giovedì 3 settembre 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — Cristo e i Cesari

 (segue da qui)

 Cristo e i Cesari

Il mito del tempo era finalmente stato composto e il Dio-re era finalmente stato trovato. Quell’ideale etico supremo, l’uomo perfetto e il sapiente perfetto, il messaggero di Zeus, aveva realmente camminato sulla terra, aveva sopportato sofferenza e morte per amore della virtù, più di quanto mai avesse fatto Socrate, più di quanto mai avesse fatto Aristide, più di qualsiasi altro degli eroi celebrati dell’antichità. Questo sapiente e giusto si era rivelato come Dio, come quel mediatore tra l’essere supremo al di là di ogni sensualità e di ogni peccato e i poveri mortali, che invano tendevano verso l’idea sovrumana di Dio, perché erano rinchiusi nella tomba del corpo, perché nel regno dell’aria stavano in agguato i demoni e perché gli spiriti infernali trascinavano giù negli abissi l’anima che ascendeva. Ma quel sapiente, che era chiamato Unto e Salvatore, aveva riscattato per sempre gli infelici mediante la sua morte, e i demoni erano gli stolti ingannati, gli sciocchi diavoli. Il credente doveva seguire l’esempio di questo Cristo, doveva affaticarsi, tendere, lottare, per diventare un essere morale altrettanto perfetto quanto il suo Redentore. Sarebbe stato un compito impossibile, se non fossero rimasti i sacramenti, i mezzi della grazia attraverso i quali ci si liberava dalla sostanza del peccato e ci si rivestiva di Cristo; attraverso i quali si diventava noi stessi Cristo mediante una trasformazione misterica. Questo naturalismo, però, non aveva più nulla della selvaggia fantasia degli altri culti misterici dell’Impero; esso era stato trasformato in spirito e anima, era stato in certo modo umanizzato, attraverso il monoteismo degli ebrei, la poesia dell’ellenismo e il pathos morale della tarda antichità. Così come questa umanizzazione compì, tra le altre cose, il miracolo quasi sublime di trasformare l’annunciazione dell’angelo in un alto inno alla verginità, allo stesso modo essa aveva trasformato l’antichissimo banchetto orgiastico e sacrificale della superstizione in una festa di memoria dell’addio di un martire divino, che andava incontro alla sua terribile fine con grandezza eroica. Il contenuto mistico-magico — lo si ripeta ancora una volta — aveva completamente perduto la sua offensiva concretezza materiale ed era divenuto un accordo trattenuto ma potente, che risuonava continuamente attraverso una storia umana di sofferenza. L’antichità aveva raggiunto la sua vetta più alta; il platonismo si era trasformato interamente in religione e, con ciò, in cultura vivente.

Questa religione era la vera anima dell’Impero universale e doveva prima o poi conquistare l’Impero. Certamente vi si opponevano l’abitudine dei secoli e l’inerzia di un'evoluzione lenta, che abbastanza spesso imboccava vie errate e che abbastanza spesso conduceva anche al fanatismo di una reazione quanto mai oscura.

Nonostante ciò, bisogna meravigliarsi di quanto rapidamente, in fondo, il cristianesimo abbia trionfato. Nato nel mondo nel 2° secolo, già nel 4° secolo assunse il dominio, per poi nel 5° secolo abbattere completamente l’avversario ormai costretto sulla difensiva. Non è questo il luogo per esporre ulteriormente l’aspetto politico-storico del cristianesimo delle origini, e bisogna lasciare alla fantasia del singolo il compito di immaginare più da vicino perché Gesù, questo Dio più autentico della tarda antichità, dovesse infine superare gli dèi del passato, come Zeus e Apollo, o anche come Attis e Adone. Soltanto il tema  «Cristo e i Cesari» può meritare una breve illustrazione, poiché in tal modo almeno uno dei punti più importanti di quella lotta politica riceve qualche chiarimento.

