venerdì 28 agosto 2026

La nascita del cristianesimo dalla cultura antica — La setta dei cristiani

 (segue da qui)

La setta dei cristiani

Tutte quelle sette dalle quali sono sorte le dottrine segrete sopra menzionate devono essere esistite molto tempo prima di un cristianesimo ufficiale; e non soltanto gli elementi giudaici dell'Apocalisse, ma già anche il Libro di Daniele e il Libro del profeta Giona devono essere intesi, in qualche modo, come prodotti di un simile movimento e di una simile concezione del mondo. Il libro di Giobbe, invece, mostra chiaramente come già allora, in una certa misura, il problema della teodicea, che è sempre connesso con quello dell'immortalità, occupasse il centro delle discussioni giudaico-palestinesi. Anche l'abbondanza degli scritti apocrifi sulle ascensioni al cielo di Mosè, di Enoch e di Isaia induce a supporre l'esistenza di una grande quantità di culti misterici e di fantasie esoteriche, che non è affatto necessario far risalire soltanto al 1° secolo A.E.C. Sappiamo che uno scrittore ellenistico, ancora prima dell'epoca romana, compose una biografia di Mosè nella quale questi dapprima era sacerdote di Osiride e istituiva il culto egiziano degli animali, per poi giungere successivamente alla conoscenza del vero Dio. In modo del tutto analogo, secondo altre tradizioni, anche Abramo si sarebbe dapprima dedicato all'astrologia, per poi riconoscere il Dio che sta al di sopra degli astri. Nell'invenzione di tali racconti operava certamente la tendenza ad attribuire ai grandi ebrei dell'antichità tutte le conquiste degli altri popoli; e questo sciovinismo costituiva in effetti l'unica via d'uscita possibile quando la nazionalità non veniva avvertita come una realtà storica, bensì come una realtà dogmatica, esistente dall'eternità. Tuttavia, le religioni caldea ed egiziana dovevano aver esercitato un'impressione enorme sugli ebrei, se suscitarono un simile desiderio di appropriazione. Nel caso dell'astrologia, la pseudoscienza più venerata di quei secoli, strettamente connessa con il pathos della fede nel destino, un tale approccio si comprende pienamente. Ben diversa era invece la venerazione degli animali presso gli Egizi, che tanto per gli ebrei quanto per i greci rappresentava il grado più basso e più indegno della religione, quasi una bestemmia contro Dio, contro la quale polemizzò perfino l'eclettico Plutarco. Le Sibille giudaiche, gli opuscoli polemici di quel tempo, erano inesauribili nel loro scherno contro un simile culto; e proprio per questo il racconto di Artabano sul culto degli animali praticato da Mosè ha procurato agli storici dell'ellenismo non pochi grattacapi. È impossibile — si argomenta — che gli ebrei abbiano potuto attribuire al loro profeta nazionale una simile deviazione. Si è pertanto tentato di giungere a una spiegazione percorrendo la via opposta. Forse sacerdoti egiziani e fondatori di sette, in quell'epoca di generale mescolanza religiosa, avevano incorporato nel proprio sistema figure leggendarie del pantheon israelitico; ed effettivamente, negli scongiuri magici rinvenuti nei papiri, i nomi di Mosè, Abramo e Giacobbe compaiono assai spesso come formule di evocazione. Ne deriverebbe la conclusione che Mosè fosse venerato presso alcune sette egiziane come sacerdote di Osiride e fondatore della religione egiziana. Lo scrittore giudaico avrebbe dunque trovato questa tradizione come un fatto apparentemente ormai consolidato, che non osava contestare; perciò avrebbe escogitato quell'espediente per conciliare il Mosè giudaico con quello egiziano. Ma perché mai Artabano non avrebbe dovuto dubitare e combattere questa leggenda? Per quanto poco sviluppate fossero allora la critica storica e quella filologica, altrettanto prontamente si accusava l'avversario di falsificazione; e se gli ebrei non avessero visto nel coinvolgimento di Mosè nel culto degli animali altro che un «abominio», certamente non si sarebbero lasciati intimorire dalle tradizioni di qualche setta della valle del Nilo. Forse, però, il profeta era già stato posto in relazione con quel culto degli animali spiritualizzato e più simbolico che reale proprio dei culti misterici, nel quale, è vero, potevano essere stati assunti elementi assai rilevanti della religione egiziana. Forse Artabano non fece altro che tradurre in termini razionalistici e storici il mito proprio di qualche culto misterico mosaico? Nelle sette ofitiche non svolgevano un ruolo soltanto il serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato nel deserto, ma anche il bastone di Mosè, che si trasformava in serpente per divorare i bastoni, anch'essi mutati in serpenti, dei maghi egiziani. È possibile che, in origine, presso gli Ofiti fosse Mosè, anziché Gesù, il dio-serpente e il dio mediatore? A questa domanda non abbiamo alcuna risposta. E tuttavia essa può essere posta, e questa ipotesi può essere presa in considerazione, perché ci permette di intuire le possibilità e i fermenti di un'epoca colma di innumerevoli germi destinati, nella loro quasi totalità, a estinguersi, mentre soltanto pochi giunsero infine a svilupparsi fino alla fioritura e alla maturazione dei frutti.

Al contrario, conosciamo con assoluta certezza un'altra setta misterica, la cui origine risale all'epoca dei Maccabei e la cui fama giunse fino al mondo latino, tanto che non soltanto Flavio Giuseppe e Filone ne hanno lasciato ampie descrizioni, ma anche Plinio almeno la menzionò. Si tratta degli Esseni, il cui carattere misterico non può assolutamente essere negato. Quando Flavio Giuseppe racconta delle loro abluzioni e dei loro bagni rituali, del pasto solenne al quale i membri dei gradi inferiori non erano ammessi, e riferisce inoltre lo sgomento che gli estranei provavano, poiché dalla sala in cui si celebrava quel banchetto non giungeva il minimo rumore; e quando, per di più, egli stesso impiega in questa circostanza il termine «mistero», già tutta questa narrazione, così carica di solennità, basterebbe da sola a dimostrare che non si tratta di un comune convito, bensì del banchetto dei santi, di un culto misterico. Anche altre testimonianze conducono nella stessa conclusione. Vi regnava una gerarchia tanto rigorosa che gli appartenenti ai gradi superiori si ritenevano quasi contaminati dal semplice contatto con membri di rango inferiore. Qui ritroviamo le scrupolose prescrizioni di purificazione, sfruttate in senso morale, tipiche del culto misterico, e vediamo come l'adepto debba ascendere lentamente di grado in grado, attraverso abluzioni e pratiche ascetiche, fino a essere ammesso al sacro banchetto.

Apprendiamo inoltre del fervente credo degli Esseni nell'immortalità e veniamo a sapere che essi conoscevano nomi misterici di angeli, mantenuti segreti ai non appartenenti alla setta. Per chi conosce tali tradizioni non vi è alcun dubbio sul significato di questa scienza dei nomi: con una simile cabala si evocavano gli spiriti e si scongiuravano i demoni che sbarravano il cammino dell'anima nel suo ascendere verso il Paradiso. Soprattutto, però, è degno di nota il dio mediatore di questo culto misterico. Gli Esseni adoravano, al mattino presto, il sole nascente, che veneravano anche in molti altri modi. Nessun escremento o immondizia doveva offendere i raggi del sole; per questo l'Esseno portava sempre con sé una piccola vanga, affinché ogni deiezione fosse immediatamente ricoperta di terra.

