giovedì 1 ottobre 2026

Sulla cancellazione di Cristo dalla Storia — PREFAZIONE

 


Il cristianesimo non è solo una religione del deserto: è una religione che crea deserti.

(Acharya S)

 Il Dio di Coincidenza   

Può qualcuno negare che  
Una cosa dopo l'altra  
In sequenza e logica  
Mai vista prima   
Non può essere che la  
Interferenza di un Dio  
Determinata a provare che   
Ognuno che pretende  
Di conoscere ora  
Una cospirazione è   
Demente? 
(Kent Murphy)


Volevano far saltare in aria l'imperatore del Giappone. Furono tutti arrestati. Si trattava di un gruppo di anarchici giapponesi. Tra di loro, Kōtoku Shūsui.

Kōtoku Shūsui

In attesa della forca, Kōtoku dedica il poco tempo che gli rimane, dietro le sbarre, a redigere un libro che, date le circostanze, non può che posare come il suo testamento letterario. 

Il titolo 基督抹殺論 si tradurrebbe in italiano pressappoco così: Sulla cancellazione di Cristo. L'idea sottesa, per evitare malintesi, é: Sulla cancellazione di Cristo dalla Storia. Dunque un libro contro la storicità di Gesù. Un libro di un miticista. 

Il libro, di per sé, presenta luci e ombre. 

Certamente brillante è la denuncia della totale assenza di prove di un Gesù storico in tutti i documenti non cristiani del 1° secolo. Al punto che il motto miticista per eccellenza è davvero: IN SILENTIO, VERITAS.

Certamente azzeccata è la denuncia di tutte le lettere paoline come falsi del secondo secolo.

Certamente significativa è la critica della morale cristiana a livelli mai visti prima. Una critica che supera perfino quella scagliata da Hector Avalos nel suo capolavoro Bad Jesus. 

Infatti Kōtoku mi fa ricredere sulle accuse mosse ai cristiani di praticare orge indecenti durante le loro agapi: lungi dall'essere mera inventata propaganda pagana, quelle accuse contengono un nucleo di verità, data la loro molteplice attestazione, nello stesso momento, in regioni così distanti tra loro dell'impero romano.

Il libro presenta però anche un difetto di non poco conto, quando si tratta di identificare l'origine della croce cristiana al culto fallico (sic). Sembra a me che le credenze dei cristiani siano francamente fin troppo ridicole per loro conto da non sentire affatto il bisogno di associarle ad un fallo enorme, per ridicolizzarle più di quanto già lo si faccia.

Eppure, nonostante questo aspetto grottesco del libro di Kōtoku, il suo vero valore consiste nella motivazione che lo ha spinto a scrivere, più che nel libro stesso. 

La domanda pare sia lecita: ma perché Kōtoku Shūsui, che aveva dedicato la vita all'abolizione della monarchia giapponese, lasciò come testamento proprio questo libro dalla prigione in cui era stato rinchiuso ? Perché prendersela contro un re di un regno “che non è di questo mondo” anziché contro un sovrano terreno ?

Un'ipotesi sostiene che egli tentò un'opera di divulgazione per rivoluzionare la decadenza spirituale e superstiziosa degli attivisti di sinistra invaghiti del cristianesimo, formando così veri rivoluzionari. In altri termini, poiché molti socialisti e anarchici giapponesi erano intellettuali esterofili e spesso cristiani che si lanciavano nelle attività di sinistra come novità d'oltremare per spirito di riforma sociale ed emancipazione, Kōtoku avvertiva che loro venivano depistati dal buonismo cristiano, indebolendo la volontà di perseguire con fermezza i mali sociali. Un'altra ipotesi ritiene che le sue vere intenzioni fossero diverse: l'audace ambizione di smantellare la superstizione del “Culto dell'Imperatore”, tirando giù dal trono divino quel Cristo venerato come Dio in Occidente di fronte al pubblico giapponese, attraverso la critica empirica e il dibattito razionale. Criticare direttamente l'Imperatore, per giunta da una prigione, era praticamente impossibile sotto la censura dell'epoca. Chi esprimeva opinioni sull'Imperatore veniva represso dalle autorità. Al contrario, finché si criticava il cristianesimo occidentale — religione fino a poco tempo prima proscritta — le autorità mantenevano l'indifferenza più totale. In breve, attraverso il miticismo, Kōtoku avrebbe tentato di contrabbando una nuova linea di attacco per cancellare la sacralità dell'Imperatore del Giappone.

Personalmente, per quanto quest'ultima ipotesi circondi il tentativo di Kōtoku di una nobile aura romantica, io trovo altamente istruttiva la prima ipotesi, ossia che l'anarchico Kōtoku volesse dissuadere gli altri anarchici dal legare la propria causa ideologica al cristianesimo.  

Quella contaminazione tra anarchismo e cristianesimo avrebbe permesso al cristianesimo di agire sottilmente come un virus, indebolendo dall'interno l'entusiasmo rivoluzionario tipico dell'ideologia di Kōtoku.

Si può benissimo astrarre dalle circostanze specifiche legate a Kōtoku, in primis dal suo anarchismo, per cogliere un senso nella sua azione, un senso che getta la miglior luce possibile sulla dannosità intrinseca del cristianesimo per l'intera storia europea. 

