(segue da qui)
Paolo
Come Pietro, l'uomo di roccia, appare di fronte a Gesù, il misericordioso per eccellenza, come il rappresentante della legge, così doveva sorgere contro di lui un altro Gesù, per così dire, che all'interno dell'organizzazione più terrena rappresentasse lo spirito entusiasta e fervidamente credente della Chiesa nascente. Per questo Paolo divenne il contrappeso e il complemento di Pietro, e negli ambienti della scuola di Tubinga teologi e storici perspicaci distinguevano un cristianesimo petrino e uno paolino, che si sarebbero affrontati in un duro conflitto nella Chiesa nascente. Alla fine prevalse Paolo, il grande apostolo dei pagani, e il cristianesimo petrino-giudaico dovette lentamente appassire. Questa costruzione della scuola di Tubinga corrisponde in certa misura alla verità, poiché nel secondo secolo il nome di Paolo fu effettivamente usato da gnostici estremi come Marcione per imporre alla nascente religione una dottrina avversa alla legge e ostile all'ebraismo, basata sulla pura fede. Gli avversari, in risposta, sembrano aver elevato Pietro come loro campione, e tracce quasi cancellate di tali conflitti possono ancora essere individuate nell'Epistola ai Galati, nelle due Lettere di Pietro e anche nella Lettera di Giacomo. Tuttavia, questo violento episodio non si concluse con la vittoria degli gnostici, ma con quella dei loro avversari, i quali, pur separandosi definitivamente dall'ebraismo ufficiale, ormai divenuto nazionalista e talmudico, rimasero fermamente ancorati alla tradizione veterotestamentaria ebraica. Se, nonostante questa completa vittoria, Paolo fu accolto dalla Chiesa, ciò significa che egli vi appartenne sin dall'inizio. La necessità di integrare il Pietro legalista con il Paolo credente era insita nella natura stessa della Chiesa, che racchiudeva in sé queste due anime della tarda antichità e cercava di fonderle in una sintesi. Con Pietro nacque simultaneamente anche Paolo, e questi due apostoli furono gemelli come Romolo e Remo. Per questo, nella testimonianza canonica degli Atti degli Apostoli, essi non sono affatto avversari, bensì doppi. Finché Paolo non entra in scena, al centro degli eventi si trova Pietro, che appare quasi come il precursore del suo più giovane compagno. Pietro deve vivere quel sogno mistico che lo porta a battezzare il centurione pagano Cornelio e la sua famiglia e a sedersi a tavola con loro, nonostante non osservino le leggi di purificazione ebraiche e non siano circoncisi. Per questo Pietro deve subire dai suoi compagni a Gerusalemme rimproveri simili a quelli che più tardi saranno rivolti a Paolo. Quando poi Paolo ad Antiochia rinuncia alla circoncisione per i convertiti greci, è proprio Pietro, in virtù di quel sogno, a sostenerlo, tanto che la comunità madre approva la sua politica di apertura. Finché si riteneva che il contrasto tra Pietro e Paolo fosse un dogma, questa evidente concordia poteva essere spiegata solo come una falsificazione storica successiva, operata dal paolinismo vittorioso per giustificare le sue radicali riforme attraverso il legame con Pietro e la comunità madre. In realtà, però, fu il petrinismo a vincere, e la Chiesa nascente era impegnata in una lotta troppo intensa con l'ebraismo ufficiale per poter tornare indietro rispetto alla sua precedente apertura e rifiutare l'alleanza con i proseliti. Ebrei e greci, circoncisi e non circoncisi, si ritrovarono dunque in un compromesso senza forzature, e Pietro e Paolo erano realmente concordi su questi temi. L'intento degli Atti degli Apostoli è diretto esclusivamente contro il talmudismo ormai consolidato, che voleva escludere definitivamente i pagani. Se quindi i due apostoli in questo racconto appaiono quasi come sosia, tanto che Pietro scompare dalla scena non appena Paolo entra in azione, ciò non si deve a ragioni storiche, ma mitologiche. Paolo è in realtà Pietro, e così alla fine anche Gesù in una particolare trasfigurazione; questa origine trascendente non poté essere cancellata dagli Atti degli Apostoli, nonostante tutti i tentativi di razionalizzazione.