Gli imperatori aspiravano a una legittimità che liberasse la loro dignità dall’ambigua posizione ibrida, in parte repubblicana. Poiché ormai l’Impero non era più una repubblica, bensì di fatto una monarchia, e poiché nulla è più dannoso a lungo andare per una comunità politica quanto il non osare apparire ciò che essa è realmente, questo sforzo dei Cesari non aveva alla sua base soltanto una vana ambizione, ma anche una comprensione politica e una necessità dell'evoluzione storica. Ai tempi dei primi re ellenistici, in un’epoca ancora fortemente permeata di razionalismo, poteva sembrare sufficiente trasformare il re in un dio o in un figlio degli dèi sulla base dei ricordi orientali e della filosofia concettuale platonico-stoica. Ciò era riemerso ai tempi di Augusto, e la ragion di Stato romana cercò, attraverso decreti e istituzioni, di trasformare il culto imperiale nella religione dell’Impero. Ma il razionalismo era ormai da tempo degenerato in irrazionalismo, l’etica dello Stato in romanticismo etico, e con ciò la divinizzazione dei Cesari era divenuta una falsità interiore. Nessun mortale, neppure il migliore degli imperatori, era in grado di soddisfare anche solo lontanamente l’ideale esasperato della nuova morale; e vi furono abbastanza imperatori che fallirono come despoti oppure che, proprio a causa dell’insostenibilità e della contraddizione maligna della loro posizione, furono spinti direttamente verso il dispotismo, verso il delirio di onnipotenza e la follia divina. Quel conflitto che già il genio di Alessandro Magno non aveva potuto superare senza subirne danno, dovette pesare con forza annientatrice su figure come Caligola, Domiziano ed Eliogabalo, elevando gli eccessi del potere assoluto fino al fanatismo. Si potevano negare a tali principi, dopo la loro morte, gli onori divini, abbattere le loro statue e cancellare i loro nomi dai monumenti. Ciò tuttavia non cambiava il fatto che durante la loro vita si erano offerti loro sacrifici e li si era ornati del titolo di dio. Anche coloro che superarono in modo abbastanza dignitoso il giudizio postumo del Senato e ottennero l’apoteosi non furono sempre figure simili agli dèi, come per esempio Claudio, né personalità problematiche come Adriano. Così il culto imperiale divenne una debole ipocrisia, un pretesto per il bizantinismo, e questa sorta di religione universale non soddisfaceva non soltanto i bisogni religiosi, ma neppure quelli politici. Il problema dei Cesari, che pure esisteva, rimase irrisolto.

La nuova religione del cristianesimo rifiutò agli imperatori il sacrificio. Essa si oppose proprio a questo culto con la terribile passione della convinzione. Ciò era insito nella sua natura esclusiva, nella sua pretesa, ereditata dal giudaismo, di possedere un culto misterico salvifico unico. Essa poteva sottrarsi infine al culto degli innumerevoli altri dèi; e del resto queste religioni antiche erano ormai da lungo tempo abituate agli attacchi da parte di ogni sorta di filosofi e di settari, e probabilmente le derisioni di Luciano avevano arrecato loro più danno delle maledizioni di un cristiano zelante. Ma il culto imperiale era un ordine dello Stato, obbligatorio per ogni suddito (soltanto per gli ebrei si faceva un’eccezione); e il rifiuto di tale servizio, e ancor più l’attacco aperto agli altari degli imperatori, appariva come alto tradimento e offesa alla maestà. Qui dunque si trovarono realmente dogma contro dogma, e il sangue dei martiri scorse abbondantemente, sebbene non in quei fiumi che la fantasia ormai indulgente dei successivi autori di leggende avrebbe voluto far credere. È abbastanza significativo che proprio gli imperatori più capaci, quelli maggiormente animati dal pathos dello Stato, siano appartenuti ai persecutori più accaniti: Marco, Decio, Valeriano e Diocleziano. Naturalmente la causa del culto imperiale era fin dall’inizio una causa irrimediabilmente perduta, e giunse un giorno in cui il più felice tra questi Cesari chiuse questi templi dello Stato e rinunciò al loro culto. Egli aveva riconosciuto che quel problema politico durato trecento anni poteva trovare la sua soluzione migliore proprio sul terreno della Chiesa e del cristianesimo.

