venerdì 17 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ²

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Nella concezione antica, i pianeti erano considerati esseri animati; [1] anzi, venivano spiritualizzati come dèi planetari, [2] e insieme erano ritenuti le potenze del movimento, le forze dei cieli, i principi di questo mondo, che esercitano la loro influenza sul corso delle cose nel mondo sublunare. Ognuno, a suo modo, era interprete o segno della volontà divina; ciascuno dominava nella propria sfera o orbita e partecipava al potere sulle vicende della terra. “Vi sono”, afferma più tardi la teosofia ermetica, “sette amministratori posti a circondare ciclicamente il mondo visibile, e la loro amministrazione si chiama Destino” (Poimandres, §9). E Plutarco riferisce: “I Caldei fanno dei pianeti, che chiamano dèi della nascita, due divinità benefiche, due malefiche, e le restanti tre intermedie e dubbie” (Iside e Osiride, 48). Tolomeo afferma (De judiciis astrologicis 1:4): “Gli antichi tramandarono che Giove, Venere e la Luna sono astri benefici, mentre Saturno e Marte sono malefici; nel mezzo posero il Sole e Mercurio”. Anche la teosofia ebraica medievale insegna: “Il Sole esercita ora un influsso buono, ora uno cattivo; la Luna ha influsso benefico durante i giorni in cui cresce, e influsso maligno durante quelli in cui decresce” (Zohar III, 281b). Nella concezione dei Caldei, l’astronomia non si separava mai dall’astrologia. In primo luogo essi osservavano Saturno, benché si attribuisse grande importanza anche al Sole. [3] Ogni dio planetario esercitava il suo dominio per un’ora. E se — come ricorda Cassio Dione (37:17) — si ammette che un giorno possa essere denominato dal dio planetario che governa la prima ora di esso, allora, di conseguenza, il primo giorno è quello del Bêl di Babilonia, del dio solare Šamaš… o Marduk, ossia la Domenica. “Bêl Marduk, il Cristo dell’antica Babilonia”, come lo chiama P. Carus, era in sé nient’altro che il dio planetario Giove; [4] ma in quanto Bêl di Babilonia rappresentava il Sole primaverile, la luce crescente del mondo stesso. E come osserva Brückner, gli antichi conoscevano anche la tomba di Bêl. Questa tomba richiama alla mente Tammuz, il dio annuale che rappresentava la vita della natura che cresce e muore, e al tempo stesso il dio solare ascendente e discendente. Marduk, tra gli altri suoi titoli, era venerato come bêl nubatti, o signore del lamento funebre, e ciò richiama ancora una volta l’adone Tammuz. Ma, innanzitutto, in tutto ciò si dovrà pensare al dio cittadino di Babilonia, inteso come dio annuale del mito calendariale babilonese.


NOTE

[1] Tommaso d’Aquino: “Coelestia corpora moveri a spirituali creatura a nemine sanctorum vel philosophorum negatum legisse me memini” [=“Ricordo di non aver letto che qualcuno tra i santi o i filosofi abbia negato che i corpi celesti siano mossi da una creatura spirituale”].

[2] Δεύτεροι θεοί, κατ' οὐρανὸν ἰόντες· [=“Dei secondari, che si muovono nel cielo”] Plutarco, ‘De Fato’ 9. “I sette governatori del cosmo” (H. P. B., ‘La Dottrina Segreta’ 3: 589) “I fabbricatori del nostro sistema solare” (23: 26). “A loro è attribuita l’intera formazione dell’universo negli insegnamenti segreti” (3:332).

[3] Τοὺς πέντε ἀστέρας τοὺς πλανήτας καλουμένους ἐκεῖνοι κοινῇ μὲν ἑρμηνεῖς ὀνομάζουσιν, ἰδίᾳ δὲ τὸν ὑπὸ τῶν Ἑλλήνων Κρόνον ὀνομαζόμενον .... καλοῦσιν ἥλιον [=“I cinque astri chiamati pianeti essi li chiamano comunemente interpreti, e in particolare quello che dai Greci è chiamato Crono … lo chiamano sole”(Diodoro Siculo 2: 30, 3). “Ideo Vergilius errantium quoque siderum rationem ediscendam praecipit, admonens observandum frigidae Saturni stellae transitum” [=“Perciò Virgilio prescrive anche di apprendere il moto degli astri erranti, ammonendo di osservare il passaggio della fredda stella di Saturno”] (Plinio H. N. 18:57).

[4] I farisei (Epifanio, p. 34) hanno chiamato il pianeta Giove “koochab Baal”; anche presso i Mandei esso è ancora chiamato Bêl.

giovedì 16 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? SATURNO E IL SUO GIORNO. ¹

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SATURNO E IL SUO GIORNO.

UN'APPENDICE.



Nel sistema cosmologico antico di Tolomeo — che in realtà riprende ancora la concezione del mondo dell’antica Babilonia —, oltre al Sole e alla Luna, partecipano non più di cinque pianeti o “stelle erranti”, sebbene già nell’antichità si fosse avanzato talvolta il sospetto che ve ne fossero forse più di quante l’occhio umano potesse vedere — “non has tantum stellas quinque discurrere, sed has solas observatas esse” [=“non solo queste cinque stelle si muovono, ma solo queste sono state osservate”], Seneca, Quaestiones Naturales 7:13). [1] Nella concezione antica, il Sole, la Luna e i cinque “astri erranti” allora conosciuti erano considerati i “sette pianeti”, i quali (cfr. Flavio Giuseppe, ‘Guerra Giudaica’ 5:5,5) erano simboleggiati, ad esempio, nel grande candelabro del Tempio ebraico — la cui raffigurazione è tuttora visibile sull’arco di trionfo di Tito a Roma. Anche le “sette stelle” dell’Apocalisse (3:1) saranno dunque con ogni probabilità i sette “pianeti”. E disposti secondo le distanze dalla nostra terra, questi “sette” si susseguono, nell’antica rappresentazione, nel seguente ordine:

Luna Mercurius Venus Sol [2] Mars Jupiter Saturnus.