Questa venerazione del sole, unita all'assidua coltivazione di giardini ai margini del deserto, rivela l'influsso della religione di Zoroastro; e gli storici delle epoche precedenti erano rimasti sbalorditi davanti a un simile culto solare praticato da Esseni che erano, senza alcun dubbio, giudei. Ciò sembrava inconciliabile con il dogma monoteistico, con il culto spirituale e privo di immagini predicato dai profeti. Da allora, tuttavia, è divenuto chiaro che il giudaismo dei secoli successivi era ormai assai diverso da quello di Isaia e che il suo monoteismo possedeva soprattutto un significato formale, benché di enorme importanza. Laddove gli altri popoli parlavano di dèi, il giudaismo parlava di angeli: questa era, in sostanza, tutta la differenza. E di questi angeli, di questi esseri mediatori tra l'uomo e l'unico Dio, divenuto sempre più trascendente, vi era un costante bisogno. Per questo i Farisei praticavano un'astrologia mistica e gli Esseni invocavano l'angelo che dimorava nel sole. Perché proprio quell'angelo? Perché proprio a lui tributavano una venerazione tanto sconfinata? Evidentemente egli era il dio dei culti misterici, il soccorritore, il mediatore contro i demoni. E qui possiamo permetterci ancora una congettura, per colmare una lacuna della narrazione. Flavio Giuseppe parla del sacramento degli Esseni, delle loro purificazioni, dei loro scritti segreti, dei loro nomi misterici angelici, della loro ascesi e della loro gerarchia, della loro adorazione del sole: tutti elementi che rimandano inequivocabilmente a un culto misterico. Tuttavia, non ci dice quale essere animale simbolico occupasse il centro del mito, e non dobbiamo stupircene, poiché Giuseppe, che da giovane aveva appartenuto all'ordine, era vincolato dal giuramento del silenzio e non poteva rivelarne gli ultimi segreti. Conosciamo però un altro culto misterico solare di natura assai affine, e forse non è del tutto arbitrario vedere nell'essenismo una setta mitraica giudaizzata. Quanto meno, il mediatore Mitra era al tempo stesso anche il sole, proprio come sembra essere stato il caso presso gli Esseni. E allora il toro potrebbe essere stato anche il simbolo di questi culti misterici giudaici. Ancora una volta ci troviamo di fronte a una di quelle ipotesi che non possono né essere dimostrate né confutate e che delimitano soltanto il perimetro di un territorio ancora sconosciuto.

È certo, tuttavia, che l'ordine degli Esseni possedeva un culto misterico e che, secondo l'uso dell'epoca, lo accompagnava con rigorose prescrizioni morali. Si voleva realizzare l'ideale del giusto, che soccorreva ogni oppresso e non temeva né la morte né i tormenti più atroci. Al tempo stesso egli era animato da profonda pietà e da umile obbedienza verso gli anziani e i superiori. Ogni bene terreno e ogni piacere dei sensi dovevano essere respinti. La rinuncia alla proprietà costituiva una prescrizione dell'ordine e il celibato, che altrimenti ripugnava profondamente al sentimento giudaico, era considerato almeno come un alto ideale, raggiungibile dai perfetti.

Grazie a tali virtù, insieme a cibi magici e ad abluzioni mistiche, l'Esseno conseguiva l'immortalità. Fu soprattutto da questa incrollabile certezza che la setta trasse il suo straordinario coraggio di fronte alla morte, tanto da fornire i combattenti più eroici nella disperata guerra giudaica. Ed è proprio questo l'aspetto più singolare: questi iniziati non ruppero affatto con il giudaismo ufficiale e non persero minimamente il loro sentimento nazionale ebraico. Si parla, è vero, di un conflitto tra loro e il sacerdozio del Tempio, poiché essi respingevano i sacrifici cruenti. Ma i sacerdoti del Tempio erano per lo più Sadducei, interessati materialmente alle offerte sacrificali. Con i Farisei, i veri rappresentanti del giudaismo del tempo, essi dovettero invece mantenere ottimi rapporti; altrimenti non sarebbero comprensibili le testimonianze tanto favorevoli del fariseo Flavio Giuseppe e dell'osservante della Legge Filone. Flavio Giuseppe, inoltre, fa risalire l'origine degli Esseni alla stessa epoca di quella dei Farisei, che emergono chiaramente a partire dal 2° secolo A.E.C. Probabilmente possiamo spingerci ancora più indietro, fino all'epoca persiana; in ogni caso, l'esistenza di un culto misterico giudaico in età precristiana è dimostrata, e da ciò consegue la possibilità che già allora esistessero anche la maggior parte, o almeno molti, degli altri culti misterici, poiché in questo campo vi era il più ampio spazio per l'iniziativa e la creatività individuale.

Di un'altra setta giudaica, stabilita in Egitto, presso Alessandria, ci informa il filosofo giudeo-ellenistico Filone; ed è altamente probabile che anche in questo caso ci troviamo di fronte a un culto misterico. Va inoltre osservato che Filone fu contemporaneo di Pilato e che, di conseguenza, i Terapeuti da lui descritti si presentano come una setta giudaica contemporanea, quanto meno, del cristianesimo secondo la sua datazione tradizionale. Questi Terapeuti erano eremiti, uomini e donne che disprezzavano ogni attività lucrativa e si dedicavano interamente allo studio della Sacra Scrittura e alla sua interpretazione allegorica. Alle donne non era propriamente imposto il celibato, ma esso era comunque considerato un grande merito. Il Terapeuta abitava in una piccola capanna composta di due ambienti: uno destinato ai bisogni della vita quotidiana, l'altro allo studio della Legge. Soltanto ogni settimo giorno era consentito uscire; ed era soltanto in quel giorno che ci si ungeva il corpo, affinché, come spiega Filone, ci si liberasse dell'animalità. Ciò significa che si trattava di un rito di purificazione, quale era comunemente praticato nei culti misterici con la medesima motivazione. Inoltre era proibito assumere cibo durante il giorno. Si poteva mangiare soltanto al calare della notte, cioè dopo il tramonto del sole. Per quale motivo? Perché il corpo rappresentava l'elemento animale dell'uomo e, pertanto, il sole non doveva assistere, nei suoi consacrati, a una funzione così animale quale l'assunzione del cibo. Filone esprime la stessa idea che qui possiamo soltanto ipotizzare, ma con parole diverse e più filosofiche. Il chiaro giorno apparteneva alla filosofia, mentre la notte era riservata alle occupazioni meno spirituali. Tuttavia, una comunità religiosa animata da entusiasmo estatico difficilmente si sarà espressa con formule così astratte, proprie di questo benevolo e sobrio epigono di Platone; qui doveva invece operare una sensibilità permeata di elementi mitici. Per analogia con gli Esseni e, più in generale, con l'astrologia giudaica allora dominante, non è troppo azzardata l'ipotesi che anche per questi Terapeuti il sole fosse considerato un essere sacro, al quale occorreva celare tutto ciò che era impuro. Se tale supposizione fosse corretta, avremmo individuato anche presso questa setta il mediatore tra il Dio supremo e gli uomini. Tuttavia, dato il carattere sommario delle notizie fornite da Filone, non è possibile andare oltre una congettura estremamente prudente, che ciascuno può accettare o respingere a proprio piacimento. Diversamente, la grande festa dei Terapeuti, celebrata l'ultimo di ciascun periodo di cinquanta giorni dell'anno, difficilmente si presta a un'interpretazione diversa da quella di un culto misterico. Al centro della celebrazione si trova infatti un sacro banchetto. Prima, i fedeli riuniti nel santuario pregano con le mani levate al cielo affinché Dio si compiaccia del convito. Poi si adagiano su stuoie e cuscini di papiro, mentre chi presiede si alza e intona un inno, che viene ripetuto uno dopo l'altro dai presenti, mentre gli altri si uniscono nel ritornello. Successivamente alcuni membri più giovani, che in quel giorno svolgono il servizio, portano una tavola sulla quale è deposto il «cibo santissimo»: pane lievitato, sale mescolato con un po' d'issopo; come bevanda si serve acqua, poiché il vino è proibito a questi asceti. Dopo il banchetto segue ancora una celebrazione notturna. Le donne e gli uomini formano due cori che iniziano a cantare in alternanza, finché alla fine si uniscono in un unico coro, che Filone presenta come l'immagine di quel coro al quale Mosè e Miriam diedero inizio con il canto di vittoria dopo l'attraversamento del Mar Rosso. Con ciò la celebrazione si conclude. All'alba ci si separa e ciascuno ritorna allo studio della Legge.

