Il Dio di Coincidenza
Può qualcuno negare che
Una cosa dopo l'altra
In sequenza e logica
Mai vista prima
Non può essere che la
Interferenza di un Dio
Determinata a provare che
Ognuno che pretende
Di conoscere ora
Una cospirazione è
Demente?
(Kent Murphy)
Era l'alba dei tempi. Almeno per loro. Così, in modo da evitare la curiosità della gente, la loro invadenza, dovettero trovare un luogo adatto. Marginale. Dopo aver errato invano, finalmente raggiunsero un posto perfettamente adeguato e appartato. Distante dalla Giudea. Felici di stare in una posizione così comoda, si abbandonarono con grande entusiasmo ai loro sogni, alle loro visioni, alle loro rivelazioni.
Avevano la sensazione di un angelo che quasi si potesse toccare con mano...
Assieme a tutto ciò c'era il silenzio, senza vento, sonnolento...
Cullati dalla fragranza del momento, rovesciarono la testa all'indietro per seguire il passaggio dell'angelo il quale discendeva con percorso indefinito nel cielo senza osare coprire la luna, che era troppo grande in quel momento. Infine, per via di quell'orgia di allucinazioni, caddero in una sorta di torpore o di estasi.
Questo stato di solito non durava molto, forse giusto un quarto d'ora, ma era così inebriante che l'avrebbero volentieri prolungato. A volte questa trance non si riempiva di nessuna visione particolare dopo la quale potesse rimanere dell'angelo un ricordo sotto forma, per esempio, di un nome, ma questa volta si era generata l'impressione di un sacrificio. Dico “si era generata” perché è così che all'inizio avevano cercato di spiegarlo.
Avevano pensato che il sacrificio fosse soltanto un'evocazione interiore del loro sovraeccitato apocalitticismo durante lo stato d'estasi. Tuttavia, piano piano, cambiarono opinione quando nei giorni seguenti l'angelo si poté avvertire molto più del suo sacrificio. Doveva quindi provenire dai cieli superiori, che potevano essere la dimora del dio supremo. Infatti l'angelo era il suo Figlio diletto.
Da allora la loro immaginazione, eccitata dalla curiosità, cominciò a fare incerte escursioni nella terra delle congetture più selvagge. Forse l'angelo si chiamava Jeshua (Giosuè). Forse il suo sacrificio nei cieli inferiori era avvenuto per opera di demoni malvagi: i tenebrosi dominatori di questo eone perverso...
Poggiarono l'orecchio alla voce dell'angelo. Vi gettarono l'occhio della loro mente, della loro anima, del loro corpo... ...tutto inutile. Così lasciarono perdere, rassicurati che comunque quell'angelo fosse di natura divina e preesistente alla creazione, che al massimo poteva essere ucciso, ma non morire. La domanda su chi fosse quell'angelo crocifisso in cielo avrebbe anche cessato di interessare loro, non fosse stato per alcune circostanze che accompagnarono l'estasi e per i cambiamenti che presto cominciarono ad apparire in essa.
Verso il quarto giorno, mescolato alle altre allucinazioni, l'angelo si mostrò a più di cinquecento fratelli in una sola volta. Vi assicuro che sino alla rivelazione finale di questo angelo morto e risorto non avevano avuto proprio nessuna idea di quale fosse la sua natura, così che per mezzo della loro conoscenza, non poterono trarre conclusioni sul suo nome.
Avevano solamente intuito che questo particolare angelo, che si era introdotto in mezzo ai precedenti, probabilmente sarebbe stato da solo considerevolmente più distinto, perché era il Figlio stesso di Jahvé. A loro giungeva unicamente il risultato di diverse visioni e rivelazioni, ottenuto attraverso la loro mutua interferenza.
Ecco quindi perché, nonostante i loro sforzi, non riuscirono a identificarlo: era loro estraneo, sconosciuto, lo videro per la prima volta in vita loro. Nello stesso tempo il loro stato di estasi cominciò a modificarsi. Un giorno, le teste chine sulle sacre scritture e guardando il punto dove la lettera dà vita allo spirito e viceversa, parve loro proprio in quel momento di scorgere il nome dell'angelo. Cominciarono a spiegare loro stessi tutto ciò con la nascente convinzione che l'angelo rappresentasse la Salvezza di Jahvé, Jeshua, Giosué, Gesù.