I nomi babilonesi (dei sette pianeti) sono: Sin, Nabû, Ištar, Šamaš, Nergal, Marduk e Ninib; e presso i Mandei della Bassa Babilonia sembrano ancora oggi chiamarsi Sin, Nebû, Dlibat, Šamš, Nerig, Bêl e Kewan. Aggiungiamo che l’eptagramma, con cui gli astrologi medievali rappresentavano le sette “stelle erranti” come punti di un cerchio, è stato ritrovato a Nippur. Rimane tuttavia la questione di sapere quanto antica sia la rappresentazione dell’ordine dei pianeti. L’“ordine dei pianeti caldaico” compare solo in epoca ellenistica, meno di duecento anni prima dell’inizio della nostra era; e l’ordine in cui le iscrizioni di Ninive menzionano i sette (astronimi) non sembra avere alcun legame con l’astronomia, benché a Babilonia “le sette luci del cielo e della terra” avessero un tempio, restaurato ancora per ordine di Nabucodonosor (604–562 A.E.C.). Syncello riferisce (Fragmenta Historicorum Graecorum II, 504): Ἀπὸ δὲ Ναβονασάρου (747–735) τοὺς χρόνους τῆς τῶν ἀστέρων κινήσεως Χαλδαῖοι ἠκρίβωσαν =[“A partire da Nabonassar (747–735 A.E.C.) i Caldei determinarono con esattezza i periodi dei movimenti delle stelle”]. I pitagorici chiamarono il dodecagono “Zeus”, evidentemente perché il pianeta Giove percorre il cerchio dello zodiaco in dodici anni. Quando, tra i Greci, i nomi dei pianeti risultano ormai noti a Platone, questi (nell’Epinomide 987c) dimostra di sapere benissimo che Saturno è quello che si muove più lentamente di tutti; e Aristotele parla (De caelo 2:12) di “coloro che da lungo tempo, per molti anni, hanno osservato gli astri — gli Egiziani e i Babilonesi — dai quali possediamo molte relazioni degne di fede concernenti le singole stelle”. Tolomeo menziona (Almagesto 5:14; 4:8.11) le eclissi del 621, 523, 502, 491 e 383 A.E.C. come oscuramenti osservati a Babilonia; la prima di queste è stata effettivamente ritrovata in un testo assiro. Una tavoletta del 523 A.E.C. sembra contenere effemeridi mensili del sole e della luna, le principali fenomenologie planetarie con indicazioni delle posizioni nello zodiaco e delle eclissi. L’eclissi solare del 585 A.E.C., predetta da Talete, dovette poter essere calcolata con l’astronomia babilonese; e quando quella scienza astronomica si trasformò in una molteplicità di racconti, nei quali le divinità parlavano all’immaginazione popolare — racconti che influirono ampiamente anche sull’immaginario di altri popoli —, ciò dovette comunque essere connesso a una certa conoscenza effettiva dei pianeti stessi. A Platone (Repubblica 8:3) era noto anche il numero della precessione (25 920 anni), e la precessione stessa sarà stata probabilmente scoperta dai Babilonesi, dai quali — secondo quanto riferisce Clemente Alessandrino — egli aveva appreso la sua astronomia. I Greci, come riferisce Erodoto (2:109), ricevettero dai Babilonesi la colonna gnomonica (gnomon); e quando l’ombra di quest’ultima cade sulla sua base, dalla sua lunghezza si può ricavare l’altezza del sole sopra l’orizzonte, cosa che rese possibile determinare la durata dell’anno e l’inclinazione dell’eclittica. Con lo gnomone si procedeva all’orientamento e si segnavano all’orizzonte i punti degli equinozi di giorno e di notte; dal punto equinoziale di primavera si dovette infine constatare anche lo spostamento progressivo (cioè la precessione).


NOTE

[1] Ἑπτὰ δὲ καὶ οἱ ἀπὸ τῶν μαθημάτων τοὺς πλανήτας εἶναί φασιν ἀστέρας· [=“Sette, secondo gli esperti delle scienze astrali, sono le stelle erranti”Clemente Alessandrino, Stromati 6, p. 685 Sylb. 

[2Ὁ ἥλιος ὥσπερ ἡ λυχνία μέσος τῶν ἄλλων πλανητῶν τεταγμένος· [=“il sole, posto come un candelabro in mezzo agli altri pianeti”Clemente Alessandrino, Stromata 5, p. 563 a Sylb. 

mercoledì 15 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:46

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E lo gnosticismo — lo gnosticismo giudeo-greco, nato anzitutto ad Alessandria — fu proprio ciò che diede origine al Vangelo. In Egitto, “Gesù disse: ho preso posto al centro del mondo e nella carne mi sono manifestato a costoro. Ma li ho trovati tutti ‘ubriachi’: non ho trovato in mezzo a loro nemmeno uno che avesse sete. E l'anima mia si è addolorata per i figli dell'uomo, perché essi sono ciechi nel cuore”. Il lettore che non è cieco, né accecato dal pregiudizio — il lettore giudizioso — dica ora a sé stesso, sotto la propria responsabilità, di quale natura sia stata la manifestazione carnale di Gesù.

Leida, luglio 1911 – marzo 1913.

martedì 14 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:45

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Il primo annunciatore della Buona Novella, Simon Pietro, fu concepito in origine in senso alessandrino; il Paolo delle lettere (cfr. 2 Corinzi 11:28) rappresenta la voce della comunità romana della prima metà del 2° secolo, e il Pietro della leggenda romana non è molto più antico della metà di quel secolo. Le lettere paoline furono in origine (Romani 6:15; 1 Corinzi 6:12; 8,1) espressioni di una gnosi orientata alla moderazione, ma si rivolsero (1 Timoteo 6:20) contro lo gnosticismo quando, poco prima della metà del 2° secolo, l’amministrazione della comunità romana ruppe con esso. “Roma”, scrive giustamente E. Buonaiuti nel 1907 a pag. 243 del suo libro su ‘lo gnosticismo’, “fu il teatro della lotta gnostica contro il potere ecclesiastico ormai costituito”; e Ireneo afferma nella sua prefazione di combattere contro coloro a cui già 1 Timoteo 1:4 era rivolto; anche Origene (Contra Celsum 6:24) non sa altro se non che l’eterodossia che turbava la Chiesa del suo tempo era già stata intesa in 2 Timoteo 3:6-7. E contro gli gnostici Ireneo (3:3, 3) si appellò anche alla “lettera di Clemente ai Corinzi” — che ancora non era “petrina”! La romanizzazione (Luca 22:32; 1 Pietro 5:13) della leggenda petrina coincise con la perdita di utilità di Paolo come figura rappresentativa dell’amministrazione della comunità romana, la quale si fece carico del grande malinteso, destinato a dominare d’ora in poi, circa il senso letterale dei racconti evangelici, ed era ormai, sin dalla metà del 2° secolo, decisamente anti-gnostica. La formula battesimale di Matteo 28:19 è in origine romana e gnostica; l’antico “simbolo apostolico” fu un’estensione romana di quella formula, intesa a respingere lo gnosticismo.

lunedì 13 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:44

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Il primo e il secondo dei nostri vangeli furono probabilmente composti a Roma, dove si riuscì così a offuscarne l’origine alessandrina; e il terzo, con il suo sequel sulla nascita della Ecclesia, presumibilmente è stato scritto a Roma; il quarto nacque a Efeso, ma presenta un’appendice romana. Il mistero alessandrino dovette esistere già prima della fine del 1° secolo; i racconti oggi pervenutici sono versioni più volte rielaborate risalenti alla prima metà del 2° secolo. Secondo il dotto e acuto, ma non del tutto imparziale, ricercatore della verità Harnack, il nostro Vangelo “secondo Marco” sarebbe stato composto prima del 60, [1] quello “secondo Luca” poco dopo il 60 e quello “secondo Matteo” poco dopo il 70; egli ritiene inoltre che l’autore delle sezioni in cui compare il “noi” sia lo stesso di quello del terzo vangelo e degli Atti. In quest’ultima ipotesi potrebbe anche aver ragione; ciò, tuttavia, non rende “Luca” indipendente da Flavio Giuseppe, né Matteo 10:16.28 e Luca 10:3, 12:4-5 indipendenti dal vangelo egiziano citato in 2 Clemente 5:2-4, così come non elimina il fatto che la versione naassena o egiziana della parabola del seminatore costituisca il fondamento comune delle versioni sinottiche. E la “storia” negli Atti degli Apostoli, che peraltro (Atti 15:7) lascia trasparire che il Vangelo fosse noto già da tempo, pur essendo stata verosimilmente redatta dallo stesso narratore delle “vicende” del terzo vangelo, non può essere trasformata, con nessun artificio della dottrina ecclesiasticamente vincolata, in un racconto di ciò che è davvero… accaduto. L’autore degli Atti parla (13:7) di un proconsole a Cipro, dove probabilmente non si trovò mai; menziona (17:23), per errore, un altare “al” dio ignoto ad Atene — e anche lì non sarà mai stato; e a Malta, a sud della Sicilia, nemmeno vi fu, benché “noi” avessimo fatto naufragio a Malta nel mare Adriatico. Di “Acaia” e di “Asia” egli parla (19:10.21) da romano, e infatti (28:14-15) rivela familiarità con Roma. Il fatto che egli scriva dopo la caduta di Gerusalemme è tradito, tra l’altro, dal titolo “Figlio dell’Uomo” (7:56) e dalla (20:6) festa pasquale dei pani azzimi, per non citare altro. Di fatto, i cosiddetti “Atti” servono a oscurare (18:2.24-26) Alessandria e l’apostolato alessandrino originario: la lieta novella viene ora presentata (2:5-11) come partita da Gerusalemme e giunta (19:21; 23:11; 28:16.30-31) a Roma, che di fatto tra il 125 e il 150 si sarà già affermata come centro della nascente cristianità.

