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I Galilei, di cui parla Epitteto (Diss. 4:7,6), sono i Galilei delle ‘Antichità Giudaiche’ di Flavio Giuseppe 18:1, 6, di Giustino Martire nel suo Dialogo con Trifone giudeo § 80, e di Eusebio nella sua Storia ecclesiastica 4:22, 7; vale a dire, sono i messianisti o i veri e legittimi “Cristiani”, seguaci del galileo zelota Giuda (cfr. in Giuseppe, ‘Antichità Giudaiche’ 18:1,1, nonché Atti 5:37) ma tutt’altro che già gesuani e “Chrestiani”. Tanto più degne di nota sono dunque le concordanze letterali tra Epitteto e il primo dei nostri evangelisti, le quali non provano, ma illustrano, che il vangelo “secondo Matteo” — avendo davanti agli occhi un originario vangelo alessandrino della sinagoga ellenistica, divenuta minea o teosofica, nonché un cosiddetto racconto marciano “petrino” di gnostici egiziani, con probabile inserzione di detti o “logia” esseni — non fu scritto intorno al 115 in Siria, ma a Roma. Già il “Kýrie” di Matteo 15:22 e 17:15 suona come un “domine” romano di quel tempo; ma il “kýrie eléison” di Epitteto (Diss. 2:7, 12) e del Vangelo (Matteo 15:22; 17:15) è un autentico “miserere domine” romano, e non sarà meramente casuale che il “bada e guardati” (Diss. 1:3, 9), il “perché non cercare e trovare” (2:11, 17) e il “Signore, se vuoi, sarò guarito” (3:10, 15) nel discorso di Epitteto facciano pensare a Matteo 16:16, 7:7 e 8:2. Il “lebbroso” di Matteo 8:2 e Marco 1:40 è un trascuratore delle purificazioni giudaiche e di altre prescrizioni legaliste, che ottiene assoluzione dalla sapienza evangelica e, contro il divieto, secondo Marco 1:45 lo divulga pubblicamente, con la conseguenza che il maestro mineo non osa più mostrarsi in mezzo al popolo giudaico; che ora i nostri evangelisti abbiano potuto apprendere a dire “Signore, se vuoi, puoi purificarmi” (Matteo 8:2) proprio a Roma, si deduce da Matteo 18:25, dove non è presupposto il diritto giudaico (cfr. Giuseppe, Antichità Giudaiche 4:8, 26!), bensì il diritto romano. Romani, e non palestinesi o siriani, sono allora anche Matteo 24:45 e 25:14; il grande latifondo a cui lì si pensa rivela la mano italiana. Che Epitteto e l’(altresì romano) evangelista “secondo Marco” concepiscano l’‘hamartēma’ come peccato (cfr. Diss. 1:7,33 e Marco 3:28), non lo “prova”, ma significa a sua volta almeno un'influenza dello stoicismo nel Vangelo; e che il termine “prósōpon” (volto o aspetto nel senso di “considerazione”) compaia tanto in Epitteto quanto nel Vangelo (Diss. 1:2,30; Matteo 22:16), rimanda allo stesso modo alla concezione romana della persona. Così pure il terzo evangelista (Luca 4:23), con il suo “medico, cura te stesso”, richiama a Roma: a Cicerone (Ad Fam. 4:5) Servio Sulpicio aveva aggiunto che egli non doveva imitare i cattivi medici, che fingevano di praticare la medicina sulle malattie altrui e non riuscivano a guarire sé stessi. Che il terzo evangelista sia stato davvero a Roma si lascia allora dedurre da Atti 28:14-15.

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