare fedelmente questi paralleli evangelici senza chiedere il motivo per cui, al contrario, gli autori di quelle lettere pervasivamente mancano di indicare Gesù come la fonte di queste direttive etiche.

81. - Efesini 4:32
  Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. [NEB]

Anche in questo caso, lo scrittore non riesce a citare gli insegnamenti di Gesù non solo sul tema del perdono (ad esempio, Matteo 6:14: “Se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi”, Matteo 18:21, ecc.), ma anche le parole esemplari di Gesù dalla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23:34). Queste ultime parole sarebbero state una potente illustrazione del perdono sotto anche la più terribile delle circostanze, e se fossero esistite queste tradizioni ed insegnamenti, non ci può essere alcun dubbio che lo scrittore di Efesini avrebbe richiamato l'attenzione su di loro.

82. - Efesini 5:2
   E camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.  [NEB]

Ancora un altro passo che esorta il credente all'amore, senza notare che questo era stato un pilastro dell'insegnamento di Gesù sulla terra. Potremmo anche prendere atto dell'atmosfera del riferimento dello scrittore alla crocifissione. Manca il senso della rappresentazione evangelica di quell'evento, come l'esecuzione ignominiosa di un innocente, una cattiva azione accompagnata da tradimento e insulti e false accuse, tutto questo che provoca la collera divina di Dio. (Si confronti una simile mancanza di atmosfera evangelica in Romani 8:32.)

83. - Efesini 5:8
    Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. [NEB]

Non sarebbe appropriata qui la stessa descrizione da parte di Gesù dei credenti del Discorso della Montagna (5:14-16) : “Voi siete la luce del mondo . . . così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinchè vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”? Oppure le parole di Gesù in Giovanni (8:12): “Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Confronta con 12:36).

Lo scrittore di Efesini non può saper nulla di eventuali insegnamenti di Gesù per mancare così puntualmente di appellarsi a loro nei vari e molteplici contesti di ammonimento etico per tutta la sua lettera. In questo, naturalmente, si aggiunge in compagnia di ogni altro scrittore di epistole.


84. - Efesini 6:8
    Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene.  [NEB]

Gesù non insegnò che il bene sarà ricompensato? “E il padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa...” (Matteo 6:4), “non perderà affatto il suo premio” (Matteo 10:42), “il Figlio dell'uomo renderà a ciascuno secondo l'opera sua” (Matteo 16:27), e così via. Quanta energia ci sarebbe voluta per alcuni di quelli scrittori, qualche volta, per darci un semplice “come disse Gesù” oppure “come ci insegnò Gesù” ?

85. - Efesini 6:11-12
    11 Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. 12 La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. [NEB]

Uno dei silenzi clamorosi sia in Efesini che in Colossesi è la loro incapacità di indicare le vittorie che Cristo in terra conseguì contro le forze delle tenebre. Entrambe quelle lettere illustrano la preoccupazione del mondo antico con le potenze spirituali ostili (che erano considerate abitare proprio l'aria intorno a loro) e le forze del Fato, e gli effetti negativi che avevano sulle vite umane. Questa paura dei demoni, e la ricerca di espedienti per neutralizzare la loro attività attraverso la magia e l'invocazione delle divinità protettrici, era particolarmente forte nella società pagana. La dichiarazione centrale circa Gesù sia in Colossesi che in Efesini è che lui è una deità del genere, che la sua morte ha riscosso l'umanità “dal dominio delle tenebre” (Colossesi 1:13), che “ogni potenza e autorità (ad esempio, gli spiriti) nell'universo è stato sottoposta a lui” (2:10), e che un universo fratturato dal potere di quegli spiriti è stato riunificato dal sacrificio di Cristo (Efesini 1:10; si veda 3:10). Efesini 6:11-12 (sopra) dimostra chiaramente questa ossessione. Molti cristiani ancora oggi perpetuano una paranoia simile nella loro enfasi su Satana.

Ogni religione salvifica dell'epoca cercava di colmare questa necessità di una “corazza” e rassicurazione contro le potenze ostili. Ogni dio salvifico degno di questo nome doveva possedere il potere su questi spiriti ed essere disposto ad esercitarlo per conto dei suoi seguaci; Iside, per esempio, teneva un ruolo di primo piano proprio nel ruolo di protettrice del genere. Ma che dire del grande beneficio che Cristo possedeva più di tutti gli altri? Come possiamo spiegare il fallimento di Efesini e Colossesi nel puntare alla drammatica prova storica ricordata dai vangeli, la prova che Gesù possedette veramente e aveva dimostrato il potere sui demoni e sulle astuzie del diavolo? Infatti lo aveva provato anche mentre era sulla terra. Gli spiriti impuri si erano arresi all'esorcismo dei malati; avevano gridato pietà. Anche agli apostoli di Gesù era stato dato il potere di scacciare i demoni. Eppure quelle due lettere non hanno una parola da dire su questi esorcismi di guarigione. Né preservano la dichiarazione di Gesù (Marco 3:2-7) che il suo scopo era quello di rovesciare Satana e tutta la sua casa.

Data la preoccupazione pagana con gli spiriti maligni, l'affermazione che Paolo non avesse provato alcun interesse per la vita e gli atti di Gesù è completamente screditata, infatti questo aspetto della predicazione di Gesù sarebbe stato un vantaggio immenso per il fascino del suo messaggio, e di grande interesse ai suoi ascoltatori e convertiti. Più in generale, il Cristo nella sua incarnazione avrebbe goduto di un drammatico vantaggio rispetto ai suoi mitici rivali greco-romani: infatti a differenza loro, lui era stato recentemente sulla terra in carne e ossa, visto da migliaia e migliaia, si era occupato delle forze del male in prima persona, sullo stesso terreno dell'umanità. Nei suoi rapporti personali Gesù aveva mostrato compassione, tolleranza, generosità, tutte quelle cose che uomini e donne bramavano nell'affrontare un mondo ostile, indifferente. È semplicemente impensabile che Paolo e gli autori di lettere come Colossesi ed Efesini avrebbero scelto di rimanere in silenzio su tutti quei vantaggi del Gesù umano al momento di presentare ai loro lettori (gentili ed ebrei in pari misura) il loro agente di salvezza.


Filippesi

86. - Filippesi 1:6
    E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. [NEB]

Quest'affermazione nelle sue poche parole riassume il quadro dell'antico movimento cristiano. Comunità di credenti sono sorte in vari centri, rispondendo alla predicazione di profeti come Paolo, mediante la potenza dello Spirito mandato da Dio. (Il “colui” nel verso di cui sopra è Dio, come conferma il senso della frase.) Il concetto che Gesù stesso avesse iniziato qualcosa manca completamente dalla prospettiva delle epistole.

Sia che Gesù avesse avuto o meno qualche contatto coi Filippesi, se fosse morto da tempo prima che i Filippesi si fossero convertiti o no, l'immagine del Figlio di recente sulla terra come la forza dietro l'origine e la crescita della fede non poteva fare a meno di essere presente nella mente parimenti di predicatori e credenti. Eppure è sempre Dio che viene presentato come il motore e la “personalità” dietro la diffusione del cristianesimo. Cristo Gesù può aver offerto il sacrificio, ma come indicherebbe il verso di sopra, c'è un senso inconfondibile in tutte le epistole che egli non doveva fare una apparizione sulla scena terrestre fino al giorno del suo arrivo dal cielo per portare il giudizio e una trasformazione del mondo.

— Filippesi 3:10 - Si veda “Principali 20” #20


Colossesi

87. - Colossesi 1:15-20
    15 Egli (il Figlio) è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. 18 Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli. [NEB]

Paragonabile solo a Ebrei 1:2-3, non c'è descrizione più cosmica e esaltata del Figlio da trovarsi nelle epistole del Nuovo Testamento di questo “inno cristologico” di Colossesi. L'immagine stessa di Dio e recante la sua pienezza, preesistente con Dio prima della creazione, lo strumento di quella creazione e operante come suo potere sovrano e reggitore per preservare la sua stessa esistenza. Ma l'autore dell'inno ha lasciato fuori tutta la menzione della incarnazione, l'identità dell'uomo che era stato questo cosmico Figlio sulla terra, per non parlare di tutto ciò che aveva fatto, mentre era in quella forma umana. Lo scrittore, insieme ad ogni altro autore di epistole, ha anche trascurato di spiegare come un semplice uomo, un criminale crocifisso, avrebbe potuto essere sollevato ad una tale vertiginosa altezza, soprattutto all'interno di un ambiente ebraico, dove separare Dio da tutte le cose umane fu un'ossessione. Nessuna difesa di un simile stravagante e blasfemo innalzamento di Gesù di Nazaret è mai offerta.

Risorto dai morti — ma quando e dove non è indicato, e il suo scopo è quello di far  raggiungere a Cristo il primato in tutte le cose, un concetto mitologico in un ambiente del mondo spirituale. Quanto all'essere capo della chiesa, le lettere autentiche di Paolo dimostrano che questo è inteso in un senso puramente mistico. Perché tutti quelli autori di inni (si veda Filippesi 2:6-11, 1 Timoteo 3:16, Efesini 1:19-23) rimarrebbero sempre in silenzio su tutti gli aspetti dell'identità e delle attività terrene del Figlio?

