sabato 4 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:35

 (segue da qui)


Che dire delle affinità ellenistiche? Che, a un’osservazione attenta e a una riflessione profonda, esse costringono a dare una risposta negativa alla domanda se il Signore Gesù, il Figlio del Padre, così come appare nei vangeli, sia realmente vissuto in carne e ossa come galileo al tempo di Tiberio. Esse implicano “per noi” il compito di comprendere la nascita del cristianesimo come un evento avvenuto in primo luogo nell’ebraismo greco, al di fuori della terra d’Israele — un evento in cui, sotto un nome con il quale si distingueva dal paganesimo, esso è uscito oltre il proprio mosaísmo verso una Nuova Alleanza. Gesù Cristo è il Figlio del Padre, il Figlio per eccellenza, la dedizione che si nega a sé stessa fatta persona, il divino sulla terra; ciò che nella sua figura appare umano è posto intenzionalmente per rappresentare il Figlio celeste apparso fra gli uomini come uomo, che “più di tutti gli angeli” rimane — un dio velato d’umanità — Dio stesso in forma umana. [1] Per questo il risultato del metodo sottrattivo della nostra teologia razionale e liberale, che non crede al soprannaturale, non ha potuto essere che negativo. Di un Gesù puramente terreno, un metodo di sottrazione coerentemente e rigorosamente applicato non lascia nulla alla fine; tutto deve essere relegato dal lato dell’immaginazione e dell’invenzione “secondarie”, e così i dati di fatto rimangono inesplicati, dovendosi ancora comprendere come Dio, quando i tempi furono compiuti, abbia mandato il suo Figlio. La “teologia liberale” può ben fare come l’autore della voce su Guglielmo Tell nel Brockhaus (vol. XV, pag. 685), che sa perfettamente come Saxo Grammaticus, nel decimo libro della sua Storia danese, narri di Aroldo Dente Azzurro e del tiratore Toko, il quale per ordine del re dovette scoccare una freccia contro una mela posta sul capo del proprio figlio — ma che ora “prudenzialmente” afferma che i tratti di quell’antica leggenda possono essere stati trasferiti su un eroe più reale della guerra di indipendenza svizzera; oppure può, come fece un collega dell’autore di queste righe in una corrispondenza scritta, continuare a postulare qui come punto di partenza “un uomo e una condanna a morte”: in verità, il Gesù dei nostri vangeli è una figura della fede, che in lui percepisce il vero, e non un oggetto stabile di indagine razionale. L’indagine limitatamente liberale ha già falsato e capovolto, con il proprio lavoro, la natura stessa della sua questione — la grande questione per la cristianità dei nostri giorni — e S. Lublinski, fra gli altri, ha già mostrato in un libro istruttivo sull’“origine del cristianesimo dalla civiltà antica” e sul “dogma nascente riguardo alla vita di Gesù” come sia possibile pensare la nascita del cristianesimo, senza un Gesù in carne e ossa, sullo sfondo della Gerusalemme distrutta, come un originario movimento teosofico di giudei che, dopo l’anno 70, si separarono dal giudaismo nazionalista verso una Nuova Alleanza incruenta — dopo che, nei circoli mistici giudaici, un Gesù celeste era già stato venerato molto prima che un vangelo scritto facesse di quel Gesù dei Nazorei un Gesù di Nazaret.


NOTE

[1Si consideri qui che nei nostri vangeli il Figlio di Dio parla sistematicamente come il Figlio dell’Uomo, e si confronti ad esempio Matteo 16:13 con 16:16, per poi leggere Atti 10:37-43, dove i “testimoni” chiamano la Galilea il paese dei giudei ed è detto che hanno mangiato e bevuto con una apparizione, mentre in termini gnostici si continua a dire che Gesù “passò attraverso il paese facendo del bene”.

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