Ciò che colpisce in questa descrizione è l'importanza straordinaria attribuita al banchetto. La comunità riunita prega Dio con la massima solennità affinché il banchetto gli sia gradito. Sulla tavola che i giovani portano nella sala si trova un «cibo santissimo», il quale, tuttavia, non si distingue affatto dall'alimentazione ordinaria dei Terapeuti, costituita da pane e sale. Che cosa significa dunque tutto questo? Perché una preparazione tanto solenne e da dove proviene una definizione così enfatica? Si tratta, evidentemente, del surrogato di un banchetto sacrificale. La tavola è una «mensa del Signore» e tutto ciò che vi è deposto ha ricevuto, per questo stesso fatto, una consacrazione magica: si è trasformato in carne sacrificale. Per chi conosce questi fenomeni, una simile spiegazione difficilmente lascia spazio al dubbio; ma, non appena si compie un passo ulteriore, ci si trova immediatamente nel buio.

Consumando il cibo consacrato, il Terapeuta accoglieva forse in sé il mediatore, il dio dei culti misterici, che gli garantiva l'immortalità, la guida dell'anima nella sua ascesa al cielo e la vittoria sui demoni? Su questo non ci viene detto nulla, a meno che non sia proprio il riferimento a Mosè e a Miriam a offrirci una risposta. Per Filone, la liberazione degli ebrei dalla schiavitù d'Egitto significava la liberazione dell'anima dalle catene della sensibilità. Egli, però, non elaborò questa allegoria esclusivamente di propria iniziativa: la ritroviamo infatti anche presso la setta dei Perati e in un antico salmo gnostico attribuito a un certo Bardesane. In queste rappresentazioni l'Egitto è la terra straniera nella quale l'anima è tenuta prigioniera. L'Egitto è il corpo, il sepolcro dell'anima; l'Egitto è questo mondo nel quale siamo precipitati e dal quale dobbiamo ritornare alla nostra vera patria, cioè a Dio e all'immortalità, all'esistenza che precedeva la nostra nascita e la nostra caduta nel peccato. Un'interpretazione dell'Esodo dall'Egitto in senso misterico non aveva dunque nulla di insolito; resta soltanto da chiedersi se anche presso i Terapeuti prevalesse una concezione analoga. Filone si esprime in modo così poco chiaro che non è possibile stabilire se il paragone tra il coro dei Terapeuti e quello di Mosè e Miriam sia soltanto una figura retorica dell'autore oppure se egli intenda riferire un'idea propria dei Terapeuti. Qui può decidere soltanto una valutazione complessiva dello spirito dell'epoca. Chi si è convinto che, allora, la forma misterica fosse quella più naturale e immediata per ogni nuova setta; chi ha percepito anche presso gli ebrei di quei giorni l'ardente aspirazione all'immortalità; e chi, infine, considera il benevolo Filone essenzialmente come un eclettico, capace di intrecciare con elegante abilità formale tutta la religione e la mistica giudaica ed egiziana allora circolanti con il Pentateuco e con la filosofia platonica, per quanto talvolta il risultato potesse essere forzato, difficilmente riuscirà a persuadersi che il riferimento a Mosè e Miriam, in questo contesto, sia puramente casuale. I Terapeuti volevano, come tutti gli altri ebrei del loro tempo, diventare «pii», e il pio sperava di giungere, mediante l'ascesi, alla liberazione dalla sensibilità. Che essi fossero del tutto immuni dalla superstizione magica e ritenessero di poter fare a meno di un mediatore e di un cibo sacrificale consacrato appare tutt'altro che verosimile. Se cercavano un tale mediatore nell'ambito dei profeti del loro popolo, allora proprio a uomini per i quali lo studio della Legge costituiva il compito fondamentale della vita e il principale atto di culto doveva presentarsi anzitutto la figura di Mosè, che aveva ricevuto la Legge sul Sinai. Con ciò tutto il resto risultava già implicitamente determinato. A un culto misterico appartenevano una cosmogonia e una figura femminile, che non poteva essere altri se non Miriam, la quale godeva venerazione anche presso i Perati e dalla quale, con ogni probabilità, sarebbero poi derivate Marianne e Maria. In tal caso, il coro unificato dei Terapeuti sarebbe stato realmente l'immagine di quell'altro coro formatosi dopo il passaggio del Mar Rosso, e quella celebrazione notturna sarebbe stata un «dramma sacro», una rappresentazione della liberazione dell'anima dalle catene della sensibilità e della morte. In breve, si sarebbe trattato di un culto misterico, e il banchetto solenne sarebbe stato un sacramento consacrato. Come si è detto, questa questione non può essere risolta con certezza assoluta. Ma, in definitiva, ciò non è neppure necessario. Il germe di un culto misterico era comunque presente presso i Terapeuti, ed essi costituivano una setta giudaica insediata sul suolo egiziano, della quale veniamo a conoscenza soltanto per una fortuita circostanza, cioè perché Filone viveva nelle loro vicinanze. Successivamente essi scompaiono senza lasciare traccia e furono quindi, a differenza degli Esseni, un fenomeno del tutto effimero. Quante sette di questo genere, che un giorno vedeva nascere e subito dopo scomparire, saranno allora fiorite e appassite tra gli ebrei! Quanti sistemi misterici e quanti germi di simili sistemi si saranno affollati in quel tempo, contendendosi reciprocamente lo spazio, soffocandosi a vicenda, togliendosi l'un l'altro aria e luce! In quell'epoca le sette nascevano e scomparivano con la stessa rapidità con cui oggi vengono fondati e cessano giornali e riviste.

E così giungiamo alla questione decisiva: esisteva già allora una setta dei cristiani? Non il cristianesimo come Chiesa, certamente, ma una setta, un culto misterico tra molti altri, una forma religiosa pienamente giudaico-ellenistica, che, al pari degli altri culti misterici, non si trovava ancora in contrapposizione né al giudaismo né al farisaismo. Se a questa domanda si dovesse rispondere affermativamente, allora ci apparirebbe un «cristianesimo precristiano», che avrebbe preparato, nel segreto e nell'oscurità, quel cristianesimo successivo destinato a conquistare il mondo. Per lo storico, una simile ipotesi rende il compito, al tempo stesso, più disperato e più promettente. Più disperato, perché egli deve rinunciare definitivamente a stabilire una cronologia precisa di quel periodo pre-storico; più promettente, perché proprio là dove ormai non si sarebbe più aspettato di trovarli, si rivelano gli inizi del movimento autenticamente storico.

In effetti, è esistito un Cristo precristiano. Questa affermazione e questo concetto li dobbiamo alle ricerche dell'americano Benjamin W. Smith. [1] Certamente, tutti i particolari addotti da questo studioso non sono ancora andati oltre lo stadio della controversia e dell'ipotesi; e soltanto in questo senso può essere qui sottolineato un punto particolare al quale Smith attribuisce un'importanza speciale. Egli ha rivolto soprattutto la sua attenzione al resoconto del vescovo Epifanio, zelante cacciatore di eresie del 5° secolo, riguardo alla setta dei Nazareni. Questo Epifanio era un uomo assai dotto e molto scrupoloso, che si era prefisso il compito di elencare tutte le eresie che costituivano uno scandalo per la cristianità, di indagarne l'antichità e l'origine e quindi di confutarle, o, secondo la sua stessa espressione, di «schiacciarle con le parole della verità».

Secondo Smith, nel suo eccesso di scrupolosità egli avrebbe dimenticato la prudenza dei suoi predecessori, i quali avevano evitato di trattare quella setta tanto pericolosa, limitandosi al massimo a qualche innocuo accenno. Epifanio, invece, uomo più coraggioso che accorto, non si lasciò trattenere da tali considerazioni. Egli stabilì anzitutto che questa setta aveva il suo centro al di là del Giordano, dunque molto lontano dalla Galilea, e che esisteva già «molto prima di Cristo». Questi Nazareni si definivano cristiani, ma l'intransigente Epifanio non voleva riconoscere loro tale titolo, poiché ai suoi occhi erano in tutto e per tutto ebrei. Infatti osservavano il sabato e la circoncisione, veneravano i patriarchi da Noè fino a Mosè e perfino Mosè stesso, il quale, secondo la loro affermazione, avrebbe però dato una legge diversa da quella contenuta nel Pentateuco. Con ogni probabilità, dunque, questi Nazareni utilizzavano qualche scritto segreto come «libro della Legge di Mosè». Inoltre, come prosegue il vescovo, essi possedevano un Vangelo ebraico di Matteo, del cui carattere non sappiamo nulla di più preciso. Tuttavia ci è stato conservato un numero sufficiente di elementi della loro dottrina da permetterci di comprendere quanto Gesù fosse per loro un essere sovrumano. Lo Spirito Santo, la Ruach, era infatti considerato da loro la madre del Cristo, cosicché egli poteva dire: «Mia madre, lo Spirito Santo, mi afferrò per i capelli e mi trasportò sul monte Tabor». Dunque una setta che «esisteva molto prima di Cristo» conosceva un dio misterico Gesù, la cui madre era lo Spirito Santo. E questa setta era sorta in ambiente ebraico e rimaneva tenacemente fedele alle usanze giudaiche, alla circoncisione e all'osservanza del sabato.

