mercoledì 11 febbraio 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 1:28

 (segue da qui)

Qui, “ogni cosa parla a favore dell’autenticità del passo”, secondo H. Weinel (vedi pag. 105 del suo opuscolo sulla questione se l’immagine ‘liberale’ di Gesù sia stata confutata). Ma, per cominciare, delle atrocità commesse a Roma contro i seguaci di Cristo non ha parlato affatto Seneca, che visse fino al 65; egli non ne fa neppure menzione. E Flavio Giuseppe, nella sua trattazione di Nerone (‘Antichità’ 20:8, 3), tace completamente sull’argomento; anche il dotto Plutarco, tra gli altri, mostra di sapere così poco di questo caso tanto clamoroso, che non nomina in alcun punto né i “Chrestiani” né i “Cristiani” — si confronti qui, a titolo d’esempio, la doppia grafia “Vergilius” e “Virgilius”. Svetonio, che attribuisce a Nerone la responsabilità diretta dell’incendio, dice ( Vita di Nerone 56), in un passo al di sopra di ogni sospetto, che egli, “religionum usque quaque contemptor”, non si curava affatto delle sette religiose. E lo stesso Tacito, nella ‘Vita di Agricola’ § 45, afferma che Nerone pure aveva ordinato delitti, ma era solito distogliere gli occhi dalle loro esecuzioni: “subtraxit oculos iussitque scelera, non spectavit”. Dobbiamo dunque noi stessi sostenere, ad esempio, che l’autore di 2 Timoteo 4:6-8 sapesse qualcosa del ruolo svolto da Paolo nella presunta persecuzione dei cristiani sotto Nerone? Dalla letteratura cristiana antica è stata addotta qui la cosiddetta prima lettera di Clemente, nella quale si legge, tra l’altro: “Per invidia e gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e condotte fino alla soglia della morte. Mettiamo davanti agli occhi i più insigni apostoli. A causa di un’ingiusta invidia, Pietro subì non una o due, ma molte prove; e così, dopo aver reso la sua testimonianza, se ne andò verso il luogo di gloria che gli era dovuto. Anche Paolo, per invidia, ricevette la ricompensa della sua perseveranza: dopo essere stato incatenato sette volte, esiliato, lapidato, divenne predicatore in Oriente e in Occidente, e si acquistò una fama di fede eminente, avendo insegnato la giustizia a tutto il mondo, giungendo fino ai confini dell’Occidente e avendo reso testimonianza davanti ai governanti. Così egli si separò dal mondo e se ne andò nel luogo santo, divenendo il più grande esempio di costanza. A questi uomini, che condussero una vita santa, si è aggiunta una grande moltitudine di eletti, che fra noi sono divenuti uno splendido esempio, poiché per invidia sopportarono molti tormenti e supplizi. Per invidia furono perseguitate donne, le Danaidi e le Dirce; dopo aver subito violenti e vergognosi maltrattamenti, si affermarono saldamente sulla via della fede, e, deboli nel corpo, conquistarono un premio glorioso. L’invidia ha separato le spose dai loro mariti e ha rovesciato la parola del nostro padre Adamo: ‘Questa ora è osso delle mie ossa e carne della mia carne’. L’invidia e la contesa hanno devastato grandi città e sterminato intere nazioni. Ciò che vi scriviamo, diletti, non è solo per esortarvi, ma anche per ricordarlo a noi stessi, perché ci troviamo nella medesima arena e dobbiamo combattere la stessa battaglia”.

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