La risposta, ovviamente, è che questo linguaggio — più visibilmente qui e in Ebrei 1 — appartiene al concetto filosofico primaria dell'epoca, il Figlio come l'immagine ed emanazione conoscibile di un Dio trascendente e una forza intermediaria tra la divinità e l'umanità, un essere del tutto spirituale. Questo concetto si riflette nel Logos greco e nella Sapienza personificata ebraica. (Si veda Articolo Complementare Numero 5: Rintracciare l'Eredità Cristiana ad Alessandria) Questo è il motivo per cui l'inno descrive il Figlio in termini di quello che è, un'entità presente, eterna, e non con qualche senso di una figura umana del passato recente al quale questa colossale sovrastruttura teologica è stata aggiunta. (Si veda anche la sezione “Una Forza Cosmica” nella mia recensione del libro di Burton Mack, Chi Scrisse il Nuovo Testamento?).


88. - Colossesi 1:25-27
25 Di questa (la chiesa) io sono diventato servitore, secondo l'incarico che Dio mi ha dato per voi di annunciare nella sua totalità la parola di Dio, 26 cioè, il mistero che è stato nascosto per tutti i secoli e per tutte le generazioni, ma che ora è stato manifestato ai suoi santi. 27 Dio ha voluto far loro conoscere quale sia la ricchezza della gloria di questo mistero fra gli stranieri, cioè Cristo in voi, la speranza della gloria. [NIV]

Un passo simile ad Efesini 3:4-6 (#76) in cui Dio rivela un segreto a lungo nascosto ad apostoli come Paolo mediante rivelazione. Come nel caso di Efesini, il segreto è limitato, questa volta, al mistico concetto paolino che Cristo dimora nel credente, dando promessa della gloria futura. Anche in questo caso il punto deve essere fatto che, anche se non abbiamo nessun ricordo di un Cristo che ha predicato una dottrina specifica come questa (anche se alcune delle dichiarazioni di Gesù nel quarto vangelo si avvicinano nello spirito), la tendenza sarebbe stata quella di attribuire una cosa del genere a lui o trovarvi puntatori nelle cose che lui proferì. Inoltre, la forte dicotomia presente-passato — un segreto a lungo nascosto nel tempo passato, seguito dalla sua divulgazione nel presente, un'idea presente in tutto il corpus paolino — non getta uno sguardo su nessuna predicazione sopraggiunta del Figlio sulla terra, molto meno concede spazio al ruolo di Gesù nel rivelare qualcosa intorno a sé.

Il passo successivo si occupa anche del segreto rivelato da Dio circa Cristo, e questa volta non vi è alcuna limitazione del mistero.

89. - Colossesi 2:2-3
2 Io voglio loro . . . affinché siano dotati di tutta la ricchezza della piena intelligenza per conoscere a fondo il mistero di Dio, cioè Cristo, 3 nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti. [NEB] (Confronta anche 4:3).

Qui il segreto a lungo nascosto da Dio non è limitato ad un elemento specifico. È Cristo stesso che è stato rivelato nel tempo presente. Non viene espresso nessun pensiero che il Figlio fosse stato rivelato dal Figlio stesso, incarnatosi di recente. E il dimorare della sapienza e della conoscenza di Dio all'interno del Figlio viene espresso nel tempo presente, quando ci si poteva aspettare di trovare un tempo passato, ad esprimere il pensiero naturale che queste cose erano risiedute nella figura storica di Gesù di Nazaret. Invece, il tempo presente comporta un essere eterno, spirituale, il Figlio intermediario della filosofia contemporanea.

90. - Colossesi 2:8-10
    8 Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini (insegnamenti fatti da uomini) e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; 9 perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potenza. [NEB]

Come nel passo precedente, Dio si trova in Cristo nel presente e non nel passato nella persona di Gesù di Nazaret. E se, come osservano in molti (si veda il Lexicon di Bauer), gli “spiriti elementari” (stoicheia) del verso 8 si riferiscono alle entità divine che gli antichi credevano abitassero i corpi celesti e alcuni aspetti del mondo fisico, dov'è il contrasto che ci si dovrebbe aspettare da parte dell'autore tra tali entità spirituali e Cristo? Vale a dire, che quest'ultimo avesse assunto un'umanità e avesse vissuto un'esistenza sulla terra.

Nel verso 10 lo scrittore, come lo scrittore di Efesini (6:12, #85), manca di menzionare una predicazione di Gesù nella quale, in quanto taumaturgo ed esorcista, avesse dimostrato agli occhi di tutti che lui aveva davvero il potere sugli spiriti maligni. A tale potere si allude nel verso 15: “(sulla croce) Cristo ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.” [Traduttore del Nuovo Testamento; se Cristo oppure Dio è da considerarsi soggetto di questa frase è incerto.] Ma è un potere esercitato chiaramente nella dimensione spirituale, a sostegno della vista che l'intera crocifissione ebbe luogo nel regno spirituale.

91. - Colossesi 2:11
    In lui siete anche stati circoncisi di una circoncisione non fatta da mano d'uomo, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne. [NEB]

Entrambe le storie della Natività (Matteo e Luca) sono probabilmente fabbricazioni di inizio secondo secolo, ma se Gesù fosse vissuto, ci sarebbe stata ovviamente  l'aspettativa automatica che otto giorni dopo la sua nascita egli fosse stato circonciso, come tutti i maschi ebrei. Così le parole di questo verso potrebbero benissimo aver confuso quei lettori che sempre assumevano che “fisicamente” fosse proprio il modo in cui Gesù fu circonciso.

Anche se il punto a prima vista può sembrare frivolo, in realtà conduce a qualche considerazione. Infatti, se la prospettiva paolina difendeva il rifiuto del requisito della circoncisione per i Gentili (“Non esiste una cosa come Ebreo o Greco...”) a favore dell'essere “in Cristo Gesù”, ci si poteva aspettare che qualche compromesso dovesse essere fatto alla discrepanza fisica tra i credenti e il Gesù storico. Per lo meno, non ci si aspetterebbe che uno scrittore paolino sopraggiungesse con una metafora che non solo ignorava la discrepanza, ma implicava che essa non esisteva.

92. - Colossesi 3:2-4
    2 Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; 3 poiché voi moriste e la vostra vita [nuova] è nascosta con Cristo in Dio. 4 Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria. [NASB]

Un passo che trasmette vividamente il senso che Cristo non era mai stato visto da nessuno, non era mai stato sulla terra. Il vero destino del credente, la sua nuova vita, è “nascosta”, insieme con Cristo che dimora con Dio. Entrambi stanno per “essere rivelati” quando Cristo arriva dal cielo. Nell'interpretazione ortodossa, questa sarebbe sicuramente una scelta strana di parola— phaneroo: rivelare sé stesso o essere rivelato, diventare visibile, apparire, di solito comporta la manifestazione o la realizzazione nota di qualcosa non ancora conosciuta o esperita. Dal momento che lo stesso verbo è usato in entrambe le metà del verso 3 — la “rivelazione” di Cristo e la “rivelazione” della vera vita del credente — si può assumere che hanno un significato parallelo. Poichè la futura nuova vita del credente è qualcosa che non si è ancora manifestata, l'implicazione è che Cristo stesso deve ancora manifestarsi a sua volta.

Se Cristo fosse stato di recente sulla terra e l'avesse lasciata, quale scrittore non avrebbe semplicemente detto l'equivalente di “ritorno” o “tornar indietro”, qualche frase che fosse consapevole del fatto che questa sarebbe una seconda venuta? Ironia della sorte, la maggior parte dei commentari specificano che una definizione di questo verbo è il suo riferimento al secondo avvento di Cristo, ma gli esempi forniti sono di passi come questo nelle epistole, in cui un significato del genere viene letto nel termine sulla base di preconcetti evangelici. In realtà, nessuno dei passi citati (qui in Colossesi 3:4, 1 Pietro 5:4, 1 Giovanni 2:28 e 3:2 — anche se questi ultimi si riferiscono a Dio) contengono qualche indizio di un Avvento precedente, col risultato di rendere circolare e senza fondamento una definizione simile. 

Mentre phaneroo può significare “manifestare”, è anche una delle numerose parole di “rivelazione” utilizzate in tutte le epistole che parlano chiaramente di “rendere noto” Cristo nel tempo presente (ad esempio, 1 Pietro 1:20) le quali, se si mettono da parte i preconcetti del vangelo, ci dicono che questa è una rivelazione della conoscenza del Figlio e Salvatore in un modo spirituale, senza nessuna presenza fisica o visibile, passato o presente, coinvolta.

93. - Colossesi 3:9-10
    9 Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue opere 10 e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l'ha creato. [NIV]

Un altro passo che suggerisce l'insegnamento di Gesù che uno deve nascere di nuovo (ad esempio, Giovanni 3:3), ma l'autore non ne fa menzione. Potremmo anche notare che l'“immagine” di Cristo non dev'essere troppo forte nella mente dello scrittore perchè lui vi passi sopra avendo concentrato il lettore sull'immagine di Gesù, piuttosto che di Dio.

94. - Colossesi 3:12-14
12 Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. 13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. 14 Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione. [NIV]

Che perversione avrebbe potuto portare tutti gli scrittori di epistole a parlare in termini delle qualità che Gesù fu reputato di aver posseduto sulla terra, a parlare degli insegnamenti che lui fu ricordato di aver pronunciato, e tuttavia, sistematicamente, mancare di fare perfino un'attribuzione di passaggio di cose del genere a lui?

