(Questo è l'epilogo della traduzione italiana di un libro del miticista Samuel Lublinski, «Das werdende Dogma vom Leben Jesu». Per leggere il testo precedente, segui questo link)
INDICE
Primo libro — Il problema di Cristo
Le contraddizioni nel dogma e un metodo ingenuo
Falsi indizi a favore dell'esistenza dell'uomo Gesù
La distruzione di Gerusalemme nel Nuovo Testamento e negli apocrifi
Il sistema copernicano della cristologia
Secondo libro — Cristo e l'Apostolo
Ancora una volta il presunto socialismo
Ancora una volta il presunto socialismo
Il cristianesimo è nato dai culti misterici, e il culto misterico si basava su un fondamento al tempo stesso magico e morale. Un determinato dio, un particolare sacramento e specifiche iniziazioni mistiche creavano una cittadinanza comune tra gli adepti, un principio organizzativo che implicava di per sé una disciplina scrupolosa e una sorveglianza rigorosa sui neofiti da parte degli iniziati e dei più avanzati, e dunque una gerarchia ben definita. A ciò si aggiungeva l’elemento morale: chi entrava a farne parte doveva, nella sua condotta di vita esteriore, aspirare all’ideale del saggio ascetico e privo di bisogni, e naturalmente il suo avanzamento nei gradi superiori dei misteri dipendeva dal giudizio dei suoi superiori sulla sua adeguata condotta in tal senso. Tuttavia, anche con il raggiungimento dei gradi più alti, non diventava automaticamente un uomo perfetto e senza peccato, con il diritto assoluto di accedere alla massima carica nella comunità dei misteri. Questo poteva ottenerlo solo per grazia della divinità mediatrice stessa, attraverso l’imposizione magica delle mani da parte del suo predecessore, che a sua volta era giunto al suo rango solo per un’analoga grazia superiore. Questo principio organizzativo derivava naturalmente dall’essenza magico-morale del mistero e completava la struttura gerarchica fino al suo vertice. A ciò si aggiungeva la consuetudine cittadina dell’uomo antico, che cercava un senso di appartenenza, e l’esclusivismo ebraico, che compensava le concessioni inevitabili da un lato con un’intransigenza ancora maggiore dall’altro, rinnovando con ardore la lotta contro l’Impero ancora pagano. Tutti questi fattori bastano a spiegare l’organizzazione, la costituzione e la rigida struttura della Chiesa nascente, così come il motivo per cui le masse, trovando in essa una nuova patria, un senso di appartenenza e una protezione dai demoni, vi affluirono in gran numero. Certo, affluivano anche agli altri culti misterici, ma per sua natura il più esclusivo e radicale, quello che faceva il minor numero di concessioni al mondo preesistente, doveva infine prevalere. Non vi è alcuna necessità di ricorrere al socialismo per spiegare queste organizzazioni ecclesiastiche, e il moderno ha probabilmente difficoltà a liberarsi di questa idea perché per lui culto e religione, da un lato, e organizzazione razionale di uno Stato, dall’altro, sono cose completamente diverse. L’uomo antico, invece, non concepiva affatto questa separazione in teoria e la sperimentò solo per un breve periodo nella pratica. Nei secoli del cristianesimo primitivo, nessuno avrebbe compreso una tale distinzione, e in particolare il culto misterico non era solo un’istituzione di salvezza per coloro che cercavano redenzione, ma anche un sostituto dello Stato antico ormai decaduto per ebrei, romani e greci. Ciò che l’Impero e le singole comunità avevano conservato o talvolta reinventato in termini di funzioni e strutture statali venne dunque naturalmente trasferito al culto misterico, che divenne uno Stato nello Stato. Ma non vi era alcun fermento sociale delle masse nel senso moderno del termine, e persino i sostenitori della teoria sociale generalmente riconoscono questa realtà, essendo ben consapevoli della differenza tra l’aspirazione cristiana all’aldilà e l’utopia futura di Karl Marx. Tuttavia, di recente è emersa l’idea che almeno un forte odio di classe avesse pervaso gli strati popolari più bassi, rendendoli più ricettivi alla dottrina cristiana della povertà e spiegando così la rapida diffusione di questa religione. Non si può evitare di esaminare più da vicino questo argomento, che ha trovato un certo seguito.