NOTE
[1H. J. Holtzmann nel 1892: “Certamente anche il secondo evangelista si trova sotto l’impressione della distruzione di Gerusalemme” (‘Introduzione al Nuovo Testamento’, 3ª edizione, pag. 374).

domenica 12 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:43

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Già come ebreo galileo (cfr. Isaia 8:23), il Salvatore evangelico è apparso in mezzo ai pagani; nel Vangelo, la Galilea rappresenta la diaspora ebraica, la quale, in Giovanni 7:35, è menzionata come la regione verso cui egli è destinato. Di fatto, il vangelo di Gesù è un “mistero” proveniente da Alessandria, [1] le cui versioni pervenuteci non sono neppure di mano giudaica: esso è stato scritto in e per una cristianità già esistente. Il Regno di Dio veniente (Matteo 3:2; 4:17; 10:7; Marco 1:15; Luca 10:11) nei nostri vangeli è (Matteo 13:43; 26:29) un Regno del Padre, e le chiavi di quel Regno (cfr. Gesù in Egitto, Matteo 23:13; Luca 11:52; Omelie Clementine 3:18) sono chiavi della conoscenza; esso è già presente (Matteo 12:28; Luca 12:32) e (Luca 17:20-21) si trova in mezzo ai giudei, sebbene invisibile, ma in realtà (Matteo 19:24; 21:43; Giovanni 7:35) non è destinato ai giudei stessi. È (Matteo 21:43) per un popolo che (Matteo 27:54) riconoscerà il Figlio crocifisso. Esso cresce (Marco 4:26-32) in silenzio, ma si espande (Luca 5:10) grazie alla “pesca di uomini”, e ciò (Matteo 13:31-32) in misura considerevole; la vera dottrina (Matteo 13:10-13.34; Marco 4:10-12.32-34) è conosciuta per il momento solo dagli iniziati, ma ora (Matteo 10:26-27) dovrà essere manifestata alla luce. Nel frattempo, si entra (cfr. Matteo 5:27-29; Marco 9:47) solo a condizioni morali rigorose, anche se (Matteo 13:47) vengono accolti membri tanto cattivi quanto buoni; in ogni caso, si diventa (Marco 10:15) membri in spirito di fanciullezza. Il Regno di Dio veniente è la Chiesa, che (Matteo 16:18-19; 18:17-18) esiste già a Roma.

NOTE
[1Da qui ancora una corrispondenza tra le dottrine cristiane e quelle dell’opera dello Zohar, apparsa intorno al 1300, il cui contenuto sarebbe gnosticismo ebraico proveniente dall’Alessandria del primo e del secondo secolo, falsificato e oscurato dal rabbinismo medievale.

sabato 11 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:42

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Il Vangelo o la Buona Notizia di Gesù, il Figlio del Padre, cominciò a circolare poco dopo la distruzione del tempio giudaico — dunque nella seconda metà del 1° secolo — come rappresentazione di una teosofia giudeo-greca destinata a convertiti meno speculativi e più credenti. [1] E in Daniele 7:13-14 si trova il vero o originario vangelo giudaico, rivelatosi e divenuto motivo di scandalo nell’anno della caduta di Gerusalemme; in Atti 17:3 ne leggiamo una trasformazione teosofica, in cui, per una sorta di quid pro quo, il dio misterico Gesù viene proclamato come il vero e legittimo “Cristo”. [2] E così Marco 1:15 (Matteo 3:2; 4:17; 10:7) rappresenta una reinterpretazione, o piuttosto un rovesciamento, risalente al quindicesimo anno di Tiberio, di un’aspettativa coltivata poco prima della caduta di Gerusalemme, e riformulata retrospettivamente come la proclamazione che il vero Cristo, Cristo Gesù, aveva sofferto, e in quella sofferenza era divenuto il vero Signore. Così apparve il Vangelo della Nuova Alleanza in contrasto — come attestano Matteo 22:21; Romani 13:7; 1 Pietro 2:17; 1 Clemente 37:2-3; Tertulliano, Apologeticum 32 — con le aspettative messianiche nazionali giudaiche; inoltre il Padre del Signore Gesù non era originariamente il Signore di Mosè. Come pasqua redentrice del Padre per il Signore inferiore di questo mondo, il Signore Gesù fu dunque, in origine e anzitutto per i fedeli giudei, la fine della cruenta legge giudaica, e quindi in primo luogo una redenzione nel senso morale della parola. Il Gesù dei Nazareni era quindi un modello celeste, che non aveva avuto alcun legame con la generazione terrena, né col consumo di vino o di carne. Per il resto, il sacro pasto dei Nazareni gesuani fu in origine una continuazione teosofica di un uso già diffuso in molti ambienti; e anche i Mandei, che non sono giunti al gesuanesimo, hanno ancora un sacro pasto di pane, olio e acqua. Perfino la mensa degli spiriti malvagi in 1 Corinzi 10:21 sarà stata una tavola di comunione non cristianizzata.

NOTE
[1] Niemojewski: “È anche molto probabile che l’umanizzazione di Gesù, così come originariamente era concepito nella forma astrale, sia collegata alla grande sconfitta giudaica degli anni 66–70 della nostra era” (‘Dio Gesù’, pag. 482).
[2Confronta con la cristologia “teosofica” il modo in cui l’Unto è concepito in Salmi di Salomone 17 e 18, Enoch 51:3, 52:4, 61:8, 90:37, 4 Esdra 7:28-29, 12:32, 13:26, Apocalisse di Baruc 29:3, 39:7, 72:2.

venerdì 10 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:41

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Una lettura attenta e un confronto di Atti 10:38; 1 Corinzi 10:20–21; 12:2; 2 Corinzi 6:16; Apocalisse 9:20 e Marco 6:7.12.13; Luca 9:1; 10:17–18; Marco 5:8.9.15; Luca 8:35; Marco 3:22; Matteo 11:6; 12:14; Marco 3:6; Luca 6:11; Matteo 12:28 ecc. insegna a comprendere che nei nostri vangeli la predicazione evangelica è rappresentata come espulsione di spiriti impuri o maligni nella Galilea dei gentili, poiché essa è concepita come l’espulsione delle molte divinità [1] dalla mente dei pagani, in cui esse dimoravano come spettri — e che per questo, a Gerusalemme, tale espulsione di spiriti maligni non si dice più essere avvenuta. Nondimeno, in passi come Matteo 11:27; Giovanni 8:55; 16:3; 17:25; Romani 4:25; 8:20; 1 Corinzi 15:24; 2 Corinzi 4:4; Galati 3:13.19; Efesini 2:2 traspare come punto di vista evangelico l’idea che il Dio giudaico non sia altro che una divinità inferiore, tutt’altro che il buono e universale Padre di tutti gli uomini. Da Gerusalemme stessa (Marco 3:22), i giudei interpretarono dunque la predicazione evangelica come una nuova diffusione della più grande idolatria possibile, e la grande perversione dei giudei stessi è nuovamente indicata in forma figurata in Matteo 19:16–30; Marco 10:17–31 e Luca 18:18–30. Lì, a uno che in Matteo 19:20 è chiamato giovane e che, secondo Marco 10:21, Gesù ama — sicché fa pensare all’Israele di Osea 11:1 — viene suggerito velatamente che, quando egli chiama buono Gesù, non sa ciò che dice, poiché solo il Padre è buono e — cfr. qui Matteo 11:27 nella sua versione non alterata — egli in realtà non conosce nemmeno il Padre. In seguito, egli riceve (Marco 10:21) il consiglio non solo di seguire Gesù in uno stato di letterale povertà, ma di divenire suo discepolo dopo aver rinunciato ai propri privilegi spirituali, nei quali anche i pagani dovranno avere parte. Infatti, il Vangelo insegna la conversione a una Nuova Alleanza, nella quale trovano accesso anche altri oltre agli ebrei. Che sia proprio “il giudeo” colui che si ritrae da Gesù risulta dal confronto tra Marco 10:22 e Isaia 57:17, dove la Settanta adopera per στυγνάσας un termine raro ma corrispondente: “egli si rattristò e se ne andò ostinato (στυγνός) per la sua via”. Ciò è implicito anche nella domanda dei discepoli — poveri in senso letterale, ma evidentemente considerati ricchi in senso spirituale —, che, quando in Marco 10:24 si apprende che non si deve confidare nelle proprie ricchezze, rimangono costernati e (Marco 10:26) chiedono: “chi potrà dunque salvarsi?”, intendendo in realtà: “se non è giusto essere giudei”. Gesù fa capire in Marco 10:27 che ci vorrebbe un miracolo, e di fatto, nel nuovo Regno di Dio (Marco 10:31), gli ebrei non saranno i primi ma gli ultimi, e i pagani, viceversa, i primi. Poiché, conferma l’autore di Romani 11:7–9, ciò che Israele cerca non lo ha ottenuto: gli eletti lo hanno ottenuto, ma gli altri si sono induriti; a causa della loro incredulità (11:20) essi sono stati recisi, sebbene (11:11) la loro caduta si sia rivelata la salvezza dei pagani.

