giovedì 16 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ¹

 (segue da qui)


SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Nel sistema cosmologico antico di Tolomeo — che in realtà riprende ancora la concezione del mondo dell’antica Babilonia —, oltre al Sole e alla Luna, partecipano non più di cinque pianeti o “stelle erranti”, sebbene già nell’antichità si fosse avanzato talvolta il sospetto che ve ne fossero forse più di quante l’occhio umano potesse vedere — “non has tantum stellas quinque discurrere, sed has solas observatas esse” [=“non solo queste cinque stelle si muovono, ma solo queste sono state osservate”], Seneca, Quaestiones Naturales 7:13). [1] Nella concezione antica, il Sole, la Luna e i cinque “astri erranti” allora conosciuti erano considerati i “sette pianeti”, i quali (cfr. Flavio Giuseppe, ‘Guerra Giudaica’ 5:5,5) erano simboleggiati, ad esempio, nel grande candelabro del Tempio ebraico — la cui raffigurazione è tuttora visibile sull’arco di trionfo di Tito a Roma. Anche le “sette stelle” dell’Apocalisse (3:1) saranno dunque con ogni probabilità i sette “pianeti”. E disposti secondo le distanze dalla nostra terra, questi “sette” si susseguono, nell’antica rappresentazione, nel seguente ordine:

Luna Mercurius Venus Sol [2] Mars Jupiter Saturnus.

I nomi babilonesi (dei sette pianeti) sono: Sin, Nabû, Ištar, Šamaš, Nergal, Marduk e Ninib; e presso i Mandei della Bassa Babilonia sembrano ancora oggi chiamarsi Sin, Nebû, Dlibat, Šamš, Nerig, Bêl e Kewan. Aggiungiamo che l’eptagramma, con cui gli astrologi medievali rappresentavano le sette “stelle erranti” come punti di un cerchio, è stato ritrovato a Nippur. Rimane tuttavia la questione di sapere quanto antica sia la rappresentazione dell’ordine dei pianeti. L’“ordine dei pianeti caldaico” compare solo in epoca ellenistica, meno di duecento anni prima dell’inizio della nostra era; e l’ordine in cui le iscrizioni di Ninive menzionano i sette (astronimi) non sembra avere alcun legame con l’astronomia, benché a Babilonia “le sette luci del cielo e della terra” avessero un tempio, restaurato ancora per ordine di Nabucodonosor (604–562 A.E.C.). Syncello riferisce (Fragmenta Historicorum Graecorum II, 504): Ἀπὸ δὲ Ναβονασάρου (747–735) τοὺς χρόνους τῆς τῶν ἀστέρων κινήσεως Χαλδαῖοι ἠκρίβωσαν =[“A partire da Nabonassar (747–735 A.E.C.) i Caldei determinarono con esattezza i periodi dei movimenti delle stelle”]. I pitagorici chiamarono il dodecagono “Zeus”, evidentemente perché il pianeta Giove percorre il cerchio dello zodiaco in dodici anni. Quando, tra i Greci, i nomi dei pianeti risultano ormai noti a Platone, questi (nell’Epinomide 987c) dimostra di sapere benissimo che Saturno è quello che si muove più lentamente di tutti; e Aristotele parla (De caelo 2:12) di “coloro che da lungo tempo, per molti anni, hanno osservato gli astri — gli Egiziani e i Babilonesi — dai quali possediamo molte relazioni degne di fede concernenti le singole stelle”. Tolomeo menziona (Almagesto 5:14; 4:8.11) le eclissi del 621, 523, 502, 491 e 383 A.E.C. come oscuramenti osservati a Babilonia; la prima di queste è stata effettivamente ritrovata in un testo assiro. Una tavoletta del 523 A.E.C. sembra contenere effemeridi mensili del sole e della luna, le principali fenomenologie planetarie con indicazioni delle posizioni nello zodiaco e delle eclissi. L’eclissi solare del 585 A.E.C., predetta da Talete, dovette poter essere calcolata con l’astronomia babilonese; e quando quella scienza astronomica si trasformò in una molteplicità di racconti, nei quali le divinità parlavano all’immaginazione popolare — racconti che influirono ampiamente anche sull’immaginario di altri popoli —, ciò dovette comunque essere connesso a una certa conoscenza effettiva dei pianeti stessi. A Platone (Repubblica 8:3) era noto anche il numero della precessione (25 920 anni), e la precessione stessa sarà stata probabilmente scoperta dai Babilonesi, dai quali — secondo quanto riferisce Clemente Alessandrino — egli aveva appreso la sua astronomia. I Greci, come riferisce Erodoto (2:109), ricevettero dai Babilonesi la colonna gnomonica (gnomon); e quando l’ombra di quest’ultima cade sulla sua base, dalla sua lunghezza si può ricavare l’altezza del sole sopra l’orizzonte, cosa che rese possibile determinare la durata dell’anno e l’inclinazione dell’eclittica. Con lo gnomone si procedeva all’orientamento e si segnavano all’orizzonte i punti degli equinozi di giorno e di notte; dal punto equinoziale di primavera si dovette infine constatare anche lo spostamento progressivo (cioè la precessione).


NOTE

[1] Ἑπτὰ δὲ καὶ οἱ ἀπὸ τῶν μαθημάτων τοὺς πλανήτας εἶναί φασιν ἀστέρας· [=“Sette, secondo gli esperti delle scienze astrali, sono le stelle erranti”Clemente Alessandrino, Stromati 6, p. 685 Sylb. 

[2Ὁ ἥλιος ὥσπερ ἡ λυχνία μέσος τῶν ἄλλων πλανητῶν τεταγμένος· [=“il sole, posto come un candelabro in mezzo agli altri pianeti”Clemente Alessandrino, Stromata 5, p. 563 a Sylb. 

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