Quando Paolo soggiornava a Efeso, guarì numerosi malati ed esorcizzò demoni, tanto che la sua fama si diffuse ampiamente. La gente gli strappava quasi di dosso fazzoletti e grembiuli per portarli ai malati, i quali guarivano immediatamente. Ma alcuni esorcisti ebrei itineranti cercarono di competere con lui e tentarono anch’essi di scacciare un demone da un posseduto pronunciando le parole: “Ti scongiuro per Gesù, colui che Paolo predica”. Allora lo spirito maligno rispose loro in modo piuttosto sgradito: “Gesù lo conosco, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?”. A quel punto, l’uomo posseduto si scagliò contro di loro e li malmenò, costringendoli a fuggire nudi e feriti. Questa piccola storia parla chiaro a chi sa leggere tra le righe, poiché qui emerge con straordinaria evidenza l’equivalenza tra Gesù e Paolo. I demoni venivano esorcizzati grazie al nome di uno spirito più potente di loro. Secondo la concezione platonizzante della magia, il nome era legato all’essenza stessa dell’essere e, quando veniva invocato il nome di Gesù, egli entrava nel posseduto e cacciava via lo spirito maligno, che fuggiva senza opporre resistenza. La persona terrena dell'esorcista che pronunciava la formula non aveva alcuna importanza di per sé, bensì era soltanto il recipiente attraverso cui Gesù comunicava la sua potenza. Gli esorcisti avrebbero dunque dovuto dire solo: “Ti scongiuro per Gesù”, mentre il nome di Paolo sarebbe stato del tutto irrilevante, sia per loro che per il demone stesso. La risposta corretta sarebbe dovuta essere: “Gesù lo conosco; ma voi chi siete?”, il che avrebbe espresso chiaramente che quei due esorcisti ebrei non erano strumenti eletti del Figlio di Dio. Questo, di per sé, sarebbe già stato sufficiente per glorificare indirettamente Paolo. Ma poiché, invece, il nome di Paolo viene citato solennemente sia dagli esorcisti che dallo spirito maligno, accanto a quello di Gesù, sorge spontanea l’ipotesi che, un tempo, anche Paolo fosse considerato una divinità, davanti alla quale i demoni avevano tutte le ragioni di tremare. I successivi eventi della biografia di Paolo confermano sempre più questa supposizione, fino a renderla una piena evidenza.
Già all'inizio della sua missione, Paolo fu scambiato per un dio in un’occasione piuttosto singolare. Insieme a Barnaba (che sembra essere un suo sosia e scompare presto dal racconto), egli guarì miracolosamente a Listra un uomo paralizzato ai piedi. Rispetto ad altre sue imprese in questo campo, si trattava di un miracolo piuttosto modesto, ma bastò per gettare gli abitanti della città dell'Asia Minore in un vero e proprio delirio. Lo considerarono una divinità discesa dal cielo, identificandolo con Ermes e Barnaba con Zeus. I sacerdoti stavano già preparando i sacrifici, e solo con grande fatica Paolo riuscì a convincerli che era un semplice mortale come loro. Ma subito dopo sperimentò quanto possa essere breve il passo dal Campidoglio alla Rupe Tarpea, se vogliamo applicare qui il proverbio romano: Improvvisamente, giunsero alcuni Giudei da Antiochia e da Iconio, i quali lo accerchiarono, lo lapidarono e lo trascinarono fuori dalla città, lasciandolo a terra “come morto”. Tuttavia, i suoi discepoli si radunarono attorno a lui, ed egli si rialzò, come se nulla fosse accaduto, per poi rientrare in città con loro. È evidente che a un episodio relativamente semplice, come la guarigione di un paralitico, si siano intrecciati avvenimenti di grande significato. A questo punto, vale la pena ricordare che anche Gesù guarisce un paralitico, e che questo evento, nei Vangeli, assume una luce particolarmente solenne. A quel malato disteso sulla barella, Gesù dice: “Coraggio, i tuoi peccati ti sono perdonati”. Queste parole scandalizzano i farisei, impregnati