(segue da qui)
Filone di Alessandria chiama (in “Sui sacrifici di Abele e di Caino” 19) il Dio ebraico “l’unico salvatore”. Ma come “uomo ideale” e “colui che contempla Israele” appare in lui (“Sulla confusione delle lingue” 28) l’immagine di Dio: “il Logos primogenito, il più anziano dei suoi angeli, il grande arcangelo dai molti nomi”. E in Sanh. 38b risulta che un angelo chiamato Metatron o Medetroner — cfr. qui i troni di Daniele 7:9 — è il rappresentante e vicario di Dio sulla terra; secondo l’“Alfabeto di Rabbi Aqiba”, di epoca medievale, Dio avrebbe impresso su quello stesso Metatron i propri nomi, e anche nella teosofia ebraica posteriore (Zohar I, 21a) egli è detto il più alto e potente tra gli angeli. Nella sinagoga, durante la festa del Capodanno, egli viene chiamato il principe del volto Giosué. E chi, secondo Apocalisse 3:21, siede con il Padre sul suo trono? A chi, secondo Matteo 28:18, è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra? “Per noi”, dice l’autore di 1 Corinzi 8:6, “vi è un solo Dio, il Padre, e un solo Signore, Gesù Cristo”. È ancora uno dei due, lì, il Signore Jaho dei giudei? Leggendo Matteo 1:21, l’uomo istruito non può non notare che nel nome “Gesù” — in cui è racchiuso il nome del Dio d’Israele — non si rivela alcuna consapevolezza di ciò; infatti, già dal nome Gesù si può dedurre che il Vangelo, in accordo con il profeta Isaia (9:1), può parlare della “grande luce sorta in Galilea”, ma che essa è sorta e apparsa al di fuori della terra giudaica. Dal punto di vista palestinese, il nome Gesù (Ἰησοῦς, Jeesjoe, Jeesjoea’, Jehoosjoea’) non è nulla senza il nome del Dio ebraico Jahó; dal punto di vista greco, invece, esso è assunto — in contrasto con la mancanza d’amore presupposta in passi come Giovanni 8:44, Romani 8:20, 2 Corinzi 4:4, Efesini 2:2 e altri — come rivelazione (1 Corinzi 7:23; Galati 3:13; 4:5) dell’amore redentore del “Padre”, nel senso di un aiuto o di una salvezza divina personificata, in cui è da supporre una confusione tra il nome Jeesjoea’, come si legge in Neemia 8:17, e jesjoe‘â, cioè “salvezza”, menzionata ad esempio in Genesi 49:18. In realtà, il salvatore Gesù di Matteo 1:21 è insieme giudaico e non giudaico: ciò che egli porta è una nuova alleanza che libera i suoi fedeli dalla Legge, data dallo stesso Dio ebraico il cui nome è racchiuso nel suo. E questo si può difficilmente pensare in un contesto aramaico, ma piuttosto in un contesto ellenistico di tipo alessandrino. L’alessandrino Filone, che (“Sulla confusione delle lingue” 26) definisce il greco “la sua lingua”, considera il nome Israele, in cui è chiamato “colui che domina come Dio” (“Sui sogni” 2:26 e altrove), come un nome che significa “il popolo che contempla Dio”; il nome Fanuele, che significa “aspetto di Dio”, lo interpreta (“Sulla confusione delle lingue” 26) come se avesse il senso di “fuga da Dio”, e Betuel, “casa di Dio”, lo ritiene (“Sui profughi” 9) un nome che vuol dire “figlia di Dio”. Il fatto che nella traduzione alessandrina delle scritture ebraiche si sia messo “Signore” al posto del nome del Dio d’Israele, non gli è noto — si veda la sua “Vita di Mosè” 3:8 — e quando discute lì (3:14) del “Tetragramma” JHWH, mostra in realtà di non conoscerlo; altrove (“Su Abramo” 24) si direbbe persino che egli non conoscesse più nemmeno per udito il vero nome del Dio dei giudei. In tale contesto bisogna dunque comprendere chiaramente: sotto il nome Gesù viene annunciata — contro Daniele 2:44; 7:13, 14, 27, e originariamente da Alessandria, diciamo attorno all’anno 75 della nostra era — una salvezza spirituale, proclamata da un salvatore giudeo di lingua greca, che sì, si contrappone alle Scritture della sinagoga, ma le conosce solo in greco, e che, in contrapposizione all’antica alleanza nazionalista e ristretta di Jahó, viene a sigillare una nuova alleanza del Padre, di carattere più universalista e conciliatore. Il Gesù del Vangelo, che viene a salvare il popolo dai suoi peccati, è — cfr. Sapienza 7:26 e 2 Corinzi 4:4 — una alessandrina “immagine della bontà divina”, una “sapienza di Dio incarnata” (1 Corinzi 1:24; Luca 11:49; Matteo 23:34). Il suo corpo — cfr. ancora Romani 12:5; 1 Corinzi 10:16; Efesini 1:23; Colossesi 1:24; 2 Clemente 14:2 — è dunque la comunità, la comunità ellenistica, mentre egli stesso rimane, in realtà (Ebrei 13:8), eternamente lo stesso, e la sua carne è (Ebrei 10:20) un velo, volto a presentare nel modo giusto (cfr. di nuovo Sapienza 10:10) il vero Regno di Dio. “Il regno dei cieli” — così dice Gesù in Egitto, in un frammento di papiro da Ossirinco del 3° secolo — “il regno dei cieli è dentro di voi, e chi conosce il proprio intimo lo troverà; conoscete voi stessi davanti a Dio, e siete figli del Padre perfetto che è nei cieli!”

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