(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Samuel Lublinski, «Die Entstehung des Christentums aus der antiken Kultur». Per leggere il testo precedente, segui questo link)
INDICE
Prologo
Le forme della conoscenza nell’età tardo-antica
Primo libro — I culti misterici
Secondo libro — La nascita del cristianesimo
Cosmogonie e sette giudeo-gnostiche
La lotta contro lo gnosticismo e la nascita del cristianesimo
Epilogo
Il cristianesimo fu un movimento sociale?
Critica del cristianesimo
Critica del cristianesimo
Il metodo e il modo di considerare storico hanno la capacità — o dovrebbero averla — di separare ciò che è casuale e temporale da ciò che è durevole. Tuttavia esso viene spesso frainteso, come se rendesse tutto soltanto relativo e vivesse unicamente secondo il principio che non esistono valori eterni, ma solo fioritura e appassimento. Ma non è sempre così, e vi sono certamente anche nel mondo umano valori eterni, che al massimo potrebbero venir meno soltanto insieme al genere umano stesso. Questo carattere di durata si rivela nel modo più forte nel campo dell’arte. Una scultura greca arcaica o egizia antica può entusiasmare anche gli uomini del ventesimo secolo, e potrà ancora entusiasmare quelli del trentesimo, finché il senso per i valori artistici non sarà completamente morto. Certamente molti dantisti si occupano — e devono occuparsi — della storia del 13° secolo per chiarire le oscurità della Divina Commedia. Ma non si interesserebbero mai a questa poesia se essa non fosse appunto poesia, un’opera d’arte, e se dietro l’elemento temporale non fosse nascosto un contenuto eterno. Ciò che vale per un’opera poetica o per un’opera delle arti figurative ha naturalmente un’importanza incomparabilmente maggiore per una religione universale come il cristianesimo. Dobbiamo porci la domanda: che cosa vi è in esso di eterno, per giungere da qui a un orientamento del nostro approccio nei suoi confronti.
È evidente senza ulteriore difficoltà che tra gli elementi immortali della natura umana apparterrà sempre l’idealismo etico. Vi saranno sempre personalità dotate di una forza d’impeto ardente e di un supremo desiderio di perfezione morale, di una realizzazione assoluta del vero e del nobile nell’intera vita dell’uomo. Sono nature di questo genere, troppo intimamente intrecciate per istinto con questa idea, per poter mai giungere nei suoi confronti alla rassegnazione o all’indifferenza. Finché esisterà il nostro genere umano, incontreremo sempre di nuovo questi singoli individui, che appartengono al sale della terra; ed è una delle più grandi grazie di quella potenza incalcolabile che di tanto in tanto essa ci dona uomini di questo tipo, siano essi martiri o anche vincitori. Al contrario, l’altro lato del cristianesimo, cioè la dottrina della magia dei sacramenti, sembra appartenere completamente soltanto alla sua epoca e dover pagare anch’esso il suo tributo alla temporalità. Senza dubbio la scienza della natura ha tolto ogni terreno sotto i piedi a ogni incantesimo magico e mistico, e la critica della conoscenza ha distrutto per sempre il cielo platonico delle idee. Per l’iniziato non esiste più un’anima come realtà concreta, e tanto meno esistono demoni che le stanno in agguato; né esiste più una sacra bevanda magica mediante la quale essa incorpori in sé la sostanza dell’immortalità. Anche Dio ha perduto per noi l’ultimo residuo di concretezza personale, ed è divenuto il mistero assoluto, nel quale tutte le opposizioni del mondo terreno si raccolgono e risuonano insieme, si incontrano e si separano. Che cosa dovremmo dunque farcene ancora dell’immortalità personale e dei sacramenti? Questa domanda certamente si impone; e tuttavia, in realtà, tutte queste cose hanno perduto la loro validità oggettiva, ma non affatto la loro importanza soggettiva e la loro verità simbolica. Esse indicano semplicemente l’elemento irrazionale, senza il quale questa etica così elevata non può alla fine sussistere né giungere al proprio sistema conclusivo. Nessun mortale è in grado di corrispondere perfettamente a quell’alto ideale, e nessuno lo avverte tanto dolorosamente nella propria carne quanto proprio quegli entusiasti eroici, quegli idealisti etici, quelle nature ardenti che non possono e non vogliono rassegnarsi. Nemmeno di fronte a se stessi essi riescono a rinunciare, e perciò si trovano nella dolorosa condizione di misurare continuamente la propria statura soltanto umana con il gigantesco metro dell’ideale, e di trovarsi troppo piccoli. Alcuni soccombono per questo, altri invece fanno un’esperienza interiore di carattere assolutamente mistico. Nella loro anima risuona nuovamente qualcosa come un «nonostante tutto». Anche questa contraddizione viene superata, anche questo residuo viene sciolto, e alla fine viene trovata un’unità interiore, il cui luogo geografico essi naturalmente non possono indicare. Si può chiamare questa esperienza, del tutto mistica, nel linguaggio della Chiesa grazia o fede; essa permette a tali personalità altamente etiche e altamente appassionate di continuare a vivere e ad agire senza perdere nulla della tensione eroica della loro anima.