della dottrina della peccaminosità della natura umana al punto da considerarle una bestemmia. Ma Gesù risponde loro con una domanda carica di significato: “Che cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, oppure dire: alzati e cammina?” E per dimostrare loro che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra, si volge al paralitico e gli ordina: “Alzati, prendi il tuo letto e cammina”. Il paralitico si alza, prende il suo letto e torna a casa, mentre i presenti rimangono stupefatti di fronte al potere concesso a quell’“uomo”. In altre parole, attraverso questo miracolo, Gesù si legittima come Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Redentore dal peccato. La paralisi rappresenta qui non solo una malattia reale, ma anche la condizione di prigionia dell’uomo terreno nel peccato. Questo simbolismo sembra aver avuto grande popolarità nella Chiesa primitiva, dato che anche Pietro – il sosia di Gesù e di Paolo – guarisce un paralitico, e in generale questa tipologia di guarigione si ripete frequentemente nei Vangeli. Dunque, con il suo miracolo simile, anche Paolo si manifesta come Figlio di Dio, ed è significativo che venga identificato proprio con Ermes, il figlio di Zeus. Nella tarda antichità, Ermes era spesso considerato il mediatore tra l’essere supremo e il genere umano. Possiamo quindi vedere in questo racconto una sorta di mistero ermetico cristianizzato, e non mancano nemmeno i temi della morte e della resurrezione del dio: Paolo viene lapidato dai giudei e trascinato fuori dalle mura, dove rimane “come morto”, ma subito dopo si rialza e ritorna in città. Come minimo, qui si parla di una guarigione straordinariamente rapida. Ma possiamo anche ipotizzare che, nella versione originaria della storia, si intendesse un vero e proprio decesso per lapidazione, seguito da una resurrezione.
Proprio come in questo episodio traspare una certa somiglianza con Gesù, allo stesso modo l'esperienza di Paolo a Filippi ricorda la liberazione di Pietro dalla prigione. Se Pietro viene imprigionato da un re giudeo e Paolo, invece, da un magistrato romano, questa è quasi l’unica differenza tra le due vicende. Infatti, in entrambi i casi, una forza divina interviene per liberarli: per Pietro è un angelo, mentre per Paolo è un terremoto che spacca le mura della prigione. A Gerusalemme come a Filippi, il miracolo avviene dopo ferventi preghiere, e le catene del prigioniero cadono improvvisamente. Tuttavia, nel caso di Paolo emergono alcuni tratti particolari che rivelano più chiaramente la natura misterica della narrazione. Già la presenza della serva indovina, dalla quale Paolo scaccia uno spirito maligno, e della venditrice di porpora Lidia, lascia intendere che ci troviamo di fronte a quelle figure mitiche femminili che abbiamo incontrato più volte. Ancora più significativo è il fatto che il magistrato romano fa frustare Paolo con bastonate, causandogli delle ferite, nonostante un cittadino romano non potesse essere colpito in quel modo. Più avanti, a Gerusalemme, Paolo invocherà il proprio diritto di cittadinanza per evitare la flagellazione, quindi ci si chiede perché non lo abbia fatto anche a Filippi. Ma la risposta è chiara: egli deve trattenersi fino al momento giusto, perché la storia è costruita appositamente per culminare in un momento drammatico. Mentre si trova in prigione, avviene il miracolo del terremoto, che sveglia la guardia della prigione. Vedendo le porte del carcere spalancate, il carceriere, credendo che i prigionieri siano fuggiti, è preso dalla disperazione e sta per trafiggersi con la spada, temendo la punizione per la loro fuga. Ma Paolo lo ferma e lo rassicura. Il carceriere, tremante, si getta ai suoi piedi e chiede: “Cosa devo fare per essere salvato?” Egli prende allora Paolo