“Il Signore” nel verso 13 si riferisce a Dio o a Cristo?  Expositor’s Greek Testament osserva che “non vi è alcun motivo per riferire kurios a Dio, dal momento che Gesù quando era sulla terra perdonò i peccati”. Ma ciò significa leggere i vangeli nel passo, e infatti qui il termine è quasi certamente un riferimento a Dio. Non solo lo scrittore ha appena parlato di Dio nel verso precedente, ma parla di Dio che perdona i peccati dei lettori in 2:13. Anche 1:14 ha Dio che fa il perdono dei peccati “nel Figlio”, la stessa idea simile a quella espressa in Efesini 4:32. Si potrebbe anche constatare che, poiché Gesù in nessuna occasione perdonò i peccati dei Colossesi, lo scrittore non avrebbe avuto necessità ad esprimersi in tal senso. Il sacrificio di Gesù rese possibile il perdono, ma la sua fonte era Dio.

giovedì 1 dicembre 2016

Sul Suono del Silenzio (III)

 DIO: Sinonimo di preti. O, se si preferisce, factotum dei teologi, primo operatore del clero, incaricato degli affari, fornitore, intendente dell'esercito celeste.
La parola di Dio è la parola dei preti; la gloria di Dio è la camera mortuaria dei preti; la volontà di Dio è la volontà dei preti. Offendere Dio equivale a offendere i preti. Credere in Dio significa credere a quello che di lui dicono i preti. Quando si dice che Dio è in collera significa che i preti sono di cattivo umore. Sostituendo il termine preti a quello di Dio, la teologia diventa la più semplice delle scienze. Posto ciò, bisogna concludere che non esistono veri atei, poiché, a meno che non si sia stupidi, non è possibile negare l'esistenza del clero, che si fa decisamente sentire. Ci sarebbe anche un altro dio, ma i preti non se ne curano: bisogna attenersi al loro Dio, se non si vuole finire sul rogo. Vedi Deismo.
(Il Libero Pensatore Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach, La théologie portative, 1768)
Hieronymus Bosch. Trasporto della Croce, 1515. Poteva il volto di Gesù non figurare sul Velo della Veronica ?

Quello che vedo nelle lettere di Paolo l'apostolo è la totale assenza di un Gesù storico: non esiste più nessuna differenza tra ciò che si definisce come “Gesù storico” e il Cristo celeste arcangelo di Paolo. Perchè il “Cristo Gesù” di Paolo è soltanto una forma tra le altre della deità che muore e risorge che il mondo ellenistico manifestava ed esprimeva di continuo, non soltanto dietro i vari Osiride, Attis, Dioniso, Tammuz, Inanna, Romolo, Talmoxis, ecc., ma anche nel complesso groviglio dell'antica angelologia ebraica. E il “Gesù storico”, che io avevo sempre considerato il soggetto più importante e indispensabile per spiegare le origini cristiane, non è altro che una chimerica illusione, un'ologramma fittizio che svanisce ad un più attento scrutinio, un'ipotesi non necessaria e neppure giustificata pur di dare un volto ed un senso all'arcangelo celeste adorato dall'uomo chiamato Paolo.

Ma ora è giunto il momento di presentare la terza parte dei 200 mancati riferimenti al Gesù storico nelle epistole di Paolo. L'autore è Earl Doherty e la sua analisi in lingua originale si trova a questo indirizzo.



1 & 2 CORINZI

1 Corinzi




40. - 1 Corinzi 1:1
    Da Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, . . . [NEB]

In diversi luoghi in tutto le sue lettere, Paolo parla della sua chiamata a predicare il Cristo, e praticamente in ogni luogo la identifica una chiamata da parte di Dio, non da parte di Gesù. Questo modo coerente di esprimersi smentisce la leggenda raccontata in Atti che Paolo, sulla via per Damasco, subì una visione personale di Gesù Cristo  che costituì un'esperienza di conversione e segnò l'inizio della sua carriera da apostolo. Altri passi (compresi di scrittori che parlano in nome di Paolo), che caratterizzano la sua chiamata come una chiamata da Dio comprendono: 1 Tessalonicesi 2:4, Galati 1:16 e 2:8, 2 Corinzi 1:1, 3:6 e 10:13, Efesini 1:1 e 3:7, Tito 1:3. In Galati 1:1, dice di essere inviato “da Gesù Cristo e Dio Padre”, l'unico riferimento ad una chiamata da parte di Gesù, ed è associata alla chiamata da parte di Dio. (Non voglio fornire un'ulteriore discussione di quei passi.)

[Si noti che il suo riferimento al “vedere il Signore” in 1 Corinzi 9:1 e 15:8 non è specificato come esperienza di conversione, e potrebbe essere un riferimento ad una “visione di conferma” del Figlio che Paolo ricevette qualche tempo dopo la sua conversione. Certo, le visioni (1 Corinzi 15:5-7) di Pietro, Giacomo, degli oltre 500 fratelli, ecc, non furono esperienze di conversione, dal momento che si trattava di persone che erano già credenti e apostoli. Paolo elenca il suo personale diritto dopo il loro come se fosse della stessa natura al pari del resto. (ciò poteva essere stato indotto anche dal suo bisogno di subìre lo stesso tipo di visione come un mezzo per confermare sé stesso in qualità di apostolo, come indicherebbe 1 Corinzi 9:1f). E prosegue in 15:10 per dire di essere “quello che sono” in virtù della grazia di Dio, non di Gesù. Inoltre, 2 Corinzi 12:1, nel raccontare “visioni e rivelazioni del Signore”, non riesce ad includere nessuna esperienza che assomigli alla leggenda della via per Damasco, e tanto meno si riferisce alla chiamata che lo portò a diventare un apostolo. ]

— 1 Corinzi 1: 7-8 - Si veda “Principali 20” #17

 41. - 1 Corinzi 1:9
 È Dio stesso che vi chiamò a condividere nella vita [letteralmente, comunione] di suo Figlio Gesù Cristo nostro Signore; e Dio mantiene la fede. [NEB]

Ancora una volta, l'attenzione è rivolta a Dio, laddove un apostolo che risponde ad un umano Gesù di Nazaret più probabilmente avrebbe intravisto che la chiamata al credente viene dall'uomo che lui sta predicando. Se, però, Gesù è una figura del tutto rivelata da Dio attraverso la scrittura (e sostenuta da delle visioni occasionali), il teocentrismo di Paolo è comprensibile.

42. - 1 Corinzi 1:18-24(f)
    18 Poiché la predicazione della croce è follia per quelli che periscono, ma per noi che veniamo salvati, è la potenza di Dio. 19 Infatti sta scritto: “io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti”. 20 Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo mondo? Non ha forse Dio reso folle la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la follia della predicazione.
22 I Giudei infatti chiedono segni miracolosi e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per i pagani follia, ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. [NIV]

Nella grande difesa di Paolo della sua dottrina circa il Cristo, qualcosa che per sua ammissione colpisce come ridicolo il mondo dei non credenti, lui ci tiene a precisare solo quello che è circa il suo vangelo, il quale è risultato “scandalo per i Giudei e follia per i pagani”. Che cos'è? Semplicemente questo (letteralmente, in greco):
Noi proclamiamo Cristo [che è stato] crocifisso”.

L'affermazione di Paolo sembra essere un'affermazione di un semplice fatto: che Cristo fu crocifisso. Eppure, se la crocifissione di Gesù fosse stato un recente evento storico, il suo solo accadimento, essendo una materia di ricordo e di dominio pubblico, difficilmente sarebbe risultato un ostacolo o una follia a chiunque. Il significato proclamato di quell'evento poteva essere così, ma Paolo non suggerisce di voler intendere che è l'interpretazione della crocifissione ad essere il problema. Né dice che il problema è che un uomo crocifisso è dichiarato il Messia — cosa che sarebbe davvero un affronto per l'ebreo medio. No, come Paolo la presenta, è la dottrina stessa che il Messia fu crocifisso che viene resistita.

Inoltre, il verbo greco è nel tempo perfetto, un tempo che riguarda più l'effetto perdurante nel presente piuttosto che una semplice dichiarazione di un accadimento passato. Questa è una ricorrente modalità di espressione (spesso semplicemente nel tempo presente), che rappresenta Cristo e le sue azioni mentre accadono nell'“ora”, perfino mentre parlano nell'ora tramite le sacre scritture. Tutto questo è coerente col concetto di un'attuale rivelazione da parte da Dio, di verità di un mondo superiore a lungo segrete, sul punto di essere rivelate e di provocare un effetto al momento presente.

Così Paolo sta dicendo che la sua predicazione di un Messia che è dichiarato di essere stato crocifisso è stata trovata inaccettabile da coloro che lui associa alla sapienza del mondo. La sua sapienza — una sapienza di Dio — è che il Messia fu crocifisso, e che questo è il piano di salvezza di Dio. Possiamo concludere, quindi, che Paolo non sta parlando di un evento storico verificabile, ma di una celeste figura spirituale che è conosciuta solo dalla scrittura. Certi ebrei e gentili respingono l'interpretazione di Paolo di questo Messia celeste — che egli fu crocifisso (da chi, si veda l'elemento successivo). Quest'interpretazione è diversa da quella di altri — che egli fu non crocifisso. (Vorrei affermare che quest'ultima si riferisce all'apostolo Apollo, al quale Paolo ha appena accennato. Si veda Articolo Complementare Numero 1: Apollo di Alessandria e l'Antico Apostolato Cristiano per una discussione approfondita di questo passo.)

