venerdì 16 gennaio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:2

(segue da qui)



 

Ed è dunque importante che noi, come figli del nostro tempo, impariamo a riconoscere, alla luce di una storiografia non falsata o purificata, anche — o proprio — l’origine del cristianesimo; sebbene una ragione puramente retta non confonderà mai la radice con il fiore, né considererà l’inizio del cristianesimo come la sua essenza completa, né farà risalire l’intero valore spirituale della nostra religione della riconciliazione, sviluppatasi fino al suo significato più alto, al suo semplice principio originario. Ciò che è sviluppato — il cui principio deve essere compreso — dev’essere sì compreso a partire dal principio; ma, nella purezza della riflessione, la derivazione, intesa come il riportare l’inizio al principio che si manifesta alla fine, si risolve qui in null’altro che nell’unità della natura divina e di quella umana, rappresentata da un simbolo immortale. Il cristiano, fin dall’inizio — o per cominciare — ha “sentito” la verità; noi, a nostra volta, dobbiamo comprendere questa verità, che è anche la sua, come un principio divenuto infine chiaro, affinché possiamo riconoscere il nesso e la relazione tra una predicazione cristiana e il.… collegio della Pura Ragione. Che la comprensione del principio cristiano sia una questione importante rimane, o si mostra, implicito in quanto si è detto: qui si tratta infatti di un simbolo potentissimo del nostro spirito comunitario, che supera e trascende le condizioni temporali; di una dottrina della comunione presentata in forma di parabola, nel sentimento di una verità infinita — una dottrina che ha dominato per molti secoli il passato, che può in modo particolare dirsi nostro, che ancora oggi determina sensibilmente il presente e i suoi problemi, e che continua a costituire o a recare consolazione e edificazione per molti. È dunque conveniente che noi conosciamo a fondo la questione, poiché un giorno potrebbe porsi il problema se, nello spirito del più alto, possa o debba seguire ai simboli del passato una nuova sintesi — un nuovo simbolo di unione da collocare nella luce dell’eternità. In realtà, la domanda se noi stessi siamo ancora cristiani può restare, in termini di ragione, sospesa: lo siamo, e non lo siamo più — a seconda del modo in cui la si consideri, o non la si consideri. Chi realmente è andato oltre la fede cristiana sarebbe forse proprio l’uomo più adatto a recare ai credenti cristiani la giusta predicazione; e l’animo cristiano — persino, o proprio, quello dei credenti più semplici — possiede e conserva, a suo modo, un tale sentimento della verità, che la sapienza pura non può né deve semplicemente negare come falso. Senza “sentimento” della verità, senza comunione con l’infinito, senza quindi la consapevolezza di un’elevazione nella rappresentazione viva di ciò che vale per l’eternità — senza la sua “religione” — l’umanità non potrà mai esistere; e senza di essa, ricadendo nella barbarie, il cristianesimo non potrà in alcun modo scomparire del tutto in noi e nei nostri discendenti. Come rappresentazione immaginativa della realtà dello Spirito, come dottrina dell’unità della natura divina e di quella umana, esso rimane presupposto in ogni nostro sviluppo, anche se sentiamo il bisogno di una vicinanza diretta con il vero, della presenza del divino — non del suo essere apparso e scomparso nel passato. Poiché la vera fede nell’eterno è di per sé qualcosa di più che fede in una determinata personalità, benché non si debba affatto stimare poco “la gloria di Dio nella persona di Cristo”.

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