e il suo compagno Sila nella propria casa, lava loro le ferite e si fa battezzare con tutta la sua famiglia. Nel frattempo, il pretore (curiosamente, nel testo degli Atti compare al plurale, “pretori”) sembra aver riconosciuto l'innocenza dei prigionieri e ordina il loro rilascio la mattina seguente. Ma Paolo rifiuta di essere liberato in modo così discreto e pretende che i pretori vengano di persona a scusarsi, perché hanno fatto bastonare dei cittadini romani senza alcun motivo legale. Ed ecco che, improvvisamente, in un punto del racconto del tutto inaspettato, appare la frase: “Civis Romanus sum”. I pretori si spaventano enormemente, si affrettano a recarsi da Paolo e Sila, li pregano di non creare problemi e li supplicano di lasciare la città. Curiosamente, Paolo accetta di andarsene, anche se, dopo un tale trionfo – ottenuto grazie al miracolo e al riconoscimento da parte dell’autorità romana – avrebbe potuto sfruttare la situazione per far avanzare ulteriormente la sua missione. Ma la verità è che Paolo non è stato realmente in una prigione romana, bensì nel regno dei morti, dal quale ha liberato un’anima: proprio quella del carceriere, che custodiva l'ingresso e l'uscita, così come, ai tempi di Gesù, l'indemoniato posseduto dalla legione di spiriti maligni faceva la guardia all’accesso del territorio dei Geraseni. E proprio come i Geraseni si rivolsero a Gesù supplicandolo di lasciare il loro territorio, allo stesso modo i pretori pregano Paolo di andarsene. Ora comprendiamo perché egli doveva trattenersi così a lungo dal far valere la sua cittadinanza romana: se lo avesse fatto subito, questa narrazione – una storia pseudo-storica con una forte connotazione mitologica – non avrebbe avuto alcun senso, né si sarebbe potuto giustificare l'atteggiamento umilmente ossequioso dei magistrati romani nei confronti di un ebreo di Tarso.
La decisione definitiva sull’identità tra Paolo e Gesù è confermata dal fatto che anche Paolo, all'improvviso, parte per Gerusalemme per subire lì il sacrificio della propria vita. I passi corrispondenti negli Atti degli Apostoli rivelano, nel tono stesso della narrazione, che originariamente la storia si concludeva in questo modo. A Mileto, l'apostolo si congeda dai suoi fedeli, sapendo che non rivedrà mai più i loro volti. Egli sente il cuore appesantito per l'imminente partenza verso Gerusalemme e dice: “Ma la mia vita non ha per me alcun valore, se non per compiere la mia corsa e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù: rendere testimonianza al lieto annuncio della grazia di Dio”. Qui Paolo parla chiaramente della conclusione della sua vita e della sua imminente esecuzione a Gerusalemme, attraverso cui intende rendere testimonianza al Vangelo. Per questo comprendiamo bene perché i suoi seguaci scoppino in un pianto disperato, lo abbraccino e lo bacino, e soprattutto perché si rattristino così tanto alle sue parole, quando afferma che non rivedranno mai più il suo volto. A Tiro, Paolo incontra lo stesso dolore e le stesse suppliche: i discepoli lo scongiurano di non andare a Gerusalemme. Ma poiché egli rimane irremovibile, lo accompagnano al porto con le loro mogli e i loro figli, si inginocchiano sulla riva per pregare, e si congedano da lui tra gli abbracci. Tutto questo dimostra che ci si aspetta con certezza la sua morte, anche se la narrazione successiva degli Atti degli Apostoli sostiene che un cittadino romano di Tarso non avrebbe potuto essere condannato così facilmente da un Sinedrio. A Cesarea, poi, la tensione si intensifica con l’apparizione di un “profeta della Giudea” di nome Agabo, che, preso dallo Spirito, si lega mani e piedi con la cintura di Paolo e proclama: “L’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato dai Giudei e consegnato