Se Paolo stesse predicando Gesù di Nazaret — un uomo crocifisso — come il Messia e Salvatore, lo avrebbe discusso in questi termini, tanto più che in questo lungo passo (che si estende fino a 2:10) lui sta difendendo la sua dottrina e sta difendendo Dio per la sapienza del suo piano di redenzione. Eppure, non c'è una parola in quei 24 versi circa il Gesù umano, circa una dimensione terrena, circa la questione del riconoscimento di un criminale crocifisso come il Figlio di Dio e redentore del mondo. Infatti, l'innalzamento di un uomo alla divinità, la trasformazione di un sovversivo condannato in una parte della Divinità, sarebbe, per quasi tutti gli ebrei, una pietra d'inciampo di proporzioni così monumentali da far impallidire ogni obiezione che potevano avere per l'affermazione che il Messia dovette subire una crocifissione. Paolo è completamente silenzioso sulla più grande follia tra tutte loro.

Invece, Paolo “definisce” Cristo come “la potenza di Dio e la sapienza di Dio” (passo 24). In linea con tutto il resto da lui espresso, sta definendo una figura celeste in termini di caratteri spirituali (nello stesso modo in cui si potevano definire concetti come il Logos greco e la Sapienza personificata ebraica); non vi è alcun segno che sta facendo una dichiarazione su un uomo umano.

Nel passo 22, Paolo fa notare che gli ebrei cercano miracoli a sostegno di ogni dottrina intorno a Dio e la salvezza. È strano, quindi, che non riesce a richiamare l'attenzione su uno qualsiasi dei miracoli del vangelo di Gesù a supporto dell'affermazione che l'uomo crocifisso di Nazaret era stato effettivamente Messia e Salvatore.

43. - 1 Corinzi 2:7-8
    7 Ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria 8 e che nessuno dei dominatori di quest'età ha conosciuta; perchè, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 

Paolo predica “Cristo crocifisso”. Ma da chi? “I dominatori di quest'età”. Il parere degli studiosi è stato a lungo diviso sul significato di questa frase, ma la ricerca liberale ritiene in gran parte che si riferisca alle forze spirituali che sono considerate al dominio dell'età presente della storia. Gli antichi a quel tempo consideravano i livelli più bassi del cielo abitati da demoni malvagi che controllavano il destino della terra e tormentavano la vita della gente. Sono loro che sarebbero passati via una volta stabilita una nuova era di Dio, e spesso si parla della crocifissione di Cristo come dello strumento di Dio per conquistare gli spiriti malvagi e sanare la spaccatura che hanno creato tra cielo e terra. (Si veda Colossesi 2:15, Efesini 1:10, 2:2, 3:10 e 6:12.) Per una discussione completa del significato di questo passo, assieme ad un elenco parziale di studiosi che sostengono questa interpretazione, si veda Articolo Complementare Numero 3: Chi Crocifisse Gesù?

Sembrerebbe che Paolo individua la crocifissione di Gesù nel regno spirituale ad opera degli spiriti malvagi. (Si veda L'Ascensione di Isaia, 9:13-14). Quelli che riconoscono questo significato per i “dominatori di quest'età” a volte tentano di qualificarlo affermando che Paolo intravvede la loro azione dietro le autorità umane che in realtà, secondo i vangeli, crocifissero Gesù, ma Paolo non dice questo, e un'idea del genere non è neanche presente quando arriviamo ai vangeli e le autorità umane iniziano per prima ad essere specificate.  

44. - 1 Corinzi 2:11-13
    11 Infatti chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui?  Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. [RSV]

Ancora una volta, Paolo è impermeabile all'idea che Gesù sulla terra fosse qualcuno che conosceva il pensiero di Dio e lo rivelò all'umanità. Invece, nei versi precedenti ha parlato dello Spirito come strumento di rivelazione di Dio, perfino delle “profondità della natura di Dio”. Si sarebbe potuto pensare che l'uomo che era in realtà il Figlio di Dio avrebbe compreso e rivelato qualcosa di quella natura. Egli continua dal verso 11 a dire:
    . . . 12 Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; 13 e noi ne parliamo ma non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali.

Ci può essere un'esclusione più evidente di ogni senso di un recente Gesù di Nazaret, predicatore sulla Terra? Paolo non volge il minimo sguardo nella sua direzione qui. Tutta la conoscenza, tutti i doni, tutta la sapienza sono venuti da Dio per mezzo dello Spirito. Perfino il concetto stesso di “parole” che rivelano Dio Paolo non può portare sé stesso ad associarlo alla predicazione di un Gesù storico. Poteva Paolo esser stato convertito da una risposta alla figura di Gesù di Nazaret—anche nella sua forma risorta, esaltata—ed essersi spogliato così completamente di ogni suo pensiero ed espressione?

[Un indicatore migliore di come precisamente Paolo vede un ruolo per Cristo arriva poche righe dopo. Nel verso 16, Paolo chiede, attraverso una citazione di Isaia 40:13, “«Chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ma noi abbiamo la mente di Cristo”. Precedente a questo, Paolo è stato a parlare dello Spirito di Dio. Ora egli suggerisce una definizione di quello Spirito e rivela un altro aspetto della sua vista completamente mitologica e mistica del Figlio. Paolo e altri “uomini spirituali” sono provvisti dello Spirito, che dà loro la capacità di conoscere Dio e le più alte verità dell'universo. Questo Spirito divino, inspirato, è “la mente di Cristo”, fare Cristo un aspetto di Dio, l'elemento comunicante, conferitore di conoscenza, di Dio. In altre parole, l'equivalente di un'“ipostatizzata Sapienza”. Questo è un riflesso del principale concetto filosofico dell'epoca, che il Dio ultimo comunicava al mondo della materia e all'umanità mediante uno spirituale consociato e intermediario. In Paolo, lo Spirito di Dio sta procedendo ulteriormente lungo il percorso verso la personificazione.

Il concetto di Paolo di possedere la mente di Cristo dovrebbe essere visto in parallelo alle sue idee mistiche circa la condivisione nel “corpo” di Cristo, i due—Cristo e tutti i credenti—costituendo assime un “corpo” mistico per sè stesso. Questa è un'idea legata al generale concetto cultuale misterico dell'epoca per cui l'iniziato è unito in qualche modo con la sostanza spirituale e il fato del dio salvatore. Se il concetto di Paolo del “corpo” di Cristo è riconosciuto — e di solito lo è —  riferirsi solamente alla natura spirituale del Cristo celeste, allora il suo concetto della “mente” di Cristo dovrebbe parimenti essere visto privo di relazione con qualunque incarnazione umana.

Paolo fa solo occasionalmente quest'esplicita identificazione dello Spirito di Dio con Cristo (ad esempio, Filippesi 1:19, Galati 4:6), poichè il significato ebraico più generale del termine è davvero molto ancora parte del pensiero suo e dei suoi ascoltatori. Vedremo in seguito a questa visione di Cristo in 2 Corinzi 4:6.]


45. - 1 Corinzi 4:5
Poichè non giudicate nulla prima del tempo, finchè sia venuto il Signore, il quale metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. [NEB]
   
Un altro riferimento alla venuta di Cristo, che manca di ogni senso del suo esser già stato qui, specialmente per il suo vuoto su ciò che Gesù poteva aver fatto durante la sua predicazione nel portare luce nell'oscurità e nel rivelare i pensieri della gente.

46. - 1 Corinzi 4:11-13
    11 Fino a questo momento noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora. 12 . . . ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo. [NEB]

Paolo lamenta il trattamento che apostoli come lui subiscono dal mondo nella misura in cui cercano di diffondere il messaggio di Cristo. Poteva non aver trovato nessun conforto nelle parole di Gesù stesso, nelle sue benedizioni di coloro che hanno fame e sete e sono perseguitati (nel Discorso della Montagna), o quando disse che il Figlio dell'Uomo fu altrettanto senza dimora e non aveva dove posare il capo (Luca 9:58 e paralleli)? Non dovremmo aspettarci da lui che richiami l'attenzione sul fatto che “benedite quelli che vi maledicono” fu una diretta ammonizione di Gesù (Luca 6:28 e paralleli)?

47. - 1 Corinzi 7:29
    Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato. [NEB]

Come parte dell'attesa della fine imminente dell'età, Paolo e altri scrittori fanno spesso tali previsioni, spesso a dispetto dello scetticismo e dell'opposizione (ad esempio, 2 Pietro 3:4). Qui, sicuramente, c'è una necessità impellente di riferirsi alle stesse previsioni di Gesù sulla vicinanza della Fine imminente, come in Matteo 10:23, Marco 13:30 e soprattutto 9:1: “Ci sono alcuni di quelli qui presenti, che non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio venire con potenza”.

Se i suoi lettori già sapessero che Gesù aveva detto cose di questa natura (e questo non sempre dovrebbe essere dato per scontato), l'impulso naturale per uno scrittore in una situazione come questa sarebbe sicuramente di precipitarsi al fatto che le stesse parole di Gesù supportano la sua affermazione. Questo è particolarmente vero quando il soggetto in fase di discussione è controverso, e quando vi è un elemento di persuasione da esercitare sul lettore perchè ascolti, perchè presti attenzione, accetti l'idea in procinto di essere illustrata. Eppure è proprio in contesti come quelli — e costantemente così — che incontriamo la mancanza di qualsiasi appello a parole e atti di un Gesù storico.