NOTE
[1] Aristide: ἀνεφάνη ἀνθρώποις ὃπως ἐκ τῆς πολυθέου πλάνης αὐτοὺς ἀνακαλέσηται [=“Si manifestò agli uomini per ricondurli dall’illusione politeistica”] (Hennecke p. 9.) Giustino: ἐπὶ καταλύσει τῶν δαιμόνων [=“Per la distruzione dei demoni”] (Apologia 2; 6, 5).

giovedì 9 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:40

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La “diversa” spiegazione richiesta da Brückner difficilmente può essere diversa da questa. Nel primo secolo della nostra era, ebrei di tendenza teosofica concepirono l’Essere infinito ed eterno come un Padre nascosto e inconoscibile, e venerarono come primo prodotto dell’onnipotenza divina, come primogenito Figlio del Padre, come compartecipe del trono e supremo tra gli dèi subordinati o tra gli arcangeli, il Signore Gesù — il quale veniva considerato superiore al severo e persino sanguinario Signore di Mosè, il creatore del mondo e legislatore del popolo ebraico, il quale, così essi dapprima pensavano in segreto, era erroneamente ritenuto l’Essere supremo, mentre in realtà, quale dominatore del mondo, non era che il capo degli … dèi planetari. [1] Per la cacciata o espulsione degli spiriti maligni, gli ebrei teosofici preferivano dunque, in contrasto con quanto leggiamo in Origene, Contra Celsum 4:33, servirsi del nome di Gesù, sebbene questo fosse originariamente un semplice duplicato del nome ebraico stesso. E già prima della dissoluzione dell’Antica Alleanza, con la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio, tali ebrei “mistici” avranno contrapposto alle speranze mondane del nazionalismo in terra d’Israele la dottrina secondo cui la vera redenzione doveva essere concepita in forma di “mistero”, a somiglianza di un “divino” modello e figura di sofferenza e morte terrena, seguito da resurrezione e glorificazione celeste. Ma — come si legge in Omelie Clementine 15:5 — “vi è grande differenza tra le dottrine della pietà e quelle della filosofia”, e la teosofia pura non è cosa per la moltitudine. I bisogni spirituali del popolo non si soddisfano con la speculazione pura e semplice, e con essa non si fondano comunità; la propaganda gnostica o giudeo-teosofica, ossia la sua dottrina per il popolo, ebbe quindi bisogno di una rappresentazione, e di questa, a sua volta, di un racconto figurato, accessibile al popolo. Così, tra gli anni 75 e 125 della nostra era, dovette circolare per iscritto la Buona Novella, il Lieto Annuncio, secondo cui il Signore Gesù dei Nazareni — cioè il Gesù nazareno —, prima della distruzione del tempio di Gerusalemme e della dissoluzione dell’antica alleanza, [2] era apparso in forma umana come l’efficace pascha del Padre contro il Principe di questo mondo (Esodo 12:27; Isaia 53:6–7), per inaugurare una nuova e incruenta alleanza con il vero Israele, [3] soffrendo e morendo, risorgendo e ascendendo al cielo come il Signore che proprio in tale successione di eventi trovava il fondamento della propria autorità per farsi garante, alla destra del Padre nei cieli, della salvezza delle anime dei suoi fedeli. La tendenza ebraica a conferire alla nuova alleanza del Padre con il vero Israele — non più ristretto nei limiti nazionali — [4] la forma di un racconto, si sarà combinata, nella Buona Novella, con una tendenza altrettanto ebraica a rovesciare o capovolgere il modello imperiale romano di governo del mondo. Per non dire di Nerone, che in un’iscrizione funeraria è chiamato buon dio, l’imperatore Augusto era stato celebrato come salvatore del mondo, e la notizia della sua nascita era stata qualificata, letteralmente, come vangelo. Un’iscrizione di Efeso e di altre città greche dell’Asia Minore chiama Cesare θεὸν ἐπιφανῆ καὶ κοινὸν τοῦ ἀνθρωπίνου βίου σωτῆρα [=“dio epifanio e salvatore comune della vita umana”]; già nel 196 A.E.C. Tolomeo Epifane è detto “immagine vivente di Zeus, figlio di Helios”, e un’iscrizione di Alicarnasso del 3° secolo A.E.C. menziona “il salvatore e dio” Tolomeo. Rimane tuttavia fondamentale che il redentore Gesù, apparso come uomo, affondi le sue radici in un bisogno della speculazione dottrinale ebraica: la necessità, per la moltitudine, di una rappresentazione ideale e concreta del nuovo patto incruento, che si era rivelato una esigenza dei tempi dopo la distruzione dell’antico macello nazionale (il tempio) [5] e la conversione di una moltitudine di ebrei e proseliti a una più mite concezione religiosa. Questo, in effetti, era la novità che si preannuncia ancora in 2 Corinzi 5:17; Ebrei 7:18; Apocalisse 21:5 e passi simili. La rottura con il giudaismo nazionale fu un fatto all’inizio del 2° secolo, e negli anni 132–135 — cfr. anzitutto Matteo 10:17–22 e Marco 13:9.12.13 — essa divenne irreparabile. Che la Nuova Alleanza, con la sua liberazione dalla legge ebraica, fosse tuttavia sorta di nuovo dal Dio dell’antica legge, e che questo Signore di Mosè fosse il Padre del Signore Gesù, risulta evidente, intorno al 150, nella dottrina “conservatrice della legge” propria delle comunità cattoliche, ossia universaliste, nelle quali l’origine stessa del Vangelo — la natura ellenistica e teosofica del primo apostolato — fu ben presto oscurata.