nelle mani dei pagani”. Ma Agabo, originariamente, avrebbe probabilmente detto: “Nelle mani dei carnefici, nelle mani degli assassini”. Infatti, un cittadino romano di Tarso non aveva nulla da temere dai Romani, almeno finché non iniziarono le persecuzioni contro i cristiani. E Paolo, più tardi, farà proprio appello all’imperatore per sfuggire alle insidie dei suoi nemici giudei. Dopo la profezia di Agabo, i discepoli supplicano nuovamente Paolo di non andare a Gerusalemme, e le loro lacrime quasi lo fanno cedere. Ma ascoltiamo il passo chiave di questo episodio negli Atti: “Perché fate così? Perché piangete e mi spezzate il cuore? Io sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. E poiché egli non volle lasciarsi persuadere, i discepoli si rassegnarono e dissero: “Sia fatta la volontà del Signore!” Dunque, Paolo sarebbe morto a Gerusalemme, proprio come Gesù e come Stefano, fino a quando il suo culto e, di conseguenza, la sua morte non furono trasferiti a Roma. Tuttavia, egli dovette comunque subire numerose persecuzioni e torture, e la morte lo sfiorò più volte. Ma vi fu un tempo in cui egli, come Gesù, andò volontariamente a Gerusalemme e lì rese testimonianza con il sangue. Il padre della Chiesa Girolamo, attento custode delle più antiche tradizioni, ha tramandato una nota perduta secondo cui Paolo non sarebbe originario di Tarso, bensì della Galilea. Se ciò fosse vero, l'identità tra Paolo e Gesù sarebbe completa.
Paolo e i suoi compagni devono affrontare pericoli molto strani durante la traversata verso Roma, e un viaggio per mare così singolare non era forse mai stato compiuto nel Mediterraneo. I marinai esperti vogliono proseguire, mentre Paolo li mette in guardia e prevede una tempesta terribile. Questa tempesta infuria poi per quattordici giorni interi, e per alleggerire la nave vengono gettati in mare tutti gli strumenti e persino i viveri, tanto che l’equipaggio non può godere di nulla per tutto questo tempo – il che sarebbe stato difficilmente possibile per esseri umani in carne e ossa in una simile situazione. I marinai ora vogliono abbandonare soldati e prigionieri e fuggire su una scialuppa. Sarebbero riusciti anche nel loro intento, se Paolo non avesse messo in guardia i soldati ignari. Infine, egli annuncia la salvezza imminente, che però dovrà essere pagata con la perdita della nave. Come fa Paolo a saperlo? Dalla fonte più sicura possibile: glielo ha detto un angelo. Poi spezza il pane, pronuncia su di esso la benedizione e – come dobbiamo integrare – lo distribuisce alle duecentosettantasei anime a bordo, che vengono tutte saziate. È il pane miracoloso, il sacramento che garantisce l’immortalità e che, quindi, viene consumato appropriatamente dopo un pericolo mortale superato. Quando però la nave si sfracella contro una lingua di terra, i soldati non pensano subito a mettersi in salvo a terra, bensì – questa ferrea disciplina romana, questa scrupolosità! – vogliono prima uccidere i prigionieri, affinché non possano approfittare dell’occasione per fuggire. Paolo si trova dunque in estremo pericolo, che il nobile centurione riesce a malapena a scongiurare. Sull’isola stessa, la morte lo minaccia ancora una volta, poiché viene morso da una vipera velenosa. I “barbari”, gli abitanti di quest’isola remota, credono allora che lo straniero debba morire. Ma poiché non gli accade nulla, restano stupefatti e dicono: “È un dio!” I barbari hanno ragione. Paolo vive in questo viaggio il destino del dio sole, che ogni notte scende a occidente nel regno dei morti e quindi “muore”, o meglio, affronta pericoli mortali nel suo viaggio di ritorno, mentre i demoni dell’oltretomba cercano di trattenerlo: egli è nelle loro mani. Altre varianti di questo mito vedevano il dio approdare nel lontano