sabato 10 gennaio 2026

Gerard Bolland: IL VANGELO — Un ‘rinnovato’ tentativo di indicare l’origine del cristianesimo 5:16

(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Gerard J.P.J. Bolland, «Het Evangelie: Eene ‘vernieuwde’ poging tot aanwijzing van den oorsprong des Christendoms». Per leggere il testo precedente, segui questo qui)


I

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 

II 

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20

III

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20

IV

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16

V

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Il Vangelo insegna per mezzo di simboli; la verità della “Buona Novella” del primo secolo dell’era cristiana è la verità di una trasposizione allegorica alessandrina. I vangeli sinottici, le lettere paoline e il vangelo di Giovanni si possono concepire in rapporto reciproco come rappresentazione simbolica edificante, interpretazione didascalica e intellettuale, e sintesi di entrambe; la distinzione fra una predicazione rivolta a uomini e donne chiamati, cioè convocati dalla moltitudine, e gli insegnamenti comunicati più sommessamente ai discepoli più ricettivi ed eletti, chiamati a riconoscere nella predicazione un senso più profondo, è già implicita sin dall’inizio della predicazione evangelica — e tale inizio è un inizio che proviene da Alessandria. Ecco la conclusione del nostro discorso: una conclusione che non può essere respinta come una teoria “arbitraria” o persino “stravagante”, né come una mera opinione personale, ma che va riconosciuta come il punto di convergenza, divenuto ormai evidente da sé, di una grande moltitudine di indizi. Nel 1835, a proposito della formazione del Pentateuco, l'hegeliano Vatke espresse per la prima volta l’intuizione che oggi è considerata il risultato di una ricerca libera da premesse filosofiche, sebbene egli stesso ne riconoscesse i meriti alla scuola hegeliana. — Qui, un interprete hegeliano, dopo assidue ricerche fra i non-hegeliani, ha presentato in modo autonomo e sintetico un’intuizione che un giorno sarà riconosciuta come il vero risultato di un’indagine imparziale e non prevenuta sulle origini del cristianesimo. La storia della filosofia non è stata in ciò trascurata, e perciò il risultato getta, a sua volta, nuova luce sulla storia della scienza e della filosofia stessa: infatti, la diffusione del Vangelo si può intendere come l’inizio di un intermezzo nella storia europea — l’intermezzo del medioevo cristiano, indispensabile al successivo chiarimento dello spirito. Chi però ritiene errata e insostenibile la prospettiva da cui la conclusione è stata sin dall’inizio coerentemente dedotta, o giudica la conclusione stessa almeno “esagerata”, e intende opporvisi adducendo delle ragioni, dovrà confutare che la parabola del seminatore, insieme con le relative osservazioni sull’incapacità di accoglienza delle folle e sul privilegio, in questo senso, degli iniziati, inserisce il Vangelo in una linea di pensiero greco, che si è innestata su un giudaismo di Alessandria per poi, divenuta più edificante, diffondersi nuovamente da Alessandria; che la storia evangelica della passione si staglia sullo sfondo di una teosofia giudeo-alessandrina; e che il Figlio evangelico è un Giosuè ideale, innalzato a simbolo, proveniente dal giudaismo ellenistico. “Il nome di Gesù”, dice Loisy nella sua opera sui nostri vangeli ‘sinottici’ (1:289), “si sostituisce a quello di Emmanuele e non è più spiegato di quello di Giovanni; tuttavia questi nomi hanno un significato che l’autore primitivo aveva presente quando scriveva questi racconti, ma che non ha espresso, come non ha espresso il riferimento a Isaia, perché i suoi lettori non avevano bisogno di tali spiegazioni”. Ora, i lettori di quell’“autore primitivo”, che non avevano bisogno di simili spiegazioni poiché sapevano fin dall’inizio che cosa rappresentasse un Giosuè o Gesù ideale, erano, a cominciare da subito, più che mosaici: erano giudei ellenistici, e più precisamente alessandrini. Il nome del successore evangelico di Mosè è comprensibile come teosofico alessandrino; anche la parola riguardante la rivelazione concessa ai fanciulli (gesuani) di ciò che non era stato conosciuto dai sapienti (mosaici) è gnostica e alessandrina; la parabola del seminatore con i relativi misteri è “filonizzante”, cioè giudaica platonico-stoica e stoico-platonica — dunque ancora una volta alessandrina; che soltanto “il Padre” sia buono, mentre “il Figlio” del Padre debba imitare la sua bontà, è alessandrino; la dottrina secondo cui Giosuè, il Figlio, è il “Consacrato” (l’Unto), e che questo “Cristo”, come Chrestos ideale, doveva soffrire e morire come segno di una vita a venire, è ancora rappresentazione e figurazione della gnosi giudeo-alessandrina; e allo stesso modo, la discesa agli inferi e l’ascensione al cielo di “Giosuè, il Figlio del Padre celeste”, sono teosofia alessandrina. L’intero Vangelo è originariamente alessandrino: esso fu, in principio, la “Buona Novella” dei “Minim” giudeo-egiziani. Chi abbia letto quanto precede con comprensione, lo comprenderà.


Leida, dicembre 1908 – luglio 1909.

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