L'odio di classe è l'odio di una classe sociale che vede i propri interessi ostacolati da un'altra e per questo inizia contro di essa una qualche forma di lotta. Così il proletariato odia la borghesia, e questa a sua volta odia sia il proletariato che l'aristocrazia terriera. Un'arma importante in tali conflitti è spesso l'indignazione morale, che talvolta è sincera, ma raramente rappresenta il fattore primario e realmente determinante. Il lavoratore si schiera per istinto di classe nelle fila del socialismo, anche se può accadere che alcuni intellettuali della borghesia passino dall'altra parte e idealizzino il proletariato come portatore di una cultura futura.
Per questi borghesi, evidentemente, l'interesse di classe non può essere il motore della loro scelta, bensì l'indignazione etica di fronte a gravi ingiustizie sociali. Un tale sdegno morale individuale è sempre esistito, mentre i movimenti e le lotte di classe, e l'odio di classe che ne deriva, emergono solo in particolari condizioni storiche. Naturalmente, non si vuole affermare che un povero, che ha sperimentato la miseria sulla propria pelle, non possa provare indignazione morale. Ma la questione è da cosa sia principalmente ispirato: da un istinto di classe solidale o da un idealismo astratto? E su questo, nel nostro contesto attuale, non possono esserci dubbi. Tuttavia, l’esperienza del presente non ci autorizza automaticamente ad applicare lo stesso schema al passato, ogni volta che incontriamo un odio verso il lusso e l’arroganza dei ricchi o un’idealizzazione fantasiosa della povertà. Invece di un movimento di classe, la fonte di tali maledizioni potrebbe essere un’ispirazione romantica di carattere etico.
Gli ideali morali del movimento cristiano erano l'ascesi e l'umiltà, per ottenere la liberazione dai demoni dopo la morte. Nulla, però, ostacola l'ascesi più della ricchezza, e nulla predispone più facilmente al godimento della vita e talvolta all'arroganza. La ricchezza rappresentava quindi un pericolo per la salvezza dell’anima, poiché il ricco poteva dimenticare di accumulare “tesori in cielo” attraverso le virtù ascetiche. Solo un totale distacco dai beni di questo mondo sembrava poter garantire la salvezza. Ma come avrebbe potuto un ricco, abituato agli agi, trovare la forza di distribuire tutti i suoi beni ai poveri e diventare egli stesso un mendicante? Sembrava un’impresa sovrumana, e così venne diffusa una massima del Dio mediatore: era più facile che un cammello passasse per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entrasse nel regno dei cieli. Per realizzare l’ideale morale del distacco dal mondo, alcune comunità stabilirono per i loro membri un modello di povertà che poteva spingersi fino al completo comunismo. Negli Atti degli Apostoli, un fanatico racconta, a questo proposito, dell’inganno e della terribile punizione di Anania. Tuttavia, i ricchi avevano ancora una speranza: erano peccatori, sì, ma non più degli altri uomini, poiché di fronte all’ideale assoluto nessuno era veramente degno. Anche gli altri, secondo la stretta giustizia divina, avrebbero avuto la stessa difficoltà a entrare nel regno dei cieli quanto un cammello a passare per la cruna di un ago. Ma, secondo un'altra massima attribuita a Gesù, nulla è impossibile per Dio. Così, nella pratica, i mezzi magici della grazia divina dovevano purificare tanto i ricchi quanto i poveri, e da qui scaturì naturalmente un compromesso tra la realtà e l’ideale. Di conseguenza, già nella comunità cristiana primitiva il ricco aveva un suo ruolo: certamente non mancava di contribuire con donazioni alla Chiesa e, in cambio, poteva ricevere onori, cosa che scandalizzava gli idealisti più rigorosi e i fanatici. Questa tensione è evidente nella Lettera di Giacomo, dove viene criticata la presunzione dei membri ricchi della comunità. Per questo, l'autore indignato attinge all'intero arsenale di maledizioni morali contro la ricchezza e idealizza la santa povertà nei consueti termini. Tutto ciò, però, non ha nulla a che fare con il socialismo o con una lotta di classe, così come non ne ha la parabola del ricco e di Lazzaro. Il ricco non finisce all’inferno a causa della sua ricchezza, ma per la sua mancanza di misericordia: ha lasciato Lazzaro, coperto di piaghe, giacere alla sua porta senza aiutarlo, disprezzando i comandamenti morali dei profeti. Ancora una volta, dunque, si tratta di moralismo, non di socialismo o di lotta di classe.