NOTE
[1] In Giacomo 1:17 l’Essere Supremo è chiamato “il Padre degli astri luminosi”. E che del “Figlio dell’Uomo” il dio giudaico Jaldabaôth (o Saturno), il dio del Sabato, non sia altro che il fratello minore, risulta da Ireneo 1:30, 6; “sovrano subordinato” è chiamato ancora nella teosofia ebraica medievale (Tiqqoenee ha-Zohar 16b) il “Metatron”, Metatron.
[2] “Andiamocene da qui”. Flavio Giuseppe sulla Guerra Giudaica 6:5, 3. — “Audita major humana vox excedere deos”. Tacito, Hist. 5:13. — Luca 23:28, 48; 1 Tessalonicesi 2:16. — “Il nostro santuario è distrutto, il nostro altare rovesciato, il nostro tempio devastato, la nostra religione abolita” 4 Esdra 10:21. — “La loro alleanza è stata infranta”. Barnaba 4:8. — “Li vedete abbandonati”. Barnaba 4:14. — Cfr. anche “il loro rigetto” in Romani 11:15.
[3] “Israele è il nome della perfezione, poiché il nome significa visione di Dio” Filone giudeo, ‘Sull’ebbrezza’ 20. — “Il popolo contemplativo”. ‘Ambasciata a Gaio’ 1. — “Colui che entra nel Santo è chiamato Israele”. Zohar II 101b. — “Sì, Dio è buono con Israele, con i puri di cuore!” Salmi 73:1. — “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio!” Matteo 5:8. — “Il vero Israele… siamo noi”. Giustino Martire, Dialogo §11. — “Un tempo non eravate un popolo, ora invece siete popolo di Dio!” 1 Pietro 2:10. — Cfr. anche Atti 10:34–36.
[4] Vedi il particolarismo giudaico in Esodo 20:2, Deuteronomio 4:19–20, Isaia 40:1, 35:8, 52:1, Ezechiele 44:9, Gioele 3:17, Salmi di Salomone 17:28.
[5] Ἐγκαλεῖ γὰρ ὃτι ζῷα θύομεν· [=“Infatti accusano perché sacrifichiamo animali”]. Flavio Giuseppe, Contra Apionem 2:13. — Ἤλθον καταλῦσαι τὰς θυσίας· [=“Sono venuto ad abolire i sacrifici”]. Gesù nel Vangelo degli Ebioniti: Epifanio 30, 16. — Cfr. ancora Matteo 9:13 e 12:7.

mercoledì 8 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:39

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Ed è davvero così. “Paolo” è gnostico; le lettere paoline sono piene di concezioni e formulazioni derivate dallo gnosticismo, il quale non è posteriore, ma anteriore al cristianesimo, e getta più luce su Paolo che non Paolo su di esso. Bisogna dunque tenerlo ben presente una volta per tutte, di fronte a certe “scientificità” arretrate come quelle di Harnack, che ci assicura che la religione cristiana è stata portata fuori dal giudaismo per opera di Paolo e che l’importanza di Paolo come maestro consiste soprattutto nella sua cristologia (Das Wesen des Christentums² 1900, pag. 111 e 114). “Le dottrine gnostiche”, dice P. Carus parlando del Pleroma, “non sono, per caso, eresie cristiane, come gli storici della Chiesa amano far credere; piuttosto, il cristianesimo è un ramo del movimento gnostico”. E chi ha compreso una volta che lo gnosticismo non può essere derivato dal Nuovo Testamento, ma che, al contrario, un passo paolino come 1 Corinzi 2:6-8 deve essere derivato dalla teosofia di quell’epoca, ha anche capito che le lettere di Paolo in realtà non testimoniano a favore, ma contro l’uomo Gesù della “teologia liberale”. Occorre innanzitutto tener fermo che lo gnosticismo risale a epoca precristiana; che tra gnosticismo e teologia paolina si deve riconoscere una somiglianza evidente; che lo gnosticismo ha persino servito da modello al paolinismo; e che l’intera cristologia, per quanto concerne il battesimo e la cena del Signore, si è collegata direttamente a concezioni “pagane” — che, insomma, il Vangelo stesso è un mistero greco-giudaico. E chi comprende tutto ciò, si domandi ora quanta forza di confutazione si possa trarre dalle lettere di Paolo contro i “seduttori” che già (2 Giovanni 7) nel 2° secolo avevano negato che Gesù Cristo fosse venuto nella carne.

martedì 7 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:38

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 È così, anche se il signor Dunkmann è un direttore ortodosso di un seminario per pastori luterani a Wittenberg: nelle lettere di Paolo, infatti, noi non impariamo a conoscere un uomo galileo, morto a Gerusalemme, che poco dopo la sua morte sarebbe stato esaltato, da Saulo, educato come fariseo, a secondo dio e salvatore dai peccati. Ma “Paolo” stesso è forse un ebreo che ha compreso in modo ebraico? Dove sono, nelle lettere paoline, le prove di una conoscenza dell’ebraico? L’autore di Romani 3:1-2; 11:20; 1 Corinzi 7:10; 14:16; Galati 5:12; 1 Tessalonicesi 2:15 non può neppure essere considerato un ebreo di lingua greca. In 1 Corinzi 15:45-50, per esempio, ricompare invece una dottrina alessandrina riguardo all’immagine di Dio (Genesi 1:26-27), come uomo ideale e uomo celeste, una dottrina che il defunto H. Holtzmann nel suo Lehrbuch der neutestamentlichen Theologie (1897, II:55) ha persino descritto come lo sfondo metafisico dell’immagine paolina di Cristo. Nel 1899 F. Schiele ha dimostrato, nella Zeitschrift für Wissenschaftliche Theologie di Hilgenfeld, che (pag. 31) 1 Corinzi 15:45-50 non ha paralleli rabbinici; che, dunque, nelle lettere paoline si presuppone piuttosto il libro alessandrino della Sapienza, si vede, per esempio, dal confronto tra Romani 9:19.22 e Sapienza 12:12; 15:7, e tra 2 Corinzi 5:1.4 e Sapienza 9:15. E in modo ancora più specifico, anche il paolinismo è manifestamente imparentato con il filonismo: “Si vede”, riconosce P. W. Schmiedel a proposito di alcuni passi paolini, “quanto qui corrisponde a Filone, i cui scritti — o almeno i cui pensieri — Paolo poteva ben conoscere” (Het vierde evangelie, pag. 112). “La metodologia con cui egli procede,” osserva (pag. 110) Johannes Weiss, “è quella di Filone di Alessandria, il quale, ad esempio, considera la storia della caduta, come la racconta Mosè, una rappresentazione della lotta eterna della ragione morale contro la sensualità”. E aggiunge (p. 28) che la dottrina paolina, sacramentale e mistica, secondo la quale il cristiano nel battesimo partecipa alla morte e resurrezione di Cristo, è, per così dire, affine alla dottrina di un culto mistico, nel quale, al culmine dei misteri, il sacerdote sussurrava agli iniziati: “Coraggio, o iniziati: poiché il dio è salvo, anche noi, dopo la sofferenza e la prova, saremo un giorno salvi”. Gunkel, nel 1903, ha definito la genesi della cristologia paolina e giovannea “il problema dei problemi delle ricerche neotestamentarie”. E Brückner osserva (ibid., pag. 35) nel 1909: “L’immagine di Cristo in Paolo, nei suoi tratti essenziali, è indipendente dalla persona storica di Gesù; l’immagine celeste di Cristo è in ogni rispetto lo schema entro il quale l’altra — come subordinata — è inserita, e l’incarnazione è rappresentata come un episodio. Non può dunque essere derivata dalla vita terrena di Gesù; essa esige un’altra spiegazione della sua origine”.