48. - 1 Corinzi 9:1-2
    1 . . . Non sono io apostolo? Non ho visto Gesù, il nostro Signore? . . . 2 Se peraltri non sono apostolo, lo sono almeno per voi, perchè il sigillo del mio apostolato siete voi, nel Signore. [NEB]

Qual'era la base su cui stava per venir messo in discussione l'apostolato di Paolo? Dato il quadro del vangelo, uno dei motivi potrebbe sembrare ovvio: lui non fu uno di quelli scelti da Gesù durante la sua predicazione sulla terra. Ma il fatto strano è che Paolo, in tutta la sua argomentazione sulla legittimità della sua posizione, non affronta mai la questione in quei termini. Non dice mai: “Sì, lo so che altri seguirono Gesù nella sua predicazione terrena, ma il modo in cui io fui chiamato è altrettanto degno...” In realtà, i suoi argomenti rifiutano l'idea che ci sia una differenza a qualsiasi titolo. Il passo sopra mostra che per lui un modello importante è il “vedere” il Signore. Questo verbo si riferisce ad un tipo di esperienza visionaria o di rivelazione. Non vi è alcun segno da nessuna parte che Paolo intrattiene qualche distinzione tra conoscere Gesù sulla terra e vederlo in carne e ossa, e conoscerlo attraverso visioni della sua identità celeste. La prima idea non fa mai un'apparizione.

Anche se è affermato — come spesso accade — che Paolo ignora questa distinzione perché si rifiuta di accettare il fatto che essa dovrebbe essere rilevante, potete star certi che i suoi avversari non sarebbero così obbligati. Questa distinzione è proprio la cosa che ci si poteva aspettare loro gli avrebbero rinfacciato, e che lui sarebbe stato costretto ad affrontare, gli piacesse o meno. Inoltre, un conto è ignorare qualcosa che tutti sanno. É un altro conto, come parte di quel processo di ignorare, cambiare le cose in termini che sarebbero falsi e fuorvianti in modo riconoscibile, qualcosa che altri certamente non gli avrebbero permesso di eludere. 

Ma c'è una conclusione da trarre da questo passo che gli studiosi sono riluttanti ad ammettere. L'affermazione di Paolo che anche lui ha “visto il Signore” implica che il suo tipo di visione (di cui pochi metterebbero in discussione che fosse del tutto visionario) è lo stesso di quello degli apostoli coi quali egli stesso si sta confrontando; in caso contrario, il suo appello alla sua visione personale del Signore che lo pone legittimamente tra i loro ranghi non avrebbe senso. E dal momento che prosegue proprio nei versi successivi a riferirsi a Cefa e ai “fratelli del Signore” (che possono essere presi a significare membri della fratellanza settaria a Gerusalemme, di cui Giacomo fu il capo: si veda la mia Risposta a Sean), siamo giustificati nel presumere che quelli figurano tra gli apostoli coi quali lui si sta confrontando. Così la necessaria conclusione è che anche quelli uomini conoscevano il Signore solo tramite questo tipo di “visione”, vale a dire un tipo visionario. Cefa e i fratelli del Signore e il resto degli apostoli non sapevano nulla di Gesù sulla terra, che è il motivo per cui non incontriamo mai in Paolo alcun riferimento alla nomina di apostoli da parte di un Gesù umano.

— 1 Corinti 10:11 - Si veda “Principali 20” #16

49. - 1 Corinzi 12:4-11
    4 Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. . . . 7 Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza;  . . . eccetera. . . . 11 Ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole. 

Passo dopo passo Paolo e altri antichi scrittori ci danno un quadro chiaro della natura dell'antico movimento cristiano: l'irruzione di apostoli predicatori sulla scena del primo secolo, spinti dalla convinzione che lo Spirito di Dio stava parlando a loro e inviando loro con un nuovo messaggio di salvezza, una convinzione di solito ricevuta dalla lettura delle scritture. Non c'è un'eco di quello che dovrebbe essere il fattore principale in questo movimento, se il quadro ortodosso fosse corretto: una rete di apostoli che fanno risalire la loro dottrina e autorità tramite una catena che porta a coloro che furono nominati e inviati da Gesù stesso; In altre parole, un sistema di tradizione apostolica e il senso che Gesù di Nazaret avesse iniziato il processo. Quest'ultimo è un concetto che si manifesta solo nel secolo secolo in aggiunta allo sviluppo dell'idea di un Gesù storico, al quale autorità e autenticità di dottrina viene poi attaccata.

Anche se l'opera dello Spirito di Dio fosse vista in azione nel contesto di un movimento cominciato con Gesù di Nazaret, quello Spirito sarebbe stato legato in qualche modo a lui, come alla fine fu legato — più drammaticamente nel vangelo di Giovanni, con la promessa di Gesù ad inviare il Paraclito dopo la sua dipartita dal mondo. Infatti, “Giovanni” arrivò con questo concetto al fine di individuare lo Spirito di Dio, fino ad allora la forza trainante del movimento, mentre procede da Gesù ed è sotto la sua direzione. Come abbiamo visto (1 Giovanni 4:1, #15), nemmeno le epistole di Giovanni introducono il concetto del Paraclito in relazione agli spiriti concorrenti che sono all'opera nel mondo apostolico.

50. - 1 Corinzi 12:28
    E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo gli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, ecc.  [NIV]

Dio ha stabilito? Al tempo in cui 1 Corinzi fu scritta (54 circa?), Il gruppo di apostoli a Gerusalemme intorno a Pietro era presumibilmente ancora vivo e attivo (lo testimonia Galati scritta nello stesso periodo). Perché Paolo non fa alcuna menzione di eventuali apostoli nominati dallo stesso Gesù? Non erano Pietro e Giacomo e il resto parte della “chiesa”?

Il linguaggio di Paolo crea un quadro generale, ancora una volta, di un movimento formato dall'attività di comunicazione percepita da Dio, sia come fonte originaria che come la sua direzione costante. Non vi è un sussurro qui di un principio in un Gesù storico e l'impatto che è detto di aver avuto sul dispiegamento del movimento cristiano.

51. - 1 Corinzi 13:1-13
    . . . Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore. [NEB]

Un capitolo sul tema dell'amore, che è lungo 13 versi, ma non contiene una parola su qualsiasi insegnamento sul soggetto da parte di un Gesù storico predicatore.

52. - 1 Corinzi 14:36-37
    36 La parola di Dio è  forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi soli? 37 Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore. [NEB]

Ancora una volta, la raffigurazione di Paolo del movimento cristiano è una raffigurazione dipendente esclusivamente dallo Spirito mandato da Dio. Apostoli fanno pretese in competizione circa la loro ispirazione dal Signore (in questo caso, Dio). Nessuna disposizione, nessun appello, è fatto ad un recente Gesù di Nazaret, o all'autorità investita in quelli che ebbero una connessione terrena con lui.

Alla luce della stragrande impressione contenuta negli ultimi numerosi elementi circa lo Spirito, che il motore del movimento cristiano è la rivelazione diretta, o “ricezione” da Dio delle verità del messaggio evangelico, l'elemento successivo — il passo cruciale di 1 Corinzi 15:3-8 — consente un'interpretazione che è abbastanza diversa da quella offerta regolarmente.

53. - 1 Corinzi 15:3-8
    3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture (kata tas graphas), 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a [letteralmente, fu visto da] Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

Faccio una discussione approfondita di questo passo nell'Articolo Complementare Numero 6: La fonte del Vangelo di Paolo. Qui mi limiterò ad evidenziare gli elementi relativi al tema del silenzio.

Il primo elemento, a seguito delle precedenti diverse voci riguardanti l'opera dello Spirito, è che il verbo “ho ricevuto” nel verso di apertura sopra deve essere inteso nel senso di una rivelazione personale, e non di una tradizione passata, attraverso canali umani da parte di altri. Non solo Paolo non manifesta nessun segno in nessuna parte di ricevere una “tradizione apostolica”, nel senso di un vangelo circa Gesù, che è venuto da coloro che si presume lo conoscessero, ma lui nega qualsiasi cosa del genere con molta veemenza, precisamente in Galati 1:11-12, dove afferma di aver ricevuto il suo vangelo “da nessun uomo, ma da una rivelazione di/circa Gesù Cristo”.

Se “ho ricevuto” del verso 3 si riferisce quindi ad una rivelazione personale, questo ha due effetti immediati. Il primo effetto è che gli elementi da lui dichiarati nel suo vangelo, la morte, la sepoltura e la resurrezione di Gesù, non si riferiscono probabilmente ad eventi storici. Se tutti e tre fossero oggetto di testimoni oculari e di documentazione storica (almeno dal punto di vista cristiano), sarebbe più che semplicemente ridicolo per Paolo riferirsi ad una conoscenza di quelle cose come cose che gli giungono attraverso una rivelazione personale. In secondo luogo, lui ci dice infatti da dove ha attinto tali informazioni: dalle scritture. Anche se kata tas graphas viene regolarmente interpretata nel senso “in adempimento delle scritture” (un'idea che Paolo non discute da nessuna parte), può altrettanto facilmente implicare il significato di “come ci comunicano le Scritture”, e questo è coerente coll'intera presentazione delle scritture nelle antiche epistole cristiane come la fonte di conoscenza del Cristo, e anche come depositaria della stessa voce di Cristo.