Epifanio racconta inoltre che i Nazareni venivano maledetti dagli ebrei nelle sinagoghe durante le tre preghiere quotidiane. Questa maledizione dovrebbe identificarsi con quella contro i Minim (il termine talmudico per gli gnostici), introdotta nel 2° secolo dal rabbino Samuele il Piccolo. Di maledizioni anteriori non ci è noto assolutamente nulla, e del resto esse difficilmente possono essere esistite, poiché altrimenti gli zelanti promotori della successiva condanna si sarebbero richiamati a una simile tradizione. Prima del 2° secolo, dunque, i Nazareni non sarebbero stati maledetti, eppure, secondo quanto si afferma, essi sarebbero esistiti già prima del 1° secolo. Se ci si potesse fidare del racconto del vescovo Epifanio, avremmo ancora una prova del fatto che sul suolo ebraico poterono formarsi, per lunghi periodi, delle sette, perfino sette «cristiane», senza entrare in contrasto con la religione dominante del fariseismo. Purtroppo, però, tutto ciò si fonda sul presupposto che gli scrittori cristiani anteriori abbiano realmente, per prudenza, «passato sotto silenzio» quella setta, ipotesi che non appare particolarmente credibile. L'ipotesi dell'americano possiede una notevole verosimiglianza intrinseca, ma è ancora ben lontana dall'essere dimostrata con evidenza.

In ogni caso, ciò che colpisce è il nome di questa setta. Nazarei non è altro che la forma siriaca dell'ebraico Nazorei e dell'aramaico Nazareni: così lo rendevano, rispettivamente, le traduzioni greche. Ora, nel Nuovo Testamento gli stessi cristiani si designavano come Nazarei o Nazareni, e questo era il loro nome ufficiale in tutto l'Oriente e, in particolare, presso gli ebrei. Secondo la tradizione, questa designazione derivava da Nazaret, il luogo d'origine dell'uomo Gesù. Ma come avrebbe potuto una setta, insediata ben lontano dalla Galilea, chiamarsi con lo stesso nome, se davvero fosse esistita «molto prima di Cristo»? Questa domanda si impone tanto più in quanto abbiamo ogni motivo per dubitare perfino dell'esistenza di una località chiamata Nazaret. Nessuno scrittore profano anteriore a Eusebio, dunque prima del 4° secolo, menziona questo luogo, sebbene da Flavio Giuseppe e dal Talmud conosciamo una grande quantità di nomi di località della Galilea. Persino nei Vangeli questa città svolge un ruolo del tutto secondario e, nello stesso tempo, assai misterioso. Secondo Matteo, Gesù nacque a Betlemme, ma suo padre Giuseppe, per timore del figlio di Erode, dopo il ritorno dall'Egitto si stabilisce invece a Nazaret, affinché si adempisse la parola del profeta: «Sarà chiamato Nazoreo». In Luca, per lo stesso motivo, viene escogitato uno storico censimento, affinché Giuseppe e Maria possano recarsi a Betlemme, dove nasce Gesù, mentre il concepimento miracoloso stesso sarebbe avvenuto a Nazaret. Ne consegue che, nella leggenda originaria, Betlemme dovette occupare il posto principale come luogo della nascita; ciò si spiega non solo con il suo legame con Davide, ma anche con il fatto che là esistevano una festa di Adone e una grotta misterica. Nella vita pubblica di Gesù, invece, è Cafarnao a svolgere il ruolo principale, quasi fosse propriamente la sua città. I tre Sinottici ricordano poi le spiacevoli esperienze che egli avrebbe avuto proprio nella sua patria. Tuttavia solo Luca, in questa occasione, menziona il nome di Nazaret, mentre Matteo e Marco non riportano affatto tale nome, ma usano un termine appellativo che in greco può significare tanto «patria» quanto «città natale». Il racconto di Luca, in particolare, possiede un carattere simbolico del tutto trasparente ed è una vera e propria trasposizione mitologica dell'ostilità tra giudei e cristiani, che gli altri due evangelisti lasciano soltanto intuire in modo più sobrio e sul piano della polemica ideale. Ma dove inizia la mitologia, là cominciano anche la formazione dei nomi e la loro localizzazione; perciò è comprensibile che Luca menzioni esplicitamente Nazaret.

Anche nel terzo Vangelo, tuttavia, questo luogo occupa uno spazio assai limitato e, inoltre, i racconti dell'infanzia di Matteo e di Luca, che dovrebbero spiegare l'espressione «il Nazoreo», si contraddicono reciprocamente e finiscono con l'annullarsi a vicenda. Questa evidente mitologia etimologica, unita al fatto che nessuno degli scrittori profani conosca un luogo simile, suscita il sospetto che Nazaret, in origine, non fosse da cercare in Galilea, bensì nel mondo meraviglioso della geografia leggendaria. Da dove proveniva allora il nome di questa setta antichissima, forse addirittura precristiana? Come giunsero a chiamarsi Nazarei?

Il primo pensiero sarebbe quello di supporre una successiva corruzione della parola ebraica Nazir, che designa il consacrato, l'asceta. Ma Epifanio conosce anche i Naziriti, che distingue nettamente dai Nazarei; perciò una simile via d'uscita è da escludere. Smith dimostra invece, sulla base dell'ampio materiale filologico da lui raccolto, che abbiamo a che fare con una comunissima parola semitica, attestata già nelle iscrizioni cuneiformi e molto frequente nell'Antico Testamento. La radice fondamentale è N-z-r, e tutte le parole che da essa derivano significano «guardiano», «protettore», «custode». Gesù Nazoreo, oppure Nazareo o Nazareno, avrebbe quindi sempre e soltanto questo significato: Gesù il Protettore. Oppure anche: il Salvatore-Protettore, poiché il nome stesso di Gesù, come si legge in Matteo e perfino in Epifanio, significherebbe in ebraico «Salvatore» o «Redentore». Con questa interpretazione concorderebbe anche l'ulteriore notizia che Epifanio – purtroppo ancora una volta nostra unica fonte – riferisce infine: i Nazarei sarebbero stati anticamente chiamati anche Iessei. Egli stesso è incerto se derivare questo nome da Jesse, padre di Davide, oppure direttamente da Gesù. Per una setta che venerava Gesù, la seconda spiegazione appare certamente la più probabile; si può quindi supporre che per questi uomini non fosse difficile usare alternativamente le due denominazioni, «Salvatore» e «Protettore», che sono quasi sinonime. Poiché però dovevano esistere anche altre sette o culti misterici che conoscevano un culto di Gesù, in questo caso finì per affermarsi in ambito pubblico, come elemento distintivo, la designazione di Nazarei. Ancora una volta: se Epifanio avesse ragione, avremmo qui davanti a noi un cristianesimo precristiano, che conserverebbe perfino il nome più antico della nuova religione e che, anche arretrandone di poco la cronologia, sarebbe esistito senza contestazioni per circa un secolo e mezzo nell'ambito del giudaismo dell'epoca. Naturalmente, ciò non può essere dimostrato storicamente in modo tale da eliminare ogni dubbio, proprio perché soltanto Epifanio ci parla di questa setta. Tuttavia essa era, in ogni caso, molto antica: una comunità situata tra giudaismo e cristianesimo, che conservava il nome originario della religione.

