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Nelle lettere paoline, fatta eccezione per 1 Timoteo 6:13, non si parla di Ponzio Pilato. Tuttavia, Agostino, tra gli altri, ha menzionato nella sua opera “sulla città di Dio” (18:54) che Cristo morì sotto il consolato dei Gemelli — il che suona in qualche modo... astronomicamente simbolico, sebbene negli Annali (5:1) di Tacito si trovi effettivamente, per l’anno 29, un consolato dei Gemelli. Solo ai nostri giorni, però, A. Niemojewski, a p. 481 del suo libro ‘Gott Jesus’ (Monaco, Huber 1910), ha avanzato l’ipotesi che la crocifissione evangelica di Cristo possa essere caduta nei giorni di Pilato in seguito alla concretizzazione (o storicizzazione) di una rappresentazione mitologico-astronomica secondo cui, da tempi antichi, l'uomo-giavellotto o homo “pilatus” (Orione) avrebbe tentato in primavera di trafiggere il dio Sole. [1] Secondo Niemojewski (p. 384), Gesù, nel sistema astrale di Luca, morirebbe il 21 o il 25 marzo — non nel consolato, ma nella costellazione dei Gemelli — in corrispondenza della luna nuova. Cosa che, naturalmente, nessuno è tenuto a credere! Ma Ponzio Pilato nei Vangeli? — “Quanto a me”, ha confessato Agostino (Contra ep. Fund. 5:6), “non crederei al Vangelo, se non mi spingesse a farlo l’autorità della Chiesa cattolica”. E la moderna ortodossia “liberale” della nostra epoca, che non si lascia più muovere da tale autorità, conserva della vecchia cristologia poco più che la crocifissione e la sepoltura sotto Ponzio Pilato. Tuttavia, fa proprio di questo il punto fermo su cui fonda, a suo modo, il presupposto di una vita puramente umana di Gesù; e continua nondimeno a definire tale vita “incomparabile”, “unica” e “inconcepibile”, ripetendo fino alla noia l’affermazione di Rousseau secondo cui “non è così che si inventa”, pur non credendo più a quasi nulla del racconto evangelico. Anzi, essa ammette che la divinizzazione del “maestro” ricade principalmente sulla responsabilità del grande testimone che, fra il 50 e il 65, avrebbe scritto le sue lettere — cioè di Paolo stesso. Gesù, per essa, è dunque il grande maestro galileo — sia che fosse stato predetto da Isaia, oppure no? [2] —, anche se non più un operatore di miracoli celesti. E proprio le lettere paoline non parlano di “discepoli”, ma solo di “apostoli”, senza neppure dire che questi apostoli siano stati istruiti dal Signore; mentre nei nostri stessi vangeli passi come Matteo 10:23; 16:28; 24:30; 25:31; 26:63-64 o anche 1:21; 18:11; 20:28; 26:28 non inducono affatto a pensare a un semplice “maestro”. [3]
NOTE
[1] “La sua stella α, Betelgeuse, si chiama o ‘stella-lancia’ oppure ‘stella-freccia’, o forse meglio ‘stella-giavellotto’, con il quale egli trafigge ‘di lato’ la Via Lattea, cioè l’albero del mondo e il Cristo ‘innalzato’ su di esso… Orione, il centurione Longino e il procuratore Pilato erano dunque originariamente un’unica figura” (p. 422).
[2] H. von Soden: “La Galilea non ha nulla a che fare con il mito del redentore” (“Gesù è esistito?”, Berlino 1910, p. 46).
[3] Chi confronti, come qui, Barnaba 5:1; 7:2; 1 Clemente 7:4; Ad Diogn. 9:2; Ignazio ad Sm. 1:2; 2:1 e Policarpo 8:1, potrà subito imparare a dirsi che l’idea che domina i nostri vangeli è tutt’uno con la coscienza cristiana del 2° secolo.

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