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5. TESTIMONIANZE EXTRA-BIBLICHE (PARTE I)
Cristo nella storiografia ufficiale
Se dunque la Bibbia non è già più degna di fede, disponiamo davvero, al di fuori della Bibbia, di qualche prova dell'effettiva esistenza di Cristo?
Diamo la risposta: non ne esiste alcuna. Le antiche e attendibili fonti storiche non ci hanno tramandato le sue gesta. Nei documenti dell'epoca in cui si sostiene che Cristo sia esistito, non ve n'è neppure uno che sia sufficiente a dimostrare la sua esistenza. È una cosa davvero strana.
La storia che viene tramandata è questa. Quando Cristo nacque, una stella nel cielo ne annunciò la nascita e guidò in Giudea alcuni sapienti stranieri. In un villaggio dell’Impero romano furono massacrati tutti i neonati venuti al mondo da poco. Egli era un grande maestro: guariva i lebbrosi, restituiva la vista ai ciechi, faceva udire i sordi, faceva parlare i muti, permetteva agli storpi di alzarsi e camminare e riportava in vita i morti. Era un discendente di Davide. Salutato con «Osanna» e protetto dalla folla, entrò solennemente in Gerusalemme, al punto che gli abitanti di tutta la città furono presi dal timore e tremarono davanti a lui. Egli era davvero il re degli ebrei. Fu arrestato come un criminale per il bene dei suoi compatrioti e, per ordine dei governanti romani, fu condannato a morte. Quando morì, il mondo sprofondò nelle tenebre per tre ore, la terra tremò, il velo del tempio si squarciò e i sepolcri si aprirono. Il suo cadavere, dopo essere stato crocifisso, tornò in vita e cinquecento persone lo videro. Poi egli resuscitò e, in pieno giorno, ancora nel suo corpo materiale, ascese al cielo da un monte nei pressi di Gerusalemme e assise alla destra dell’Essere Supremo, cioè dell'unico Dio creatore del cielo e della terra, Jahvé.
Come narrano i quattro Vangeli e come credono i cristiani, questi straordinari avvenimenti che si sarebbero verificati a quell’epoca accaddero davvero? Anche lo storico più goffamente negligente e sprovveduto non dovrebbe avere alcun motivo per passarli sotto silenzio.
L’Impero romano era un’epoca di straordinaria fioritura delle lettere e della cultura: storici, biografi, filosofi e altri uomini di lettere e di scienza venivano continuamente alla ribalta e svolgevano la loro attività, come piante che spuntano fitte in una foresta. Era dunque del tutto naturale che esistesse una grande quantità di opere storiche e di documenti, raccolti e conservati numerosi come le stelle che scintillano nel cielo. Eppure, per quanto riguarda esclusivamente Cristo, per quale ragione questi grandi avvenimenti e questi fatti straordinari non hanno lasciato nelle testimonianze scritte dell’epoca neppure la più piccola traccia?
Ascoltiamo ciò che lo storico Gibbon espone nella sua celebre opera Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano. Il suo ragionamento è questo. Di fronte a queste prove, che la mano del Dio onnipotente aveva manifestato immediatamente ai sensi degli uomini, anziché ricorrere alla via indiretta e laboriosa di appellarsi al loro ragionamento, se gli uomini pagani di allora e il mondo filosofico avessero lasciato passare tutto ciò con indifferenza, senza prestarvi attenzione, con quali parole potremmo spiegare una negligenza simile? Al tempo di Cristo, al tempo degli apostoli e al tempo dei loro discepoli, le dottrine da essi predicate sarebbero state confermate da innumerevoli prodigi: gli storpi si alzavano in piedi, i ciechi recuperavano la vista, i malati venivano guariti, i morti resuscitavano, i demoni venivano scacciati e le grandi leggi della natura venivano spesso sospese a beneficio della Chiesa. Eppure i sapienti della Grecia e di Roma non prestarono neppure attenzione a questi fenomeni terrificanti; continuarono a vivere come al solito, immersi nelle loro consuete attività quotidiane e dediti alle loro abituali occupazioni intellettuali, mostrando di ignorare completamente qualsiasi avvenimento, per quanto grande, che potesse provocare uno sconvolgimento nel governo morale e materiale del mondo. È detto che, durante il regno dell’imperatore Tiberio, la terra intera — o almeno una celebre regione dell’Impero romano — fu avvolta per tre ore da una tenebra prodigiosa. Un evento tanto straordinario avrebbe dovuto scuotere profondamente la ragione, la curiosità e la fede degli uomini, suscitando naturalmente il loro stupore; eppure, si dice, neppure un simile avvenimento eccezionale attirò alcuna attenzione in un’epoca in cui la scienza e la storiografia erano in piena fioritura. Ma si trattava proprio di un evento verificatosi nello stesso periodo in cui vivevano Seneca e Plinio il Vecchio. Essi avrebbero dovuto subirne direttamente gli effetti; e, anche qualora ciò non fosse avvenuto, avrebbero dovuto essere tra i primi a riceverne notizia. Questi due filosofi, infatti, nei numerosi scritti che lasciarono al mondo e ai quali avevano dedicato tutte le loro energie, non avevano forse registrato senza omissioni ogni grande fenomeno naturale — terremoti, meteore, comete, eclissi di Sole, eclissi di Luna e, in generale, ogni fenomeno naturale che fossero riusciti a raccogliere e a mettere per iscritto con la loro instancabile curiosità? Eppure entrambi omisero di registrare proprio il più grande fenomeno che, dalla creazione della Terra in poi, si suppone sia mai stato osservato direttamente dagli esseri umani.

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