Infatti, ciò che temeva Kōtoku per la propria tribù — l'insidia nascosta in una incauta associazione con le idee cristiane — vale a maggior ragione per la mia tribù, se è vero, drammaticamente vero, ciò che ha disvelato Gad Saad nel suo libro Empatia suicida. Morire per essere gentili: 

Forse l’esortazione del Nuovo Testamento ad amare i propri nemici è alla base della sua empatia suicida terrena, nonostante fosse intesa come una strategia canonica prescrittiva per l’accesso al paradiso.

La tendenza umana, onnipresente, a classificare gli altri come appartenenti alla propria tribù o a una tribù esterna non scomparirà con l’eliminazione dei confini nazionali, checché ne dicano i cristiani (o chi si richiama all'etica cristiana). Troverà semplicemente altrove uno sfogo potenzialmente ancora più distruttivo. Anzi, lo ha già fatto. Ma il cristianesimo insiste — insisterà sempre, perché è nel suo DNA — nella cancellazione dei confini nazionali come utopica panacea di tutti i mali. 

G. Ferri


SULLA CANCELLAZIONE DI CRISTO DALLA STORIA

di

Kōtoku Shūsui

Prefazione

Attualmente mi trovo recluso in una cella del carcere di Tokyo. Verso aprile e maggio di quest'anno mi trovavo tra le montagne di Yugawara, nella provincia di Sagami (prefettura di Kanagawa). Lottando contro la malattia, di tanto in tanto prendevo la penna per portare avanti il manoscritto di questo libro, trascorrendo giornate tranquille al riparo dalle seccature del mondo. Tuttavia, prima che potessi completarlo, è scoppiato un tempestoso caso giudiziario legato all'articolo 73 del Codice Penale (che punisce il reato di Lesa Maestà): sono stato arrestato all'improvviso e trasferito a Tokyo. Era il 1° giugno. Da allora, le minuziose indagini delle autorità giudiziarie mi hanno assorbito completamente, mentre il manoscritto incompiuto è rimasto confiscato dalla polizia e stipato nei magazzini del carcere, lasciando trascorrere invano ben cinque mesi.

Il 9 novembre sono giunti finalmente i risultati dell'istruttoria preliminare — una procedura segreta condotta senza la presenza di un avvocato difensore per permettere al giudice di decidere se rinviare a giudizio l'imputato o proscioglierlo — e la Corte Suprema (Daishin'in) sotto la Costituzione Meiji ha ordinato il rinvio a giudizio. Ciò mi ha restituito, seppur per poco, un minimo di tempo libero. Ho così presentato una richiesta speciale per ottenere pennello e inchiostro, riprendendo la stesura del manoscritto all'interno della mia cella.

Ciononostante, trovandomi prima in montagna e poi in prigione, non ho avuto la possibilità di consultare un numero adeguato di testi di riferimento, né di sollecitare l'insegnamento di vari esperti. Per giunta, con l'imminente apertura del processo, non ho avuto il tempo di rileggere e rifinire il testo; mi è stato impossibile condurre un'analisi e una verifica approfondite in un luogo calmo e solitario, e la struttura degli argomenti insieme al procedere della scrittura sono risultati inevitabilmente disordinati. Dopo aver terminato il manoscritto e averlo riletto un'unica volta dall'inizio alla fine, sono rimasto sbigottito nel constatare di non essere riuscito a scrivere nemmeno la metà di ciò che mi proponevo originariamente, provando un senso di sconforto che mi ha gelato il cuore e il corpo. Dover dare alle stampe un testo simile mi riempie di profondo imbarazzo; tuttavia, un altro pensiero si fa strada in me.

La mia costituzione fisica è fragile come un giunco e, oltre a convivere con una malattia incurabile, sono rimasto rinchiuso in prigione per lungo tempo. Non so ancora se verrò condannato alla pena capitale, ma non posso certo sperare di tornare a vedere la luce del sole. Per questa ragione, questo libro rappresenta l'ultimo testo e l'opera postuma redatta in vita di un uomo che per dieci anni ha attraversato il mondo con i suoi scritti. Come dice il proverbio cinese sulla carne rimasta attaccata alle dita di pollo, finché c'è anche solo un minimo di sostanza commestibile, non si ha il coraggio di gettarla via. Per di più, sebbene tra gli studiosi e i commentatori del nostro Paese ve ne siano stati molti dediti allo studio di Cristo e del Cristianesimo, per quanto ne so non ho mai sentito parlare di nessuno che abbia negato l'esistenza di Cristo come figura storica e sia giunto alla conclusione che la croce non sia altro che una modifica del simbolo degli organi genitali. Rispetto a questo punto, questo volume ha la fortuna di porsi come un'opera pionieristica.

Inoltre, poiché la trattazione è semplice e sommaria, non posso certo dirmi soddisfatto, e il disordine della prosa mi suscita un intimo senso di vergogna. Ciononostante, sono convinto di essere riuscito a presentare quasi tutti gli elementi fondamentali per quanto riguarda l'intento e lo scopo con cui do alle stampe questo libro. Ritengo inoltre che esso potrà offrire uno stimolo e un risveglio a quanti nel nostro Paese intendono dedicarsi allo studio di Cristo. Ho quindi affidato il testo a due o tre cari amici, decidendo di darlo alle stampe.

Questo è il mio ultimo scritto, il mio testamento redatto in vita. L'ho composto all'interno di una stanza di tre tatami completamente priva di riscaldamento, facendomi forza nella malattia e scaldando con il fiato le mani gelate, guidato solo dalla debole luce che filtrava da una finestra alta e stretta con le sbarre di ferro.

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