Quanto meno, essa rappresentava un «cristianesimo proto-cristiano», caratterizzato dalla venerazione della «Madre di Gesù» e di Gesù stesso come esseri mitologici. Lo stesso vale, con grande probabilità, per gli Ebioniti, che con le loro abluzioni, la venerazione degli elementi e le altre prescrizioni morali ricordano in modo sorprendente gli Esseni, cosicché è possibile che tra essi esistesse un nesso interno. Anche qui, tuttavia, come tanto spesso accade, non si va oltre una semplice ipotesi. Che gli Ebioniti avessero insieme un carattere giudaico e precristiano è comunque difficilmente contestabile, poiché anche presso di loro il Gesù storico dei Vangeli occupava un posto del tutto marginale rispetto ad Adamo reincarnato oppure al Cristo che era disceso in Gesù. Al tempo stesso essi osservavano con altrettanta tenacia le pratiche giudaiche e possono quindi essere considerati, al pari dei Nazarei, una forma irrigidita e primitiva della nuova religione. Nulla ci impedisce di attribuire loro un'origine almeno altrettanto antica di quella dei Nazarei. E se davvero fossero stati collegati agli Esseni, la loro origine potrebbe addirittura risalire all'epoca dei Maccabei.

Un altro cristianesimo precristiano è stato, in Samaria, il simonianesimo, al quale si dovrà tornare in un’altra occasione, cioè in occasione della trasformazione della leggenda di Pietro. Perciò qui può bastare una breve osservazione sulla sua antichità. Ippolito, vescovo di Porto, uno dei più antichi scrittori eresiologici, ha assegnato al simonianesimo il quinto posto, mentre designa come eresie più antiche quelle dei Naasseni e dei Perati. Ora, secondo la narrazione degli Atti degli Apostoli, Simone è in realtà un contemporaneo di Gesù, poiché pochi anni dopo la sua morte egli assume già in Samaria una posizione di grande rilievo come “secondo dio”, cosa che difficilmente avrebbe potuto raggiungere subito. Se dunque la sua dottrina fosse davvero più recente di quella dei Naasseni e dei Perati, sarebbe così dimostrata con evidenza l’origine precristiana di queste due sette. Gli altri polemisti anti-eretici e scrittori ecclesiastici cercarono naturalmente di evitare una simile conseguenza e perciò, al contrario, fecero del simonianesimo l’eresia più antica. Ma ciò non aiuta molto, poiché in tal caso questa eresia sarebbe nata almeno contemporaneamente al Gesù storico e tuttavia in completa indipendenza da lui. Anch’essa avrebbe quindi, per così dire, un’origine pre-storica, cioè precristiana. E tuttavia ancora nel 2° secolo il filosofo greco Celso, nella sua polemica contro la nuova religione, poteva parlare di cristiani che veneravano Simone e la sua Elena, e ancora nel 3° secolo Origene non osava negare l’esistenza prolungata di questa eresia. Esistevano dunque “cristiani” che non si curavano del presunto Gesù e che, secondo la stessa ammissione dei loro avversari, erano pressappoco contemporanei del cristianesimo ufficiale. Tuttavia la religione e la Chiesa ufficiale si formarono in realtà solo nel 2° secolo, e il simonianesimo, con cui essa dovette confrontarsi, non era altro che una delle sue forme preliminari.

Ma ciò che è proprio della dottrina cristiana consiste nella redenzione mediante la morte sulla croce, per cui Gesù, in quanto innocente e puro, ha assunto su di sé l’onta del delitto, così che Satana da quel momento non può più rivendicare gli uomini a causa del peccato originale per la dannazione infernale. Infatti il senza peccato, che ha preso su di sé la pena di morte del peccatore, ha così riscattato gli uomini dal diavolo e ha loro aperto la possibilità dell’ascesa e della beatitudine eterna. Il Dio perfetto, il Giusto perfetto sulla croce del criminale: questa enorme antitesi, che soddisfa la fantasia e la sensibilità più potenti, costituisce l’essenza propria del cristianesimo. Perciò dobbiamo chiederci se essa fosse già presente nel cristianesimo precristiano, cioè preesistente. Se in quel contesto non si trovasse ancora un simile simbolo, allora difficilmente si potrebbe parlare di cristianesimo, né di una sua forma pre-storica o precristiana, nonostante i nomi di «Unto», «Salvatore», «Primo Uomo» e «Figlio dell’uomo». Ma il simbolo è effettivamente presente, senza alcun dubbio, come dimostrano le testimonianze sulle dottrine dei Naasseni e delle sette affini. Infatti Gesù viene crocifisso per istigazione del serpente, il Nahas, poiché non si lascia sedurre e non si volge verso i falsi dèi. Il principale mezzo della seduzione era stato costituito da arti lussuriose, poiché il serpente ha avuto rapporti impuri con Eva e con Adamo, con l’aiuto dell’angelo Baal-Afrodite. Gesù invece rimane puro e respinge la lussuria da sé, il che, nei tempi degli ideali ascetici, appare come la prova suprema di elevazione morale.

Per questo egli muore al palo come un criminale e poi ascende verso il Padre eterno. Bisogna collegare a questa mitologia anche un antico salmo dei Naasseni, che ci è giunto in una forma molto imperfetta, ma il cui senso non lascia dubbi. Il Cristo contempla dall’alto come l’anima è intrappolata nel peccato e nella morte, e dice al Padre che vuole scendere con i sigilli per insegnare agli uomini la gnosi, i culti misterici e la via perfetta. Ebbene: questo Cristo discendente entra in Gesù, e Gesù viene crocifisso perché non si lascia sedurre. Ciò significa che il Cristo è disceso fin dall’inizio con questo scopo, per diventare un uomo terreno come Gesù e, pur essendo perfettamente puro, sopportare la morte infamante. Quanto alla misura in cui presso i Naasseni e i loro affini questa netta distinzione tra il Cristo e Gesù sia stata originaria, e se qui non si abbiano già sviluppi successivi dovuti ai conflitti del 2° secolo, non è oggi più possibile stabilirlo; e la probabilità suggerisce che in origine la connessione tra le due figure fosse molto più stretta. Comunque sia, non si può dubitare dell’esistenza del simbolo stesso, cioè della sconvolgente antitesi del Dio crocifisso, già nel cristianesimo precristiano. Con ciò la genesi del simbolo si perde in origini oscure, che probabilmente non riusciremo mai a chiarire cronologicamente. Ma possiamo ancora riconoscere chiaramente gli elementi da cui tale simbolo si è composto e sviluppato.