lunedì 6 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:37

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“Paolo e le lettere paoline” — dice ancora Jensen — “valgono per noi ormai ancor meno della testimonianza di Tacito su Cristo, vale a dire tanto quanto quella di Flavio Giuseppe, poiché la sua vita, almeno per quanto riguarda l’essenziale, è una leggenda, e le sue lettere e testimonianze sono falsificazioni” (Mozes Jezus Paulus’, 1910, pag. 63). Inoltre — possiamo aggiungere — che cosa apprendiamo da “Paolo” riguardo a Gesù? Otto Pfleiderer afferma nel 1906, in Religion und Religionen (pag. 224), che Paolo sapeva tristemente poco della vita del profeta terreno Gesù; e nel suo scritto del 1907 sui miracoli del Nuovo Testamento, G. Traub osserva (a pag. 11) “che è ben noto, ma troppo poco considerato, come Paolo non si preoccupi affatto dei dettagli fattuali della vita di Gesù: il suo interesse religioso è determinato da altre verità; egli si attiene unicamente al Signore glorificato, che gli è apparso”. E in effetti, di Giovanni il Battista, di Giuseppe e Maria, della Galilea, di Nazaret e di Gerusalemme, del Monte degli Ulivi, del Getsemani e del Golgota, della flagellazione, della corona di spine e del titolo regale non si fa menzione alcuna nelle lettere paoline; “Paolo” non mostra alcuna conoscenza del Gesù descritto nei nostri vangeli. “Da Paolo” — dice anche Wernle, a pag. 4 del suo opuscolo ‘sulle fonti — “non apprendiamo il minimo dettaglio sulla vita e la persona di Gesù, e se tutte le sue lettere fossero andate perdute, sapremmo di Gesù ben poco meno di quanto sappiamo ora. — Il Gesù che egli annuncia è il Figlio di Dio, disceso dal cielo per morire e risorgere per la nostra redenzione” (pag. 5). Schweitzer ha osservato (pag. 340) che Paolo dimostra con quanta… indifferenza si sia guardato alla vita di Gesù nel cristianesimo più antico; e anche von Soden riconosce, a pag. 30 del suo opuscolo: “È vero, almeno riguardo ai particolari della vita di Gesù, nelle lettere di Paolo non si riscontra alcun interesse; in ciò risiede effettivamente una difficoltà”. “Si considerano” — ribatte tuttavia Hollmann nel dibattito berlinese (pag. 64–65) — “le lettere di Paolo come lettere dottrinali, mentre esse non furono altro che scritti occasionali. O si pensa forse che Paolo dovesse, in ogni lettera, riferire tutto ciò che sapeva?” Parole coraggiose, ma non convincenti; “in ogni caso” — replica K. Dunkmann — “l’immagine paolina di Gesù non mostra traccia di una personalità; è dunque indiscutibile il metodo che giudica Gesù alla luce di determinate idee. Viceversa, è impossibile il processo secondo cui un uomo, Gesù, sarebbe stato esaltato fino a divenire Dio, e che persino un Paolo si sarebbe prestato a ciò” (Il Gesù storico, il Cristo mitologico e Gesù il cristiano, 1910, pag. 77 e 60).

domenica 5 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:36

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“L’ultimo baluardo degli avversari” — dice Lublinski (2:115) — “è il cosiddetto cristianesimo paolino, il che deve dirsi piuttosto singolare, poiché il Paolo ritenuto autore delle epistole parla, nel modo più esplicito possibile, di un culto misterico”. E in effetti, il metodo sottrattivo si è mantenuto alquanto arbitrariamente saldo proprio riguardo al paolinismo, quasi fosse un punto di forza stabile, per farne esso stesso il fondamento della propria pretesa di certezza; eppure, anche se un Reitzenstein (Die hellenistischen Mysterienreligionen, 1910) viene a dimostrare che il paolinismo è davvero una “religione misterica”, il razionalismo “liberale” non vuole assolutamente ricavare nulla di simile da passi come Colossesi 1:27 e altri analoghi, e continua a millantare su “Paolo”. Certo, Johannes Weiss ammette a malincuore che non è così facile provare che 1 Tessalonicesi e Colossesi provengano dalla stessa mano di 1 Corinzi, né che le lettere paoline siano l’opera di una singola persona e non di una scuola. Ma il signor von Soden, nella discussione berlinese (pag. 48), aveva esclamato: “Sì, signore e signori, su questo noi teologi siamo tutti d’accordo: se Paolo è realmente vissuto e ha scritto anche una sola delle sue lettere, allora anche Gesù è vissuto!” Bruno Bauer aveva già pubblicato nel 1852 una ‘Critica delle lettere paoline’, in cui sosteneva la non autenticità di tutte quelle lettere; ma non solo tale critica non si deve considerare conclusiva, non la si deve nemmeno approfondire e rafforzare. Poiché — dice P. Wendland, nel 1907, in un libro sulla Civiltà greco-romana nelle sue relazioni con il giudaismo e il cristianesimo — “chi nelle lettere principali di Paolo e nel nucleo sinottico non riesce a scorgere una vita religiosa perfettamente individuale, non è adatto alla ricerca storica in questo campo”. Eppure, ancora a metà del 2° secolo, né Papia né Giustino avevano menzionato le “lettere principali”. Johannes Weiss ha individuato nella prima lettera ai Corinzi — che Wendland considera senz’altro una delle lettere principali — tre strati redazionali; [1] e persino l'autore di una ‘minore’ (o pseudo-)lettera di Paolo ha pur sempre avuto la sua “vita religiosa individuale”. Ma i proclami di principio non rendono più solida la base della nostra conoscenza di un Paolo “delle lettere”; “di lui” — dice il prof. P. Jensen — “il grande apostolo della tradizione, non testimonia né un pagano né un giudeo, neppure Flavio Giuseppe” (‘È veramente esistito il Gesù dei vangeli?’, 1910, pag. 6). Al di fuori della comunità romana, prima della metà del 2° secolo, nessuno parla delle sue lettere; esse non risultano neppure note all’autore degli Atti (che presuppone Flavio Giuseppe), e Marcione è il primo che si dice le abbia possedute — mentre Papia e Giustino Martire le hanno nuovamente passate sotto silenzio. Della maggior parte delle lettere paoline, la stessa teologia liberale credente in “Paolo” ha dimostrato (o dimostra ancora) la non autenticità, pur chiudendo ora gli occhi davanti all’impossibilità che anche le quattro cosiddette lettere principali siano documenti autentici risalenti agli anni tra il 50 e il 64, che, ad esempio, Romani 1:8 e 1 Corinzi 11:2 siano da considerarsi dichiarazioni personali dell’apostolo risalenti rispettivamente al 59 e al 58. Anzi, essa è addirittura tornata sui propri passi, collocando le lettere in un periodo precedente rispetto a prima, e — secondo Johannes Weiss — diventa così generosa da riconoscere perfino la lettera agli Efesini come una lettera di Paolo, sebbene essa non sia una lettera, e tanto meno una lettera agli Efesini, e assolutamente non di Paolo. Weiss, da parte sua, crede (pag. 102) all’autenticità di otto o nove lettere. Ma anzitutto, l’epistola ai Romani è chiaramente un’omelia di tempi posteriori; [2] quelle ai Corinzi sono tanto “clericali” quanto la prima lettera di Clemente; [3] e la lettera ai Galati è un testo addirittura eccessivamente gnostico, destinato in primo luogo agli ambienti giudaizzanti di Roma stessa. Presso Eusebio (Hist. Eccl. 5:16, 12) risulta infatti che, verso il 190, un presbitero cattolico, in una disputa con i montanisti della regione di Galazia, tacque riguardo alla “lettera ai Galati” — mentre, se ne avesse presupposta l’autenticità, ci si sarebbe aspettato un richiamo a Galati 5:11 e 6:12.17. “Da dove trarremo il coraggio di contraddire il rigetto radicale di tutte le lettere?” esclama, in un momento di straordinaria sincerità (pag. 99), Johannes Weiss. E Lublinski (2:65) scrive: “È un’ostinazione ingiustificata voler mantenere (anche solo) l’autenticità delle quattro lettere”. In effetti, il Paolo delle lettere — in termini generali — è impossibile fra il 40 e il 60: egli descrive un giudaismo privo di tempio e di sacerdozio, tratta questioni che nel 1° secolo della nostra era non erano ancora sorte, e mostra affinità con lo gnosticismo del 2° secolo. Ciò concorda con il fatto che solo piuttosto tardi, nel 2° secolo, troviamo le prime tracce inequivocabili dell’esistenza delle nostre lettere paoline.