Quelle fattezze dell'angelo gli erano apparse per così poco tempo che difficilmente avrebbero potuto determinare altri tratti. Attesero l'indomani con impazienza, certi che una via si sarebbe presentata per esaminare più a fondo il misterioso fenomeno.
Nel frattempo il mondo reale attorno a loro stava cambiando. E di male in peggio. Finché un giorno, parecchio tempo dopo da quando l'angelo si era rivelato, notarono con orrore uno sconcertante cambiamento nella rappresentazione di quel volto angelico. Come risultato di questa storia particolare, questa volta nota a tanti altri, e non solo a loro, esisteva probabilmente qui una correlazione molto stretta tra ciò che avevano visto in allucinazione e ciò che riportava quella diceria, quella storia, quel sentito dire.
Il più leggero mutamento nella versione di quella storia suscitava un'immediata reazione nella loro versione dell'angelo: queste versioni, pur così contrastanti, parevano condividere le reciproche sensazioni, contagiandosi a vicenda. Con ogni probabilità collaborava una grammatica mitica straordinariamente fine che, dopo aver sperimentato una serie di archetipi letterari del giorno, pretendeva surrettiziamente di sostituirsi a tutto ciò che avevano appreso a proposito dell'angelo esclusivamente per via di allucinazioni.
Furono avvolti, leggendo quella storia ad alta voce, da una sensazione familiare, come se stessero entrando nello spirito di quella diceria. Ogni dettaglio di quella storia parve sussurrare loro la loro storia segreta, raccontare loro le vere vicende della loro origine.
Davanti ai loro occhi si svolgevano scene finalmente dotate di parole, di suoni. Improvvisamente il velo dei loro occhi si aprirono e credettero di credere che il loro angelo — come pretendeva la storia — fosse stato un pio ebreo crocifisso dagli odiati Romani — da quel bastardo di Pilato — a Gerusalemme.
Perfino così non riuscivano comunque a scorgere chi potesse essere. Chi potesse veramente essere.
I tempi erano maturi. Il silenzio bruciante delle rivelazioni faceva gocciolare tutt'intorno una pigra bevanda da far svenire avvolgendo il cervello e fiaccando la volontà. Su tutti i lati stavano accalcandosi febbricitanti moltitudini di stupidi hoi polloi, altrettanto inclini, a poco a poco, a credere alla stessa storiella come loro stessi ci stavano credendo...
Terribili, avide labbra di una mostruosa propaganda erano aperte e assetate, assetate, assetate....
E le allucinazioni stavano svanendo, le care dolci rivelazioni...
Nell'orgia delle sante favole, tra la loro stessa proliferazione, questo caldo aroma dell'allucinazione che fu, quando l'angelo Gesù apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta...