occidente, sull’Isola dei Beati, e lì condurre una vita immortale, mentre suo figlio, il giovane sole, sorgeva a oriente per compiere a sua volta lo stesso percorso. Paolo invece sarebbe morto a Roma ed entrato lì nella beatitudine, quindi a occidente rispetto a Tarso e Gerusalemme. Secondo altri racconti, che hanno lasciato la loro eco fino alle lettere paoline, egli sarebbe giunto addirittura in Spagna, e ciò è coerente, poiché oltre le Colonne d’Ercole si supponeva si trovasse l’isola del dio sole. Si dice che sia sbarcato sull’isola di Malta dopo il viaggio pericoloso sopra menzionato. Ma quest’isola, che si trovava nel cuore del mondo culturale greco-romano, non poteva essere abitata da “barbari”: egli approda su un’isola mitologica, situata in un mare altrettanto mitologico. Se egli è il dio sole, allora comprendiamo l’apparizione che ebbe sulla via di Damasco. La luce dal cielo, dalla quale Cristo gli parlò, era “più forte del sole”, più forte di lui stesso. Egli perse il suo splendore; divenne cieco e riacquistò la vista, la luce, solo per grazia di un essere superiore. I misteri ebraici non erano estranei al culto solare, come dimostra l’esempio degli Esseni, per i quali il sole rappresentava direttamente il mediatore, cioè il Cristo. Con un accresciuto impulso trascendentale, Cristo doveva ovviamente elevarsi al di sopra del sole, e dobbiamo probabilmente immaginare un tale contrasto, una tale differenziazione all’interno del culto cristiano come origine della leggenda di Damasco. La natura solare di Paolo spiega infine anche il suo rapporto con Pietro, il portiere celeste, che gli apre le porte del cielo dopo il viaggio notturno o che forse lo salva anche dal ventre del pesce, dalle profondità del mare. [1]
Anche l’opposizione parziale tra i due apostoli nasce da questa situazione, poiché Pietro, il portiere collerico e uomo di roccia, si presta naturalmente meglio come rappresentante della legge rispetto al dio sole, al quale potevano collegarsi l’entusiasmo e l’estasi mistica. Questo sfondo mitologico è però così completamente arretrato in Paolo, di fronte alla spiritualizzazione della tarda antichità, che egli poteva essere considerato ancor più di Cristo e Pietro come un essere umano — come l’autore di quelle lettere paoline che rappresentano l’apice intellettuale nello sviluppo del cristianesimo primitivo. Per questo motivo, ogni evoluzione storica universale della nuova religione — da Marcione e Agostino fino a Lutero — si è sempre ricollegata al nome di questo apostolo. In realtà, anche lui è stato un dio, il cui mito è stato approfondito e umanizzato da questo nuovo, immenso movimento spirituale.
NOTE
[1] Nel capitolo undicesimo della seconda lettera ai Corinzi, Paolo enumera in un modo e con una tale insistenza da lasciar intravedere chiaramente un retroterra mitico, tutti i pericoli e le situazioni di morte che ha superato al servizio del Vangelo. Tra questi si trova anche l’espressione singolare: “Un giorno e una notte sono stato nelle profondità”. Il termine greco usato ha sia il significato generale di "profondità" sia quello specifico di "profondità del mare". Solo quest’ultimo può essere inteso qui, poiché poco prima si parla di naufragi. Così infatti è stato sempre tradotto, sin da Lutero: “rimasi un giorno e una notte nelle profondità marine”. Di ciò non si trova più nulla negli Atti degli Apostoli, che cercano di trasformare il miracolo in un apparente processo naturale di un viaggio per mare. Paolo deve essere stato inghiottito dal mare e da esso salvato, forse dal pescatore Pietro. Nella traduzione di Karl Weizsäcker, l’abisso marino è diventato un “gioco delle onde”, con il che il processo di razionalizzazione sembra giunto a compimento.

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