martedì 10 marzo 2026

LA GRANDE QUESTIONE per la Cristianità dei nostri giorni — Gesù è esistito? 2:10

 (segue da qui)

Il cristiano credente crede nel miracolo di Pentecoste dell’anno 30, quando — secondo Atti 2:5 — “uomini di tutte le nazioni sotto il cielo” udirono i giovani galilei a Gerusalemme proclamare il Vangelo, “ciascuno” — come si legge in Atti 2:8 — “nella propria lingua”. E chi oggi non crede a ciò, ma tuttavia continua a credere che la diffusione del Vangelo sia partita dalla terra di Giudea, si trova di fronte alla domanda: come concepire ciò come un fatto storico? “Come spiegare,” chiede Steudel (‘Il problema del Cristo’, 1909, pag. 25), “che già durante l’attività del predicatore itinerante di Tarso non solo in Giudea, ma in tutto l’Impero — specialmente nelle città con colonie commerciali giudaiche sulle isole e lungo le coste del Mediterraneo fino a Pozzuoli in Italia, e probabilmente anche a Roma, poiché la comunità di lì non fu certo fondata da Paolo — si trovassero comunità di ‘fratelli’?” “Tra il 50 e il 60 E.C.”, continua (ibid., pag. 22), “in tutto il vasto impero romano, in Italia, nelle isole del Mediterraneo, nei porti greci, lungo le coste e nell’interno dell’Asia Minore, esistevano comunità di credenti ‘messianici’, di ‘fratelli’ e ‘discepoli’, prima ancora che fosse stata scritta una sola riga sul rabbì Gesù — e ciò, sebbene coloro che, attraverso una crisi spirituale profonda, avevano conservato la loro fede nel Messia solo mediante una ‘visione’, fossero, come ricorda Atti 4:13, uomini del tutto privi di formazione scolastica! A me pare che qui si nasconda il miracolo dei miracoli, per il quale la teologia ‘liberale’ non ha ancora fornito alcuna spiegazione razionale”. “Che la fede,” prosegue in ‘Nella lotta per il mito di Cristo’ (pag. 68), “secondo la quale un oscuro ebreo, che per circa un anno aveva insegnato e operato miracoli in Galilea, e poi a Gerusalemme era stato consegnato dall’autorità locale al procuratore romano per essere crocifisso, avesse dimostrato con la sua apparizione come risorto di essere il Messia — che tale fede, sostenuta per di più da uomini incolti provenienti dal giudaismo, si fosse diffusa, nelle condizioni di comunicazione di allora, in poco più di dieci anni fino a diventare una fede comune diffusa su Cipro, in Asia Minore e in Italia — sarebbe, francamente, incredibile!” Aggiungiamo noi stessi che la diffusione del Vangelo da Gerusalemme (Luca 24:47) avrebbe dovuto apparire plausibile non solo grazie al miracolo di Pentecoste, ma anche in virtù della grande persecuzione che dispersero i credenti da Gerusalemme — persecuzione alla quale, inizialmente, avrebbe preso parte anche Paolo. Ma che il ruolo attribuito a Paolo prima della sua conversione, secondo Atti 8:3; 9:1-2.21; 26:10-11, sia una finzione, si avverte già dai passi di Atti 2:47; 6:7; 9:31; 12:24; 21:20, e viene confessato dallo stesso libro in Atti 8:1.14, dove leggiamo che, della comunità dispersa da Gerusalemme, proprio i capi — gli apostoli di Gerusalemme, mai visti fuori dalla terra d’Israele — ebbero il privilegio di rimanere a Gerusalemme! Quale autorità, poi, avrebbe potuto esercitare Saulo, come delegato del sommo sacerdote di Gerusalemme, a Damasco? Così cade anche la conversione sulla via di Damasco, narrata in Atti 9:3-5; 22:6-8; 26:12-15.

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