Platone, nella sua Repubblica, ha descritto il giusto, colui che rimane giusto anche quando, in apparenza, viene trattato come un criminale, sottoposto ai tormenti più terribili e infine crocifisso. Platone usa in effetti il termine “palo”, che tuttavia in greco indicava anche la croce, poiché il patibolo dell’antichità non corrispondeva affatto a quello della fantasia cristiana più tarda. Si trattava di un palo con una traversa più corta applicata sopra, alla quale il condannato veniva legato per le braccia. Anche presso i Romani la crux, la croce, aveva in realtà una tale forma a palo; perciò ogni greco avrebbe compreso l’espressione di Platone non nel senso dell’impalamento, come al massimo era praticato presso gli Sciti barbari, ma nel senso della crocifissione. In questo stesso senso, molto prima Eschilo aveva già parlato di un impalamento di Prometeo, il che non è del tutto corretto, poiché il Titano fu incatenato al Caucaso; ma secondo una versione più antica, riportata da Esiodo, egli era stato sospeso a una colonna, dunque a un palo, a una sorta di croce dei criminali. Così Luciano, nel 2° secolo dopo Cristo, poteva affermare che Prometeo era stato crocifisso a causa del suo amore per gli uomini. Da questo esempio prometeico vediamo come la rappresentazione platonica del giusto torturato sulla croce sia stata già trasferita a una figura della mitologia greca. La descrizione platonica si fondava del tutto sul dualismo delle idee del filosofo, la cui inevitabile trasformazione in senso mitico e mistico è stata spesso discussa. Egli voleva mostrare il contrasto tra essere e apparenza, tra un uomo che appare soltanto giusto e uno che lo è realmente, anche se le apparenze gli sono contrarie. Ora, il mondo dell’apparenza è propriamente di questo mondo terreno, mentre l’essere vero, l’autenticità, si trova soltanto nel regno celeste delle idee. Quel giusto era pieno di virtù perché partecipava all’Idea della giustizia, poiché questa idea era per così dire entrata in lui, discesa su di lui dal cielo. Di conseguenza tutto era già predisposto al mito, e si può immaginare come questo simbolo platonico dovette risuonare nelle anime degli uomini nell’epoca del più intenso idealismo etico. I culti misterici dovevano essere eticizzati e il dio dei culti misterici elevato al perfetto giusto. Se presso altri popoli una tradizione mitologica e mistica già evoluta si opponeva a una tale trasformazione audace, presso gli ebrei ellenistici vi era invece ampia libertà, poiché essi potevano richiamarsi a passi profetici e a testi salmici delle proprie scritture. Già Isaia, nella tradizione babilonese, aveva operato una reinterpretazione etica dell’antichissimo concetto del sacrificio espiatorio, inteso originariamente in senso puramente animistico. Quando gli ebrei vissero nella cattività babilonese e furono per la prima volta toccati dall'idealismo etico, allora poté sorgere anche l’idea se fossero peccatori e se Dio potesse perdonare loro quel peccato e restaurare la patria. Il sacrificio espiatorio era noto in Siria come in Babilonia, e forse — non lo sappiamo — già i maghi caldei avevano compiuto una trasformazione etica, e il profeta babilonese Isaia ne sarebbe stato soltanto il geniale discepolo. In ogni caso, nell’Antico Testamento si trovava la descrizione profetica di un uomo innocente, che aveva preso su di sé la colpa degli altri e si lasciava condurre al macello come un agnello. Anche agli ebrei dell’epoca ellenistica e maccabaica si era dischiuso, in un'evoluzione del tutto coerente, l’ideale di un giusto sovrumanamente elevato, e dalla loro stessa storia di sofferenza essi avevano imparato ancor meglio dei greci che il giusto deve soffrire e spesso subire una morte ignominiosa per opera dei malvagi. Su ciò aveva già meditato Giobbe, di ciò cantava uno dei loro più bei Salmi, e anche nel Libro della Sapienza di Salomone, del 1° secolo A.E.C., si legge che gli empi si erano congiurati per catturare e uccidere il giusto. Con tali sentimenti e rappresentazioni, gli ebrei ellenistici entrarono nel circolo dei culti misterici e vennero in contatto con il platonismo e con il sublime simbolo elaborato dal grande filosofo: il giusto sulla croce; e non occorre cercare oltre: sappiamo ormai come questo patibolo sia penetrato nel cristianesimo precristiano per elevarsi poi in esso a una metafisica travolgente.

Accanto a ciò, in questo culto misterico esisteva ancora un altro segno di croce, che originariamente non aveva assolutamente nulla a che fare con lo strumento di tortura. Questa croce derivava invece dal culto del fuoco e richiamava l’epoca in cui si otteneva la scintilla mediante lo sfregamento del legno: si faceva passare un bastoncino attraverso il foro di un altro e lo si faceva ruotare, per cui si produceva spontaneamente la forma della croce. Poiché la religione e la pietà lo richiedevano, il fuoco sacro per il culto divino doveva essere ancora prodotto, anche in epoche molto posteriori, solo con questo antico metodo; per questo la croce rimase un segno sacro per gli adoratori del fuoco, dall’India fino all’Egitto, e sembra che nei tempi antichi non fosse sconosciuta nemmeno ai celti e ai germani. Già nelle rappresentazioni assire si trova questo segno sulle vesti di re e sacerdoti. Lo si ritrova come svastica su una piccola statua di Hissarlik, risalente all’epoca della cultura micenea, collocato all’altezza dell’ombelico, con cui si intendeva simbolizzare la forza generatrice del fuoco, poiché per i suoi fedeli esso rappresentava semplicemente l’elemento vitale. Questa simbologia era propria anche della croce egizia, la cosiddetta “chiave del Nilo”, il cui legame con il culto del fuoco non è più riconoscibile, ma il cui collegamento con il culto solare è invece evidente; tale culto, in Egitto come in Iran, sembra essersi sviluppato dalla venerazione di un elemento inferiore. Quando quindici secoli prima di Cristo il faraone egiziano Amenofi IV volle introdurre una nuova religione, rappresentò il suo dio come un disco solare i cui raggi terminavano in mani che reggevano la croce. In una raffigurazione della nascita di suo padre, Amenofi III, il dio porge alla regina, con la quale intende generare l’erede al trono, la croce; e in questo modo ingenuo l’artista voleva simbolizzare la generazione e la gravidanza.

È dunque credibile che, in un’epoca dei culti misterici tesa verso la vita eterna e non meno rivolta verso antichissime tradizioni mitologiche, questo croce egizia millenaria non sia stata allora nuovamente investita di un nuovo significato? Si potrebbe già dedurlo soltanto per via di ragionamento, come una sorta di rinascita di tale simbolo; e inoltre non ci manca una testimonianza diretta di straordinaria eloquenza. Ancora nel 5° secolo l’eretico Epifanio raccontava di una singolare festa ad Alessandria, allo scopo di dimostrare che anche i pagani avevano inconsapevolmente riconosciuto la verità del cristianesimo. Nel santuario di Core, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, i sacerdoti si riunivano davanti all’immagine della dea tra canti e suono di flauti. Poi scendevano in una camera sotterranea e portavano su una statua lignea, che sedeva nuda su una portantina. Essa recava il segno della croce in oro sulla fronte e anche sulle ginocchia. I sacerdoti portavano la statua sette volte in processione nel più interno spazio del tempio, tra canti, e poi la riportavano nella cripta. Nel frattempo i fedeli cantavano, secondo quanto riferisce Epifanio: «In quest’ora Core, cioè la Vergine, ha partorito Eone». Epifanio parla esplicitamente di un culto pagano, ma Hermann Usener ha avanzato l’ipotesi che questo culto misterico pagano abbia probabilmente ricevuto un prestito da gnostici cristiani. Ciò è però già poco plausibile, perché se Epifanio avesse avuto anche solo il minimo indizio in tal senso, avrebbe certamente indicato immediatamente una tale origine, parlando con indignazione di furto e appropriazione indebita. In realtà non dobbiamo cercare così lontano. Core rimanda a Eleusi, e suo figlio, secondo il culto misterico, è Dioniso. Sul suolo egiziano Dioniso venne identificato con Horus, il figlio di Iside, e a questo si adattava perfettamente la croce della vita, poiché egli era in sostanza l’Osiride rinato, il risorto. Un uso che si era conservato tenacemente fino agli ultimi tempi del paganesimo doveva certamente avere una tradizione molto antica alle spalle, e non se ne può fissare l’origine troppo tardi nel tempo. Nell’epoca propriamente fiorente dei culti misterici esistettero probabilmente moltissimi culti segreti egiziani in cui la croce della vita svolgeva un ruolo. E non solo l’Egitto, ma anche l’Asia dovette conoscere questa croce. Non mancava certamente presso i seguaci di Mitra, i quali discendevano dall’antica religione del fuoco di Zoroastro. Gli apologeti cristiani affermavano infatti che il sacramento del battesimo fosse stato comunicato anche ai fedeli di Mitra per inganno dei demoni, al fine di far apparire una falsa religione come vera e confondere così gli innocenti. Ora, tuttavia, il battesimo in sé — la lavanda del peccato mediante acqua consacrata — difficilmente poteva suscitare un tale sconcerto tra i cristiani, poiché questa pratica era allora diffusa in tutto il mondo. Ma sul battezzato cristiano il sacerdote tracciava il segno della croce, ed era proprio questo il segno sacro distintivo della setta. Anche sul neofita di Mitra veniva tracciato lo stesso segno o un segno simile, e da ciò derivava la protesta irritata degli apologeti. Le due diverse croci che il cristianesimo precristiano e poi il cristianesimo delle origini avrebbero unito in sé sono simboli evidenti del singolare dualismo del movimento religioso dell’antichità tarda. Un segno derivava dal culto del fuoco, da un primitivo naturalismo arcaico, per non dire animismo. L’altro invece era prodotto dell'idealismo etico e della sua nuova capacità creatrice di simboli. Così come il cristianesimo evoluto rappresenta la sintesi di questi elementi, allo stesso modo la sua arte figurativa successiva fuse queste croci in un’unica forma.