Come ne parlo nell'Articolo 6, il verbo usato per le “apparizioni” si trova regolarmente nel contesto di una esperienza visionaria personale. E poiché Paolo include la sua propria esperienza visionaria alla fine della lista in modo tale da suggerire che la natura della sua esperienza è uguale a quella di tutte le altre, questo porta alla conclusione che i dettagliati avvistamenti di Gesù da parte delle persone di Gerusalemme si riferiscono in modo simile a percepite esperienze visionarie. Ciò significa che non vi è alcuna connessione temporale necessaria tra la morte, la sepoltura e la resurrezione dei versi 3-4, e la serie di visioni. Le prime costituiscono il vangelo proclamato intorno agli atti redentori di Cristo nel regno spirituale, informazione che è derivata dalle scritture. Sia il vangelo che le apparizioni sono cose che Paolo ha in precedenza “trasmesso”, nel senso di enunciato, ai Corinzi, e di cui egli sta ricordando loro qui. L'idea “ho ricevuto” si applica solo agli elementi del vangelo. (Si veda l'Articolo Numero 6 per una discussione approfondita di tutti quei punti.)

L'altro grande silenzio da affrontare è che questo resoconto delle apparizioni di Gesù non è coerente con il resoconto evangelico. Quest'ultimo, naturalmente, non è un resoconto unificato, e in effetti contiene molti elementi contraddittori tra i vari evangelisti — non ultimo il fatto che il primo vangelo, Marco, non possiede per nulla apparizioni di Gesù, mentre i vangeli più tardi diventano sempre più complessi nella loro raffigurazione delle attività del Gesù risorto. Ma ciò che essi contengono tutti è qualcosa di cui Paolo non dice una parola: che la prima presenza presso la tomba, e il primo avvistamento in tutti i vangeli successivi, fu quella di certe donne. Dove in tutte le antiche epistole cristiane c'è qualcosa di Maria Maddalena e delle altre donne che ebbero il privilegio di essere le prime a ricevere il messaggio della resurrezione e anche il primo avvistamento (in Matteo e Giovanni) dello stato risorto del Cristo? Per quanto riguarda la dichiarazione definitiva di Paolo che Pietro fu il primo a vedere Gesù risorto, non un vangelo è d'accordo con lui.

 — 1 Corinzi 15:12-16 - Si veda “Principali 20” #9

54. - 1 Corinzi 15:45-49
    45 E così è scritto: “il primo uomo, Adamo, fu creato per avere una natura vivente,  l'ultimo Adamo per essere spirito datore di vita. 46 Comunque, lo spirituale (corpo) è non prima, piuttosto il materiale, e poi lo spirituale. 47 Il primo uomo (fu) tratto dalla terra, di terra, il secondo uomo (è) dal cielo. . . . 49 E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste. [Jean Hering, ndr]

L'interpretazione di questo brano è una questione complessa, e rimando il lettore alla sezione III del mio Articolo Complementare Numero 8: Cristo come “Uomo”: Paolo Riferisce a Gesù come ad una Persona Storica? Qui mi limiterò a fare il punto che i traduttori sono costretti a mettere in un buon numero di verbi, dal momento che Paolo omette la maggior parte di loro, e lo fanno con preconcetti evangelici in mente. Il verso 45 può essere particolarmente fuorviante, e io ho fornito la traduzione qui di Jean Hering (1 Corinthians, pag. 175).

Il punto fondamentale che Paolo sta facendo in tutta questa parte del capitolo è che gli esseri umani saranno sottoposti ad una resurrezione assumendo un nuovo e diverso “corpo di resurrezione” la cui natura non sarà carne e sangue terreni. Questo corpo di resurrezione sarà modellato su quello di Cristo, che il verso 47 dice fatto di “materiale celeste”. Il problema è, Paolo manca di fare qualsiasi distinzione tra il corpo umano di Cristo, che egli possedette durante il suo tempo sulla terra, e il nuovo corpo da lui posseduto in cielo dopo la sua resurrezione. Si tratta di una distinzione che deve essere assolutamente fatta, dal momento che il primo non può servire da modello. Paolo avrebbe dovuto specificare che sta parlando del corpo di Cristo dopo la sua resurrezione dai morti. In realtà, tutti i tipi di problemi risulterebbero nel discorso di Paolo qui dal suo silenzio su una distinzione del genere. Egli non fa per nulla nessun riferimento ad un corpo terreno di Cristo.

I commentatori spesso presentano la loro interpretazione di questo passo, come se Paolo specificasse veramente di star predicando del corpo risorto di Gesù, oppure di almeno implicarlo. Ma anche una lettura superficiale mostra che Paolo tace su una cosa del genere. Un altro modo di guardare a questo silenzio è quello di sottolineare che, nel tentativo di convincere i suoi lettori che gli esseri umani possono essere resuscitati in un altro corpo spirituale, egli non riesce a derivare dall'evidente esempio di Gesù stesso, il cui corpo umano si suppone resuscitato in un corpo spirituale. (Paolo, ad ogni modo, non mostra alcun segno di considerare lo stato “resuscitato” di Gesù   “in carne”, e in effetti il suo linguaggio esclude una cosa del genere. Questo vuol dire che lui e i vangeli, con la loro presentazione di un Cristo risorto in una forma fisica, differiscono drammaticamente.)

L'uso di Paolo del termine “uomo” in relazione a Cristo non può semplicemente essere preso a riferirsi al suo stato umano, infatti anche questo creerebbe difficoltà per, e addirittura starebbe in contraddizione con, le cose che dice di Cristo e del suo corpo celeste. Infatti, il termine “uomo” può essere inteso in uno qualsiasi di un certo numero di modi mitologici, coerenti con le prospettive ellenistiche e apocalittiche del tempo, come per esempio l'“Uomo Celeste” di Filone di Alessandria. (Si veda l'Articolo Numero 8 per una discussione approfondita di quelle domande.)
2 Corinzi


55. - 2 Corinzi 1:21-22 / 5:5

    21 Ora colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti è Dio. 22 Egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra (arrabon) dello Spirito nei nostri cuori. [NIV / NEB]

    Confronta anche 2 Corinzi 5:5: “Ora colui che ci ha formati per questo è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito”.

Il Nuovo Testamento del Traduttore dà come traduzione per l'ultima parte del verso 22: “e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori”, e relative note di traduzione fanno questa osservazione: “La parola greca 'arrabon' è un termine commerciale per un pagamento parziale che rende vincolante una transazione. l'idea di 'rata' e 'pegno' sono entrambe incluse in esso. Qui il dono reale dello Spirito Santo è un'assicurazione, inoltre, che ce ne sarà di gran lunga in futuro”.

I due passi di cui sopra potrebbero benissimo essere inclusi nei “Principali 20”, perché c'è un silenzio qui, che è a dir poco profondo. Abbiamo Dio il primo motore e la fonte di ciò che significa essere cristiani, Dio quello col quale Paolo e i suoi compagni di fede sentono la connessione primaria. La fede cristiana guarda avanti alla promessa del futuro, e che cosa vedono come puntatore a quella promessa? La vita di Gesù? Il suo sacrificio sul Calvario? No, il dono dello Spirito, l'ispirazione che Paolo e altri sentono esser stata data loro nel concepire e promulgare il messaggio evangelico. Questo è il segno del marchio di Dio. Come incarnazione e garanzia della promessa di Dio di vita eterna, egli ha mandato — non Gesù, non il Figlio incarnato, ma lo Spirito, l'ispirazione accordata a Paolo e agli altri suoi apostoli di Cristo.

Solo un vuoto completo su ogni conoscenza di un Gesù storico avrebbe potuto portare Paolo a esprimersi in questo modo. Guardando indietro, vede che la promessa di salvezza da raggiungere al Regno imminente ha avuto la sua prima 'rata', il suo 'pegno', nell'invio dello Spirito, non in Gesù di Nazaret. Il movimento cominciò non con una figura storica, ma con l'arrivo dello Spirito di Dio. Paolo e gli altri scrittori di epistole dicono questo più e più volte, ma probabilmente da nessuna parte così chiaramente come in questo passo.

[L'uso della frase “in Cristo” nel verso 22 può ora essere visto per quello che è. Cristo è parte di quell'“invio dello Spirito”, poichè il vangelo ispirato trovato nei profeti (si veda Romani 1:1-4, 16:25-27, ecc), ha portato la parola di Dio intorno a lui e alla relazione mistica che l'umanità sta ora per avere con lui come Signore e Salvatore. Al pari del concetto greco del Logos, Cristo è emanazione di Dio, il suo agente sussidiario e aspetto comunicante. Come mediatore tra Dio e il mondo, egli è l'ombra che Dio getta, o meglio, la luce che getta, infatti Dio, a opinione dei filosofi, non poteva essere visto, non poteva essere toccato. Egli fu reso visibile all'occhio intellettuale, si fece conoscere al mondo materiale, attraverso aspetti secondari. Quelli aspetti avevano caratteristiche proprie — e ruoli da svolgere nella salvezza. Lo Spirito di Dio, o lo Spirito Santo (in alternativa, il concetto di Sapienza nella tradizione scritturale) era il modo ebraico principale di definire quella forza comunicante. Paolo rappresenta un movimento di pensiero che ha personalizzato questa forza ad una nuova fase, quella di un Figlio, un Salvatore, il portatore del Regno quando arriva alla Fine imminente. Paolo e i primi cristiani considerano la fede in questo Figlio appena rivelato come il piano di salvezza di Dio. Una delle idee religiose prevalenti del tempo, come riflessa nello sviluppo dei culti misterici, era quella di un'associazione con una divinità la cui natura si poteva condividere e i cui atti salvifici comportavano paralleli paradigmatici che effettuavano certe garanzie per l'iniziato.  Dal momento che tali rapporti non erano possibili con il Dio ultimo, erano necessarie divinità intermedie. Per l'espressione settaria in particolare ebraica (altamente ellenistica in alcune delle sue influenze), che Paolo rappresenta, quella divinità era il Figlio, Cristo Gesù, trovato nelle scritture.]