Certo, il Cesare non era un eroe della virtù, bensì un uomo, un peccatore. Ma con tutti gli altri uomini le cose non stavano molto meglio. In tal modo, sotto un certo aspetto, i sudditi perdevano il diritto di rimproverargli la sua debolezza morale in modo rigoroso, poiché alla fine ciascuno di loro aveva motivo di spazzare davanti alla propria porta. Che cosa erano infatti tutti loro, imperatori come sudditi, di fronte al Signore del cielo, di fronte al Salvatore senza peccato, che si era sacrificato per loro? Non si poteva più pretendere dall’imperatore altro se non che aspirasse seriamente alla perfezione; e se tuttavia inciampava, allora anche per lui erano disponibili i sacramenti. La grazia era presente, ed egli veniva trasformato dalla sua forza magica in un uomo senza peccato, nel rappresentante terreno di Cristo sulla terra. Non era possibile stabilire un limite alla grazia, poiché nessuno la meritava, e perciò la sua misura dipendeva dalla volontà di colui che la concedeva. Cristo era più potente di tutti i re, e chi otteneva la regalità lo doveva alla sua bontà, alla sua volontà. Gli uomini dovevano certamente onorare il Cesare, perché Cristo gli aveva concesso la grazia del potere imperiale; e proprio a motivo di questa grazia il Cesare doveva nuovamente onorare Cristo attraverso il grado di condotta morale che gli era possibile raggiungere e attraverso la difesa e la diffusione della fede. Al posto della divinizzazione era subentrato il diritto divino dei re, che fino al 18° secolo era stato il fondamento di ogni Stato monarchico. Su questa base Costantino il Grande concluse la pace tra il cristianesimo e i Cesari e divenne così il vero creatore della cultura bizantina, che deve essere considerata come l’ultimo prodotto in senso pieno dell’antichità.

Naturalmente, nel frattempo le condizioni del mondo sono cambiate così radicalmente che oggi la parola “bizantino” ha un suono assai negativo, e Costantino è considerato il grande corruttore, colui che avrebbe intrecciato la religione con l’idea dello Stato e, così facendo, ne avrebbe contaminato la purezza e l’avrebbe abbassata al ruolo di ancella della politica. Chi parla così giudica da protestante, da liberale e da moderno; ma non giudica dallo spirito del cristianesimo delle origini. Perché la nuova religione era nata non da ultimo dall’entusiasmo per l’antica idea dello Stato, che essa aveva elevato — insieme all’etica antica — nel regno del metafisico, dell’aldilà e del sublime. Certamente vi era una contraddizione nel voler essere allo stesso tempo politico-etico e magico-religioso, e certamente un tale dualismo nascondeva dei pericoli. Ma sappiamo ormai da tempo che questo dualismo era nato da una necessità dell'evoluzione storica, e che ormai era stata trovata una sintesi, una sintesi che alla mentalità di quell’epoca, formata dal platonismo, soddisfaceva ampiamente e poteva legittimamente soddisfare. Era dunque del tutto logico che la religione universale mostrasse anche il suo lato politico e si unisse allo Stato universale. Non è neppure vero che la Chiesa bizantina sia stata soltanto una serva dell’impero. Certo accadde che il teologo si piegasse al despota, ma altrettanto spesso accadde anche che il despota si piegasse al teologo. Attraverso l’intreccio tra Chiesa e Stato, le lotte spirituali e le controversie sulle eresie divennero questioni pubbliche di primo piano, e gli imperatori non di rado si trovarono di fronte a una poderosa e caratterizzata opposizione, che sul terreno puramente politico non avrebbe più potuto svilupparsi. Una conoscenza più profonda della storia bizantina forse insegnerebbe che l’Impero romano d’Oriente dovette infine proprio a questa energia teologica anche la sua lunga capacità di resistenza politica, e inoltre quella cultura bizantina della Santa Sofia e dei mosaici stilizzati, che divenne la prima scuola educativa dei popoli del Medioevo.

Sul terreno medievale questa unità e questo contrasto tra politica e religione si svilupparono poi in modo potente e straordinariamente fecondo. Cristo e i Cesar avrebbero potuto essere chiamati ancora una volta con un altro nome, e si disse: Papa e Imperatore. Poiché nel Medioevo l’esistenza politica, per così dire ingenua, tendeva in realtà alla frammentazione, fu di grandissimo valore il fatto che la religione di questi uomini medievali fosse al tempo stesso anche un’istituzione, uno Stato di Dio che voleva diventare uno Stato terreno, una costruzione metafisico-politica. Questa unità non creò Stati unitari, ma una cultura unitaria; creò il gotico e il grande 13° secolo, con il quale l'evoluzione del cristianesimo delle origini giunse propriamente al suo compimento; dopodiché lentamente dovette emergere l’antinomia e doveva iniziare il processo di disgregazione. 

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