(segue da qui)
Il primo e il secondo dei nostri vangeli furono probabilmente composti a Roma, dove si riuscì così a offuscarne l’origine alessandrina; e il terzo, con il suo sequel sulla nascita della Ecclesia, presumibilmente è stato scritto a Roma; il quarto nacque a Efeso, ma presenta un’appendice romana. Il mistero alessandrino dovette esistere già prima della fine del 1° secolo; i racconti oggi pervenutici sono versioni più volte rielaborate risalenti alla prima metà del 2° secolo. Secondo il dotto e acuto, ma non del tutto imparziale, ricercatore della verità Harnack, il nostro Vangelo “secondo Marco” sarebbe stato composto prima del 60, [1] quello “secondo Luca” poco dopo il 60 e quello “secondo Matteo” poco dopo il 70; egli ritiene inoltre che l’autore delle sezioni in cui compare il “noi” sia lo stesso di quello del terzo vangelo e degli Atti. In quest’ultima ipotesi potrebbe anche aver ragione; ciò, tuttavia, non rende “Luca” indipendente da Flavio Giuseppe, né Matteo 10:16.28 e Luca 10:3, 12:4-5 indipendenti dal vangelo egiziano citato in 2 Clemente 5:2-4, così come non elimina il fatto che la versione naassena o egiziana della parabola del seminatore costituisca il fondamento comune delle versioni sinottiche. E la “storia” negli Atti degli Apostoli, che peraltro (Atti 15:7) lascia trasparire che il Vangelo fosse noto già da tempo, pur essendo stata verosimilmente redatta dallo stesso narratore delle “vicende” del terzo vangelo, non può essere trasformata, con nessun artificio della dottrina ecclesiasticamente vincolata, in un racconto di ciò che è davvero… accaduto. L’autore degli Atti parla (13:7) di un proconsole a Cipro, dove probabilmente non si trovò mai; menziona (17:23), per errore, un altare “al” dio ignoto ad Atene — e anche lì non sarà mai stato; e a Malta, a sud della Sicilia, nemmeno vi fu, benché “noi” avessimo fatto naufragio a Malta nel mare Adriatico. Di “Acaia” e di “Asia” egli parla (19:10.21) da romano, e infatti (28:14-15) rivela familiarità con Roma. Il fatto che egli scriva dopo la caduta di Gerusalemme è tradito, tra l’altro, dal titolo “Figlio dell’Uomo” (7:56) e dalla (20:6) festa pasquale dei pani azzimi, per non citare altro. Di fatto, i cosiddetti “Atti” servono a oscurare (18:2.24-26) Alessandria e l’apostolato alessandrino originario: la lieta novella viene ora presentata (2:5-11) come partita da Gerusalemme e giunta (19:21; 23:11; 28:16.30-31) a Roma, che di fatto tra il 125 e il 150 si sarà già affermata come centro della nascente cristianità.
NOTE
[1] H. J. Holtzmann nel 1892: “Certamente anche il secondo evangelista si trova sotto l’impressione della distruzione di Gerusalemme” (‘Introduzione al Nuovo Testamento’, 3ª edizione, pag. 374).

Nessun commento:
Posta un commento