56. - 2 Corinzi 3:4-6 / 8-9

    4 Una simile fiducia noi l'abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio. . . . 6 Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera ma di spirito, perchè la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. [NEB]

Ulteriore parlare dello Spirito come la forza trainante del nuovo movimento di fede. L'autorità e la competenza di Paolo ad agire come un apostolo viene da Dio. E come può Paolo parlare di questa dispensazione della nuova alleanza come un prodotto della sua opera apostolica, senza mai uno sguardo a Gesù, nella sua vita e predicazione, come il distributore principale di quel patto? Il patto stesso è espresso nelle attività dello Spirito, non nelle stesse attività recenti di Gesù. Nota l'uso del verso 4 di “per mezzo di Cristo” (si veda l'elemento precedente), nel senso di un canale di relazione con Dio.

Paolo continua a parlare dello splendore (gloria) sul volto di Mosè, che riflette lo splendore divino, in occasione dell'inaugurazione della vecchia alleanza:

    8 Ma se così, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9 Se infatti il ministero della condanna fu glorioso [vale a dire, la gloria della Legge Mosaica del vecchio patto, che Paolo considera in modo negativo], molto più abbonda in gloria il ministero della giustizia.  [NEB]

Il verso 8 traccia un parallelo alla dispensazione del vecchio patto, il parallelo allo splendore divino presente agli eventi del Sinai. È lo splendore della vita e della persona di Gesù, il suo sacrificio glorioso sul Calvario? No, è il dono dello Spirito di Dio, la forza che ha lanciato il movimento apostolico di cui Paolo è una parte. Qui è dove risiede lo splendore della nuova alleanza: esattamente alle porte di Paolo. Gesù non è nemmeno entrato dalla porta di servizio. Paolo davvero ignorerebbe l'intero evento della vita e della carriera di Gesù quando ci si sposta dalle vecchie alle nuove “dispensazioni” nella relazione di Dio con l'umanità? Ancora una volta, nessun Gesù storico interviene nel pensiero di Paolo tra il passato e il presente.

57. - 2 Corinzi 4:4-6

    4 per gli increduli, ai quali Il dio di questo mondo [=Satana] ha accecato le menti affinchè non risplenda loro la luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l'immagine di Dio. . . . 6 Perchè il Dio che disse: “Splenda la luce fra le tenebre” è quello che risplende nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio, che rifulge nel volto di Gesù Cristo.  [NIV]

Qui Paolo ci dà un ulteriore avvistamento nella natura e nel ruolo del Figlio, secondo la filosofia mistica del tempo. La frase finale indica il carattere fondamentale di Cristo, come il canale tramite il quale Dio è conosciuto. Dio si rivela attraverso le sue emanazioni, tramite un intermediario spirituale personificato come il Figlio. Qui Paolo lo caratterizza in possesso di, o nell'essere, un “volto”. Quel volto non è quello che era stato visto sulla Terra dagli occhi di uomini e donne comuni, ma nella visione interna del mistico, l'“uomo spirituale” (1 Corinzi 2:10-13) al quale Dio ha concesso la luce della sua rivelazione. Come offrì Dio luce della conoscenza di sé stesso? Non attraverso la persona di un Gesù predicatore, ma con la sua rivelazione del Cristo, mediante lo splendore della luce nel cuore delle persone.

In 1 Corinzi 2:11-13, Paolo parla della “mente” di Cristo, che dà conoscenza della mente di Dio. Qui, egli è un “volto”, in ultima analisi, il volto di Dio. In nessuno dei due passi è fatto qualche riferimento alla carriera umana di Cristo, e in effetti il verso 4 di sopra mostra che il vangelo di Paolo è circa il Figlio, che viene definito come “l'immagine di Dio”.  Questo è un aspetto simile al Logos, del tutto spirituale e mitologico, e non ha nulla a che fare con l'incarnazione terrena.

L'espressione “luce della conoscenza” è letteralmente “l'illuminazione della conoscenza”, che è semplicemente un altro modo per descrivere il processo di rivelazione. Dio si è rivelato attraverso il Cristo intermediario, un processo che ha luogo “nel cuore”, a ulteriore supporto dell'idea di una rivelazione. Se Paolo sapesse di un Gesù sulla terra che aveva rivelato Dio nella sua persona e nella sua predicazione, egli avrebbe formulato le cose in modo completamente diverso.

58. - 2 Corinzi 4:13-14

13 Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: “Ho creduto, perciò ho parlato”, anche noi crediamo e perciò parliamo, 14 convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.

Paolo suggerisce certamente qui che la conoscenza della resurrezione di Gesù è del tutto una questione di fede, e nulla a che fare con testimonianza oculare. La citazione dalle scritture definisce il significato della dichiarazione di Paolo: la fede porta alla dichiarazione. Se la resurrezione di Gesù fosse una materia di documentazione storica cristiana, ci aspetteremmo che lui vi facesse appello, utilizzando un'espressione del tipo: “Noi crediamo che coloro che ci dissero di averlo visto vivo dopo la sua morte stavano dicendo la verità”.

59. - 2 Corinzi 5:6-7

    6 Quindi aspettiamo sempre con fiducia, consapevoli del fatto che ogni momento che passiamo in questo corpo umano, è tempo trascorso lontano dal Signore. 7 E la fede è la nostra guida, noi non vediamo lui. [NEB]

Non: “noi non vediamo più lui”, o un qualche sentimento simile a indicare che nel passato recente uomini e donne avevano visto il Signore, e che questa testimonianza alla sua vita, morte e resurrezione fosse la guida alle loro azioni, non la fede priva di testimonianza. Paolo costantemente ci dà l'immagine di un movimento ispirato interamente dalla fede, per convinzione in ciò che Dio ha rivelato. Non vi è alcuna indicazione che questo non si applichi ad ognuno: apostoli, profeti, o chiunque viva oggi. (Si veda Romani 8:24-25, 1 Pietro 1:8).

60. - 2 Corinzi 5:17-20

    17 Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. 18 Dal primo all'ultimo questo è stata l'opera di Dio [letteralmente, tutto questo viene da Dio] che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione . . .   [NEB]

Cosa ha effettuato il cambiamento dal vecchio al nuovo? Non l'opera di Gesù, ma l'unione del credente con Cristo; in altre parole, l'unione mistica con Cristo realizzata dal credente mediante la fede. Il Gesù storico come punto di svolta in questa sequenza non sta per essere visto da nessuna parte. Paolo prosegue per assegnare l'intero processo di evoluzione a Dio, senza neppure uno sguardo ad un Gesù terreno e alla sua predicazione.

Il “per mezzo Cristo”, come abbiamo visto negli elementi 55 e 56, è rappresentativo del Cristo spirituale in qualità di canale tra Dio e l'uomo. Quello che non significa è un'incarnazione terrena, infatti Paolo assegna esplicitamente il “ministero della riconciliazione” a sé stesso, senza nemmeno un suggerimento che Gesù nel suo ministero avesse giocato un ruolo  almeno  altrettanto significativo. La stessa combinazione si ripete nel verso 19:

    19 Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione.

Anche in questo caso, il “in Cristo” caratterizza il Figlio come la forza di mediazione, o di intercessione — una forza spirituale, non una forza terrena, poichè Paolo procede ancora una volta ad identificare sé stesso come il portatore del messaggio di riconciliazione tra Dio e l'umanità, ignorando qualsiasi messaggio di riconciliazione nella cui consegna il Gesù terreno avrebbe potuto essere implicato.

    20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo [letteralmente, in nome di Cristo], come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.  
Se Paolo sta 'rappresentando' Cristo, è strano che è Dio a fare l'esortazione al credente, e non Gesù stesso. Questo è risolvibile, tuttavia, se consideriamo Cristo come l'intermediario spirituale, e non un recente rappresentante umano di Dio sulla terra, che dovrebbe egli stesso esser stato responsabile della riconciliazione delle persone con Dio. Una delle idee che non abbiamo mai incontrato nelle epistole, qui o altrove, è l'idea che Paolo e gli altri apostoli, nella loro missione di predicazione, stanno continuando l'opera del Gesù terreno.

[Il Dizionario Teologico del Nuovo Testamento, VIII, pag. 513, considera la prima parte del verso 20 in questo modo: “Come predicatore del vangelo l'apostolo è un autorizzato trasmettitore del messaggio divino e quindi un rappresentante di Cristo. La chiamata urgente dell'apostolo nel momento in cui egli invita gli uomini a credere è dunque una chiamata che stabilisce lo stesso Cristo esaltato”. Così Paolo parla “in nome di Cristo” in cielo: indicando la sua comprensione del Figlio come un mediatore spirituale e canale a Dio.]

- 2 Corinzi 6:1-2 - Si veda “Principali 20” #8

61. - 2 Corinzi 9:10

    Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. [NEB]

Queste parole innescano in noi un ricordo del famoso miracolo dei pani e dei pesci, quando Gesù compatisce la folla e moltiplica il magro cibo disponibile in modo che tutti possano mangiare a sazietà. Paolo qui è alla ricerca di una metafora per mostrare che Dio provvederà i credenti di “tutto quel che vi è necessario” (il precedente verso 8) in ogni situazione. Il miracolo di Gesù dei pani e dei pesci non sarebbe stato una vivida illustrazione di come Dio provvede al suo popolo? Paolo non aveva sentito parlare di questo miracolo? Aveva sentito parlare di qualche miracolo di Gesù?