Sullo sfondo, nella nebbia del crepuscolo di mezzo millennio, si rende visibile un cristianesimo precristiano, del quale, a dire il vero, non sappiamo quasi più nulla se non la sua stessa esistenza, mentre la sua storia, svoltasi nel grembo di sette segrete, è andata perduta per sempre. Si è quasi tentati di applicare a questa forma preistorica le belle parole con cui Theodor Mommsen descrisse la Roma palatina preistorica dei sette colli: «Come le foglie del bosco preparano la strada alla nuova primavera, anche se cadono senza essere viste da occhi umani, così questa città perduta dei sette colli ha preparato il luogo alla Roma storica». Roma: questa era infatti anche l'ultima parola del cristianesimo, della Chiesa cattolica. Anche qui una città preistorica, scomparsa senza lasciare traccia, ha preparato il terreno all'altra Roma, quella destinata a entrare nella storia universale.

Vi è ancora da aggiungere che le designazioni astratte  Gesù («Salvatore») e Cristo («Unto») non furono affatto, fin dall'inizio e presso tutte le sette, i nomi propri del dio dei culti misterici. Disponiamo di numerose testimonianze che mostrano come, in origine, praticamente tutti i profeti riconosciuti e le principali figure dell'Antico Testamento siano stati coinvolti in questo culto misterico. Di Noè, di sua moglie e della sua arca si è già parlato; e, per esempio, nella prima lettera di Pietro troviamo un accenno tutt'altro che oscuro a un culto misterico di Noè, o quanto meno a uno sfruttamento della sua leggenda in questo senso. Si è già parlato anche di Mosè e della probabilità che fosse venerato presso i Terapeuti. Del resto, allora circolavano innumerevoli leggende su di lui, dalla sua nascita minacciata fino alla sua ascesa al cielo; molte di esse confluirono più tardi nel Talmud e avevano non da ultimo la tendenza a rappresentare il loro eroe come vincitore della morte e dei demoni. Così anche il suo ruolo di innalzatore del serpente di bronzo lo poneva in strettissima relazione con le dottrine segrete dei sistemi ofitici. Esistette inoltre un culto misterico di Abramo, il cui culmine sembra essere stato il sacrificio di Isacco e la sua salvezza sul monte Mora. Anche di questo si trovano ancora frammenti sparsi nelle leggende talmudiche e nelle lettere del Nuovo Testamento. Degli Ebioniti sappiamo che talvolta identificavano Cristo con Adamo reincarnato; e sarebbe davvero singolare se queste fantasie gnostiche sulla creazione e sul primo e sul secondo uomo non si fossero mai condensate in un culto misterico di Adamo. Ci è invece tramandato con certezza un culto – o, secondo il diverso punto di vista, una denigrazione – di suo figlio Caino. Chi, come gli gnostici di Giustino, cercava ancora di mediare tra il Dio supremo e il creatore del mondo, faceva sì che Caino fosse indotto dal  malvagio serpente a uccidere il fratello. Per altre sette, invece, il dio e creatore di questo mondo era il principio assolutamente malvagio, e tutto ciò che questo secondo dio aveva comandato era considerato empio, mentre costituiva un bene tutto ciò che egli aveva proibito e maledetto. Così il serpente, che invitò a mangiare i frutti dell'albero della conoscenza, agiva secondo la volontà del Dio supremo; e altrettanto fece Caino quando uccise suo fratello Abele. Infatti quest'ultimo, in quanto sacrificatore, offriva il cruento sacrificio animale di agnelli innocenti, cosa della quale si compiaceva non il Dio supremo, bensì soltanto il malvagio principe di questo mondo. Di conseguenza, alcune sette veneravano Caino e, per analogia con tutti gli altri fenomeni dell'epoca, da ciò è davvero lecito dedurre l'esistenza di un culto misterico di Caino.

Tutte queste figure bibliche finirono infine per essere soppiantate e soltanto una sola figura riuscì ancora a conservarsi nella Chiesa ufficiale dei secoli successivi, sebbene in una trasformazione davvero singolare. La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, ritornò nel culto misterico dal quale un tempo era scaturita. Infatti Giuseppe non è mai stato altro che l'Osiride giudaico. Già da una lettura attenta dei riferimenti mitici che accompagnano la sua vicenda nella Genesi ci si potrebbe convincersi. Qui, tuttavia, ci troviamo in una posizione particolarmente favorevole, poiché possediamo un documento che ci offre l'anello intermedio, il ponte che conduce da Osiride a Giuseppe. Esiste infatti un antichissimo racconto egiziano dell'epoca dei faraoni sui due fratelli Bata (Bitiu) e Anubi (Anopu), che a un primo sguardo si rivela come una rielaborazione della leggenda di Osiride e del suo fratello nemico Seth. Bata è chiaramente Osiride, che, dopo la morte, viene riportato in vita da Anubi, il quale per il resto assume generalmente il ruolo di Seth, mediante un recipiente colmo d'acqua. Anubi perseguita il fratello, che fugge nella valle dell'Acacia, interpretata dagli egittologi come il mondo sotterraneo; in breve, vi ritroviamo l'odio fraterno e, propriamente, anche il fratricidio e la resurrezione del morto, proprio come nel rapporto tra Osiride e Seth. A questo racconto si aggiunge però un nuovo elemento: il motivo della moglie di Potifar. La moglie di Anubi tenta di sedurre il cognato e, quando questi respinge le sue avances, lo accusa di disonestà sessuale; da qui nasce l'odio di Anubi contro Bata. Se il culto misterico di Iside e di Osiride ci fosse stato tramandato in modo migliore di quanto non avvenga attraverso le informazioni piuttosto confuse di Plutarco, probabilmente troveremmo anche per questo particolare un modello nel mito. Verosimilmente Iside si trovava in qualche modo tra Osiride e Seth, oppure a Iside si contrapponeva una sposa di Seth.

Comunque sia, questo motivo della moglie di Potifar collega il racconto egiziano alla storia di Giuseppe, nella quale pure il fratello nemico – qui però rappresentato da una pluralità di fratelli – è all'origine della persecuzione. Non deve dunque sorprenderci che il sole, la luna, le stelle e i covoni dei campi si inchinino davanti al giovane Giuseppe, né che egli proceda rivestito della veste dai lunghi lembi propria dei figli del re. Il pozzo nel quale viene gettato e il carcere in cui il funzionario di corte lo fa rinchiudere non sono altro che razionalizzazioni del mondo sotterraneo, dal quale egli riemerge alla luce del giorno in uno splendore ancora maggiore.

Egli è il dio del Nilo che porta fertilità, vince la carestia e la siccità e fa emergere dal fiume le vacche, gli animali sacri della sua sposa Iside. È abbastanza significativo che la simbologia della Chiesa cristiana abbia realmente visto nel pozzo nel quale Giuseppe fu gettato dai suoi fratelli una prefigurazione del Santo Sepolcro, mentre il banchetto offerto ai fratelli che un tempo lo avevano venduto fosse considerato una prefigurazione dell'Eucaristia. E ciò, in un certo senso, a buon diritto, poiché, secondo la credenza egiziana, la carestia dalla quale Giacobbe e la sua stirpe furono quasi annientati proveniva da Seth, mentre Giuseppe-Osiride rappresentava l'abbondanza e la fecondità, realtà che assai presto furono interpretate come simboli del problema dell'immortalità. In questo contesto acquista anche notevole importanza il fatto che Mosè e gli Israeliti, al momento dell'Esodo dall'Egitto, recassero con sé il sarcofago di Giuseppe. Secondo una leggenda talmudica, questo sarcofago era stato sommerso nel Nilo e dovette essere fatto riemergere mediante una formula magica. Anche Osiride, infatti, dopo la morte, era stato deposto in un sarcofago e gettato nelle acque, dove aveva galleggiato finché non era approdato a Biblo, cioè in Siria. Secondo la tradizione, le ossa di Giuseppe furono poi sepolte presso Sichem. Gli Israeliti, tuttavia, conservarono ancora in seguito un'arca sacra, che il monoteismo reinterpretò trasformandola in un oggetto puramente simbolico. Secondo la concezione più antica, invece, nell'arca, cioè nel sarcofago, giaceva un dio che diffondeva morte e distruzione fra i Filistei e faceva crollare le mura di Gerico. Non è impossibile che questo dio dell'arca fosse il Giuseppe morto, corrispondente allora all'aspetto notturno di Osiride, il quale, come dio dei morti, era anch'egli ritenuto dispensatore di pestilenze e malattie.

