martedì 16 dicembre 2025

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 4:10

 (segue da qui)

In quale misura i Chrestiani provenienti da Alessandria — che si chiamavano Gnostici e che a Roma, presso Ippolito, sono detti Naasseni — abbiano conservato intatto fino all’inizio del 3° secolo l’antico libro evangelico alessandrino in mezzo alle più recenti scritture gnostiche, sarà difficile stabilirlo. Certo è tuttavia che, così come da un lato la parabola, per esempio, dei malvagi vignaioli in Matteo 21:33–46, Marco 12:1–12 e Luca 20:9–19, è stata dichiarata da Jülicher (“Gleichnisreden”, p. 385 ss., 1899) non una parabola uscita dalla bocca di Gesù, ma un prodotto della teologia cristiana primitiva — e che, nonostante la sua canonicità, non è divenuta per ciò autenticamente galilaica —, dall’altro lato, la parabola del seminatore, precisamente nella sua versione trovata da Ippolito nel vangelo egiziano dei Naasseni e che richiama immediatamente la Stoà, deve essere ritenuta la forma genuina e originaria. Chi confronti questa versione naassena con Matteo 13:3–9, Marco 4:3–9, Luca 8:5–8.11, Marco 4:14, Ireneo 1:5.6 e 1:6.1, deve riconoscere — alla luce dei passi antichi sul logos spermatikós — che lo sfondo di Matteo 13:10–13.34–35 è stato presente per la prima volta in un vangelo di Egiziani alessandrini, di carattere gnostico. È naturale dunque pensare a questo scritto alessandrino ogniqualvolta, nel 2° secolo, si parla in ambiente ellenistico de “il Vangelo” (1 Corinzi 15:1; Didaché 15:2–3; Basilide in Eusebio, H.E. 4:7.7; 2 Clemente 8:5; Giustino, Dial. 10.100 ecc.), senza che l’eco coincida verbalmente con uno o più dei nostri testi canonici — e quindi anche indirettamente quando, in uno scritto che presuppone già il nostro testo di base, a tratti sembra che si citi dai nostri canonici. Se, per esempio, i Naasseni — o Ofiti, come li chiama Clemente — hanno parlato di una comunità prigioniera, chiamata ed eletta, che ha trasformato la Chiesa universale, dopo che essa in origine era stata intesa come sinagoga, ekklesia e cerchia interiore gnostica, in una chiesa sofferente, combattente e trionfante nel purgatorio, nel mondo e nel cielo, allora la parola evangelica sui molti chiamati e i pochi eletti, in Barnaba 4:14 e Omelie Clementine 8:4, non rimanda casualmente a Matteo 20:16 o 22:14, ma va ricondotta a “il Vangelo” nella versione alessandrina. La Lettera di Barnaba alessandrina e le Omelie clementine di Pietro mostrano in più punti chiari segni di questo Vangelo. In quel mondo di pensiero, “prigionieri”, “chiamati” ed “eletti” erano categorie umane sistematicamente concepite in relazione con la dottrina del seme della ragione (logos spermatikos) riguardo all’ordine terreno, psichico e spirituale, nel quale si parlava in modo coerente di un “gesuanesimo”: in una corrispondente triade di malvagità profonda, giustizia implacabile e amorevole misericordia, si chiamavano rispettivamente il Maligno, [1] il Signore [2] e il Padre. [3] Perciò passi come Matteo 11:25, Atti 1:7, 1 Corinzi 2:8 e Giovanni 14:30, insieme con Giovanni 8:44 e 1 Giovanni 3:8, così come 1 Corinzi 2:14; 15:45–46; 1 Tessalonicesi 5:23 e Giuda 19, hanno tutti avuto il loro fondamento teosofico. Il Figlio evangelico era il Figlio di un Padre che, in principio, si rapportava al Signore giudaico (Adon, Kyrios) come la mitezza alla severità — motivo per cui proprio i veri “Chrestiani” fin dall’inizio dovettero sentire le obiezioni che risuonano ora in Romani 3:8 e 6:1. Per gli gnostici (Ireneo 2:9,2) il dio dei giudei era un bugiardo, perché si era dichiarato il più alto; solo il Padre celeste è buono, dicevano Naasseni, Valentino e Giustino, tanto che a questo proposito un autore già “in via di cattolicizzazione” cita ancora nello stesso modo del contemporaneo gnostico, proveniente dalla scuola della gnosi alessandrina de-giudaizzata (Ireneo 1:11, 1).

NOTE

[1] “La materia, infatti, la chiamavano anch’essa male” (Ireneo 1:6,1)

[2] Quem deum animalem esse dicebant [=“Dicevano che Dio fosse un animale”] (Ireneo 2:30, 1)

[3] “Il Padre, che solo è buono” (Clemente alessandrino, Stromati 2:20).

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