(segue da qui)
In un testo babilonese cuneiforme, che tratta della “liberazione” di un uomo sottoposto a una maledizione, si è trovato — vedi pag. 42 di H. Zimmern, ‘Zum Streit um die Christusmythe’ — come indicazione per il sacerdote che deve compiere l'atto di liberazione, l’ordine che egli offra, al posto di quell’uomo, un agnello: l’agnello per la sua vita. E nella legge mosaica troviamo il precetto: “Immolerai una pasqua per Jahvè” (Deuteronomio 16:2). “Allora direte: questo è il sacrificio pasquale per Jahvè” (Esodo 12:27). Ma presso gli Ebioniti (Epifanio, Panarion 30:16) il Signore Gesù dice: “Sono venuto per abolire i sacrifici!” “Quando poi ebbero cantato l’inno e, secondo l’usanza, mangiato, egli disse di nuovo: in questa notte sarete scandalizzati, secondo quanto sta scritto: percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. E quando Pietro disse: anche se tutti si scandalizzassero, io no, egli rispose: prima che il gallo canti due volte oggi, tu mi rinnegherai tre volte”. Così il Vangelo d’Egitto, secondo il frammento rinvenuto a Fayyum. E secondo il frammento più ampio del ‘vangelo di Pietro’, [1] ritrovato anch’esso in Egitto, Erode consegnò Gesù al popolo prima del primo giorno degli Azzimi. Si noti come ora “Pietro” altrove (1 Pietro 1:18-19) insegni: “Voi non siete stati riscattati con cose corruttibili, con argento o con oro, dal vano modo di vivere tramandatovi dai padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come di un agnello senza difetto e senza macchia”. E come anche in Apocalisse 5:12 si dica: “Degno è l’agnello che è stato immolato di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”. “Ecco l’agnello di Dio”, risuona in riferimento a Gesù in Giovanni 1:29, “che toglie il peccato del mondo!” E secondo Giovanni 13:1 e seguenti, Gesù celebrò con i suoi l’ultima cena prima della festa di Pasqua, cosa che è in aperta contraddizione con le parole di Luca 22:15; dei giudei, poi, si dice in Giovanni 18:28 che non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. “Era la preparazione della pasqua” (Giovanni 19:14). “Lo spirito”, dice un antico ‘Racconto su Giuseppe’ 3:5, “Gesù lo rese nel giorno della preparazione, all’ora nona”. E di lui non fu spezzato alcun osso: Esodo 12:46; Numeri 9:12; Giovanni 19:36. Con ciò si vuole dire che egli, come divino agnello pasquale, fu innalzato sulla croce proprio quando i giudei si accingevano, secondo l’usanza dei padri, a mangiare l’agnello pasquale — e che egli stesso non aveva ancora mangiato carne pasquale, poiché in lui stesso si manifestava l’agnello pasquale redentore, una volta per tutte liberatore, per l’inaugurazione di una Nuova Alleanza. “Anche la nostra pasqua infatti, cioè Cristo, è stata immolata per noi” (1 Corinzi 5:7). “La pasqua infatti era il Cristo, che poi è stato sacrificato” (Giustino, ‘Dialogo’ 111). “Voi scrutate le scritture, perché pensate di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che rendono testimonianza di me!” (Giovanni 5:39). “Infatti l'agnello che viene arrostito si cuoce in una posizione simile alla forma della croce, poiché uno spiedo diritto viene confitto dalle parti inferiori alla testa ed uno è messo di traverso sul dorso e si vi attaccano le zampe dell'agnello”. Così Giustino (‘Dialogo’ 40), che forse lo aveva visto di persona a Sichem, poiché i Samaritani mangiano ancora oggi l’agnello pasquale. E dice Ireneo (4:10,1): “Non si possono contare i punti in cui Mosè prefigura il Figlio di Dio, e non gli fu ignoto nemmeno il giorno della sua passione, ma lo preannunciò in figura, chiamandolo Pasqua. E nello stesso giorno che così tanto tempo prima era stato annunciato da Mosè, il Signore ha sofferto per compiere la Pasqua”. “Ed ecco, il velo del tempio si squarciò” (Matteo 27:51). “Così anche voi, fratelli miei, siete stati messi a morte quanto alla legge, mediante il corpo di Cristo” (Romani 7:4). “Per la redenzione che è in Cristo Gesù, che Dio ha prestabilito come strumento di espiazione per mezzo della fede nel suo sangue” (Romani 3:24-25). “Cristo è il termine della legge” (Romani 10:4). “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge” (Galati 3:13). “Così anche voi, insegnando in modo santo e giusto, conservate ciò che vi abbiamo trasmesso, e rendete culto a Dio in modo nuovo, per mezzo del Cristo. Poiché troviamo nelle scritture che il Signore dice: Ecco, io vi offro una nuova alleanza, non come quella che ho fatto con i vostri padri sul monte Horeb. Una nuova (alleanza) vi ha dato, poiché quelle dei Greci e dei Giudei sono divenute vecchie; ma voi, che lo adorate in modo nuovo come una terza stirpe, siete cristiani” (‘Predicazione di Pietro’, citata da Clemente di Alessandria, ‘Stromati’ 6:5).
NOTE
[1] Οἱ δε Ναζωραῖοι Ἰουδαῖοί εἰσι ... τῷ καλουμένῳ κατὰ Πέτρον εὐαγγελίῳ κεχρημένοι [= “I Nazorei sono giudei… e si servono del cosiddetto Vangelo secondo Pietro”]. Teodoreto di Cirro, Haereticarum Fabularum Compendium 2, 2. Io: con ciò si è detto che il vangelo “secondo Pietro”, il vangelo proveniente dall’Egitto, era un vangelo degli “Ebrei”, come risulta anche altrove. Clemente di Alessandria osserva negli Stromati (2:9) l’affermazione di Platone nel suo Teeteto, secondo cui la meraviglia è l’inizio della filosofia, e cita a questo proposito, dalle “Tradizioni di Mattia”, la parola: “Meravigliati di ciò che è presente”. “Così sta scritto anche”, dice, “nel vangelo degli Ebrei: colui che si è meravigliato regnerà, e chi è diventato re troverà riposo”. “Colui che cerca non si fermerà finché non avrà trovato; e quando avrà trovato, resterà stupito; e dopo essersi stupito, diventerà re, e diventato re, troverà riposo” (Stromati 5:14). — Si noti ora che in un frammento di Ossirinco scoperto nel 1903 si legge: “Gesù dice: chi cerca non si fermi finché non abbia trovato; e quando avrà trovato, resterà stupito; e dopo essersi stupito, diventerà re, e diventato re, troverà di nuovo riposo”. Il vangelo degli Ebrei era un vangelo egiziano — il vangelo fondamentale gnostico — che nella seconda lettera di Clemente 8:5 è ancora chiamato il Vangelo, ma che intorno all’anno 150 dovette cedere il posto a Roma, nella grande comunità, ai suoi più recenti concorrenti “sinottici”; che verso il 170 fu ancora considerato valido da Egesippo durante la sua visita nella capitale; e che dopo il 200 fu ancora trovato da Ippolito di Roma presso i Naasseni.

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