(segue da qui)
Harnack, da parte sua, sa bene ciò che vuole. Se Weiss, nonostante tutto, ha potuto collocare il nostro vangelo “secondo Marco” negli anni 64–68, Harnack nel 1908 si è impegnato a rendere plausibile che il vangelo di Luca e il libro degli Atti degli Apostoli siano stati composti non molto dopo l’anno 60 — un esempio di “forte regressione della critica”, come anche Weiss (pag. 95) lo definisce. A questa tendenza si associa, tra gli altri, M. Maurenbrecher, il quale data la composizione degli Atti al 64, per poter ritenere che il vangelo di Luca sia anteriore a tale anno. “Io personalmente” — dice Weiss (pag. 31) — “credo di poter dimostrare che i capitoli 2 e 7 (del libro di Daniele) sono stati rielaborati in epoca romana”; ma non apprendiamo che cosa ciò voglia significare, in rapporto alla figura del “Figlio dell’Uomo”, per la datazione dei nostri vangeli, benché Weiss (pag. 95) lasci intendere con discrezione che resta ancora da stabilire se l’autore degli Atti conoscesse le opere di Flavio Giuseppe. Né Weiss osserva che “il giorno degli azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua” (Luca 22:7) non poteva essere un solo giorno: poiché il giorno di Pasqua è il 14 Nisān, mentre il primo giorno degli azzimi è il 15 Nisān. In simili datazioni non si tiene minimamente conto delle difficoltà legate al giorno sinottico della crocifissione; e chi vede Weiss (pag. 96) ammettere che gli Atti sarebbero stati redatti intorno al 100, ma poi lo sente parlare della “straordinaria attendibilità” dei brani in prima persona plurale (sezioni-noi) degli “Atti”, non si aspetterà (pag. 97) una valutazione favorevole a Jensen, che non considera autentico neppure quest’ultimo elemento. Di fatto, in Atti 21:25 i brani in prima persona risultano anteriori ad Atti 15:23-29, e dunque anteriori alla redazione complessiva dell’opera. Ma Jensen — osserva l’autore — ha “manifestato la sua completa incapacità di giudicare tali questioni letterarie e storiche” con la nota secondo cui, nell’ultima sezione-noi, un compagno di Paolo in viaggio verso Roma per comparire davanti a Nerone racconterebbe, in modo paradossale, un naufragio presso Malta nel mare Adriatico, un'isola abitata da “barbari”. E tuttavia, la verità è che il mare di Melita, cioè di Malta, risulta davvero essere l’Adriatico, se l’isola con quel nome è identificata nei pressi di Epidauro, sulla costa della Dalmazia. E se anche Wilamowitz ha chiamato l’autore dei brani in prima persona “il modesto e veridico compagno di viaggio di Paolo”, chi si è lasciato istruire su questo punto da Jensen corre il rischio di trovare abbastanza evidente che il narratore di Atti 27:27 e 28:1. 2. 4. 9 abbia probabilmente solo sentito parlare o letto di una Melita nell’Adriatico, ma non abbia mai visto la Melite o Melita a sud della Sicilia, fornendo così una controparte inventata di un episodio riferito da Flavio Giuseppe. Infatti, nella § 3 della sua Vita, Flavio Giuseppe — che non aveva mai sentito parlare di Paolo — racconta di un naufragio avvenuto nell’Adriatico, quando, in compagnia di alcuni sacerdoti imprigionati dal procuratore Felice, era stato inviato a Roma: sacerdoti che… dovevano comparire davanti a Nerone.

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