62. - 2 Corinzi 10:7-8 / 11:22-23 / 12:11-12

    7 Voi guardate all'apparenza delle cose. Se uno è convinto dentro di sé che egli è di Cristo [NEB: che egli appartiene a Cristo], consideri anche questo dentro di sé: che com'egli è di Cristo, così lo siamo anche noi. 8 Infatti se anche volessi vantarmi un po' più della nostra [cioè, mia] autorità, che il Signore [cioè, Dio] ci ha data per la vostra edificazione e non per la vostra rovina, non avrei motivo di vergognarmi . . .   [RSV]

Nei capitoli da 10 a 12, Paolo sta presentando un caso per la difesa del suo apostolato, la sua legittimità, la sua qualità. Quello che è ancora una volta mancante in questa raffigurazione dell'antico movimento predicatore cristiano è ogni riferimento ad un Gesù storico come colui che ha costituito ciascuno all'apostolato, o colui al quale chiunque si appella. Infatti, in questi tre capitoli, Paolo ci dà un quadro decisamente diverso del movimento apostolico rispetto a quello che la tradizione ha derivato dai vangeli e da Atti.

Nel verso 7, Paolo afferma di essere in condizioni di parità con gli apostoli rivali che hanno minacciato la sua posizione a Corinto. Non sappiamo esattamente chi fossero quei rivali, ma ogni questione di appellarsi a connessioni risalenti ad un gruppo di Gerusalemme che aveva conosciuto Gesù, oppure risalenti allo stesso Gesù, non appare da nessuna parte. Il verso 8 esclude una cosa del genere, infatti Paolo parla di un'autorità che viene dal Signore, che qui significa Dio. Tale significato è indicato, non solo dal focus generale di Paolo su Dio come la fonte della sua chiamata all'apostolato, ma dal commento da lui fatto in 10:13, che la misura del campo di attività di un apostolo è “stabilita da Dio” per “predicare il vangelo intorno a Cristo”.  Egli dice di essere “raccomandato dal Signore” (10:18).

Due passi relativi nei seguenti capitoli hanno ancora una volta un Paolo che non mostra alcuna conoscenza di una distinzione tra gli apostoli sulla base di aver conosciuto ed esser stati nominati da Gesù nella carne. In 11:22-23, egli dice:

    22 Sono Ebrei? Lo sono anch'io. Sono Israeliti? Lo sono anch'io. Sono discendenza d'Abramo? Lo sono anch'io. 23 Sono servitori di Cristo? Io (parlo come uno fuori di sé) lo sono più di loro. [NEB]

E in 12:11-12, egli dice:

    11 . . . perché in nulla sono stato da meno di quei sommi apostoli, benché io non sia nulla. 12 Certo, i segni dell'apostolo sono stati compiuti tra di voi, in una pazienza a tutta prova, nei miracoli, nei prodigi e nelle opere potenti. [NEB]

Nel primo dei passi di cui sopra, procede ad elencare le sofferenze e le battute d'arresto che ha subìto al servizio del vangelo. Nel secondo, i “segni del vero apostolo” riguardano l'energia che reca nel suo lavoro, i segni (da Dio), che lui è stato provvisto dell'approvazione divina. Non solo non c'è questione di richiedere l'autorizzazione da parte di chi sapeva di Gesù, o la conferma di un vangelo secondo canali accettati di tradizione apostolica, ma Paolo rifiuta di immaginare qualunque misura per la quale egli risulterebbe inferiore ad ogni altro nel campo apostolico. Gesù di Nazaret e la sua memoria non figurano neppure remotamente in questa prospettiva.

[Quale raffigurazione del primo apostolato cristiano sta presentando qui Paolo? In quei capitoli, Paolo non sta facendo un confronto tra lui e il gruppo di Gerusalemme. Lui ha contenziosi con Pietro e compagnia  (in particolare in Galati 2), e anche là non riesce a riconoscere alcuna distinzione tra loro e sé stesso. Ma dove i Corinzi sono interessati, ha a che fare con un mondo più vasto di apostolato, con rivali ai quali raramente dà un nome, e le cui sfide non hanno nulla a che fare con eventuali pretese personali di contatto con Gesù di Nazaret o, per quella materia, con gli apostoli di Gerusalemme.

Gli studiosi sostengono che spesso tali apostoli in competizione, anche se non sono da identificare con “i Dodici”, sono comunque della Giudea e sono stati inviati dal gruppo di Gerusalemme; che le lettere da loro portate (si veda 2 Corinzi 3:1) sono le lettere di autorizzazione da parte loro. Se così fosse, difficilmente avrebbero potuto fallire nel sostenere questo, costringendo Paolo ad affrontare quest'autorizzazione nella difesa della propria posizione. Altri studiosi suggeriscono che in realtà Paolo si sta difendendo contro gli apostoli di Gerusalemme in 2 Corinzi 10-12. La frase “questi superapostoli” in 11:5 e 12:11 è, dicono, un ovvio riferimento a Pietro e compagnia. Ma in 11:13-15, Paolo volge a quelli stessi uomini tutta la forza della sua ira:

    “Quei tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si travestono da apostoli di Cristo. . . . la loro fine sarà secondo le loro opere.”
In Galati 2, Paolo può mostrare disprezzo verso il gruppo intorno a Pietro per le cose che hanno fatto, ma questo grado di vilipendio non sarebbe possibile. Altrove i suoi rapporti con loro sono almeno cortesi, se non collaborativi. E per tutta la sua carriera è impegnato a fare una raccolta finanziaria presso le sue comunità gentili per conto della chiesa di Gerusalemme.

C. K. Barrett (Second Epistle to the Corinthians) cerca un compromesso che non funziona: i “superapostoli” (11:5 e 12:11) si riferiscono al gruppo di Pietro, e i “falsi apostoli” (11:13) sono un insieme senza nome di rivali che hanno invaso il suo gregge di Corinto. Ma Paolo in questo passo non mostra alcun segno di passare da un gruppo all'altro, né Barrett offre qualche razionalizzazione che abbia senso per il suo fare così. I commentatori più attenti riconoscono che da nessuna parte in questo passo è stabilito un nesso tra i rivali di Paolo a Corinto e la chiesa di Gerusalemme.

Siamo quindi di fronte ad una raffigurazione di un movimento apostolico cristiano operante nella diaspora, che non possiede né pretende alcun collegamento ad un gruppo privilegiato di apostoli a Gerusalemme, e di certo non ad un umano Gesù di Nazaret  tramite un tale gruppo. Non importa con chi Paolo ha a che fare, se con il gruppo petrino o altrimenti, nessun accenno di un Gesù umano al quale apostoli fanno risalire la loro autorità può essere identificato. (Per una discussione più completa della questione di apostolato, si veda Articolo Complementare n. 1: Apollo di Alessandria e e l'Antico Apostolato Cristiano)]


63. - 2 Corinzi 11:4

Se nel mondo di Paolo nessuno fa appello ad una connessione con Gesù di Nazaret o con coloro che lo avevano conosciuto, qual è l'autorità su cui poggia la pretesa di ogni apostolo? Lo abbiamo visto nell'epistola 1 Giovanni 4:1f (si veda “Principali 20”, #15), e lo vediamo qui nell'ammonimento di Paolo agli inaffidabili Corinzi:

Infatti, se uno viene a predicarvi un altro Gesù, diverso da quello che abbiamo predicato noi, o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto, o un vangelo diverso da quello che avete accettato, voi lo sopportate volentieri. [NEB]
La frase “ricevere uno spirito” si riferisce all'accettazione dei Corinzi di un apostolo ispirato che predica secondo lo spirito che crede di aver ricevuto da Dio. Paolo si riferisce ad altri apostoli che predicano sotto l'influenza di ispirazioni percepite diverse dalla propria, e l'oggetto di quelle ispirazioni è una vista radicalmente diversa di Gesù rispetto a quella che egli ha acquisito. Così drammaticamente diversa, che pochi versi dopo, li può condannare come “falsi apostoli... travestiti da apostoli di Cristo”, e dichiara che “la loro fine sarà secondo le loro opere”.

Tale linguaggio estremo difficilmente può fare riferimento, come sostengono alcuni commentatori, alle differenze che circondano l'applicazione della Legge Ebraica. Questa è la raffigurazione di interpretazioni radicalmente contrastanti del Cristo stesso, che non sarebbero sorte nel contesto dello scenario ortodosso evangelico di un movimento apostolico cominciato e coordinato da un gruppo di dodici seguaci di Gesù attivi da Gerusalemme. Ha senso solo nel contesto di un sistema di fede sviluppatosi su gran parte dell'impero i cui sostenitori, come Paolo, hanno derivato le loro idee da scritture e dalle filosofie in moda di quel giorno. Quei diversi e rivali apostoli del Cristo, nessuno dei quali fa qualche connessione con una comunità madre di Gerusalemme tantomeno con Gesù stesso, sono parte di un piano di parità. Ogni apostolo, come Paolo, fa la sua pretesa di verità e autorità in base ad un'ispirazione personale e alla chiamata da parte di Dio. Il motore dell'antico movimento cristiano  non è la memoria di Gesù, le sue parole e i suoi atti tenuti in vita e trasmessi attraverso un canale di testimoni e quelli a loro volta che hanno istruito e autorizzato. Piuttosto, è lo spirito di Dio conferito individualmente sui profeti cristiani, i destinatari prescelti della rivelazione del Padre. Tale quadro è presentato  chiaramente dagli scrittori di epistole ad ogni occasione.