NOTE
[1] “Non posso fare a meno di giudicare che, dal punto di vista della forma e del contenuto, tre diversi strati si distinguono nettamente all’interno della lettera” (‘La Prima Lettera ai Corinzi’, 1910, pag. XLII).
[2] Che la lettera ai Romani non sia una lettera, ma un trattato redatto in forma epistolare, è stato riconosciuto da Weiss nel 1897, a pag. 56 di uno scritto intitolato “Ueber die ... Apostelgeschichte”.
[3] Che anche al di fuori della lettera ai Romani si faccia sentire lo spirito di Roma, lo si vede in realtà già subito in 1 Corinzi 4:17; 7:17; 11:16; 14:33.

sabato 4 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:35

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Che dire delle affinità ellenistiche? Che, a un’osservazione attenta e a una riflessione profonda, esse costringono a dare una risposta negativa alla domanda se il Signore Gesù, il Figlio del Padre, così come appare nei vangeli, sia realmente vissuto in carne e ossa come galileo al tempo di Tiberio. Esse implicano “per noi” il compito di comprendere la nascita del cristianesimo come un evento avvenuto in primo luogo nell’ebraismo greco, al di fuori della terra d’Israele — un evento in cui, sotto un nome con il quale si distingueva dal paganesimo, esso è uscito oltre il proprio mosaísmo verso una Nuova Alleanza. Gesù Cristo è il Figlio del Padre, il Figlio per eccellenza, la dedizione che si nega a sé stessa fatta persona, il divino sulla terra; ciò che nella sua figura appare umano è posto intenzionalmente per rappresentare il Figlio celeste apparso fra gli uomini come uomo, che “più di tutti gli angeli” rimane — un dio velato d’umanità — Dio stesso in forma umana. [1] Per questo il risultato del metodo sottrattivo della nostra teologia razionale e liberale, che non crede al soprannaturale, non ha potuto essere che negativo. Di un Gesù puramente terreno, un metodo di sottrazione coerentemente e rigorosamente applicato non lascia nulla alla fine; tutto deve essere relegato dal lato dell’immaginazione e dell’invenzione “secondarie”, e così i dati di fatto rimangono inesplicati, dovendosi ancora comprendere come Dio, quando i tempi furono compiuti, abbia mandato il suo Figlio. La “teologia liberale” può ben fare come l’autore della voce su Guglielmo Tell nel Brockhaus (vol. XV, pag. 685), che sa perfettamente come Saxo Grammaticus, nel decimo libro della sua Storia danese, narri di Aroldo Dente Azzurro e del tiratore Toko, il quale per ordine del re dovette scoccare una freccia contro una mela posta sul capo del proprio figlio — ma che ora “prudenzialmente” afferma che i tratti di quell’antica leggenda possono essere stati trasferiti su un eroe più reale della guerra di indipendenza svizzera; oppure può, come fece un collega dell’autore di queste righe in una corrispondenza scritta, continuare a postulare qui come punto di partenza “un uomo e una condanna a morte”: in verità, il Gesù dei nostri vangeli è una figura della fede, che in lui percepisce il vero, e non un oggetto stabile di indagine razionale. L’indagine limitatamente liberale ha già falsato e capovolto, con il proprio lavoro, la natura stessa della sua questione — la grande questione per la cristianità dei nostri giorni — e S. Lublinski, fra gli altri, ha già mostrato in un libro istruttivo sull’“origine del cristianesimo dalla civiltà antica” e sul “dogma nascente riguardo alla vita di Gesù” come sia possibile pensare la nascita del cristianesimo, senza un Gesù in carne e ossa, sullo sfondo della Gerusalemme distrutta, come un originario movimento teosofico di giudei che, dopo l’anno 70, si separarono dal giudaismo nazionalista verso una Nuova Alleanza incruenta — dopo che, nei circoli mistici giudaici, un Gesù celeste era già stato venerato molto prima che un vangelo scritto facesse di quel Gesù dei Nazorei un Gesù di Nazaret.


NOTE

[1Si consideri qui che nei nostri vangeli il Figlio di Dio parla sistematicamente come il Figlio dell’Uomo, e si confronti ad esempio Matteo 16:13 con 16:16, per poi leggere Atti 10:37-43, dove i “testimoni” chiamano la Galilea il paese dei giudei ed è detto che hanno mangiato e bevuto con una apparizione, mentre in termini gnostici si continua a dire che Gesù “passò attraverso il paese facendo del bene”.

venerdì 3 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:34

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Weiss osserva (p. 126) che già a partire da Paolo l’etica cristiana ha mostrato una marcata influenza stoica. E nella Quarterly Review di luglio 1910, E. Bevan afferma: “Non si può negare che, quando i primi predicatori del cristianesimo spiegavano la posizione di Gesù nell’insieme delle cose, lo facessero in termini che ricordano strettamente concezioni già diffuse nei mondi pagano e giudaico; spiegare questo fatto sarà forse il grande problema della teologia cristiana per qualche tempo a venire” (pag. 230). “È inutile fingere che l’elemento trascendente nel carattere e nell’insegnamento di Gesù sia qualcosa di facilmente separabile, senza il quale il resto rimarrebbe valido comunque; ma se sosteniamo le credenze trascendenti del cristianesimo, cosa dobbiamo fare dei paralleli ellenistici? — È possibile che tutte le difficoltà non siano ancora state pienamente affrontate” (pag. 231).