In fondo anche i primi cristiani vissero la medesima esperienza spirituale, che però, secondo le categorie conoscitive del loro tempo, si tradusse per loro in forme concrete e materiali. Ma proprio questo affinamento dei culti misterici, i quali nella loro origine erano pur sempre di carattere assai massicciamente naturalistico, è dovuto all’anima etico-religiosa della tarda antichità che stava loro dietro. Il processo di affinamento riuscì in modo tale che, per chi non possiede conoscenze storiche, il simbolo commovente ha completamente assorbito la rappresentazione magica naturalistica.
Gli uomini che in verità sono «cristiani nati», gli idealisti etici, potranno quindi sempre di nuovo interpretare questa religione come il perfetto corrispettivo sensibile delle loro esperienze interiori; e questo è appunto quel contenuto eterno che potrebbe scomparire soltanto insieme al genere umano e alla terra stessa.
Solo che oggi non è più possibile costruire una sintesi culturale su una simile base; il cristianesimo può ancora appartenere oggi a singoli individui, ma non può più rivendicare da tempo un significato universale capace di plasmare i popoli. Attualmente la vita politica e mondana delle nazioni e dell’umanità non è giunta a una conclusione, bensì si trova piuttosto davanti a un nuovo inizio. La tecnica, l’industria, il commercio sono pervasi da un fortissimo impulso di conquista, e lo sviluppo di ciò che è già stato raggiunto richiederà ancora un tempo incalcolabile. Anche la vita politica è nel pieno vigore e affonda le proprie radici nel terreno, assorbendo da questa terra le sue gioie e i suoi dolori. Il grande pensiero della nazionalità come organismo culturale, che sorse nella tarda antichità e costituì un fattore indiretto ma essenziale nel processo di formazione del cristianesimo, vive ancora oggi, e oggi più fortemente che mai. Solo che lo sguardo degli uomini di cultura è rivolto verso il futuro, e anche quando essi si appoggiano alla tradizione, ciò non significa una dogmatizzazione, bensì un ulteriore sviluppo di questa tradizione. Tutti questi elementi fanno sì che oggi, al posto dell’etico dogmatico, sia il *creatore a dominare la vita pubblica; e in ogni creatore vive qualcosa di problematico, qualcosa di terribile dal punto di vista dell’etica e dell’ideale. Non che per questo l’ideale morale venga eliminato dalla nostra vita! Ma al posto del mistero è subentrata la tragedia. Non è più il giusto ucciso dai malvagi e risorto il nostro tema morale, bensì la costrizione tragica che obbliga il creatore a passare, come uomo ferito dal dolore e forse mortalmente colpito, sopra dei cadaveri, e tuttavia a indicare con orgoglio l’opera che lo giustifica — oppure, qualora essa si riveli una formazione incapace di vivere, lo condanna. Friedrich Nietzsche, che portò alla luce della coscienza questo ideale già da tempo vissuto segretamente, sapeva ciò che faceva e perché proprio contro il cristianesimo osò lanciare il suo assalto. Il cristianesimo perciò arretrerà, ma non scomparirà affatto; piuttosto, resterà sullo sfondo come una Nemesi vigile, alla quale soccombe chiunque si sia elevato al di sopra dei limiti sacri senza averne il diritto in quanto creatore. Per il vero creatore esso potrà tuttavia avere valore soltanto come termine di confronto: costringendolo a innalzare il proprio ideale fino alla medesima tensione dell’anima.
Ma tutte quelle voci che sanno annunciare un nuovo risveglio della vita religiosa non indicano forse un avvicinamento al cristianesimo e, al tempo stesso, una sua ulteriore evoluzione? Nient’affatto, poiché l’irrazionale che vuole nuovamente aprirsi un varco nella nostra anima racchiude un contenuto assai più vasto di quanto la tarda antichità avrebbe potuto immaginare. Anche per alcuni di noi la morte può diventare un problema terribile. Non certo perché siamo peccatori e abbiamo paura dell’inferno, ma perché avvertiamo il contrasto spaventoso tra la nostra fiera operosità umana e la completa impotenza di fronte a una forza che non si rivela mai a noi. Anche qui la ingenua concretezza oggettiva dell’antichità è tramontata per sempre; non sono più dei demoni a farci irrigidire dal terrore, bensì l'aspetto demoniaco del problema originario in quanto tale. Da questo abisso potrà forse risalire una nuova paura, che si intreccerà in una sintesi con la nostra nuova etica tragica, e da ciò nascerà una nuova cultura o, se si vuole, una nuova «Chiesa».
Siamo tuttavia ancora lontani dalla meta: questo è un compito di intere generazioni. Esso sarà certamente realizzato, proprio come un grande passato ha realizzato il compito che gli era stato posto, fondamentalmente simile nella sua essenza, ma del tutto diverso nei mezzi esteriori e negli obiettivi. Colui che rimane consapevole della grande differenza nell’analogia potrà guardare indietro a quella tarda antichità con non piccolo profitto e con profonda ammirazione: essa ha donato ai secoli successivi la sintesi travolgente del cristianesimo.