G. Ferri
Samuel Lublinski
La nascita del cristianesimo dalla cultura antica
Il mondo cristiano primitivo e il suo mito
Primo volume
L'intuizione storica dimostra in modo convincente che le forme di un tempo passato non sono applicabili a un tempo successivo; ma dimostra anche che nelle forme più disparate e strane può risiedere un contenuto valido per tutti i tempi. Uhland
Prefazione
Poiché il presente libro, in tutte le sue articolazioni, assume come premessa la negazione dell’esistenza di un Gesù storico e prende in considerazione soltanto il mito dell’Uomo-Dio quale fattore formatore di storia, l’autore si colloca inevitabilmente sulla linea del fronte di quanti combattono contro la teologia liberale odierna. Ciononostante, egli si sente a tutti gli effetti un liberale che, in questo ambito, comincia a lavorare con nuovo materiale e da nuovi punti di vista, esattamente come da tempo avviene in campo politico. I liberali moderni hanno compreso che, nell’epoca dello Stato industriale e della politica mondiale e sociale, non si può più operare come ai tempi dei padri, i quali erano emersi nell’era di un individualismo economico patriarcale. La nuova epoca richiede nuovi metodi, senza che per questo sia necessario rinunciare al principio fondamentale del liberalismo. All’autore risulta difficilmente comprensibile come mai la teologia liberale non si unisca a questa trasformazione generale del liberalismo, tanto più che proprio nell’indagine sulle origini del cristianesimo essa avrebbe ragioni ben più fondate che altrove. Infatti, il mito cristiano primitivo è stata la prima grande impresa culturale dell’individualismo. Dopo che la società antica, fondata sulla cittadinanza vincolata allo Stato, fu distrutta perché l’individuo cominciava per la prima volta a far valere i propri diritti, gli uomini di quell’epoca si trovarono di fronte al problema di giungere a un nuovo vincolo e a una sintesi culturale basata, in certa misura, su presupposti individuali. Perché un simile atto sintetico fosse possibile solo in forme mitologiche è ciò che la nostra esposizione cercherà di chiarire. In questo contesto emergerà ben presto anche la notevole e profonda differenza tra l’individualismo tardo-antico e quello moderno. Tuttavia, questo mito fu in ogni caso una realizzazione culturale individualistica di prim’ordine, e proprio per questo i teologi liberali dovrebbero interessarsene, soprattutto perché anche al liberalismo moderno — se non ci ingannano tutti i segni — sarà posta in un futuro prevedibile la medesima esigenza di giungere a una sintesi culturale.
Questa osservazione non lascerà certo dubbi sulla posizione particolare dell’autore. Mentre altri sostenitori dell’idea che Gesù Cristo sia una divinità perseguono per lo più lo scopo negativo di far percepire il cristianesimo come un frammento dell’antichità, come un passato primitivo, e così eliminarlo definitivamente dalla nostra vita, in questo libro, al contrario, verrà sottolineato quasi con entusiasmo il contenuto positivo e sintetico del mito. Mostrando come un grande passato abbia creato la sua sintesi, durata per secoli, si vuole ammonire il presente che anch’esso deve ancora fondare la propria sintesi culturale. Certo, possiamo accingerci a quest’opera grandiosa solo con i nostri mezzi e i nostri presupposti, non con quelli del passato. Le differenze sono enormi e non si possono colmare; tuttavia, esiste una parentela indiretta, poiché il medesimo fine talvolta genera una medesima tensione dell’anima e così si crea un contatto, un’attrazione tra poli opposti.
Questo scopo più positivo ha indotto l’autore a separare la parte critica da quella propriamente espositiva. Pertanto, nel presente libro verrà descritto in senso puramente positivo il processo storico-culturale della nascita del cristianesimo, assumendo semplicemente la non esistenza di un Gesù uomo. L’ampia trattazione critica e la sua motivazione sono riservate a un secondo volume, già pronto e che dovrebbe uscire già nell’estate con il titolo “Il dogma nascente della vita di Gesù”. In esso l’autore esporrà anche la propria opinione su Paolo, la cui esistenza personale egli non riesce a ritenere credibile, poiché l’apostolo gli appare come un doppio del Cristo, al pari di Pietro e Stefano. Se persino miticisti generalmente molto decisi continuano a mantenere la figura storica di Paolo, ciò potrà forse derivare dall’esigenza di disporre di un punto cronologicamente fissabile per l’origine del cristianesimo. Ma non abbiamo bisogno dell’apostolo per questo, poiché il cristianesimo è sorto con la distruzione di Gerusalemme, sicché dobbiamo considerare l’anno 70 come il punto di partenza definitivo.