giovedì 2 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:33

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Nella versione del manoscritto Vaticano e di quello Alessandrino, così come nella Vulgata, la Scrittura cristiana (Giuda 5) stessa dice: “Tu, che una volta hai saputo tutto, voglio rammentarti che Gesù, dopo aver tratto il popolo dall’Egitto una seconda volta, distrusse gli increduli”. Si confrontino ancora Esodo 23:23 e Giosuè 24:11! E — afferma nel 1903, a pag. 82, in uno scritto di commento storico al Nuovo Testamento Hermann Gunkel — “già prima di Gesù, in ambienti giudaici sincretistici, si credeva nella morte e nella resurrezione del Cristo”. “Un dio redentore”, dice nel 1907 G. Traub, “era atteso ovunque” (I miracoli nel Nuovo Testamento, pag. 27). Epifanio: ἔσχεν ἡ ἀρχὴ ... τὴν αἰτίαν ἀπὸ τοῦ ζητεῖν καὶ λέγειν πόθεν τὸ κακόν (34:6) [=“E l’inizio di questo cattivo pretesto ebbe la sua causa nel cercare e nel dire da dove provenga il male”]. E Johannes Weiss, che nel 1910 sostenne la realtà storica di Gesù, aveva già riconosciuto nel 1909, in Christus, die Anfänge des Dogmas, che “il rapido sviluppo della cristologia verso le dottrine più alte e più profonde trova la sua ragione proprio nel fatto che già prima della comparsa di Gesù esisteva una cristologia, ossia una dottrina sul Messia — o almeno la materia per una cristologia — sia tra i giudei sia tra gli ellenisti”. Anche di fronte ai popoli con i loro numerosi salvatori, Il nome Gesù non avrebbe dunque significato,  anzitutto, o per cominciare, qualcosa di diverso se non che (Isaia 43:11) il dio ebraico era il vero Salvatore? In Matteo 23:34 parla il Signore Gesù, in Luca 11:49 parla invece la sapienza di Dio; e nella raccolta di sentenze che, insieme al racconto evangelico alessandrino, sta dietro i nostri vangeli, il Signore Gesù avrebbe potuto parlare come il Signore Jahvè aveva parlato per mezzo dei profeti. Il Signore Gesù non è rimasto il Signore Jahvé — e ciò significa appunto, a sua volta, che il suo nome è divenuto in modo “misterico” mitico, già prima del Vangelo; il più antico vangelo scritto deve essere stato piuttosto un’opera secondaria, composta da teosofi giudeo-greci divenuti antinomisti. Si pensi ancora alla straordinaria rapidità con cui il Vangelo si diffuse intorno al Mediterraneo — e ciò come Vangelo che divinizza Gesù —, in cui è già presupposto un culto pre-evangelico di Gesù. “Chi”, dice Lublinski, “non crede a un culto precristiano di Gesù, deve ammettere che il mito sia sorto improvvisamente e inaspettatamente nel 2° secolo e sia divenuto, nel giro di pochi anni, un dogma fondamentale” (‘Der urchristliche Erdkreis und sein Mythos’, II, pag. 113). E chi consideri inoltre che, secondo la tradizione orientale, Giosuè è ancora conosciuto come figlio di Mirjam (Mariam, Maria), sorella di Mosè; che, lungo tutto il corso dell’era cristiana, si sono praticati scongiuri giudaici con il nome del sommo angelo Metatron; e che nel Capodanno sinagogale “Giosuè, il principe della Presenza, principe Metatron” è nominato — riconoscerà senza troppa difficoltà, in passi come Marco 9:38, Luca 9:49, Atti 13:6; 16:7; 18:25; 19:1–3; 1 Corinzi 2:8; 2 Corinzi 8:9; 12:8; Filippesi 2:5–11; Ebrei 2:9; Giacomo 5:14; Giuda 5; Apocalisse 3:21; 22:20, echi o reminiscenze di una preistoria mitica del nome Gesù nel seno di una teosofia giudaica scomparsa e quasi dimenticata. “Il cristianesimo del Nuovo Testamento”, dice nel 1908 M. Brückner, “non può essere compreso come una evoluzione lineare del Gesù storico. — La fede nella resurrezione di Cristo è il dato originario di tutta la cristologia neotestamentaria. — Poiché, insieme alla fede nella resurrezione di Gesù, si affermava anche la sua messianicità, è naturale supporre che la rappresentazione di un Messia sofferente e risorgente esistesse già in qualche modo. — È dunque certo, in ogni caso, che sussistevano le condizioni perché, all’interno della religione giudaica, sorgesse l’immagine di un Messia morente e risorgente, immagine che sarebbe poi stata trasferita alla persona di Gesù, o che con essa sarebbe nata simultaneamente” (‘Il Dio-Salvatore morente e risorgente’, pag. 34–36).


mercoledì 1 aprile 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:32

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“In un angelo che era apparso al posto di Dio e ne aveva portato il nome credevano — dice già nel 1838 Gfrörer —, senza ombra di dubbio, i connazionali di Gesù” (Die heilige Sage des Urchristentums, I, pag. 326). E in effetti, nel Sanh. 38b il principe Metatron appare come rappresentante e vicario di Dio sulla terra; anche la teosofia ebraica afferma di questo arcangelo: “Metatron rappresenta il bene” (Zohar II, 115a). [1] “Metatron è l’Uomo del piccolo volto” (ibid. III, 223b), cioè la forma del divino come può essere concepita dall’uomo. In modo inequivocabile questo Metatron è indicato come il Messia, là dove si legge (Zohar I, 181b) a proposito di Genesi 24:2: “Abramo è l’immagine del Signore, come il sole, e il servo di Abramo è l’immagine di Metatron, inviato dal suo Signore”. — “Quale corpo fu quello in cui la Figlia del Re (cioè la Gloria divina, la Shekhinah) si avvolse durante il suo soggiorno sulla terra? Fu Metatron” (Zohar II, 94b). Joh. von Pavly commenta: “Metatron è dunque il nome della Shekhinah incarnata” (trad. III, pag. 379). — “La tradizione insegna che Giosuè non morì per i propri peccati, ma a causa del malvagio consiglio che il serpente aveva dato a Eva”. — “Se il peccato di Adamo fu sufficiente a causare la morte di tutto il genere umano, tanto più facilmente il peccato d’Israele poté causare la morte di Giosuè” (Zohar I, 53a). Jean de Pauly aggiunge: “Riporteremo qui solo l’estratto di una liturgia, recitata al suono delle trombe nel primo giorno dell’anno ebraico, che risale a un’antichissima origine, poiché lo stesso Talmud (in Aboth de Rabbi Nathan 21) ne fa cenno: Possa la nostra preghiera salire davanti al trono della Shekhinah, alla sua manifestazione Metatron, a Giosuè, il principe della presenza!” (trad. VI, pag. 309). Secondo la gnosi giudaica dello Zohar (I, 119a; II, 7b. 9a), il Messia deve ancora apparire in Galilea.

NOTE
[1Θρόνοι ἐτέθησαν· [=“Furono posti dei troni”] (Daniele 7:9). Ἐκάθισα μετὰ τοῦ Πατρός μου ἐν τῷ θρόνῳ αὐτοῦ. [=“Mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono”] (Apocalisse 3:21). Δὸς μοι τὴν τῶν σῶν θρόνων πάρεδρον Σοφίαν· [=“Concedimi la Sapienza che siede accanto ai tuoi troni”] (Sapienza di Salomone 9:4). Τὸν θρόνον ὑπερέξω σου ἐγώ· [=“Io sarò sopra il tuo trono”] (Genesi 41:40). Διὸς ξενίου πάρεδρος ἀσκεῖται θέμις· [=“La Giustizia è esercitata come compagna accanto a Zeus ospitale”] (Pindaro, Olimpiche 8:21-22). Δίκη ξύνεδρος Ζηνός· [=“La Giustizia siede insieme a Zeus”] (Sofocle, Edipo a Colono 1384). (Quanto al θεὸς μετάθρονος [=“dio che siede accanto al trono”] della teosofia giudaica, è evidentemente l’ἰδέα ἰδεῶν [=“idea delle idee”] e la σοφία [=“sapienza”], resa maschile come Λόγος). 

martedì 31 marzo 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:31

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 M. Maurenbrecher ha voluto dimostrare che, secondo una concezione già precristiana, il Figlio dell’Uomo celeste doveva subire una sconfitta e morire prima della sua esaltazione nella gloria. E non senza motivo sostiene Drews, in Il mito di Cristo (I, pag. 23), che Giosuè — o Gesù — doveva essere il nome sotto cui diverse sette giudaiche veneravano il Messia atteso. Da parte dei cosiddetti “liberali ortodossi” si può, pour le besoin de sa cause, affermare senza esitazione: “Un Gesù precristiano non è mai esistito” (Weinel, pag. 103). “Non ci è stato conservato il minimo documento a prova dell’esistenza di un eroe settario giudaico chiamato Gesù. — Il dio settario giudaico Gesù: non c’è nulla di vero in ciò” (H. von Soden, pag. 41–42). Brückner (Gott-Heiland, pag. 47) non ha però trovato affatto improbabile che Gesù il Nazareno fosse stato, in origine, il Gesù di una setta precristiana. E il pastore E. Baars osserva nella Wissenschaftliche Rundschau del 1º marzo 1911: “La dimostrazione (di W. B. Smith) che esisteva già un dio di culto precristiano di nome Gesù — precisamente nella setta dei Nazareni — e che il soprannome ‘il Nazareno’, che tanto imbarazza gli interpreti, non ha nulla a che fare con una città chiamata Nazaret, ma significa ‘il Protettore’, non è stata finora confutata in modo decisivo. L’affermazione secondo cui la figura del Cristo della Nuova Alleanza — in particolare nell’Apocalisse di Giovanni, ma anche nelle lettere paoline — sarebbe del tutto, o almeno nei suoi tratti principali, indipendente da una persona storica di nome Gesù, trova progressivamente un numero crescente di sostenitori”.