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Ma lasciamo ora da parte Flavio Giuseppe. Un terzo contemporaneo ebreo, Giusto di Tiberiade, lo scrittore — dunque anch’egli galileo — di una storia giudaica che andava da Mosè fino alla morte di Agrippa II, ha fatto scrivere ancora nel 9° secolo a Fozio (cod. 33): “Giusto, essendo ebreo di nascita, ha il difetto dei suoi correligionari: non fa il minimo cenno alla venuta di Cristo né alle sue opere miracolose”. Effettivamente, anche nell’Apocalisse di Esdra, che fu probabilmente composta poco prima della fine del 1° secolo, e che sembra essere stata impiegata qua e là nei nostri scritti del Nuovo Testamento, e che in certi tratti ricorda il paolinismo per contrasto, non si rivela alcuna conoscenza di Gesù. E Giovanni, figlio di Zaccai, un fariseo di cui pare accertato che sarebbe dovuto essere più giovane contemporaneo di Gesù, avrebbe combattuto la dottrina dei Sadducei (cfr. Atti 23:8), senza che si trovi il minimo accenno a un’opposizione contro l’insegnamento di Gesù il Nazoreo o dei suoi seguaci. “Cristo non ha fatto nulla”, dice nel 1893 D. Chwolson nella sua dissertazione su ‘l’ultima Pasqua di Cristo e il giorno della sua morte’ (p. 108), “per cui, secondo il diritto penale dei Farisei, che conosciamo assai bene, egli avrebbe meritato la pena di morte”; e vorrebbe attribuire la responsabilità della passio Christi ai Sadducei — cosa che tuttavia i testi dei nostri vangeli non consentono. Di fatto, però, pare che Farisei e Nazorei durante il 1° secolo della nostra era non siano mai venuti in conflitto, sicché l’ostilità dei Farisei dovrà essere considerata come una inimicizia proiettata retrospettivamente nel primo secolo, in realtà propria dei “Tannaiti” o dottori della Legge della prima metà del secondo secolo.

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