martedì 7 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:38

 (segue da qui)


 È così, anche se il signor Dunkmann è un direttore ortodosso di un seminario per pastori luterani a Wittenberg: nelle lettere di Paolo, infatti, noi non impariamo a conoscere un uomo galileo, morto a Gerusalemme, che poco dopo la sua morte sarebbe stato esaltato, da Saulo, educato come fariseo, a secondo dio e salvatore dai peccati. Ma “Paolo” stesso è forse un ebreo che ha compreso in modo ebraico? Dove sono, nelle lettere paoline, le prove di una conoscenza dell’ebraico? L’autore di Romani 3:1-2; 11:20; 1 Corinzi 7:10; 14:16; Galati 5:12; 1 Tessalonicesi 2:15 non può neppure essere considerato un ebreo di lingua greca. In 1 Corinzi 15:45-50, per esempio, ricompare invece una dottrina alessandrina riguardo all’immagine di Dio (Genesi 1:26-27), come uomo ideale e uomo celeste, una dottrina che il defunto H. Holtzmann nel suo Lehrbuch der neutestamentlichen Theologie (1897, II:55) ha persino descritto come lo sfondo metafisico dell’immagine paolina di Cristo. Nel 1899 F. Schiele ha dimostrato, nella Zeitschrift für Wissenschaftliche Theologie di Hilgenfeld, che (pag. 31) 1 Corinzi 15:45-50 non ha paralleli rabbinici; che, dunque, nelle lettere paoline si presuppone piuttosto il libro alessandrino della Sapienza, si vede, per esempio, dal confronto tra Romani 9:19.22 e Sapienza 12:12; 15:7, e tra 2 Corinzi 5:1.4 e Sapienza 9:15. E in modo ancora più specifico, anche il paolinismo è manifestamente imparentato con il filonismo: “Si vede”, riconosce P. W. Schmiedel a proposito di alcuni passi paolini, “quanto qui corrisponde a Filone, i cui scritti — o almeno i cui pensieri — Paolo poteva ben conoscere” (Het vierde evangelie, pag. 112). “La metodologia con cui egli procede,” osserva (pag. 110) Johannes Weiss, “è quella di Filone di Alessandria, il quale, ad esempio, considera la storia della caduta, come la racconta Mosè, una rappresentazione della lotta eterna della ragione morale contro la sensualità”. E aggiunge (p. 28) che la dottrina paolina, sacramentale e mistica, secondo la quale il cristiano nel battesimo partecipa alla morte e resurrezione di Cristo, è, per così dire, affine alla dottrina di un culto mistico, nel quale, al culmine dei misteri, il sacerdote sussurrava agli iniziati: “Coraggio, o iniziati: poiché il dio è salvo, anche noi, dopo la sofferenza e la prova, saremo un giorno salvi”. Gunkel, nel 1903, ha definito la genesi della cristologia paolina e giovannea “il problema dei problemi delle ricerche neotestamentarie”. E Brückner osserva (ibid., pag. 35) nel 1909: “L’immagine di Cristo in Paolo, nei suoi tratti essenziali, è indipendente dalla persona storica di Gesù; l’immagine celeste di Cristo è in ogni rispetto lo schema entro il quale l’altra — come subordinata — è inserita, e l’incarnazione è rappresentata come un episodio. Non può dunque essere derivata dalla vita terrena di Gesù; essa esige un’altra spiegazione della sua origine”.

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