In un'epoca che possedeva ancora un istinto per il mito primitivo e sapeva avvertirne la presenza anche nei suoi recessi più nascosti, Giuseppe riuscì ad attirare su di sé l'attenzione. Tanto più che egli poteva inoltre servire egregiamente come modello etico. L'uomo tanto duramente provato aveva perdonato i suoi malvagi fratelli; era rimasto puro, resistendo alle seduzioni di una donna lussuriosa. Egli aveva vinto gli orrori della siccità e della morte e aveva procurato al giudaismo il riconoscimento nella terra straniera, in Egitto. Tuttavia desiderava essere sepolto soltanto nella Terra Santa, e perciò Mosè, al momento dell'Esodo, ne trasportò con sé le ossa. Per lo gnostico Bardesane, l'Egitto divenne la terra straniera della sensualità e della schiavitù, nella quale l'anima giaceva prigioniera e quasi dimenticava il proprio Padre. Anche per i Perati, la terra del Nilo possedeva il medesimo significato simbolico. Ma il primo prigioniero in Egitto era stato Giuseppe stesso, così come il primo liberato, il risorto. Per questo i Perati affermavano che il loro sacro dio-serpente, Cristo, fosse infine disceso sulla terra nella figura di Giuseppe venduto in Egitto. Esiste inoltre una singolare notizia talmudica, secondo la quale Rabbì Dosa, uno scriba del 2° secolo, avrebbe interpretato un passo mistico del profeta Zaccaria riferendolo al Messia figlio di Giuseppe. Quel passo parla del lamento del popolo d'Israele per colui che esso stesso ha trafitto e ucciso, e per il quale poi le donne piangono nella pianura di Megiddo. Con ciò non può che intendersi il culto misterico di un dio ucciso, così come anche Adone veniva pianto e sepolto dalle donne. Se il profeta presenta gli Israeliti stessi come gli uccisori, si tratta di un'espressione figurata ripresa dal Deutero-Isaia per caratterizzare la corruzione morale del popolo. Infatti erano precisamente le potenze malvagie a essere le nemiche del dio dei culti misterici, che doveva essere loro sacrificato affinché esse non distruggessero il mondo e la vita germogliante. Rabbì Dosa affermava dunque che Zaccaria intendesse con ciò quel Messia che sarebbe stato un figlio di Giuseppe. In altre parole, e nel senso del misticismo platonico, un'emanazione di Giuseppe. In generale il giudaismo ufficiale, soprattutto a partire dal 2° secolo, rimase fermo sulla discendenza davidica del Messia. Difficilmente Rabbì Dosa, in un'epoca che già conosceva un'aspra ostilità nei confronti del cristianesimo, avrebbe ammesso un Messia figlio di Giuseppe, se questi non fosse esistito da tempo nell'ambiente dei culti misterici giudaici. Certamente, proprio allora il giudaismo espulse dal proprio seno gli gnostici di ogni specie e con essi anche i devoti di Giuseppe; soltanto un'eco ormai lontanissima, risalente al 12° secolo, tornò ancora una volta a parlare di questo Messia destinato a cadere nella battaglia contro Gog e Magog. Tanto più saldamente, invece, il cristianesimo si mantenne fedele a questo Giuseppe, e precisamente a motivo della sua castità. Conosciamo infatti l'insolubile antinomia dell'uomo-Dio nei culti misterici. Dio doveva generare con la prima donna il mediatore e, nello stesso tempo, non doveva restare implicato nella sensualità e nella procreazione. A tale scopo occorreva Giuseppe e non Mosè, il fratello di Maria, poiché, nonostante ogni misticismo, al sentimento ascetico l'unione fra fratello e sorella doveva apparire ancor più mostruosa di qualsiasi altro rapporto carnale tra uomo e donna. Maria, d'altra parte, era spesso identificata con Iside, e così Giuseppe-Osiride si presentava naturalmente come suo sposo. Un simile rapporto e un simile culto misterico possono benissimo essere esistiti già nel cristianesimo precristiano. Le tracce che ne rimangono nei Vangeli non sono infatti ancora del tutto cancellate. In Matteo, Giuseppe, lo sposo terreno di Maria, è figlio di un Giacobbe, proprio come il Giuseppe dell'Antico Testamento; ed è facile comprendere perché Luca abbia modificato questa genealogia così compromettente. Ma è soprattutto il quarto Vangelo a diventare straordinariamente esplicito quando racconta il colloquio di Gesù con la donna samaritana. Gesù giunge in Samaria presso un campo che un tempo Giacobbe aveva donato a suo figlio Giuseppe. Là si trova un pozzo dal quale avevano bevuto Giacobbe, i suoi figli e anche i loro greggi. Presso quel pozzo Gesù incontra la Samaritana e intrattiene con lei un dialogo dal quale emerge chiaramente che attorno a quella sorgente si era cristallizzato un culto misterico. «Se tu sapessi chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, saresti tu a chiederglielo, ed egli ti darebbe acqua viva». La donna gli risponde:

«Signore, tu non hai neppure un secchio e il pozzo è profondo; da dove prenderesti dunque quest'acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui stesso, insieme ai suoi figli e ai suoi armenti?» Per il lettore moderno questa antitesi appare naturalmente soltanto come un raffinato gioco intellettuale, un'allegoria destinata a rappresentare, attraverso l'immagine dell'acqua, il contrasto tra la dottrina della salvezza, che estingue una sete eterna, e i beni terreni. Ma anche ciò che vi era di più spirituale nella tarda antichità rimaneva ancora inseparabilmente legato alla materia. Gesù vuole dire: «L'acqua assolutamente ordinaria di questo pozzo diventa immediatamente un sacramento, la bevanda misterica dell'immortalità, quando io pronuncio su di essa la benedizione». L'obiezione della donna non riguarda dunque principalmente l'assenza del secchio — un particolare che appartiene piuttosto al gusto fiabesco e dialettico del racconto — bensì soprattutto l'autorità di Giacobbe e dei suoi figli, che avevano donato quel pozzo al popolo e ne avevano bevuto. Gesù sarebbe forse più grande di Giacobbe e dei suoi figli?

L'evangelista sembra però aver dimenticato che quel pozzo e quel campo erano stati donati da Giacobbe non a tutti i suoi figli, ma esclusivamente a Giuseppe. Oppure è la donna a ignorare che quella sorgente era legata anzitutto al nome di Giuseppe, poiché altrimenti la sua domanda sarebbe certamente suonata così: «Sei dunque più grande di Giuseppe?» Forse questo enigma può essere risolto in un modo del tutto inatteso. Giuseppe era infatti realmente superiore agli altri figli di Giacobbe e allo stesso Giacobbe. Tutti dovevano inchinarsi davanti a lui; egli li nutriva, dava loro da bere e li salvava dalla morte. Ma prima era stato gettato nel pozzo, e più tardi la Chiesa vide in questo episodio un parallelo con la deposizione di Gesù nel Santo Sepolcro. Ora, quando un essere divino sedeva presso un'acqua sorgiva, per la sensibilità degli antichi esso era naturalmente il dio di quell'acqua, il dio del fiume o del pozzo. Questo si adatterebbe perfettamente a Giuseppe e a un culto misterico di Giuseppe che celebrasse colui che era risorto a nuova vita uscendo dal pozzo, cioè dalla tomba. Non manca neppure qui la donna lasciva, che il figlio di Giacobbe mette in imbarazzo. La Samaritana ha avuto cinque mariti e ora vive con un uomo che non è suo marito; Gesù glielo dice apertamente, al punto che lei rimane sconvolta e lo riconosce come il Messia. Se si mettono insieme tutti questi indizi con le dottrine gnostiche su Giuseppe-Cristo, il risultato è che il Cristo precristiano dovette aver portato, con il suo nome umano, anche il nome di Giuseppe. La grande trasformazione che Giuseppe subì in seguito fu una delle conseguenze di quella catastrofe storica che trasformò il culto misterico di una, o anche di più, sette in una religione universale.

NOTE

[1] Benjamin W. Smith, Il Gesù precristiano e altri scritti, Con una prefazione di Paul Schmiedel. Gießen 1906. 

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