L'argomento apparentemente più convincente dei sostenitori di un primitivo socialismo si basa sulla differente formulazione di un passaggio del Discorso della Montagna nei Vangeli di Luca e Matteo. Luca scrive: “Beati i poveri”, mentre Matteo riporta: “Beati i poveri in spirito”. Si sostiene che il terzo evangelista (Luca) abbia preservato l'antica e rigorosa formula socialista, mentre il primo (Matteo) l'abbia attenuata, poiché scriveva non più per una comunità povera, ma per una Chiesa che ormai aveva già rinnegato la lotta di classe. Questa interpretazione, però, dà per scontata un'idea che dovrebbe prima essere dimostrata: che vi fosse effettivamente una lotta di classe. Inoltre, l'attenuazione di Matteo potrebbe non essere affatto diretta contro un'ipotetica fazione socialista, bensì contro moralisti fanatici che, pur essendo forse un piccolo gruppo, si appellavano a una parola di Gesù. Tuttavia, non è nemmeno necessario fare ipotesi del genere, poiché la storia del cristianesimo primitivo nel 2° secolo offre una spiegazione molto più plausibile. In quel periodo, la Chiesa stava combattendo una dura battaglia per la sua affermazione contro gli gnostici, quegli aristocratici dello spirito che si vantavano della loro superiore “conoscenza” e che, forse, erano ancora più orgogliosi delle loro ricchezze interiori di quanto un membro benestante della comunità lo fosse dei suoi beni materiali. Gli gnostici disprezzavano i loro avversari, definendoli ignoranti e di natura inferiore, trattandoli quindi come “poveri in spirito”. Ma i loro oppositori ribaltarono l'insulto, trasformandolo in un vanto: “Beati i poveri in spirito”, ossia “Maledetti gli gnostici, questi arroganti dello spirito”. L'ideale di povertà, dunque, non viene affatto negato, ma piuttosto elevato a un livello superiore. Chi conosce la polemica di Tertulliano contro la “filosofia” gnostica troverà questa spiegazione del passo di Matteo molto verosimile. [1]
Il socialismo, nella sua grandezza così come nella sua unicità, è un movimento assolutamente moderno, che in realtà non ha affatto antenati, e men che meno nel cristianesimo primitivo. Dovrebbe rinunciare a questa pretesa di nobiltà.
NOTE
[1] Non privo di una certa originalità è il tentativo di Maurenbrecher di interpretare un passo della Lettera ai Filippesi, dove si parla della schiavitù di Cristo, nel senso che l'uomo Gesù sarebbe stato uno “schiavo”, dal che si dovrebbe spiegare il suo risentimento sociale. Tuttavia, qui si intende una schiavitù ben peggiore di quella sociale, poiché il Figlio unigenito di Dio e primo tra gli angeli si sarebbe volontariamente sottomesso al potere del diavolo assumendo un corpo umano.

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