L’autore ha dedicato otto anni di intenso studio e di intenso lavoro a questa materia, dopo essergli diventato chiaro quanto potesse essere importante, per il nostro tempo, un’esposizione di quella grande sintesi. Naturalmente ha lavorato ampiamente anche sulle fonti e si è documentato nella letteratura storico-religiosa, traendo moltissimo profitto anche da studiosi del campo opposto, come Bousset, Gunkel, Harnack e altri. Rimane però sempre comprensibile che egli non possa conoscere ogni minimo dettaglio come i teologi di professione, che hanno dedicato la loro vita a questa attività. Ciononostante, egli guarda senza inquietudine alle inevitabili critiche che lo attendono. Gli si rimprovereranno ipotesi arbitrarie, combinazioni e compilazioni, ed egli potrà replicare di essere in grado di restituire tutte queste accuse ai suoi avversari, anche ai più eruditi. Infatti, nemmeno loro possono lavorare senza combinazioni – che sono sempre anche compilazioni – e senza le ipotesi più ardite. Ciò dipende semplicemente dalla natura del materiale tramandato, il quale, a eccezione di scarsi frammenti, non presenta affatto un carattere storicamente documentario, ma un carattere religioso-teologico. Quasi tutto ci è stato trasmesso in uno stato completamente rielaborato e accomodato, e chi voglia giungere al nucleo storico attraverso un processo di estrazione e separazione è già scivolato profondamente nel terreno dell’ipotesi. Qui tutto vacilla irrimediabilmente, e la decisione ultima non è determinata da indagini minuziose su singoli particolari, ma dalla concezione complessiva dell’epoca. Non è certo necessario che io ricordi le innumerevoli divergenze all’interno del campo liberale, inevitabilmente sorte da questa situazione: si pensi, per esempio, alle infinite discussioni sull’opinione personale di Gesù circa la propria messianicità o sul significato della Cena. Su tali questioni non si è giunti a un accordo e non vi si giungerà mai, poiché già l’intero presupposto della teologia liberale si fonda su un’ipotesi la cui problematicità e arbitrarietà non potrebbero essere superate nemmeno dagli eccessi più audaci dei suoi avversari. Si dà semplicemente per scontata l’esistenza di un Gesù terreno e si pensa di poter ricostruire la sua biografia eliminando gli elementi mitologici e di altra natura; mentre nessuno può sapere se tali elementi non fossero presenti fin dall’inizio come parte integrante, poiché non si trattava di un uomo, bensì del Dio-uomo. Di fronte a tale mobilità e incertezza, ogni ipotesi dell’avversario impallidisce, e appare chiaro come in questo ambito ogni “critica delle fonti” presupponga sin dall’inizio una concezione complessiva ben determinata, potendo essere solo in minima parte di natura induttiva. Questa inevitabilità non riguarda soltanto i primissimi tempi, ma l’intera antichità cristiana. Chi è convinto che il cristianesimo sia sorto dai culti misterici, ad esempio, deve guardare alle dispute dogmatiche del 4° e 5° secolo – sulla relazione tra Padre e Figlio, sulle due nature e sulla Madre di Dio – in maniera del tutto diversa dal solito. Per un tale osservatore non vi è nulla di fondamentalmente nuovo, ma soltanto la formulazione intellettuale precisa di presupposti che erano già presenti da secoli, in forma di sentimento. I contrasti che nondimeno sorsero furono contrasti tra sentimento e logica, tra religiosità ingenua e teologia. Chi pensa in questo modo troverà anche in quelle dispute più tarde materiale utile per comprendere gli inizi del cristianesimo, mentre l’avversario respingerà naturalmente un simile uso. Ma per sola via di critica delle fonti non si può qui stabilire nulla.
Pertanto, l’accusa di arbitrarietà è attesa con serenità; e se dovesse essere distrutta qualche ipotesi secondaria dell’autore, egli è pronto a ricambiare con contro-argomentazioni. La sua ipotesi e il suo presupposto centrali, però, non sono affatto così temerari come quelli della teologia liberale e probabilmente non si imbatteranno in tutte le innumerevoli difficoltà di cui, per stessa ammissione, il liberalismo teologico soffre in larga misura. Ciò sia detto fin dall’inizio a titolo di precisazione, ma insieme con la ferma sottolineatura che l’autore non attribuisce un’importanza eccessiva alla posizione polemica, essendogli importato molto meno dell’aggressività critica che della presentazione sintetica.
Weimar, 15 marzo 1910
Samuel Lublinski

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